Per la serie: Alchimia di storie a più mani

“LE RAGAZZE DI FIRENZE” – Di Elisabetta Brunelleschi, Sandra Conticini, Anna Meli, M.Laura Tripodi

Da qualche anno l’alluvione aveva lasciato ferite aperte su Firenze che vedeva monumenti, capolavori e libri danneggiati, insieme a negozi mai più riaperti.

Sul ponte alla Carraia alle otto, quel mattino, Fiorenza camminava veloce  perché voleva fermarsi al bar per la colazione. Spesso lì incontrava i compagni di scuola e Mario, il barista, che con la sua velocità nel servire, sbalordiva le ragazze facendo il giocoliere con piattini, tazzine, bicchieri e, spesso nel frastuono, oltre al tintinnare delle stoviglie si sentiva anche il rumore dei cocci. In questo ambiente così movimentato gli occhi spenti di Fiorenza si ravvivavano specialmente quando la musica del  Juke Box, con le canzoni dei Beatles e dei Rolling Stones, le metteva addosso il ritmo e la voglia di ballare.

Deve andare a scuola, ma tutte le mattine è un grosso sacrificio entrare in quell’edificio così buio e triste, con professori ormai antiquati, materie che non le piacciono, ma deve raggiungere il suo scopo a denti stretti, arrivando ad ottenere quel pezzo di carta per poter accedere ad un posto sicuro.

Aspetta a gloria la domenica pomeriggio per andare in quella sala da ballo sull’Arno dove la musica e il ballo la inebriano dandole una vitalità infinita, facendola diventare leggera e armoniosa. Qui ha conosciuto anche diverse persone, ma con due ragazze Laura e Ginevra, un po’ più grandi di lei, si trova molto bene e, anche se sono tutte e tre diverse, stanno volentieri insieme.

Laura è una bella ragazza di 21 anni alta, pelle olivastra, bruna con i capelli morbidamente ricci e occhi verdi, un po’ cicciottella, ma pazienza, d’altronde è una bongustaia!!!

Veste quasi sempre sportiva, ha molti amici ed un ragazzo con il quale va in moto, ma la domenica in estate la lascia andare a ballare, tanto sul loro amore non ci sono nuvole!

Studia giurisprudenza, le piace molto, dà più esami possibili per laurearsi e poter vedere avverati i suoi sogni. Quando ha un po’ di tempo libero le piace camminare nei boschi per riposare la mente infastidita dai rumori della città e scrive qualche poesia. La discoteca però le mette addosso il brio e l’adrenalina, che le servono per riuscire a studiare meglio e più in fretta.

Fiorenza e Laura hanno conosciuto Ginevra per caso, fuori dal rumore assordante della sala da ballo, le hanno chiesto l’ora e poi si sono messe a parlare forse di cose futili, ma è così che è sbocciata la loro amicizia, che ormai dura da un po’ più di due anni.

Ginevra è una ragazza alta e sbarazzina, con i capelli lunghi e ricciolosi, ogni tanto azzarda a lisciarseli, ma sono troppo ribelli, quindi spesso rinuncia. Ha due occhi marroni scuri quasi neri e pungenti come due capocchie di spillo, una bocca a cuore che sembra dipinta da un pittore, specialmente quando si mette un po’ di rossetto. Le mani sono lunghe, magre, sempre ben curate con smalto molto fantasioso. Veste sportiva, ma non esce senza orecchini, spesso vistosi e colorati e ama portare braccialetti, orologi, anelli, quasi mai collane.

Ha conseguito il diploma al liceo classico con un buon risultato e ha iniziato l’Università ma, la sua voglia di indipendenza e il suo senso di responsabilità, l’hanno fatta smettere e andare a fare la cameriera in un albergo a 5 stelle in Austria. Qui i ritmi erano serrati e stressanti, le mancavano la famiglia e gli amici, quindi ha deciso di tornare nella sua amata Firenze dove lavora in ristorante molto conosciuto. Il suo sogno nel cassetto sarebbe quello di diventare un’attrice famosa, ma è consapevole che non sia facile.

Spesso la domenica sera, dopo aver ballato, le tre amiche mangiano insieme e vanno a casa  di Ginevra che abita lì vicino, nella casa della nonna costruita negli anni 30. La strada dove si trova è molto silenziosa, ogni tanto passano qualche macchina e pochi motorini. Solo nel giugno del ’69 in occasione della vittoria dello scudetto della Fiorentina in questa strada, che ancora oggi sembra dimenticata da tutti, si formò un grosso ingorgo, fu invasa da FIAT 500, giardinette, multiple con lo strombazzare dei clacson, trombette, cori, persone a piedi e tutto era di un unico colore viola.

Per la sua famiglia quella casa è molto importante, perché è stata costruita dal babbo e dal fratello della nonna… pietra su pietra.

Nonostante la casa sia ormai vecchia, lei riesce a sentire l’odore del sacrificio, perché in quegli anni costruire una casa di tre piani era un lavoro molto duro, e anche l’odore della paura di aver vissuto gli anni della guerra fa venire ancora la pelle d’oca. Praticamente la famiglia della nonna viveva nel sottosuolo con le finestre tappate dai sacchi di sabbia e ogni volta che veniva sganciata qualche bomba dagli aerei, sembrava che la casa fosse stata abbattuta e invece anche quella volta, per fortuna, erano tutti sopravvissuti. C’è anche l’odore del fango, della nafta e il dispiacere di aver perso tutto quando a Firenze venne l’alluvione, ma per fortuna c’è anche l’odore della gioventù, della spensieratezza e dell’amore e anche l’odore e le grida dei bambini. Perché è li che la nonna e sua sorella abitarono dopo il matrimonio.

Per Laura e Fiorenza, che abitano in case moderne, quella casa ha un fascino perciò quando sanno che Ginevra è libera dal lavoro, vanno a trovarla e, insieme a un po’ di musica, organizzano qualche escursione, da fare insieme.

Laura spesso propone di andare nella vecchia casa colonica di famiglia verso San Miniato al Tedesco. Quando da piccola arrivava a quella casa, a metà della salita, le sembrava la casa di Biancaneve con quelle finestrine e quelle tendine bianche di trinato e i ciclamini rosa che facevano da padroni con il loro delicato ma deciso colore e profumo. Appena arrivati i ragazzi si mettevano a correre, saltare e giocare sull’aia fatta di pietre sconnesse, inframezzate da un’erba sempre verde. Sotto il caratteristico loggiato c’era il portoncino che immetteva in un corridoio sul quale si aprivano un salottino e le camere, tutto era pavimentato in cotto e arredato con mobili di massello scuri e severi. In fondo una grande cucina accogliente e luminosa, con un bel camino dal quale penzolava una catena affumicata con un nero paiolo che ricordava tutte le varie feste e ricorrenze trascorse intorno a quel tavolo vecchio e pieno di segni. C’era ancora la vecchia madia per il pane, rassicurante, gli armadini bianchi e diverse sedie impagliate. Dalla porta finestra della cucina si usciva su uno spiazzo e scendendo tre scalini sulla destra c’era la cantina, dove si poteva trovare di tutto, ma soprattutto l’occorrente per fare il vinello leggero per tutta la famiglia

Da lì si poteva ammirare un bel panorama: San Miniato Basso con le sue case piccole e ammucchiate, il verde della campagna e i terreni coltivati, i comignoli fumanti, ma si sentivano anche il canto degli uccelli, l’abbaiare di un cane in lontananza, il trattore che trainava l’aratro, qualche voce nel vento e il fruscio del salice piangente vicino al fosso.

Una mattina Laura, Fiorenza e Ginevra erano nel bar perse davanti agli equilibrismi di Mario, a un tratto, si guardarono e quasi all’unisono esclamarono: -Domenica a San Miniato!-

Dopo una risata, si accordano per gli orari e i mezzi. Sarebbero partite alle nove. Laura metteva a disposizione la propria Cinquecento. A San Miniato c’era una sagra e nel pomeriggio, nella piazza si ballava!!

