Dove sono stata questi tre giorni

di Cecilia Trinci

Ero con i miei bambini.

Nonna assoluta. Tempo pieno. Minestrine e bocconcini buoni, giochi per terra, nel parco, tra l’erba, sui tappeti, in cucina, un brulicar di “nonna nonna, dov’è nonna?” E pannolini e fughe a piedi nudi per non farsi acchiappare e cambiare e nanne non fatte per giocare di più e segreti tra fratellini solidali per organizzare qualche dispettuccio “a squadra”, e fagottini abbracciati in collo e “vieni giù” e “salta su….tanto nonna ce la fai!” Nascondino! Pallone! acchiappino! e poi notti ad ascoltare il respiro regolare, a coprire braccini scoperti cercando di capire da che parte è la testina bionda.

Momenti rari, che restano impressi, che ci divertiamo a rivivere anche dopo che sono spariti di nuovo nelle loro case, con una scia di sacchetti e giocattoli imperdibili e grida per sentire l’eco delle loro vocine per le scale…..

La pandemia è stato un attentato a questa ricchezza. Dovremmo pensarci, dopo, ricordare. I nonni non durano molto, lasciano la strada….. eppure in qualche modo restano sempre.

Momenti, giornate, incontri, abbracci…che nel ricordo saranno le figure dei loro nonni, quei personaggi strani a metà tra genitori e amici.

Momenti da non perdere perché in loro non si perderanno mai.

Un oggetto, un amore

Amoremio – di Rossella Gallori

foto e anello di Rossella Gallori

L’ho visto andare, tornare, riandare e ritornare, nascosto nel seno poco evidente di mia madre, non capivo bene per dove, perchè se ne separava  così a lungo, afferravo poco, quell’ aria di trionfo…quando lo riportava a casa ed appoggiandolo sul tavolo in salotto, diceva: ce l’ho fatta….l’ho  riportato a casa!… Poi prendeva un batuffolo di cotone, un po’ di alcool, ed accarezzandolo con lo sguardo, lo strofinava con rabbia e gioia…riapriva il portagioie e lo rimetteva a “nanna” sperando che la “prossima volta” non arrivasse mai…

Ed arrivava, la volta, inesorabile, puntuale…ed io mi innamoravo sempre di più di lui….e più capivo e più soffrivo, nell’attesa, tra un viaggio e l’ altro, i miei dubbi crescevano a dismisura..e se non fosse tornato?..e se lo avessi visto a passeggio per strada su mani estranee, no non avrei retto al dolore.

Lui, era, ed è, l’anello di fidanzamento che mia madre aveva regalato a mio padre, in quel famoso “38 nuvoloso” . Bello, solido, maschio, uno zaffiro per bocca, due brillantini, per occhi…

Credo sia stata la prima cosa che ho visto appena ho aperto gli occhi, la mano abbronzata del babbo, quell’anello, ed i suoi occhi…

Per molto tempo ho creduto di averglielo regalato, in fondo la sua fidanzata, ero io, mica lei…baciavo la sue dita “turmaccose”  e l’anello mi strizzava l’occhio ammiccando amore…

Quando le mani del babbo non hanno accarezzato più la mia testa vuota e piena  di onde ramate, lui, l’anello  è rimasto con noi…ogni tanto andava in vacanza al banco dei pegni, ma tornava…ed io lo amavo sempre più…un amore morboso, non per il gioiello, ma per quel che mi ricordava, per il profumo che immaginavo avesse, per le carezze lontane, ma ancora tiepide  d’amore.

Quando sono andata via di casa, la mamma lo ha dato a me…Non doveva più fare strani viaggi, erano finiti, quei tempi…

Lo amo è un rapporto fisico, vivo, sempre nuovo, di meraviglia, io invecchio, lui no, lui brilla, io sempre meno, ne sono gelosa al punto tale, di portarlo raramente, di nasconderlo agli altri, in fondo non sono una bella cornice le mie mani, non lo valorizzano, ma quando lo metto mi batte il cuore, ed ho, in bilico sull’ anulare, un sogno, miliardi di parole, centinaia di canzoni, una casa, una voce, un profumo, certezze….sogni veri, sogni inventati…ed il mio cuore batte, forte e parla…parla..ripete in coro, con il magico anello, quasi gridando: ti amo! Ti amo..io lo bacio e rispondo: Io di più, di più…

PS: l’ultima volta l’ ho messo quattro anni fa…al matrimonio di mia figlia…lui: testimone di tutto…

