Affanno di vecchi cassetti

I cassetti del vecchio cassettone – di Sandra Conticini

Ormai era vecchio, tutte le volte aprire quei cassetti era davvero una bella fatica. Era il cassettone della nonna dove, a distanza di anni, c’era ancora il suo corredo con lenzuola, federe e asciugamani ricamati a mano e con le sue cifre. In ogni cassetto c’era un sacchettino di lavanda che dava odore di fresco a tutta quella biancheria rigorosamente pulita, ma anche ingiallita dal tempo.

Era un mobile molto importante e difficile da spostare, con lo specchio enorme, agli occhi di una bambina. Il piano era di marmo grigio e sopra c’era la foto del matrimonio dei nonni, quella di uno zio morto giovane e un Gesù Bambino sotto una campana di vetro che, nel periodo di Natale veniva messo vicino al presepe, ma ci sfigurava, perchè era troppo grande nei confronti degli altri personaggi…

 Era molto difficile aprire e richiudere i cassetti,  molto pesanti e un po’ imbarcati dall’umidità, nonostante  la mamma e la zia passassero la cera sulle guide  per farli scorrere meglio.

Ogni tanto mi chiedo che fine abbia fatto… quasi certamente sarà stato bruciato in giardino come diverse altre cose che non avevano trovato posto nelle nostre case ma che ora ci piacerebbe avere.

Un pizzico di Beethoven

SOLO MUSICA – di Rossella Gallori

Stasera mi fermo qui, ho già la testa piena di rumori, forse l’unico che tace è il mio cervello che non vuol capire, mi fermo alla musica, al suo accarezzarmi, senza invadermi, senza domande, sento il  cuore stufo di non aver emozioni, di non mettersi più alla prova…che stupida commedia la vita, se non ci fossero pesanti tende di velluto, e morbide frange di canutiglia  dorata, poltrone di velluto cremisi…..mi domanderei : sono viva?…..ma lento il sipario si apre, siamo in scena…silenzio…

Motorino in partenza lenta

Il vecchio Iso del babbo – di Laura Casati

Il vecchio  Iso tarda a partire, gracchia, sbuffa, è lento, ma tu non ti perdi d’animo , come ingenere sai fare, hai una marcia in più perché riesci da un niente a farci trascorrere giornate serene e gioiose. Oh via, si parte veloci verso la meta, amo la velocità, come te, mi eccita, tu sei sicuro su per la via Faentina verso il tuo paese natio. Anche la Via Chiantigiana non ti dispiace, là c’è sempre qualche parente della mamma da andare a visitare e bere magari un “ vinsantino”. Così  il rumore molesto della moto che poi ha deciso di prendere il via si trasforma in un’armonia di sapori, colori, emozioni.. il gracchiare diviene rapsodia aperta ad ogni suono che si intona con il tema del giorno. Che avventura! In genere rientriamo tardi la sera, a volte facciamo delle merende abbondanti in queste piccole trattorie di campagna, altre volte rimaniamo a cena da parenti. Prima di riaccendere la moto ci chiedi: Chi di voi due è più stanca non venga davanti, potrebbe essere pericoloso se si addormenta.

Ci hai dato, babbo, la spensieratezza, la semplicità, che  sono state la tua forza.

Sgocciolare dalla gronda

Ultime gocce  – di Vanna Bigazzi

In questa “stanzetta dell’ultimo piano” mi rifugio, qualche volta, nelle giornate di pioggia: mi piace osservare, dall’ampia vetrata, le tegole luccicanti dei tetti bagnati.  Oggi è proprio la circostanza ideale: cielo grigio intenso, clima fresco, quasi freddo. Ha smessodi piovere. Le ultime gocce scorrono, a intervalli irregolari, sulle grondaie,con suono metallico:  cornice che accoglie il mio stato d’animo opaco, lento e svogliato. In questi momenti non c’è niente da decidere, c’è solo da lasciarsi andare alla nebbia: il mio pensiero è libero e inerte al medesimo tempo, una strana suggestione di spazio pervade questa prigione senza mura.

Pallina da ping pong

Ricordi e rimbalzi – di Chiara Bonechi

In fondo alla spiaggia il mare, davanti cabine e lastricato, altalene e tavoli da gioco, questa la tipologia dei tanti bagni versiliani lungo la passeggiata e il suo non faceva eccezione.