Parcheggiano vicino alle antiche mura e imboccano il viale che dopo pochi metri si immette nell’ampio spazio occupato per l’occasione da bancarelle, tavoli e un palco dove già erano disposti gli strumenti del complesso che avrebbe animato le danze. Un arcobaleno di colori abbellisce le pareti degli edifici: a ognuno corrisponde un rione.

Dalle finestre dei severi palazzi seicenteschi sventolano le bandiere rosso-bianche del Leoncini di Sotto, sulle facciate delle case medioevali ci sono i lunghi striscioni verdi e gialli dei Santi di Sopra; mentre i lunghi caseggiati ottocenteschi mostrano i drappi turchini dei Fontanari.

Sono appena le undici del mattino e la piazza già pullula di gente pronta per i primi posti agli stand gastronomici dai quali già si diffondono aromi di ragù e arrosti.

Le ragazze si guardano attorno stupite e contente poi camminano verso la fontana, vogliono immergere le mani nell’acqua delle vasche perché,  racconta Laura, bagnarsi le palme delle mani prima di mezzogiorno porta speranze d’amore.

Il gorgoglio delle acque per un attimo annulla il vocio della folla, le ragazze si avvicina no, appoggiano la palme delle mani sulla superficie del trasparente liquido e, in segreto, pensano a qualcuno. Restano immobili anche quando il vento porta sui loro volti gli spruzzi che dai delfini scendeno nelle vasche. Finalmente tolgono le mani dall’acqua.

Fiorenza intanto osserva le formelle murate tutto intorno alle vasche ci sono stemmi, fiori, teste di leoni, cavalli e poi:

-No! guardate cosa c’è scritto!- Su una formella è raffigurata una lingua stretta da una tenaglia sormontata dall’iscrizione:”no male-dicere”.

Ah, lingue pettegole! E si divertono a immaginare le donne di San Miniato intente a attingere acqua e notizie piccanti riguardanti amori, tradimenti, inganni e poi chissà quanti incontri furtivi, sguardi nascosti.

Ginevra alza lo sguardo verso la palazzina a tre piani che occupa il lato più stretto della piazza: da una delle finestre si affaccia una signora di mezza età.

Anche le amiche si voltano dalla stessa parte, Laura la riconosce immediatamente.

Quella donna è Giulietta, non il diminutivo di Giulia, lei si chiama proprio così, ed è l’ultima erede di una vecchia famiglia di San Miniato, vive sola in quella grande casa, che al suo interno nasconde arredi antichi e uno splendido giardino.

Si avvicinano parlottando e giunte al portone si trovano davanti Giulietta, è lì ferma come stesse aspettandole. Le saluta con un vivace buongiorno e le invita a visitare il giardino:

-Oggi è giorno di festa e io apro il cancello, venite!-

Pochi passi e le ragazze entrano in un’oasi di verde, dove i rumori sono cancellati e alle orecchie giungono solo fruscii di rami e lievi frulli d’ali d’uccelli che fuggono al loro avvicinarsi.

Piante dalle chiome maestose coprono le loro teste e intricate siepi d’alloro e di bosso nascondono tavolini, sedili in pietra e, in fondo, quasi addossata al muro di cinta, una vasca rotonda con un putto di terracotta.

. Giulietta spiega:

– Vedete, questo è l’unico giardino superstite dei tanti che c’erano a San Miniato.-

Le ragazze sono affascinate, si sentono catapultate in un altro mondo, in un’altra epoca!

-Voi siete la gioventù, dovete imparare a amare quello che sta intorno a voi, per proteggerlo!-

Giulietta in paese non ha molti amici, vive un po’ appartata, ma tutti sanno chi è. Ogni mattina se ne esce, sempre elegante con quel suo stile all’inglese e va verso la banca dove lavora come cassiera. Un impiego che non le piace e quel suo modo di camminare dritta, con lo sguardo fisso che, secondo alcuni, le dà un che di altezzoso, le permette, in verità, di non pensare al disagio di quei giorni uguali tra conti, bonifici, distinte, …

È felice quando può ritirarsi nelle sue stanze e immergersi nell’ascolto di Mozart. Adora il fluire leggero delle sue note che alla fine però la costringono a sentire il senso più profondo della vita.

Infatti dalle stanze della casa giunge l’eco di una musica, starna e sconosciuta alle orecchie delle tre giovani amiche.

Giulietta capisce che si sono accorte di quei suoni e domanda:

-Non conoscete Figaro…-

– Chi il gatto di Geppetto?- Le ragazze ricordano il cartone di Disney.

Giulietta sorride e le fa avvicinare alla porta-finestra del salone, un canto melodioso parla di un cappello da guardare e ammirare, fatto da una certa Susanna.

Le tre amiche ascoltano e poi quasi all’unisono esclamano:

-Ma che cos’è?-

-Un’opera di Mozart, racconta di un matrimonio, ma voi, lo so, apprezzate altra musica, siete venute per ballare.-

Era proprio così, in piazza, sul far del tramonto iniziava il concerto e le ragazze si sarebbero scatenate .

Giulietta si fa prendere dai ricordi. Amava andare a ballare, ma ora,  con il passare degli anni, si era appesantita, si sentiva un cassettone e in mezzo alla piazza non ci si vedeva… ma era proprio vero?Qualcosa si stava risvegliando in lei.

Un attimo di silenzio, il fragore degli strumenti invade il giardino e supera la melodia del duetto mozartiano. Le ragazze, calamitate dai suoni, salutano gioiosamente Giulietta e si avviano verso la piazza.

Qui tanti ragazzi già si stanno muovendo a ritmo della musica.

Nessuno si è accorto che il cielo sta diventando scuro… improvvisamente larghe e pesanti gocce cadono qua e là bagnando persone e cose: odore di polvere… fuggi fuggi generale… 

Fiorenza, Laura e Ginevra si scambiano uno sguardo complice e corrono verso la casa di Giulietta. Il portone è accostato. Entrano rumorosamente. Fatti pochi passi si arrestano, qualcosa di strano sta accadendo.

Nella casa non riecheggiano le armonie di Mozart, ma il ritmo scatenato dei Pink Floyd e Giulietta a piedi nudi si dimena come una teen-ager nella sala da ballo. 

 Anna

Elisabetta

Maria Laura

Sandra

Una storia speciale


Amore inossidabile – di Nadia Peruzzi

 Mary Jo era eccitata mentre si stava guardando allo specchio.

Sensazione nuova per lei che non era abituata a quelle situazioni.Con Jumpy Jim quella sera sarebbe andata al Blue Night. Da un po’ si vedeva poco in tiro e decise di darsi una gonfiatina prima di uscire.

Sentì un grande sferraglio là fuori e immaginò che Jumpy fosse arrivato. Era a bordo di un bolide con 6 ruote tanto alto che le fu difficile salirvi con le sue gambette. Dovette darsi un po’ di slancio e dopo un salto o due riuscì a prender la mira e ad atterrare sul sedile del passeggero.

Rimase abbagliata dal luccichio accecante che emanava Jumpy. Lui sì che era in tiro. Alto, snodato, lineamenti decisi e scolpiti nel metallo.

Uno splendore di ragazzo: ops di robot, si disse Mary Jo. Diverso da quelli teneri come il burro e soffici come un bombolone ripieno di gomma piuma in mezzo ai quali era stata.

Mary e Jumpy erano figli di una strana epoca in cui, dopo la grande glaciazione, i pochi umani rimasti non riuscivano più a comunicare fra loro parlandosi direttamente e avevano perso man mano anche l’abitudine a sfiorarsi, toccarsi, abbracciarsi. I sentimenti man mano si erano inariditi, i cuori non battevano più per amore e i rapporti fra maschi e femmine si erano fatti più impersonali.

Mary e Jumpy non avevano una mamma e un papà, nascevano assemblati da una catena di montaggio. Per bambole gonfiabili, lei, per robot lui.

Mary era programmata su ruoli precisi, quelli che alcuni uomini avevano sempre attribuito alle femmine. Oggetti di piacere, senza sentimentalismi. Così per fare, quando si pensava di aver voglia e senza complicazioni.

