La musica fa apparire una camera, con una scatola magica.
Un letto grande e uno piccolo, le testiere di metallo scuro decorato con disegni floreali di vari colori. In un angolo un lavamano con la bacinella, sotto, la brocca e al bracciolo un asciugamano di cotone bianco. Un armadio di legno scuro con delle cornici lavorate in alto e in basso.
La luce entra nella stanza dalla finestra, un raggio di sole batte sul cassettone, sopra c’è la scatola magica, un loro regalo di nozze.
Salgo sopra la sedia, apro la scatola, il carillon suona la dolce melodia, mentre un piccola ballerina inizia a ballare girando su se stessa.
Era il suo modo per disintossicarsi dalla frenesia che gli procurava la pratica ad altissimo livello dello sport del bob, dopo ore di intenso e faticoso allenamento sulla pista ghiacciata. Per stemperare la carica di adrenalina, che montava in modo progressivo durante le spericolate discese, l’unico rimedio era alla fine quello di rilassarsi sprofondato in una comoda e soffice poltrona-pouf nella sonnolenza ovattata di un isolato chalet in alta quota. Allora, quasi a contrapporre il suono ruvido dell’impatto delle lame del bolide sulla lastra di ghiaccio e dello stridio delle brusche frenate, sentiva il bisogno di farsi ammaliare dalla suadente magia dei violini e soltanto la calma placida di una lenta sonata di pianoforte gli alleggeriva l’animo dalle pressioni della sua precedente lotta sul filo dei centesimi di secondo tra impetuose accelerate, vertiginose discese e curve tanto spericolate da mettere in discussione le leggi della fisica. Potenza della musica…!
Il vecchio macinino del caffè era lì da tanto tempo e nessuno avrebbe mai pensato di usarlo ancora. Ormai era stato sorpassato da altre modernità, manteneva però un certo fascino di cose antiche e un odore particolare. Se avesse potuto parlare chissà quante storie tristi o allegre avrebbe raccontato. Il bimbo lo guardava con aria incuriosita:
– Cos’è nonna questo strano aggeggio, a cosa serve, come si usa?
E intanto cercava di girare la manovella inceppata che non ne voleva sapere di funzionare:
-Lo usavano tanto tempo fa, ai tempi di Cappuccetto Rosso?
-Sì tesorino mio, proprio a quel tempo! La nonna da piccola si divertiva molto a macinare caffè; girando la manovella i chicchi introdotti in questo piccolo spazio venivano frantumati, trasformati in polvere che andava a finire in quel cassettino che vedi sotto. A volte per ottenere una polvere più fine si doveva ripetere l’operazione. Mi piaceva molto e mi sentivo utile.
-Posso provarlo nonna?
-Non ho il caffè in chicchi!
-Certo ora fa tutto la Nespresso!
-Allora che faccio? Posso vedere la TV?
-Se ti fa piacere…
-Nonna senti che bella musica, mi viene voglia di ballare e muovermi con le braccia, con il corpo; mi sento leggero, quasi mi gira latesta, mi piace un sacco!
Ma quanto era alto mio fratello, e quanto ero piccola …io
…e quel trabiccolino di latta verdeacqua scortecciato! Per le bambole? E chi ce le aveva le bambole…e quelle ruotine di gomma cicciute? Consunte e molto sudicine…
Correvo con il mio scimpanzè nascosto da lenzuolini di piquet rosa cipria, correvo sui sassi, raccontando storie, cantando ninne nanne, a quell’amica di lana quasi tutta nera, e se una bimba si avvicinava, le coprivo il musino sparuto…e via sulla ghiaia, per non far vedere il mio bimbo imperfetto…mi avvicinavo alle orecchie che non aveva, sussurrandole: non aver paura, respira piano, non ti piglia nessuno…e via, via di corsa trumtrun troc trac
Si capovolse quella carrozzina…e tutti videro ”Agnese, la mia scimmia senza pretese” e risero …e io piansi…e lanciai sassi…e ripiansi gridando che era mia figlia …e ne buscai da mio fratello…e le lacrime non scesero più, per non dargli soddisfazione, ma corsi via dalla piazza, dai sassi e dalla gente cattiva …e scappai a casa…e mi chiusi in camera con l’Agnese, che sapeva di lana e solo di me, ben stretta al cuore…e tappandomi le orecchie cominciai a sentire meglio ed iniziai a contare chi mi voleva bene…e ci misi poco…poi una musica lentamente bussò alla finestra, già aperta…ma chi suonava…e cosa…e perché…e per chi…e e e e…..
