Donna bianca – di Stefania Bonanni

Donna bianca – di Stefania Bonanni

L’ ASSOLUTO – di Simone Bellini
Il silenzio; era l’unica cosa che lo faceva star bene !
L’unico posto intimo che lo isolava da tutto e da tutti, anche da se stesso.
Un’assenza profonda, immerso nel nulla, nella pace pura di uno spazio bianco accecante.
Quando arrivò al centro di quella energia capì che non avrebbe mai più parlato, non ce ne era bisogno, perché faceva parte del tutto ed il tutto era radicato in lui, fuso con gli atomi dell’universo.
Autismo ! Sentenziarono i dottoroni, insigni scienziati che non capirono la profondità di quell’astrazione, attiva nella sua immobilità.
Ma questo non lo tangeva, era felice in questa sua condizione. Era connesso con il mondo più di chiunque altro.
Lo capiva Toby, il suo cane, che accovacciato ai suoi piedi dialogava con lui con lo sguardo, proteggendolo da ogni negatività del mondo esterno che si adoprava in ogni maniera, con ogni tentativo per riportarlo nella falsità della realtà quotidiana.
L’insistenza, seppur amorevole, di riportarlo a quello stadio ( per lui ) primordiale era inutile.
Era troppo avanti !
Il suo sapere sconfinava dalla logica terrena.
La sua mente era energia pura, totale, immensa.
Toby questo lo aveva capito e con tristezza lo sentiva allontanarsi ogni giorno di più.
Non era una persona, era un’entità !
Fu quando le vibrazioni, come un terremoto, scossero le sue cellule disintegrandosi, inondando il creato, che Toby lo salutò con un ultimo lacerante latrato.
Quando spalancarono la porta della stanza, non era rimasto altro che un grande bianco abbagliante !
Un attimo dopo tutti i cellulari del mondo squillarono all’unisono !
Era nato l’assoluto !
Bianca luna – di Anna Meli

Bianca luna
Falce di luna bianca nella notte buia.
Gelida luce, non scalda, rischiara soltanto.
Dà forma alle cose, a ricordi lontani persi
nel tempo; tempo passato,
fatto di pagine bianche dipinte di vari colori;
leggeri o forti, vividi o smorti, tristi o felici.
E ancora, le pagine bianche del tempo a venire
da scrivere e colorare…
Passa veloce una nube fugace.
La luna si copre e per un attimo traspare
dietro una leggera, bianca tela di ragno,
e si veste di un velo da sposa.
Le melanzane aliene – di Gabriella Crisafulli

Esci, vai fuori, guardati intorno …
E qualcuno ho trovato: una bella signora che davanti al mio stupore per delle strane melanzane che non avevo mai visto prima mi ha detto che erano ottime e che lei le cucinava con aglio e pomodorini.
“Sangue mio” – di Gabriella Crisafulli

Si sono mescolate le pedine
nell’alfabeto dell’amore
Le mosse
degli affetti
segnano a fuoco
le tappe
della dipendenza
Il marchio
“Sangue mio”
genera automi
viscerali
di fedeltà assoluta
Un coltello
ha tagliato a fondo
là dove il legame
sa di tenerezza, di compassione
di empatia
Guai a chi si allontana
dalla strada segnata:
è un infame
che tra equivoci e fraintendimenti
si sente colpevole
“Sangue mio”
è una passione
ambigua
di amore malato:
amare da morire
“Sangue mio”
a poco a poco
spegne e divora
Chi riparte
procede a tentoni
Fra mille dubbi
c’è da dire addio
a un porto
di affetti
per andare verso l’ignoto
Pesano
fragilità
e incoerenze,
seduzioni
e ammiccamenti malati
Non c’è più spazio
per lo struzzo
che nasconde
la testa
nella sabbia
Adesso basta:
m’innamoro di me
Il sole di gennaio – di Gabriella Crisafulli

Il sole di gennaio
illumina le facciate
delle case di fronte
Le mie stanze a Nord
risplendono
del loro bianco
Bianco d’ombra – di Luca Di Volo

Chi sei tu?..non ti conosco
Sparisci ombra cattiva
O vieni, esci dal buio
Nel bianco fulgore
Ti prendo, non ti nascondere
Nero nemico, ti tengo
Ma sol aria vuota
Stringo tra le mani
Inafferrabile, inafferrata
Ombra, ecco, ho visto
Perché ti temo
Perché ti detesto
Perché tu sei me.
Spartito di parole – di Stefania Bonanni

