La Donnina che semina

Da Volta la carta: “C’è una donna che semina il grano, volta la carta si vede il villano…..”

LA DONNINA CHE SEMINA IL GRANO – di Anna Meli

            Ogni bimbo fortunato ha udito dai nonni o dai maestri questa piacevole tiritera. A me la raccontava il mio babbo. Tornando da lavoro con la sua moto, mi trovava lì ad attenderlo: mi prendeva fra le braccia, mi faceva volare in aria e mi diceva” Ecco la mia donnina che semina il grano” ed io ridevo felice.

            Non era un caso quel nomignolo perché avevo visto Pietro che nel suo campo seminava il grano tuffando dal suo grembiule grandi manciate di semi e li spandeva con un gesto largo ed aperto offrendoli al sole e alla terra come un dono prezioso. Amavo ripetere quel gesto tenendomi la gonna e ballando.

            Il babbo mi aveva chiesto se mi piaceva così tanto ballare e io avevo risposto” Sì, ma io veramente semino il grano”. Era stata l’occasione per lui di raccontarmi per tante, tante volte la filastrocca che io gradivo in modo particolare, e cercavo un significato che mi sfuggiva trovando però pacificante il suo cantilenare.

            Da nonna ho ripetuto tante volte la filastrocca ai miei nipoti come se fosse una ninna-nanna; loro si addormentavano tranquilli e amavo credere che dietro quelle lunghe ciglia ogni parola prendesse forma e raccontasse una storia diversa.

            Il testo scritto da De André e un po’ diverso da quello tradizionale ma mantiene quel “ gira la carta “ che interrompe e nello stesso tempo collega scene differenti….

            C’è Angiolina che si è innamorata del carabiniere e indossa le sue scarpette blu per essere più veloce nel raggiungerlo, ma presto lui svanisce in un giro di carta. C’è, lungo la strada, un ragazzo che sale un cancello per rubare ciliege e tira sassate; ancora gira la carta e appare il fante di cuori (sarà il carabiniere di Angiolina), che poi è un fuoco di paglia (destinato a durare poco): gira la carta e un gallo canta, forse un modo per riportare alla realtà, svegliare da un sogno.

            Le carte si susseguono, cambiano, spariscono come i giorni, le stagioni , le situazioni. Hanno immagini diverse a volte scollegate fra loro, ma fanno parte di uno stesso mazzo necessario per giocare alla vita.

Zucchero sul naso

Da Volta la carta: “Mia madre ha un mulino e un figlio infedele gli zucchera il naso di torta di mele, mia madre e il mulino son nati ridendo….”

Lo zucchero della torta di mele – di Cecilia Trinci

La mamma felice che scherza col figlio e se è infedele lo perdona, lo ama così tanto da riderci addosso sempre, lo abbraccia, lo spruzza di zucchero, gioca col suo uomo bambino. Con lui e la sua torta, zucchero e mele sul viso. La mamma giovane e il mulino son nati ridendo, la cucina di campagna è piena di sole e dolcezza, più zuccherata della torta.

Una donna che gioca e cucina, che ride innamorata della vita.

Mia mamma, mia nonna in una cucina d’inverno. La stufa rossa di legna infuocata scoppietta e riscalda. La mamma balla, la nonna fa il croccante, mia sorella gioca, mio nonno tiene acceso il fuoco, aspettiamo la sera che piano piano  scende. Siamo in cinque a volerci bene. Tra poco arriverà il sesto dal lavoro. Sarà buio allora, sarà sera, sarà cena intorno al tavolo grande di marmo apparecchiato a festa. Sarà letto, sarà bacio, sarà buonanotte. Sarà silenzio.

Ciliegie rosse

da Volta la carta: “C’è un bambino che sale un cancello ruba ciliegie e piume d’uccello, tira sassate non ha dolori,….”

I bambini che giocano – di Patrizia Fusi

Foto di Free-Photos da Pixabay

Una bella giornata di sole, un albero pieno di rosse ciliegie che fanno capolino fra le foglie verdi.

Un bambino salta il cancello.

Inizia a mangiarle cosi mature e succose, continua a raccoglierle, le mette nella maglietta bianca che si riempie di piccole macchie rosse.

Madama Dorè: filastrocca di un gioco che facevo quando ero piccola.

Mi tornano alla mente pomeriggi caldi e profumati di campagna, trascorsi fra bambini facendo giochi di gruppo. Madama Dorè, lo sculaccione, acchiappino, nascondino, quattro cantoni, “uovo marcio”, il gioco dell’anello, sbarba cipolla, campana, Pisto e Pistugno, girotondo e tanti altri che appena ricordo.

Serenità.