Il parco lì davanti era una distesa di foglie. Gli alberi, quasi completamente spogli, lanciavano verso il cielo le loro braccia secche e smunte.
L’uomo andava avanti e indietro strascicando le gambe sempre più affaticate. Ad ogni movimento del rastrello il mucchio di foglie aumentava. Rosse, giallo sporco, marroni in cumuli sempre più alti a far contrasto con l’erba che ancora non cedeva il suo verde smagliante. Durava poco l’effetto cromatico, visto che finivano tutte in lugubri sacchi neri ammassati ai piedi degli alberi.
Le foglie secche si rompevano sfrigolando sotto i suoi piedi e sotto il peso dei pesanti sacchi che era costretto a trascinare da un posto all’altro. Era un rumore costante, quasi ritmato ma monotono. Così lo sentiva Luisa, attraverso la grande finestra del salotto che era rimasta aperta per fare entrare i tiepidi raggi del sole autunnale .
Non fu per quello che la chiuse, Luisa. Era per la nebbia che stava scendendo fitta, portando con sé umidita’.
Stava per mettersi al piano e voleva un clima confortevole. Malgrado il fuoco nel camino scoppiettasse, il solo vedere la nebbia l’aveva fatta rabbrividire. Ritrovò un po’ di calore appena si sedette e appoggiò le mani sui tasti. Quasi come se lo strumento le trasmettesse un’energia mista a calore.
Leggera toccava quei tasti, quasi intimorita dalla magia che era in grado di trarne. All’inizio solo esercizio. Note con poca armonia. Qualche sol e qualche la, a mo’ di prova! La base che usava talora come sottofondo si prendeva ancora la scena.
Ma fu per poco.
Il suono in breve, si fece largo, parlava di spazi immensi, di cieli con nuvole che si rincorrevano veloci .
Il salotto non esisteva più, la nebbia fuori sembrava scomparsa.
C’era solo il piano, la sua melodia, le emozioni che la musica era in grado di evocare.
Luisa si sentì in pace con sé stessa per la prima volta dopo un tempo che le era sembrato interminabile!
Son qui, ad occhi chiusi, da un po’, e non mi interessa affatto sapere da quanto e per quanto. Accolgo morbida suoni che rilassano ed aiutano a camminare in spazi diversi e inaspettati. Stavolta è stata una musica dolce, di pesche sciroppate ed atmosfere di saloni dalle luci gialle, sbiadite, riposanti. L’ambiente immaginario, così distante e diverso, mi diverte. Come un the classico, ad un’ora classica di un pomeriggio classico nel salone col pianista che suona leggero nell’angolo, con signore che hanno gonne lunghe e velette, e guanti di filo che arrivano al gomito e fumano sigarette con lunghi bocchini. Come essere nel salone di un grande albergo che ha i pavimenti ricoperti di tappeti orientali, che appannano i passi dei camerieri,che arrivano a servire il the improvvisi ed inaspettati, e si allontanano ugualmente senza suoni, per non interferire con la perfezione dell’attimo, con l’indolenza ovattata e dorata di un mondo sconosciuto.