Innamorarsi perdutamente

Folle amore – di Lucia Bettoni

foto e orologio di Lucia Bettoni

Erano gli anni ottanta, la metà degli anni ottanta
Ero innamorata e mi innamoravo
Ero felice, avevo fatto una scelta importante e coraggiosa
Avevo attraverso il dolore ed ero ancora viva
Ero orgogliosa di me; libera e in libertà amavo, amavo anche gli oggetti
Non ero interessata al loro uso o al perché erano stati concepiti, io amavo la loro forma, la loro forza estetica
Era la forma che mi rapiva , che mi faceva sciogliere il cuore, che mi faceva tremare un po’ le gambe e sentire un impulso irresistibile che mi diceva: sei bello , voglio fare l’amore con te
Quando volevo rilassarmi e perdermi andavo spesso al mercato delle Pulci
Giravo e giravo tra gli stretti corridoi tra un negozietto e un altro ma soprattutto guardavo tra le cose messe alla rinfusa davanti alle porte: erano le cose meno importanti, meno costose
Io avevo pochi soldi e quelli che avevo non potevo destinarli a cose superflue
Mi accontentavo di comprare vecchie cartoline un po’ ingiallite raffiguranti svenevoli signorine anni trenta che fumavano sigarette con lunghi bocchini e lanciavano sguardi sensuali da sotto i cappellini con piume e perline
Le mettevo in bagno, avevo tappezzato il bagno con le mie vecchie cartoline
Un giorno di questi lo vidi: non era fuori tra le cose da niente ma dentro appoggiato in bella mostra sopra un mobile d’epoca
Era un orologio, un orologio da tavolo grande, strano, particolare, ingombrante, elegante, colorato, un po’ kitch, era un orologio di ceramica.
Non avevo mai amato un orologio, lui era il mio primo.
Fu amore al primo sguardo, il colpo di fulmine che non lascia via d’uscita.
La sua forma e il suo colore mi erano entrati negli occhi e nella pelle, mi guardava ed emanava una forza magnetica.
Era a portata di mano, mi voleva, lo volevo ma non avevo soldi e costava tanto, costava centonovantamila lire, lo ricordo come se fosse ieri.
Era una cifra astronomica, non potevo, non era possibile, dovevo rinunciare
Sono tornata a casa ed è  passata una notte.
Il giorno dopo ero di nuovo lì con centonovantamila lire in mano: i miei risparmi, praticamente tutti.
L’ho portato a casa, l’ho pulito, lavato, guardato e guardato ancora
Era proprio lui che volevo, era proprio di lui che avevo bisogno.
Uno strano orologio che non misurava più il tempo che non avrebbe mai misurato il tempo perché lui era bello così, senza misura.
Da più di trentacinque anni è con me e si lascia guardare oggi come allora, a ricordarmi quanto è bello fare una pazzia per ciò che si ama

Incontro virtuale – 30 marzo 2021

con Cecilia Trinci

Incontro dedicato alla discussione sugli scritti della settimana e sulle implicazioni psicologiche di alcuni temi, come quello del risveglio notturno alle quattro, ora molto difficile anche dal punto di vista biologico, e del tradimento come fuga dalla morte splendidamente espressi da Vanna a cui si è aggiunto il tema dei talismani e degli oggetti carichi di energia.

Ci si può innamorare di un oggetto? Secondo Lucia è possibile, mentre secondo altri pareri non è proprio facile…

Questo potrebbe essere comunque un bello spunto letterario.

Intanto ci impegneremo sulla descrizione di un personaggio, partendo da elementi definiti e uguali per tutti:

CHI E?

In una giacca unisex abbandonata si sono ritrovati nelle tasche i seguenti indizi:

Un biglietto di sola andata Roma_Torino

Uno scontrino di un bar di Firenze di 5,80 euro

Un fazzoletto di carta con un indirizzo email

Una fede d’oro

Una carta socio dell’Accademia La Colombaria

Una foto di gruppo spezzata in quattro pezzi

Un tacco a spillo di una scarpa da donna

Il tempo e gli oggetti

L’ADDIO A XARA – di Mimma Caravaggi

foto di Mimma Caravaggi

E’ andata! Ieri 29 marzo abbiamo accompagnato Xara nel suo ultimo viaggio in PARADISO a Vallina. E’ si, Xara verrà demolita dopo 22 anni  di onorato servizio . Nonostante non mi sia mai piaciuta molto anzi direi per nulla, devo ammettere che la Supposta, così la chiamavo per via della sua forma allungata, ha fatto un onorato servizio e avrebbe potuto continuare a farlo per ancora chissà per quanto tempo perché tolti alcuni difetti tipo graffi alla carrozzeria qualche ammaccatura e l’usura dei 22 anni il suo motore non ha mai perso un colpo. E’ stata eroica sopportare il mio peso per così tanti anni senza lamentarsi troppo a parte qualche cigolio mentre salivo o scendevo ! No devo proprio ammettere che è stata più che brava. Mentre eravamo al Paradiso per la sua demolizione quasi ci dispiaceva lasciarla lì sola soletta a farsi sbudellare pezzo dopo pezzo. Ho pensato comunque che avrebbe finito in gloria la sua carriera visto che gran parte dei suo pezzi serviranno ad altre Xara in giro per il mondo. Contribuirà come noi Cristiani ai pezzi di ricambio lei come noi. In fondo non mi sembra ci sia una grande differenza ! Ok Xara ti ho salutata come fossi stata umana e mi è dispiaciuto lasciarti fare a pezzettini ma ho subito pensato che era una buona azione la nostra di averti portata e la tua che servirà a molti.

Ciao Xara domani mi arriva Dacia e spero riesca a fare almeno la metà di quanto hai fatto e dato tu. Non avvilirti ho diverse foto che mi ricorderanno di te.

Il tempo per contare il tempo

Il tempo e l’orologio – di Tina Conti

Foto di Arek Socha da Pixabay

Le campane  sono da sempre  l’orologio di tutti.

Per noi italiani, ovunque andiamo, siamo rallegrati dai rintocchi del Mezzogiorno: suoni forti e argentini intonati o sgarbati, ma che indicano una tappa importante: la pausa dal lavoro, il pranzo, il cambio delle occupazioni. Poi abbiamo avuto un segnatempo personale, l’orologio, il primo agognato e tenuto con grande cura, poi, oggi,una moltitudine di oggetti che possono dirci tutto.

Nella vita abbiamo percorso tutte queste tappe per poi dire:-mi regolo con il sole!

La natura ci insegna a leggere il tempo e le stagioni.

Come è  bello sperimentare questa condizione e poter rischiare  di non essere in orario. Aspettando l’ingresso ad uno spettacolo serale, ai cancelli in attesa, una bimba chiede alla mamma  quanto manca all’inizio. La mamma non si raccapezza,   tergiversa, non porta l’orologio, deve  essersi orientata con la luce del sole, la bambina lo sa  e poiché  non vede il sole, dice alla madre, guarda la luna !

A me piacciono gli orologi, di tutti i tipi, eleganti e sportivi, grandi e piccoli, quelli tecnologici mi affascinano  ma non sempre sono capace di usare tutte le loro potenzialità e poi mi dimentico i passaggi.

Sono incantata dai meccanismi, che a volte si vedono in quelli storici  che vengono mostrati  nelle visite  ai campanili  o alle torri.

Ho avuto una sveglia dedicata da mio fratello che di lavoro fa il design, era molto carina, di metallo, ma è piaciuta in famiglia e quella regalatami  è stata  trafugata dai miei figli, era la sveglia TINA.

Sul tempo si discute tanto e si riflette, da bambini si vorrebbe crescere veloci, poi, vorremmo riacchiappare il tempo passato.

Come non passa mai il tempo nei momenti di difficoltà’ e in quelli  della paura, quanto è veloce invece il tempo della gioia,della bellezza, del piacere.

La sirena che indicava l’inizio del turno di lavoro mattutino nella miniere gelava il sangue quando suonava fuori dagli orari stabiliti, avvertiva di una disgrazia. Ci sono  paesi che per molto  tempo hanno avuto le giornate scandite dalle sirene  dei turni nelle fabbriche, hanno abituato a ritmi condivisi.

Mi piace regalare ai bambini orologi tradizionali, per imparare i numeri, il tempo e le frazioni :- ,è ora di pranzo, ecco perché ho fame, mi ha sollecitato TEA  leggendo il suo primo orologio alle 12 esatte.

Se fossimo nella nostra stanza a ANTELLA mi sederi vicino  a Mirella

Regalerei a Mirella  un orologio  da cucina, grande e allegro.

Lei che ha dovuto  ripensare  i giorni, le pause, i ritmi.