Almeno Jumpy Jim era stato programmato  anche per altro. Lavare le macchine, tener pulito e curare un giardino, tuttofare per la casa. Sapeva riparare di tutto e cucinava pure, visto che una delle sue schede conteneva tutte le puntate dei Menù di Benedetta, prelibatezze comprese.

Una sera Mary Jo e Jumpy Jim si ritrovarono sullo stesso furgone, direzione non si sa dove.

Fraternizzarono subito e si misero a fare conversazione .

La voce di Mary era dolce e vellutata. Non poteva essere altrimenti nascendo dalla massa gommosa e morbidissima da cui era composta.

Quella di Jumpy era tagliente come il metallo che lo avvolgeva tutto. Parlava a scatti perché, per un piccolo difetto di fabbricazione, ogni tanto i circuiti della parola si bloccavano.

Si scoprirono diversissimi e fu una bella scoperta dopo la monotonia del magazzino nel quale erano stati stipati in mezzo a migliaia di cloni di se stessi. Si piacquero, senza sapere perché.

Il furgone li depositò in via delle Camelie. Mary a casa di un grasso e brutto individuo di nome Red Light che abitava con una madre anziana e ossessiva. 

Jumpy Jim, nella casa vicina, che apparteneva alla famiglia Goblin.

Mary Jo era triste per le cose che la costringeva a fare il signor coso. Aveva sperato che l’avessero scelta per la sua scheda di pregiatissima e fidatissima governante per vecchie signore in difficoltà e invece si ritrovò a dover svolgere il compito al quale teneva di meno. Quello di bambola squillo con big data derivanti da testi sconci e pornografia di basso livello per uomini con turbe sessuali al limite del maniaco e così avari di sentimenti da esser rinsecchiti fino all’impotenza.

A Jumpy le cose andavano meglio. Aveva tanto da fare per rassettare la casa e tenere in ordine il giardino e la piscina. La padrona di casa spesso era fuori per lavoro, quindi le sue prestazioni aggiuntive di robot oggetto si limitavano a una, due volte al mese. Spesso doveva dedicarsi ai bambini, cosa che lo faceva divertire molto.

Si tenevano aggiornati l’una dell’altro quando capitava che si trovassero in giardino. Jumpy vedeva che Mary era triste e ogni giorno più sciupata. Quelle belle curve che aveva notato sul furgone stavano diventando flosce, il colore tendeva allo sbiadito e al palliduccio. Doveva far qualcosa.

Per questo l’aveva invitata al Blue Night. Voleva strapparla dalle grinfie di quel panzone almeno per una sera. Si sentì felice quando la vide salire sul suo bolide: si era truccata ed era allegra.

Praticando gli umani, man mano, avevano imparato e ridere e a piangere, a provare paura e ansia, rabbia e rancore e a avere qualche vaga idea di cosa volessero dire felicità e infelicità.

Sedendo accanto e guardandosi Mary Jo e Jumpy Jim tornarono col pensiero a quel viaggio durante il quale si erano trovati vicini per la prima volta. Si scoprirono diversissimi, ma l’attrazione fra loro era ancora forte come quel primo giorno. Mary quasi cinguettava, mentre Jumpy ogni tanto faceva scintille e qualche sfrigolio per colpa di alcuni fusibili eccessivamente sotto pressione. Si rifugiarono in un posto tranquillo per stare un po’ da soli. Si amarono appassionatamente cercando ispirazione in quelle immagini in bianco e nero che talora vedevano passare in quella scatola rettangolare che i loro padroni chiamavano televisione.

Mary, che di solito era fredda e distaccata e rispondeva solo a comando si sentì coinvolta da questo ragazzone strano con la sua andatura e i suoi gesti un po’ a scatti. Aveva lunghe dita snodate che quando la afferravano alla vita le davano brividi di piacere e le facevano dimenticare il panzone, quella grande arpia di sua mamma e l’armadio pulcioso dove la riponevano la mattina dopo l’uso notturno. Jumpy non aveva idea che un corpo potesse essere così morbido, vellutato, soffice, tenero e accogliente come quello di Mary.

Non voleva più lasciarla.Tanto meno voleva rimetterla nelle mani di quel rozzo e trasandato uomo con quei pantaloni zozzi, quella canottiera tutta grigia, macchiata di sugo e scucita e in balia di quella vecchia cattiva e sdentata che non aveva un briciolo di sentimenti per nessuno.

Convinse la signora Goblin che si sentiva solo e che aveva bisogno di una compagna. Le disse che lì accanto viveva Mary Jo per la quale aveva cominciato a provare sensazioni che non aveva mai provato prima.

Lo aveva aiutato quel periodo di frequentazione con gli umani e la vita che scorreva in famiglia. Per qualche motivo il programmatore che aveva lavorato su di lui e Mary aveva deciso di inserire, insieme alle altre, una scheda dei sentimenti e quella piano piano aveva iniziato a funzionare .

Lasciare Mary prigioniera di quella famiglia rozza, grezza e arida di sentimenti lo faceva soffrire. Voleva sposarla. Sarebbe stata una brava collaboratrice per la famiglia, visto che era stata programmata anche come governante e educatrice per i bambini.

La signora Goblin si convinse presto, tanto più che nelle sue lunghe assenze era costretta ad affidarsi a governanti per i bambini con cui non sempre si era trovata bene. Avere Mary in casa insieme a Jumpy, pensò, avrebbe risolto molti problemi.

Si sentì un po’ impacciata e fuori luogo quando suonò alla porta dei vicini per chiedere la mano di Mary per conto di Jumpy.

Con grande sorpresa di tutti il signor Red Light non oppose alcun rifiuto, anzi fece in modo che la sera stessa Mary si trasferisse dai Goblin.

Non fu perché si era intenerito pensando ai sentimenti che erano in gioco. Si era semplicemente stancato di Mary e dei suoi giochetti e aveva ordinato una sua sostituta programmata per cose molto più hard e senza i freni inibitori che ogni tanto si attivavano nei circuiti di Mary.

Mary e Jumpy si sposarono di lì a una settimana.

Lei aveva rimesso a posto tutte le sue curve e le sue rotondità. Lui era passato da un meccanico per farsi oliare bene le giunture. Aveva fatto anche un passo al laboratorio per vedere se si poteva far qualcosa per correggere quel suo parlare a scatti, ma non ci fu verso. Il circuito era malfatto e non si poteva riparare  senza compromettere il resto.

Il suo “Si, lovoglio!” Fu detto con una lunga pausa in mezzo, ma Mary non se ne preoccupò perché conosceva quel difetto, e attese anche il resto senza patemi.

Era raggiante. Labbra a cuore su cui la signora Goblin aveva messo un bel rossetto scarlatto. Aveva scelto un abitino semplice ma elegante che le copriva le gambette che la costringevano a procedere a saltelli come una ballerina classica e accentuavano la flessuosità delle sue forme procaci.

Fu bellissima la prima notte. Mary non dovette attingere alla sua scheda hot e poté finalmente essere se stessa dandosi con passione a Jumpy e perdendosi fra le sue mani e braccia d’acciaio.

Rimase stupita per ciò che il programmatore birichino si era inventato per le parti più segrete del suo Jumpy e che furono una piacevole scoperta dopo il flaccidume privo di vita del signor Red Light, probabilmente castrato da quella madre possessiva e priva di cuore.

La targhetta che rimandava al modello ispiratore recava la scritta “ Rocco Siffredi”. Un nome che a Mary non diceva nulla e tuttavia lei si scoprì ogni volta a ringraziarlo senza farsi sentire da Jumpy che in fondo era solo un clone ben fatto, per non offendere il suo amor proprio di robot maschio possente.

Andarono a vivere vicino al garage dei Goblin in una dependance costruita apposta per loro. Avevano tutto ciò che serviva. La privacy, l’olio per le giunture di Jumpy, gli attrezzi per le piccole riparazioni, la pompa a pressione per riempire le forme rotondeggianti di Mary ogni volta che perdevano smalto.