Parcheggio sempre un po’ lontano dal portone e posso riscendere sul marciapiede di Via Montisoni costeggiando prima la Misericordia, poi la cancellata del teatro, guardando in su, verso la finestrina della stanza dove abbiamo tenuto il laboratorio di scrittura i primi anni. Mi viene istintivo, ogni martedì, come per essere sicura che tutto è come sempre, che c’è tutto ancora che mi aspetta. Il cielo dell’Antella, sopra, sempre grande, aperto di nuvole o di azzurro, si allarga sui tetti fino al campanile, tra il fiume e le colline. Lo sguardo poi va al gran tubo del camino che in questo periodo fumacchia un po’ per il riscaldamento acceso e mi conferma l’idea che il teatro è vivo e caldo. Camminando, raggiungo il lato che si affaccia sul piazzale sassoso, con la piccola porta a vetri della caldaia. Guardo e ogni martedì, nonostante tutto, mi aspetto di vedere il gran cappello scuro di Roberto, un cappello allegro, rassicurante, proprio il suo, che esce dalla macchina parcheggiata di fretta sul marciapiede, si affaccenda, saluta, risolve qualcosa, sparisce, riappare, risale in macchina….tanto si sa, poi torna.
Ogni martedì mi stupisco che non ci sia. Entro. Accendo la luce, le porte e regolarmente penso che se tanto qualcosa va storto lui……..lui……lui di certo…… stasera non ci sarà. Sento freddo, sempre, ogni martedì. Poi il lavoro distrae, ma alla fine, quando le luci si spengono, le porte si chiudono con un giro di chiave, eccolo di nuovo, quel pensiero di incontrarlo nell’atrio, vederlo seduto ad aspettare qualcuno, vederlo passare di fretta con un attrezzo in mano, vederlo sorridere dentro la barba, sentire l’ironia del suo affetto brusco, oppure sapere che c’è, al di là della strada, non lontano da qui. Pronto, sempre pronto a intervenire, a esserci. Ogni martedì e ogni altra sera che entro in teatro. Ma anche ogni altro giorno, quando “quante olive quest’anno!” , oppure “con chi gioca la Fiorentina?” oppure “da dove passerà il Giro d’Italia?” oppure “c’è una finestra che non chiude bene” oppure “ma sei ancora qui?” oppure “Diglielo a Riccardo, mi raccomando”………
Aveva acceso il fuoco nel camino, le fiamme impetuose brillavano e scoppiettavano. Non aveva voglia di uscire, si era da poco messo comodo sulla poltrona e era immerso nei pensieri, fra poco avrebbe preso il libro e si sarebbe riscaldato coprendosi con quella coperta vecchia e consumata, ultimo lavoro della mamma . Si era fatto buio e per le strade ormai non c’era nessuno. ma l’aveva promesso, doveva andare al magazzino a insacchettare la merce per il negozio. Si infilò gli scarponi pesanti, si copri bene con la giacca imbottita si mise sulla testa calva un colbacco consumato e liso che tutti gli inverni ritirava fuori dall’armadio. Con la torcia in mano uscì in strada. Quanta neve era caduta nella sera, leggera, soffice morbida. In alcuni punti era ghiacciata, scricchiolava sotto i piedi, suoni diversi a ogni passo. Andava lento e cauto, il ghiaccio era insidioso. Passando vicino alle case, si vedevano dalle finestre luci e famiglie in intimità. Dentro il magazzino c’era un gelo inaspettato, doveva fare in fetta, già sentiva freddo alle mani, doveva fare una bella scorta per non dover tornare di nuovo in quel posto. Muovendosi si riscaldò un po’, in breve tempo dentro i cesti c’era la scorta di frutta secca, fichi, mandorle, nocciole e pistacchi per la pasticceria. E quel sacco non si ricordava cosa conteneva, lo aprì con curiosità, dentro, fra nastri e fili argentati c’erano i campanellini che sua nipote anni addietro aveva usato per la recita d Natale a scuola. Ricordò i visi gioiosi dei bambini, l’atmosfera festosa, i canti, l’allegria. Si portò dietro il sacchetto: chissà che non serva di nuovo a qualcuno pensò intanto i campanellini suonavano ad ogni passo rallegrando il suo andare.
La mano gira e rigira la manopola, ma dalla tela marroncina escono solo brontolii. Oggi la radio non vuole funzionare, saranno le valvole ossidate oppure umide?
