Tempo variabile

Orologi opposti – di Cecilia Trinci

foto di Cecilia

Pesante, molto grande, da uomo, sempre al polso, come un guinzaglio che mi tenga a terra, un compagno, non un padrone. Lancette luminose che si possono vedere di notte. Le quattro, l’ora terribile, l’ora a metà tra la notte e il giorno, ma anche tra la vita e la morte, se superi le quattro sei salvo. L’ora in cui i gatti vogliono uscire, forse per sottrarsi alla paura di morire. I gatti in fuga da  ciò che non possono controllare hanno occhi fatti apposta per vedere di notte e vanno, saltano muretti, scendono dai terrazzi e la strada buia li ingoia senza rumore. Noi restiamo nei nostri letti e se ci svegliamo alle quattro siamo perduti, fantasmi di rimpianti e paure si affacciano da dietro l’armadio, strisciano sopra le coperte e ci guardano. Se ci svegliamo alle quattro la notte è perduta, il sonno non basterà per il riposo, ma un orologio basta per farsi compagnia.

Restano tutti gli infiniti giri che hanno fatto le lancette sorelle, giornate lente, giornate svelte, sole e pioggia sopra quelle cifre segnate da una tacca, la posizione basta a farle riconoscere. “Mettiti a ore 3″….”Colpito a ore 11″….si è imparato l’orologio prima di saper contare. Il digitale con le ore scritte è un’altra cosa, è informazione senza posizione. Le lancette ce lo fanno toccare, il tempo e come il tempo non si vedono muovere. Si vede il tempo passato, non quello che sta passando.

L’altro, all’opposto, è leggero, sottile, non si sente sul polso, ha un’immagine tratta dal Piccolo Principe, il disegno che i “grandi” non capiscono e solo tra bambini si può capire cosa dice: un boa che ha mangiato l’elefante. Non è un guinzaglio né una zavorra, ma qualcosa con cui si può volare, giocare, raccontare storie. Un cerchio nero per entrarci dentro e trovarsi in una strada sterrata con voci sconosciute. Un baobab verde fa da ombrello, bambini scalzi in lontananza, se ascolti in silenzio c’è il rumore dell’oceano, la risacca su e giù canta, un boa ha ingoiato un elefante, ma poi lo sputa e lo lascia libero. Se lo metti all’orecchio non senti il tic tac ma il vento caldo che muove le foglie. Non contiene fantasmi ma giochi.  Un orologio che si ricarica con il movimento, ballando, cantando, scrivendo, pensando….. La sera si toglie, non ha luci, è fatto apposta  per chi si ferma la notte, come fanno i bambini, che dormono senza fantasmi e alle quattro sono nel pieno dei sogni.

Orologi, regali amati,…..intercambiabili, secondo le stagioni, secondo l’umore, il momento….

Il tempo.

Tempo sospeso

Tempo sospeso – di Vanna Bigazzi

Ci sono situazioni temporali in cui si sta fra la vita, come proiezione della speranza e lo spengersi ancora vivendo; momenti in cui ci aggrappiamo a quel poco di sicuro che possediamo, dando uno sguardo fugace ad un futuro incerto. E’ questo un mondo di mezzo dove il tempo non ha peso. Un tempo che ha un punto di partenza senza conoscere la direzione. Un tempo malato che per guarire, necessita del ricongiungimento con quella parte di sè ove risiede la vita vera, quella dell’Amore. Un tempo che è interruzione emotiva di una vita altra… Nei pensieri vi è tutto il mio attaccamento, non triste, non felice, per  ciò che il tempo ha stratificato nel subconscio: reperti archeologici dove mondo dei vivi e culto dei morti si intrecciano e poi si fondono in nuvole incerte ad accarezzare l’anima.

Senza orologio

Senza orologio – di Rossella Gallori

foto e orologio di Rossella Gallori

Io, senza orologio, figlia di un tempo che non c’è più, figlia di ore altrui.

Amante di minuti, per pochi minuti, nel silenzio della notte, vestita di luna, non di sole.

Conto secondi di non ricordo  quale giorno, quale istante…stamani è un po’ ieri, adesso è già tardi, dopo, dopo…non so.

Che fare con te, stringeresti il mio polso, ed io non voglio, ho i miei braccialetti, catene senza lancette….le una, le due, le tre, le quattro…ora è oggi ventiquattro gocce di sale….

***

La nostra stanza…le 17…. mi siederei accanto a……

Nei giorni più difficili mi siederei accanto a Laura, saprebbe proteggermi….con le parole, lei piccolo bijoux  di oro e smalto bleu, un microscopico spillo: un nodo d’amore ed un orologino…appeso…sospeso.

***

e un pensiero (e un orologio) per: Mimma

Mi siedo accanto a te, al tuo tintinnare di ninnoli abbondanti.

So cosa mi dirai: sorridi, cucù !

Amorevolmente martellante: non dire così, cucù!

Non fare così, cucù!

Perché mai, cucù!

….e sorriderai  tu, cercando di contagiarmi, tra fiori, viaggi, sorelle…e giorni e ore e cucù,  cucù, cucù..

Vieni da me Rò?

 Nooooo, risponderò io,  sorridendo mi sposterò…cucù cucù cucù

C’è tempo

Dicono che c’è un tempo per seminare
e uno più lungo per aspettare
io dico che c’era un tempo sognato
che bisognava sognare.

Dicono che c’è un tempo per seminare
e uno che hai voglia ad aspettare
un tempo sognato che viene di notte
e un altro di giorno teso
come un lino a sventolare.

C’è un tempo negato e uno segreto
un tempo distante che è roba degli altri
un momento che era meglio partire
e quella volta che noi due era meglio parlarci.
C’è un tempo perfetto per fare silenzio
guardare il passaggio del sole d’estate
e saper raccontare ai nostri bambini quando
è l’ora muta delle fate.

C’è un giorno che ci siamo perduti
come smarrire un anello in un prato
e c’era tutto un programma futuro
che non abbiamo avverato.

È tempo che sfugge, niente paura
che prima o poi ci riprende
perché c’è tempo, c’è tempo c’è tempo, c’è tempo
per questo mare infinito di gente.

Dio, è proprio tanto che piove
e da un anno non torno
da mezz’ora sono qui arruffato
dentro una sala d’aspetto di un tram che non viene
non essere gelosa di me
della mia vita
non essere gelosa di me
non essere mai gelosa di me.

C’è un tempo d’aspetto come dicevo
qualcosa di buono che verrà
un attimo fotografato, dipinto, segnato
e quello dopo perduto via
senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata
la sua fotografia.

C’è un tempo bellissimo tutto sudato
una stagione ribelle
l’istante in cui scocca l’unica freccia
che arriva alla volta celeste
e trafigge le stelle
è un giorno che tutta la gente
si tende la mano
è il medesimo istante per tutti
che sarà benedetto, io credo
da molto lontano
è il tempo che è finalmente
o quando ci si capisce
un tempo in cui mi vedrai
accanto a te nuovamente
mano alla mano
che buffi saremo
se non ci avranno nemmeno
avvisato.

Dicono che c’è un tempo per seminare
e uno più lungo per aspettare
io dico che c’era un tempo sognato
che bisognava sognare.