Le canticchiava felice, lui la guardava rapito e un po’ a scatti le parlava d’amore e di sentimenti. Per fortuna, diceva, i programmatori non erano stati insensibili e si erano inventati il modo di far emergere con il tempo anche in loro sensazioni e sentimenti.

Quell’ammasso di metallo e quella tonda e soffice bambolina, per quanto strani fossero a vedersi, riuscirono a vivere insieme felici per molti anni.

Almeno fino a che, in mezzo alle giunture di Jumpy, la ruggine prese il sopravvento e nessun tipo di olio fu in grado di lubrificarle. Si bloccò pian piano e un brutto giorno Mary lo trovò immoto e inerte.

Lo seppellirono in giardino. Mary volle piantare sulla sua tomba un letto di rose rosse, ricordo dei loro giorni  appassionati. Si scoprì devastata da un dolore profondo. Non resse che poco tempo senza il suo Jumpy.

Si lasciò morire un giorno di estate lanciandosi in mezzo alle rose. Mentre sentiva  le spine che bucavano senza pietà il suo involucro di bambola gonfiabile e sibili dell’aria che usciva pian piano, riuscì ad aspirare per un ultima volta il profumo intenso delle rose che le riportava un po’ anche del profumo del suo amato Jumpy.

La trovarono la mattina dopo piatta, prosciugata e priva di forme stesa sulla tomba a braccia allargate, quasi a volerlo stringere tutto in un ultimo, tenero e appassionato abbraccio. 

Giochi di parole

gioca con: dannazione, attendente, appioppare, avvertimento, pazzo, birboncello, ammarare, arroccato, affogare, Lollobrigida, nonnulla.

Gioco di Parole – di Nadia Peruzzi

L’avvertimento di una chiromante divenne premonizione. Un pazzo per un nonnulla mi farà affogare nella fontana intitolata a Lollobrigida. Che dannazione! Sognai pure male. Vidi l’attendente di un ammiraglio appioppare un ceffone ad un birboncello che aveva fatto ammarare il suo idrovolante vicino alla portaerei.

Dandoglielo aveva perso l’equilibrio e si era incastrato e arroccato su uno scoglio da dove urlava :”Ora ti affogo, bischero!”

Gioco di parole – di Sandra Conticini

Lo avevano appioppato agli zii avvertendoli che era birboncello, ed era la dannazione dei genitori. Quei pazzi volevano andare a vedere la Lollobrigida, ma stavano arroccati su un pietrone rischiando, con un nonnulla, di affogare portandosi dietro anche l’attendente che stava ammarando con il suo deltaplano.

Gioco di parole – di Rossella Gallori

Che io non fossi la Lollobrigida, era evidente, solo un pazzo poteva ammarare su di me con quel pallido bouquet.

Lui arroccato nel suo appioppare fregature, trasformando un nonnulla in  grandi eventi.

Subivo il suo perfido fascino, come una dannazione, un avvertimento  grigio….

Per non affogare, lo immaginai come un vecchio cane pulcioso, accudito da un attendente, birboncello e menefreghista…..

Gioco di parole – di Anna Meli

Dannazione! Dovevo proprio essere nominato attendente della Lollobrigida! Quella pazza, quando l’avevo avvertita di non tuffarsi perché correva il rischio di affogare, mi aveva detto:

Bricconcello!!!

E ora se ne stava là ammarata, saldamente arroccata sulla boa credendo che ci sarebbe voluto un nonnulla per andare a riprenderla! Se avessi potuto le avrei appioppato una bella pacca sul sedere!

Gioco di parole – di Franco Bellio

Dannazione!” esclamò l’attendente dell’ammiraglio Lollobrigida imprecando contro quel pazzo superiore che, arroccato sui ferrei principi militareschi, per un nonnulla gli aveva appioppato una severa punizione senza  degnarlo nemmeno di un piccolo avvertimento. Tuttavia, da birboncello quale era, sfogò bonariamente la sua fantasia vendicativa augurandosi di vederlo prima ammarare , quindi inabissarsi con la nave durante le esercitazioni e quindi affogare.

Gioco di parole – di Elisabetta Brunelleschi

Birboncello che te ne stai arroccato su codesto pazzo desiderio; senti il mio avvertimento e, alla fine, la tua dannazione si affogherà in un nonnulla.Oppure vuoi ammarare come un oscuro attendente?Non lasciarti appioppare una vecchia e grinzosa Lollobrigida, vai avanti e posati su una vezzosa e giovane ragazza Lollo.

Gioco di parole – di Stefania Bonanni

Ultimo avvertimento : il pazzo che ci insegue, per un nonnulla, può  costringerci ad affogare. In questo momento è  arroccato sullo scoglio davanti alla duna, ma sta sparando, e ci impedisce di ammarare. Lollobrigida…Lollobrigida… Non era il nome in codice? Ah, birboncello, allora? Neanche! Attendente, la prego, cerchi di capire lo stesso. Dannazione, ci faccia appioppare una scorta qualsiasi…

Gioco di parole – di Mimma Caravaggi

L’avvertimento di quel pazzo attendente, era un nonnulla rispetto al birboncello arroccato sull’albero che cercando  di ammarare insieme alla Lollobrigida appioppandole una mazzata in testa, proprio mentre lei diceva “dannazione” e lo colpiva a sua volta con un pugno sul naso mandandolo con la testa sott’acqua con il rischio di affogare.

Tutta colpa della luna

Tutta colpa della luna – di Roberta Morandi


Quando la memoria si offusca, quando il corpo non ti appartiene più, quando la parola non esce, quando la pace arriva sempre più  veloce, quando anche il bambino che è in te prende altre strade, quando il mare di pensieri ti avvolge come schiuma di un onda che arriva e già si ritrae, quando questo e  altro accade troppo spesso  per poterlo controllare e contare, quando tutto dipende dall’umore della luna che si assopisce nel suo biancore,  allora puoi sentirne il rumore e percepirne la grandezza: ti indica la strada  che dovrai percorrere.
Hai una scelta, puoi annientare la tua memoria al giudizio degli altri nel non voler più ricordare, e lasciarti alle spalle tutto il bello e tutto il male, affondare le tue mani scarne nell’oblio di un non ricordo cercato, desiderato e voluto, lasciando agli altri le parole per definirlo. 
Oppure trattenere con forza ogni pensiero, ogni attimo di passato e di presente e non voler più dire. La tua rivincita, la tua salvezza senza parole dette, solo pensate, trattenute sulle labbra tremanti che forse ora vorrebbero ma non possono più.
Quale forma ha scelto per te la vita? E quale vita ti ha imposto oggi questa forma?
Come vorrei aiutarti ad andartene, quando mi implori senza dire nulla, con i tuoi occhi fissi su di me a cercare conoscenza e complicità, a volte abbozzando un sorriso che sorriso non è! “Sarei malefica”
Sei così leggera e rigida nel tuo stare, la testa inclinata da una parte, la bocca socchiusa e gli occhi vuoti ora fissi nel nulla, ora chiusi. Il tuo corpo ostinato, le lunghe dita strette intorno al bracciolo, le gambe contratte in una seduta non tua. Nessun sussulto, un accenno lieve di respiro mi dice  che ci sei ancora. 
Ad occhi chiusi pensi alle camminate per andare in Fontesanta  a trovare il tuo fidanzato, pensi all’amore che avete sparso a piene mani anche su chi vi voleva male, a quando siamo nate noi, alla casa nuova, alle promesse, al futuro che ancora ti aspettava, al dolore della perdita e alla rinascita col primo nipote e alla bellezza nella vita degli altri due. A 55 anni è  arrivato il tempo dello studio, ti sei rimessa in gioco: letture convegni, incontri, studi molto difficili per la tua 5°elementare, senza più il babbo a decodificare per te, ma la tua caparbietà,  che solo una donna del tuo tempo a cui era stato negato tutto, poteva avere, ti ha concesso di conquistare ciò che io ho avuto senza lotta e senza sforzo.
Poi i balli, le feste, gli incontri con la pittura, la medicina, la psicologia,  l’opera, il teatro, la gioia di riprendersi la vita, non più a morsi ma con la saggezza degli anni, e a tutti regalarvi parole e pillole di bontà, di comprensione, con leggerezza, sempre avanti nei pensieri.
Solo con me il rapporto è  sempre stato conflittuale.
Oggi sono qui a guardare quel che rimane di una donna splendida che come nessuna ha amato la vita, ora sfinita nel corpo e nella parola assente. Ora  vorrei tanto sentire la tua voce,  e mi direbbe: “abbi cura di te, non buttarti via, stai attenta che a volte la luna ti può fregare”