La radio dei tempi passati: un grande scatolone in legno chiaro, appoggiato su una mensola, davanti aveva una tela marroncina, una barra di vetro con tanti numeri e l’asticella rossa che indicava le stazioni. Ai lati campeggiavano due manopole bianche e nere, una per il volume e l’altra per la ricerca della stazione desiderata.
Stasera la mano gira e rigira la manopola, si ferma ogni tanto pensando di aver trovato la stazione giusta. Invece no! Si sentono solo fruscii e brontolii. Non c’è sintonia. Forse dobbiamo fermarci, aspettare e guardarsi intorno.
Prima c’è stato il buio, poi la luce accecante e il silenzio. Qualche lieve rumore di tazze che sbattono e poi ancora il silenzio.
Dove andare per trovare la stazione giusta?
Sarà certamente nelle parole che si possono scrivere, leggere e ascoltare.
E allora con fatica la mano gira e rigira troverà la sua giusta stazione.
Lo rigirava sotto i polpastrelli con grande incertezza. Era la prima volta che faceva esperienza di quella superficie liscia, omogenea, né fredda né calda. Non sapeva quanto fosse resistente quello strano materiale, e dosava la forza con cui lo stringeva, per paura di romperlo.
Nessuno gli aveva spiegato alcunché; mani solerti gliel’avevano porto senza parole, poggiandolo delicatamente sul suo grembo, come fosse una nuvola, una nuvola strana però, su cui poteva poggiare le mani.
Lo fece ruzzolare più volte su e giù fra le gambe e il torace, aspettandosi che succedesse qualcosa, ma non accadeva niente. Provava curiosità, ma anche rabbia. Sì, rabbia! Voleva sapere che nome dare a quella cosa che si ritrovava sotto i polpastrelli, e che colore avesse, a che cosa servisse … il non poterlo sapere lo portava a strusciarci le dita sopra con più forza, avanti e indietro, di lato, di sotto e di sopra, a seguirne la curvatura, così omogenea, sempre uguale. Ma ecco che, ad un’estremità, qualcosa interrompeva la liscia superficie: un gonfiore turgido si ergeva misterioso. Che cos’era? Tastò meglio, era un nodo. Sì, un nodo! Allora capì. Le maestre, a scuola, gli avevano letto delle storie in cui i bambini giocavano felici coi palloncini colorati e alla fine li lasciavano volare su nel cielo, tutti insieme. Lui non ne aveva mai visti. I suoi occhi erano bui, da sempre.
I passi sulle scale, rapidi e sicuri, lo richiamarono a sé. Era suo padre, lo riconobbe dal ritmo con cui i piedi battevano sugli scalini di pietra. Entrò nella stanza e gli fece una carezza sulla testa appena gli fu dietro, scarruffandogli i capelli, senza dire niente. Questo bastò ad Enzo per sentirsi felice. Suo padre era tornato. Anche se non parlava riusciva ad esprimere con piccoli gesti tutto il suo amore. E lui in quell’istante amò la vita ancora di più: per suo padre che non parlava e per il suo palloncino fra le dita. Anche se non poteva sapere di che colore fosse, non importava: poteva immaginarlo ogni giorno di un colore nuovo.
Dove vanno a morire i palloncini? – di Roberta Morandi
Dove vanno a morire i palloncini? Anni fa scrissi una poésia dopo aver visto tanti palloncini colorati fuggire dalle mani dei bambini. Dov’è andata a finire? Rimasta nella memoria di un vecchio computer e mai liberata? Oggi, uno stropiccío plasticoso mi ha riportato alla mente quella immagine sepolta e ormai inusuale dei palloncini che i bimbi, durante le feste paesane, tenevano in mano o legati al polso per non farli volare via, e se li lasciavano andare li seguivano coi nasi all’insù, un po’ perplessi un po’ smarriti e un po’ interrogativi… Cerco nella memoria quella poesia, ma non trovo nessun appiglio. Immagino un cielo pieno di palloncini colorati, di varie forme, ma della poésia nessuna traccia. Forse l’ho scritta anche su carta, allora sì che è perduta, considerato il mio disordine. Già la mia memoria, come quella del mio computer, devono essere fatti della stessa pasta! Come una scatola di latta che puoi agitare e dove le cose al suo interno si mischiano senza un senso compiuto. Poi ci tamburello su e magicamente torna tutto in ordine. Sì il mio cervello è proprio così, prima o poi saprò dove vanno a morire i palloncini!