Era arrivato da solo nel primo pomeriggio assolato, aveva deciso di uscire mentre i suoi ancora riposavano, un po’ presto per l’appuntamento ma la voglia di incontrare quell’amico dopo un intero anno era talmente intensa che non poteva più aspettare in casa.

L’attesa lì al bagno gli sarebbe sembrata più breve. E fu per ingannare quell’attesa che chiese al bagnino racchette e pallina e si avviò al tavolo da ping pong. Faceva frullare la pallina con abilità, a ritmi diversi e il rumore del rimbalzo riempiva il tempo dell’attesa. Ogni tanto si fermava per guardare all’ingresso, lo avrebbe voluto vedere arrivare e gli sarebbe corso incontro.

Poi uno sguardo all’orologio, era ancora presto e battendo la racchetta sulla pallina riprese il ritmo del gioco.

Una voce lo scosse, il suo nome arrivava come un suono, lui era lì e gli sorrideva.

In due si poteva finalmente giocare la partita prima di correre a tuffarsi in mare.

I cardini cigolavano

Dormiveglia del fuoco – di M. Laura Tripodi

Era stata una buona annata. Le castagne raccolte chiacchieravano fra loro stese su grandi teli, in capanna. Ora si doveva scegliere quelle piccole da mettere a seccare in cannicciaia per fare la farina. Il fuoco era stato preparato per tempo, ma la porta dopo tanti anni e tante intemperie era decisamente da risistemare.

Davino decise di farlo subito.

Lei resisteva, non voleva separarsi dai suoi cardini e cigolava, strusciava, raschiava. Finalmente dopo l’ultimo colpo secco cedette e fu distesa come un povero malato su due capre di legno. Gli attrezzi erano tutti allineati in attesa di lavorare  e un bimbetto di poco più di tre anni saltellava in cerca di qualcosa con cui giocare. Ma lì c’era solo roba pericolosa e fu allontanato bruscamente. Mentre i suoi passettini impermaliti si perdevano nel cortile di casa l’odore del fumo si spandeva intorno, come un incitamento a sbrigarsi.

Davino cominciò a lavorare e in men che non si dica la porta riprese un aspetto sano. Le donne si affrettavano a trasportare le castagneperchè il fuoco era come entrato in uno stato di dormiveglia.

Nell’aria si era perso il senso dell’aspettativa.

Tutto era tornato tranquillo: le castagne a seccare, la porta sui cardini, il calare della sera su quel profumo di  autunno inoltrato.

Sfilacciare e altri rumori

Sfilacciare e altri rumori – di Cecilia Trinci

Non si seppe mai come fosse accaduto. Probabilmente era stato un cedere, uno sfilacciarsi lento giorno per giorno, o per meglio dire un attimo dietro l’altro. E pensare che c’erano state  catene di giorni ruzzolate in  quel  progetto. Stanchezza mai. Semmai quell’euforia, quel senso di  inappagata curiosità che  portava a cercare soluzioni, risposte, sfide. Era questa droga benefica che faceva scorrere il tempo senza farsi sentire. Il tempo che non si sente è il tempo giusto, si dice. Ma ora  passava, semplicemente, con le sue lancette. Si infilavano nelle ore girando le punte, facendole sanguinare di inerzia, spremendo quello che restava di ombreggiature sui desideri. Non era solitudine, piuttosto un martellare di quella delusione  che comunque si accaniva sulla storia. Non era andata come avrebbe voluto. Agiva, certo, rispettava gli impegni come no? Usciva, tornava, preparava, scriveva. Camminava. I suoi passi lasciavano echi intorno. Tacchettava da sola per le vie e guardava solo davanti a sé per non vedere i nessuno che erano al suo fianco.  Eppure niente costruisce di più di un’amicizia concreta, che si sporca le mani nella terra, che si rotola ridendo nella vita, che nasce dal galoppare nella stessa direzione. Rumori, erano rimasti i rumori e echi scombinati che non cucivano parole . E più di tutto rimaneva la tristezza di certe cene multiple, tintinnar di bicchieri, scontri di piatti, urla, urla, urla. E silenzio dentro.