Un mondo in via del Cerreto

di Andrea Bettarini

Dopo un fine settimana trascorso tra poltrona divano e letto, per i postumi di uno scambio di opinioni con il mio dentista, e vince sempre lui, son tornato a camminare ancora un po’ dolorante. Scopri che facendo pochi passi ti trovi in un mondo altro, un mondo con tanto passato che conserva nonostante tutto. Neanche un chilometro e le strade prendono tutto un altro aspetto; colore più morbido, erba ai margini, odori che cambiano al cambiare del tempo e della stagione. E poi silenzio. Su un pianoro si allarga il Boschetto di’ Cerreto, l’abbiamo attraversato, tra alti quercioli e un tappeto morbido di foglie. Ciuffi di pungitopi, con ancora qualche residua bacca rossa, mi ha riportato alla mente quando il babbo ne portava un mazzo nel periodo delle feste di Natale. Ai bordi del viottolo rami di alberi pian piano si disfanno a nutrire il suolo. Quand’ero ragazzo mi ricordo che la Ginetta di’ Guardia tornava sempre, estate e inverno, dalle sue giratine con una fascina di rami secchi, durante la brutta stagione riscaldava, bruciandoli nel camino, quelle due povere stanze che la fattoria le aveva concesso. All’incrocio di alcuni viottoli ci siamo fermati in uno slargo tra la macchia; il ritmico instancabile martellare del picchio verde rompeva il silenzio. Di nuovo strada bianca fino alla Casina dell’Acqua. Un monolite in mezzo a campi di olivi. Un’opera, mi dicono, voluta dall’ultimo Medici, quel Gian Gastone che pensò di portare l’acqua da Fonte Santa fino alla villa di Lappeggi. Questo enorme parallelepipedo con grandi vasche di decantazione le cui mura perimetrali sono rinforzate da tiranti di ferro probabilmente per metterlo in sicurezza dopo il terremoto del 18 maggio 1895 che colpì, devastando la zona delle colline sopra Antella e Grassina. Rientro a casa per un tè fumante.

La notte fa ancora molto freddo

“ SE NON CAPISCI, SORRIDI, MA SE CAPISCI E TI FA MALE, ABBI ALMENO IL BUONGUSTO DI NON PIANGERE” – di Rossella Gallori

…..Ecco questa, era una delle  sue frasi più frequenti…ecco, questa era mia madre, una madre che ho capito troppo tardi ed amato con difficoltà…era sempre, vaga, con gli occhi persi in un cielo di stelle gialle, sembrava volare, non essere mai del tutto  con me…ora, solo ora ho capito chi era Giulia, e se le storie iniziano dalla fine, torno a pochi mesi fa, una manifestazione alla Sinagoga, il relatore pronuncia una frase in  ebraico ed io insieme a pochi altri, rido, qualcuno accanto a me mi domanda se conosco la lingua, io nego ma so benissimo che parlano dell’ asino di Isaia….

Allora mia madre mi ha parlato in “ bagitto”  ma quando? E perché non continuare a farlo, è una lingua che non so, ma a tratti comprendo….e mi rivedo sulle scale del Tempio, io e quei bimbi un po’ parenti che mi chiamavano la Rossella goy che poi non era  una offesa, sentivo  la voce di Federico cantare per il Dio di tutti, guardavo quella lapide che mi sembrava immensa, e pur non sapendo leggere, individuavo il nome del nonno ed a voce alta dovevo dire “ MAI PIU’”. Credo che mia madre mi imponesse di gridarlo, niente segno della croce un piccolo sasso  e via…..così mi veniva detto e così facevo, per il quieto vivere, per restare nel sogno, si perché via Farini era il bakalom (sogno) , e l’ Immacolata l’ obbligo …tutto questo solo per me!

Perché la mamma, dopo la scomparsa ad Auschwitz  del padre, la separazione da altri famigliari, e la perdita del suo bimbo “ MESSO AL MURO PRIMA DI NASCERE”, ha vissuto un lungo sonno, un risveglio lento e frammentario, un calvario silenzioso e logorroico al tempo stesso ed allora venivano fuori i TANTO CI PORTAN VIA TUTTI…..IMPARA A STAR SOLA FORSE CE LA FAI…..LO HANNO PORTATO VIA PRIMA AMICI POI AGUZZINI A PREZZO PIENO…..

Il suo parlare era sempre rapido, sospettoso, a volte si guardava alle spalle….e non c’ erano mai date, un nome certo, un perché, un per chi…..era successo e basta, ed ero io il suo affannoso e confuso scrigno dei ricordi,  i miei fratelli testimoni dell’ epoca  avevano già dato.

Ma che fine aveva fatto quella quasi bimba ebrea bellissima che vedevo nelle foto del suo matrimonio..nel silenzio di Palazzo Vecchio, nei primi giorni di un funesto novembre del 1938, portatore di leggi razziali, crudeli ed ingiuste….

Un matrimonio d’ amore il suo, non di comodo , si è vero mia madre non fu deportata ma è stata “sopravvissuta “ fino alla fine dei suoi giorni….faceva finta di non ricordare, ne nomi né luoghi, chi la nascose le restò amico per sempre, ma io non ne seppi mai il nome….

Sapere, voleva dire rischiare e se quel matrimonio ci aveva obbligato ad esser cattolici, lei  ci volle  anche praticanti, mi volle praticante! ….

Poi  tirava fuori il suo umorismo yiddish  e diceva “ NEMMENO UNO, CON IL NASO GIUDEO ,NE HO FATTO DI FIGLI….GLI EBREI UNSONMICA BANANE CON IL BOLLINO”  e rideva con il pianto in cuore.A volte si parlava dei Palermo, dei Viterbo , dei Milano….”TUTTI IN FUMO,ERA IL COMMENTO,NE SONO RIMASTI UNO…DUE…FORSE.       

Quando scoprii che un parente aveva un numero sul braccio mi rispose che era il numero di telefono, che Raoul aveva perso la memoria, un giorno, in un posto…poi la vidi correre in bagno ed uscirne quasi sorridente, si giustificò dicendo “ le salsicce crude sai..” aveva vomitato l’anima.

Mia madre rispettava le regole a modo suo scegliendo le migliori ed  ignorando le altre, mi parlò anche di un giorno in cui si può, in forma ufficiale, rinunciare a chi non si ama più! O a chi ti ha fatto del male, cancellare  qualcuno con il permesso di Dio….chissà se era vero, o era un’ altra delle sue invenzioni. Come quando mi portò al catechismo con una catenina d’ argento (D’ORO NO SE NO CE LA PORTANO VIA) con la stella di David ed il crocefisso …ed io vidi sbiancare suor Mariapia che farfugliò:  signora lei bestemmia ….poi sbiancai io quando la mamma rispose : NO  BESTEMMIA LEI PERCHE’ DISCRIMINA….e  voltò il sedere a quella donna” che: PARE UN MERLO CHE CAMMINA SUL GHIACCIO CON QUELLA TONACA..

Si, di discriminazione io ne ho sempre sentito parlare, ma da entrambe  le parti: cattolicaaaa…ebreaaaa…ricordo solo le amorevoli, ma non troppo, botte sul capo, quando pendevo, a suo vedere, più da una parte che dall’altra “ SI E’ NEL GIUSTO QUANDO SI VA AVANTI SENZA MANZERUD  (cattiveria).

