Ritrovarsi a fine anno

Gino e Michele si incontrano di nuovo – di Nadia Peruzzi

foto di Nadia Peruzzi

M. “Gino, allora, come va? L’è un po’ di tempo che un ci si vede”.

G. “ Oh , Michele. Altro che un po’, l’è un secol0. Ti ricordi quel giorno sulla panchina al giardino della Resistenza?. Mi sa che è stato l’ultimo. La sera il governo ci ha sigillato in casa, poi fra paure e altro non ci siamo più visti. Da allora mi son sentito sempre più panda e meno persona.”

M. “Eh, già. Fino al giorno prima pubblicità in cui quelli come noi correvano e saltavano come grilli dopo aver bevuto quei bicchieroni di roba marroncina, Mer.. Meri..un mi ricordo nemmeno come la si chiama. E da i’ giorno dopo eccoci ritrovati a interpretare la specie protetta, quella fragile e in pericolo. Di colpo precipitati fra gli anziani e le categorie a rischio, da proteggere. Anche se, diciamocelo, mi sa che se si fa un po’ di pulizia di vecchi son tutti più contenti. E io vecchio come ora non mi sono mai sentito!”

G. “O come tu mi s’è diventato pessimista. La prigionia la t’ha cambiato di molto!”

M: “O icché ttu voi. Stacci te tutto i’ santo giorno chiuso in casa con l’Argia che ogni tre per due la si lamenta e se la un rompe le scatole non è contenta e fa venire pure il dubbio che non stia bene del tutto. Che vita, nini!. Qui oltretutto continua ad essere un gran bailamme. Si va a ondate una peggio dell’altra. Ora sperano nel vaccino ma ancora bene bene un lo sanno nemmeno loro che pesci pigliare. Mi sa che per ora sono i pesci che piglian noi, altro che!”

G. “Michele, dimmi. A casa tua, tutti bene?”

M. ”Si, si per ora tutto a posto. I nipoti son sempre più agitati. Da quando sono più a casa che a scuola ,oltre a non imparare nulla, non compicciano nemmeno nulla. Passano dai video di quei cosi dove si incontrano con i professori e i compagni di scuola alla tv in un battibaleno. Poche letture, parecchi giochi elettronici e telefilm spesso raccapriccianti e popolati di gente strana. Vampiri, zombi, streghe e stregoni.”

G.” T’ha ragione Michele. Ci riflettevo anche io. Che brutte cose trasmettono in tv su alcuni canali. Tutta roba violenta dove scorre sangue a bizzeffe, popolata da creature spaventose . Lo sai che nocchini si sarebbe preso dalle nostre mamme se ci trovavano a guardare roba così ai nostri tempi. Ora l’è tutto normale invece. Poi se la pigliano e ci scrivan paginate sopra se gruppi di ragazzetti annoiati decidono di mettere in pratica le bravate che vedono fare in tv”!

M.” Ascolta Gino. Ma che te lo chiedi mai se e come ne usciremo?”

G. ”Spesso, Michele .Ma cerco di tenerle a bada le domande in modo che non prendano il sopravvento .Cerco di vivere alla giornata. Meno domande mi fo, meno paturnie mi vengono. Per fortuna che c’ho i nipoti piccolini e quando mi viene la malinconia e mi prende il malessere penso a loro e trovo il verso di ritrovare un po’ di serenità.”

Mondo strano

Space oddity – di Gabriella Crisafulli

I giorni erano scivolati via, tra uno stupore ed un altro, in un succedersi di eventi.

Il trauma era pari all’incredulità: pandemia e quindi confinamento.

Gli amici erano ridotti a mera voce o a file video: nel migliore dei casi a pixel che vagavano sullo schermo. Tutto intorno, in un carnevale senza fine, vagava un popolo di mascherati i cui sguardi si affacciavano spenti al di sopra della protezione.

Per fortuna la mattina, al risveglio, c’era sempre una poesia, la foto di un fiore, di un paesaggio, qualche battuta tenera, dolceamara o surreale a dare un coraggio tutto da costruire.

Intanto Radio Covid emanava bollettini che attivavano il timore e la preoccupazione di nuocere agli altri.

La vita di tutti i giorni viaggiava in un limbo di emozioni sospese tra speranze e illusioni, mentre l’incredulità e lo scoraggiamento si trasformavano in rabbia.

Quegli sguardi sperduti covavano sotto la mascherina disappunto e collera in un mondo stravolto che non aveva mai preso in considerazione la precarietà.

E così apparivano sulla scena fenomeni quali ragazzi che si davano appuntamento in punti condivisi di una città per darsele di santa ragione.

Oppure tranquilli abitanti di un quartiere di periferia che attrezzavano in modo sempre più completo il loro giardino come una palestra per pugili dove allenarsi per ore.

Ma anche folle pilotate che si divertivano a profanare le loro istituzioni incuranti delle conseguenze.

Prima eravamo che ognuno stava solo sul cuor della terra e dopo era che ognuno era ancor più solo.

Rimaneva il pensiero a sostenere esistenze precarie che puntavano a difendersi.

Rimaneva il desiderio che i più giovani non pagassero un prezzo troppo alto.

Rimaneva la speranza che il tonfo economico non avrebbe stravolto la vita dei cittadini.

Rimaneva la fiducia di sottrarsi ad un’idea fobica di alienazione.

Rimaneva l’aspettativa di comportamenti solidali.

Ma era un film mentale, robotico, asettico in cui la colonna sonora erano angoscia e depressione.

Mancavano i baci, gli abbracci, l’empatia, l’accarezzarsi, il tenersi per mano, la tenerezza.

Mancava una visione di futuro.

C’era da costruire un nuovo codice di affetti per trasmettere il tatto perduto in un profumo di calore e in un vortice di sensualità per un tam tam di rinascita erotica.