Si è arrabbiata all’inizio, poi, ha cominciato a prendere visioni nuove, come reinventarsi gli spazi nella casa, progettare il giardino e sperimentare accostamenti di piante, usare materiali recuperati per arredare  angoli esterni costruire relazioni a lunga distanza di tempo e spazio.

Preparare marmellate, sciroppi, salse , da inviare in giro per la terra.

Avere un tempo personale  lungo, rilassato, creativo, è ritornata quella di sempre, ma più ricca e fantasiosa, con una nuova energia  che brilla da lontano. Cosa  si inventerà di nuovo? ……..aspettiamoci sorprese.

Orologio a ritmo fiorito

Orologio per sognare – di Patrizia Fusi

In questo periodo adopero un orologio da polso di colore nero e di foggia maschile molto semplice.

Se potessi vorrei stare senza, gestire le mie giornate con le necessità che il mio corpo richiede, e con la luce del giorno, come fanno alcuni piccoli fiori.

La mattina si aprono al giorno che arriva, nel pieno giorno sono luminosi e attivi, mano a mano che arriva la sera si richiudono e si preparano per la notte. Anche se recisi seguono questo ritmo

Ma è solo una fantasia perché la mia vita è scandita dagli orari che il vivere in una comunità richiede.

Se fossimo stati nella stanza al teatro di Antella sarei andata nel posto libero che avrei trovato.

Con alcuni mi sento più vicina, però vorrei cercare di stare con tutti anche con un po’ di timore, penso che in ogni persona ci sia del positivo da scoprire.

La scelta di oggi l’ho fatta sull’immagine dei miei compagni che mi apparivano sullo schermo.

 Mimma mi è sembrata stanca e vorrei regalare a lei un bell’ orologio a cucù, che con il suo ticchettio e le ore annunciate da un uccellino colorato faccia compagnia a lei e ad Alberto e gli faccia trascorrere giornate serene.

Orologio sempre

OROLOGIO di Sandra Conticini

Foto di Jan Cabanik da Pixabay

Una cosa è certa…non potrei vivere senza orologio. Per me è una sicurezza sapere che il tempo passa e vorrei sfruttarlo al meglio facendo cose che mi fanno star bene e mi piacciono, per non avere poi rimpianti. Ne ho diversi e, secondo il periodo o le mode, li cambio e, anche se smettono di funzionare, ci vuole del tempo perchè mi decida a buttarli perchè sono ricordi o regali fatti in qualche occasione. Gli orologi ai quali sono più affezionata è uno d’oro del babbo che ho fatto accomodare, quello d’oro della mamma avuto in occasione della mia nascita e uno di mio marito in acciaio automatico che spesso lo metto. Ora è il periodo che preferisco gli orologi colorati o, visto che spesso vado a camminare, ho un bracciale fitness, regalato da mia figlia, con diverse funzioni, ma in genere uso solo il contapassi e le calorie bruciate, che per la fatica che faccio sono sempre troppo poche.
Anche in casa, in ogni stanza, c’è una sveglia, un orologio da parete o da tavolo, che, con il loro ticchettio, mi fanno compagnia ma, con il loro movimento sempre uguale, segnano il trascorrere delle ore, dei giorni e dei mesi e spesso mi viene da pensare per quanto tempo ancora girerà il mio orologio.

Dedicherei un orologio a Cucù a Gabriella, perchè è sempre cortese e tranquilla e con la voglia di ridere e scherzare.

Orologio rosso e una rosa bianca

Orologi – di Carla Faggi

foto di Carla Faggi

Rosso, grande, ingombrante, leggero. Per quando ho voglia di mostrarmi, di farmi notare, per quando ho coraggio, per quando cazzeggio.

Di titanio, leggero, pratico, da tutti i giorni, lo metto sempre quando mi sento semplicemente io.

Senza orologio, al mare, al sole, per sentirmi libera, pronta a tutto e sempre. Per osare senza tempo e senza orologio.

Nella stanza all’Antella mi siederei accanto a Laura G., le regalerei un non orologio perchè la sento una donna libera, e insieme mi metterei a meditare davanti ad una rosa bianca. La sento una donna sensibile, fragile ma forte, profonda e mistica, mi incuriosisce, per questo mi siederei vicino.

Perchè una rosa bianca? Perchè la rosa è il fiore che Laura preferisce ed il bianco è il colore della meditazione, credo che osservare un fiore, sentirne il profumo, sentirne l’energia sia la forma più semplice di meditazione, almeno per me lo è stata.

