Rosa d’autore

Pierre de Ronsard – di Carmela De Pilla

foto e fiori di Carmela De Pilla

Me ne sono innamorata subito, appena l’ho vista.

Fra tutte lei era la più bella, mille sfumature l’accarezzavano e diventava unica, il rosa intenso del cuore via via si tramutava in rosa pallido fino a confondersi con il bianco perlaceo.

Lei, così fragile, ma così sicura di sé, consapevole della sua bellezza si pavoneggiava in mezzo ad altrettanta bellezza e teneva ben dritto il capo quasi a dire” Prendimi”.

Non ho cercato altro, lei mi bastava, era proprio così che la volevo, decisi di prenderla davvero pur essendo ancora piccola e delicata, ma ero certa che sarebbe diventata bellissima.

Sono anni che mi prendo cura di lei, lo faccio con amore stando attenta ad ogni suo minimo cambiamento, la osservo scrupolosamente pronta ad intervenire qualora avesse bisogno del mio aiuto.

Prima ancora che arrivi la primavera mi piace dedicarle un po’ del mio tempo, come sempre saprà essere molto più generosa di quanto non lo sia io con lei così mentre la curo… canto, so che mi ascolta e un benessere reciproco ci avvolge.

Pierre de Ronsard si chiama, perfino il nome mi piace, immagino il signor Meilland, romantico e sognatore che dopo tanti tentativi trova l’armonia tra colore, forma e profumo.

È diventato un roso ormai e quando Maggio fa capolino, i boccioli eleganti quasi fossero di porcellana si fanno spazio a decine tra le foglie verde scuro e vogliosi di esprimere tutta la loro bellezza si alternano a rose già sbocciate le cui corolle sensuali e ricche di petali guardano in basso un po’ intimidite dalla loro stessa bellezza e nelle notti di luna piena l’argenteo raggio le illumina e un attimo di gioia mi riempie tutta.

Dal passato: una storia fiorita

Il canto della terra (2017)

foto di Anna Meli, Carmela De Pilla, Lucia Bettoni, Mimma Caravaggi, Patrizia Fusi

Storia a più mani scritto da (nell’ordine): Elisabetta Brunelleschi, Stefania Bonanni, Rossella Gallori, Lorenzo Salsi, Emilia Caravaggi, Patrizia Fusi, Nadia Peruzzi, M. Laura Tripodi, Sandra Conticini, Simone Bellini

Da un  robusto cancello di ferro sempre spalancato iniziano i due chilometri di viale che conducono a villa Velci. La strada sterrata che da qui si dipana, sale tra terrazzamenti popolati di olivi, vigne e file ordinate di giaggioli.

Non ci sono recinti e il giardino si annunzia con il lento cedere della campagna coltivata a balzi occupati da viburno e allori, incroci segnati da cipressi, collinette con corbezzoli e conifere. Poi lecci, vetusti e ombrosi lecci che sempre più fitti si sostituiscono ai luminosi oliveti, fino a formare un suggestivo bosco che finalmente proclama l’esistenza di un giardino ampio e multiforme.

Il viale avanza in una verde galleria di rami contorti. Quando il buio del bosco sembra non finire, improvvisamente il panorama si apre sulla neoclassica facciata della villa, preceduta da un laghetto e da un prato immenso, che ad ogni primavera si riveste dei colori di margherite, ranuncoli, anemoni, giacinti. Migliaia di fiori sparsi nell’erba e chiusi da una corona di tazzette, tromboni e giunchiglie allineata sul limitare del prato.

Il viale attraversa il prato, lambisce il laghetto popolato  di pesci rossi e abbellito da ninfee  che creano riflessi di luce e ombra nelle acque trasparenti e alla fine approda nello spiazzo lastricato prospiciente l’ingresso tra da vasi di gerani e panchine in ferro battuto.

Il portone, sormontato da un ormai sbiadito stemma di famiglia, immette nel cortile quadrato. Da  un lato lo scalone monumentale che conduce ai piani nobili, dall’altro le porte che immettono ai saloni del piano terra e, nel fondo, una vetrata lascia intravedere la zona del giardino forse più intima e particolare che si affaccia sulla sottostante vallata.

Al centro è posta una vasca con un putto alato e zampillante e cespugli di rose antiche delicatamente profumate crescono tra le siepi.

Giuseppe Brandini, trisavolo di Linetta e Giovanna, le attuali proprietarie, era un facoltoso commerciante di vini nel quartiere di Santa Croce. Nel 1860 si decise a investire l’ingente capitale, nell’acquisto di quell’ampia e antica tenuta da anni trascurata. Sotto la sua guida  ritornarono a produrre i dodici poderi coltivati da altrettante famiglie di coloni, la villa riprese il suo antico splendore e il parco \giardino, invaso dai rovi e decimato da anni di tagli indiscriminati, fu completamente rifatto. Ora questa ampia architettura di verde impegna giorno e notte i pensieri e il portafoglio delle due sorelle. I giardini sono esseri fragili e bisognosi di cure. Bastano pochi mesi di incuria e la magia di un prato si può perdere in penosi rotolii di cinghiali. Un temporale più forte del solito e rami o alberi interi se possono andare. Mentre gli accumuli di fogliame non rimossi possono occludere il lento defluire delle acque dal laghetto verso i fossi che scendono nel bosco.

Per questo non possono fare a meno di un giardiniere. 

 Quando scelsero Beppe lo fecero perché era bravo, anche se tutti  dicevano sempre che era un perdigiorno, che faceva i balocchi, invece di pensare a mettere insieme il desinare con la cena. Perdeva le giornate con il naso tra la salvia e il ramerino. Seguiva le farfalle, si perdeva tra i petali che cadevano in primavera dai peri e dai mandorli. Di zappare, non se ne parlava. Di concimare, meno che mai. Solo profumi, e fiori, e farfalle. Lo pigliavano un po’ in giro. Lo chiamavano “contadino profumato”  Fu allora che cominciò a farsi chiamare “curatore di giardini”, e poi “curatore di giardini antichi”, quando cominciarono ad andare di moda le ville che si aprivano ai turisti.

Frequentava contesse e marchese, pettinava le loro siepi e colorava pomeriggi solitari di vecchie signore con sorrisi cortesi e grandi conche piene di piante fiorite. Ed anche lui faceva la sua bella figura, così alto, elegante, abbronzato e con quegli occhi di cielo. Beppe il Bello. E più passava il tempo, più diventava bello.

Se lo contendevano, le gran signore, ormai faceva da corredo nei parchi illuminati.

Si vestiva da giardiniere, di giorno, poi la sera da gentiluomo di campagna, con foularini colorati e pantaloni di fustagno. E proponeva brindisi, mentre si lanciava in dettagliate spiegazioni che raccontavano quanto sarebbero costati i restauri dei giardini delle ville che di volta in volta lo ospitavano. Caricando sempre di più la spesa, quanto più questi giardini si volevano antichi. E le contesse gradivano le cortesie e la sua presenza, ed era ricercato e pieno di lavoro.

Nessuno sapeva della sua vita privata, e l’aura di mistero a Beppe conveniva, gli consentiva di continuare a sdilinquirsi in galanteria, senza timori.

Non si seppe mai di una donna che l’aspettasse a casa.

Durante quei giorni di anticipo di primavera  si pensò di organizzare una settimana di feste e balli nel giardino della Villa. Furono invitati i più noti personaggi, tra cui Giordana Stecas, una cantante triste e molto famosa, ormai sull’inizio del suo tramonto artistico.

La sua camera era piccola ma elegante, con una splendida finestra sul giardino

Appena arrivata si guardò  allo specchio, decise di farlo non solo con gli occhi…..collegare cuore e cervello le era sempre più difficile….

Forse se non fosse stata sempre osannata, vezzeggiata , viziata avrebbe avuto un visione di sé più  veritiera.

Alta, indubbiamente  di parecchi centimetri  di troppo  per la sua generazione, giunonica, massiccia, con un seno prorompente, ed abilmente sorretto e corretto da tutto quello che era possibile, il pizzo nero era la sua passione  e le guepierrre il suo vezzo, portava ancora il reggicalze, ignorando i collant, moderni, ma così poco sexy, le cosce ben tornite le rendevano ancora giustizia…..Per quanto ancora? I cinquanta  avevano bussato alla porta da pochi mesi….impertinenti ed inopportuni.