Si gira la carta

da Volta la carta: “…chiama i ricordi col loro nome, volta la carta e finisce in gloria”

Gira gira la vita – di Vanna Bigazzi

Foto di holzijue da Pixabay

Movimento e trasformazione nel voltare la carta.
Tanti personaggi ci sono, agiscono, sorprendono, ma poi spariscono perché “si gira la carta”.
Magicamente tutto cambia. Alcuni personaggi tornano più volte, come Angiolina, ma interpretando storie diverse. E’ la vita, si percorre una strada, si conoscono persone, ma il tempo passa e quella strada, quelle persone non ti appartengono più, ce ne sono altre, del tutto diverse e anche noi siamo diversi. Tuttavia continuiamo a seguire il nostro cammino, senza renderci conto
che è un altro cammino, è vivere vite diverse essendo diversi anche noi. Siamo tante persone e non lo sappiamo.

Fante di Cuori…e gli altri fanti

da Volta la carta :”volta la carta c’è il fante di cuori, il fante di cuori che è un fuoco di paglia, volta la carta e il gallo ti sveglia”.

Fante di cuori e di picche- di Carla Faggi

Il fante di cuori è un fuoco di paglia, ti scalda, ti brucia ti abbaglia

ti senti giovane e bella, l’erotismo ti arrovella

allora volta la carta, il gatto ti sveglia forse quel fante non è proprio una meraviglia

il fante di cuori più non ti piace ma c’è il fante di fiori che più ti si addice

lo cerchi, lo vuoi, parole d’amore ti dice

ma volta la carta ed è il fante di picche che arriva

ti stringe ti riempie di chicche

e volta la carta e così soddisfatta

anche quello di quadri ti sei fatta!

Viva l’erotismo e tutti i fanti del mondo!

Facendo la seria, i fanti sono importanti nella vita di una dama, tutti quanti, quelli belli e quelli brutti, purchè ci siano tutti!

Fante di cuori

da Volta la carta: “C’è un bambino che sale un cancello ruba ciliegie e piume d’uccello, tira sassate non ha dolori, volta la carta c’è il fante di cuori, il fante di cuori che è un fuoco di paglia, volta la carta e il gallo ti sveglia”

Madama Dorè e Fante di cuori – di Rossella Gallori

Scoppiò il nostro amore come un sacchetto di coriandoli troppo pieno, qualcuno si impigliò nel mio seno, altri tra i tuoi capelli, morsi di carta, occhi colorati ed impazziti….

Io Madama Dorè, donna di porto…

Gambe a sogni stranieri, figlie rubate da camicie di seta.

Tu, fante di cuori, anima di paglia, che nemmeno seppe bruciare.

Feci una corsa sull’ acqua per raggiungere un’onda migliore…

Per trovare un sapore, per ridere, cantare…

Trovai mia madre nel campo dorato, un figlio tra le braccia morto ammazzato.

Un sorriso di rossetto, inferma nel suo letto…

L’onda arrivò mi prese, mi ingoiò.

Tu fante di cuori, sulla barca, con i tuoi nuovi amori.

Io Madama Dorè, affogata  in silenzio, nell’acqua che non c’è.

Un pesce soltanto consolò il mio pianto.

La coda d’argento ruppe il silenzio: ti porto con me madamaaaadoreeeeeee!

Ti regalo un sogno, ne hai troppo bisogno…tu fante di cuori…muori….muori…

Collana di ossi di pesca

da Volta la carta: “Angiolina alle sei di mattina s’intreccia i capelli con foglie d’ortica, ha una collana di ossi di pesca, la gira tre volte intorno alle dita”

Le noci – di Mimma Caravaggi

Foto di Couleur da Pixabay

Ero bambina ed uno dei giochi che la mamma faceva per intrattenerci tutte e tre, quando magari il tempo non ci permetteva di stare fuori, era quello di spaccare le noci. Dovevamo stare attente a non rompere i gusci. Il primo gioco consisteva in una gara fra noi tre a chi aveva i migliori gusci e quanti belli  interi. Poi la mamma prendeva un pezzetto di nastro colorato, non troppo largo, e con un pò di colla lo applicava su un guscio poi ci appoggiava sopra l’altra metà e richiudeva facendo tornare intera e perfetta la noce. Ricordo che questo era un gioco invernale fatto durante le feste di Natale perché poi appendevamo tutte queste noci sull’albero belle lucide dopo una passata di smalto bianco per unghie. A volte aggiungevamo piccolissimi brillantini colorati , era più una polvere di stelline che brillantini. Erano veramente carine tutte appese all’albero e noi ci divertivamo nella realizzazione di questi oggetti senza ovviamente lasciare indietro i gherigli di noce che ci rubavamo a vicenda. Più imparavamo più la nostra fantasia esponeva facendoci divertire e passare un bel pomeriggio sereno per noi e la nostra mamma. Forse è da allora che è nata la mia fantasia per la realizzazione di bijoux…..

