Gli oggetti di Natale: il bambolotto

PUPETTO il  bambolotto – di Sandra Conticini

Foto di Alexas_Fotos da Pixabay

Sandra ha portato, per la nostra riunione, il bambolotto di quando era piccola e con cui ha giocato anche sua figlia. Ora sta in casa, carico di emozioni passate, come ricordo di molti anni felici, di due generazioni di giochi, come simbolo di una maternità mai messa da parte.

Scherzando Sandra fa parlare il suo bambolotto preferito:

Eh si me lo ricordo quando la mia mamma mi portò via da quella bella festa piena di bambini con la mia carrozzina celeste. Avevo molta paura perchè non sapevo cosa mi sarebbe successo, invece capitai proprio in una bella casa, mi curavano e tutti mi adoravano. Per qualche anno mi  trattarono bene, anzi direi che mi davano anche troppo latte, era un continuo andare fuori in carrozzina, mangiare, dormire e poi si ricominciava. Ero il suo bambino plasticoso preferito. Quell’altra bambina con i capelli viola   doveva essere un po’ birbetta perchè veniva brontolata e sbatacchiata a destra e sinistra. C’era anche  un altro bambino un po’ più grande di me, senza capelli, che si vedeva in giro raramente.  Io avevo il mio bel vestitino celeste con la cuffietta e i pantaloncini di lana bianca per l’inverno, ma avevano capito che in estate mi faceva caldo e così mi fecero un vestitino estivo. La mia mamma si divertiva con me e mi faceva tante coccole. Poi gli anni  passarono e fui messo in una scatola al buio e nessuno mi  ricordava più. Finchè   arrivò un’altra bambina. Speravo  di poter trovare un’altra mammina, invece lei sembrava una principessa,  mi buttava per una discesa con un passeggino e ogni volta il mio cuoricino batteva all’impazzata finchè un giorno persi  due dita. La principessa giocava con un bambolotto che, se gli toglievi il ciuccio piangeva e io non riuscivo a dormire, ma ormai a me non pensava più nessuno. Avevo troppi nemici, oltre a CiccioBello c’erano anche Barbie e  Ken,  belli, con tanti vestiti, lei bionda e magrissima e lui alto moro e muscoloso.

Cosi fui rimesso in una scatola al buio per diverso tempo. Un giorno però la mia cara mammina  mi  ritrovò e mi mise su una mensola insieme ad altri pupazzi ed ogni tanto mi spolvera e lava i miei vestiti.

Quando la mamma  mi prende mi emoziono e vorrei tornare indietro nel tempo ma, mi accorgo che anche lei è contenta perchè mi stringe forte e, anche se sono polveroso, mi sbaciucchia come quando era piccola. Sono contento perchè, anche se a volte mi sento abbandonato, ho anch’io una vera mamma!

Sono contento e penso che è proprio la mia vera mamma!!!   

Un po’ di sorrisi dal passato in attesa dei nuovi

LE BOLLE DI SAPONE – dicembre 2015

Emanuela: Come tutte le cose che possono volare anche la bolla di sapone mi affascina perché può arrivare dove io non riesco. Il suo volo può essere breve ma comunque spensierato come lo sguardo di un bambino che la insegue.

Carla:  quindici giorni che non ci vedevamo, quante cose da dirci, ci sono anche le bolle, ma quante cose da dirci, che piacere rivederci, e ci sono anche le bolle di sapone, quanti colori, una è blu e l’altra verde, che belli i capelli di Germana! Un’altra è rossa, gialla, quanto bene voglio a Tina! Una è piccola, l’altra più grande…Tiziana è proprio una donna interessante. C’è la bolla di sapone che dura tanto e l’altra invece svanisce subito, sono proprio contenta che Emanuela sia venuta nel nostro gruppo, così la posso vedere spesso. Un’altra bolla di sapone ha tanti colori, quanta tenerezza Maria Grazia! Tante tante bolle di sapone…….

Tiziana: Leggerezza, bellezza effimera, mi riporta all’attimo. Non c’è da pensare a vedere una bolla che vola, c’è solo da gustare il momento perché è così immediata la sua fine. E tutto il corpo partecipa a gustare l’evento, gli occhi sgranati, la bocca sorridente. Quando vola una bolla è impossibile essere tristi…

M. Grazia: peccato che la bolla di sapone duri così poco. E’ un’immagine di colori che dona felicità e allegria. E’ divertente comunque poterle rompere. E’ triste comunque veder scomparire le immagini che riflettono nella loro trasparenza.

Germana:  mi riportano ai ricordi dell’infanzia. Viste con gli occhi di oggi le vedo leggere, luminose, libere, gioiose.

Tina: serve abilità. All’inizio è difficile per un bambino posare l’aria da immettere lentamente. Ai bambini piacciono…sono state le prime cose magiche della fanciullezza. Prima dell’acqua che si trasforma in ghiaccio. A volte vengono per caso a volte sono molto studiate. Ci si incanta sempre a seguirle in aria, vedere il cangiare dei colori, la trasparenza degli sfondi, la durata…si sta con il fiato sospeso, si aspetta che in un baleno spariscano….

Elisa: Bolle di cristallo da appendere all’albero di Natale d’aria. Delicate, con l’arcobaleno nel cuore e la delicatezza della pelle di un bimbo appena nato.

Le appendo col pensiero, una mi sfugge ma non cade al suolo, rompendosi in mille pezzi. Vola via verso il cielo, si riunisce alle nuvole e guarda dall’alto il mio albero immaginario. Poi esplode in mille schizzi di stelle e colora il cielo.

Laura: Come una bolla di sapone il mio sogno si è dissolto alla luce del sole. E’ esplosa in un attimo come il mio sogno di bambina.

Mimma: Un soffio leggero ti innalza leggiadra. Gli sguardi si soffermano sui tuoi colori stupendi, iridescenti alla luce artificiale della nostra allegra “soffitta nel cielo”.

Mirca: Colori dell’iride…leggerezza sbarazzina…sogni realizzati….

Monica: Respira piano, soffio lieve, lieve, la bolla si forma, diventa sempre più grande, trasparente ma colorata, verde, azzurro, rosa, giallo….sembra un miracolo che esce da una piccola cannuccia

Pat: Bolle di sapone. Trasparenza, tanti colori e poi splash

Si ricomincia: soffio, soffio non respiro, soffio, soffio  e poi splash!

Patrizia: Tanti bambini che giocano con le bolle di sapone …nel vederle fare e farle mi sono sentita leggera….

Roberto: Se mi avessero detto che stasera mi sarei trovato con una decina di persone adulte, responsabili, a giocare a chi faceva le bolle di sapone più belle, li avrei guardati con l’occhio commiserevole dei giorni disperati, quelli senza rimedio.

Stefania: Il mondo colorato da un velo luminoso, più bello, più lucido, sotto un velo che riflette i colori e li abbellisce. Una bolla piccola, fragile, che vola via con un soffio, non importa neanche sia vento. Se fosse necessaria o utile non sarebbe neanche bella,  si dovrebbe pensare ad essere bolle, per colorare un attimo. C’è qualcosa di più importante dell’abbellire un attimo?

Rossella: Se mi aspetti, se resisti, se non muori, vengo con te in un mondo senza tende. Di cristallo, senza falsità, finalmente trasparente come la tua voce…come i tuoi pensieri…trasparente come l’acqua  del mio fiume senza ponti….