Si avvicinò allo specchio, GIORDANA, per meglio aggiustare quella massa di riccioli color carbone, e nascondere qualche filo…bianco  che spudorato sfuggiva al suo controllo ….i suoi occhi brillarono, con l’ aiuto del kajal, c’era sempre più  Spagna nel suo sguardo ed anche nella sua voce….

Ooooooo……aaaaaaa……uuuuuu

Esta noce esta noce iiiiiii oooooo aaaaaa

Gli anni non avevano tolto  niente al suo cantare…..al suo mostrarsi….al suo voler essere sempre in scena, anche se i partner, spesso, non erano alla sua altezza, come nella vita d’altronde…..

Infilò la morbida e lunga vestaglia di ciniglia bordeaux ….sarebbe scesa così a cena, in quella casa vetusta ed ospitale, un po’ come il suo stato d’ animo….. la cucitura delle calze nere, appariva e spariva, nel suo incidere, il reggiseno, abile argano, saliva e scendeva ad ogni suo sospiro…..

Dalla immensa finestra aperta sul parco intravide un torso  nudo…..due braccia possenti……due mani forti…dimenticare ….ecco voleva dimenticare ….se parti , anche per poco qualcosa, a casa devi o vuoi dimenticare……

Scese le scale e non fu più  GIORDANA…… intonò il suo canto disperato e fu TOSCA:

AMOR CHE SEPPE A TE VITA SERBARE, CI SARA GUIDA IN TERRA………..NOCCHIERE E VAGO……..A RIGUADARRRRRRRRRRR…….A SOL CADENTE NUVOLE LEGGERE……EEEEEEE

Fu nell’avvicinarsi fra loro che oltre agli occhi si mescolarono gli odori, odori non fittizi, non procurati solo da  bottigliette con nomi di grandi stilisti, ma i profumi dati dalle loro pelli. Certo che c’erano su di  loro anche  delle fragranze agrumate o asiatiche ma chiunque “indossi” profumi comunque li mescola, li abbina al proprio di odore che si sprigiona dalla pelle.  Un miscuglio individuale che esiste solo per se stessi e per chi odora;  così particolare così estremamente particolare che ti da modo di capire quasi chi si ha davanti , se ti piace o ti dispiace.

Lui : ” Buongiorno !”
Lei : ” Buongiorno !”

Non si può dire che all’acchito fossero due chiacchieroni, ma non erano neppure dei timidi, eppure l’imbarazzo dell’incontro, nonostante l’età non, diciamo, a rischio di rigurgito post poppata, era evidente, pesante .
Lui : “Si passeggia?” 
Lei: “Eh già …..” 
Lui : “Mah … la sta più zitta d’una lapide ….” disse fra sé.

Lei : “Che occhi, assassino fra gli assassini, lo sai quante ne ha …… va be’ lasciamo perdere” rimuginava mentalmente “e che profumo di natura che ha addosso”

Lui : “Mi chiamo Beppe, son giardiniere “
Lei : “Che bel lavoro , piace alle donne …( attimo di sospensione)… fare il giardino!” disse imbarazzata dal doppio senso che ne poteva derivare.

Lui : “Piace parecchio anche a me, …..eppure mi par d’essere poco femminile…. “.
Solo in quell’istante lei si accorse che il torso di lui non era nudo, come le pareva da lontano, ma coperto da una di quelle salopette stile Far West, lanose e a coste fini, jeans sbiaditi, stivali da cavallo in pelle,  poco più in là una giacca da caccia in velluto 500 righe; pensare che lo credeva nudo ….
Lei : ” Ho visto che abbracciava l’albero poc’anzi !”

Lui : ” Già … eheh non  è che non avevo frenato e mi ci ero appiccicato. In realtà è un modo per sentire, in maniera empirica, se ci sono cavità nel fusto …con questo ” e le mostrò il martelletto.

Lei : “Come fanno sui muri ! Ah mi chiamo Jordana, mi scusi la mala educacion ma ero muy curiosa (col raddoppio della esse) del suo abrazo ! ” continuò dicendo “Dunque lei siente le cavità degli alberi?” 

Lui : “E’ un metodo antico e pratico, non sempre preciso ma utile, oggi ci son altri sistemi più scientifici. Però , vede, per ascoltare i colpetti devi abbracciare il tronco. E’ una sensazione bellissima, almeno per me, torno ad essere un preistorico, annuso la corteccia, sento se ci sono muffe, torno indietro di millenni, perché noi umani siamo cambiati ma “loro” no , non son cambiati ” indicando l’albero con la testa.

Lei : “Se scuote di nuovo la testa con quei capelli bianchi, lunghini….. giuro che non so cosa posso fare … invece lo so, lo so !” pensò ancora Jordana.

Lui : “Tutti ogni tanto dovrebbero abbracciare un albero, averlo come amico, come appoggio, come sostegno, come polmone “.

Lei : “Madre mia questo mi manda a gambe ritte, se parla ancora gli salto addosso e chi s’è visto, s’è visto”.

Lui : “E lei? Ha mestiere? Vive di qualche lavoro o …..” 
Lei : “Cantante, sono  cantante lirica, affermata  anche perché se non mi fossi affermata ora o farei un altro lavoro o la fame “
Lui : “Spiritosa pure oltre che belloccia ” pensò e aggiunse:   “Sento dal suono della sua voce un origine non italiana …Sud America ?” le disse fermando i propri precedenti pensieri.

Lei : “Spagnola , soy de Granada ” mentendo.

Lui : “Granada , Alhambra, fantastica …. pensi, ci son stato nel millennio passato in un giorno in cui eravamo 10 persone soltanto .
Bella, mondi mescolati , dei mescolati, rispetto per l’arte degli musulmani e dei cattolici …. un po’ meno per le rispettive teste .”

Si lasciarono un po’ bruscamente, lei presa da un insolito tremore e lui ricordandosi del lavoro lasciato a mezzo sul vialetto di ontani. Fuggì quasi, Giordana, veleggiando nel parco nei suoi vestiti troppo  leggeri per scomparire in una verde nuvola di bosso e Beppe raccolse con lentezza le sue cose e si avviò.

Una mattina Giordana s’incamminò lungo il parco a passo piuttosto svelto mentre il venticello mattiniero faceva svolazzare  il suo bell’abito rosso spagnoleggiante intorno alle gambe snelle e ben fatte.  Avvicinandosi al luogo dell’appuntamento con Beppe, pensava se si fosse vestita in modo adatto per quell’incontro, se il suo collier e gli orecchini abbinati lo avrebbero impressionato al punto tale da farle un complimento. La sera avanti si erano casualmente rincontrati nel viale dei cipressi dietro la villa e lui era stato molto affettuoso nei suoi confronti. Stamani già gli mancava molto. Questo però non era il suo unico pensiero. Era molto nervosa ed in ansia perché consapevole di non essere stata del tutto sincera con lui. Non si era sbilanciata  nel raccontargli la sua vita. Si era tenuta per se la parte più importante : Denis. Realizzando al momento che stava ingannando anche il marito rimasto a casa e che probabilmente laspettava fiducioso il suo rientro. E a Beppe  non gliene aveva ancora parlato: non se l’era sentita di aprirsi totalmente. La loro storia era appena iniziata e lei aveva tante preoccupazioni che le confondevano le idee. Era ospite dei suoi amici per rimettersi da un piccolo esaurimento nervoso, dovuto più alla stanchezza che altro e doveva pensare al suo rientro a casa e come affrontare Denis, pensare alla nuova tournée di concerti che il suo Manager le stava preparando e per questo non faceva che telefonare ogni giorno per sapere come stava. All’improvviso si rese conto che erano già le 7,30 e Beppe non si vedeva ancora a breve dovevano rientrare per la colazione, ma dove si era cacciato ? Questa cosa le divorava l’anima voleva parlare con Beppe,  subito, raccontargli  la verità  anche se un pensiero le arrivò come una frecciata dentro a quel subbuglio di pensieri: ma Beppe….chi era veramente? e le aveva davvero raccontato tutto ? O anche lui aveva un segreto che non aveva rivelato?