Scarpette blu

Da Volta la carta: “Angiolina cammina cammina sulle sue scarpette blu, carabiniere l’ha innamorata, volta la carta e lui non c’è più”

Scarpette blu – di Nadia Peruzzi

foto di Carmela De Pilla

Volta la carta e sul sentiero si sentiva solo un passo leggero.
Il sole intrecciava scintille di luce in mezzo ai capelli di Nina.
L’abito bianco gonfio di vento sembrava una vela nel mare d’erba.
Ad ogni passo un guizzo di blu segnava il cammino con note di fiordalisi.
Erano le scarpette che aveva trovato nella cantina di nonna Ines. Che emozione. Erano state le sue scarpette da ballo, le prime col tacco. Le aveva comprate in un altro giorno di sole . Uno di tanti anni prima.
Volta la carta, Nina, e ti ritrovi poco più che bambina.
I capelli corvini faticavano a star raccolti nella passata color indaco che si intonava al blu profondo dei suoi occhi.
Il sentiero era quello di adesso, quello che portava a casa.
Le scarpe erano ancora nella loro scatola. Le avresti indossate al ballo quella sera stessa.
Il tuo Luigi ti avrebbe aspettato al vecchio mulino e da li sareste andati insieme alla casa del fattore. Si ballava lì, nella grande aia, per la festa della mietitura.
Era già tutto nel tuo cuore e nella tua fantasia mentre a passo di danza ti dirigevi verso casa. Non continuasti molto a tenere le scarpette blu nella loro scatola .
All’ombra del vecchio noce le indossasti accennando altri passi di danza. Il vento teso portava armonie e un canto lontano. Forse erano già le prove per la serata.
Volteggiavi leggera, quasi ti portasse il vento. Eri già col pensiero abbracciata a Luigi con i respiri corti per l’emozione e la voglia di far durare quella notte tutta una vita.
Già tutta una vita. Questo l’auspicio colorato di speranza.
Volta la carta, Nina, e non sei più una bambina.
Il candore dell’abito è ormai il candore dei tuoi capelli.
Il passo è incerto sul sentiero e hai bisogno di un bastone.
Il ballo è solo un ricordo lontano.
La serata non era stata come avevi desiderato. Luigi aveva ballato tutta la sera con la Giusi, la biondina del terzo banco, quella che gli passava i compiti di latino.
Te lo ricordi ancora, ci eri rimasta male allora.
Furono le scarpette blu a decidere il resto. La serata valeva la pena di essere vissuta, con o senza il bel Luigi.
Scivolavano così bene su quel pavimento che riuscisti a volteggiare per ore e ore senza stancarti mai. Come una vera ballerina. Gli occhi di tutti, anche quelli di Luigi,  incollati addosso.
Andando verso casa un po’ traballante per l’età e la fatica quella sera di mezza estate tornò per un attimo a sfiorare i tuoi pensieri. Era stata importante .  Avevi dismesso quella sera il tuo abito e la tua personalità bambina per diventare un donna.
Da quel momento in avanti sapevi che avresti deciso tu chi, come e quando e non un Luigi qualsiasi.
E così era stato. Altri amori c’erano stati a scandire le varie stagioni della tua vita. Da nessuno ti eri fatta imprigionare.
Ci doveva essere qualcosa in quelle scarpette blu. Si,  doveva essere così.  Ti mettevano le ali ai piedi una volta che ti accorgevi che un legame diventava troppo pressante fino a limitare i tuoi spazi di libertà.

Il Pilota

da Volta la carta: “Volta la carta c’è un pilota biondo, pilota biondo camicie di seta, cappello di volpe sorriso d’atleta…”

Il Pilota – di Simone Bellini

disegno di Simone Bellini

Salve donzelle, son biondo, son bello, sulla testa da aviator ho il cappello, il fascino della divisa sfoggio ognor. Sorriso ammaliante, sguardo d’amor , vi amo tutte, ma Angiolina non mi si fila per niente! Questo è uno smacco che non posso sopportare, tutte ai miei piè devono cascare. Angiolina non fare la sciocca, fammi baciare la tua leggiadra bocca, ma ella sfugge ai miei sguardi ammalianti, mentre la saluto con i miei guanti bianchi. Il mio charme è al massimo del fulgore, ma tu mi annienti e mi abbandoni al mio dolore !

Il grembiule

Dalle nostre pubblicazioni del 2016

Il grembiule di nonna – di Tina Conti

Nella tasca a mezzaluna del grembiule, grande e profonda, finivano dimenticati granelli di vita, segni del tempo e delle stagioni. Sul fondo, mischiati a terra e laniccio, c’erano due noccioli di ciliegia, le ultime rimaste a primavera e assaporate a occhi chiusi. C’erano anche semi di grano, vecce e granturco, resti del becchime dei polli rimasti impigliati fra le dita alla ricerca della pezzola.

Ormai sbriciolate e risecchite due foglie di salvia e alloro ricordavano l’arrosto di fegatelli e uccellini del Natale passato. Due margherite secche e stecchite erano state un regalo delle nipotine che aveva infilato nella tasca e c’era anche la corteccia della merenda per metterla nel pastone del cane. Dopo la fiera la nonna aveva indossato la nuova vestina, comprata con orgoglio con la sorella e molto di moda. Il grembiule era stato dimenticato sotto una giacca all’attaccapanni. Il cartoccino di semi del basilico erano rimasti nella tasca. Quanto li aveva cercati! Poi si era arresa, aveva accettato quelli dell’Elvira, che, però,  sicuramente non avrebbero dato un basilico bello e profumato come il suo.