Emozioni d’inverno

Emozioni sul fiume – di Gabriella Crisafulli

Foto di Rossella Gallori


Torno all’Arno

alla vita che lo anima

Alberi uccelli cani

persone di tutte le età

canottieri corridori

ciclisti bambini

due vigili a cavallo

In lontananza

le macchine sfilano

in eterna corsa

Sono venuta a cercare

le parole

che non ho

Quando arrivo

a casa

mi faccio un caffè.

***

Lungo il fiume

sfilano veloci

i canottieri

nel vento che soffia

fra il grigio

di acqua e cielo

I colori

di skiff

e mute

fanno allegria

***

Penetra

sospinge

attraversa

scompiglia

abbraccia

cancella

Mi prende

un brivido:

vento

amore mio

Tutto a posto?

Marziani – di Luca Di Volo

Era uscito molto presto quella mattina.

Poca gente..anzi quasi nessuno a giro…però…anche da quel poco che aveva appena intravisto…gli era cascata addosso una valanga sensitiva. Meglio non l’avrebbe potuta spiegare…insomma era certo..sicuro che qualcosa (se non proprio tutto) non stava andando per il verso giusto…Sì..qualcosa non andava. E il bello era che proprio non avrebbe saputo dire “cosa”. Impossibile dar corpo ad una semplice “sensazione”…

Si affrettò a telefonare alla sua amica Paola…se c’era qualcuno che era in grado, forse, di capire quel “qualcosa” forse era proprio lei..

Mentre il telefono squillava passò in rassegna gli anni passati insieme.

Straordinario personaggio Paola..Ex giornalista, collega di lavoro…donna colta, intelligente e preparata. Un solo difetto, per lui, ma insopportabile…Era un’appassionata cultrice ufologa, esoterica…insomma adorava tutto ciò che esulava dalla comune esperienza.

In compenso divideva con lui moltissime passioni..tanto che, dopo alcuni scazzi epocali avevano deciso di non parlare mai più di quegli argomenti, salvando così il resto..che era già tanto..

In comune l’amore per i classici, per l’arte, la storia…tutto il repertorio, insomma..

Sorrise..certo che nonostante la sua passione per l’esoterismo, la Paola era parecchio coi piedi in terra, molto concreta e anche molto…come dire, un po’ canaglietta nelle sua vita amorosa..Già..e il suo ragionamento di base era ineccepibile: ”Ma se agli uomini piace tanto fare sesso e cambiare spesso partner per vivere allegramente la vita…perché non dovrebbe piacere anche a me..?!”

Aveva il coraggio delle sue azioni, non c’è che dire… Ma non aveva potuto evitare la sentenza del  club delle “pie donne” che l’avevano subito marchiata con gli epiteti più fantasiosi..tra cui quello di p…tana… e non era nemmeno il peggiore..

Poi si era sposata, davvero il grande amore. Ed era rimasta vedova molto presto, purtoppo..colpa dei suoi peccati, avevano sentenziato le pie donne..disgustoso..

Da allora era andata in pensione, vivendo in assoluta castità, pur essendo non troppo vecchia e ancora bella quasi come prima, dedicandosi solo alle sue passioni ufologiche e alle altre che divideva con lui..Già..erano rimasti buoni amici ,proprio perché tra di loro non era mai corso nulla di intimo, tranne i loro interessi..

Insomma..finalmente Paola rispose; lui non le fece quasi nemmeno dire “pronto”..quasi l’aggredì ”Senti un po’..ma tu che segui queste cose..non ti risulta mica qualche atterraggio di ufo..o di alieni…qui da noi, di recente?!”

“No davvero..” il tono della risposta non nascondeva la sorpresa…ma se lui non si era mai occupato di queste cose…”Ma ti sembra che non te l’avrei detto?!…”

“Grazie, grazie,Paola..” E riattaccò…quasi scortese, ma lei avrebbe capito..

E allora chi erano quei corpi col viso misteriosamente coperto da una maschera che non lasciava vedere il volto…forse non potevano respirare la nostra atmosfera..?! Alieni..senza dubbio..ma nessuno se n’era accorto…un’invasione dallo spazio, subdola, maligna e sconosciuta..ma gli uomini ..gli esseri umani…i suoi maledetti o benedetti simili..dov’erano finiti..?!

Si svegliò terrorizzato, ma la realtà era peggiore del sogno…e questo lo sapeva..

Epifania….tutte le feste…….

Gli elfi – di Rossella Gallori

Foto di Rossella Gallori

È questo l’ anno della stanchezza, l’ anno di chi è scomparso per sempre, di chi non si vede quasi più, l’ anno dei: senza lavoro, senza stipendio, del termometro sempre in giro, di bocche tappate, non metaforicamente…eppure all’inizio ci parlavamo dalle finestre, si cantava quasi…poi dopo un intervallo breve ed inquietante, è arrivato l’inverno, uno di quelli con la neve, senza pallate con i pugni nello stomaco, difficili da schivare.

La decisione sembra inderogabile: il primo che mi parla di addobbi ne busca….

Lo ho annunciato e non ho avuto risposta, sono anni che dico tra il cinque e l’otto dicembre: niente  ciondoli, mai più…ho sempre trovato scuse per non incasinarmi più di quel che sono, togli i soprammobili, metti i pupazzi,  i cuori di cera rossi, sempre alla ricerca di quei poveri Gesù bambino, desaparecido a vita tra babbi natali smaltati ed a volte pure ammaccati.

Al primo ramo di vischio, regalo di un povero Cristo che ignaro crede di avermi fatto cosa gradita, sono esplosa:  questo è un anno di lutto, altro che palle ed elfi! Per chi poi, x qualcuno, che non potrà venire a pranzo? Per altri che un pranzo non ce lo hanno?  Per quelli che non ti verranno a trovare?

Silenzio, le mie parole cadono nel vuoto, hanno dimenticato di aprire il paracadute.