Sbattere

Sbattuto sui sassi – di Patrizia Fusi

Mi sento stordito, non mi rendo conto di dove sono, sento l’acqua che mi batte sul corpo, una danza rumorosa mi colpisce violenta,  lentamente guardo quello che mi circonda, sono sotto una grande scogliera, sento i rumori  e la risacca del mare con i suoi ciottoli che batte contro la riva, ho il corpo dolorante sono stato sbattuto come i sassi anche io.

Piano piano riprendo il pensare, ricordo quando il barcone ha iniziato ad affondare, urla scene di panico, io che inizio a nuotare, tanta fatica, non sento più le gambe, è la mia fine? Entro in un buco nero.

Un flebile raggio di sole mi riscalda un po’ il corpo, penso dove sono gli altri ce l’avranno fatta? Dove saranno……. dolore, paura.

Felicità di essere vivo.

Scricchiolare

Arriva l’inverno – di Tina Conti

Le giornate si erano fatte più corte, la temperatura cominciava a calare, la notte era veramente freddo.
Nella piccola casa vicino al castagneto bisognava organizzarsi per l’inverno.
Il gatto bianco passava ormai quasi tutto il tempo in casa  acciambellato sulla seggiolina bassa anziché godersi il sole sulla panca davanti alla stalla come faceva nella bella stagione.
Era tempo di proteggere dalla pioggia la catasta di legna per il camino, nella dispensa le provviste serbevoli dovevano essere controllate e appoggiate sulla paglia.
Quest’anno le mele erano venute piccole ma sane.
Si poteva anche seccarne un po’  dopo averle infilate tagliate a rondelle nello spago e appese vicino al focolare.
Pere, cachi e sorbe  erano sistemati incesti e cassette ben in vista, in  quanto si deterioravano più facilmente.
Il castagneto era stato generoso e tutto il raccolto venduto al mercato: il denaro poteva  servire per le tante necessità della famiglia, c’era sempre qualche imprevisto e si doveva essere accorti
Anche in casa c’erano lavori da fare, arnesi da riparare, cesti da ricostruire.
Il materasso del letto, svuotato e ripulito, aspettava di essere riempito delle fresche foglie di granturco che erano state seccate al sole dell’estate.
Le foglie scricchiolano, frusciano  fra le abili mani del nonno, che le aggiusta e sposta cercando di dare armonia al lavoro.
Con un grande ago viene ricucito il bordo finale, si lascia una piccola apertura per le modifiche future.
I  bambini di casa aspettano con impazienza il momento del collaudo, con salti e capriole, sotto uno scricchiolio festoso si darà una forma compatta al nuovo materasso.
Per molti giorni anche sotto le coperte si sentirà il rumore delle foglie secche.
Gli scricchiolii accompagneranno  sonni e veglie fino alla primavera .


La corsa del carretto

Non era un gioco da femmine – di Stefania Bonanni

Non era un gioco da femmine. Piuttosto una specie di stupida prova per dimostrarsi uomini, a vedere l’importanza che davano alla faccenda tutti i ragazzetti di quell’età. Che, a dir la verità, non ricordo proprio quale fosse, anche se certamente era cosa da poco più che bambini.

Era prova difficile, così dicevano. Di certo l’organizzazione partiva da lontano. Dalla costruzione con assi e chiodi di una specie di piccolo lettino, oggi si potrebbe dire un gokart di legno, che si guidava con un “timone” che consentiva solo svolte improvvise e totali, e viaggiava sulla strada per mezzo di certi strani cuscinetti. Per dignità, tralascio di raccontare che tipo di piccoli cuscini pensavo fossero.

Comunque, la costruzione durava parecchio. Ne parlavano dicendo come non fosse mai a punto. Doveva essere perfetto, al meglio delle possibilità, perché era pericoloso. Già, la prova…che era una prova di coraggio. E dopo tentativi vari, nei quali veniva deciso anche l’equipaggio, chi era più adatto a guidare e chi più a stare dietro, si cominciava a sentire che l’avrebbero fatto il giorno tale, e tutti si doveva stare zitti, perché nel caso l’avessero saputo in casa, sarebbero stati sculaccioni e divieti di uscire. E non se ne sarebbe più fatto nulla.

La partenza era dalla Casa del Popolo. A razzo, in discesa.

Il carretto attraversava la strada statale, e questo era il pericolo grosso, quel momento che faceva trattenere il fiato, poi imboccava la strada in discesa che, dopo una curva a gomito, spianava verso l’Arno.