Il Grembiule della nonna – di Sandra De Maria

Ero seduta all’ombra del noce; il caldo era opprimente, anche uccelli, farfalle e mosche erano intorpiditi: non si muoveva foglia.

Non avevo voglia né di leggere né di ascoltare musica, per cui, come al solito, in questi frangenti, mi sono immersa nel passato insieme con i miei fantasmi: e in quel momento si affacciò la nonna.

Nonna Angelina era un bel donnino, come dicevano allora, piccola ma tutta proporzionata, dolce e mite, ma, quando doveva sostenere le sue ragioni, non demordeva mai.

Di lei fisicamente mi ricordo, in particolare, lo chignon appuntato con forcine di osso colorate e la gamma dei grembiuli, da quelli di lavoro, quelli bianchi per la sfoglia, e quelli della domenica, quando si metteva a tavola la tovaglia pulita, si mangiava un pasto più ricco e si rimaneva più a lungo seduti a chiacchierare, tranne me, che avevo la smania di correre fuori a giocare.

Nei grembiuli da lavoro portava a casa di tutto: reggendoli per le cocche, metteva sul tavolo di cucina patate o cipolle, o legna per il camino, o noci con ancora il mallo che mi era vietato di toccare, fagioli o piselli da sgranare, pannocchie da arrostire … a seconda della stagione; nelle tasche aveva spesso castagne secche, di cui andavo ghiotta, liquirizia … Quando andava a sedersi in cortile con le altre signore, allora si metteva in tasca l’uncinetto o i ferri per fare la maglia.

I grembiuli della domenica erano più colorati ed erano contornati da una rouche che li rendeva più graziosi; con quelli non trasportava nulla, non mi puliva la faccia , né mi soffiava il naso; erano sempre lindi e ben stirati.

Era buffa la nonna quando usciva con le sue amiche, si toglieva il grembiule, e rimaneva impacciata, perché non sapeva dove mettere le mani.

A volte, quando era seduta vicino al fuoco, mi arrampicavo sulla spalliera della sua sedia, mi mettevo sulla schiena e le disfacevo lo chignon, facendo cadere tutte le forcine per terra.  Mi piaceva immergere le mani nei suoi capelli, che un tempo erano neri, ondulati e morbidi. La nonna fingeva di arrabbiarsi, si alzava, mi prendeva per una mano e con l’altra mi costringeva a raccogliere le forcine e, indicandomele, diceva: “Piegati tu, che io sono vecchia”. Allora mi sentivo in colpa, ma il pentimento mi passava assai presto.

Ho amato molto la mia nonna. Dei personaggi del passato è quella di cui ho il ricordo più vivo, come se l’avessi vista ieri.

La nonna e il grembiule – di Gigliola Franceschini

“Mettiti il grembiale” gridava nonna mentre tentavo di sgattaiolare fuori dalla sua cucina. Ma lei, veloce come una lepre, mi agguantava per una treccia ed io ubbidivo. Mi ero appena levata quello bianco della scuola e bisognava mettersene un altro per coprire il vestitino che non si doveva sciupare. Le sfuggiva il pensiero che di lì a poco sarei cresciuta ancora e il vestito, come i golfini che lei mi confezionava, le gonne e tutto il resto, sarebbero stati troppo stretti e corti. Il grembiule per nonna era un rito. Ne aveva per tutte le occasioni. Uno di fustagno blu, un po’ grossolano come i pantaloni degli operai, le serviva per andare nell’orto e nel pollaio. Nelle due tascone riponeva un po’ di tutto e quando rientrava in casa tirava fuori pomodorini ancora caldi di sole, uova e acini di uva spina. Lo appendeva ad un gancio sulla terrazza mentre quello che adoperava in casa, occupava il 3° posto nell’appendino a destra del lavello che allora si chiamava acquaio, accanto agli asciughini e all’asciugamano per le mani. Quando giudicò che fossi abbastanza grande   per lavorare con lei, mi confezionò  un grembiule bianco lungo lungo, avvicinò uno sgabello alla vecchia madia e mi mise fra le mani la prima palla di pasta per il pane. Quando le pagnotte erano pronte e riposte a lievitare, ci faceva sopra una piccola croce poi le ricopriva coi due grembiuloni candidi e si aspettava. Anche se mi piaceva fare per casa tante cose con lei, detestavo il grembiule ma non sono riuscita mai a farne a meno finché lei è vissuta. Mi meravigliavo  che mamma non lo usasse, questa era una delle cose a cui si era ribellata fin dall’inizio della sua vita in famiglia , ma lei era grande, io potevo solo ubbidire. Nonna teneva un vero rifornimento di grembiuli nel cassettone del ripostiglio; li confezionava a getto continuo con tutte le stoffe che le venivano a portata di mano. Quando ho potuto comandare io e cioè tardi e nella mia casa, ho bandito il grembiule dalle cose  necessarie in cucina. Mi accorgo di avere imparato da mia nonna, oltre tante utili cose, una più preziosa delle altre: ho imparato a ubbidire fidandomi, anche senza capire tutto. Quel pezzo di stoffa  arricciato sulle spalle ha accompagnato la mia infanzia mettendo alla prova il mio carattere che per sua natura, era  molto ribelle. Ho imparato ad ascoltare gli altri ed ad avere pazienza.