I giorni passano lenti. Giordana e Beppe continuano a vedersi tra gli ontani, le siepi di bosso e i vecchi cipressi. Parlano senza dirsi mai la verità. Parlano del presente delle passioni ritrovate, degli alberi e della vita.

I giorni passano e  Giordana comincia a pensare che niente dura in eterno. Il suo spirito si fa sempre più fragile , il corpo sembra cedere a una segreta malattia e anche  la sua voce comincia a tremare. Come il suo cuore, invaso dai presentimenti.

Quella mattina tutto era come sempre.  Dalle grandi vetrate della sala entrano tiepidi e dorati i raggi del sole che invadono il tavolo dove è apparecchiato per la prima colazione. Giordana è seduta e aspetta.

Dopo un lungo intervallo di pensieri e presentimenti viene a sapere dal cameriere che Beppe ha lasciato la villa la mattina presto e non ha lasciato nessun recapito.

 Lei rimane di gesso. La notte intima e appassionata trascorsa insieme non ha potuto fermarlo e Giordana, come in un film rivede la giornata precedente.

 In camera si sta preparando per la cena  con Beppe,  emozionata perché sente di essersi innamorata e  non si rende conto di come sia potuto succedere.

 E’ indecisa su cosa indossare, vuole essere bella, e decide per un vestito lungo nero di un tessuto avvolgente con un grande scollo che mette in mostra il suo bel corpo che l’età non ha ancora sciupato ma reso solo un po’ più florido, biancheria di pizzo nera,  scarpe particolari adornate con degli stras.

 La massa dei capelli corvini scendono sulle spalle morbidamente,   orecchi di brillanti le illuminano il volto,  è truccata con cura, sulle labbra ha messo un rossetto di una tonalità rosso intenso e alle unghie ha uno smalto dello stesso colore.

 E’ molto emozionata per questo incontro, è bello Beppe con quel suo fisico massiccio, ha un aspetto virile, i capelli bianchi che dolcemente gli incorniciano il volto, gli occhi azzurri spiccano sull’abbronzatura. Giordana si è innamorata di lui ne è attratta fisicamente pur non sapendo niente della sua vita. Una tavola apparecchiata con cura, cibo gustoso, vini scelti con attenzione, le luci suffuse finché Beppe le chiede di salire in camera da lei.

Trascorrono  ore d’amore appassionate e alle prime ore dell’alba Beppe rientra nella sua camera, si vedranno per la colazione, senza dare nell’occhio.

Tutto questo ora è solo un ricordo, Giordana sente  lo stomaco contrarsi e l’amaro in bocca, per questo addio inatteso e per essersi illusa sui sentimenti di Beppe.

 La Villa d’improvviso diventa il luogo più triste della terra. Le voci le risate, le chiacchiere diventano suoni ovattati d’oltretomba. La data del concerto si avvicina paurosamente e il cuore è secco come una fiumara nel deserto. Bisognava tornare a casa. Subito, senza voltarsi indietro, senza dare spiegazioni.

Scese dal taxi senza gioia. Salire le scale di casa lo sentì come un peso. Ad ogni gradino la fatica aumentava. Sperava che Denis non fosse in casa. Giordana aveva bisogno di tempo per mettere ordine nel suo caos interiore. Troppi pensieri l’avevano accompagnata durante tutto il viaggio. Pensieri contrastanti, alcuni addirittura spiacevoli. Si rese conto che i più spiacevoli erano proprio quelli che riguardavano la sua vita con Denis. Quello che era successo alla villa l’aveva costretta a ripensare a questo rapporto che sentiva ormai esaurito. Del resto non era mai decollato come lei avrebbe desiderato. Lo sapeva da tempo, adesso ne aveva acquistato certezza. Non voleva che accadesse, voleva avere un po’ di tempo per sé all’arrivo, e invece, se lo trovò li davanti, del tutto inatteso, freddo e scostante così come era stato nelle settimane e nei giorni precedenti  alla sua partenza. A mala pena le fece un cenno con la testa, mentre non smetteva di parlare, parlare e parlare al cellulare. Argomento, quello di sempre. Accordi sottobanco, liste, uomini come comparse da spostare qui e là ,dove serviva.

Eccolo qui, si disse, prepotente ed arrogante come non mai, il gran burattinaio. Non solo nei gesti, anche nei tratti. La chioma leonina, il corpo strabordante a malapena contenuto negli abiti confezionati su misura. Lo sguardo indagatore, sempre alla ricerca delle debolezze altrui, che si faceva tagliente e denso di minacce non appena qualcuno osava contraddirlo .Mai tenero, umano né compassionevole, si disse quel giorno Giordana, pensando a come sul viso di Denis un cenno di disappunto potesse diventare velocemente, quasi in automatico, smorfia condita di crudeltà e perfidia. L’aveva ammaliata con l’aura di potere che si riusciva a percepire in ogni suo gesto, quella sera al ricevimento del grande industriale dell’auto. Denis stava in un crocchio, tutto al maschile, a dispensare ammicchi, pacche sulle spalle, battute pesanti al limite del volgare, mentre gli altri non osavano fiatare. Servili e proni, lasciavano a lui la ribalta. Se avesse voluto vedere, Giordana avrebbe visto già tutto allora. Il commediante, il sapiente affabulatore, il freddo calcolatore, l’abbindolatore seriale ,il mentitore. Quelli che stavano al suo gioco, era noto, venivano accolti a braccia aperte nel suo cerchio magico, dispensatore di favori, incarichi, prebende. Ad altri, anche per futili motivi, dispensava disprezzo e in più di un caso pure cattiverie senza uguali. Avrebbe potuto e dovuto vedere, forse aveva preferito non farlo. In fondo, anche a lei quell’uso del potere e quelle entrature erano serviti non poco per rilanciare la sua carriera. Si erano usati a vicenda, anche se a lei, in quel gioco, non poteva toccare altro che  il ruolo di comparsa. 

La trama vera del testo aveva girato sempre e  solo attorno a Denis ,alle sue ambizioni, alla sua brama di potere e controllo su tutto e tutti.   Lui sempre via per riunioni da un capo all’altro del paese a brigare e intrigare.

Mai o quasi mai con lei, se non all’inizio, quando si era incaponito di farne cosa sua. La gran cantante, bella e procace, da poter sfoggiare nei salotti e di cui potersi vantare con gli amici, come si fa per una preda ambita un po’ da tutti ma caduta ai piedi di uno solo. Lui, Denis. A casa però, sempre attaccato al maledettissimo cellulare. Non si curava di lei, cui dedicava pochi cenni e pochi discorsi. Quasi come se col tempo Giordana fosse diventata trasparente, senza gran valore come un qualsiasi soprammobile di quella casa. Anche quel giorno il “come stai” quasi di ordinanza, fu subito seguito da uno “scusa, stasera mi hanno organizzato una cena elettorale ,e domani devo partire per Milano. Dovrei rientrare tra due giorni, ma non è sicuro”. 

Giordana registrò il tutto senza emozione.  

  Anche se immaginava che si sarebbe portato dietro la Cinzia, l’ultima di una lunga serie di amanti, non disse nulla .

  Sibilò solo uno spento  “va bene, fai come vuoi” e se ne andò diritta nella sua camera. Voleva pensare bene a cosa avrebbe fatto l’indomani.   

Mi ricordo quando ho conosciuto Denis, …eravamo innamorati l’uno dell’altro e ci bastava stare insieme e guardarsi negli occhi… sono  momenti che io non riuscirò mai a scordare. Io e lui da soli a sognare il nostro futuro  fatto solo di belle cose…. nella nostra casa avevamo messo anche dei bambini…che naturalmente sarebbero stati educati da qualche baby sitter di alto livello, tanto non avremmo avuto nessun tipo di problema…. doveva essere una bella famiglia sotto  tutti gli aspetti…. Però le cose non sono andate come dovevano….l’incantesimo si è rotto…..ma è forse colpa mia se non sono diventata la cantante lirica di successo come speravo…. e non sono riuscita a dargli dei figli!!!!! Giorno dopo giorno ha iniziato a odiarmi, lo percepivo, e quando lo chiedevo, mentendo, diceva che non era vero, così  ci siamo allontanati sempre  più fino ad arrivare a  parlare di cose futili o cercando ogni scusa per vedersi il meno possibile, altrimenti per ogni sciocchezza erano  discussioni… “Caro Denis, se dovessi fare un bilancio della mia vita direi che è stata un inferno accanto a te…ma non ho mai avuto il coraggio di lasciarti perché per me sei ancora importante nonostante il tuo comportamento poco trasparente....”