Oltre le grida, gli accidenti, qualche parolaccia, si sentiva lo skrasht skrasht dell’automobilina  sui sassi della strada sterrata, poi lo skrasht diventava più fitto, più scivoloso, più veloce, poi un rumore netto, per la curva. E sempre, sul rumore dei sassi, confuso a quello, mescolato, lo strusciare dei sandali che cercavano disperatamente di frenare. La corsa consumava scarpe, piedi, calcagni, a volte anche ginocchia. Il carretto era come le farfalle, quando era pronto, durava poi per una sola impresa. Onore al carretto.

Stacciare

Fagioli e carezze – di Anna Meli

Era una stanza grande quella dove Lorenzo, vecchio contadino, si ritrovava per battere e poi vagliare i ceci o i fagioli. Io spesso andavo là perché di quella stanza mi piaceva l’odore gradevole delle mele che stavano ammucchiate nel soppalco messe da parte per l’inverno, e poi era rassicurante vedere questo vecchio rugoso, cinto di un grembiule blu che, una volta separati i fagioli dalle bucce, li metteva in uno staccio e maneggiandolo avanti e indietro toglieva i residui fini facendoli riemergere puliti, bianchi come i dentini di latte dei bambini.

Erano pronti per essere trasferiti nel sacco di tela che aveva accanto a sé. Il movimento dello staccio mi rilassava, sembrava scandire il tempo, mi dava tranquillità.

Ogni tanto Lorenzo stanco si fermava, con le sue grandi mani, accarezzava quasi con amore quei fagioli bianchi. A volte mi raccontava come con essi aveva sfamatola sua famiglia, perché diceva che erano il “magro dei poveri” e i suoi figli, dei quali era orgoglioso, erano cresciuti sani e forti.

Cellofan rosso

Il regalo più bello – di Carmela De Pilla


Aveva pensato a tutto: ognuno doveva ritrovare nella casa gli stessi oggetti che aveva lasciato l’anno precedente.
I letti erano pronti, sul suo aveva messo la coltre, quella bella, rossa da una parte e rosa dall’altra, il salotto, trascurato per quasi un anno aveva ripreso vita e la cucina, semplice e modesta stava respirando il calore di una famiglia ritrovata.
Anche quest’anno insieme, il tempo non aveva cancellato nulla.
La stanchezza accumulata in quei giorni non la rendevano affaticata, aveva il solito sorriso e quella luce negli occhi di chi sta già assaporando il desiderio di averli ancora una volta lì, nella sua casa.
L’aria di Natale pervadeva le stanze e avvolgeva le piccole cose che lei con cura rimetteva ogni anno nel solito posto.
Il piccolo albero nell’ingresso e il presepe la preparavano agli abbracci.
Immersa in quest’atmosfera sembrava più giovane, invece il tempo era passato, era passato per tutti, ma ancora di più per lei che sentiva il peso di una vita sofferta.
Ma oggi no, non poteva essere triste, avrebbe finalmente riabbracciato i suoi tre figli tanto amati nella propria solitudine
Eccoli, festosi e sorridenti; prima gli abbracci poi le tante domande poi un piccolo regalo per lei.
Era un pacchetto abbastanza grande, avvolto in un “cellofan” rosso, lo prese timidamente, non era avvezza ai regali e lo appoggio’ sulle ginocchia.
Le sue mani ruvide e contorte dal duro lavoro incominciarono a danzare su quella carta provocando un suono senza ritmo che rendeva ancora più piacevole l’attesa.
Sembrava divertita e continuava a suonare alzando di tanto intanto gli occhi verso di noi.
Un ultimo scricchiolio ed ecco l’atteso regalo: un libro di fiabe.
Lo strinse al petto, ci sorrise poi con voce commossa ci disse:- Grazie.
Aveva fatto solo la terza elementare, la mamma, ma quando la vidi prendere di nascosto un mio libro di letteratura, troppo difficile per lei, capii che quel libro sarebbe stato molto gradito.

Angolo delle curiosità e dei modi di dire

L’amico Andrea Bettarini ci dona questo racconto che è anche un piccolo gioco letterario. Mentre faceva delle ricerche sul modo di dire “a uria” trovò altre informazioni che lo portarono altrove, da cui…..