IL GREMBIULE DELLA NONNA – di Laura N.

Entrando nella grande cucina, sempre pulita, sempre all’ordine, si notava subito la piccola sedia impagliata vicino alla finestra e il grembiule bianco ripiegato che vi stava sopra con forbicine e occhiali. La nonna Isa i suoi lavori di ricamo li teneva lì ben involtati e quando apriva i lembi del rustico pacchetto  faceva stupire per la bellezza, la fantasia, le precisione di quel che aveva fatto.

Preferiva ricamare di bianco gli smerli e gli sfilati di lenzuola e federe, i centrini di lino e i trafori delle tende, ma quando si cimentava col colore riusciva a trasportare nelle tovaglie di bisso tutti i fiori del giardino, rose, mughetti,  papaveri.

Aveva le “mani d’oro” la nonna Isa, che sempre nonna non era stata  e anzi, a cinquant’anni, quando le nacque la prima nipote,  essendo ancora molto bella, rifiutò quel titolo asserendo che per la strada tutti la scambiavano per la mamma, ma poi, in rapida successione i nipoti divennero quattro e lei si dovette felicemente adattare e divenne nonna Isa. Di lei subivo il fascino: aveva la sicurezza di chi è nato in una affiatata famiglia patriarcale contadina con tanti zii e cugini, di chi ha vissuto una vita naturale nei ritmi delle stagioni e dei lavori nei campi, , nella considerazione che il cibo è una benedizione, senza tuttavia aver  mai sofferto per la fame.

Sapeva tante storie la nonna Isa, tramandate dalle generazioni che l’avevano preceduta: filastrocche, proverbi, novelle, poesiole  in cui si condensavano le esperienze umane, gli amori, le gelosie, le magie, la fame, le astuzie, le lotte per la vita; mi piaceva ascoltarla, le sue parole dispensavano saggezza e ora mi rammarico di non aver scritto niente per fermare il ricordo.

Il ricamo lo aveva imparato da bambina ed era stato per lei un alleato, un amico, un rifugio nelle inevitabili difficoltà dell’esistenza. Nel rincorrersi dei punti, sodo, ombra, erba, catenella, nel ritmo degli intervalli sulla tela, un pieno, un vuoto, un pieno, la sua anima trovava la sua cura. Con l’ago e il filo nelle mani aveva imparato la pazienza, un pacato distacco quando l’emozione era troppo forte, la fiducia che prima o poi le cose si sarebbero aggiustate e  anche la capacità di dire la sua nel modo giusto, al momento giusto.

Anche quando rimase sola trovò consolazione e forza nel  ricamo. Nel farsi del disegno, un punto dietro l’altro, la mente tornava ai giorni belli del passato, superava le piccole gelosie, progettava qualcosa per il domani: un buon pranzetto, una “girata” in macchina, un taglio di lino da “staccare” ai prossimi saldi di Mazzoni. Di più, ricamando lenzuola per i nipoti lasciò aperto un ponte che si attraversava volentieri.

Fu “nonna Isa” per quasi cinquant’anni, perché morì  a novantanove e al di là di qualche scaramuccia e di ciò che dicono i proverbi, ci siamo volute bene pur essendo suocera e nuora.

IL GREMBIULE DELLA NONNA – Maurizio Magistri

Ti ricordi del grembiule di tua Nonna ?

Il primo scopo del grembiule delle Nonna era di proteggere i vestiti sotto, ma, inoltre: serviva da guanto per ritirare la padella bruciante dal forno; era meraviglioso per asciugare le lacrime dei bambini ed, in certe occasioni, per pulire le faccine sporche; dal pollaio, il grembiule serviva a trasportare le uova e, talvolta, i pulcini!; quando i visitatori arrivavano, il grembiule serviva a proteggere i bambini timidi; quando faceva freddo, la Nonna se ne imbacuccava le braccia; questo buon vecchio grembiule faceva da soffietto, agitato sopra il fuoco a legna; era lui che trasportava le patate e la legna secca in cucina; dall’orto, esso serviva da paniere per molti ortaggi dopo che i piselli erano stati raccolti era il turno dei cavoli; a fine stagione, esso era utilizzato per raccogliere le mele cadute dell’albero; quando dei visitatori arrivavano in modo improvviso, era sorprendente vedere la rapidità con cui questo vecchio grembiule poteva dar giù la polvere; all’ora di servire i pasti, la Nonna andava sulla scala ad agitare il suo grembiule e gli uomini nei campi sapevano all’istante che dovevano andare a tavola; la Nonna l’utilizzava anche per posare la torta di mele appena uscita dal forno sul davanzale a raffreddare; ai nostri giorni sua nipote la mette là per scongelarla.