Poi c’e il bianco che dà senso al nero, quello che da’ aria alle parole, le fa respirare e cantare, quando il rigo scritto è riempito solo in parte, quando una virgola fa tirare il fiato e le parole tornano nel rigo di sotto, dove a volte il margine rientra, come per farsi desiderare, lasciando capire che ci si può mettere l’accento, nella lettura, che vale la pena farci un po’ più attenzione.
Quelle righe diventano spartiti, le parole note, il bianco ed il nero come tasti di un pianoforte, suonano parole ritmate dagli spazi lasciati in bianco, componendo melodie che nascono da penne speciali, ma ci accompagnano per effetto di quegli spazi bianchi. Così, sempre e per sempre, sapremo che “passata è la tempesta”, anche se forse non sempre sentiremo “uccelli far festa”.
L’odore degli scampoli – di Lorenzo Salsi

Ogni tanto con la mamma si partiva, magari quando non c’era scuola o più spesso nel periodo in cui andavo all’asilo e si andava a comprar scampoli di stoffa per farci camice, alla famiglia, ai parenti ed amici nonché ai clienti abituali che si fidavano ciecamente dei gusti classici della mamma .
Il tragitto era sempre il medesimo: Via Datini fermata dell’autobus 23 fino a Piazza del Duomo o a Via Panzani, secondo le giornate . La fermata di via Panzani era la più vicina perchè il negozio di scampoli e stoffe era proprio sull’angolo opposto in Via de’ Pecori nel palazzo dell’Arcivescovado di fronte al Battistero che con le sue belle porte in bronzo mi affascinava sempre.
Il negozio si chiamava semplicemente “Bianzino”.
Dunque due opzioni per scendere dal tram, in effetti avevano il suo perchè: se si scendeva alla fermata d’angolo con Via Ricasoli si attraversava Piazza S. Giovanni in diagonale e si arrivava da “Bianzino” in un attimo ma era un po’ più lunga e non molto interessante; se la discesa era in Via Panzani il tragitto prevedeva un mirabile passaggio davanti alla pasticceria Scudieri, una delle migliori della città dove alla mamma e al figlio veniva un principio di soffocamento per eccesso di saliva prodotta dalla visione delle vetrine di Scudieri che erano piene di piramidi di cioccolato, caramelle, pasticcini e quanto di più goloso si potesse pensare.
La mamma era un’ infaticabile divoratrice di tutto ciò che poteva contenere zucchero, seguiva le 2 o 3, ma forse erano di più, vetrine della pasticceria con crescente cupidigia facendo finta di niente, poi con non chalance, mi chiedeva se avevo sete o se per caso mi fosse venuta un po’ di fame; domande cariche di aspettative che attendevano con speranza una mia risposta affermativa, la quale non tardava, ferma e sicura, perché come dice un vecchio adagio “le querce non fanno i limoni “.
Risultato finale di tutta questa manfrina: un dito alla crema ( detto anche cannolo ma non a Firenze) a me ed un bignè a lei, una spumina a me credo da 25 lire ed un cappuccino a lei …..
Finita questa goduria si usciva e fatti 20 mt si entrava da “Bianzino”.
Piazza S. Giovanni allora era molto trafficata, passava tutto di là, dal cuore di Firenze, quindi autobus, filovia, macchine, lambrette, barrocci, biciclette, gente insomma, venditori di mais per turisti e piccioni. Su un lato c’era anche il punto di sosta, mi pare alla Loggia del Bigallo, per i fiaccherai con le loro carrozzelle e i cavalli, che in certi casi da come erano vecchi non si capiva se erano i cavalli che tiravano le carrozzelle o erano le carrozzelle che spingevano i cavalli.
La piazza era il fulcro della vita cittadina quindi sempre piuttosto rumorosa e brulicante.