Un giorno mi passò per la testa di pubblicare questo breve racconto:

Questaè la storia di un re che per la conquista di nuove terre per il suo popolo e per la brama di grandezza mosse guerra alla città vicina cingendola d’assedio. Dal sicuro della sua reggia seguiva le operazioni militari condotte dal fedelissimo generale Obai. Tra i migliori guerrieri aveva schierato le trenta guardie del corpo delle quali faceva parte il devoto Iuar. Un mattino, all’alba, il re Vidad svegliatosi salì sul giardino pensile dal quale poteva godere della vista della sua città avvolta ancora dal torpore notturno. Il suo sguardo fu attratto da una bellissima forma femminile che, nuda, faceva il bagno aiutata da una giovane serva. Il re Vidad volle sapere chi era quella donna che lo aveva incantato. Gli fu risposto che si trattava di Aebasteb moglie del guerriero Iuar. Il re mosso dalla brama di possesso fece condurre Aebasteb a palazzo, manifestò alla donna il suo ardente desiderio, e Aebasteb, obbediente, si concesse al suo sovrano. Qualche tempo dopo Aebasteb si accorse di essere incinta, e della cosa fece partecipe re Vidad. Il re pensò di risolvere il problema concedendo al fido Iuar una licenza in maniera da potersi riposare dalle fatiche della guerra e poter giacere con sua moglie e far ricadere su Iuar, con l’inganno, la maternità di Aebasteb. Iuar rese grazie al suo sovrano per la licenza concessa, ma espresse il desiderio di rimanere ospite della guardia reale e non raggiungere sua moglie. Motivava il suo intento ritenendo ingiusto godere degli agi di casa mentre i suoi compagni pativano enormi sofferenze sui campi di battaglia. Il re Vidad, visto fallito il suo progetto ricorse a un espediente ancora più infame. Dette a Iuar un messaggio da consegnare al generale Obai al suo rientro nei territori di guerra. Il messaggio recava un ordine perentorio: Far combattere in prima linea Iuar, e nel culmine della battaglia, abbandonarlo in maniera che diventasse facile bersaglio per il nemico. Fu così che nell’attacco sferrato alle mura della città assediata il valoroso Iuar rimase isolato e fu ucciso. Il re Vidad, dopo il consueto periodo di lutto si unì in matrimonio con Aebasteb. Il ” Grande Spirito ” dio di quel popolo che nutriva grande ammirazione per re Vidad, si sentì offeso dal comportamento del suo protetto e volle punirlo. Il bambino, frutto della relazione adulterina, poco dopo la nascita si ammalò gravemente e, nonostante tutte le cure e gli sforzi disposti del re, morì…… La storia non terminò a questo punto. A chi ha avuto la pazienza di leggere fino a qui  la facoltà di concluderla a modo suo.

Qualche giorno dopo:

Questa è la storia di un re…….. Cominciava così il mio ultimo racconto breve. Con un po’ di divertimento, che mi sono concesso, ho cercato di depistare i miei amici lettori. Perdonatemi non c’era assolutamente malizia. Il racconto è tratto fedelmente dalla narrazione biblica della storia di re David. Fino a poco tempo fa conoscevo David come un povero pastorello eletto dal Signore per essere la guida del Popolo di Israele. L’intrepido giovane aveva sfidato il gigante Golia annientandolo col solo uso di una fionda. Figura eroica luminosissima  tanto da divenire simbolo, nella Repubblica di Firenze, di virtù e coraggio, contro i potenti nemici di allora. Recentemente ho letto nel secondo libro di Samuele che re David non era poi quel campione di virtù che fino ad allora avevo conosciuto. Ripeto il racconto è fedele alla narrazione biblica. Per imbrogliare un po’ le carte i nomi dei protagonisti li ho anagrammati, nulla più. Inutile dire che per chi vuol sapere come finì la storia, è bene rifarsi al profeta Samuele, senza dubbio persona certamente più autorevole del sottoscritto.