Occorrerà un bel po’ d’anni prima che qualche invenzione o qualche oggetto possa rimpiazzare questo vecchio buon grembiule.

Madama Dorè e il Porto

da Volta la carta: “Madama Dorè ha perso sei figlie, tra i bar del porto e le sue meraviglie, Madama Dorè sa puzza di gatto, volta la carta e paga il riscatto, paga il riscatto con le borse degli occhi, piene di foto di sogni interrotti…

Le borse di Madama Dorè – di Vanna Bigazzi

A Madama Dorè sono state rapite sei figlie, la frequentazione del Porto è responsabile della loro perdita… e pensare che Madama Dorè, voleva maritarne almeno una con un Conte od un Marchese:

“Ma quante belle figlie Madama Dorè, ma quante belle figlie…

Me ne dareste una Madama Dorè…?

Che cosa ne vuoi fare…?

La voglio maritare…

A chi la mariterete Madama Dorè, a chi la mariterete…

A un Conte od un Marchese…”.

Questa è un’altra versione, la ricordate? Ma tornando alla nostra Filastrocca: il Porto è anche pieno di meraviglie, non solo di brutte sorprese; si respira l’umanità in tutta la sua vitalità, anche nei contenuti più scabrosi. Nella notte, illuminata da pochi lampioni, si incontrano prostitute e marinai. Qualche osteria ancora aperta, ospita gli ultimi frequentatori ubriachi, dai volti abbrutiti e segnati dal sole. Tutte creature della vita e del dolore… Durante il giorno invece, brillano tinte vigorose, si respira movimento, si sentono scambi e contrattazioni mentre le barche ancorate oscillano sinuose al ritmo indolente delle onde. Madama Dorè vorrebbe pagare il riscatto per riabbracciare le figlie ma non ha i soldi e pensa… pensa cercando qualche espediente. Niente può sollevarla, capisce che non c’è soluzione. La sua mente allora, si allontana nell’evanescenza, tentando di lenire l’affanno, nell’illusione di pagare il riscatto. Paga il riscatto con le borse degli occhi, stanchi, gonfi, segnati: in quelle livide sacche sfiancate riaffiorano tutti i ricordi, come foto antiche, sogni, tanti sogni interrotti…

Il profumo delle zolle

da Volta la carta: “C’è una donna che semina il grano, volta la carta e si vede il villano, il villano che zappa la terra…..c’è un bambino che sale un cancello ruba ciliegie e piume d’uccello..”

Volta la carta – di Lucia Bettoni

foto di Lucia Bettoni

C’è una donna che semina il grano
Il villano che zappa la terra
e un bambino che ruba ciliegie…

Ecco… vedo tutto sento tutto
come allora
Sono piccola piccola
giro intorno a mio padre e mia madre
Mio padre zappa
la terra profuma di terra
Sento il taglio della vanga
Sento il profumo delle zolle
Le zolle perfettamente in fila
disegnano la terra
La mamma sorride e semina
Coccolati come bambini
i semi nel suo grembiule
Sorride e semina sulle zolle appena tagliate
profumate profumate profumate
Il ciliegio è lì
i suoi frutti sono maturi
Sono piccola piccola
Mi arrampico
Sono sopra il ciliegio
Mangio le ciliegie rosse
mature  dolcissime
Decoro le mie orecchie
Che orecchìni meravigliosi sono le ciliegie!
Voglio portare sempre orecchini
rosso ciliegia
Dall’alto del mio albero meraviglioso
la mamma semina e il babbo zappa


Nella foto io e mio padre
Mio padre con l’aratro sta arando la terra…
ricordo che mi faceva sedere in mezzo all’aratro su un cuscino fatto da una balla piegata , insieme si coltrava e io mi sentivo una principessa …

Incontro virtuale – 9 marzo 2021

con Cecilia Trinci

Il tema dei tarocchi si congeda lentamente con quello del “Volta la carta”, canzone di Fabrizio De André ispirata alla filastrocca di Angiolina.

Leggo il testo e ognuno sceglie un’immagine o una parola “guida” alle piccole storie scritte di getto insieme. L’argomento sarà protagonista nei prossimi giorni,intanto queste le figure della nostra Angiolina, disegnate di getto da Tina e da Lucia durante l’incontro:

Angiolina di Tina Conti:

Angiolina di Lucia Bettoni:

Parole come fiori

Perché siamo ancora qui – di Stefania Bonanni

Il solo modo per trasformare il groviglio di malessere in idee, è  trovare le parole giuste. Senza quelle parole, continua l’affanno di cercarci alla cieca, per tentativi.