Tempo antico

Orologio da taschino – di Mimma Caravaggi

foto e oggetti di Mimma Caravaggi

In casa, appesa ad una parete del salotto c’è una piccola bacheca artigiana, se così si può chiamare, con diversi vecchi orologi da taschino che, di anno in anno, ho regalato ad Alberto per i suoi compleanni. Qualcuno è d’oro di marca, altri d’argento di varie forme e di varie epoche. Poiché mi piacciono moltissimo Alberto ha pensato di costruire usando una scatola di legno per il salmone affumicato, una piccola bacheca da attaccare al muro. In mostra ce ne sono stati messi soltanto 8 ma ce ne sono diversi altri non esposti. Diverso tempo fa usavo portare un orologio da polso del tipo moderno, tipo Swatchs che usavo giornalmente ma per le rare  uscite serali ho un piccolissimo orologio antico, prezioso e di marca, degli anni 20/30 regalatomi da mia suocera e completamente integro e funzionante. Ora non porto più nulla e uso il cellulare quando mi serve. Tutti i tipi di orologi mi piacciono molto basta non siano troppo moderni. Qualche vota porto ancora un orologio da collo in argento molto carino che mi ha regalato la mia mamma.

Al nostro tavolo vorrei avere accanto a me la M. Laura perché mi ispira calma e fiducia e alla quale abbinerei una clessidra dove il tempo è scandito da granelli di sabbia e tanta precisione.

Un fiore gracile: la Deutzia

Cascata di fiori – di Mimma Caravaggi

Deutzia gracilis- Fiorisce presto nel mese di Aprile con una cascata di fiori bianchi, semplici e con un leggero profumo. Ogni anno spio la ripresa, i suoi germogli, i suoi piccoli bocci che esplodono in un nuvola banca e che ogni giorno godo nel guardarla attraverso la finestrina del bagno. Non ho tende in casa quindi godo della sua completa bellezza che ha il piacere di convivere accostata ad una rosa quasi selvatica dai petali semplici e di un particolare color rosa che accetta  quelli bianchi della deutzia creando un contrasto molto bello, contesto per un dipinto.

E SE FOSSI UN FIORE……

A prescindere che amo ogni specie di fiori e piante, trovo siano come la funzionalità del nostro corpo, perfetti meccanismi di architettura e ingegneristica stupendi, ma se dovessi rivolgermi come fiore a qualcuno, amica, sorella, conoscente che sia, sceglierei un fiore semplice come il fiordaliso ormai quasi dimenticato ed in estinzione.

Potrei raccontare loro dei bei fiori semplici che siamo molto spesso in  simbiosi con i papaveri che una volta, insieme, ricoprivano gli appezzamenti di moltissimi campi di grano di legumi e altro. Siamo fiori che ricordano un tempo ormai trascorso che vorrei  ricordassero le tante passeggiate trascorse in compagnia di sorelle e amici attraverso i campi coltivati. Che altra e bella maniera di vivere.

Tempo senza orologio

Tempo senza orologio – di Laura Galgani

Per me stessa ho scelto di vivere senza orologio.

Sono talmente calata nel fluire del tempo da non averne bisogno.

So sempre che ore sono, il mio orologio interiore scandisce i secondi senza che io nemmeno senta

il tic tac.

Qualche volta però non mi fido e allora abbasso lo sguardo sullo schermo del computer o sul cellulare. Ma raramente vengo smentita.

Non sono molto contenta di questa precisione non cercata. Mi piacerebbe lasciarmi andare ad un sempre o ad un mai senza confini, ma non posso. Almeno, non adesso.

Per questo dedico una breve riflessione ad una compagna di scrittura anche lei senza orologio: Rossella. Nemmeno lei ne ha bisogno, ma per motivi opposti ai miei. Mentre io sono schiava del tempo e devo obbedire alle sue leggi che conosco così bene da poter fare a meno di punti di riferimento – direi che il tempo si è impadronito di me – lei, Rossella, è padrona del tempo e lo domina.

Lo piega, lo curva e lo indirizza come più le piace. Lo allunga, lo accorcia e lo comprime.

Lo allunga se sta bene dov’è e vuole godersi il momento. Lo accorcia se è infastidita e vuole cambiare scenario perché quello in cui si trova ha esaurito la sua funzione.

Lo comprime se ripensa al passato e le fa troppo male.

Allora anni diventano una pillola piccolissima, un concentrato di un attimo soltanto che può anche dimenticare in una minuscola scatola preziosa.

Incontro virtuale – 24 marzo 2021

con Cecilia Trinci

Incontro di mercoledì in via eccezionale e comunque molto partecipato. Il tempo è anche un atto di scelta e per questo si ringrazia particolarmente chi ha fatto di tutto per non mancare.

I temi erano molti e particolarmente intensi: la bellezza delle cascate di fiori dei giorni precedenti, le storie e i pensieri che i fiori hanno sollevato, persone evocate dai fiori, oppure situazioni del passato dove i fiori mancavano o erano invece particolarmente presenti. Altro argomento da considerare il video di Vanna sui tarocchi, su Jung e sull’intuizione, collegato al nostro lavoro di scrittura proprio per l’elemento “intuizione”. Il ricordo dell’intervento di Simone Rovida sul tempo avrebbe meritato più tempo per la discussione, ma il nostro “gioco sull’orologio” ha unito un po’ tutte le tematiche: l’intuizione dei sentimenti degli altri, la rappresentazione di noi stessi attraverso un oggetto speciale come l’orologio, un pensiero al nostro modo di stare insieme quando eravamo in presenza…..tutti stimoli intensi che si possono ritrovare nella registrazione di ieri.

Il tema della settimana dunque riguarda gli orologi, le persone del gruppo con cui ci piacerebbe condividere un tavolo, come intendiamo lo scorrere del tempo, come lo valutiamo e se ne abbiamo o no bisogno.

Fiori e filastrocche

VIOLETTE DI PRIMAVERA – di Anna Meli

foto di Lucia Bettoni

Giro, giro tondo

il pane cotto in forno,

un mazzolin di viole

per darle a chi le vuole,

le vuole la Sandrina

si inginocchia la più piccina

la più piccina e la più grande

ne faran tante ghirlande.

            Questa la filastrocca che cantavano, tenendosi per mano, Maria e Paolina. Maria la più piccola e Paolina, più grande di solo due anni, andavano spesso insieme alla ricerca  di questi piccoli fiori viola che nei primissimi giorni di primavera spuntavano lungo la riva del ruscello  vicino casa loro.

            Succedeva che nel primo pomeriggio, libere dalla scuola, si recassero là dove l’acqua cristallina del ruscello scorreva rimbalzando di sasso in sasso in un eterno gioco e avvertissero quell’odore particolare di fresco, di buono che faceva dilatare loro le narici ed esclamare un “ahh” di gradevole piacere.

            Le viole erano là, timide fra quelle foglie verdi come a ripararsi dall’ultimo gelo che ancora conservava qua e là fazzoletti di neve ancora aggrappata alla terra umida. Forse era l’aria ancora fredda e pungente che esaltava quel profumo che a loro piaceva tanto.

            Sempre tenendosi per mano per non cadere in acqua, si chinavano su quei timidi ciuffetti ad osservare più da vicino la loro delicata bellezza. Una volta le avevano colte per portare a casa, ma si erano appassite, erano morte.

            Da allora avevano deciso di non coglierne mai più e di andare a trovarle ogni primavera al loro rifiorire. Non ne avrebbero mai fatte ghirlande come quelle del loro gioco.