Sandra: Le bolle sono favolose. Mi fanno ricordare naturalmente quando ero piccola…quante ne ho fatte con il sapone di marsiglia e la canna di bambù! Hanno proprio un fascino perché riescono a tirare fuori dei colori favolosi  che fanno sognare

Simone: Bla bla bla lo sai che Rosa ha schiacciato un ragno? No! Davvero? Bla bla bla lo sai che…uno scorpione? Davvero? Lo sai che bla bla bla un gatto? Lo sai che bla bla bla….bum gonfia gonfia prima o poi esplode!

La notte di Natale si avvicina….

Ogni anno, in questo periodo, torno a leggervi dagli anni passati.

Ecco qualche altra proposta:

La nonna e la nonnonna – di Rossella Gallori

18 dicembre 2015

Normalmente, cioè nei casi più fortunati, si nasce con un budget ben definito: babbo, mamma, nonni, nonne e,  nei casi più fortunati, forse una sorella o un fratello.

Quindi io appena fui in grado di capire feci l’appello: babbo: siiiii, mamma: si, fratelli: due…. e nonni? Solo una nonna, era chiaro che già in partenza mi mancava qualcosa.

Come fosse la mia nonna paterna è cosa risaputa: “l’Assuntina è tremenda”, lo dicevano tutti, e anche  se, con il senno di poi, potrei   arrivare a capire il perché, scusatemi, ma ancora oggi non riesco a perdonarla.

Quindi lei non era come io volevo? Bene, sarei andata in giro a cercare altre nonne, non mi arrendevo facilmente allora.

Non ne volevo una speciale, nemmeno tanto appiccicosa,  non importava che avesse il grembiule di mussola bianco con il sangallo giro giro e nemmeno uno a quadretti bianchi e rossi con lo sbieco, no non era necessario, mi poteva andar bene anche una con la gabbanella o una vestaglia di terital sopra il vestito buono. Pensa e ripensa fu così che apparve “la sora Eva”.

C’era sempre stata davanti a casa mia in via Cesare Guasti, ma all’inizio ero troppo piccola per le mie fughe verso “la fioraia”.

Corti riccioli biondo-argento, occhi azzurri chiarissimi, carnagione rosea, pelle d’angelo,  una voce tranquilla, rassicurante, aveva un difetto di pronuncia del quale non mi accorsi mai, quasi mai.

“La sora Eva che c’ha  la lisca”,  gracidava la ragazzetta del piano di sopra ; io non capivo, eppure quel  “Rosciella” doveva darmi qualche indizio.

Scendevo di casa alle otto per andare a scuola ed il solo vedere il bandone alzato mi sembrava di buon auspicio; se poi lei c’era, meglio ancora, mi mandava un bacio e diceva: a stasera, vieni presto……. Poi spiegava al cliente della prima ora : “Scusi sa, saluto la mi’ bambina”.  Ho capito un po’ tardi che forse mi chiamava “la su bambina” per evitare un po’ di “s”,  ma ho pensato da quasi subito che fosse solo affetto…. Già perché “la sora Eva” mi voleva bene.

Mangiavo in fretta, spesso la mamma non c’era nemmeno, cucinava mio fratello Gianni, la nonna pregava e forse campava di rosari. Il menu era ripetitivo, proponeva solo quello che piaceva a lui: riso, fagioli,  salsicce, riso e fagioli. Ma io buttavo tutto giù, avevo il mio appuntamento……ore 16, dovevo essere lì a bottega e sapevo cosa mi aspettava, una carezza e un gelatino da 30  d’estate ed un ditale di farina di castagne d’inverno, buono dolce e caldo cotto nella cenere del veggio…..poi si parlava tra noi “ da donne grandi”, non mi faceva mai sentire in più; ero il suo aiuto, il suo conforto, diceva lei, anche se un figlio ce lo aveva, forse 10-12 anni più di me ma non veniva mai a negozio; cagionevole di salute, secchione e molto signorino, preferiva la calma di casa sua  all’umido del negozio della mamma. Capitava ogni tanto, mi ignorava,  forse un po’ geloso di quell’estranea così amata, grassottella e rompiscatole. Una volta l’ho sentito dire: ma non ce l’ha una casa questa?……beh si io una casa ce l’avevo ma aveva un soprammobile ingombrante: la mia nonna.

Si rideva io e “la sora Eva” mentre si facevano i cuscini per i morti……” Rosciellina di che colore lo fo ?” . “Bianco o rosso”  rispondevo quasi sempre. ”Allegro, meglio allegro”.  Ho sospettato che “la soraEva“ si scrivesse tutto attaccato, era più solenne anche se improbabile!

A volte la nonna mi puniva non facendomi uscire ed impedendomi di fuggire: allora la guardavo dalla finestra la mia “non nonna” e dall’altra parte della strada vedevo le sue mani gesticolare in un veloce alfabeto muto: non piangere, a domani, sillabava.

Quante cose avrei da dire di lei ora che ho tolto il coperchio al barattolo chiamato infanzia! Come quando si chiuse all’improvviso per andare in centro. Si prese il “2”, me lo ricordo bene, e via da Zanobetti  a comprare un vestito per lei; aveva un marito geloso “la sora Eva”,  il “sor Sergio” che da bravo maschio padrone la preferiva struffellata e con la vestagliuccia. Ma come rimase a bocca aperta quando la vide con lo chemisier pervinca, le calze fini e le scarpe con il tacco….. come era bella….!  “Oh con chi l’hai comprato” tuonò appena la guardò meglio. “Sono andata con la mi’ bambina”………

PS: Vedi nonna (quella vera) so che sarebbe l’ora di perdonarti ma non lo faccio e non ti chiedo nemmeno scusa, non volevo  grembiulini, torte e baci, volevo solo una carezza e tre parole : “la mi’ bambina”……..

Il solito posto della tua vita che io non so – di Mimma Caravaggi

Un biglietto, solo un biglietto un unico insulso post-it con due parole “torno domenica sera” e questo è quanto! Dove te ne vai PG ? Tutte le volte che qualcosa non va nella maniera che desidera, si allontana, scappa invece di prendersi le sue responsabilità, accettare le avversità, far fronte alle difficoltà, scappa, fugge via per 2, 3 giorni  ma quando torna sembra un’altra persona. Tranquillo pronto ad ascoltare ciò che hai da dire, ascolta sorridente le mie filippiche, mi guarda e inizia a parlare come un fiume in piena . Lo ascolto, che altro fare?  E’ così che mi piace, quando si apre e tu riesci a capire cosa pensa. La tua rabbia si scioglie come burro e sei li incantata ad ascoltarlo. E’ bello vederlo così. E’ così che avrei voluto un figlio, mio figlio. Purtroppo mi è stato negato. PG invece è arrivato imprevisto, come un ciclone è entrato dalla porta e si è posizionato nella stanza degli ospiti. E’ il figlio adottivo di Alberto che la cara “mammina” ha buttato fuori di casa senza un indumento nulla se non quello che aveva addosso. Alberto ed io stavamo partendo per Giannutri per una breve vacanza e abbiamo dovuto portarlo con noi per non lasciarlo in strada. Povero PG, adottato, bistrattato, buttato fuori di casa e sempre senza una lira. Lo credo che  poi ha bisogno di un posto tutto suo dove andare a riflettere e coordinare tutti i suoi  pensieri e, a volte, fare il ribelle incosciente, come quando prese le chiavi della macchina di Alberto per farsi vedere a scuola con l’Alfa Integrale. Una bravata che riuscii a nascondere solo dopo una ramanzina coi fiocchi  e una grossa promessa. Ma quando si isola vorrei essere lì con lui coccolarlo fargli sentire che gli sono vicina come una mamma vera dovrebbe fare, ma lui vuole restare solo nel suo angolo preferito che non conosco e che a volte non accetto. Devo pensarci sopra molto per capire che è un suo diritto, è una sua scelta e va rispettata. E’ stato con noi per quasi due anni prima che sua madre lo riaccettasse a casa dove è tornato di corsa perché le mancavano sua madre e sua sorella. Io porto con me questo ricordo che mi ha dato tanta ansia ma anche gioia e divertimento perché PG è molto simpatico e noi due, a dispetto dei genitori, stavamo bene insieme e ridevamo spesso. Ricordo che mangiava solo un gran piatto di pastasciutta con un etto di parmigiano e nient’altro ma era un bel ragazzone alto e non certo deperito. Un bel giorno ha litigato di brutto con Alberto e sono quasi 10 anni che non lo rivedo e mi manca molto, come il suo sorriso, la sua allegria, le chiacchiere e anche quando se ne andava nel “solito posto della sua vita che io non so”. Ogni tanto ho sue notizie dalla sorella che ci frequenta normalmente tra un viaggio e un altro.