Terza passeggiata lenta per le vie di Antella

Verso Bàlatro con la guida di Roberta Tucci e la collaborazione di Patrizia Fusi

Racconti tra storia recente e storia più lontana l’antica Casa del Popolo con il suo teatro, le vecchie botteghe, il passato antifascista tipico di questa frazione di accesa fede comunista, le innovazioni dei sindaci coraggiosi soprattutto nel mondo della scuola, la famiglia FINZI, illuminata e aperta, il paesaggio splendido sotto un cielo tenue di dicembre e poi ricordi personali, nonni, fantasmi e……………tutto in  compagnia sempre piacevole

Brusìo

Contatti – di Vanna Bigazzi

Ascolto la radio, che bella musica! Mi lascio rapire dalla sua armonia, ne godo e mi sento in pace con me stessa: ne assaporo il ritmo lento, la delicatezza del suono. Ad un tratto si interrompe: un brusio anonimo, discontinuo, la sostituisce in modo brusco. Peccato! Subito la mia mano corre al cursore nella speranza di ripristinare quella melodia. È un blocco che genera ansia, come accade nella vita quando di colpo perdi la tua dimensione: qualcosa ha infranto il tuo equilibrio, tutto ti appare grigio come il brusio. Cerchi, cerchi,  perdendo la speranza; hai bisogno di ritrovare te stessa, non reggi il livello ansioso, potresti crollare…ma la speranza non ti molla, non puoi rimanere divisa. Il tuo istinto insiste, ti aiuta a ricongiungerti con l’altra parte del sé.

Il regalo di Natale

Regalo di Natale – di Mirella Calvelli

Il grande pacco troneggiava accanto all’albero di Natale, allestito con cura come ogni anno dall’estro della mamma.

Le mani della ragazzina bionda, strappano impazienti la meravigliosa carta lucida verde, brillante e, all’interno, di un argento accecante.

Non sta ferma quella carta, parla, guizza, soffocata dal lungo nastro di raso rosso,  che stanco e molle cade ricoperto  da una quantità infinita di paglia finta.

Sicuramente anche lei, la paglia, è reduce da qualche altro cesto natalizio, solo è ben conservata perchè quel meraviglioso riciclo lo ha eseguito la mamma, che non butta via nulla!!

Poco importa, se la carta è la testimonianza di qualche Pasqua fa e i nastri sono i ritagli del suo lavoro. E’ lei l’artefice minuziosa.

Il resto, la sorpresa è del babbo. Osserva impaziente, con le mani affondate nella giacca di tweed, dall’alto della sua magrezza.

Mentre l’investimento economico, è della nonna Lolla, che ride sorniona afflosciata sul divano.

 Un’associazione perfetta: idea, impegno, sorpresa e partecipazione economica. Che team!!

A distanza di oltre 40 anni la ragazzina ricorda  la corsa in garage, dopo aver afferrato la piccola chiave nera nascosta in quel laborioso sarcofago.

Gioiva, salendo e scendendo ripetutamente da quello splendido “Ciao” bianco. Rigorosamente di seconda mano, ma meraviglioso, agghindato a festa con gli stessi nastri rossi.

Al piano di sopra, intanto si parlottava e si riponeva la carta e tutti gli accessori, chissà quale sarà la loro prossima destinazione?

La faccina rossa, incorniciata dai lunghi capelli biondi, festosa, li ritrova tutti e tre entusiasti e sorridenti.

Li ringrazio ancora dal profondo del cuore, adesso che se ne sono andati, per l’infinità di sorprese e attenzioni nei miei confronti.

Vorrei riaverli tutti insieme e far scartare loro qualcosa di speciale.

Ma forse di speciale, è stato il fatto di essere stati insieme in alcuni momenti delle nostre vite, ognuno con il proprio ruolo, ognuno con le proprie  sorprese e ognuno con il proprio stupore.

Cespugliare ovvero andar tra cespugli

Una gita “infernale” – di Luca Di Volo

Eravamo partiti entusiasti e baldanzosi…Qualche bello spirito un po’ di giorni prima aveva proposto una specie di passeggiata a piedi, così parlando: Perché non si va, partendo dalla pista del Campolino (ai piedi dell’Abetone n.d.r), costeggiando l’Orrido di Botri per poi arrivare a Montefegatesi in Garfagnana? Se ci venite vi assicuro uno spettacolo mozzafiato..” E noi accettammo..

Vedremo poi quanto fosse grande l’incoscienza sua e nostra, ai limiti dell’irresponsabilità.., ma eravamo giovani, niente pareva superare le nostre ambizioni. Quindi,via….