In viaggio nel tempo

Tempo paradossale – di Luca Di Volo

Foto di Pexels da Pixabay

Prima di iniziare la lettura, penso sia opportuno chiarire (almeno a chi non lo sa già) cos’è il cosiddetto “paradosso dei gemelli”..una delle verità più sconcertanti venuta alla luce con la Relatvità di Einstein..Sostanzialmente consiste nel fatto, abbastanza controintuitivo, che se uno di due gemelli rimane sulla Terra, e l’altro parte, diciamo, per un viaggio verso una stella, per esempio Sirio, viaggiando quindi ad una velocità molto elevata,  tipo metà della velocità della luce, per quello che è partito il tempo scorre più lentamente rispetto all’altro rimasto sulla terra, quindi, al suo ritorno lui sarà ancora abbastanza giovane..mentre troverà il gemello rimasto sulla terra molto molto più vecchio di lui…

Questa è solo una trasposizione in chiave romantica di quella che potrebbe essere una vicenda vera tra qualche anno…

Alberto Magnolfi quella sera era felice..e lo sapeva..Era cosciente che i suoi piedi quasi non toccavano terra..che la Primavera incipiente sembrava creare solo per lui canti e profumi inebrianti..Quel crepuscolo magico lo accoglieva nelle sue spire avvolgenti ..e lui ci si abbandonava grato..Ma la Primavera non era l’unica ragione che gli faceva volare i piedi..Tra qualche giorno avrebbe finalmente avuto il tanto sospirato brevetto dall’Accademia..e allora..il suo sogno..via verso lo spazio..Marte..le lande di Ganimede..i laghi di metano di Titano…i pianeti transnettuniani..Non oltre, però…lo sapeva bene..Al di là c’era solo il maligno vuoto tra le stelle…solo pochissimi ci si avventuravano..spinti dagli enormi guadagni..pagando un prezzo altissimo..quello di diventare dei Paria senza tempo…

Cancellò quel pensiero  ..e si concentrò sulla “vera” ragione di quel momento di beatitudine..Avrete capito…c’era di mezzo una ragazza (c’è sempre di mezzo una ragazza..)..che finalmente gli aveva detto di sì..ma anche la sua famiglia, nobili col naso sensibile, lo aveva accolto…capirai..una Frescobaldi…ma per lui, innamorato perso, era solo la “sua” Erika…del cognome gliene importava il giusto..tanto tra poco le avrebbe dato il suo…Erika Magnolfi…suonava bene, no?!Una sinfonia..per lui..

Insomma, al tramonto di una bella giornata di Primavera…sulla splendida collina di Monte Beni..con la gioia dei suoi vent’anni..qualcosa lo distrasse..una musica..?! Forse..allungò il passo..dietro un’ansa della strada c’era una piccola osteria…Quella strana musica…proveniva proprio da lì..

Fu un impulso irresistibile quello che lo spinse ad entrare…E sicuramente il destino…o quel che è..in quel momento stava sogghignando in uno dei suoi peggiori momenti..

La luce attenuata e il fumo, non gli permisero di vedere quasi nulla..però, inoltrandosi nel piccolo locale..notò un uomo che suonava un pianoforte che aveva visto tempi migliori, ma da cui quelle mani delicate traevano arcane armonie.

Si sedette ad un tavolino libero, ordinò una birra, e si predispose a farsi cullare da quelle note..

Dal suo posto poteva vedere bene anche il volto del pianista..suonava ad occhi chiusi…su un volto pallidissimo, quasi cereo…ma di una bellezza…mistica?!Greca?! Naso affilato, labbra delicate..capelli biondi e lunghi…un misto di angelico e di demoniaco..come in quella musica..straniante, stregante…in cui  sembravano a volte risuonare le trombe degli Angeli o i tamburi dell’Inferno…ipnotica..e soprattutto, completamente aliena..

Si scosse, accorgendosi di stare per cedere a quella sonnolenta malia…alzandosi si avvicinò al piano..

Finalmente quel singolare pianista lo notò…rivolgendogli uno scintillante sorriso…

“Stasera siamo fortunati…guarda chi è venuto trovarci, Fati…addirittura un cadetto di prima nomina dell’Accademia…Già pronto per il primo imbarco?”

Dall’ombra si avvicinò una donna…doveva essere quella Fati che aveva menzionato..man mano la luce scopriva il suo volto e il corpo…appariva di una bellezza disumana…araba, forse…spagnola…?!

“Sì..Fati è il diminutivo di Fatima..la figlia di Maometto…lo sa che vuol dire :colei che apre?!A me ha aperto l’amore…ad altri..chissà..comunque questa è la mia compagna…fino a che Allah lo permetterà..”

Sembrava gli avesse letto nel pensiero….la bella donna gli fece solo un breve cenno col capo per poi rivolgersi al pianista con aria adorante..”Ti prego Lupo..suona ancora..per me..”

Con quella voce avrebbe potuto provocare il disgelo della Siberia..

Lupo ricominciò a suonare, ma cercando sempre di intrattenerlo..”Mai sentito parlare del Lungo Viaggio?!”

Questa strana domanda, del tutto fuori contesto, ebbe il potere di fargli scorrere un brivido gelato lungo la schiena….Nel suo ambiente era considerato di cattivo gusto anche alludere all’argomento..salvo le lotte all’ultimo sangue per accaparrarsi i ricchissimi prodotti che quelle navi trasportavano…Qualcosa di simile ai vascelli pirati del XVIII e XVII secolo….

La risposta di Alberto fu guardinga..”Certo.., ma…non mi ha mai interessato..”.E  già quell’aggiunta diceva molte cose..

Lupo lo guardò di sottecchi col suo sguardo ipnotico..un accenno di sorriso..”Si guadagna bene, sa?!”

“Sì..ho sentito quel che si dice in giro..chissà se è vero però…”

“E’ vero..è vero..non si preoccupi…”

Con uno scatto felino Lupo si alzò dal sedile del piano..proseguendo..”Ma lei non è interessato, a quanto vedo..”un piccolo silenzio…”E poi non l’avrei voluto io..non saprei che farmene di un bamboccio cullato nell’ovatta..”

Si avvolse in un mantello facendo segno alla compagna di seguirlo..e dal buio del locale risuonò una poderosa e sguiata risata..

Alberto trasalì…e quelli chi erano?! Anche la ciurmaglia…

Rimasto solo, si asciugò la fronte sudata, finì la sua birra ed uscì all’aria aperta..L’aveva scampata bella….Quelle bande di pirati si diceva non avessero molti scrupoli…E quell’indefinibile Capitano..e quell’angelica creatura..Angelica?! A lui faceva più l’effetto di una diavolessa…affascinante, però…

Si fermò sulla cima di un piccolo colle..quel posto e lo spettacolo che offriva l’avevano sempre entusiasmato..

Sì perché da lì si poteva assistere all’incredibile spettacolo che il grandioso spazioporto di Peretola offriva a chi lo guardava dall’alto..

Immaginate una pianura, che riusciva a raggiungere la vicina Pistoia…fino a lambirne la periferia…Completamente illuminata..ma in modo da non recare disturbo al panorama..

In file ordinate, centinaia, migliaia di astronavi..di ogni forma e dimensione…da trasporto, da diporto..da guerra..

Sola, quasi abbandonata in un angolo meno illuminato…era ferma un’astronave…più grande di tutte le altre…intorno alla quale si accalcavano come formiche schiere di meccanici, carpentieri, tecnici…Sembrava un’enorme aquila momentaneamente a riposo ma pronta a irrompere ruggendo spinta dai suoi fantastici motori verso spazi sconosciuti….

Nonostante la paura, Alberto si scoprì affascinato…Una nave del Lungo Viaggio..di sicuro…inconfondibile…chissà quali strani mondi….

Fu l’ultimo suo pensiero cosciente..All’improvviso tutto divenne buio e silenzioso..

Non sapeva, quando potè riaprire gli occhi, quanto tempo fosse passato..non sentiva altro che il dolore lancinante alla testa, provando a muoversi scoprì di essere completamente paralizzato….Era in un automobile ..che correva a velocità folle su strade che lui non conosceva..

Si riappisolò un po’…l’effetto delle droghe..quando riaprì gli occhi, l’auto si era fermata..sotto una gigantesca ombra..un’astronave…immensa..Girò gli occhi per quel poco che poteva, per capire qualcosa di quel posto, quando gli cadde lo sguardo sul cartello  che tutte le navi erano obbligate ad esibire per indicare la partenza l’arrivo…e altre notizie…ma questa volta rilesse la scritta tre…quattro volte…prima che la sua mente rendesse coerente il messaggio…

Già, perché sul cartello c’era scritto, a titoli cubitali: ASTRONAVE BELLEROPHON, in partenza per Merak, Dubhe, Alcor, ed altri scali .