Così,  nei giorni di questo tempo inconciliabile si finisce incollati ad una finestra, muti spettatori malinconici, che non sanno neanche più ascoltare le nuvole. Non si parla più con il cielo. Non arrivano  dal cuore pensieri di meraviglia. Non affiorano alle labbra parole di cielo. Non si aspettano miracoli, non se ne fanno, quando si affoga di malessere. Proprio ora bisogna provare ad estrarre parole che danno colore e calore. E non sarà un incendio, non ci saranno miseri resti inceneriti. Saranno solo piccole parole giuste, parole da dilettanti. Che per diletto, per vivere, provano a fare, a dire, a sentire. A rendere più chiaro lo scuro che attanaglia. Solo se si fa, si vive. 

Solo se si battezza il malessere, siamo ancora capaci di non fare di tutta l’erba un fascio, di volare senza pesi. Solo leggeri, saremo quei gabbiani che hanno scelto il cielo, e le nostre ali tremeranno per il vento fresco, non per la fatica, o la paura, o la tristezza.

La felicità è un attimo semplice

Buongiorno! – di Simone Bellini

disegno di Simone Bellini

Un ricciolo si staccò da quella massa informe sulla fronte, cadendole proprio davanti agli occhi che , focalizzandolo, diedero l’ imput alla bocca per piegarsi lateralmente dirigendo il soffio mirato a spostarlo. In quel momento i nostri sguardi s’incrociarono aprendosi in un simpatico sorriso. BUONGIORNO MONDO!!!

Il Papa

Il Papa – di Carmela De Pilla

Guardava la carta con un certo distacco all’inizio, “Cosa c’entra il papa con me? Lui così sicuro, così saggio, collante indissolubile tra Dio e l’uomo, unico rappresentante del pensiero divino, lui così autorevole, forte, indulgente, clemente insomma lui, cosa può avere in comune con me? “ si disse.

Era capitato per caso che le venisse abbinato ”il papa” tra tutte le carte dei tarocchi e un po’ scettica incominciò ad osservarlo.

Eccolo, seduto sul trono con la lunga tunica e la cappa rossa impreziosita da una bordura d’oro, osservò poi con più attenzione e con un certo stupore si accorse che il numero tre si ripeteva più volte: 3 i cerchi che avvolgono la corona, 3 le dita alzate della mano destra, 3 le croci sullo scettro…

“ Ma 3 è il giorno della mia nascita!” si disse sorpresa da questa strana coincidenza.

Ancora più incuriosita cercò informazioni “Per trovare la verità occorre indirizzare lo sguardo sia verso ciò che è palese che verso ciò che è nascosto”, questo è il significato che viene dato al numero tre e allora qualcosa si dipana tra i suoi ricordi e rivede la ragazzina chiusa in se stessa, talmente chiusa che non riusciva ad aprire nessuna porta, né per entrare né per uscire.

Per molti anni aveva attraversato cieli senza stelle, campi senza fiori eppure intenso era il desiderio di conoscere le stelle, i fiori…Si sentiva trascinata in una vita senza vita, manovrata da fili invisibili che la inducevano a fare ciò che gli altri decidevano per lei.

Il tempo scorreva spietato e lei si ritrovò inconsapevolmente già diciottenne e allora capì che doveva scavare, scavare in quel deserto fino a farsi male  per  cercare ciò che di prezioso era nascosto dentro di sé.

-Il papa rappresenta il ritorno al passato, alle proprie radici e poi guarda, è seduto quindi sicuro, forte, le disse Cecilia.

Via via capiva sempre di più la connessione che c’era fra lei e “il papa”… Nel suo passato era stata travolta da una bufera che tormentava “il suo dentro” e così in un percorso lento e faticoso cercò la verità, con lealtà e impegno e, guidata da una forza impercettibile scoprì  ciò che di vero c’era in lei, incominciò così a rileggere la sua vita.

 L’unico modo per darsi delle risposte e per cercare un equilibrio tra il corpo e lo spirito era ritornare alle sue radici, rovistare nel suo passato, un passato doloroso sì, ma era l’unico che aveva, era la sua storia e doveva proteggerla.

Un oggetto di Anna

Il calice di olivo – di Anna Meli

Ci sono giornate vuote, piatte, silenziose; giornate che non sembrano avere né inizio né fine, giornate nelle quali nemmeno ti sembra di esistere e cerchi affannosamente qualcosa che ponga fine  a questo tuo sentire e finalmente trovi conforto rifugiandoti  nella tua stanza preferita: la camera da letto.

            Siedi su quella grande vecchia poltrona che ti abbraccia e ripensi con dolcezza ai momenti in cui ti accoglieva quando allattavi i tuoi figli e li coccolavi nella loro crescita. Il senso di vuoto ora  è riempito da piacevoli ricordi e il freddo che si era impossessato di te sta man mano passando.

            Volgi lo sguardo intorno e con esso accarezzi le cose; ti fermi sui ritratti di famiglia, sullo scrigno a forma di cuore regalatoti da tua figlia, sul piccolo carillon che tuo figlio ti ha portato da Vienna e ne togli la polvere del tempo. Lì vicino c’è un calice di ulivo realizzato dal tuo lui, ha nervature bellissime, sembra intravedersi il busto di un uomo col braccio alzato come a difendersi da qualcuno o qualcosa. Ricordi con quanta passione e attenzione è stato creato e quanta gioia e soddisfazione ha provato quella sera quando te lo ha mostrato.