Basta…non voglio più pensare…ho deciso. Vado nella vecchia casetta della nonna, in riva al mare a Marciana Marina!!!! Lì ho trascorso tante estati felici fino all’adolescenza, quando arrivavo alla fine della scuola e tornavo a Firenze a fine settembre.

E’ lì che sono sbocciati i miei primi amori…. Duravano  poco.. una settimana… quindici giorni… massimo un mese…e che dolore quando le mie vittime se ne andavano…alla partenza  ci scrivevamo il numero di telefono, l’indirizzo con la promessa di tenersi in contatto e di rivedersi il prossimo anno, ma spesso le promesse non venivano mantenute… al massimo un biglietto di auguri per Natale e Pasqua e poi più niente…solo la speranza nell’estate futura di rivedersi….ma l’anno successivo era la solita storia…..altri amori ricominciavano…  Quella casa per me è magica….e tutto  parla del mio passato…chissà…

 Quella di andarsene le era sembrata la decisione più giusta. Mettere le distanze, ecco.  Denis l’aveva accolta con un saluto distratto e non c’era stato un gesto affettuoso, una tenerezza che avrebbe  lenito la sua delusione. Dopo tutti quei giorni di lontananza avrebbe avuto bisogno di un’accoglienza diversa. Invece niente.

Ma d’altra parte era lei che aveva tradito e il senso di colpa annacquava un poco il suo rancore. Solo provava  un senso di profonda solitudine e sentiva che questo sentimento doveva essere nutrito .

Adesso in quella casetta dove aveva vissuto le estati dell’infanzia  avrebbe cercato in se stessa una risposta, o almeno un po’ di pace.

Un bagliore accecante la investì quando aprì la porta. Il sole, allo zenit,  rifletteva i propri raggi su onde di un mare calmissimo, quasi immobile. Socchiuse gli occhi fino a che non divennero due minuscole fessure e il palcoscenico della natura trasformò l’acqua in mille scintille colorate. Inspirò profondamente e sentì il cuore saltare un battito. 

Le arrivarono fluttuanti e leggeri i profumi  di quella primavera, come se Eolo invece che liberare i venti avesse deciso di far uscire dall’anfora l’aroma del rosmarino e quello delle ginestre e l’odore di salmastro si fosse fuso con quello della resina del pino marittimo.   Ma lei non sapeva esattamente di quale  emozione si trattasse. Si rivide bambina con le orme dei suoi piedini che segnavano la sabbia bagnata mentre correva verso non si sa cosa. Poi la sua mente  si spostò  ai personaggi  famosi delle opere che aveva interpretato e sorrise all’idea che lei aveva trasferito nella vita reale parti di quelle tragedie , le aveva rese proprie. Nella sua meravigliosa notte d’amore con Beppe era stata libera e trasgressiva come Carmen  e un po’ prostituta, come Violetta. Nel suo quotidiano con Denis aveva imbrogliato ed era stata imbrogliata, come Tosca. Ma adesso i suoi abiti di scena giacevano mollemente in un angolo della sua mente mentre un altro angolo, nel posto più  remoto del suo cuore,  si preparava ad accogliere sensazioni di cui credeva di non riconoscere il sapore.

Si accorse improvvisamente di star bene, come se il clamore dello spettacolo si fosse di colpo acquietato e il sipario fosse sceso sulla semplicità di un giorno di sole profumato di primavera.

E si riconobbe: era Giordana

Marciana Marina. Giordana aveva bisogno di ritornare ad assaporare il profumo del passato per capire e riordinare il presente, che gli appariva confuso e nebuloso, un po’ come quella vecchia casa, chiusa ormai da troppo tempo, dove l’umidità aveva preso il sopravvento sugli stanchi muri.

Aria, aveva bisogno di aria fresca che ripulisse la casa e i suoi pensieri. Doveva aprire le finestre al prorompere del sole per scaldare la bellezza di quelle pareti ,  che ,affrescate come fine tappezzeria ,  avevano rallegrato anni indimenticabili con Denis ,pieni di un amore intenso che col matrimonio gradualmente, con lenta, costante routine si era affievolito ,sfaldandosi ,come quei muri con l’umidità e l’incuria.

Non si parlavano più ,non riuscivano più a confidarsi le gioie, i dubbi, i desideri, le paure ,i tormenti; tutto si era appiattito nell’indifferenza reciproca. Denis si era rifugiato nel lavoro che assorbiva tutto il suo tempo e il suo interesse.

Giordana doveva uscire, concedersi del tempo per passeggiare, con la mente libera dai pensieri, dai ricordi bellissimi di una volta ,tramutati adesso in dolorosi rimorsi che le trafiggevano il cuore, come le spine dei rovi cresciuti nell’incuria di quel giardino un tempo meraviglioso.

Doveva uscire e respirare il salmastro portato dai venti marini.

Aveva un assoluto bisogno di concentrarsi sul prossimo concerto per immedesimarsi sul suo personaggio “Tosca”.

I suoi gorgheggi riecheggiavano in quelle stanze insalubri e nel giardino , scaldando l’aria frizzante del mattino.

L’ incanto di quella voce veniva, di tanto in tanto, interrotto da qualche colpo di tosse che, a causa  dell’ambiente umido e pieno di spifferi, si faceva sempre più insistente, fino a renderla totalmente afona .

No! Non era possibile! Non poteva ammalarsi adesso, a pochi giorni dal concerto!

Disperata, come il suo personaggio, sgomenta per questa vita che le stava negando tutto, passeggiò sconvolta fino all’antica Torre del Cotone e, come la Tosca, si buttò.

Ma il suo volo fu fermato all’ultimo istante dalle mani di Denis che le afferrarono per un braccio tenendola sospesa nel vuoto.

– Cerca un appiglio ,amore mio – disse suo marito – perché non so quanto potrò resistere ancora !-

Era tornato ! Era tornato per lei ! Questa nuova speranza le diede la forza di afferrare il primo appiglio che le capitò davanti : un solitario lembo di stoffa .

 Vi si aggrappò con tutte le sue forze per cercare di salvarsi, fino a quando sentì un…”CROCK ! “

Terrorizzata alzò lo sguardo …………quello che si era spezzato non era un ramo, ma il collo di Denis, soffocato dal nodo scorsoio della cravatta alla quale si era ciecamente aggrappata.

Adesso quel corpo inerme iniziava a scivolare verso di lei trascinato dal suo peso.

La fine, era la fine !

Improvvisamente la discesa si bloccò.

Uno strattone la fece risalire di qualche centimetro.

Qualcuno stava tirando indietro il corpo di Denis fino a portarla in salvo.

Era Beppe,il giardiniere, che l’aveva presa fra le sue possenti braccia e la stava inondando di baci, corrisposti !

– Perdonami – le disse – non ti lascerò mai più ! –

Bastò uno sguardo per capirsi, non c’era nessuno intorno a loro, presero Denis per le gambe e lo scaraventarono di sotto…………e poi …..via , verso una nuova vita piena di amore e felicità !!!! –

Rosa

La ragazza e la rosa – di Gabriella Crisafulli

foto di Simone Bellini

La bambina stava lì al sole, tutta concentrata, la testa china sul fiore appena raccolto, poggiato nelle sue mani. Le dita sottili e affusolate raccolte a formare un nido. Ad occhi chiusi assaporava la quiete di quel momento di libertà, lontana dai bambini della pluriclasse dove insegnava sua madre, che lei e la sorella seguivano al lavoro. Stava fra le vigne che non aveva mai visto in vita sua, in compagnia di se stessa, immersa nei sogni e nelle fantasie.

Una spina pungeva fra le dita.