Entrati nel negozio di scampoli tutti i rumori erano attutiti, anzi a volte c’era un silenzio irreale dovuto alla quantità di rotoli di stoffe che dal pavimento arrivavano fino al soffitto e seguivano tutti i muri perimetrali. Stoffe di tutti i tipi, lane pesanti per fare cappotti, leggere per gonne e pantaloni, cotoni per camice e camicette da donna, lini per far vestiti da uomo, ghinee per lenzuoli insomma quello che poteva servire a confezionare abiti e non, lì c’era.
Il reparto che riguardava tessuti per camice era vastissimo, coloratissimo, con una scelta di tessuti incredibile e la mamma li conosceva tutti. Ricordo quelli che mi piacevano più di tutti era l’ Oxford e l’Oxford martellato di colore rosa , un bel rosa molto maschile, morbidissimo al tatto e profumatissimo di buono, di nuovo e di pulito. Pensandoci adesso ho sempre avuto una camicia a maniche lunghe con i bottoncini al collo e cannoncino sulla schiena di color rosa.
Tutti i commessi conoscevano la mamma ed erano veramente molto gentili, premurosi e se la mamma era indecisa , prendendoli dagli scaffali, le mostravano diverse pezze srotolandole per 2 o 3 mt .
I banconi su cui venivano poggiate le pezze erano in legno massello di un colore caldo, sempre profumati di cera per mobili ; anche i metri che usavano era in legno con le punte rinforzate in ottone mi piacevano da impazzire.
Silenzio e profumo erano le caratteristiche di quel negozio ed il profumo era dato come ho detto da le stoffe, dal legno ed i prodotti per tenerlo pulito ma anche dai dopo barba dei commessi sempre inappuntabili e ben vestiti anche se a volte indossavano una gabbanella grigia.
Fra silenzio e odori quasi ti veniva fatto di parlar sotto voce. In tante volte che la mamma mi portò mai sentii rumori molesti o fuori posto. Il rumore più classico era la pezza, che srotolata dal commesso, dava un tonfo morbido e quasi rassicurante sul bancone e come erano bravi i commessi ad aprire la pezza, con un colpo di mano e polso ben assestato facevano roteare in aria lo scampolo avvolto quasi sempre su di un’anima di cartone schiacciata, o, ora i ricordi si confondono, ma mi pare che queste ”anime” rigide fossero anche in legno, altri tipi di stoffa erano arrotolati per lo più su tubi di cartone ben rigido.
Dicevo dello scampolo fatto volare che poi poggiavano sul bancone, lo misuravano, lo tagliavano e lo impacchettavano in una carta azzurrognola a quadrettini piccolissimi col logo Bianzino e la consegnavano al cliente, parevano giocolieri agili, veloci ed appassionati.
Avuto il pacchetto si andava alla porta ed appena la si apriva per uscire il mondo esterno si presentava immediatamente con il suo rumore ed il suo odore , i cavalli dei fiaccherai avevano la parte da protagonisti per gli effluvi, vista la copiosa quantità di prodotti intestinali, ogni tanto uno spazzino appariva col suo barroccio a 2 o un bidone , la scopa e la pala per raccogliere le fatte degli equini.
Girando intorno al Battistero e al Duomo si arrivava al Canto de’ Bischeri e da lì in Via del Proconsolo per la fermata dell’autobus, in realtà ce n’erano 2 prima, una alla Misericordia ed un’ altra dopo 150 mt , ma la mamma preferiva far “du’ passi” per guardare il Duomo “anche da dietro” diceva .
Ripropongo questo giorno di due anni fa (gennaio 2019) perché non dobbiamo mai dimenticare. La giornata si intitolava: “La notte fa ancora molto freddo” perché il vento dell’intolleranza non smette ancora di soffiare gelidamente
L’importanza delle testimonianze viventi, di chi ha vissuto sulla propria pelle persecuzione e ingiustizia, per ricordare che è sottile il filo che ci divide dalla tragedia, dalla perdita di identità. Ricordare per non ripetere mai più.
SCATOLA BIANCA – di Laura Galgani