Quella tavola di compensato stava lì, muta, ma sembrava lo guardasse per sfidarlo….e a lui pareva sussurrasse: ”tanto non ci riuscirai mai…”
Il peggio era che anche lui rimandava come un’eco questo convincimento: infatti era rimasto fermo, imbambolato di fronte al dover fare… insomma partorire qualcosa…Neanche l’orgoglio gli era d’aiuto; c’era una gara tra compagni di classeper chi avrebbe fatto il lavoro più bello, più originale..e lui sapeva che, più o meno, tutti erano più bravi …come manualità era abbastanza…..come dire..:spastico? Sì,questa forse era la parola giusta: spastico.
Per distrarsi da quel pensiero deprimente, cercando di non pensare a quella che sarebbe stata la sua sorte l’indomani, quando si sarebbe presentato a mani vuote….insomma per uscire da quella specie di oscura marea, si tuffò in una lettura che era la sua passione e il suo rifugio: quel Salgari che lui pronunciava Sàlgari e che invece, una volta adulto, avrebbe scoperto che tutti lo chiamavano Salgàri, unacosa che per lui era quasi un’offesa personale.
Insomma, il libro dei Misteri della Jungla nera fece crollare le mura e le pareti della stanza che si aprirono al sole bruciante dei Tropici, con stordenti esalazioni sevagge di liane gonfie di succhi misteriosi.
E poi la scena..: una pattuglia di Thugs.., i terribili adoratori della Dea Khalì..armati del loro micidiale “kriss”, quel kriss malese tanto dettagliatamente descritto dalla sapienza dell’autore e così affascinante nella sua sinuosa forma serpentina.
Già..il kriss..QUEL kriss..il pensiero gli rimase fisso lì..uno struggente desiderio..ah, avesse potuto averne uno..ma non ce l’aveva, chissà dove si poteva trovare…Sobbalzò..trovare no, ma forse lo poteva “fare” con le sue mani..Rimase abbagliato da questa gloriosa constatazione..stregato addiruttura…Fatto sta che, afferrata la tavola di compensato (che ora non rideva più tanto) cominciò a lavorare, si tagliò, inveì contro la lama del traforo, si intestardì..mangiò appena, ma alla fine qualcosa che assomigliava a quel pugnale tremendo venne fuori…Passò la sera a lucidarlo, plasmarlo, dipingerlo, lo ornò perfino con pezzetti di vetro a mò di gioelli..(quelli non ce li aveva davvero)…Finalmente si fermò: la sua opera era proprio bella..ma soprattutto portava con sé il profumo stordente della Jungla Salgariana ..
Quella notte dormì poco..chissà, forse la mattina dopo le sue fatiche sarebbero state premiate..o forse no…ma non aveva importanza.
Scalare è faticoso ma bello; sentire lacrime di gelo scorrere sul viso e il vento che ti schiaffeggia asciugandole.Quando alzi la testa o la pieghi per trovare nuovi appigli ti sembra di sentire una musica che varia nei toni e diviene compagna della tua fatica insieme ad una grande felicità.
In cima volgo lo sguardo in basso e si apre l’immenso.