Mamma, mamma non mi hai fatto capire mai del tutto la tua tragedia, mi hai confusa un po’ di più e di certo non ne avevo bisogno….dicevi che era un mondo MANZER (bastardo) ho capito troppo tardi….la lingua, il dolore….che stranamente non sembrava mai odio ma fatalità…

Questa è una lunga meghillà ( storia ) difficile da raccontare…che finisce nel 2005 quando in un febbraio freddo e piovoso arrivasti tu a casa mia alle tre di una quasi alba…scalza in camicia da notte…con la borsa…la foto dei tuoi strinte al petto: BOMBARDANO !!! E tuonava, CI PORTANO VIA, SON TORNATI… e c’era solo un grosso camion sotto la sua finestra, NASCONDI LA BAMBINA….

Ed altri pezzi del tuo puzzle mi tornarono in mente…quando dormivi vestita e non era per il freddo, quando mi facevi camminare scalza per non far sentire a quelli del piano di sotto che eravamo in casa.

Ti asciugavo il capo, in quel mattino infausto, con  le mani rattrappite dal freddo, tu non piangevi sembravi sorridere, ed io sapevo già cosa fare….LA VITA È UN CERCHIO PORTAMI LÀ….VOGLIO FINIRE CON LA MIA GENTE….  E ti ho portata la, ma già non c’eri più….Casa Sadun ti ha accolta e protetta, con un rabbino o una cosa simile che il venerdì ti portava il kiddusch e sabati interminabili oziosi e magici, e  tu eri già: NEL VENTO LI RITROVO….. NON NEL FUMO… dodici mesi dopo ti ho sepolta con il tuo lenzuolo.

Ora capisco mamma, non sorrido e mi prendo il diritto di piangere.

SE NON CAPISCI SORRIDI MA SE CAPISCI E TI FA MALE…….SCAPPA…questa era un’ altra versione O FORSE LA MAMMA  PREVEDEVA IL FUTURO.

Passeggiata a S. Quirico a Ruballa

Sotto un cielo magico, con la guida di Roberta Tucci, abbiamo risalito a piedi la strada che sale verso Osteria Nuova. Camminando lentamente, il paesaggio acquista toni sconosciuti: si percepiscono odori, suoni, particolari e punti di vista a cui non siamo abituati, neppure quando conosciamo bene la zona. In compagnia poi il cammino è più leggero e piacevole. Così arriviamo tutti insieme a S. Quirico, accolti da Alberto Casini, padre del sindaco Francesco che apre le porte di un mondo pieno di arte e di antiche competenze. A fianco della chiesa il laboratorio di falegnameria che appartenne al padre.

Da https://www.echianti.it/chiesa-di-san-quirico-a-ruballa/

La chiesa risale al XIII secolo ma è probabile che una precedente struttura esistesse anche intorno al 1000. Le più antiche documentazioni risalgono al 1286 quando ne era rettore il prete Buono. In origine fu un patronato della famiglia Cappiardi, che nel 1314 donò i diritti della chiesa ai Peruzzi, il cui stemma si trova ancora sulla facciata e all’interno della chiesa.

L’aspetto attuale deriva dal radicale restauro effettuato nel 1758 dal parroco Gabbuggiani. In tale occasione furono realizzate le decorazioni a stucco, gli affreschi alle pareti e l’altare maggiore, piccolo gioiello settecentesco di marmi policromi. Nel 1763, terminati i restauri, fu consacrata e elevata a prioria. All’interno vi sono numerose opere d’arte ottimamente conservate. All’altare maggiore un crocifisso di scuola giottesca databile verso il 1330, restaurato nel 1988. Ai lati di questo due grandi affreschi sormontati dallo stemma dei Gabbuggiani, raffiguranti l’uno la guarigione del cieco nato e l’altro l’ultima cena di ignoto pittore del Settecento. All’altare di destra una Madonna col bambino e San Giovannino di Domenico Puligo (1520 ca.), mentre in quello di sinistra vi è una tela attribuita a Francesco Curradi che rappresenta Sant’Antonio Abate con San Sebastiano, San Filippo e San Zanobi. Nella sagrestia una tela raffigurante il martirio di San Quirico e Giuditta anche questa attribuita al Curradi (1570-1661) e un crocifisso ligneo proveniente dalla Villa L’Apparita di Sopra. Nella chiesa vi è anche un organo del XVIII secolo, una Madonna trecentesca, un reliquiario del XVI secolo. Il fonte battesimale è del 1958.

Qui sono stati trasferiti, dal 1977, l’archivio e gli arredi della parrocchia di San Lorenzo a Montisoni, che comprendeva opere di grande valore.

Cosa intendi fare della tua unica vita?

Un dono di Riccardo Massai: una poesia di Mary Oliver, poetessa statunitense che ha vinto il National Book Award e il Premio Pulitzer. Nata il 10 settembre 1935 e morta il 17 gennaio 2019, due giorni fa.

GIORNO D’ESTATE

Chi ha fatto il mondo?

Chi ha fatto il cigno e l’orso bruno?

Chi ha fatto la cavalletta?

Questa cavalletta, intendo, quella che è saltata fuori

dall’erba,

che sta mangiandomi lo zucchero in mano,

che muove le mandibole avanti e indietro invece che in su e in giù

e si guarda attorno con i suoi occhi enormi e complicati.

Ora solleva le zampine chiare e si pulisce il muso, con cura.

Ora apre le ali di scatto e vola via.

Non so esattamente che cosa sia una preghiera;

so prestare attenzione, so cadere nell’erba,

inginocchiarmi nell’erba,

so starmene beatamente in ozio, so andare a zonzo nei prati,

è quel che oggi ho fatto tutto il giorno.

Dimmi, che altro avrei dovuto fare?

Non è vero che tutto muore prima o poi, fin troppo presto?

Dimmi, che cosa pensi di fare

della tua unica vita, selvaggia e preziosa?

Una pagina privata: dedicata a Leone (e non solo)

A Leone – di Cecilia Trinci

Lo so, non potete vedere la Luna come la vedo io, che pure stando in basso, con le mie zampette piccole, sfiorando la terra sentendone il profumo, seguendo ogni gobba e ogni radice che affiora,  so com’è la luce che fa, riflessa nel bosco della notte. Un bosco che è un campo tra le case, lo so, non è il vero bosco dove sono cresciuto da piccolo, ma ora è questo il mio mondo di avventure.  Lo so che voi siete in casa, la notte, e vi fanno paura le ombre e i fruscii delle foglie e i silenzi improvvisi popolati di vibrazioni. Lo so, avete paura e avete paura anche per me. Anche io ho paura, lo sapete? In certi momenti in cui il pericolo ha il profumo dell’ora fatale, in cui ho davanti un nemico veloce e alla spalle la vostra cucina, la vostra luce soffusa di televisione e di pace. Lo so, ho paura, potrei pure scegliere, perché sono libero, libero sempre: davanti c’è la lotta, la rissa, il dolore, le unghiate cattive, il rotolarsi tra l’erba per un diritto di passo, per una gatta in calore, per un anfratto che ognuno di noi rivendica.  Ma non posso tornare, non posso cedere. Almeno non subito. Dopo tornerò a cercarvi, al di là di quel salto sul muro che divide l’umano dal felino, la casa dall’avventura. Dopo tornerò e già sento in bocca il sapore dei vostri bocconcini appetitosi, delle scatolette che andate a cercare per i miei gusti sofisticati. Dopo verrò a cercare le vostre copertine di pile, le vostre carezze, le vostre certezze. Mi piace sapere che ci siete, al di là di quel ramo che mi fa da scalino, al di là di quel muro che è mio. Perché è mio certamente. Come è mio questo campo di stoppie, come è mio questo torrente che cresce o che scende secondo le stagioni, come è mio questo cielo infinito sopra di me. Tutto il mondo è mio, lo so. E’ mio anche il vostro tremare per me, mi dispiace, Umana che mi ami e che io amo, perdutamente, che tu stia in ansia, ma ti giuro, non posso. Non posso dimenticare i secoli di vagabondaggi, di umori, di linfa, di tracce, di odori che sento scoppiare in questo mio piccolo naso da pelouche di seta, non posso, mia adorata Umana. Se mi ami capiscimi, ti prego e non abbandonarmi. Non dire mai “tanto è solo un gatto!”.  Non sono solo un gatto, ma il Dio della Notte e anche il Dio del tuo cuore lo so. Troppo belli i miei occhi di smeraldi selvaggi, troppo bella la seta del mio pelo, troppo bello il fascino delle mie fusa all’improvviso, sono un dono per te, Umana, lo sai, per dirti “Ti voglio bene!” e te lo voglio anche se troppo forte è il richiamo della notte. Sto facendo uno sforzo proprio perché ti amo, e di giorno rimango con te, su questa coperta sognante, ascolto i tuoi passi, ti sento presente, assaggio i tuoi pranzi…..ma dopo…dopo…..no guarda la sera si veste di luci sottili, di riflessi suadenti, senti? Ci sono anche voci lontane, laggiù, nel campo. Mi chiamano i topolini che scappano, mi chiamano i passettini dei merli, mi chiamano i fruscii delle erbe, mi chiamano, mi chiamano, lo senti Umana che flauti, che concerto di sogni, che sfumature di canti?  Ascolta! Non senti lo so, senti solo il rumore delle parole. Io però ascolto e corro, corro via. Ma sento anche le tue parole, non dubitare sì….starò attento. Ok ti sento Umana con i tuoi pensieri. Starò attento, tranquilla. Starò attento e non ti dimentico. Ti porto con me nel mio campo. Ti farò vedere la Luna attraverso i miei occhi di sogno. Aspettami!