Incontro virtuale – 15 dicembre 2020

con Cecilia Trinci

Intense emozioni condivise ieri in entrambi i gruppi.

Abbiamo parlato di oggetti speciali, portati da ognuno, come il particolare metro di legno di Rossella, strumento di una vita di lavoro tra stoffe e personaggi, o la bambola preferita carica di sentimenti di una Sandra bambina o la strana caffettiera ad alcol del padre di Gabriella usata per i campi militari…abbiamo parlato di scritture come quelle di Nadia sulla difficoltà e le mille sfaccettature del clima natalizio e di Frida Kahlo amata con entusiasmo da Stefania e anche le parole amare lette da Rossella sul dolore che si prova quando si crede di non essere più amate e “Il complesso di Cenerentola”, storico testo sessantottino di Carla che riassume molte criticità femminili e un tenerissimo quaderno delle poesie di una Lucia sedicenne a lungo conservato e ritrovato ora, come lo scrigno della zia di Anna contenente lettere d’amore antiche scritte a mano….. E poi quadri come il Klimt (Speranza 2) di Laura con il suo messaggio di colori e soprattutto di RINASCITA, di foto di grandi sorrisi spensierati di Luca con un amico di 30 anni fa che non c’è più, di persone come l’illustratore Ugo Fontana di Simone, grande maestro di tecnica e di vita. … E poi parole come MISERIA di Patrizia, a cui lei pensa quando rivede i Natali lontani nel tempo, e TRISTEZZA di questo periodo solitario di MIMMA e CONGIUNZIONE di Vanna, grande parola evocatrice di collegamenti e “UNIONE”…. Immancabili i cibi del cuore come il “miele di fichi” di Carmela, proveniente dalla Puglia amata e dalle mani di tante donne laboriose…… Si sono evocati alcuni Natali speciali come quello del ’67 di Mirella, in cui la mamma era all’ospedale per un parto sfortunato, il ricordo di quel Natale da sola, con una certa zia, ma anche la gioia del ritrovare la mamma a feste finite, o quello di Tina quando per un’unica volta il babbo fece i tortellini con il matterello di famiglia sotto l’albero fatto di frasche attaccate su un manico di scopa, o il presepio multiplo e felicissimo, costruito confusamente a più mani nel giardino di Anna, da tutti i compagni di scuola del nipotino. E l’Albero di Natale eterno di Stefania che i nipotini agghindano la mattina e la sera disfanno, ogni giorno, in un interminabile festoso addobbo quotidiano. E infine la promessa di un disegno di Lucia che rappresenti gli alberi di Natale semplici di decenni fa, che erano cipressi o ginepri, trovati nel bosco e quasi mai abeti, carichi di stagnola o caramelle, al massimo candeline di cera, come il suo, tornato alla mente, addobbato con un lungo unico filo di caramelle legate insieme. ……..

Legate insieme……un po’ come tutti noi.

Buon Natale ragazze e ragazzi!

Destino o scelta?

E il tempo scorreva – di Carmela De Pilla

Nemmeno lei sapeva come e perché fosse stata catapultata in quel collegio di Firenze in un giorno di ottobre del 1966.

Aveva tredici anni e dall’oggi al domani si ritrovò tra persone che parlavano una lingua che non capiva, forse è italiano, si diceva, ma lei abituata a parlare solo in un dialetto quasi incomprensibile ne ignorava il significato

Percepì subito l’ostilità che si spandeva nell’aria e capì che in quel tempo e in quel luogo nessuno le avrebbe mai parlato di amore, così giorno dopo giorno si chiuse sempre di più in se stessa senza permettere a nessuno di scoprirne i pensieri e i sentimenti, sola, nel suo silenzio, un silenzio assordante che la portava molto lontano.

Le vedeva le sue compagne che l’additavano parlottando e ridacchiando fra sé, avrebbe voluto strattonarle, urlare, ma si sentiva troppo fragile, impaurita e scoprì che l’unico modo per difendersi era rinchiudersi nel proprio silenzio così decise di non parlare più.

Urlò quel 4 Novembre.

 Non capiva cosa stesse succedendo, vedeva solo veli neri che svolazzavano nevroticamente tra le stanze e nel cortile, bambini che piangevano, uomini che correvano

-L’acqua…l’acqua…sta arrivando l’acqua…

– Presto, prendete le spranghe di ferro, i travicelli, i tavoli…le assi …

Tutti si davano un gran da fare per rinforzare il grande portone ad arco che si apriva su via Borgopinti e lei guardava impalata in un angolo, tramortita, terrorizzata  da un nemico che non conosceva.

-L’Arno!!…l’Arno ha invaso tutte le strade e le viuzze del centro e sta arrivando qui, gridava un signore dalla strada.

E lei guardava impalata in un angolo, stordita da quella babilonia …

L’Arno? Non sapeva nemmeno cosa o chi fosse, lo scoprì soltanto qualche ora dopo quando affacciandosi alla finestra del primo piano vide un fiume d’acqua fangosa che ormai si era impossessata della strada, allora capì e si sentì ancora di più spaesata e sola.

Da diversi giorni pioveva ininterrottamente, nella giornata del 3 le piogge aumentarono d’intensità, ma nessuno se ne preoccupò abbastanza, nemmeno i fiorentini che fermandosi lungo gli argini si dicevano “è un classico che d’autunno piova così tanto” invece il livello dell’Arno incominciò a crescere rapidamente e nelle prime ore del 4 accadde l’irreparabile.

Macchine, sedie, tavoli, alberi che galleggiavano e nafta, tanta nafta che scorreva su quel fiume e portava con sé il  terrore che potesse prendere fuoco.

Si sentiva smarrita, spaventata e soprattutto abbandonata.

Qualche giorno dopo l’acqua rientrò nel suo letto lasciando per le strade fango e tanta desolazione, poi le dettero un paio di chantilly bianchi e si ritrovò con alcune compagne e suore a ripulire dal fango ciò che era recuperabile.