Ciliegio

Un fiore, un frutto – di Gigliola Franceschini

foto di Cecilia Trinci

Apro la finestra e mi accorgo  che l’inverno e’ finalmente finito. Il vecchio ciliegio che fino ad ieri non dava segno di vitalita’, scuro e arrampicato con i suoi rami nudi verso il cielo, e’ esploso in una pioggia di fiori. Fiori a migliaia biancorosati,  piccoli bouquet di pura gioia. Nessuno si ricorda quando sia stato piantato, noi lo vediamo li’ da sempre, quasi appoggiato all’angolo della casa, nel posto piu’ riparato dell’orto. E’ cresciuto da solo, nessuno lo ha mai potato o innestato, forse per questo I suoi frutti  non sono molto dolci, mantengono un aspro sapore anche in piena maturazione. Ogni anno pensiamo che non fiorira’, che avra’ finito il suo ciclo vitale, ma lui non manca all’appuntamento con la primavera, supera i suoi anni e si ricopre di un immenso mantello di luce e di vita. Allora speriamo che non torni una gelata notturna, che non lo flagelli la grandine crudele. Quel dono di colori deve completare la sua sfera e trasformarsi in tanti frutti  che coglieremo in abbondanza. Ce ne saranno per tutti, anche per i passerotti che si appollaieranno sui rami piu’ alti per fare manbassa, indisturbati. Ma in attesa che spuntino le prime piccole ciliegine ci godiamo questa festa fiorita, un invito alla speranza  che si rinnova ad ogni stagione, lo stupore per tanta bellezza ci rassicura che la natura ci segue in ogni fase della vita. Fiori, fiori e poi come ultima ricompensa, i frutti.

Asfodelo

Gli ASFODELI – di Mimma Caravaggi

Gli asfodeli mi ricordano il mare, Ansedonia, il Lago di Burano, Capalbio, Giannutri dove crescono selvaggiamente, spontanei, da aprile fino a primavera inoltrata, quando il mondo si risveglia nei colori. In estate quando andavo a Capalbio mi divertivo ad andare per fattorie a prendere il latte con ancora la sua abbondante bella, buona panna gialla piena di colesterolo, la verdura bruttina a vedersi, non lucidata, né alimentata, ma cresciuta così, semplicemente annaffiata e di un buono incredibile. I pomodori e la loro salsa da stappare e riversare sugli spaghetti appena scolati senza “accomodarla”. Ritrovare gli animali domestici come galline, conigli, pulcini deliziosi come un piumino giallo intenso. I cani a guardia delle pecore con gli agnelli e le caprette, le oche scherzose e dispettose, tutte a scorazzare per il grande terreno, liberi e tranquilli a cercarsi da mangiare anche dopo che il contadino aveva provveduto al loro pasto. In mezzo a loro tanti fiori, belli, di tutti i colori, margherite, ranuncoli, narcisi, calendule, asfodeli, non-ti-scordar-di-me, aquilegie, fiori di cicoria (famosi piscia-a-letto)  e tantissimi altri; profumati colorati da donare  allegria solo a guardarli. Campi di papaveri e fiordalisi che si sono persi nel tempo.

Sono nata in un piccolo paese dell’Umbria quasi innominabile ma l’estate era la stagione più bella che ricordo. Ci portavano nelle campagne e le mie sorelle ed io ci divertivamo a salire sugli alberi per cogliere la frutta non ancora matura e mangiarla con ingordigia. Raccoglievamo funghi  e fiori di campo di ogni tipo che portavamo a casa in enormi mazzi da mettere in diversi vasi in tutte le stanze, persino nei bagni. Correre in cucina e sentire il profumo inconfondibile dei funghi cucinati e pronti da mangiare. Insieme alle nostre grida su e giù per le scale, risento anche il profumo dei fiori, del grano appena portato nel granaio dove andavamo a piedi nudi per giocare divertendoci da morire. Nonostante tutto ho avuto dei bei momenti della mia infanzia che ricordo ancora insieme agli asfodeli e alle violette, i miei preferiti.

Pillole sull’inconscio collettivo

A proposito di Tarocchi, Arcani Maggiori e ArchetipiRiflessione della dott.ssa Vanna Bigazzi psicologa

Interpretazione del presente e intuizioni sugli sviluppi futuri secondo Jung: l’intesa psichica fra interprete e interpretato può farci conoscere meglio il presente e forse anche il futuro.

Tutti gli eventi che accadono in sincronicità sono collegati tra loro da vincoli misteriosi di natura non razionale e non causale…..

Fiori di melo

Storia scritta a 6 mani nel 2016

Sotto il melo fiorito – racconto di gruppo (Stefania, Laura C., Mirca)

Foto di Capri23auto da Pixabay

Il convento dell’eremo di Monte San Michele alla fine di quell’inverno era ancora più triste di sempre. La primavera non arrivava ancora, gli alberi erano spogli e le mura fredde e  tristi.

I giorni passavano tutti uguali fra le laudi e i vespri, a scandire il ritmo. L’imprevisto si manifestò quando fra’ Goffredo annunciò che doveva far ricamare una nuova tovaglia per l’altare e, siccome naturalmente i frati non ricamano, si doveva cercare il posto giusto. Un vecchio penitente raccontò della scuola di ricamo dell’Antella. Fu deciso che andasse Fra’ Bartolomeo, l’ultimo arrivato e il più giovane. Così avrebbe preso anche una boccata d’aria e si sarebbe anche distratto, visto che iniziava ad accusare l’isolamento.

Cammina cammina cammina arrivò all’Antella, le campane rintoccavano, il sole splendeva, la scuola apparve in mezzo ad un prato pieno di margherite. Lenzuola profumate erano stese ad asciugare sotto un melo appena fiorito: in piazza la primavera era già arrivata.

Le ricamatrici erano in cortile sedute in cerchio, erano vestite di bianco e chiacchieravano e ridevano contente del loro lavoro. Il giovane frate lascia la tovaglia alla maestra per il ricamo e si affretta a tornare al convento. Sulla strada del ritorno sta calando la sera: si sta abbuiando tutto, anche il suo animo. Tornare al silenzio e alla preghiera gli costa. Quando arriva in vista del convento si accorge di una figura accovacciata sotto il loggiato, sommerso di sacchetti. In un attimo sa che potrebbe scegliere: la vita nomade, tornare in città……..

E rientra  in convento.

Fiori di biancospino

Ogni volta che li vedo, questi fiori piccoli bianchissimi, attaccati in modo inatteso ai pruni nei campi, mi viene in mente un periodo, un momento speciale della vita, quando era piena di movimento, di ricerca, di esperienze e di persone

Foto di Les Whalley da Pixabay

da “Un teatro per Clara” di Cecilia Trinci (dedicato a Clara Pacifici, amica non vedente)

foto di Simone Bellini

(…) La luna piena di stanotte  ha di nuovo allagato la casa con la sua luce bagnata. Il prato sembra coperto di neve. Ma invece è primavera: ci sono i mille piccoli fiori degli alberi di nuovo protagonisti: il bianco dei ciliegi e dei peri, il rosa dei peschi e dappertutto un esplodere di biancospino anche dove non te lo aspetteresti. La luna bagna di una luce fresca pur essendo immensa. La casa proietta la sua ombra scura ed è tutto un contrasto di bianco e di nero.

“Fai bene a raccontarmi la luna” dice Clara, “col tempo me la sto perdendo. Mi dispiace, però, che una luce al femminile viva del riflesso del sole”. Ma è così anche per le donne: si ha bisogno del sole maschile, di vivere nel riflesso di qualcosa di  più potente. Poi aggiungo “in fondo è molto tipico del femminile riuscire a fare di una piccola cosa come una luce bianca una tale allagante creazione di bellezza” . E questo finalmente la convince.

E’ il due di maggio. Da tanto tempo avevo promesso di passare un pomeriggio con lei. Clara sta male, ha ricominciato la chemio, non sta praticamente in piedi, ma vado da lei e le dico: ti porto in un prato verde e ti faccio tirare con l’arco. Dice subito: “mi metto questa maglietta, va bene?. Si gira verso di me con le mani sui fianchi. Sorride, come se si vedesse davvero riflessa nello specchio.

Attraversiamo la città e andiamo a Ugnano, al campo di tiro con l’arco della mia società. Le ho promesso il prato e lo mantengo.

Ci sistemiamo  appena un po’ a distanza dagli arcieri abituali che si stanno allenando.

Le insegno  come si fa.

Le spiego la mia convinzione: “Se ti metti nella posizione corretta ed esegui il gesto come si deve ce la fai di sicuro anche senza vedere. E’ la posizione del corpo che fa andare dritte le frecce, non la vista”.