I suoni delle parole – Sussurrare

Sussurrare di Franco Bellio

Sussurrare non equivale soltanto a parlare piano: è familiarità, intesa, complicità, condivisone dei più reconditi segreti, preghiera da far esaudire, sicurezza della reciproca comprensione, evidenziazione di quanto ci unisce, impegno a non farci dividere. Sussurrare dolci parole infine è la più dolce musica per chi parla e per chi ascolta…

Sussurrare di Laura Casati

M sussurrava all’orecchio il suo amore quando ne aveva voglia e non aveva bevuto. Io lo guardavo ed andavo in brodo di giuggiole. Però non era sempre così, c’erano giorni in cui l’alcool che aveva bevuto era veramente troppo ed allora mi gridava a squarciagola: sei stronza.

Sussurrava parole d’amore all’orecchio ma spesso gridava oscenità.

Sussurrare – di Patrizia Casati

Sussurrare, la metto vicino a sussultare come suono ma così diversa come parola. Sussultare- sussulto, una persona per un qualcosa sussulta, di colpo, all’improvviso, fa un sobbalzo; ed ecco invece sussurrare, parlare pianissimo quasi impercettibile fra due persone. Cosa si diranno?Pettegolezzi? parole dolcissime da far rimanere in eterno felici!

Sussurrare – di Patrizia Fusi

Camminare lungo la riva del mare, il sole al tramonto disegna sull’acqua una lunga striscia rossa e luminosa.

I gabbiani arrivano sulla spiaggia planando come aquiloni, a cercare residui di cibo lasciati dai vacanzieri.

L’onda dell’acqua batte dolcemente la riva con un leggero sussurrare come per accompagnare la fine del giorno.

Sussurrare di Sandra Conticini

Ricordi, in mezzo a tutta quella confusione che c’era al concerto di Lucio Dalla riuscisti a sussurrare parole che ancora oggi non riesco a dimenticare. Le porterò sempre nel  cuore e con loro te. Quelle parole sussurrate erano  i nostri sogni e i nostri segreti per la  vita insieme.

Sussurrare di Stefania Bonanni

Piano piano, appena si sentiva uno strusciare di dentini, mentre con la bocca vicina al mio orecchio, scostandomi i capelli, dicevi : “Peesseeee….” e ridevi, ed io non capivo, ma ridevo, e tu ricominciavi a sussurrare “pesse, pesse”, ed io ti dicevo “non ho capito”, e tu ripetevi, ancora e ancora.

Dolcissimo sussurrare. Parole da cuore a cuore, da non capire.

Sussurrare di Rossella Gallori

Parlare,  gridare, sputare, uccidere, bestemmiare, lo sport dell’ uomo, dell’essere umano …poi ti fermi, hai finalmente paura e cerchi e tra i cerchi trovi chi ha voglia di sussurrare….in quel momento vivi, ami, apri gli occhi ed accarezzi il viso di chi ti è accanto, baciando i suoi sogni.

Sussurrare di Mimma Caravaggi

Sussurrare una parola dal suono dolcissimo, non può che abbellire una frase scialba senza significato. Se qualcuno mi sussurrasse qualcosa in un orecchio ne sarei felice perché penso che il sussurrare porti sempre a qualcosa di bello, dolce, intrigante. Sussurra parole dolci a qualcuno e l’avrai in pugno a vita.

Echi e risonanze

A pochi giorni dal Natale, Roberta Tucci ci ospita e ci accoglie presso l’Oratorio di Santa Caterina proponendoci un’esperienza di echi e risonanze tra gli affreschi e i colori con una canzone che, secondo la tradizione popolare, racconta in breve la storia della santa.

https://drive.google.com/file/d/1ATwbhZ0rPIBCNSAAF4PW5PP0-A4SonMK/view?ts=5c1e8c6b

https://drive.google.com/file/d/17ZWMYlNpOn6sKuRWMH0HyUo2yBnmsKob/view?ts=5c1e9012

Crepitare

FIAMMA VORACE – di Laura Galgani

L’aveva già visto almeno tre volte, ma mai da solo. Quella sera era seduto sul divano, con i piedi appoggiati sul tavolo basso di cristallo, di design, così freddo ed elegante, il vuoto accanto a lui.

La scena in cui la pellicola inizia a prendere fuoco, con un crepitare violento ed irrefrenabile, proprio non la sopportava. Le fiammelle arancioni e blu si levavano da quelle grandi ruzzole, prima piccole e insignificanti, che sarebbe bastato un panno buttato sopra per spegnerle, poi sempre più alte, voraci, distruttive, rumorose.

In un attimo tutta la cabina di regia era in fiamme, e anche le pizze dei film, che tanto avevano fatto sognare il bambino protagonista del film e anche lui, da spettatore. Gli sembrò che quelle fiamme lo prendessero da dentro, alla bocca dello stomaco. Un’emozione forte, lancinante, salì dai suoi organi interni, avviluppò il cuore come una fiamma vorace, si arrampicò alla gola, e gliela strinse quasi soffocandolo, finalmente arrivò al suo volto, che si contrasse in uno spasmo per liberarsi poi in un pianto dapprima sommesso, poi rumoroso, lamentoso, ma libero!

Mentre in TV l’incendio divampava e tutto intorno si faceva fiamma, lui piangeva, finalmente. Piangeva l’amore finito, la casa vuota, freddo il loro letto. Riuscì a spremere fuori un bel po’ del suo dolore. Non tutto, sapeva che sarebbe tornato, come la marea riporta l’onda sulla riva prima asciutta. Ma il sollievo c’era.

D’un tratto una musica sommessa e dolce invase la stanza. Si lasciò andare a quelle note, al desiderio di dilatare il respiro e riportare un po’ di pace dentro di sé.

Gli sembrò che il soffitto non esistesse più, e sopra di lui brillasse uno spicchio di luna in un cielo sereno.

Ancora una volta “Nuovo cinema Paradiso” gli aveva regalato qualcosa.

Strascicare

 LEGNA A STRASCICO – di Elisabetta Brunelleschi

Uno dei passatempi delle zie e della nonna era andare a far la legna nel bosco. Io ero felicissima quando, col permesso della mamma, potevo andare insieme a loro.

Per il bosco loro indossavano gli abiti più vecchi che avevano e si attrezzavano con corde più fini e più spesse, borse di tela mezze rattoppate.