Dal passato: Scritture ispirate al convegno sul tempo del 4 aprile 2017

Sogno senza tempo – di Carla Faggi

Il sogno è senza tempo, emozioni di ieri insieme a personaggi di oggi in ambienti fino ad ora sconosciuti ma che forse ci saranno familiari domani. Tempi spazi e storie che si plasmano insieme in un composito mosaico. Poi apri gli occhi sei quasi sveglio ti occorre del tempo per capire in che spazio sei. Ancora nel tuo tempo onirico o già nel tuo qui e ora. L’emozione del tuo sogno impiega però più tempo per lasciarti. Solo quando sei completamente sveglio ricomincia a scorrere e si colora.

Allora c’è il tempo verde dei bei ricordi e dell’armonia, il tempo rosso dell’allegria e del fare. Poi quello azzurro del riposo e del lasciar stare. Quello giallo del disordine e del non allineato infine arriva quello dell’arcobaleno che è il tempo della quotidianità vissuta bene. (Carla) .

Una sillaba di tempo – di Stefania Bonanni

Una sillaba di tempo tra il principio e la fine. Una sillaba di nulla, perché il tempo non esiste. Il tempo non esiste. Esistiamo io e te punto ora, in questa sillaba in questo balbettare di parole senza storia. Ora, forse non esiste. Domani dirò ieri. Ieri c’eravamo, insieme. Questo è il nostro tempo. Domani lo sapremo. Se esiste domani, se ci sarà ancora tempo, domani, per sillabare di ieri. Ma lo sapremo domani se ieri esisteva, forse. (Stefania)

Tempo veloce – di Tina Conti

Andare veloci, correre, sentire l’aria fresca sul viso e quella gelida che ti entra sotto la giacca. Che emozione la bicicletta, oggi è il mezzo più veloce nel traffico rispetto a qualsiasi altro punto ma per andare dove? Perché andare veloci? Per guadagnare tempo! non si guadagna niente se non ci si siede ad ascoltare il cuculo che è appena arrivato. E’ tornato Aprile è il tempo del cuculo. Il ritmo delle stagioni ti dà il passo, Spesso è un tempo più lento di quello moderno. Non ci siamo più abituati, non è facile ascoltare il tempo. A volte si hanno delle sorprese: sono due anni che abito in questa casa! La mia nipotina ha quattro anni sembra ieri che è nata. Quando andavo in vacanza dalla scuola in estate mi toglievo l’orologio. Mi meritavo la libertà, l’ andare con il sole e con i miei bisogni punto adesso virgola che in teoria sarei sempre libera, vivo il tempo in un modo diverso, spesso è pieno e devo difendere i miei attimi . (Tina)

Tempo martellante – di Rossella Gallori 

Non ti tocco, ma ti sento, sei alle mie spalle, sei sulle mie spalle, mi sbarri il cammino, ti taglio, mi ritagli, inafferrabile nella tua trasparenza. Sei il cerchio in cui sto, sei il cerchio in cui non entro, l’asse di equilibrio da cui cado, la linea dritta su cui risalgo passo dopo passo. La testa di un grosso chiodo di ferro martellato a mano vecchio ma mai arrugginito. Sei la scelta che non faccio, la molla con il dardo. Sei la mia notte luminosa, il mio giorno buio, la mia questione irrisolta. Sei campanile che non mi vede, sei la campana che scandisce i miei passi, la mia gioia, le mie ore che non so. Sei il mio non saper leggere non saper scrivere, una scatola, un racconto, una grande vertigine di tempo, tempo.. tempo… tempo  di onde che non sanno di me, che non mi appartengono se non nel tiepido sogno della vita di questo orologio senza lancette. Avrò stampelle, clessidre, ali, cani fedeli ma potrò raccontare tutto dopo, dopo quando tutto sarà finito e nel trionfo di Rubens capirò quale frode, quale contratto senza firma sia il tempo. (Rossella)

Orologio…non più

Non porto orologio – di Lucia Bettoni

foto di Lucia Bettoni

Non porto più l’orologio, non lo porto più da diversi anni, quasi cinque per l’esattezza.
Ho fatto un lavoro “pieno”.
Ho vissuto con i bambini per quarantacinque anni: responsabilità, attenzione, continuo movimento, mille voci, mille richieste mi hanno dato e preso tutto.
Da quando non lavoro più, per me il tempo ha assunto una nuova dimensione. I primi mesi vivevo in uno stato di beatitudine come sospesa nello spazio; piano piano ho imparato a innamorarmi della lentezza e dell’assenza del rumore.
Nella lentezza il mio tempo scorre veloce, ho fame di tempo, ho sete di tempo, di questo mio tempo. Posso allungarlo all’infinito, posso abbandonarmi e lasciarlo scorrere, posso stringerlo sulla punta delle dita e guardarlo da vicino.
Senza orologio e senza anelli è come mi fossi spogliata, è come se fossi finalmente nuda.
Ho tutto il tempo e ne vorrei ancora come una bambina che corre dietro al suo aquilone.