Il tempo scorreva…

e lei si lasciava vivere senza opporre resistenza, intanto andava alla ricerca di se stessa, voleva conoscersi, capire, darsi delle risposte e incominciò con fatica ad uscire pian piano fuori dal guscio per rinascere una seconda volta, curiosa di scoprire le bellezze della vita.

 Il tempo scorreva…

 e la mandarono in un altro collegio dove studiò per diventare maestra, suo padre ci teneva molto che prendesse quel diploma.

 -Se studi non sarai ignorante come me e, per una donna fare la maestra è un bel lavoro!

Il tempo scorreva…

e imparò a conoscersi, a sorridere, a farsi degli amici, incominciò a sentirsi più serena, più sicura e qualche volta conobbe anche la felicità.

Il tempo scorreva…

e si diplomò, decise così di iscriversi all’università, ma dirlo ai suoi genitori era difficile, i patti erano che dopo il diploma sarebbe ritornata al paese, ma come poteva dopo tanta fatica lasciare ancora una volta tutto per ritrovarsi in un ambiente che ormai non conosceva più?

Si incontrò con suo padre alla stazione di Bologna per proseguire il viaggio verso la Puglia e si sentì ancora una volta persa, era sicura che lui non avrebbe capito, ma questa volta non voleva sconfitte.

-Papà pensavo di proseguire con l’università, mi piace studiare, potrei anche lavorare, la madre superiora mi ha proposto di insegnare in una prima, cosa ne pensi?

-I patti non erano questi, lo sai che mamma ti aspetta…

-Ma papà…

-Ho capito Carmela, vuoi rimanere a Firenze…

Quella ragazzina di tredici anni ero io, ho continuato a vivere a Firenze grazie ad un padre straordinario che aveva capito tutto prima ancora che io parlassi……

Alberi: cipresso

La cipressa col fiocco – di Tina Conti

L’edificio era bello, grande, progettato da un giovane e illuminato architetto

Nel realizzarlo con lavori in economia  erano stati semplificati alcuni dettagli, ma risultava gradevole e con scelte  pensate e adeguate. Per me era un vero eden, un grande giardino, alberi da frutto e un contesto alla mia misura. Tutti contribuivano alla buona funzionalità, costruendo arredi, sistemando le  piante, collaborando  per il benessere delle  persone  che vivevano in quei locali. Io  che non avrei mai trovato una situazione uguale, dicevo che mai me ne sarei andata.

E invece dopo ventidue anni, ho accettato il richiamo di una nuova situazione.

Non ero più tornata nella mia scuola del cuore. Poi, il numero cinque dei miei nipoti non ha trovato posto  nei locali accanto  al nido che aveva frequentato ed è stato accolto  proprio lì.

Ero emozionata quando sono entrata per riprenderlo:  uno dei primi giorni guardavo  in giro per ritrovare quei richiami che mi avrebbero riacceso ricordi, emozioni, pensieri.

Due colleghe mi sono venute  con affetto vicino, mascherate anche loro, ma con dei fiori di papavero sulla visiera, per sembrare  più leggere.

Del mio gruppo storico  non c’è più nessuno, ma quello che ho potuto osservare all’esterno mi ha riportato a bei giorni, intensi e pieni di cose fatte, pensate, sognate.

Abbiamo fatto una scuola viva e appassionata, sempre curiosa e disposta a ricercare, conoscere, imparare.

E cosa c’entra con la cipressa? E pensare che non la vedevo nel giardino anche se con gli occhi l’avevo cercata. Per forza!, ora era enorme.

Era arrivata  dal bosco  di Villamagna  una mattina vicino a Natale, regalo di una mamma che diradando una parte del suo terreno ,l’aveva invasata  per essere addobbata per le feste e poi piantata, nel giardino nella  parte più spoglia, vicino all’edificio.

Quanta gioia ha dato quel regalo, è cresciuta in fretta, forte e vigorosa, con rami robusti che toccavano terra, folti che dentro ci si nascondeva e mimetizzava perfettamente.

Ma , non tutti erano disposti a correre rischi, perché permettere ai bambini di salire su quell’albero?

I bambini correvano veloci per prendere le postazioni migliori, rimanevano rintanati tutto il tempo che potevano. Inventavano migliaia di giochi, progettavano avventure per i giorni a venire, raccontavano, cantavano, pensavano.

Era un posto magico, fantastico, unico, che però  poteva essere capito se si erano provate e cercate quelle emozioni.

Per farla breve, si decise di mettere un limite all’altezza che i bambini avrebbero potuto raggiungere  ponendo un segnale vistoso e chiaro: un fiocco rosso sul ramo, stop ,cosi tutti gli adulti si sarebbero tranquillizzati.

Non ricordo che ci sia stato un bambino che si sia fatto del male giocando su quell’albero. Ora, i rami bassi sono stati tagliati, l’albero è imponente ma, io quasi non mi ero accorta che c’era sempre. All’altezza dei bambini c’è un forte tronco che invita a guardare all’insù 

Non è più  l’amico dei giochi, è un vecchio signore, severo e profumato che ospita colonie di passerotti e pettirossi che si rincorrono  allegri.

Una pagina dal passato

L’11 maggio 2017 avevo pubblicato questa pagina. Qualcuno la ricorda?

Le mani della madre

Stefania Bonanni

Furono recise di colpo quelle radici. Quei rami rampicanti che dalle mani di mia madre, invisibili, salivano e stringevano, tenendo insieme quello che forse insieme non ci sarebbe stato. Erano rami di una pianta semplice. Poteva essere edera. Non era stata piantata ad abbellire un giardino. C’era e basta. E, forse di notte, cresceva non coltivata. E i rami si allungavano, si infilavano nelle fessure, salivano su per i muri di mattoni, ricoprivano il tronco di alberi altrimenti secchi, che si coprivano di foglie di altri.

L’edera è capace di miracoli. E’ tenace, sembra morire, perde le foglie, poi si scopre vivace, di nuovo ricca di vigore. E ha anche insospettabili radici, che non si sa mai fino sotto a cosa arrivino, dove hanno origine o forse fine. Si rischia sempre, cercando di togliere l’edera, di demolire qualche muretto o di fare una buca nell’asfalto. Nascono così, in silenzio, invisibili e sconosciute.  Come ragnatele, come succedeva a Spider Man, dalle mani di mia madre uscivano fili invisibili che intrappolavano, senza scampo.

Non è vero che si sono recisi. Sono rispuntati a grappoli fitti, sono usciti dalle braccia, dalla gambe, dalla schiena, dalla pancia, dalla penna, dalla testa. Sono ricoperta d’edera, di micelio, di insetti che lasciano polline, di bocci di fiori che forse sbocceranno. I semi sono stati gettati dalle mani di mia madre.

Valentina Tognelli

Sono quelle che adesso ti coccolano dalla mia pancia, che ti cullano e ti accarezzano, quelle mani da cui spero ti arrivi amore e pace, che accolgono e amano.

Sento le mani calde e pulite della mia nonna, mentre mi accarezzano il viso e con lo sguardo mi parlava, mi diceva che andava bene così, che questa è la vita. Quelle mani che furono il suo saluto, il suo addio per me e queste mani che ti danno il benvenuto oggi. Benvenuta, amore mio.