Una pagina bianca cos’è, se non una stanza dalle pareti vuote, candide, immacolate, imbottite di morbido cotone per attutire il suono di quelle parole che ancora nemmeno sai?
Ci puoi entrare quando vuoi: nei momenti più bui, quando qualcosa ti stringe la gola e vuole uscire e ti graffia con gli artigli su per la trachea e tu cerchi di ricacciarla giù, perché no, non adesso, non ancora, anche se sanguina e fa male. Ma appena raggiungi il tuo spazio e varchi la soglia di quella scatola bianca che
è la pagina, ecco che l’urlo può uscire ed essere forte, rosso, spietato, tanto acuto da tagliare la pagina in due, se potesse prendere la forma di una lama. E nessuno se ne accorge, finché non vi posa gli occhi sopra.
Ma tu non lo permetti a nessuno. Hai questa libertà e questo potere. Lasciare che altri entrino in quella stanza è solo una tua scelta.
Oggi no, hai ancora bisogno di pareti imbottite su cui gettarti senza farti troppo male, di un soffitto a cui appenderti e camminare a testa in giù per vedere le cose da un punto di vista diverso, di sapere che la porta è chiusa e nessun suono, lettera o frammento di parola potrà uscire da lì, dalla tua scatola imbottita.
Chissà, magari un giorno sarà diverso, arriverà la primavera e deciderai di aprire la porta di quella scatola bianca.
Una nuvola di farfalle colorate ne uscirà e con leggeri battiti d’ali andrà a dipingere il mondo con le tue parole piene d’amore.
con Cecilia Trinci

La discussione è partita, in entrambi i gruppi, dal video volutamente provocatorio di Messer Bianconiglio, messo nel blog proprio la stessa mattina.
L’attenzione è stata monopolizzata dal tema “amore”, che è stato definito in più modi e con varie parole. Molta parte dell’attenzione è stata attirata dalla espressione “non posso amarti” rivolta ad Alice che non ama abbastanza se stessa e quindi non potrebbe affrontare il dolore di certe inevitabili ferite legate ad un rapporto interpersonale.
Vari i punti di vista di tutti. Ne ricordo uno, di Vanna, che fa pensare molto: il Bianconiglio direbbe queste parole proprio perché, contrariamente alla sua affermazione (Io non posso amarti), dimostrerebbe proprio il contrario.
L’essenziale comunque, in ogni caso, è raggiungere CONSAPEVOLEZZA DI SE’ per poter amare ed essere amati.
Molte sono le parole con cui tutti hanno descritto un amore maturo e capace di esistere.
Si è parlato della necessità di aver avuto amore da piccoli e del “saperlo riconoscere” quando si incontra.
Si è parlato della necessità degli altri e della grande importanza della RELAZIONE
Si è parlato di SICUREZZA, di CONSAPEVOLEZZA, di CORRISPONDENZA, di CONQUISTA, di OSTACOLI, di TIMIDEZZA, e anche di EQUIVOCI, alcuni anche pericolosi. Di Gabriella è l’accenno all’amore malato o all’uso dell’espressione “SANGUE MIO”.
Si è parlato di CENTRALITA’ della persona che deve sentirsi padrona del proprio essere e di come questo sia capace di ATTRARRE amore a sua volta.
Si è parlato della FIDUCIA che si deve avere, ma anche della CAPACITA’ DI DIRE DI NO, di SCELTA e di DIFESA, della necessità di riconoscere SEGNALI.
Si è parlato di RISPETTO, verso se stessi e verso gli altri, di LIMITE e di LIMITI da rispettare.
Si è parlato di RELAZIONE NON STRUMENTALE, di capacità di SVELARSI.
Dopo la discussione generale ho illustrato come tutti questi concetti si attagliano perfettamente alla SCRITTURA che ha appunto bisogno, per essere piacevole e benefica di:
Segnali di rinascita – di Tina Conti
foto di Tina Conti

Passate le feste, comincio a scrutare la terra e la campagna cercando i primi segnali di risveglio.
Le gemme ingrossate sugli alberi spogli, i primi bocci socchiusi fra le foglie di elleboro, le spelacchiate margherite bianche nei prati ghiacciati, le giunchiglie a mazzetto nelle prode al sole.
Ma quello che amo scoprire sono le nuvole bianche dei mandorli.
Che gioia passare vicino o vedere nel mezzo a un campo tutto quel chiaro, a volte sfumato sul rosa, sentire quell’energia , quella vita in esplosione che apre il concerto della primavera.
E poi tutto si muove, fra le foglie secche fanno capolino i bulbi piantati in autunno, ricomincia quella magia che incanta e commuove.
Passa il tempo, accadono tante cose, la natura sapiente riscrive le sue sinfonie.