Dobbiamo stare attenti a non fare danni al suo fisico provato.  Ma l’arco leggero ce lo consente. Incocca e tira. Da vicino, ma raggiunge il bersaglio con un colpo soffice. Dice: “sento la freccia che parte e mi sembra di volare, sento la forza, l’energia, la speranza che partono da me e mi portano via, nello spazio, nel vento, nel sole. Voglio diventare brava”.

Ma oggi più di tre frecce è impossibile. Si siede nel prato, con i piedi nudi assapora la terra fresca e col viso cerca il sole caldo di maggio. Tra poco è il suo compleanno.

Il presidente, viene a salutarla e lei sorride e gli racconta chi è, quanto è felice di stare qui.

Tranquilla, appena lui si allontana, mi dice che non ce la fa più, sta troppo male. Bisogna andare.

Bene, dico, ora ci alziamo  e la sospingo fino alla macchina. “Ce la fai? » 

Dice, sì sì, ce la faccio. E sorride nonostante il dolore, l’affanno, la testa che scoppia.

Ci alziamo piano, andiamo alla macchina, affrontiamo la nausea che l’assale.

Lo so che non vuole compassione. Nessuno si accorge. Ci salutano.

In macchina ci salva un CD di Vasco Rossi.

Lui canta e a lei passa il dolore. Clara canta con lui. La musica come un calmante. Mi insegna ad ascoltarla e mi anticipa i passaggi. Canto anch’io con lei, mentre guido, come se fossimo bambine in gita scolastica.

Arrivate a casa salgo con lei. Mi dice: “vieni un attimo a vedere se ci sono stati i ladri, anche se ormai non c’è più niente da portare via.” Sembra impossibile, ma ci sono stati, lassù al quarto piano e forse sono entrati dalla finestra. Una mattina lei si è alzata, si è preparata per uscire, ma la borsa non c’era più. Allora ha capito. L’ha spaventata soprattutto pensare che possono averla vista senza che  lo sapesse.

Si mette subito a letto, si spoglia ridendo. Mi dice: non guardare, ormai sono una exbella!

Sta male. Le lascio una tisana sul comodino. Ma lei dice: “che bella giornata ho passato con te! Tutto quel prato e quel sole caldo. E l’arco è fantastico! E anche  Vasco Rossi!”

Mi dice anche grazie. Ma io non capisco. Ci penso. Grazie? A me? E’ lei che mi hai donato il giorno. (…)

foto di Cecilia Trinci

Piantina grassa coraggiosa

Il coraggio di una piantina – di M.Laura Tripodi

foto di M.Laura Tripodi

Era una composizione di piante grasse piccola piccola ospitata in un vasetto ovale smaltato di rosso  di 15 centimetri.

Per qualche giorno è stata in casa, ma non mi sembrava che l’ambiente le fosse gradito.

Però mi dispiaceva separarmene.

Ci siamo guardate: lei avanzava mute richieste. Io le ignoravo.

Poi la sua sofferenza è stata palese.

A malincuore le ho trovato un posto sulla mensola del terrazzino, già stracolma di altre piante.

Da protagonista momentanea dentro casa è divenuta una delle tante nella giungla di piante grasse, all’esterno.

Ma lei aveva  gradito il cambiamento.

Forse l’aria, forse la luce, forse la compagnia.

Sembrava proprio a suo agio.

Piano piano cominciava a far parte dell’insieme. Ma……

A un certo punto le singole piantine hanno cominciato a crescere. Scomposte, disordinate, ognuna con la propria caratteristica, ma mai creandosi problemi a vicenda.

Una di queste, la più esterna, quella che cresceva guardando il sole, a sud est, a un certo punto ha trovato la spondina della mensola. Deve avere avuto qualche incertezza, forse anche qualche paura di non farcela.

Io presto sempre molta attenzione alle mie piantine, ma questa mi incuriosiva per quel suo modo pervicace di alzare la testa a dispetto delle compagne e di quell’ostacolo che sembra insormontabile.

Col tempo il suo fragile  gambo si è fatto legnoso e non so come si è arrampicato fino a sovrastare la spondina per poi superarla e ricominciare a calare.

Ora è cresciuta tantissimo. E’ una specie di ortensia con le foglie cicciute verde argenteo.

Tutte le volte che la guardo mi fa tenerezza. Ha sfidato lo spazio, la confusione, l’ombra.

Ha voluto prepotentemente la luce.

L’ha voluta, l’ha cercata, l’ha trovata.

Adesso sta affacciata a godersi il sole ben ancorata con il suo tronchetto legnoso.

Sembra una bambina curiosa affacciata alla finestra del mondo.

Fra qualche giorno mi (si) regalerà qualche fiore.

Peonie d’amore rose di rancore

Peonie – di Rossella Gallori

foto di Mimma Caravaggi

Sono rimaste li, nella “casaculla”  pancia di babbo, tra i fucili nascosti sotto terra, che non mi han mai fatto paura, con un profumo che toglieva il respiro, le aiuole si rincorrevano, il giardino era immenso  nascosto agli occhi della strada.

Mi ci rannicchiavo nella “siepequasirosa” per uscirne al calar del sole, appena sentivo quel fischio, quel suo fischio, canto di uccello libero….arrivavo io, cane arruffato senza guinzaglio, io piena d’amore….sono rimaste li,  le mie peonie, anche se un altro giardino rosso di sangue e rabbia le ha accolte, qualche petalo è rimasto attaccato al mio cuore stanco…profuma ancora….ogni tanto odo un fischio lontano…oggi piovono  bocci di peonie, mi bagno non apro l’ombrello…..

Messaggio con rose – di Rossella Gallori

foto di Mirella Calvelli e Daniele Violi

Lettera per te

Che vuoi che ti scriva amico mio

Che vuoi che faccia ancora per te

Che vuoi che dica, non ripetendomi

Che vuoi che diventi, per piacerti

Ti contagerò  con i miei fiori

Rose rosse con un significato solo

Rose rosse con un gambo lungo e legnoso

Rose rosse, rosso pianto

Rose rosse dal profumo ignorante

E spine tante

E graffi che non saprai curare

E sangue che macchierà il tuo sonno

E lacrime che non saranno mai abbastanza

Le canzoni sono come fiori

Una Canzone Per Te – di Vasco Rossi

Una canzone per te
non te l’aspettavi eh!
invece eccola qua
come mi è venuta
e chi lo sa
le mie canzoni nascono da sole
vengono fuori già con le parole
Una canzone per te
e non ci credi eh!
sorridi e abbassi gli occhi un istante
e dici “non credo di essere
così importante”
ma dici una bugia
e infatti scappi via

Una canzone per te
come non è vero sei te!
ma tu non ti ci riconosci neanche
lei è troppo chiara
e tu sei già troppo grande
e io continuo a parlare di te
ma chissà pure perché

Ma le canzoni
son come i fiori
nascon da sole
e sono come i sogni
e a noi non resta
che scriverle in fretta perché poi svaniscono
e non si ricordano più 

Il coraggio di un fiore

Provocazione coraggiosa di un piccolo fiore – di Vanna Bigazzi

foto di Patrizia Fusi

In un pallido sfondo, dimorano

bianchi brandelli di anima.

Niente rimane d’intero,

nessun avanzo di vita.

Nella distesa di un suolo riarso,

solo, uno sterile tralcio compare.

Triste reperto…

non fronde, non rami

han forza di regger

la grande afflizione.

In questa delusa rinuncia,

nel solco di un’arida zolla,

un piccolo fiore si affaccia,

senza amicizia, senza conforto,

sfida altezzoso

quell’arido vuoto perenne.

Ogni giorno un fiore

Girotondo di fiori – di Lucia Bettoni

foto di Lucia Bettoni

(Versione originale)

Il mio fiore è sole

è speranza, è bellezza

Il mio fiore è tenerezza

Il mio fiore è forza, è fragilità.

I fiori sono il mio messaggio di ogni giorno, ogni giorno un fiore, ogni giorno lo cerco e bevo il suo splendore.. E’ la mia linfa. Io ho tutti i fiori.

Per vivere ho bisogno d’amore.

Vivo con i fiori, li amo, li cerco, li curo perché loro curano me.

Sono i miei sorrisi, sono la vita che mi accarezza.