Rossella Gallori

Non sapeva granché di quella religione, lei, e   confondeva benedizioni, credenze, un prima e un dopo del quale le importava poco….Ne aveva due di religioni, in realtà: una di sangue e una imposta e mal proposta, con un risultato sbilenco, a volte quasi blasfemo.

Lo diceva spesso a sua figlia: “fammi chiudere il cerchio, fammi finire dove ho iniziato” E fu proprio così, alla fine  la portò lì, sua figlia, alla Casa di Riposo della Sinagoga e furono dodici mesi interminabili, pesanti, fatti di sabati immobili e di domeniche senza messa.

Tutto poi accadde all’improvviso, previsto e tagliente un giovedì di ottobre, piovoso allagante, la videro fuggire via dal negozio,  correre con il grembiule verde, senza ombrello, il volto bagnato dalla pioggia. ….Quando il rabbino le disse che sì, stava meglio, ma che non avrebbe potuto  ancora vederla, quella figlia  capì subito, per quello strano intuito che si chiama amore….

“Avete trovato il suo lenzuolo?” chiese soltanto

“Sì certamente” fu risposto.

Era già stata “incartata”, quando la vide profumata e chiusa, posta su un fianco, nuda dentro.

Le balenò un’idea, sua madre voleva morire con la fede al dito, contravvenendo alle regole.

Chiese di rimanere un attimo sola con lei. Aprì il tragico vestito. Trovò le mani di sua madre, bianche, morbide,  giovani, ci nascose gli anelli e le baciò. Chiuse il drappo e la salutò. E fu per sempre.

Roberto Zatini

Aveva le mani ruvide mia mamma. Farsi lavare il collo e le orecchie da lei era un’impresa che ti iniziava alla vita: quando l’avevi superata eri pronto per andare oltre ogni ostacolo.

Dovevi resistere al bruciore del sapone negli occhi e quello negli orecchi dopo che erano stati frugati in ogni recesso accessibile dal suo indice impietoso, con il quale, pensavo, avrebbe potuto arrivare al cervello, nel tentativo estremo di farci radicare certe sue regole inamovibili.

Aveva le mani operose la mia mamma, che non si fermavano mai, specialmente quando riusciva ad afferrarmi: “Io ti ho fatto, io ti sfò” questo era l’inizio dell’intervento di rieducazione: poi la sinistra bloccava il collo, la destra strofinava quello che rimaneva scoperto.

Una volta che avevo cavalcato a pelo un verro leccese del nonno, mi aveva fatto un trattamento speciale, con ammollo nel ranno caldo di cenere e successiva strigliatura con un bruschino di saggina.

Le mani della mia mamma non le posso dimenticare.

Aldo Bombaci

Mani morbide, sicure, rassicuranti, accoglienti, queste sono le mani delle madri. Le mani di mia madre avevano quelle caratteristiche pur essendo piccole, era sua esile figura a proporle. Furono mani maestre nel guidarmi, nei primi passi, e nello scrivere numeri, parole, il primo pensierino della letterina per il babbo da mettere sotto il piatto come sorpresa.

Mani educatrici, mani che ti imboccano, mani che ti danno la vita, mani senza più vita, gelide, appoggiate sul grembo una sopra l’altra. Mani nella memoria.

Carla Faggi

Sapeva fare tutto mia madre. Aveva mani magiche e una volontà di ferro. Non esisteva una cosa che non sapesse fare  perché comunque avrebbe provato a farlo e ci sarebbe riuscita.

Cuciva abiti per sé, per me e mi ha insegnato a farlo. Lavorava a uncinetto. Ha fatto dei capolavori che ancora ho: tende, coperte, tovaglie. Nella mia camera tengo appesi due quadri fatti da lei a tombolo.  Sono bellissimi.

Sapeva fare tutto, ma faceva anche tutto.

Imbiancava le pareti. Tutte bianche. Ovviamente poi diventavano coloratissime perché ci appendevamo tutte le sue opere.

C’era da cambiare una serratura ad una porta? Ci provava e quasi sempre ci riusciva.

Diceva sempre: Se lo fanno gli altri posso farlo pure io, o almeno ci posso provare!”

La ringrazio di essere stata mia madre.

Elisabetta Brunelleschi

Uscita dalla vaschetta dove volentieri  sguazzava durante il bagnetto tu la prendevi e l’avvolgevi nel grande telo bianco. Poi di corsa, stringendola forte per non farle prendere freddo, la portavi in camera, la mettevi sul letto e iniziavi ad asciugarla e vestirla. Tutte le mani erano lì in quell’avvolgere un corpo tenero dentro un telo caldo e morbido. Durava tutto pochi attimi, ma erano infiniti. Poi tornavano gli abiti a coprire le fresche membra di una bambina piccola. E le mani andavano…..

A giugno era già molto caldo. L’unica stanza fresca era la camera da letto dei genitori. Un’ampia stanza in penombra con un grande specchio rettangolare appeso alla parete. Lì c’erano le vestizioni, le prove degli abiti nuovi, i riposi e i sonnellini. Quel giorno, sudata per i giochi nel cortile, ti chiamarono per provare il vestito nuovo. Ma eri già insofferente all’idea. Quindi, quando dovesti stare ferma così sudata e appiccicosa, con quel cencio che ancora non capivi cosa fosse, iniziasti a muoverti. Ed ecco che due mani dure e possenti ti misero ferma. Ti tenevano le braccia, ti obbligavano le spalle. Perché si doveva prendere le misure esatte, gli orli dovevano essere precisi. Ma quel vestito pungeva e le mani te lo tenevano stretto e vicino. Mentre il sudore colava due mani ruvide e troppo grandi e cattive ti stringevano e ti sentivi come in una morsa.

Germana Fantini

Negli ultimi tempi le mani di mia madre erano diventate scarne e pallide come il suo volto. Mani ferme, silenziose, mani che hanno lavorato tanto e che hanno amato tanto Ricordo molto bene le mani di mia madre, il colore, la morbidezza…..per anni le ho accarezzate e incremate sperando che il mio amore per lei, attraverso le mani, potesse comunicarle che non era sola, in quella sua malattia che fa esplodere la solitudine.

Simone Bellini

Trovami quando mi perdo, stringimi per darmi forza, accarezzami per tranquillizzarmi, schiaffeggiami se mi nego, afferrami se cado, se tremo riscaldami con le tue mani e se si stancheranno le stringerò per darti forza, le accarezzerò per ringraziarti, le afferrerò per non perderti, le scalderò nel freddo dei tuoi ultimi giorni.

 Mimma Caravaggi

Le ricordo piccole, un po’ tozze, rugose, con le unghie non curate, ma che sapevano fare di tutto, soprattutto scrivere, ma anche accarezzare dolcemente dopo una piccola ferita o un “cascatone”. Le usava per dipingere, suonare vari strumenti, dal banjo al piano alla fisarmonica e l’armonica. Penso che le mani di mamma possano fare miracoli durante tutta la strada che si fa insieme. Lunga, se sei fortunata! E’ un appoggio sincero, confortante e le mani possono trasmettere amore o anche rabbia. Possono essere belle, brutte, grandi, piccole, callose, lisce …ma per tutti sono un rifugio costante nell’arco di una vita.

M.Grazia Innocenti

Mani piccole e laboriose, mani che sapevano ricamare  piccoli camicini di seta per i neonati. Non ho ricordi particolari delle sue mani sul mio corpo se non le carezze che mi dava prima di andare  a letto dandomi la buonanotte.