RIVOLGERSI AL COMMISSARIO DI BORDO.

Alberto si sentì morire…Il Lungo Viaggio…quelli erano nomi di stelle…Maledetti..l’avevano rapito..ma ..chi?! Perchè?!

La droga ricominciò a fare effetto e ricadde in un sonno malsano..

Fu una continua vibrazione a svegliarlo, alla fine…incessante, come un gigante che respirasse, profondo, inarrestabile….

Era steso su un lettuccio..in una specie..di che?! Un’infermieria…si sarebbe detto…e di una clinica di lusso..a quel che vedeva..file e file di armadietti scintillanti…un set completo per tutti i tipi di esame…comode poltrone….

Una porta si aprì ed un largo faccione gioviale spinse la testa nel locale…

“E come sta oggi il nostro ingegnere -cadetto..?! Spero non troppo male…”

Alberto non ci vide più..voleva uccidere qualcuno…e quel giovialone andava bene come un altro….”Maledetti..mi avete rapito..mi avete scaraventato nel Lung….”Ma a questo punto la testa gli ricadde sul cuscino…Troppo debole…

Il faccione allegro gli si avvicino’..sentendogli il polso, guardandogli l’occhio …con aria molto professionale..

Non fece il minimo caso al suo sfogo..:”Eh..piano piano…ti rimetterai, presto, ma ..riposo e pazienza..pazienza e riposo…questo è il segreto”.Mentre se ne stava andando si voltò…”Ah..io sono il dottor Asuki..Asu per gli amici…”fece un inchino molto Giapponese..”Per servirla..”

Inutile dilungarsi ancora..Cominciò così per Alberto la sua vita tra le stelle..Divisa tra la sete di vendetta e, suo malgrado, l’ammirazione per i mondi inimmaginabili per un “terragno”..loro lo chiamavano così..

E poi non erano poi tanto una ciurmaglia intenta a far soldi e ad accumulare tesori in vista di quando finalmente si sarebbero fermati…A quel che sapeva avevano già accumulato tante ricchezze da poter vivere due o tre vite da ricconi sfondati..

Invece continuavano..E lui, odiandoli tutti..non li capì fino a quando uno non gli citò proprio il suo poeta preferito..Alla fine di una discussione sull’inutilità del loro proseguire..uno, il secondo in comando..recitò”…Fatti non foste a viver come bruti….”

Detto in quel contesto era più che ridicolo..ma anche commovente..

Fu uno dei momenti più educativi..sulla strada di quell’iniziazione che Alberto non aveva voluto..che odiava con tutte le sue forze..ma che forse avrebbe potuto insegnargli tanto..

Un altro pensiero consolante era che ad ogni scalo, ad ogni sosta lentamente..lentamente ma ogni anno-luce di viaggio lo portava sempre più vicino ad Erika..passava le notti a calcolare quanta differenza di tempo ci sarebbe stata tra di loro al suo atterraggio..sarebbe stata una vecchietta…forse..ma non importava..l’avrebbe amata ancora di più…pensava agli splendidi regali che le avrebbe potuto fare con il ricavato del carico del Bellerophon..una piccola fortuna..e lui l’avrebbe spesa per lei..per loro due…

E si addormentava contento…si fa per dire…

Il comandante non lo vedeva quasi mai..nessuno lo conosceva bene..di sicuro il suo vero nome non era Lupo..dicevano fosse ungherese..reduce della guerra del 2651…

Quindi..avrebbe avuto..quanto?!Dio Santo..trecentoquarant’anni…

Guardava le stelle dai finestrini..con il loro canto abbagliante di  barbarico splendore sembravano ammaestrarlo..confortarlo quasi..Ormai le riconosceva una ad una:Sirio, azzurra e cangiante..la rossa Aldebaran…Canopo la bianca…forse la più bella..

Era un orfano adottato dalle stelle…e questo lo fece sopravvivere..

E finalmente ..finalmente ..rotta sulla Terra o, come la chiamavano i lupi dello spazio Sol III..

Ma comunque fosse..lui era di nuovo felice..Ora sorrideva di nuovo. E scherzava col dottore per le sue manie..col pilota per la sua passione per le antiche icone..

In uno di questi stati di grazia lo sorprese il comandante..”Signor Magnolfi..sono lieto di vederla sorridente….procuri di restare sempre così..”

Che voleva dire?!E poi l’aveva detto con uno sguardo..di pietà…Forse?!

Quando le porte della vecchia nave finalmente si aprirono lasciando entrare la fresca brezza di M.Morello, lui fu il primo a saltar giù…pochi minuti per farsi accreditare il gruzzolo cospicuo che gli spettava…e all’Amministratore che gli diceva arrivederci rispose con una smorfia…arrivederci?!Ma nemmeno per sogno..”Eh, non si sa mai..”fu la sibillina risposta del vecchio astronauta..

Ma appena fu in grado di avere sott’occhio tutto il panorama…il suo entusiasmo non potè che raffreddarsi un po’..nonostante tutto..

Già, perché, ovunque girasse lo sguardo..gli venivano incontro spezzoni anneriti…non poteva dire se case..alberi o altro ancora…

Brulle le colline un tempo smaglianti di verde e di olivi…

L’uomo che gli controllò i documenti nella guardiola al limite dello spazioporto..era simile al paesaggio:barba lunga..vestito logoro..l’aria stanca di chi ne ha viste troppe…”Eh..voi del Lungo Viaggio…sempre lassù. A vagabondare…mentre qui si muore, di fame..per le radiazioni…”

“Ma che è successo..?!”

L’uomo lo guardò stralunato…”Santo Dio..ma quanto tempo è stato lassù..?!La guerra, la guerra, amico mio..nessuno ricorda nemmeno il perché..ma ci ha devastati tutti…anche se è finita da cinquant’anni…la ripresa è lenta e..”..un sussurro…”forse non ci sarà più..”

Si può capire perché Alberto, all’uscita del cancello dello spazioporto, fosse abbastanza abbattuto..ma si riprese..era giovane e sicuramente la sua Erika lo aspettava….Ingenuo…

Saltò su un taxi, all’autista diede il nome “Villa Frescobaldi, per favore..”

Ma l’autista rimase fermo…”Villa che…mi dispiace..questo nome non l’ho mai sentito…”

Non che Alberto ci sperasse..ma fu un discreto colpo..”Ma a M.Beni mi ci può portare..?!”

Questa volta l’autista capì..”Certo..ma…non capisco cosa uno possa andarci a fare..ci sono solo baracche miserabili…”

Un’occhiataccia di Alberto..”Va bene, va bene..la porto subito..”

Man mano che si avvicinavano si potevano rivedere i tratti di quelle che furono le più belle colline del mondo….ma quasi irriconoscibili..

Fece fermare il taxi vicino a dove..a memoria..doveva sorgere la bella villa che lui conosceva tanto bene..Mentre la macchina si allontanava…lui rimase solo..solo davanti ad un enorme cratere..tutto quello che restava dei profumi, dei fiori e dei canti che avevano vivificato quell’angolo di paradiso..

Si riscosse…Erika…Erika…non poteva essere lontana…se lo sentiva dentro..

Fermò una vecchietta carica di legna…”I Frescobaldi..?!Mai sentiti..ma io sono qui da poco..”..chiederò un po’ in  giro..

Ritornò dopo un quarto d’ora..accompagnata da un’altra vecchia signora..ancora peggio in arnese..

“E’ lei che ha chiesto dei Frescobaldi..?!”e lo guardava sospettosa….

“Sì..”

“E perché li cerca..?!”