Ĺa notte ho sempre dormito poco,  ma in quella prima settimana di dicembre è stato giorno quasi sempre, ho cercato cose che non ho trovato e trovato cose che mi cercavano…come la capannuccia tristanzuola di quando ero bimba, le scatole  di latta, quelle di cartone, il presepe con sei re Magi di legno ormai cinquantenne portato dal Kenia  che manco sapevo dov’ era, tutte cose di cui non avevo più voglia…poi  poi….mi si è aperta la scatola degli elfi, microscopici, cicciuti, maschi, femmine…una promiscuità che mi faceva sorridere, mi scaldava il cuore,  grigi e rossi alcuni rossi e grigi, altri chi barbuto, chi munito di vezzose trecce bionde, secchini, tarchiatelli, una ventina forse, li ho riguardati uno ad uno, mi sembrava di non averli mai visti….e così piano piano…li ho messi tutti fuori  tra pecorelle, campane dorate, casette di tufo….e la capannuccia ha ripreso vita con pargoli quasi gemelli, qualche  palla  dorata e due angeli che sembrano due drag queen…

Ho messo tutto fuori, scacciando i miei: per chi? Tra ammiccanti elfi ho trovato la risposta, l’ ho fatto per me, per esorcizzare la tristezza, perché comunque c’ è stato un Natale 2020, e stasera tra vecchie calze  aspetto la Befana….Non importa se avrò carbone o nulla, sorrido ai miei elfi e vado avanti..

Ma l’ anno prossimo : niente ciondoli…..chi ne parla ne busca

Nevica…..nevica dappertutto….

A proposito di NEVE e a proposito di POESIA:

Foto di David Mark da Pixabay

di Roberto Benigni, da “La tigre e la neve”

“Non scrivete subito poesie d’amore, eh! Che sono le più difficili aspettate almeno almeno un’ottantina d’anni …
Scrivetele su un altro argomento, che ne so su… su… il mare, il vento, un termosifone, un tram in ritardo, ecco, che non esiste una cosa più poetica di un’altra, eh?
Avete capito? La poesia non è fuori, è dentro!
Cos’è la poesia? Non chiedermelo più, guardati nello specchio: la poesia sei tu!
E vestitele bene le poesie!
Cercate bene le parole!
Dovete sceglierle! A volte ci vogliono 8 mesi per trovare una parola! Sceglietele, che la bellezza è cominciata quando qualcuno ha cominciato a scegliere! Da Adamo ed Eva: lo sapete Eva quanto c’ha messo prima di scegliere la foglia di fico giusta? Come mi sta questa, come mi sta questa, come mi sta questa… Ha spogliato tutti i fichi del paradiso terrestre!
Innamoratevi!
Se non vi innamorate è tutto morto! … Vi dovete innamorare e diventa tutto vivo, si muove tutto, dilapidate la gioia!
Sperperate l’allegria!
Siate tristi e taciturni con esuberanza!
Fate soffiare in faccia alla gente la felicità!……..
Per trasmettere la felicità bisogna essere felici.
E per trasmettere il dolore bisogna essere felici.
Siate felici!
Dovete patire, stare male, soffrire, non abbiate paura a soffrire, tutto il mondo soffre!
Eh? E se non avete i mezzi non vi preoccupate, tanto per fare poesia una sola cosa è necessaria: tutto!
Avete capito?
E non cercate la novità, la novità è la cosa più vecchia che ci sia. E se il pezzo non vi viene da questa posizione, da questa, da così, beh… buttatevi in terra!
Mettetevi così!
Eccolo qua… Oh! È da distesi che si vede il cielo! Guarda che bellezza, perchè non mi ci sono messo prima!?
Cosa guardate?
I poeti non guardano, vedono!
Fatevi obbedire dalle parole! Se la parola… “muro”! “Muro” non ti dà retta… non usatela più per 8 anni, così impara! Che è questo? Boh! Non lo so!
Questa è la bellezza!”

La Befana vien di notte…

LA CALZA DELLA BEFANA – di Sandra Conticini

foto di Sandra Conticini

Mi ricordo quell’anno che trovai una calza che la mia mamma aveva cucito per me. Sì proprio per me.

Era  cucita tutta a mano con degli avanzi di raso rosa, che lei usava per fare le vestaglie  e con una galetta di nastro rosso. Ricordo che nei giorni antecedenti la Befana quando arrivavo nelle vicinanze, nascondeva qualcosa in un asciugamano, però non ci  facevo attenzione… successivamente riuscii a darmi una spiegazione.

Quando la vidi sul camino mi sembrò molto grande  e bellissima,  perché molto diversa da quelle che erano appese nei negozi e fui molto contenta.

Per diversi anni è stata riempita di dolcetti e  carbone, che non mancava mai, e  rigorosamente vero. Poi è venuto il momento che sono stata considerata grande e la  calza non è più stata riempita, non solo, pensavo fosse stata buttata via, perchè non l’avevo più vista e, anche quando l’avevo cercata, non era venuta fuori.

Poi un giorno, aprendo delle scatole in cantina, l’ho ritrovata e così l’ho messa tra le cose da conservare gelosamente.

Stamani mi è tornata tra le mani e sapete cosa ho deciso di fare? Stasera l’attaccherò alla finestra e chissà che qualche Befana di passaggio non ci lasci qualche dolcetto avanzato!    

Il 2021 …..è qui!

Ben arrivato 2021 – di Gabriella Crisafulli

2021: le piaceva quella cifra.

C’era il 20 che nella sua vita era stato la fine di tanti tormenti e l’inizio di qualcosa di nuovo, più sano e felice.

C’era un 2, quante erano le nipoti che avevano dato uno spolvero alla sua esistenza attuale e l’avevano rimessa in perfetta forma o quasi.

C’era l’1 che stava a indicare l’inizio, un ricominciare da capo come nella serie naturale dei numeri interi.

È vero, c’era stata una fine ma adesso era l’ora di un principio.

Sì, sarebbe stato il primo anno della nuova edizione di qualcosa di logoro, consumato dal tempo e dagli eventi.

Non c’era più nulla che poteva mutare situazioni incancrenite nel tempo.

Era sola e vulnerabile ma sapeva di esserlo e questo le dava lo spazio per intraprendere un nuovo viaggio.

Ma forse, poi, non era più così sola e vulnerabile: riusciva a darsi un po’ di compagnia ed era diventata persino capace di ribattere a chi continuava a rimproverarle tutto quel che faceva.