dal web
Una riflessione, un pretesto per pensare:
«Ma tu mi ami?» chiese Alice. «No, non ti amo.» rispose il Bianconiglio.
Alice corrugò la fronte e iniziò a sfregarsi nervosamente le mani, come faceva sempre quando si sentiva ferita.
«Ecco, vedi? – disse il Bianconiglio – Ora ti starai chiedendo quale sia la tua colpa, perché non riesci a volerti almeno un po’ di bene, cosa ti renda così imperfetta, frammentata. Proprio per questo non posso amarti. Perché ci saranno dei giorni nei quali sarò stanco, adirato, con la testa tra le nuvole e ti ferirò. Ogni giorno accade di calpestare i sentimenti per noia, sbadataggine, incomprensione. Ma se non ti ami almeno un po’, se non crei una corazza di pura gioia intorno al tuo cuore, i miei deboli dardi si faranno letali e ti distruggeranno.
La prima volta che ti ho incontrata ho fatto un patto con me stesso: mi sarei impedito di amarti fino a che non avessi imparato tu per prima a sentirti preziosa per te stessa. Perciò, Alice no, non ti amo. Non posso farlo.»
“G” – di Gabriella Crisafulli
Sorvolo con le ali di una follia
fatta della più bianca solitudine
i panni stesi all’aria
le tende che si muovono al vento
i dipinti non immacolati
la neve che affonda
il tulle di un vestito da sogno
Trovo nel diario non scritto
orde di fantasmi dimenticati
Cerco parole
per rivendicare
un trauma
pari all’incredulità
Ho reso estranei me stessa
e quel che mi stava intorno
Ho immolato l’io
agli ideali
e ho perduto
avvenire e futuro
Non posso più stendere
un velo pietoso
Rincorro un viagra
per dare forza
a nuove idee irresolute e confuse
che vagano e si perdono
Ispeziono il vocabolario
alla lettera G
Desidero parole positive
ma anche irrazionali
scarmigliate
libere
Oh
finalmente
Dopo dieci facciate
trovo a pagina 1063
“garbo” e lì mi fermo:
ho da pensare
Foto in bianco e nero – di Nadia Peruzzi