Mi ricordo invece le mani di mio padre che, la domenica mattina, mentre mamma preparava il sugo e il pranzo, mi faceva il bagno.  Mi metteva in una tinozza ricolma d’acqua calda e io, in piedi venivo lavata con delicatezza da capo a piedi. Aveva mani lunghe e sottili che trasmettevano amore e cura. Poi, delicatamente, mi stropicciava con un asciugamano di spugna, morbido che sembrava di velluto. Quello era stato lavato e stirato dalle mani di mia mamma.

Miriam Pavi

Non erano belle le mani della madre. Per quanto fosse giovane aveva già un po’ di artrosi e le dita avevano dei piccoli nodi alle articolazioni. Anche la forma non era un granché: mani piccole, un po’ tozze, con la pelle già macchiata. Ricordo bene con gli occhi, ma ricordo meglio col cuore e con la pancia. Le mani consapevoli della loro non perfezione, usavano cautela nella carezza, oppure, altre volte, diventavano grandissime, se dovevano proteggere o trattenere. C’era poi il momento in cui diventavano stranamente agili, quando si trattava di creare un golf o un vestitino. Pochi soldi, tanto impegno e tanto amore.

Sandra Conticini

Quante cose hanno  fatto le tue mani Proprio in questo periodo me ne sto rendendo conto. Vado lì, a casa tua e trovo tutti i tuoi sottabiti di seta fatti da te, punto dopo punto. I cappelli, le vestaglie che sembrano cappotti, le camicie da notte che sembrano vestiti delle feste. Tutto fatto da te con ago e filo. Oggi ci si sogniamo queste cose, nonostante macchine da cucire ultra moderne. Mi ricordo le tue mani quando mi accarezzavano e avrei saputo riconoscerle tra mille, anche al buio, perché sentivo il calore dell’amore. Erano mani semplici, se sapevano di lavoro, spesso anche sciupate, con l’unghia del dito pollice della mano destra sempre un po’ rotta. Queste mani hanno lavorato per tanto tempo e quando non ce l’hanno fatta più è stata la fine. Ma non mi piace pensare alle tue mani degli ultimi mesi, non le riconoscevo e vederle chiuse e rattrappite mi dava un dolore così forte che non riuscivo neppure a parlarne.

Nadia Peruzzi

Mani rugose, mani fragili, mani tremolanti che si portano dietro tutta una vita.

Mani che hanno accarezzato e accudito, accompagnato, protetto. Mani che, talvolta, hanno tirato qualche scappellotto. Mani un tempo sicure e forti, generose e volitive, come il carattere che ti ha contraddistinto. Mani che a volte hanno espresso distanze e espresso severità accompagnando lo sguardo e l’espressione.

Adesso a stringerle, trasmettono il tempo che se ne sta andando, più di quello che anticipa e racconta di promesse e orizzonti futuri. Mani vissute e profumate di presente che sa di vita che scorre e che non cede  il passo, anche se la stanchezza sempre più spesso prende il sopravvento.

Tina Conti

Mani indaffarate, capaci, sempre attive.

Di misura media, belle, ma con i segni dei “mestieri”, unghie corte, screpolate in inverno, colorate dal contatto con i frutti e gli ortaggi in estate. Mani che ti sorreggevano, aiutavano, ma non abituate alle smancerie e alle carezze. Solo con i nipoti le vedevo piene di dolcezza. Negli ultimi giorni della sua breve ma feroce malattia,  ho visto mio fratello Walter, che le ha dedicato tanto del suo tempo e amore, mentre le accarezzava le mani  dicendo che erano state tanto importanti e attive e ora erano diventate belle, abbronzate e lisce.  Le carezzava piano, guardandola negli occhi e consolandola.

Vedere un uomo così capace di esprimere vicinanza e amore alla propria madre mi colpì allora e mi fa capire oggi quanto forte è il senso di appartenenza alla famiglia, un sentimento che rimane profondamente vivo tra noi fratelli.

La via d’uscita

Labirinto – di Vanna Bigazzi

Ogni Labirinto ha la via d’uscita ma non sempre si riesce a trovarla.

Nel Labirinto i sentieri si biforcano continuamente dando la possibilità di infinite scelte. Ogni scelta, a sua volta, implica ulteriori ramificazioni. Ogni Labirinto reale richiama necessariamente un Labirinto simbolico di innumerevoli possibilità, di situazioni composte. Tuttavia il Labirinto, nella sua ripetitività, non appare come realtà dinamica ma come realtà congelata, quindi possibilità di scelta all’interno di una fissità: prerogative della dinamica del pensiero nei limiti di una personalità isolata (“Cent’anni di solitudine”). Questo è un dramma dell’uomo moderno. Nel Labirinto possono verificarsi intrecci pirotecnici di storie delimitate da uno spazio circoscritto dove il perseguimento di un progetto trova blocchi ed ostacoli e resta intrappolato in un circuito inesorabile, tutto ciò potrebbe rappresentare la simbologia dell’uomo di oggi che rimane prigioniero della sua medesima dinamicità. La letteratura postmoderna che fa suoi i concetti di circolarità attorno ad un medesimo nucleo pur con la commistione di stili e linguaggi, percorre una traccia orizzontale ed in questa si esaurisce, ignorando la verticalità del pensiero e descrivendo l’uomo di oggi limitato nelle sue infinite possibilità.

Resistere

Il cactus immortale – di Anna Meli

“Nonna, nonna è sceso il vaso di una piantina grassa!…vieni vieni!”

“Ma come sceso?” 

“Vieni, vieni veloce!”

            Mi precipito per vedere cosa è successo e mi rendo conto che il vaso “ sceso” è caduto disotto al muretto spinto da un piedino irrequieto.

“Mai fermo eh!….che disastro!

            Mi chino per raccogliere il tutto, un po’ arrabbiata. Poi alzando gli occhi incontro i suoi, grandi scuri, lucidi, dispiaciuti e lì mi sciolgo.

      “ Pazienza dai, non piangere. La piantina non si è rovinata, vuol dire che mi aiuterai a rimetterla

         in un nuovo vasetto”

      “ Siiii! Così ci divertiamo, nonna guarda siamo fortunati, non punge nemmeno e sarà facile!”

            Così, ci procuriamo il necessario e procediamo al rinvasamento, ma nel fare questa operazione ci accorgiamo che alla base della pianta rotonda come un piccolo mondo, ce n’è un’altra piccola, piccola, piccola, che ciondola quasi staccata.

“Nonna come si fa, dobbiamo salvare anche il piccolino!”

“ Certo tesoro, se cerchi nello stanzino ci deve essere un vasino che sembra fatto apposta!”

“ Trovato!”

            Insieme abbiamo affondato le mani nel sacco del terriccio e abbiamo piantato i due cactus sporcandoci ed è stato bello vedere quelle manine grassocce spingere con impegno e assicurarsi che tutto fosse fatto come si doveva.

“Nonna, il cactus piccolo me lo dai a me vero?”

“Sì, sì  ma dovrai averne cura e crescerà con te.”

            E così è stato, anche se ci sono state varie interruzioni. Infatti, un merlo dispettoso andava a cercare lombrichi nel suo terriccio e, becca qua becca là, riusciva sempre a sbarbarlo. Era sempre lo stesso merlo che aveva una piuma bianca su di un’ala.