“Ehm…sono un vecchio amico di famiglia..”

“Così giovane?!”

“Sì…sono stato molto all’estero…”Non sapeva quant’era vicina alla verità quella stupida risposta..

Comunque la vecchia non ci fece caso..”Allora venga con me…ma non ne faccia parola..sa, dopo la rivoluzione questi nobili li cercano..li incolpano di tutto..Io ero al loro servizio..mi occupo della loro ultima discendente…nessuno al mondo ha la loro classe…Va beh..siamo arrivati…”

Apri un usciolo sgangherato…, salì le scale dicendo..”Sono io, contessa..non si preoccupi…”e a lui “Poverina, ha sempre paura di tutto..la tratti con dolcezza…è un po’ svanita, sa…alla sua età..”

La stanza era immersa nella penombra..davanti all’unica finestra una poltrona..e una figura ammantata di nero..

Una voce tremula..”Ah, sei tu Maria..?!Credevo fosse Alberto..mi aveva detto sarebbe tornato presto..ma è un po’ in ritardo..che bel giovanotto il mio figliolo, il giovane Alberto..tutte le giovani del vicinato se lo mangiavano con gli occhi…ma io lo aspetto ancora..”

“Non ci faccia caso signore..non si è mai sposata e nemmeno ha avuto figli..Ma ha sempre mantenuto la sua dignità in mezzo ad un mondo in sfacelo..”

“Chi c’è con te, Maria..?Fallo avvicinare…vorrei vederlo…”

“No..no, meglio che si riposi gli occhi…”e a lui.”.poveretta..è mezza cieca ma non vuole ammetterlo..”

“Hai ragione Maria, hai ragione..ma offri qualcosa al nostro ospite..forse gradirà un Brandy..In questo giorno umido..lo sento nelle ossa…tra poco pioverà..e il giovane Alberto non torna..non torna….”Continuò così come un disco rotto…

E Alberto fuggì..si precipitò giù dalle scale…fermandosi solo per dare alla vecchia manciate e manciate di soldi..

“Basta basta signore..è troppo…”ma lui non si fermava…per lui non avevano più nessun valore..

“Allora grazie..grazie signore..serviranno per far stare un po’ meglio quella poveretta..”

Si allontanò lasciandolo nel buio..

Lui alzò lo sguardo verso il cielo…che brulicava di stelle…”E così avete fatto anche di me il vostro schiavo..e ora sono anch’io un Paria…senza Patria e senza tempo..”

Sentì una goccia bagnargli il naso..poi un’altra..e un’altra ancora…Lei aveva detto che sarebbe piovuto..

Fiori che parlano

Fiori – di Nadia Peruzzi


C’è un fiore che mi rappresenta di più? Uno che mi sta più a cuore? Me lo sto chiedendo da quando ho visto tutta la sequenza di foto magnifiche sul nostro gruppo di Matite.
Per quanto ci provi, non riesco ad eleggerne uno in particolare. Li amo tutti, mi emozionano tutti per motivi diversi ma complementari.
Ognuno a suo modo esprime la ricchezza della natura. Sia che si tratti del più comune che spunta nei campi in solitudine o in gruppo, senza alcun aiuto da parte degli umani, e per merito di un’ape sbarazzina ,del vento, dell’aria, del sole o della pioggia che bagna e ristora.
Che siano semplici, comuni o pregiati esempi di mondi ed habitat lontani che abbiamo addomesticato come le orchidee ognuno racconta una storia potente che porta gioia ,arricchisce regalando sensazioni.
Parlano i fiori a chi li sa ascoltare.
A seconda dei colori da una semplice rosa deriva la descrizione di sentimenti che più umani non possono essere. Rosso, passione. Giallo, vivacità e più di un pizzico di gelosia. Bianco, purezza e spiritualità.
Un papavero rosso messo all’occhiello in un tempo lontano e sotto il regime fascista era l’evidenza di una ribellione che covava sotto un consenso che più asfissiante non poteva essere. Spesso era causa di bastonature e indigestione di olio di ricino, ma come per la Fenice gli antifascisti non cessavano di farlo risorgere mettendolo di nuovo al suo posto come gesto di sfida.
Anche dopo e pure in un contesto diverso e insieme a delle papere in una canzone i papaveri erano in grado di far sentire la loro carica di rottura di uno schema attraverso una bella satira di tipo politico.

foto di Nadia Peruzzi


Il Primo Maggio francese regala a tutti mazzolini di mughetto. Non c’è semaforo o incrocio anche fuori dalle grandi città che non veda gruppi di volontari pronti a offrirli a chi passa.
È capitato anche a me di riceverne uno di questi mazzetti delicati e profumati. Bonne chance, buona fortuna il motto di accompagnamento. Un dirselo con i fiori che superava i confini, aveva un significato universale e andava oltre il gesto fra chi me lo donava e me. 

foto di Mimma Caravaggi


I prati di montagna nel rigoglio estivo conquistano per diversità di tipi, colori, profumi. Un mix che trovo senza uguali. In prati così ti viene voglia di farci un tuffo per nuotarci dentro. Povero Zio Paperone che il mondo lo vede dall’interno del suo deposito pieno di dollari e il bagno lo fa circondato da monete luccicanti di freddo e insensibile metallo.
Mentre scrivo getto un occhio di riguardo alle mie orchidee e ogni volta che lo faccio mi dico che vorrei poter una volta o l’altra trovarmi immersa in un bosco colorato dalle loro mille e mille sfumature. Si fa sempre più difficile andare a pescarne qualcuno a giro per il mondo di questi tempi e allora accontentiamoci di vederle rinascere anno per anno. Lo considero un regalo per aver trovato dopo alcuni tentativi falliti ,un posto pieno di luce che a quanto pare le fa star bene.

Bouquet da sposa

Il bouquet da sposa – di Gabriella Crisafulli

foto di Cecilia

Quella mattina aveva aperto gli occhi alle prime luci dell’alba.

Si era destata al muggito dei buoi ed era molto stupita.

C’erano le stalle in quel resort a molte stelle?

Aveva detto qualcosa a sua sorella che dormiva accanto ma lei non si era accorta di nulla.

Faticava a riaddormentarsi perché l’eccitazione era troppo forte: era il giorno del suo matrimonio ed era follemente felice.

A tanti anni di distanza non ricordava tutto di quell’evento ma una cosa le era rimasta dentro.

Dopo il rinfresco con parenti e amici, erano andati via in automobile da Rimaggio in direzione di Firenze, lungo la strada che segue il percorso del fiume.

Al bivio, al n°1 di via Villamagna, appena sorpassata la villa “La Vagaloggia” che copriva la vista del fiume, gli aveva chiesto di accostare a destra. Era scesa, si era affacciata alla spalletta e aveva affidato alle acque il suo mazzolino da sposa: non voleva vederlo appassire. 

Adesso sapeva che al momento giusto si sarebbe tuffata e lo avrebbe ripescato.

Era rimasto intatto, ne era certa, e lo avrebbe portato al suo amore.

La scoperta dei fiori

Incontro – di Gabriella Crisafulli

foto di Carmela De Pilla, Patrizia Fusi e Lucia Bettoni

Il viaggio era stato lungo e fumoso con la locomotiva che per tutto il percorso aveva sbuffato una nuvola nera dalla ciminiera.

La zia abitava davvero lontano.

In quel viaggio dei suoi dieci anni scoprì molte cose, che lei, chiusa in una caserma, non aveva mai visto.

La casa dove la zia viveva con la famiglia era molto diversa dalle abitazioni conosciute fino ad allora. Non era un appartamento, non era una villa, non era un edificio imponente e massiccio come una caserma.