E’ una piccola foto che mi giro per le mani da qualche tempo. Ci sono due ragazze con abiti di 60 anni fa. In braccio una delle due ha un fagottino con pochi capelli, agghindato in un vestitino con una gonna ampia. Anche quello del tipo che oggi non se ne vedono quasi più. Immagine che trasmette serenità, leggerezza, promessa di futuro.
Quando le si va a cercare foto come questa spesso non è un bel segno. Nella bonaccia e nel tran tran si sa di averle, sono parte di te anche se non le guardi mai, sai sempre in che punto dell’album si possono trovare al primo colpo. Pezzi piccoli o grandi del mosaico che compone le nostre vite.
L’ho ripresa in mano e carezzata il giorno prima del mio compleanno appena è arrivata la notizia che la cugina di mia mamma, la ragazza che nella foto mi tiene amorevolmente in braccio, non era più con noi.
In ospedale per accertamenti, è arrivato il covid e se l’è presa, lasciando vuoto e incredulità insieme, dolore e incapacità di prendere atto.
Nessuno ha potuto assisterla in ospedale, nessuno ha più potuto vederla, carezzarla, accompagnarla nel viaggio definitivo. Cose che sappiamo, ma quando ti toccano dilaniano.
Si resta sospesi come devono esserlo state le famiglie dei dispersi in guerra. Senza aver potuto piangere su quei corpi, in un angolino del cuore resta sempre una porta aperta su un altrove dove l’impossibile potrebbe anche tornare possibile.
Ancora oggi si fatica a distanza di due mesi a realizzare che sia successo davvero.
Eppure la realtà bussa alla porta.
E devi ammettere e accettare che un altro pezzo fondamentale di vita e di affetti non c’è più, mentre la fragilità e la sensazione di solitudine si insinuano come piaga in tutto il tuo essere.
Brutta bestia il dolore che non si accontenta di sbatterti in faccia un caso per volta e finita li fino a che non si presenta il prossimo. No. Li riapre tutti. Non in un rivolo o in una sola goccia. No! In una cascata intera o in un uragano a cui non si riesce a frapporre barriere.
Nella vita di ciascuno ci sono figure che contano più di altre. Oltre i gradi di parentela scritti su carta ci sono gli intrecci reali, i ruoli, i sentimenti, le affinità a creare legami inestricabili che accompagnano ogni stagione della vita.
A guardare quella piccola foto avremmo potuto essere quasi madre e figlia. Per scarto d’età ci mancava un soffio. Negli anni è stata un po’ sorella maggiore durante i mesi delle mie vacanze estive a Genova, quando insieme andavamo al mare e a esplorare gli angoli della città che ho imparato ad amare come un pezzo importante della mia storia personale. Crescendo il ruolo di sorella maggiore si è attenuato, lei è tornata ad essere la cugina della mamma e in ultimo, quando la differenza d’età si era fatta sottile fin quasi a passare in secondo piano, una donna con cui rapportarsi da donna.
Ognuno di questi passaggi lo senti perduto per sempre, mancano i nessi, i raccordi, manca tutto e il pensiero non basta a colmare il vuoto che senti. Realizzo oggi mentre scrivo e riesco dopo molto tempo a trovare la voglia e la forza di tornare a scrivere che a destabilizzare è proprio la consapevolezza che manca un punto di raccordo. Perché la ragazza che ho sentito per molto tempo un po’ sorella maggiore, era nello stesso tempo un po’ sorella minore di mia mamma per le circostanze della vita vissuta da entrambe.
Un cerchio ci ha tenuto unite in tutti questi anni malgrado i chilometri di distanza e i tempi a volte dilatati nei quali col passare del tempo potevamo poi realmente vederci.
Quello che resta ora è un cerchio frantumato. Rimane solo un piccolo pezzo mentre gli altri due son volati via.
Restano i ricordi, ma sono ricordi che scavano voragini e non accennano ancora a far bene.
Nemmeno quando rivedi quelle foto in cui tutti son più giovani di 30 anni buoni, sprizzano gioia e serenità dopo aver raggiunto la meta prefissata di una lunga camminata in montagna.
Vero che per un attimo te li senti vicini, quasi riesci e sentire le voci e le loro risate. Diventano vive e si fanno sonore, mentre anche gli occhi e gli sguardi sembrano parlare.
Poi tutto torna a spegnersi e devi fare i conti con l’anima a pezzi che faticano a ricomporsi. Non c’è modo ancora di poter veleggiare in un mare meno tempestoso e destabilizzante.
Il bianco del primo giorno – di Carla Faggi

Bianco il grembiulino del primo giorno di scuola, un grande fiocco rosa, due codine laterali , lo sguardo in basso, il broncio, una gran voglia di piangere.
Dai, forza, ci sono anche le tue amichette, l’Anna, la Maria, disse la mamma, non aver paura, non sei sola.
Speriamo di andare nel banco con l’Anna pensò, ma l’Anna si mise a sedere nel banchino con la Maria.
Voglia di piangere, non sapere dove andare.
Vieni qui, disse la maestra e la mise al primo banco insieme ad una sconosciuta.
Tutto iniziò così.
La bambina sconosciuta divenne la più popolare della scuola, lei fece un po’ da principe consorte.
I grembiuli cambiarono, poi sparirono.
Il primo giorno di ogni anno sempre un gran timore per la timidezza ormai cronica.
Cambiarono le scuole, lei cambiò, ma la timidezza del primo giorno mai.
Anche il primo giorno da matita era timida ma poi…forse è l’età che ti fa meno timida o forse chi ti accoglie…
Ora è di fronte ad un foglio bianco e vorrebbe scrivere qualcosa ma non sa cosa…va bè, domani è un altro giorno, si vedrà.
La gioia di scrivere – di Wislawa Szymborska
La gioia di scrivere
Dove corre questa cerva scritta in un bosco scritto?
Ad abbeverarsi ad un’acqua scritta
che riflette il suo musetto come carta carbone?
Perché alza la testa, sente forse qualcosa?
Poggiata su esili zampe prese in prestito dalla verità,
da sotto le mie dita rizza le orecchie.
Silenzio – anche questa parola fruscia sulla carta
e scosta
i rami generati dalla parola “bosco”.
Sopra il foglio bianco si preparano al balzo
lettere che possono mettersi male,
un assedio di frasi
che non lasceranno scampo.
In una goccia d’inchiostro c’è una buona scorta
di cacciatori con l’occhio al mirino,
pronti a correr giù per la ripida penna,
a circondare la cerva, a puntare.
Dimenticano che la vita non è qui.
Altre leggi, nero su bianco, vigono qui.
Un batter d’occhio durerà quanto dico io,
si lascerà dividere in piccole eternità
piene di pallottole fermate in volo.
Non una cosa avverrà qui se non voglio.
Senza il mio assenso non cadrà foglia,
né si piegherà stelo sotto il punto del piccolo zoccolo.
C’è dunque un mondo
di cui reggo le sorti indipendenti?
Un tempo che lego con catene di segni?
Un esistere a mio comando incessante?
La gioia di scrivere
Il potere di perpetuare.
La vendetta d’una mano mortale.
Le vele bianche dei ricordi – di Stefania Bonanni