Già la partenza (un pullman ci aveva portato lì e ci avrebbe ripreso dall’altraparte)..già la partenza, dicevo, dava un cattivo presagio: il sentiero era tutto in salita, e che salita..Per forza, mi dicevo, si parte dal basso di una pista da sci..era prevedibile, però, speranzoso, pensavo: vedrai, guadagnata la cima poi, il terreno sarà tutto pianeggiante…manco a dirlo, per pianeggiare il sentiero pianeggiava..,ma in che modo..irregolare, interrotto da burroncelli, fossatelli, pozzette d’acqua..uno spiritoso venne fuori con una battuta: ora non ci mancherebbero che le sabbie mobili..” Fu accolto con freddezza…Ahi, l’entusiasmo stava pericolosamente scemando, i piedi pestavano il suolo che rispondeva col frusciare dell’erba secca  dell’inverno privato della neve…ma alla fine si giunse al famoso “Orrido”..E qui ci sembrò che le nostre fatiche avessero avuto il loro premio: una visione orrifica stranamente attraente: una specie di fascino perverso….Il panorama poteva evocare quello delle Malebolge di dantesca memoria..infatti il solito professorino ci confermò che proprio a questo Dante si era ispirato per creare quel luogo infernale di delizie. Effettivamente, nella sua terrificante e struggente bellezza quello spettacolo poteva portare ad altri mondi e anzi, davvero, trasportarci “giù nel mondo perso..”

Ma lasciati quei luoghi e i tristi pensieri, illudendoci che ormai il peggio fosse passato, fu presa la rotta per la destinazione finale. Ma il peggio non era proprio passato, anzi, doveva ancora venire: appena varcata la conca di Botri, si erse contro di noi un muro di canne intricate, con cespugli ad altezza d’uomo, tanto che i compagni si persero subito di vista. Io, infatti, mi ritrovai all’improvviso da solo in questa specie di giungla nostrana, a mio parere non meno maligna di quella vera, anche se non c’ero mai stato. Mi aprivo la strada allargando la sterpaglia con mani e braccia, quasi un nuotare in un elemento improprio; la sensazione non era brutta, sul principio, quasi uno scivolare dolce in un’altra dimensione. Ma presto le illusioni svanirono e la fatica la vinse su tutto. I pensieri allora cominciarono ad andarsene in giro, in maniera indipendente, quasi onirica: evocarono l’Anabasi di Senofonte e agognai quando anch’io avrei potuto esclamare “thalatta, thalatta” (Il mare! il mare!) ,anche se il mare era lontano parecchi chilometri..e poi la casa, il calore, il comodo divano, lontane e irreali..e capii quali erano le cose che importavano davvero…Caddi, mi rialzai, poi ricaddi..Quando alla fine quasi senza fiato scorsi uno squarcio d’azzurro, con l’ultimo residuo di energia uscii sotto il libero cielo..i campanili di Montefegatesi, come giganti misericordiosi, accolsero un pellegrino che non stava più in piedi ma era diventato molto, molto più saggio.

Stivali e foglie secche

Stivali rossi tra le foglie – di Roberta Morandi


È  una splendida giornata di fine estate, quasi autunno, quando l’aria è più  fresca ma non ancora frizzante, il cielo è  di un rosso pacato, non violento, che quasi vorresti affondarci le mani. È quel momento in cui le foglie dei platani non sanno se staccarsi e planare delicate a terra o aspettare ancora un poco. 
Ecco, il viale è già pieno di foglie di tutte le sfumature del rosso e dell’arancio, e altrettante sono ancora attaccate, ed altre ancora sono lì,  appese, in attesa di un soffio di vento che aiuti la loro incertezza.
Una ragazzina coi suoi stivali rossi, beata di quelle scarpe di gomma tanto attese con cui può  scalpicciare ovunque senza paura di sciuparle, osserva pensierosa quel tappeto di foglie ai suoi piedi, pronto per essere pesticciato e sparpagliato. Si muove e inizia piano piano a smuovere quelle foglie tirando dei calcetti, ma piano, senza fretta, assaporando ogni gesto; il rumore le piace e la interessa, allora prova a scalciare più forte e via via si lascia prendere la mano, anzi il piede, dall’emozione immensa di correre scalciando quelle foglie rosse e non ancora morte, provocando quello stropiccio (ci vorrebbe un accento sulla i ma non lo trovo). E corre, e scalcia, e le foglie scivolano sotto i suoi piedi.
Poi di colpo si ferma. Davanti a lei due grosse scarpe e una ramazza. Un omone in  tuta gialla le sta davanti  con le braccia conserte, e la guarda.