Era un fabbricato inserito in una serie di residenze unifamiliari a schiera affacciate sul lungomare dove al pianterreno si trovavano soggiorno e cucina mentre al primo piano erano disposte le camere da letto e i servizi. Ma la cosa più sorprendente per lei fu rendersi conto che una casa poteva avere un giardino. Infatti sul retro ce n’era uno, grande, disordinato, affollato, fitto di alberi e di aiuole.

Fu allora che scoprì l’esistenza dei fiori.

C’erano dalie, zinie, gerbere, gigli, … e, arrampicati in fondo, contro la collina, buganvillea e gelsomino.

Per lei che veniva dalla fatica del ritrovamento di timide primule e delicati mughetti nascosti nelle pieghe del terreno, da rintracciare con impegno nelle rare passeggiate e anche dalle trionfanti ortensie coltivate in residenze signorili, tutti fiori privi di odore e dai colori tenui, vedere quell’esplosioni di tinte forti e di profumi intensi significò capire che quello era un altro mondo.

Ci sarebbe ritornata in quel mondo una decina d’anni dopo.

In un mondo dove i fiori, gli animali e le persone si curano e si crescono per quelli che sono, in un dialogo fatto di rispetto, di amore e di cura che mantiene vivi.

Ci sarebbe rimasta a lungo.

Ma adesso era davvero troppo doloroso ricordare.

foto di Nadia Peruzzi

«C’è un salice che cresce storto sul ruscello e specchia le sue foglie canute nella vitrea corrente; laggiù lei intrecciava ghirlande fantastiche di ranuncoli, di ortiche, di margherite, e lunghi fiori color porpora cui i pastori sboccati danno un nome più indecente, ma che le nostre illibate fanciulle chiamano dita di morto.
Lì, sui rami pendenti mentre s’arrampicava per appendere le sue coroncine, un ramoscello maligno si spezzò, e giù caddero i suoi verdi trofei e lei stessa nel piangente ruscello.
Le sue vesti si gonfiarono, e come una sirena per un poco la sorressero, mentre cantava brani di canzoni antiche, come una ignara del suo stesso rischio, o come una creatura nata e formata per quell’elemento. Ma non poté durare a lungo, finché le sue vesti, pesanti dal loro imbeversi, trassero la povera infelice dalle sue melodie alla morte fangosa.»
(Amleto, Atto IV, scena VII)

Dove c’è un fiore c’è casa

I fiori del nostro giardino – di Tina Conti

foto di Tina Conti e Cecilia

FORSE PERCHÉ SONO NATO POVERO, DA ME NON C’ERANO FIORI.  LA PRIMA A PORTARMENE, E’ STATA BELLA……………POI IN FRANCIA ………….SI PUÒ RIFLETTERE E PENSARE A LUNGO SUL SENSO DEI  FIORI, MA PER ME SONO LA VITA STESSA NELLA SUA SMAGLIANTE FELICITÀ. NON È POSSIBILE  FARE A MENO DEI FIORI. I FIORI POSSONO  FARE DIMENTICARE UN MOMENTO DRAMMATICO, MA POSSONO ANCHE RIEVOCARLO…..”

                                 Marc Chagall   1931 

Nelle opere di Chagall , ci sono sempre  mazzi di fiori, mi sono accorta che anche nella mia vita i fiori sono  importanti.

Nel bicchierino vuoto del gelato, in una vecchia bottiglietta, nella scatola di latta arrugginita, la mia casa di bambina e quella di adulta si è sempre scaldata con un piccolo mazzolino.

Anche quando sono in viaggio mi ritrovo in albergo con un ciuffo  di fiori nel bicchiere, è diventato un gesto indispensabile. Per sentire. La pace nel cuore e la sicurezza  protettiva della natura.

Quando sono in un posto nuovo, ho chiara la consapevolezza del tipo di piante e fiori che ho incontrato.

Mi piace condividere questa passione  e sperimentare l’allevamento di piante che possono adattarsi al clima del mio habitat.

I giardinieri sono stati i miei primi amori, mi sembrava magia quello che facevano con le piante, e immagazzinavo tutte le indicazioni possibili per  impadronirmi dei loro segreti.

Il mio babbo, nel suo orto, dedicava spazi marginali  ai suoi fiori.

Il lilla’, una rosa rampicante, le dalie, qualche giacinto.

Erano i fiori che la domenica, accompagnati da  rametti verdi, portava al cimitero, al fratello, alla mamma.

Non si compravano fiori, si curavano e si crescevano, era un atto d’amore che durava una stagione, era un dialogo che rimaneva vivo.

Queste consuetudini restano, si assorbono senza esserne consapevoli.

Io porto  i fiori come un messaggio, un collegamento con la casa, la famiglia, la stagione, i ricordi e l’affetto, li sistemo  con raccoglimento lasciando un pezzo di vita e ascoltando i ricordi e le emozioni.

Se non ho fatto in tempo e devo comprarli, non mi sento a posto, mi piace portare i fiori del  nostro giardino, piante che trasportano amore e gratitudine.

Fiori di rosmarino

Fiori di rosmarino – di Carla Faggi

foto di Carla Faggi

Piccoli petali scaruffati, non allineati, viola pallido, celeste, lilla, non saprei definire il colore, ma di una cosa sono certa è un colore delicato e trasparente come l’acqua del mare.

Piccoli fiori fragili che vicini e raggruppati sanno stare insieme e insieme fanno un rametto fantastico di fiori e foglioline e insieme sono forti, robusti e coloratissimi…..

e insieme fiori e foglioline sanno distribuire a chi ne ha bisogno tutto quello che possiedono, la loro bellezza le loro proprietà benefiche, il loro aroma ed il loro profumo.

Le foglioline sono aghiformi ma la loro punta è arrotondata, sono tantissime e insieme ai tantissimi fiori creano degli arbusti resistenti , puoi strapparne un ramo , ma la pianta del rosmarino resta lì, tenace, forte e robusta.

A chi dedico questo fiore, questa pianta del rosmarino?

La dedico a tutti quegli uomini che sanno piangere davanti ad un film, che sanno dare tutto quello che possono perchè solo insieme agli altri si costruisce un mondo migliore….

che sono coloratissimi e trasparenti perchè la bellezza dei nostri sentimenti, chi vuole può percepirla, che sanno che si può proteggere con le punte arrotondate e con la condivisione.

Grazie babbo che hai fatto parte di questi uomini.

Un mazzo di fiori di campo

Mazzo di fiori – di Patrizia Fusi

foto di Patrizia Fusi

Vorrei poter portare un bel mazzo di fiori di campo, colorati e profumati a mia mamma, per ringraziarla per tutto quello che ha fatto per me e per tutta la famiglia, e chiederle scusa di non averla capita prima.

Ora che sono vecchia ho riflettuto tanto su di lei e ho capito i valori che mi ha trasmesso senza dirmi parole ma seminando dentro di me, con gesti quotidiani e con l’esempio. Semi che tenevo dentro anche quando la contestavo, erano dormienti, ma piano piano sono venuti fuori e ho iniziato a seguire la mia, di famiglia, seguendo il suo esempio.

Vorrei che il mio mazzo fosse di fiori semplici, dal più piccolo che si trova nei prati, nei campi o lungo i bordi delle strade o nelle macchie, come le manine di Gesù di un color giallo e rosa tenue, ai fiori più complicati: la calla così elegante nel suo fiore bianco con il pistillo giallo e le belle foglie verdi grandi come ali, fino ai lilium, alle rose profumate, ai gigli, ai tulipani e alle dalie che non usano più….

Vorrei che portarle questo mazzo fosse un momento di gioia.

Per lei e per me.


Il Tempo

Il Tempo – di Simone Rovida

Testo registrato direttamente dall’intervento di Simone Rovida sul Tempo, il giorno 4 aprile 2017, al Monastero Dell’Incontro, riservato al gruppo delle Matite

Sant’Agostino uno dei padri fondatori del pensiero cristiano, ha scritto una delle più importanti riflessioni sul tempo.