Si partiva di buon passo e attraverso campi e balzi si giungeva velocemente alla Cipressaia. Il bosco più bello, allungato quasi sulla sommità della collina, che, nonostante il nome, era composto in maggioranza da pini e quercioli, mentre i cipressi ne segnavano solo i lati confinanti con la strada e le piagge. 

La prima tappa era nella pineta, ombrosa profumata. Lì ci si fermava e si riempivano le borse di  pine. Perché servivano per avviare il fuoco, con una pina e un solo fiammifero subito la fiamma si sprigionava e andava a propagarsi alla legna accanto. Molte pine erano rosicchiate dagli scoiattoli e le zie non le raccoglievano:

– Non sono buone e nulla!

Ma io mi divertivo a metterle nelle mia borsetta.

– Prendile, prendile, tanto bruciano lo stesso – Mi diceva la nonna.

E io le afferravo a una a una, piano, senza far rumore, nella mai realizzata speranza di vedere almeno uno scoiattolino.

Riempite le borse, si passava alla ricerca di rami e frasche e per questo ci si spostava dove c’erano le querce, perché:

– Il legno dei pini non èbuono a nulla, una fiammata e via, per far parecchia brace ci voglio querce e olivi!- così sentenziavano le zie.

Trovati i rami si passava a tirar fuori dalle tasche corde e cordini per legare in fastelli il prezioso bottino. Poi cariche di fastelli e borse ricolme di pine, si riprendeva la via di casa. A me di solito veniva affidato un fastellino, lo preparavano proprio per me: piccolo, leggero, poco ingombrante.

La nonna nel bosco stava bene, si vedeva che era contenta. Lei di solito taciturna e ombrosa, tra i pini e le querce della Cipressaia, chiacchierava e canticchiava. Aveva una voce limpida e cristallina. Mi indicava le piante del bosco e di ognuna diceva il nome. Ogni volta non tralasciava di prendere la ginestra, perché, diceva:

– Può far comodo nell’orto, per legare qualcosa-

Una volta che avevano portato solo una corda, usarono i tralci di ginestra per legare i fastelli.

La nonna raccoglieva anche strani sterpi duri e appuntiti e un giorno li nominò:

– Sono rimbrentani! Di maggio fanno i fiori –

Infatti, in primavera, quei bassi arbusti si riempivano di fiori rosa, i cui cinque petali erano tutti grinzosi, come se qualcuno li avesse stretti in una mano e poi lasciati andare.

Da adulta ho poi scoperto che il rimbrentano ( e la nonna chissà dove avrà pescato quello strano nome) altro non è che il cisto della specie incanus.

Ricordo che un giorno passammo quasi di soppiatto dal campo del Colle. Doveva essere fine marzo, perché ai piedi degli olivi c’erano i resti delle potature: rami e frasche di misura diversa, proprio adatti per un fuoco con braci consistenti e durature.

Ne prendemmo una decina e via via le zie li legavano a due e a tre dal lato più grosso. Tutte, io compresa, impugnammo i tronchi e li portammo a strascico fino a casa.

I miei tronchi, per quanto corti e non molto grossi, richiedevano comunque un grande sforzo, per tirare e tirare. Ogni tanto ricordo che dovevo cambiare presa, il palmo della mano bruciava e sudava. Dovevo fare attenzione alle buche, ai dossi e a non rimanere impigliata nei rovi. Ma era un gioco, un correre volentieri, con il vento che batteva sul viso.

Tirando e tirando dal campo alla viottola e alla strada nelle mie orecchie entravano ogni volta  rumori diversi: il fruscio leggero dell’erba, lo strofinio sulla terra nuda della viottola, il rotolio dei sassi, il suono secco del legno sulla strada liscia.

Finalmente a casa la legna veniva riposta in un ampio magazzino che loro chiamavano stalla, perché in tempi remoti aveva ospitato la cavalla. La pigne andavano a riempire grandi cassette e i rami restavano appoggiati al muro in attesa di essere segati.

Nella mia lontana infanzia ho trascorso così alcuni sabato mattina o domenica pomeriggio. Unendo l’utile al dilettevole: raccogliere legna da ardere nell’inverno e svagarsi nel silenzio profumato di resine del bosco della Cipressaia.

Rumore croccante

Rumore croccante – di Patrizia Fusi

Una piazza piena di banchi, che mostrano  varie mercanzie, tanti rumori, odori, profumi, l’aria tiepida d’autunno.

Oggi si spera che sia una giornata fruttuosa per l’incasso, sto iniziando il mio lavoro.

Nel macchinario che produce il croccante ho inserito tutti gli ingredienti, zucchero mandorle e acqua.

Mi lascio andare a sentire il rumore della macchina, il profumo di dolce vainiglia e di zucchero caramellato mi entra nelle narici, per me è sempre un odore gradevole anche se da tanti anni che faccio questo lavoro.  Io sono addetta alla preparazione dei croccanti, il mio compagno alla vendita e a fare lo spiritoso con i clienti, cerca di invogliare a comprare offrendo degli assaggi.

È sera tardi è andato tutto bene, siamo stanchi ma decidiamo di andare al cinema all’ultimospettacolo.

La poltroncina mi accoglie, mi rilasso, il film mi piace, ha una bella colonna sonora e il tutto mi rapisce.

Scalpiccìo

Scalpiccìo di passi e pensieri  – di M. Laura Tripodi

Tirò fuori dalla tasca il bigliettino con l’indirizzo. Non era il suo primo lavoro, ma il cuore le batteva forte come se lo fosse stato.

Si soffermò davanti a un cancello sgangherato che dava la sensazione di essere aperto e abbandonato da secoli. Se ne stava lì spalancato, immobile e desolato in mezzo alle erbacce, come un’enorme bocca in attesa di cibo. Oltre serpeggiava un vialetto poco curato, ma in cui le piante avevano trovato autonomamente una propria armonia.

Si avviò timidamente, dopo aver controllato per l’ennesima volta il biglietto con l’indirizzo.

Qualche cipresso austero e triste costeggiava  il cammino. Poi l’ombrosità del vialetto si aprì su un ampio cortile. Al centro c’era una vasca con qualche ninfea e a sinistra troneggiava una villa del ‘400. Di fronte un piccolo muretto si affacciava su un podere di ulivi, a perdita d’occhio e più in là Firenze, piccola piccola, ma immensa nella sua magnificenza.

Si fermò impietrita da quel misto di austerità e di bellezza.

Ancora non sapeva che quello sarebbe stato il posto della sua adolescenza e della sua prima giovinezza.

Le era sembrato di non aver udito alcun rumore fino a quel momento. Perfino i propri passi le erano sembrati inesistenti. Poi uno scalpiccio frettoloso e subito dopo un abbaiare non amico.

Un mastino napoletano stava correndo verso di lei. Si guardò intorno terrorizzata, in cerca di aiuto.

Poi una voce ferma lo richiamò. “Pirro torna qua! Buono Pirro! Zitto!”

La mamma dei bimbi la accolse con un sorriso, tenendo per il collare un Pirro per niente convinto.

Quando conobbe i bambini subito si innamorò. Fu un amore reciproco, immediato. I rumori e suoni della sua adolescenza furono per molto tempo un unisono con quelli della loro infanzia.

Li riconobbe dopo molti anni, i rumori. Li risentì, li chiamò. Quel giocare a chi tirava i sassi più lontano, dentro la fontana. Quell’inventarsi storie fantastiche fra un cipresso e l’altro, nel vialetto che portava al cancello perennemente aperto. E la sera loro tre intorno alla tavola di un cucinone che aveva visto tante cose. Chiacchieravano, ridevano, si facevano scherzi.

LEI ERA LA TATA.

“Ora basta Lorenzo. Vai a metterti il pigiama. Tu Caterina vieni con me a lavarti i denti.”

“Sì, ma stasera ci finisci la storia di Robin Hood e di lady Marian?”

E il più delle volte si ritrovava uno dei due nel suo letto. Come se avessero concordato dei turni, con aria noncurante e il tepore e la tenerezza della loro infanzia.