            Lentamente ti alzi dalla poltrona, sfiori con le dita quel legno vivo ti spogli di quel senso di vuoto e  fai ritorno alla normalità.

Volta la carta – Fabrizio De André

C’è una donna che semina il grano
volta la carta si vede il villano
il villano che zappa la terra
volta la carta viene la guerra
per la guerra non c’è più soldati
a piedi scalzi son tutti scappati

Angiolina cammina cammina sulle sue scarpette blu

carabiniere l’ha innamorata volta la carta e lui non c’è più
carabiniere l’ha innamorata volta la carta e lui non c’è più.

C’è un bambino che sale un cancello
ruba ciliege e piume d’uccello
tira sassate non ha dolori
volta la carta c’è il fante di cuori.

Il fante di cuori che è un fuoco di paglia
volta la carta il gallo ti sveglia

Angiolina alle sei di mattina s’intreccia i capelli con foglie d’ortica
ha una collana di ossi di pesca la gira tre volte intorno alle dita
ha una collana di ossi di pesca la conta tre volte in mezzo alle dita.
Mia madre ha un mulino e un figlio infedele
gli inzucchera il naso di torta di mele

Mia madre e il mulino son nati ridendo
volta la carta c’è un pilota biondo

Pilota biondo camicie di seta
cappello di volpe sorriso da atleta

Angiolina seduta in cucina che piange, che mangia insalata di more.
Ragazzo straniero ha un disco d’orchestra che gira veloce che parla d’amore
Ragazzo straniero ha un disco d’orchestra che gira che gira che parla d’amore.

Madamadorè ha perso sei figlie
tra i bar del porto e le sue meraviglie
Madamadorè sa puzza di gatto
volta la carta e paga il riscatto
paga il riscatto con le borse degli occhi

Piene di foto di sogni interrotti
Angiolina ritaglia giornali si veste da sposa canta vittoria
chiama i ricordi col loro nome volta la carta e finisce in gloria
chiama i ricordi col loro nome volta la carta e finisce in gloria.

L’Imperatrice

L’Imperatrice – di Gabriella Crisafulli

Era una vita che faceva quel gioco: la sera, quando si infilava sotto le coperte e spegneva la luce, cominciava a raccontarsi una storia.

Le carte erano uno spunto per narrare: ne sceglieva una dal mazzo e via.

Ritrovarsi a farlo insieme ad altri la disorientava: si sentiva scoperta.

E poi cosa scrivere di condivisibile?

La notte solitaria era una prateria illimitata, il gruppo aveva dei confini.

Il pensiero le arrivava con estrema lentezza.

L’immagine che le era toccata era molto bella ma che ci azzeccava lei con una Imperatrice?

Cosa aveva mai comandato nella sua esistenza?

Era vissuta in un movimento continuo di idee, di qua e di là, in base al pensiero di coloro a cui aveva voluto bene, talvolta accomodandosi nelle convinzioni altrui facendole proprie, talaltra ribellandosi, spesso cercando di salvare capre e cavoli.

L’unica cosa su cui si era sempre veramente impuntata erano le questioni di principio.

Su quelle non transigeva.

Era fatta così, tutta d’un pezzo.

“Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”.

Il nucleo che la reggeva erano degli assiomi ideali per i quali non guardava in faccia nessuno.

Con l’età si era trovata molte volte a doverseli tenere stretti in bocca ripetendosi “Eppur si muove” come il povero Galileo.

Per esempio sulla caccia, davanti a un vassoio colmo di passerotti arrostiti, così come sui migranti …

Nel tempo aveva chiuso gli occhi ed era andata avanti.

Non aveva avuto coraggio, era rimasta ambigua: in quelle come in tante altre cose anche perché quando aveva detto la sua o addirittura aveva tentato d’imporsi aveva suscitato negazione, ira, derisione, sarcasmo ed era arrivata persino a diventare un capro espiatorio.

“Mi fai sentire in colpa” le aveva detto una volta una collega davanti alla constatazione di un fatto: era pure colpevole.

“Crisafulli” aveva affermato un’altra negli ultimi anni di lavoro, sostenendola in un progetto per bambini in difficoltà “sei troppo avanti, troppo avanti”.

All’improvviso davanti a quella carta si ritrovava Imperatrice, seduta su un trono, algida, ieratica. Reggeva in precario equilibrio sul capo, fra i capelli e la corona, un sipario a dividere il passato dal presente che la spaccava a metà.

Cercava energia nella falce di luna rovesciata che era a terra, sulla quale poggiava il piede destro: la forza le si propagava attraverso l’azzurro che avvolgeva il corpo affacciandosi in qua e in là attraverso i broccati delle vesti.

Si puntellava tenendo serrati fra le mani lo scudo e lo scettro.

Ecco, l’Imperatrice poteva essere l’immagine della sua terza vita?