Siamo alla fine dell’antichità eppure dice:  “Cos’è il tempo? Chi saprebbe spiegarlo in forma  piana e breve? Chi saprebbe formarsene anche solo il concetto  nella mente   per poi esprimerlo a parole? Eppure quale parola più familiare e nota del tempo ritorna nelle nostre conversazioni? Che cos’è il tempo? Se  nessuno mi interroga io lo so, se volessi spiegarlo a chi mi interroga, non lo so. Quindi non possiamo parlare con verità dell’esistenza del tempo”.

Ha ragione S. Agostino. Quante frasi  ci sono comuni: non ho tempo, ho fatto tardi, ho perso tempo, il domani, il passato….ma se chiedessi: chi può definire  il tempo?

Abbiamo bisogno di capire, di dare il nome alle cose, come ha fatto Adamo. E se volessimo dare un significato al tempo come lo potremmo definire?…..e poi il tempo esiste?

(Germana: è un miscuglio di umori, siamo fatti di tempo, il tempo esiste dentro di noi.)

Nella storia dell’umanità sono state date spiegazioni diverse. E’ un tema aperto, non c’è nulla che non sia stato detto e nulla che non sia stato considerato vero o considerato falso.  I filosofi si sono chiesti: forse il tempo esiste perché esistiamo noi? Lo abbiamo inventato noi?

(Aldo: il tempo è una definizione convenzionale che usiamo per definire qualcosa che non si può percepire con i sensi ma che ci riguarda sempre. Viviamo in questa bolla che abbiamo voluto definire con questa parola)

C’è chi ha considerato il tempo come qualcosa che vive dentro di noi, ma abbiamo bisogno di capire qualsiasi cosa e dare anche un nome e lo diamo anche a ciò che è immateriale. Spesso pensiamo a qualcosa di astratto come se fosse materiale. E lo facciamo anche col tempo. Io sego il tempo quando dico: passato, presente, futuro, ma di fatto queste tre cose non esistono. Consideriamo con regole materiali quello che materiale non  è.

Per esempio riusciamo a capire l’infinito?

Il problema dell’essere umano è riuscire a concepire qualcosa che è astratto. Non abbiamo percezione dell’infinito. Lo capiamo attraverso la ragione, i calcoli, l’astrazione, ma la concretezza dell’esperienza ci manca.

Siamo esseri meravigliosi ma di fronte a problemi così vasti, come il tempo, non riusciamo ad essere del tutto convinti. Pensiamo il tempo come a qualcosa di concreto su cui agiamo in modo concreto. Per questo lo tagliamo, come dice l’etimologia della parola. Il passato, il presente, il futuro sono sezioni di qualcosa che in realtà non è concreto.

Vediamo le possibili  forme del tempo.

Un cerchio.

E’ una linea che delimita uno spazio, che si ripete, (Germana ci vede una cosa chiusa, non ci vede prospettiva.  Cecilia: se si guarda il dentro si vede il limite, se si guarda il fuori si vede l’infinito. Dipende dagli occhi con cui si guarda. )

Fuori è infinito. Dentro? (Aldo: c’è il presente)

Si aprono considerazioni anche su altro, per esempio l’anima. Il cammino è cosa c’è al di là di quello di cui possiamo avere esperienza diretta?  (Cecilia: la parola “sempre” è l’infinito) Siamo talmente cocciuti che cerchiamo di definire con parole anche quello di cui non abbiamo competenza. La creiamo noi e poi ci crediamo. Il tempo lo si racconta. Non esiste ma ne parliamo.  (Cecilia anche il tagliare in epoche: passato, presente, futuro è una nostra umana volontà, lo decidiamo noi dove porre il taglio)

Con il cerchio hanno definito il tempo i primi filosofi. Qualcuno ha detto che il non tempo è il divino.

Eterno è il tempo dell’assoluto, del divino, il nostro pensiero non lo concepisce. Si accetta per fede.

Dio non ha né inizio né fine, il suo segno è il cerchio. In un cerchio è impossibile trovare inizio e fine. Il centro è l’essere, ciò che non nasce mai, non muore mai. E’ l’essere, un’astrazione che si accetta per razionalità.

Anche Dante ne parlava: il Motore Eterno. Il tempo delle cose divine.

Altro segno è:

Il tempo che si ripete. Una sequenza con una freccia. Alti e bassi, corsi e ricorsi della storia, fasi, alternanza.

Concezione successiva del tempo, già più complessa.

 Di Platone e Aristotele, il tempo ciclico. Circolare non vuol dire ciclico. Il movimento esiste se c’è una spinta iniziale. Questo è un movimento ciclico, questi filosofi credevano che il tempo ricominciasse.  Il tempo diventa esperienza quotidiana. Si domandano cos’è l’agire, cosa sono le esperienze. Il tempo non è più solo un concetto astratto, ma entra nella quotidianità.  Anche quando si torna indietro in realtà andiamo in una direzione. Non siamo fermi.

Nella nostra vita pensiamo alle stagioni. Anche se sono sempre diverse, siamo noi a credere che torni  LA primavera sempre uguale. Le stagioni in realtà sono sempre diverse. Ci piace pensare alle quattro stagioni, in realtà sono diverse….forse non sono quattro…

Il movimento ci riguarda più da vicino, non si tratta più di un tempo astratto lontano dall’uomo.

Questo tempo è l’Evum.  C’è un corpo che muore ma un concetto che resta. Per esempio la Chiesa lo adatta al concetto del Papa. Il papa muore ma non la sua essenza. Ma anche il re vive della stessa concezione. Il re muore ma la regalità resta.

La vera novità del pensiero cristiano riguardo al tempo è stata il campanile. Le torri campanarie rappresentano la nostra municipalità. Si cominciano a costruire campanili. Poi gli orologi meccanici. L’idea rivoluzionaria è che non solo il campanile scandisce la liturgia, ma anche il lavoro. Per la prima volta nella storia dell’uomo il tempo si può possedere. Il tempo diventa tuo perché la campana e l’orologio ci danno il tempo nostro. Ogni singolo individuo può avere tempo. Il tempo è denaro nasce in questo periodo. Si scende dalle grandi considerazioni e si scende nel pratico. Siamo nel  XII-XIII secolo

Altro segno: un punto

Può essere un centro, mi proietta nell’infinito. Il piano è infinito perché formato da infiniti punti.

I grandi filosofi greci rappresentano il tempo con un punto. Kairòs. E’ il momento, è l’occasione,  è l’esserci ora. In questo momento sento l’assoluto. L’essere umano anela a questo momento. C’è chi dice che è nell’attesa che si consuma il massimo del piacere. Si dà per la prima volta un’interpretazione qualitativa e non quantitativa del tempo. Cerchio o linea sono quantità. Il punto è il tempo-occasione, è il tempo nostro. L’essere umano crede di aver raggiunto il suo obiettivo. E’ il momento….. ma è occasionale. C’è il punto anche nell’ortografia  e indica una scelta.

(Germana: Un punto può essere anche un addio, qualcosa che finisce per sempre)

(Aldo: nasce e muore lì)

(Cecilia: quando si mette punto e a capo, il valore di quel punto è che decidiamo dove finire qualcosa. Decidiamo mettendo un punto)

(Aldo: nel momento in cui finisce ricomincia qualcosa d’altro visto che il tempo non si può fermare)

Questo è un concetto caro al Romanticismo. Aneliamo a qualcosa di perfetto che non raggiungiamo.

Qui è più difficile pensare al movimento. Il punto è fermo.

(Lorenza: forse il concetto giorno-notte rientra in questo concetto e vale per tutti, dall’inizio del mondo)

In realtà parliamo del tempo ma forse parliamo invece di spazio. I disegni che stiamo guardando sono “spazio”. Non riusciamo a scorporare tempo e spazio. Qualcuno dice allora il tempo è spazio?