Ho guardato dentro i fiori, li ho guardati da vicino, sono la bellezza profumata.

Sono colore, colore, colore.

I fiori di stasera avevano braccia tese verso il cielo,

erano bianchi bianchi, profumati, pieni.

***

Messaggio d’amore con un papavero – di Lucia Bettoni

Bellissimo amore mio

ti tendo la mano e danzo nel vento

Rosso, libero, leggero,

Insieme a te fra il grano e i fiordalisi.

Ti amo dolcissimo mio amore.

Spighe di grano e girasoli

Di spighe e di girasole – di Laura Galgani

Un girasole, mille piccoli soli.

Una spiga di grano, mille piccoli chicchi.

Piccoli girasoli, tenere spighe mature.

Bionde le spighe, i girasoli gialli nei petali, punteggiati di piccole stelle all’interno.

Un’esplosione entrambi.

Il sole nel chicco di grano, uno stretto all’altro si fanno pane.

I petali del girasole si rincorrono e poi corrono dietro al sole.

Il calore li nutre. La forza sconfinata e illimitata li riempie.

Un fuoco brilla, crea e insieme distrugge, tutto trasforma dentro a una piccola spiga, a un grande girasole.

Luce e sole, fuoco e calore.

Ci vuole il fuoco per cuocere il pane, come ci vuole per cucinare il dolore.

Per renderlo lucente come una spada, come un raggio di sole che ferire non può.

Eccomi, sono qui, davanti a te, col mio piccolo mazzo di spighe e girasole, per dirti solo che

ho bisogno di te, del tuo amore che passa anche da qui, dai chicchi di grano stretti come segreti, dai minuscoli fiori al centro del girasole, piccoli come i pensieri che si affacciano alla mente nell’istante in cui il sonno ti vince.

Mi abbandono a te, al tuo abbraccio, che sa di grano, di sole, d’amore.

Incontro virtuale – 16 marzo 2021

con Cecilia Trinci

Pomeriggio nel profumo, nei colori, nelle forme di mille impensabili fiori, da “quelli che si trovano” per strada di Patrizia, alle complesse orchidee di Anna, passando dai lilium, dalle violette, dalle rose, per arrivare alle peonie, il maggiociondolo, le deuzie, le zinnie, le dalie, i girasoli, la passiflora, i fiori senza nome del grano, i papaveri, il fiore del cucco piccolo e blu, per non trascurare i mille aspetti dei fiori delle piante grasse, e gli anemoni di tanti colori, i narcisi e gli imprendibili fiori di ramerino.

Semplicità, femminilità, capacità o meno di innamorarsi, timidezza, coraggio, amicizia, nella infinita lingua dei fiori che ci parla e con cui possiamo parlare, dicendo cose segrete che altrimenti non avremmo avuto il coraggio di dire.

Frasi sui fiori:

Claude Monet: Io devo forse ai fiori l’essere diventato pittore

Confucio: Mi chiedi perché compro riso e fiori? Compro riso per vivere e fiori per avere una ragione per cui vivere

Christian Bobin: Ho posato a terra il vaso pieno di rose gialle davanti alla finestra per dare da bere alla luce

Fiori, colori, messaggi.

Quale fiore siamo?

Con quale fiore abbiamo voglia di comunicare?

Raccontiamo……….

La maga Angiolina

Ispirata a Volta la carta

La magia di Angiolina – di Stefania Bonanni

Foto di Mira Cosic da Pixabay

I ricordi sono fotografie fatte dagli occhi, che non sbiadiscono. Ed io Angiolina me la ricordo bene. Si, in molti hanno detto che non è possibile , che ero troppo piccola, che ho immaginato dai racconti che ne hanno fatto. Comunque, io Angiolina me la ricordo bene.

Aveva lunghi capelli ricci, pettinati solo dal vento, che si impigliavano tra i rovi e le vigne,  mentre correva. Era magra e veloce, come un animaletto selvatico. Correva tra le zolle grasse come su un prato morbido, senza affondare, neanche dopo la pioggia. Vestiva di scuro, ma non le si addiceva.  Per questo, non uscì più senza quelle scarpette blu. Le aveva avute in regalo da Madama Dore’, usate dalle sue sei figlie. Angiolina volava tra le zolle con scarpette da ballo e la sera, alla luce del focolare, aspettava il sonno strusciando le scarpette con un pezzo di stoffa vecchia. Le asciugava, le puliva, poi le lustrava, finché non erano pronte per correre di nuovo tra le zolle, la mattina dopo.

Abitava in una casetta vicino al bosco, era rimasta sola presto. Era sola e povera, non aveva molto da ridere, ma la ricordano allegra e fiorita. Andavano a trovarla spesso, le ragazze del paese, portavano uova, o frutta. Nessuno aveva da scialare, in quel dopoguerra recente. Andavano da lei, le ragazze del paese, e trascorrevano interi pomeriggi a parlare d’amore e di futuro. Angiolina conosceva erbe e storie fantastiche, buone per sognare. Si intrecciava margherite tra i capelli, e ginestre. Raccoglieva erbe buone per scacciare la paura, o far dormire, o abbassare la febbre. Faceva decotti che curavano il mal di schiena, facevano guarire le ferite, cacciavano i pidocchi. Intrecciava ossi di pesca in lunghe collane, che girava tre volte tra le dita pronunciando strane formule mistiche, come fossero rosari le collane, e preghiere le formule. Intrecciava agli con fili di paglia, e li strusciava sulla pancia dei bimbi per far scappare i bachi, sempre biascicando strane nenie. Raccoglieva fiori la notte d’estate, e faceva intrugli che innamoravano. In inverno, cominciò a girare le carte. Per raccontare storie davanti al focolare, mentre le castagne cuocevano sotto la cenere.

In poco tempo circolo’ la voce che Angiolina girava le carte. Ma non erano le carte che  raccontavano. Era Angiolina, quello che le carte dicevano dipendeva da Angiolina. C’erano giorni nei quali il fante di cuori era un amore in arrivo, altri nei quali annunciava un tradimento. Il fante di picche a volte era un brigante, altre un principe arabo. Gli assi erano grandi gioie o disgrazie, ed il gioco era in mano ad Angiolina, che mescolava stagioni e magie, amori e guerra, per ridere, ma anche per vivere. Poi ci fu la volta che giro’ l’asso di picche, e annuncio’ un grande pericolo che stava per abbattersi sul paese. Quella notte cadde una bomba, vicino, e la gran paura fu la causa della fila di persone davanti alla porta di Angiolina, il giorno dopo. Volevano l’acqua che fa passare la paura, ma volevano anche vedere lei, e sapere altro dalle carte. Le chiesero di girare di nuovo le carte. Angiolina disse che se ne sarebbero andati i soldati, in silenzio, di notte, scalzi. Non disse a nessuno che sarebbe sparito anche il carabiniere che l’aveva fatta innamorare. Non c’era più,  nelle carte. E ricomincio’ a girare, a girare. Vide un soldato con uno strumento che suonava. Finalmente usò le scarpette per ballare. Sapeva sarebbe sparito anche il soldato. Aveva visto arrivare un pilota, che durò un attimo, come l’apparire e sparire del suo aereo nel cielo. Girò e girò le carte. Sapeva che rischiava,  ma voleva vivere. Girò il fante di cuori, e l’amò di una passione scoppiettante. Fu molto felice, non si pentì quando capì che il fuoco si spegneva, sapeva che era una delle possibilità.

Ogni amore, una figlia. Parlarono molto, in paese. Diventò una maga, Angiolina, nei racconti. E quando partì, con le braccia piene di figlie avvolte di stracci, nacque la favola. Dicevano che era sparita con un ragazzo straniero che se l’era portata a casa, incantato da chissà quale magia. Nessuno seppe più nulla di certo, e quando dissero di averla incontrata vicino al porto, stracciona stanca, insorse il paese.

“Angiolina è fatata, libera e forte. Nulla e nessuno l’avrebbe ferita. Avrebbe girato le carte, e mescolato bene, avesse avuto bisogno”.