E in questo la pandemia, incredibile a dirsi, era stata d’aiuto perché l’aveva messa di fronte a se stessa, aveva interrotto la fuga dal presente e l’aveva costretta a trovare quelle risorse che non sospettava di avere.

Era stata una sorta di Ok Corral dove erano stati pagati molti conti in sospeso.

Fino a qualche anno prima aveva raccolto idee, sogni, progetti, aspettative nel mondo esterno ma adesso non era più il tempo per tutto ciò: era dal dentro che doveva scaturire il suo futuro.

Era arrivato il momento di essere indulgente con se stessa e con gli altri.

Era arrivato il momento di sedare il desiderio di innalzarsi oltre l’esperienza quotidiana, di voler toccare il cielo con un dito, di provare a scoprire verità nascoste, di cercare di oltrepassare i suoi limiti, di sfuggire al labirinto fatto di sentimenti complessi, intricati e contorti frutto di una dotazione familiare, …

Era arrivato il momento di acquietare la ribellione che un tempo l’aveva aiutata ad evadere da situazioni traumatiche.

Era arrivato il momento di accettare la vita con gratitudine senza respingere e buttare fuori la morte dal suo scorrere.

Già, la morte. Durante l’infanzia nel vagare da un luogo ad un altro veniva accompagnata dal mantra continuo della narrazione di quell’evento da parte di sua madre la quale non era riuscita a superare la perdita del padre. Esistevano anche i silenzi del papà che distillava solo poche parole sul genitore scomparso quando era bambino.

Nella sua mente questa idea di morte era costruita su parole di dolore e di angoscia ma non su persone.

Adesso per lei era fatta dai cinque sensi e da un’esperienza oltre che dai sentimenti.

Adesso la sentiva vicina, come se fosse partito il timer del tempo rimasto.

Ma aveva voglia di provare riconoscenza per la vita che le restava e magari giocare a nascondino con la donna con la falce.

Era arrivato il momento di decantare il rimpianto per chi non c’era più e di distillarlo in gratitudine.

Poteva solo essere dentro al presente, contenta di ciò che le concedeva ogni giorno.

Poteva solo godersi i compagni di scrittura che oggi, a causa del Covid, le apparivano come tanti alieni in uno spazio siderale fatto di pixel.

Provava una grande riconoscenza nei loro confronti, li ascoltava con attenzione e si rivoltava nelle loro parole come una cotoletta nel pangrattato. Piluccava quel che dicevano come le briciole che lascia il pane sulla tovaglia e rilanciava i loro messaggi dentro e fuori di sé in una sorta di tennis virtuale.

Si allontanavano così la paura, la rabbia e il dolore per quella gorgone che era diventata.

Si diluivano i tormenti che, pur continuando a vagare dentro di lei, non le causavano più uno strazio continuo.

Non era più incatenata dalla sua stessa superbia alla propria condizione: non aveva più aspettative nei confronti del futuro se non una quieta leggerezza e la soddisfazione di essere dentro al tempo in cui si trovava.

In punta di piedi stava entrando nella meraviglia del mondo.

La lettura

un regalo di Riccardo Massai da RAI1

Foto di Kranich17 da Pixabay

Di Chandra Livia Candiani: La lettura, da Fatti vivo. Einaudi

Figlia dell’inverno la lettura offre la storia e il silenzio.

Il nero del legno e il bianco della neve.

Il silenzio tra le parole permette alle parole di procedere e, come il silenzio degli animali e dei ricordi, attivo e fertile, non cospira con l’infelicità di dire sempre solo quello che sai già.

Ho bisogno delle parole  degli altri per scandagliare le mie. Ascoltando scrivendo  scopro cosa so.

Le parole sono la casa del mondo,  lo straccio  che lava le cose.

Leggendo, più che comprendere, faccio scioccamente parte della dolcezza d’essere.

Leggo per abitare.

Scrivo per traslocare.

Ricordo del Presepe

Ricordo del Presepe – di Anna Meli

            13 Dicembre, Santa Lucia “Il giorno più corto che ci sia”  diceva la mia mamma, anche se non corrisponde certamente alla realtà. Sono le 16,30 e il sole sta tramontando all’orizzonte fra pennellate rosa intenso e strisce violacee di nuvole vaganti. L’aria si è fatta fredda e pungente ed è piacevole starsene al calduccio di casa.

Sono sola e, per avere compagnia e distrarmi un po’, prendo la scatola delle foto e le guardo: alcune distrattamente, altre con interesse maggiore. Così rivedo le nonne mai conosciute con i loro abiti e acconciature inizi ‘900 e dei nonni in pose solenni e studiate. Mi colpisce in particolare nonno Virgilio in divisa militare, dritto e impettito; è l’unico nonno che ho avuto la fortuna di conoscere e che ricordo con tenerezza.

            Vedo ancora altre foto e i ricordi scorrono; fiumi di immagini vive dentro di me finché non mi capita fra le mani una foto della V elementare: 18 ragazzi ( 9 femmine e 9 maschi) seduti a due a due nei banchi di allora, composti e sorridenti con alle spalle la maestra che li osserva con dolcezza e ricordo….

            Alla scuola elementare di Croce esistevano nell’anno 58 solo 4 aule a disposizione delle prime 4 classi, la V doveva spostarsi alla Fonte in una ambiente costituito da 3 stanze, la prima delle quali era la nostra aula. Andavamo da soli e a piedi, divertendoci per la strada (passavano pochissime macchine) e ci sentivamo già grandi. Allora, fin dai primi giorni di Novembre ci si preparava per il Natale e quell’anno, non potendo condividere il presepe con le altre classi, in quanto distanti, la maestra Marta, ci propose di costruire il nostro presepe col legno compensato.          Iniziammo così ad andare dai falegnami del vicinato (ce n’erano 2) a cercare ritagli di legno da portare a scuola; poi col traforo lavorandoci un po’ alla volta vennero fuori i personaggi da dipingere con gli acquerelli. In quei momenti il silenzio era assoluto e ognuno si impegnava a dare il meglio di sé. A casa portavamo pezzetti di compensato con i quali costruire casette e ponticelli e ricordo che Carlo fece un castello bellissimo.