Foto di Willi Heidelbach da Pixabay
I ricordi sono bianche vele piegate e legate strette da corde sicure, che un venticello puo’ sciogliere e gonfiare, e spiegare e spingere, che fanno viaggiare veloci imbarcazioni ferme da tempo che i marinai credevano fuori uso, pronte per lo smantellamento. Sapevo di avere vele bianchissime, negli occhi, le ho cercate e trovate, così bianche da far brillare il resto, così fresche da profumare di vento, così fragranti da essere nello stesso tempo morbide e croccanti, al tatto e all’udito. Così semplicemente bianche, da sventolare per sempre. Ha scritto Pamuk, che la vita che si è fatto fino all’età di dieci anni, resta in noi per sempre, pronta ad affiorare, al bisogno. Io ci ho fatto affidamento su quelle vele, che ho ripensato come ali e rifugio. Possibilità di volare, al sicuro di un porto sereno. Erano bianchissime lenzuola stese su fili di ferro, a sfiorare l’erba del prato del lavandaio, davanti a casa. Il prato cominciava proprio davanti. Era un tappeto verdissimo, senza sassi, senza pozzanghere, con l’erba tenuta corta, perché non ci si fregassero le lenzuola , mentre ballavano al ritmo di misteriose melodie. Quando dicevano: “dove sono i bambini?”, la risposta era sempre “nel prato “. Subito, dalla mattina. Era un posto perfetto: lì, davanti a casa, ma a momenti nascosti alla vista. Ci si sentiva liberi. L’unica cosa a cui si doveva stare attenti erano le mani, che non dovevano essere sporche di marmellata o, pericolosissimo, di cioccolata. Si era sentito di impronte digitali, ed eravamo sicuri che avrebbero fatto l”esame, se avessero trovato impronte. Era come stare dietro un sipario, in una scenografia fantastica che diventava qualunque cosa, a patto fosse bianca. Un giorno erano montagne con tanta neve, dalle pareti così lisce che rendevano l’arrampicata impossibile. Un giorno ventoso erano mare, con onde altissime. Un giorno tende nel deserto, quando era estate calda, ma noi eravamo all’ombra. Un giorno erano sipari, che all’improvviso potevano aprirsi e mostrare i nostri numeri di ballo, di giochi di prestigio, o sfilate di moda. Lì ci sono stati castelli con tanto di ponti levatoi a difesa dell’entrata, o accampamenti di soldati nemici , che dovevano fare attenzione ai cavalli, che non sporcassero. Una dimensione magica, che solo il vento poteva cambiare. Quando aveva asciugato in fretta, a volte si restava allo scoperto. Per fortuna lavavano lenzuola in continuazione, ce n’erano sempre, di bagnate da stendere. Il vento gentile dell’estate che passava e si faceva scorgere solo nel movimento delle lenzuola, le faceva somigliare a ballerine di danza classica. Lasciava di se’ una scia profumata di acqua fresca e sapone giallo in pezzi grossi.
Poi, si tornava a scuola, arrivavano le piogge, il prato si riempiva di fango, i lenzuoli venivano stesi nella stanza del calorifero. Per fortuna durava poco, sembravano giorni più lunghi, di più, più freschi, più caldi, più colorati, più bianchi, quelli dell’estate. Alcuni di quei bambini sono forse rimasti tra quelle lenzuola, nel prato sembra faranno un parcheggio. Per fortuna, nessuno puo’cancellare tutto quel bianco dagli occhi di quei bambini, ne’ lo può toccare, cambiare, colorare. Sarà bianco, per sempre.