            Il piccolo povero cactus non ripiantato più volte non riusciva a decollare. Un giorno rientrando a casa, l’ho visto nella ghiaia del giardino con le esile radici allungate, sembrava una piccola medusa verde: a due passi di distanza la tartaruga osservava con aria sorniona pensando forse ad un bocconcino insolito. L’ho presa e rinfrescata, poi nel primo pomeriggio io e il mio nipotino l’abbiamo ripiantata per l’ennesima volta e lui a pensato bene di proteggerla mettendoci intorno dei legnetti a mo’ di steccato.

            Da quel momento le cose sono andate meglio. Il cactus è cresciuto, si è fatto rotondo e ciccioso, sembra un piccolo mondo diviso in paralleli su i quali spuntano meravigliosi fiori: stelle bianche che durano lo spazio di un giorno.

            Abbiamo da tempo tolto i legnetti. Il merlo dalla piuma bianca non l’abbiamo più visto. Ora il cactus cresce bene, senza paura  e insieme a lui anche il mio nipotino, vite di diversa natura bisognose di cure amorose per crescere e fortificarsi.

Frutta secca

Colori di Natale – di Cecilia Trinci

Per tutto il mese di  dicembre, negli ultimi anni e quasi per attirarci, la loro casa sembrava assomigliare alla casetta di Hansel e Gretel e si riempiva di soffi di vainiglia e zucchero a velo, con sottofondo di  mele, arance e canditi. La cucina  si apriva su cesti di limoni, ciambelloni che cuocevano in forno vaporizzando odor di burro fuso e cannella.  Su tavoli e tavolini del soggiorno sacchetti di biscottini profumati, mandarini di varie qualità, pandori e panettoni pronti ad essere tagliati e torroni morbidi e lunghi, ricoperti di cioccolato e cestini pieni di torroncini calabresi rivestiti di carta colorata argentata. Guardarli faceva Natale.

Ma la cosa che più di tutto in me accendeva la sensazione della festa era la frutta secca. Senza nocciole, mandorle, noci, prugne, albicocche e fichi secchi, ben vestite nei cestini con tanto di attrezzatura per schiacciare e romper gusci non poteva essere Natale.

Qualche addobbo c’era, ma credo di non ricordare quali fossero. Se c’erano lucine qua e là o se la luce soffusa era sempre la stessa, quella del suo grande acquario dove nuotavano pesciolini tropicali colorati che già da solo creava calore intorno.  Attirava lo sguardo con le piante che fluttuavano, con i riflessi sull’acqua che gorgogliava per pulirsi dalle impurità e che ricordava in lontananza il rumore del mare, come una conchiglia messa all’orecchio. Che delusione inaccettabile fu sapere, già da piccola, che quel rumore nella grande conchiglia non era l’oceano prigioniero.

Tutto quel ben di Dio saziava solo a vederlo e se con le parole si faceva notare l’esagerazione e l’abbondanza, dentro, in un punto nascosto  si provava il piacere della festa, la promessa che il giorno di Natale e i giorni seguenti avremmo avuto occasione e pretesto per ritrovarci, per mangiare, per giocare  a carte: un pokerino amichevole o un Mercante in fiera. Ridendo, ricordando e…. masticando il blu e l’arancio, il marrone e il giallo, il bianco e il cioccolato.

Forse il vero nostro “pranzo di Natale” era su quel tavolino verde da gioco, sbucciando mandarini, assaggiando un torroncino, masticando un candito, una prugna, sgusciando una noce, litigandosi bonariamente lo schiaccianoci che, chissà perché, è sempre unico e non ne esistono in serviti da sei, come le tazze, convinti che il suo ripetersi non sarebbe mai finito.

E se invece….

L’altro Natale….. – di Mimma Caravaggi

E’ un altro Natale questo, l’altra possibilità, quello che poteva essere oggi se i miei genitori non si fossero separati quando noi bambine eravamo piccole.

Un ambiente familiare con i due genitori e le tre sorelle – Tilla, Gianna e Mimma – i cui veri nomi sono Maria Antonietta, Giovanna, Emilia. Come per incanto vedo tutta la famiglia fare le cose più semplici e naturali e la guardo come fossi alla televisione come  l’ultima e agognata puntata di una telenovela di successo. Stiamo festeggiando il  Natale , ci siamo tutti, i due figli di Tilla e i loro due figli per cui nipoti e bisnipoti. Man mano che arrivano ci si abbraccia e ci si sorride con tanta gioia presentando tanti regali che mettiamo sotto l’albero in attesa di aprirli dopo il cenone. Chiacchieriamo e ci raccontiamo tutte le cose più importanti successe in due tre mesi di distanza dall’ultima volta che ci siamo riuniti poiché siamo un pò sparsi in più regioni. Babbo e mamma vivono a Roma, Tilla e la sua famiglia abitano a Pistoia, io a Firenze e Gianna, che lavora per l’UNICEF è appena rientrata dall’estero per le vacanze di Natale con Claude, non li vedevamo dal Natale scorso. Io mi sono data da fare per preparare il cenone e sono piuttosto stanca ma niente mi impedirà di godermi la festa e soprattutto i nipotini. Per loro ho preparato un albero di Natale sfavillante ma con le candele di cera come si usava una volta creando un’atmosfera deliziosa e sorprendendo i nipoti persino quelli grandi. Le palle sono di due soli colori rosse e oro con un po’ di ovatta bianca a sembrare fiocchetti di neve e ai piedi dell’albero un piccolo presepio su una base di vero muschio ma con pochi elementi per non ingombrare troppo, bisogna far posto ai regali. Faccio mettere tutti i pacchi da una parte senza invadere il presepio e l’angolo diventa una montagnola colorata di carte e fiocchi deliziosi il tutto seguito dai gioiosi strilli di Francesco e Caterina che non vedono l’ora di aprirli. Devono però aspettare il momento giusto e non è facile tenerli a bada. Dopo i convenevoli li metto a tavola è ora di iniziare con gli antipasti, non troppi perché bisogna mangiare anche il resto. C’è un misto di brodo squisito che servo con i tortellini e parmigiano,  una grossa teglia con un prosciutto intero fatto al forno a legna con tante patate intere a formare una crosticina dorata fuori ma morbdine dentro metto in tavola anche il lesso che mi è servito per il brodo ma che in pochi mangeranno anche se l’ho fatto accompagnare con una salsa verde sfiziosa. A seguire insalata di puntarelle con aglio e acciuga e infine dolci tipici come il panettone, il pandoro il torrone al cioccolato con nocciole e tanti mandarini e arance succose. ovviamente in tavola ci sono acqua e vino. Siamo tutti satolli e contenti di essere riuniti. E ora finalmente segue l’apertura dei regali con tanta felicità dei più piccoli ma che anche i grandi non disdegnano.  C’è un regalo più o meno soddisfacente per tutti ma la festa più bella è guardare i bambini che scartano i loro regali tra strilli di gioia carte nastri e dolciumi e tutta la casa è in festa. Questa è l’altra strada che avrei voluto vivere almeno una volta.

La prima rosa

La prima rosa non si scorda mai – di Luca Di Volo

Un ricordo lontanissimo nel tempo ma non nel profumo che ancora mi penetra e quasi m’inebria.