            Prima delle vacanze di Natale tutto era pronto. In fondo all’aula dove c’era più spazio fu allestito il presepe, il nostro presepe. Orgogliosi del lavoro fatto, in semicerchio e per mano insieme alla nostra maestra, cantammo le canzoni di Natale e recitammo alternandoci le strofe della Notte Santa di cui ricordo “e il campanile scocca lentamente le sei…sette ecc….”

            Dopo ordinatamente per mano due a due raggiungemmo la scuola di Croce per festeggiare insieme alle altre classi invitandole a vedere il nostro presepe.

Guardo fuori della finestra e mi accorgo che si è fatto buio. Nella piazza davanti alla mia casa l’abete di Natale è acceso e brilla di mille luci intermittenti. Mi alzo lentamente un po’ indolenzita per riporre la scatola dei ricordi. E’ stato bello ritrovarsi.

Finisce il 2020

Fine di un anno storico – di Cecilia Trinci

Sta finendo.

Abbiamo atteso da molto questa fine perché è stato un anno particolarmente lungo, con il suo dolore. Abbiamo contato i giorni. I giorni di prigione, di paura, di ansia, di attesa, di terrore…..poi piano piano ci siamo arrivati.

Non è detto che cambi molto dal 2021, ma ci speriamo.

Come ogni anno in questa fine di dicembre la speranza prende il sopravvento e guardando il cielo di queste notti buie, cerchiamo una stella nuova, che possa guidarci fuori dal guado. La troveremo? Proviamoci!

Buon anno a tutti!

Buon anno Matite!

Albero di Natale

Spelacchio – di Gabriella Crisafulli

Era nascosto in alto lungo il viale del Passato, angolo piazza del Dimenticatoio.

Si era rifugiato tra polvere, fantasmi e sogni perduti.

Era da tanto che si trovava là e non c’era nessuno che lo andasse a cercare.

C’era voluto del tempo per riesumarlo e dargli nuova vita: scale gigantesche, trasporti speciali e mille scatoloni alla rinfusa.

Appena tirato fuori non ce la faceva a reggersi in piedi e qualcuno proponeva interventi radicali.

Ma poi, alla meno peggio, era riuscito a stare in equilibrio ed a protendere le braccia verso i suoi spettatori.

Sembrava messo male davvero: pencolava da tutte le parti e appariva proprio sgraziato.

Ma mentre veniva aperta scatola dopo scatola c’era una piccola Trilli che creava uno scenario magico di palle, nastri e strisce che con i loro colori, lustrini, ori e argenti avevano ricreato uno spettacolo incantato.

E così Spelacchio era tornato nella sua casa a far vibrare l’aria di festa che sembrava perduta per sempre ritornando ad occupare il suo posto da albero di Natale.   

Magia di Natale

La magia del Natale – di Stefania Bonanni

La magia di Natale è la riga che traccia, in quell’anno. Si pensa al Natale da molto prima.  A volte si programmano cose da fare prima, per levarsi il pensiero, essere sereni per Natale. E si pensa alla casa, che ci sia un posto per il presepio, per l’albero, che si possa stare comodi e rallegrarsi, quando sarà Natale. E nei ricordi, sfilano Natali dei quali non si rammenta certo il cibo, ma di sicuro viene in mente com’era l’albero, e chi c’era a tavola. E c’è stato il primo Natale senza un nonno conosciuto per poco tempo. Un nonno nato alla fine del 1800, : due secoli fa! Un nonno mandato a far la guerra a 15 anni, ricordo solo una filastrocca che diceva mentre ci faceva frugare nelle tasche del suo pastrano: “Natale Natalino. Mi contento di pochino: mille lire e un panfortino” e c’era il dolcetto, un pezzettino di panforte incartato di bianco e argento, che si poteva mangiare tutto, ognuno il suo. E poi c’è stato il primo Natale senza la nonna, e poi quel Natale che a tavola erano spariti tutti i nonni, che erano babbi e mamme,  come per magia: l’anno prima erano quattro, malaticci ma presenti, il Natale dopo i più  vecchi a tavola io e Paolino. Poi c’è stato il più bel Natale della mia vita. Quella notte della vigilia che aspettai mezzanotte con un ranocchio tra le braccia da un’oretta, nella maternità di Ponte a Niccheri ancora non inaugurata, con noi primi clienti. E capire il dono, la vita, il Natale, dall’incontro con quegli occhi neri come la notte e brillanti come l’amore, che ormai conosco bene, si sono riprodotti e riprodotti, per fortuna. Poi abbiamo messo altre piccole sedie da bambini, intorno alla tavola di Natale. Ed al centro, in un vaso a protezione, ma visibile perfettamente, la ballerina di tulle e bisquit che mi raccontarono di aver comprato per il mio primo Natale. Ha perso un po’ d’argento, non mi sembrava avesse i capelli dipinti di bianco, ha il tulle un po’ sgualcito, ma la riporro’ con cura, e farò tutto quello che posso perché sia sulla nostra tavola ancora e ancora, perlomeno finché anche la Bea ricorderà cosa rappresenta: un regalo per me , cercato, pensato, dalla mia mamma.