Il fiato, il fiato manca. Arranco, mi trascino il mio bel peso che piano , ma molto piano sta diminuendo. Le scarpe adatte, il bosco ancora verde l’autunno tarda e forse non arriverà neppure. Ogni tanto un sasso slitta sotto il mio piede m’accorgo però che non è un sasso qualunque e che non è slittato lui ma è stato il mio piede che è scivolato, il sasso è ben fermo e infisso per terra e come lui altri , tanti altri , tantissimi….. Poi passato il cimitero trovi la strada romana, che poi era quella etrusca e ti ritrovi nel bosco …. “buona passeggiata !” così m’aveva detto Fosco l’oste. In effetti neanche ricordavo quelle due chiacchiere fatte dopo un caffè …. Sensazione strana camminare su secoli e millenni di storia, di vite vissute, di avi, forse non miei ma di qualcuno sicuramente. Sì strano effetto che mi prende sempre a contatto con l’antico, torno bambino slaccio la fantasia mi immedesimo, cercocon l’immaginazione volti, voci, discorsi, battute….chissà come e di cosa ridevano gli etruschi (non abbiamo scoperto la loro fonetica). Continuo a camminare scendendo e guardando quei sassi che qualche schiavo o liberto, o affrancato ha messo lì più o meno 2500 / 2700 anni fa, resto senza fiato e questa volta non è il peso a fregarmi ma lo stupore, la consapevolezza di essere del mondo e nel mondo accompagnato chissà da quel che resta nell’aria da chi ci ha preceduto. Miracolo. Mi vien da pensare a tutti i meschini, balordi, stupidi, cattivi che cercano il potere, la potenza, che sopraffanno altri, che illudono, potessero essere qui con me e godere della bellezza di questo posto, della storia, della curiosità che si sprigiona camminando su questi ciottoli. Oh certo di sicuro c’erano anche all’atto della costruzione persone così, tutto il mondo è paese, ed infingardi, traditori, vigliacchi, approfittatori e razzumaglia umana son sempre esistiti e sempre esisteranno, non c’è da illudersi. Va be’, andiamo avanti anzi torniamo indietro che ora è salita. Vado però più leggero, rientro in paese e per tornare a casa faccio il giro lungo, saranno 30 mt in più ma passo davanti all’Arce, alle Mura Ciclopiche del periodo ellenistico che forse hanno udito le storie di Alessandro Magno (i contatti fra etruschi e greci furono intensi) e stupisco di nuovo. Mi fermo, respiro, guardo il panorama che è quasi commovente, la mente galoppa anzi rigaloppa e vado a casa certo che domani quando ripasserò da lì proverò le stesse identiche sensazioni di oggi col vantaggio che non mi verranno mai a noia. E già è ora di cena .
Ieri era Pasqua …oggi è quasi Natale – di Stefania Bonanni
“Paolo, bisogna ci pensi tu. C’è un mare di nettezza da buttare. Li ho messi in terrazza, i sacchetti”
“Ma sei impazzita? Ci saranno dieci sacchi, ma chi l’ha fatto, tutto questo sudicio?”
“Chi l’ha fatto! Qui si mangia, si spacca l’uovo, ci si diverte, e poi al resto non ci pensa nessuno! ci saranno un paio di sacchi pieni delle carte dorate delle uova di cioccolata. Che ridere però: non c’è nulla che si possa paragonare a quegli occhietti spalancati, e a quel cazzottino che cercava di fare presto, a spaccare tutto! Certo, poi restano le carte da buttare! Poi ci sono i resti del pranzo, le bottiglie di plastica, poi da sole quelle del vino, dello spumante, poi varie carte delle confezioni dei regali. Si, però hai visto come erano tutti sereni, diventati piccini in un attimo!”
“Si si, ma alla fine se ne sono andati, e noi qui a buttare il sudicio!”
“Dai, non fare il brontolone. Cosa volevi? Che rimanessero qui? Loro se ne vanno sempre, ma è così bello vedere che sono contenti quando tornano!”
“Attenta, hai messo i sacchetti in bilico, sull’orlo delle scale!”
“Oddio, pigliali, pigliali,
corri….”
Skresh, stromp, spam spam, splim (queste
ultime erano le bottiglie di vetro…)
“Stefi, non ce l’ho fatta! Tutto rotto. Ed il giardino pieno di rifiuti”