In quel momento né io né lei conoscevamo nulla di quel che accadeva

Immaginatevi un adolescente…dodici. . tredici anni. . ? Non lo so più. Comunque un adolescente in villeggiatura, a Viareggio e il Bagno in cui passava le vacanze si chiamava (per l’appunto. . ) Bagno Amore. . Sembra un gioco di parole ma è la verità. . chi non ci crede vada a Viareggio e lo troverà perché esiste ancora. .

Sotto l’ombrellone accanto al mio passava le vacanze una famiglia di Torino , portando con sé la figlia. . una ragazzina come me…stessa età. . o giù di lì…

Insolito per un introverso e timido come ero io all’epoca, fatto sta che, in qualche modo facemmo amicizia. E l’iniziativa partì da lei…Ricordo che la cosa mi riempì d’orgoglio. . anche se per me lei era nient’altro che un costumino rosso …e di lei non ricordo quasi nulla. . . solamente il dolce parlare e due occhioni neri . . Due occhioni profondi che ogni tanto sorprendevo a guardarmi pensierosi…Invece io, superficiale come tutti (o quasi) gli uomini continuavo a trastullarmi nei soliti giochi più o meno infantili.  E avrei dovuto capire da allora che le donne sarebbero state sempre molti passi avanti a noi.  Però. . ora che ci penso meglio. . mi vengono in mente un dolce sorriso, e un corpicino graziosissimo e armonioso . . capelli neri con una frangetta sbarazzina…E la tenera pronuncia torinese, così leziosa , ma che in lei era affascinante. . E poi era esuberante. . sempre allegra. . le campane suonavano sempre a festa. .

La faccio breve. .

Prendemmo l’abitudine di fare il bagno in mare sempre insieme…e lì, un po’ distante e libera dagli occhiuti genitori. . non si curava molto di nascondere che stare con me le procurava una gioia che io , naturalmente, non capivo per nulla. . ma che mi faceva stare meravigliosamente…solo questo oscuramente intuivo.

In questo paradiso stava sopraggiungendo  la fine delle vacanze. . quando il sole mostrava appena l’ombra dell’autunno imminente. . facemmo ancora una volta un tuffo insieme…

Però questa volta successe qualcosa. . successe che lei mi prese una mano tra le sue.

Si capovolse l’universo.

Quelle bambine che fino ad allora consideravo solo uomini mancati e troppo rompiscatole per farle partecipare ai nostri giochi…erano diventate una rosa …fiorita in un attimo . Delicato e struggente. . in quell’istante quella rosa era sbocciata e non sarebbe mai più appassita. . Ci tenemmo per mano tutto il pomeriggio …. e avrei giurato che lei era più felice di me. . ma mi ricordo solo dei suoi occhioni bagnati dal sole.

Seppi solo più tardi che quello era il famoso “amore” di cui parlavano i poeti e gli scrittori…. ma nell’energia che sprizzò da quell’attimo e che ancora mi perseguita…sono sicuro che lo riconoscemmo tutti e due. . con l’anima. .

Come sono sicuro che l’unione cementata in quel microscopico angolo di tempo, non si è mai interrotta . .

E ancora continua . . basta che ci pensi.

Il giorno dopo la mia dolce compagna partì per ritornare a casa…e forse proprio per questo aveva voluto che qualcosa di lei mi rimanesse…e così è stato. Ed ancora lo è.

Grintolin… il Finale

Conclusioni dell’Indagine – di Carla Faggi

Il commissario Grintolin, a testa bassa e con una pazienza che non era da lui, riunì tutti i suoi coccini e andò a fare i balocchi sul suo uscio. Livornese  di nascita e fiorentino di adozione ricordava sempre cosa gli diceva sua nonna quando si ritirava da solo a cercar di risolvere i suoi pasticci. Quindi con i suoi coccini, da solo nel suo ufficio e davanti al computer cercava di risolvere quel complicatissimo caso. La questione del ragno che la dottoressa psicologa Big Vann, aveva portato allo scoperto fu illuminante. Grintolin aveva capito tutto!

-Iiisspettore Scrupolosooo!urlò con determinazione- Voglio tutti convocati per questa sera alle 22 in punto presso il circolo “Il ragno d’oro”.

-Stasera? Alle 22? maa, maa, balbettò Scrupoloso, ma c’è la luna piena!

-Appunto! E quando dico tutti vuol dire tutti! Compreso la maga ed il Proff.

Ore 22, luna piena, presso il circolo Il Ragno d’Oro, c’erano tutti.

-Bene, bene, bene, signori, ormai tutto è chiaro, con l’aiuto della dottoressa abbiamo risolto il caso.

Lei, signor Furio detto il morboso sadico è il gestore del circolo Il Ragno d’Oro, moderno locale dove il suo amico Giovanni Il Depresso gestisce una start up Le Tre Palle e la Piramide, la quale offre ai fruitori la possibilità di vivere in mondi alternativi, altre vite, magia , tutto grazie ad un mondo virtuale a cui si partecipa attraverso il proprio avatar. Ma lei lo sa bene vero signor Danilo Il Narciso? il suo avatar è il Diavolo in persona, personaggio affascinante e al tempo stesso pericoloso. Tutti insieme avete fatto credere ad Ettore Il Sensibile che solo con la magia avrebbe potuto far innamorare Franca. E’ così che Ettore ha dovuto ricorrere alla Maga Tre Palle, la quale dopo lauto compenso gli dato la pozione magica e gli ha suggerito cosa avrebbe dovuto fare. Quindi Ettore ha invitato Franca nel suo appartamento, gli ha fatto bere la pozione magica, ma la Franca era allergica all’estratto di ragno che era presente nella bevanda ed è morta per  schock anafilattico.  Impaurito ha chiamato l’ avatar della Insofferente, la famosa Piramide Bianca e insieme avete scaraventato la povera Franca giù dal dirupo.

Credevate di averla fatta franca, avevate sottovalutato le celluline grigie del grande investigatore Grintolin e l’ intuito della superba dottoressa Vann.

Pooortateli via , sbatteteli in prigione!

-Ma chi devo arrestare, mi scusi? Balbettò l’ispettore Scrupoloso Antonio.

-Tutti! Escluso naturalmente noi, la Dottoressa ed il Proff. Gli altri sono tutti colpevoli, Ettore di assassinio, la Insofferente di occultamento di cadavere, la maga di istigazione a delinquere, il Diavolo di appropriamento illegale d’identità, e tutti gli altri di complicità. Poooortali via!

-Bene, bene, bene, allora siamo rimasti noi quattro, il caso è risolto, la Dottoressa Vann è stata preziosa, senza di lei non avremmo neppure iniziato le indagini. Il Professor Luc De Vol ci ha introdotti in un mondo che non conoscevamo ed ha ampliato le indagini permettendoci di scoprire altri colpevoli, bene, bene, bene, direi di festeggiare e di brindare..al prossimo caso! Sono invitati tutti gli esperti di tutte le materie che avranno voglia di proporre una nuova indagine.

Buon compleanno!

Buon compleanno, babbo – di Stefania Bonanni

Oggi il mio babbo ha novant’anni. Non avrebbe, o avrebbe avuto….. ha novant’anni, perché amare è avere qualcuno in un pezzo del tuo cuore, e da li’ né si esce, ne’ ci si cancella. Ha novant’anni, perché una parte di questi anni li ha attraversati con le sue gambe, tutti gli altri, con le mie. Perche’ c’è stato un tempo nel quale ho fatto capriole e ballato, appesa al suo petto. E gli ho sentito il battito, e l’ho mischiato al mio.