Profumo di Natale

Profumo di albero di Natale – di Lorenzo Salsi

L’Odore dell’albero di Natale
Non si sente quasi più come se anche loro avessero deciso di essere una presenza anonima che serve unicamente da sostegno per palline, fiocchetti, paccheti e lucine; mi riferisco all’odore sprigionato dall’albero di Natale. E’ un odore magnifico! Ricordo di essere rimasto a lungo in salotto a casa mia ad annusare quel profumo soave che rami e foglie emanavano fortemente a causa, credo, del riscaldamento casalingo. Quando l’albero era addobbato o “fatto” come si diceva a casa mia, passavo a posta dal salotto per bearmi del profumo dell’albero.
In tutta onestà non mi è mai interessato addobbare l’albero, forse facevo come le volpe e l’uva, infatti ero il “passatore” ufficiale di casa, poiché le mani che organizzavano l’apparecchiatura della pianta erano quelle di mia sorella ed io ero il ponte umano dalla tavola, dove venivano disposti gli ammennicoli tutti scartati in precedenza dalla loro carta velina di protezione, alle mani sorellesche le quali, con fare disinvolto, attaccavano i ninnoli su su per i rami fino alla cima, e guai a chiunque si fosse permesso di dare indicazioni circa posizioni o tipi di addobbo da inserire.
La sorella aveva già tutto in mente.
Alcuni giorni prima del Santo Natale si cominciava con la scelta dell’albero”Né troppo grande, né troppo piccolo, ramoso!” diceva mio padre “ e con il pane così dopo la festa si pianta al Bandino”.
Il Bandino era ed è una zona molto vicina a dove abitavo, però in piena campagna, dove stava un cugino della mamma, lo Zio Ugo, che faceva il contadino e che aveva un campo sterminato per me allora, dove ogni anno o quasi veniva piantato l’albero di casa Salsi passate le feste. Lo Zio Ugo ogni anno coltivava il vecchio albero così bene che non si poteva riusarlo tanto era diventato grande ed esagerato per le misure di casa mia, ed ora che ci penso che quel punto dove si mettevano gli alberi potrebbe essere diventato una foresta di conifere.
Dopo la scelta c’era da portarlo a casa, tutto legato ed imbustato con un vecchio lenzuolo bianco che aveva allora solo il compito di avvolgere l’albero; dal fioraio Giovanni a casa mia c’erano sì e no 20 metri, ma incombeva l’attraversamento del Viale Giannotti, quasi un guado. A me toccava la punta, leggera, al babbo il vaso o il pane e si partiva e con questa mummia arrivavamo a casa, dove la sorella aveva provveduto a trovare uno sgabello dove poter piazzare l’albero e tenerlo
rialzato da terra così da poter mettere i regali sotto.
Un volta piazzato c’era da girarlo e rigirarlo fino a che non si trovava la parte migliore da esporre, a questo punto iniziava l’addobbo ed io vivevo nel terrore!
Dunque avevamo delle palline in vetro soffiato che erano delle opere d’arte; leggerissime, con colori sgargianti, mi ricordo bene solo di alcune, sono anni che non le vedo, la sorella avrà messo tutto in una cassetta di sicurezza pensando a quanto ci teneva. C’era un nido in vetro a cui ogni anno si cambiava il muschio per poterci sistemare gli uccellini anche loro di vetro, una palla concava fatta a spicchi di color giallo che mi ricordava un limone tagliato, degli uccellini, anche loro di vetro soffiato, che al posto delle zampe avevano delle molle inserite in delle pinze per poterli attaccare ai rami e fare in modo che dondolassero come se stessero beccando per terra, uno era un pavone di una decina di cm, un altro, mi pare, un uccello del paradiso, poi c’erano altre palle classiche ma rigorosamente in vetro e infine c’era lui, il puntale, naturalmente in vetro soffiato, punta sottilissima che rastremava verso il basso dove si incontrava con una palla concava in senso orizzontale, interno a spicchi gialli-rossi, sotto di essa una strozzatura vuota dava forma ad un tubetto di 5 / 6 cm, cosi da permettere l’alloggio al ramo principale dell’albero.
C’è solo da immaginarsela la paura che potevo avere nel toccare tutte queste cose, già due settimane prima che cominciasse questo Amba Aradam venivo fatto bersaglio di un lavaggio psicologico, più un corso di formazione “ Su come si devono prendere le palline di Natale e si devo porgere con delicatezza e grazia alla vostra sorella” , cosicchè dopo questo washing mind il mio stato d’animo era quello di un indagato per assassinio o crimini contro l’umanità, in realtà innocente ma con tutti gli indizi contro.
I miei movimenti erano lentissimi e studiatissimi per evitare scossoni, quasi si trattasse di nitroglicerina, accompagnati da larghi sorrisi di compiacimento per imbonire la “belva-sorella” sempre pronta a scattare. Quando, orbene, l’ordigno che trasportavo usciva dalle mie mani lo stomaco si allargava e il respiro si faceva regolare. Ogni volta che finivo il lavoro mi ripromettevo che l’anno dopo non avrei più fatto il Passatore, ma non accadeva mai. Ero sotto esame anche quando l’albero era da spogliare, non ce ne era per nessuno quando la sorella decideva decideva !
Un volta, finito l’addobbo all’albero , una pallina cadde a terra e naturalmente si fracassò, gelo in casa perchè il rumore fu udito da tutti, dispiacere per la palletta, ma io non c’entravo niente non la avevo agganciata, non ero neppure passato vicino, avevo testimoni a mio carico ed un alibi di ferro, non c’erano animali in casa che potevano aver toccato la pallina … dunque la Sorella aveva messo male la palla che poi era caduta … Vendetta dolce vendetta, chi di palle ferisce di palle perisce……però tutto intorno aleggiava prepotente e gagliardo il profumo di abete.

Il presepe di Como

La capannuccia sperduta – di Gabriella Crisafulli

foto di Gabriella Crisafulli

Non ricordava nulla di quella partenza.

Com’erano arrivate alla stazione? In carrozza o in automobile?

Chi le aveva accompagnate: zii, amici, nonni?

E il viaggio, com’era stato il viaggio? Ventiquattro ore in treno, da Palermo a Como, forse se le sarebbe dovute ricordare, anche se aveva solo quattro anni.

Come si erano sentite lei, sua madre e la sorellina, mentre andavano verso il nuovo mondo?

Per quanto si sforzasse non emergeva nulla dalla sua memoria se non l’odore di fuliggine che ristagnava nel vagone e il tatto del tessuto dei sedili in velluto a coste …

Non rammentava niente nemmeno dell’arrivo.