Filastrocche universali

ispirato a Volta la carta

Filastrocche universali – di Gabriella Crisafulli

Foto di MICHOFF da Pixabay

La donnina che semina il grano

Volta la carta

Si vede il villano

Il villano che zappa la terra

Volta la carta

Si vede la guerra

E la guerra con tanti soldati

Volta la carta

Si vede i malati

I malati con tanto dolore

Volta la carta

Si vede il dottore

Il dottore che fa la ricetta

Volta la carta

Si vede Concetta

E Concetta fila il lino

Volta la carta

Si vede Arlecchino

Arlecchino che fa gli sgambetti

Volta la carta

Si vede i galletti

I galletti che fanno cosi

Chicchirichiiii

Acchiana acchiana babbaluci

Ca ti dugno pane e nuci

Ca ti dugno pane e cutieddo

“Tuppe tuppe tu”

“C’è Mastro Antonino?”

“Nooo”

Scinni scinni babbaluci

Ca ti dugno pane e nuci

Ca ti dugno pane e cutieddo

“Tuppe tuppe tu”

“C’è Mastro Antonino?”

“Nooo”

Acchiana acchiana babbaluci

Ca ti dugno pane e nuci

Ca ti dugno pane e cutieddo

…   …   …

Era la donnina che seminava il grano:

con lei c’era il villano

Adesso però lui è lontano

e la donnina non c’è più:

era del tempo di gioventù

Nel frattempo c’è stata la guerra

la donnina è sottoterra

Ora c’è Angiolina

che intreccia i capelli con foglie d’ortica

ama collane di ossi di pesca

come regina di stirpe moresca

Sua madre ha un figlio infedele

gli inzucchera il naso di torta di mele

mettendo Caino contro Abele

Angiolina si è nascosta in cucina

perché si sentiva un’aguzzina

Adesso non piange più

canta con voce argentina

mangia insalate con pere abate

ritaglia giornali costruisce ali

indossa occhiali

guarda aurore boreali

e scrive rime accidentali.

La donnina che semina il grano

Acchiana acchiana babbaluci

Ca ti dugno pane e nuci

Volta la carta

Si vede il villano

Il villano che zappa la terra

Ca ti dugno pane e cutieddo

Volta la carta

Si vede la guerra

E la guerra con tanti soldati

Tuppe tuppe tu

“C’è Mastro Antonino?”

“Nooo”

Volta la carta

Si vede i malati

I malati con tanto dolore

Scinni scinni babbaluci

Ca ti dugno pane e nuci

Ca ti dugno pane e cutieddo

Tuppe tuppe tu

“C’è Mastro Antonino?”

Volta la carta

Si vede il dottore

Il dottore che fa la ricetta

“Ca ti dugno pane e cutieddo”

Volta la carta

Si vede Concetta

E Concetta fila il lino

Tuppe tuppe tu

“C’è Mastro Antonino?”

“Nooo”

Volta la carta

Si vede Arlecchino

Arlecchino che fa gli sgambetti

Acchiana acchiana babbaluci

Ca ti dugno pane e nuci

Ca ti dugno pane e cutieddo

Volta la carta

Si vede i galletti

I galletti che fanno cosi

Chicchirichiiii

Filastrocca di Tina

ispirata a Volta la carta

Volta la carta della vita – di Tina Conti

Si potrebbe iniziar la giornata, a girare la carta sbagliata

Questa volta ne sono sicura, ne uscirà una cosa un po’ scura

Finalmente il grembiule e’ arrivato, bianco e rosso col nome stampato

Volta la carta  la TEA è contenta, furba furba ,agguanta una tenda.

Tea che impasta, sbatte, tagliuzza e qualche volta usa la frusta.

Arriva anche Bruno, vestito a festa, salta la corda e va alla finestra.

Per lui il grembiule non è preparato, cambia posto e si lecca il gelato.

Razzia nel giardino han fatto stamani e ora ridono e batton le mani

Un solo fiore ormai non si vede, nella distesa di piante offese

Un  gran profumo vogliono fare, e da giorni non fan che impastare

Con limone, lavanda e rughetta, e tanti fiori schiacciati in gran fretta 

 La grande essenza han  provato a  fare, a me sembra sapon per lavare.

Emma e Nora un comprator  han trovato che si e preso il sapon da bucato

lo paga poi con moneta squillante e loro esultano  sulle gambe.

Volta la carta qualcosa si muove si vede Giulio con le scarpe nuove.

Le lucida  sempre da mane a sera poi ridendo si sbuccia una pera.

Stasera è festa per la nidiata, secondo me ci vorrebbe una fata.

Tutti insieme in armonia si ritrovano a dormir dalla zia.

Prima pero’ è bello dire, ci si lava e si va a dormire.

Un bel film hanno visto i ragazzi e poi saltano e zompan come matti.

Arriva la nonna che con fare discreto, lascia il succhiotto al più indifeso.

La notte passa tranquillamente, con grande  gioia nel cuor e nella mente.

Al risveglio della nidiata, la colazione sara’ apparecchiata.

Se non pancacke , saran schiacciatine, condite sempre da fresche sardine.

Coccole baci e qualche pedata, per poi giocando concluder la giornata.

Volta la carta, la festa è finita, si ricomincia doman con la vita

Vita diversa e sempre un po’ uguale, cerca la carta e compra un giornale

Fra tante storie, farse  e novelle, non ti scordar di comprar le frittelle.

Quelle di riso mi paion  migliori anche se forse ti piacciono i fiori

Meglio sarebbe non farne di niente solo per fare dispetto alla gente

Ma cosa dite, è meglio far festa perché la gioia ti salti un po’ in testa

Volta la carta domani si canta, meglio se tutti rimangono in gamba.

La piccola Angiolina

da Volta la carta: “Angiolina alle sei di mattina si intreccia i capelli con foglie d’ortica, ha una collana di ossi di pesca la gira tre volte intorno alle dita…”

Angiolina -di Sandra Conticini

Foto di Jan Temmel da Pixabay

Angiolina, la bambina che cammina con le sue scarpette blu alla ricerca di una vita migliore. Non vuole vivere in quel paese povero e pieno di tristezza, dove ci sono solo persone conosciute da quando è nata. Inutile intrecciarsi i capelli con foglie d’ortica e agghindarsi con collane di ossi di pesca, lei sarà sempre la piccola Angiolina.

Continuerà a camminare, camminare finchè non troverà l’amore della sua vita e così non piangerà mangiando insalata di more in cucina.

Sognando ritaglia  fogli di giornale e crea il suo vestito da sposa perchè è sicura che un giorno troverà che si accorgerà di lei.

Angiolina vuole cambiare il suo destino, ma sa bene che la vita è come un gioco di carte, nessuno può essere sicuro di vincere!

La filastrocca

Da Volta la carta ……

La filastrocca – di Gigliola Franceschini

C’era una volta la filastrocca.  Chi ha avuto la fortuna di crescere in una famiglia dove i nonni  erano i pilastri, sedevano a capotavola e venivano ascoltati come fonte  di saggia esperienza, avra’ ungrosso bagaglio di racconti, di proverbi a iosa e infine di tante fantasiose  filastrocche. I miei nonni  erano un’antologia vivente, dall’alto della loro scarsa istruzione, insegnavano a noi ragazzi le risposte ai vari eventi della vita, narravano storie antiche piene di valori intramontabili, recitavano lunghe tiritere  che accompagnavano i lavori di tutti i giorni. Mia nonna aveva una filastrocca per ogni cosa.  Anche quando andavamo nel pollaio a raccogliere le uova, faceva parlare la gallina che aveva appena deposto il suo dono “coccode’ coccode’ ecco un cocco pronto per te”  e le piccole mani avide raccoglievano l’uovo ancora caldo  e lo riponevano nel cestino come un trofeo. Accompagnava il movimento delle mani  che impastavano il pane, con la storia della Teresina che dormiva la mattina e cosi’ per tutto c’era una storia e un canto che facevano compagnia al lavoro importante  della.preparazione delle pagnotte . Vecchie storielle che hanno attraversato il tempo senza perdere di significato. Non ci si deve meravigliare se scrittori  e musicisti si sono ispirati  a quelle filastrocche un po’ bislacche ed hanno scritto dei testi che sono vere poesie musicali. I proverbi, le filastrocche, ruvide radici della nostra  cultura ,scritte a voce e  piene di errori grammaticali, sempre semi importanti che hanno permesso di sviluppare pensieri piu’ complessi. Filastrocche antiche, una lunga galleria di piccoli quadri dipinti con le parole.