Il sole è il primo datore di tempo, nasce dal sole la nostra percezione di tempo. Ma il sole è anche spazio.

Il tempo produce effetti su di noi, che vediamo. Il primo effetto che vediamo è l’alternanza notte giorno.

Perdere tempo, non c’è tempo, non abbiamo tempo……sempre, come in queste espressioni,  c’è una relazione con qualcosa d’altro.

Tutti i filosofi si sono occupati del tempo non venendone mai a capo.

Quello che avete detto è che kairòs è il tempo della scelta.

Vi parlo di Seneca, che dice: il sapiente è quello che ha consapevolezza, è quello che riesce a capire che il tempo è una questione di scelte” Seguendo la ragione l’uomo fa il bene. È anche una scelta morale dunque. 

L’uomo si comporta bene quando si comporta secondo ragione. Il sapiente è chi si rende conto che il tempo è una questione di scelta. In questo momento è giusto fare o non fare questa scelta. Altrimenti si pensa il tempo come qualcosa di concreto. Seneca distingue gli uomini in due categorie:

 occupatus è chi fa cose per sentirsi il tempo dentro, è chi fa tante cose, chi si sente obbligato.

Il quiescens aspetta lo scorrere del tempo senza fare scelte. Amleto rappresenta questo soggetto. Chi non sceglie rappresenta  un’aberrazione. Chi è saggio sceglie ed è l’unico modo per essere felici.

(Stefania si può essere obbligati ad essere in un modo o nell’altro ma l’importante è la consapevolezza di quello che si fa)

L’unica cosa per Seneca che conta è essere qua ora.

Il passato non mi tocca più, il futuro ancora non mi tocca. Può essere una posizione contestabile anche se l’ha detto Seneca. Quello che conta è un presente infinito. Ogni momento che faccio una scelta è un Kairòs che mi può aprire porte infinite.

Altro segno è: un inizio che va verso qualcosa. Linea retta

E’ il tempo finito, lineare. Non è né circolare, né ciclico…è un tempo finito. E’ il più facile da comprendere.

Tempo medievale. Si distingue il tempo dell’uomo(finito) e il tempo divino (infinito)

E’ ciò che nasce, cresce e muore. E’ il tempo occidentale. Si agisce in vista di uno scopo unico. E’ ben direzionato e lo possiamo dividere. E’ una rappresentazione quantitativa: c’è oggi, ieri e domani.

E’ un tempo irreversibile, non si torna indietro, si può solo andare avanti. E’ il tempo biologico.

L’ultimo è tra 1500-600.

Segno:

E’ un tempo spiraliforme, la visione moderna.

Rappresentazione più complicata del tempo. Quando ci si convince che è il sole al centro dell’universo tutto viene sconvolto. Tutte le categorie del tempo vengono sconvolte. Crollano le divisioni ben separate di tempo, si mescolano. Il concetto di tempo si confonde, può essere l’infinitamente grande ma anche l’infinitamente piccolo,  non è un motore immobile, può essere un movimento perenne, può essere il tempo di Dio e della Natura.  Giordano Bruno, Galileo Galilei sono i pensatori d questo periodo…..è stata la crisi delle certezze. Il tempo ritorna ma è diverso, c’è chi parla dell’eterno ritorno dell’uguale.

E’ il tempo moderno, come concepiamo oggi l’infinito. E’ il tempo di una cosa come il mare perché quando diciamo “vado al mare” pensiamo a qualcosa che crediamo sempre lì. Lo vediamo sempre uguale,  fatto di acqua, con un moto ondoso, poeticamente percepiamo “le onde del mare”, ma ogni onda è unica, ognuna è diversa e quando ha finito ha finito. Lo percepiamo come unità che si muove, e  ci dà l’idea di eterno, di qualcosa che si ripete e che si trasforma. E’ perenne o è finito? E’ tutte e due le cose: è la vertigine della concezione moderna del tempo.  

Non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume anche se il fiume rimane quello.

Essere e divenire sono la stessa cosa

Poi si arriva a Einstein. Si arriva al concetto velocità-tempo e al fatto che aumentando la velocità diminuisce il tempo. Addirittura si arriva alla teoria che si possa tornare indietro nel tempo variando la velocità.

E’ il clima in cui ha vissuto Shakespeare. Montaigne dice che quello che posso fare è solo raccontare la mia testimonianza di un passaggio, non posso raccontare l’essenza delle cose. Non si racconta l’essenza ma il passaggio.

Shakespeare nel monologo finale di Macbeth dice: ”E Domani e  domani e domani,  Il tempo striscia fino all’ultima sillaba del tempo registrato (concesso) ” e ancora dice che “il tempo è la vita di un attore che strilla sul palcoscenico di cui dopo non si saprà più nulla”. E ancora “la vita è il racconto di un idiota che non significa niente”.

Tutto quello che posso fare rispetto al tempo è raccontarlo. Anche Shakespeare dice che ci è concesso un tempo e lo viviamo finché arriviamo all’ultima sillaba e usa questo termine, lo sceglie, non dice goccia o punto.  

Nel monologo finale di Macbeth Shakespeare dice che forse dopo la morte non ci sarà nulla ma quello che conta è vivere  la sillaba del tempo che abbiamo avuto. Il tempo è un racconto. Il tempo lo posso solo raccontare e basta. Non lo posso capire, non lo posso spiegare, rischio che non esista e allora l’unica cosa possibile è che ne posso parlare, lo posso raccontare. Il tempo è una costruzione narrativa. Per poterlo raccontare, per poterne parlare l’evento deve essere concluso, finito. Non possiamo scrivere di qualcosa che stiamo ancora vivendo. Scrivere implica un momento successivo a quello in cui lo abbiamo vissuto. Ogni storia si può solo raccontare dalla fine, infatti per scrivere ci si volta indietro e si sceglie un inizio, una fine e un corpo centrale di qualcosa che è già accaduto.

Quindi possiamo dire con Shakespeare che quello che conta è la parola e il racconto. Il tempo esiste nelle storie dove necessariamente lo scrittore o il narratore  deve muoversi  in un prima e in un dopo.

 L’uomo dunque, forse, è il solo vero inventore del tempo.

Fiori di campo

Fiori di campo – di Sandra Conticini

foto di Cecilia, Sandra, Patrizia, Tina

I fiori più belli, per me, sono i fiori di campo, anemoni, tromboncini, fresie, giacintini, che nascono nei campi e, anche se sembrano fragili, reggono l’acqua, il sole, il vento e spesso  l’ultima neve di stagione. Annunciano la primavera e

l’ inizio della rinascita.

Altri fiori a cui sono molto legata sono i garofanini profumati bianchi,  perchè erano nel giardino del nonno e, quando andavo a scuola e arrivava maggio, mese della Madonna, tutti i giorni la maestra, insieme al rosario, ci faceva portare un fiore con un bigliettino attaccato dove dovevamo scrivere il fioretto che avevamo fatto quel giorno. Io spesso portavo i fiori di quel giardino che potevano esssere o  roselline rosse o garofanini.

Un messaggio fiorito – di Sandra Conticini

Vorrei ricoprirti di fiori, quei fiori semplici, che tante volte abbiamo raccolto insieme. I nostri fiori di tutti i colori: gialli, bianchi, rossi, pervinca e profumati come eri te quando ti stringevi e ti stringi a me in cerca di conforto.

Vorrei poter correre ancora insieme, ridendo a crepapelle e vedere chi arriva prima a cogliere il fiore più bello e più lontano, ma il fiore più bello sei te e io sono e sarò sempre qui ad ascoltarti e a darti aiuto in caso di bisogno.

Un grandissimo abbraccio!!!!