Eppure passare dal sole caldo del Golfo degli aranci alla neve che cadeva a fiocchi era una gran differenza.

Ricordava solo la stanza di una caserma che sarebbe stata cucina, pranzo e salotto della sua famiglia … e quel tavolino davanti ad un armadio di fureria su cui era poggiata una capannuccia.

Lì c’erano Maria, Giuseppe, il bambino, il bue, l’asinello e, all’ingresso, a destra una palma, a sinistra un cactus. In fondo, accanto alla greppia, un carillon che emanava un suono dolcissimo.

Questo era quello che il suo papà di 32 anni aveva preparato per accoglierle al loro arrivo nella nuova vita, lontani da sguardi indiscreti e giudizi su sua sorella.

Questo era quello che del presepe le era rimasto dentro e così, anni dopo, all’arrivo a Napoli, poco dopo la nascita della prima figlia, lei e il marito avevano acquistato le statuine monocromatiche in terracotta.

E Maria, Giuseppe, il bambino, il bue e l’asinello erano il presepe di una nuova famiglia.

Solo dopo qualche anno sarebbero arrivati i Re Magi, coloratissimi, in porcellana.

Poi il mondo si era fermato e c’erano stati gli anni del silenzio, del vuoto e del freddo.

Ma erano venute a trovarla le nipotine e avevano fatto di nuovo il presepe.

Dalla gelida assenza era ritornato nella sua casa però con qualche personaggio in più: due palme, un muro, una pecora, un cammello, un angiolino e quattro nonni.

L’angiolino era stato messo accucciato sopra il bambinello a coprirlo e proteggerlo e i quattro nonni a cavalcioni degli animali radunati attorno alla sacra famiglia.

Il gruppo si era così allargato, c’erano altri affetti, altri pensieri cresciuti a molti anni di distanza da quella capannuccia sperduta davanti ad un armadio di fureria.

Buon Natale con Francesca

Il senso di tutto – di Francesca Lemmi

Se ti chiedono qual è il senso di tutto

tu rispondi che nel mare del fluire

si naviga anche col mezzo distrutto

si naviga anche se non sai  dormire.

Se ti chiedono qual è il senso di tutto

di’ loro che al di là del bello e del brutto

il senso è una canzone stonata

una rivista iniziata

una strada asfaltata

una bella serata.

Il senso sono occhi sorpresi

panni stesi

giudizi sospesi

villaggi e paesi.

Il senso sono passi incerti

cieli coperti

consigli esperti

errori e deserti.

Il senso sono pagine bianche

gambe stanche

vecchie sedute su panche

tu che smetti di dire solo e dici anche.

Il senso sono tutte le cose e niente

è uno che si sente scemo e poi intelligente

è il rumore del phon che fa saltare la corrente

è la gioia di poter esser spesso un po’ incoerente.

E non ho capito che sto scrivendo

eh ma è normale.

E non ho capito che sto facendo

eh ma è un anno speciale.

È cibo rumore caos telefonate

è studio distrazione inverno estate.

Se ti chiedono il senso di tutto,

tu sommergili di parole,

che non capiscono e non pensano al brutto

che nel frattempo si abbronzano al sole.

E poi finisci dicendo onesta

che il senso è una risata che sa di festa

che si mischia al suono di una tempesta.

Ricordo di Natale

Natale senza lustrini – di Patrizia Fusi

foto di Sandra Conticini

Non ricordo grandi Natali scintillanti nella mia infanzia.

Gli alberi creati  secondo  quale alberello si riusciva a prendere nel bosco.

Veniva addobbato con figurine di cioccolato a forma di babbo natale, stelle, casine, con i boeri che spiccavano con il rosso scintillante, alcune palline di vetro, dei nastri argentati, tanti piccoli batufoli di cotone bianco per fare la neve. Si posizionava sul grande focolare, sempre spento, perché avevamo la stufa economica con cui si cucinava e si riscaldava la stanza.

Ricordo di aver ricevuto un presepe fatto di figurine piatte di cartone, molto brutto e triste, mi sentivo arrabbiata con quel regalo e con chi me lo aveva portato, sentivo queste persone lontane da me e dalla mia realtà, mi facevano sentire povera e diversa e che dovevo accontentarmi di quel brutto presepe.

Ricordo di un pranzo di Natale: mio babbo aveva fatto cucinare i cavolini di Bruxelles decantandoli come un cibo buonissimo.

Quando eravamo a tavola e si iniziò a mangiare i cavolini mio babbo mi chiese tutto soddisfatto se mi piacevano, gli risposi che non mi piacevano, sapevano di minestra di pane. Allora, e anche ora per me, il pranzo della festa è l’arrosto. A quei tempi in casa mia si mangiavano tante verdure e sempre al pomodoro, perché occorreva poco olio per cucinarle (liquido prezioso), erano buone e profumate ma erano il quotidiano, non il cibo della festa.  

I dolci erano pochi: panforte, ricciarelli, cavallucci.

Ricordo una Epifania più dura del solito economicamente per i miei genitori.

La mamma si ingegnò molto quell’anno per farci trovare i regali della befana, ci preparò delle calze con un po’ di carbone vero, una cipolla, aglio, mandarini, cavallucci e dei cioccolatini a forma di monete, sigarette di cioccolata, un sacchettino di mentine di zucchero di vari colori, a me  preparò un bambolotto di biscuit che era suo, che teneva nel mezzo del letto matrimoniale.

Aveva cucito bei nuovi vestitini e un piccolo corredo di lenzuolini e copertine, tutto molto carino, me lo fece trovare la mattina dell’Epifania e io lo presi contenta, ma sapevo che era il bambolotto della mamma, volevo che nessuno sapesse che era un bambolotto vecchio, doveva essere un segreto solo mio.

Quando uscii la mattina, davanti a casa  con il bambolotto in braccio e una vicina di casa carinamente mi chiese cosa mi avesse portato la Befana mi sembrò che avesse scoperto il mio segreto, risposi male e scappai via senza fargli vedere il bambolotto.

La mamma affrontava sempre le difficoltà con forza e dignità.

Oggetti di Natale: il metro

Il metro di legno della Passamaneria Toscana – di Rossella Gallori

foto di Rossella Gallori: forbici, lunette (aghi speciali) e metro

Cadevi dall’ alto del banco, secco e legnoso sui miei piedi giovani, forse anche troppo, lasciando piccoli segni arcobaleno, a volte ci ridevo a volte mi incazzavo a bestia, altre ti scansavo veloce, con un rapido scatto indietro…e poco importava se c’era la mano scherzosa di un maschio guascone all’ altezza del culo….tanto mi sarei vendicata, prima o poi…o verbalmente o fisicamente…. il nostro tra colleghi è stato sempre  un rapporto alla pari: tu mi sfiori? Io ti pizzico…

E tu eri lì, compagno color miele di castagno, rifinito in oro, ogni tanto le tue punte dondolavano, una corsa in magazzino due martellate e via, tra tessuti pesanti, frange altissime per sipari importanti, linoleum freddi come rigide colonne di plastica…sostituivi le braccia, quando non c’era il tempo di prender lo “scaleino” in un negozio tanto grande, per me che venivo da un anno di sottabiti e bottoni, con un principale che mi chiamava signorina, in un 1965 dove la cinghia dei libri era finita nella pattumiera insieme ai progetti improbabili di poesie, viaggi e studio… Tu lì non c’eri “ METRO DI LEGNO”. Il Galvagni ne aveva uno di cencio, per misurare colli maschili, vendere camice Aramis era roba da maschi.

Mi sei ripiombato, in capo, questa volta, aprendo un armadio incasinato, in un dicembre 2020 dove il presente sa poco di futuro, ho provato lo stesso calore, rivisto, in un flash,  gli stessi colori di quel magico negozio, che mi ha accolta in minigonna,  capelli lunghissimi e  tacchi  vertiginosi e mi ha salutata, con comode décolleté  con zeppa tre e qualche ciocca grigio perla…

Ma ti ho portato con me, con tre o quattro aghi dal nome di “lunette”…e tu fedele amico, con il timbro di un anno scolorito dal tempo che non si legge più, ed i ricordi nascosti in cento centimetri, si, quel ridere che non ritrovo nei miei settanta anni…e mi rivedo majorette  per pochi minuti, dietro uno scaffale, con il povero Mario, collega da sempre e vittima predestinata…  quando maliziosa gli dicevo: “ora, dico io, non ti potevi scansare,  il tuo zigomo si sarebbe salvato…no?

Ti riguardo, METRO MIO sorrido da sola e ti parlo, perché quarantun anni, non sono un giorno, un mese, sono una vita…e lì comincia un rosario  ricco di chicchi, dolci, piccanti, amari….

E quando dicevo: “scusi vado a prendere un metro, se il cliente era bonazzo (magari architetto) per nascondermi, un attimo e sganciare il secondo bottone della “vestaglietta” chi mostra vende, non si sa mai…pensavo.

E quando ne presi tre, li legai insieme e creai  un albero di Natale incollando sul tuo esile corpo magici pon pon rosso ciliegia, li fui redarguita: te lo farei pulir con la lingua questi metri, disse il collega più anziano, il metro va rispettato, bischera!!!!

E quando vanitosa e un po’ sfrontata mi ci misuravo le gambe, le mie gambe che mi avevan dato un lavoro, prima del mio poco inglese, del mio “un po’ di francese” e del mio italiano parlato discretamente, merito di una famiglia benestante, in tempi non miei, tra colleghi che dicevano:  s’eramo  e andonno…Parevo  laureata ad Harvard  a volte, con la terza commerciale fatta controvoglia.

Ma tu eri lì “ METRO MIO”  anche quando ti sbattevo, sul banco dopo un insulto velato, ma non troppo, del cliente nobile solo di cognome…

Tu eri con me quando ti presi per la testa e tagliai la pancia a due o tre balle di kapok, brandendoti come una spada, un po’ Athos e molto Rossella, verde di rabbia con gli occhi pieni di lacrime, in un magazzino freddo in via della Stufa al numero 7…ero scappata dalla porta sul retro, un primo di ottobre….l’ avevo vista entrare quella compagnuccia di scuola, con il kilt  blu ed il golfino paricollo, mi ero uno po’   nascosta, ma non troppo, i suoi genitori con il loden, biondi alti…vivi.

Esordisti così, lo ricordo bene: ahhhhh sei tu, non ti riconoscevoooo, con la divisa….lavori!!! Io faccio il liceoooooo.

Ti salutai composta, sotto gli occhi intelligenti del mio principale, che capiva senza sapere. Ma quanti “ o” aveva quel liceo? E a quanti sogni avevo rinunciato, io,  biascicai un:  No ho smesso di studiare, non mi piaceva più.

E corsi via, le chiavi del “ fondo” in tasca, le espadrillas più veloci di me…..e quel nodo nello stomaco, che a quindici anni ti prende e spesso per ritrovare  poi ad ogni ostacolo,  ma avevo te, sulla spalla, METRO MIO  e scacciavo fantasmi…tra le piume di ripieno per cuscini che mi si appiccicavano alle lacrime…spadaccina per pochi minuti il tempo di urlare a nessuno la risposta che avrei voluto dare: Io lavoro, scema, perché …perché…perché…aiuto la famiglia …hai capito stronza?

Poi tornai in negozio, mi ricomposi, mi rifeci il rigo nero sulle palpebre gonfie…..certa della mezz’ora che avrei fatto in più,  gratis, per ripesare le balle…poco mi importava, io avevo te amico mio.

Ti ho nascosto nel mio sgabugiolo con la scritta: Rossella Gallori …..e dopo 41 anni ti ho portato a casa, ti ho rubato, si, insieme a tre lunette ed alle forbici foderate per non far venir le galle…

Ladra per amore, forse si, non me ne vergogno, certi reati cadono in prescrizione ed io, METRO MIO, ho ancora tanto bisogno di te, anche se nessuno mi domanda più…..più…più…che cosa?