Scelgo un orologio da taschino per Luca, qualcosa che non si vede ma c’è per un “signore” come lui.


L’orologio da taschino mi parla del passato, di un tempo lontano, mi parla di storia e conoscenza … contemporaneamente  lo trovo moderno, intrigante, particolare, diverso…legato all’eleganza di un gesto

Orologio con e senza anima

Gli amici del tempo – di Gigliola Franceschini 

foto di Gigliola Franceschini

Gli orologi non sono solo oggetti, possono rappresentare molto di piu’ , possono richiamare alla mente episodi cari alla nostra memoria, farci rivivere momenti anche non vissuti. Un piccolo orologio d’argento degli anni trenta mi fa immaginare fatti solo raccontati: un regalo di nozze per una giovane sposa da parte della sua madrina di battesimo, o meglio, da parte della ” commare”  per esprimerci nel cantilenante dialetto molisano. Un dono gradito e conservato con cura  nel tempo. Erano poche le giovani che possedevano  un orologio,  mi figuro le uscite domenicali con quel monile, il riguardo con cui e’ stato conservato nel tempo mi fa pensare a quanto rispetto si avesse allora per le cose. L’era di usa e getta non era  neppure nella fantasia piu’ fertile, sarebbe venuta molto dopo e avrebbe distrutto molti valori. Quando si e’ fermato non e’ stato possibile ripararlo ed io l’ho conservato con affettuosa memoria. Sara’ il ricordo di una nonna dolce e sorridente  per una creatura che so essere sensibile a certi valori. Poi, l’orologino d’oro, arrivato il giorno del mio compleanno che coincideva  con il primo giorno di scuola alle superiori. Piccolo e prezioso, mi ha accompagnato per tanti anni , troppo lento quando si aspettava il suono della campanella  a liberarci dal pericolo di un’ interrogazione molto pesante. I minuti non passavano mai e lui, tic tic, sembrava rallentare il suo cammino e alimentare la mia ansia. Troppo veloce a contare le ore concesse alle uscite serali, tanto veloce che dovevo quasi correre  per rientrare all’ora promessa . Sempre un occhio al piccolo amico che era diventato una cosa sola con me. Mi seguiva ovunque, ogni atto della mia vita lo trovava vicino, fedele per tanti anni fino a quando si esauri’ la sua energia e dovetti staccarmi da lui. Vennero allora altri orologi di tecnologia sempre piu’ avanzata, comprati, usati, rinnovati ma non mi rappresentavano per niente. Lui, l’orologino d’oro, era stato testimone del mio crescere  e conoscere la vita, cresceva con me, si caricava di ricordi ed emozioni, mi accompagnava nel mio cammino verso futuro. Non era solo un oggetto prezioso, era il mio tempo che passava  e la vita che si snodava tra tante vicissitudini. Un orologio ora mi serve solo  per contare le ore, ha una veste intercambiabile per seguire i colori dell’abbigliamento, dentro non ha i piccoli zaffiri e rubini a energizzare il meccanismo, ha una pila in acciaio  che gli permette molteplici funzioni, e’ un gelido cuore, non e’ piu’ il mio orologio, e’ un oggetto senz’anima.

Il tempo insieme

Tempo intorno a un tavolo – di Nadia Peruzzi

ll tempo delle “persone” con cui condividere un tavolo.
Un tempo che potrebbe essere utilmente scandito da un pendolo.
E’ sempre difficile operare delle scelte. Quando le si fanno si trascurano alcuni per eleggerne altri.
Scelgo tre fra le mie compagne di viaggio non me ne vogliano le altre.
Rossella perché considero bello l’esserci trovate dopo un bel periodo di studio reciproco. Diverse, dovevamo prender le misure prima di arrivare a comprenderci meglio e ad apprezzarci. E perché col fluire delle sue parole riesce sempre a stupire superandosi ogni volta.
Maria Laura di cui ho apprezzato il modo placido di porsi di fronte alle cose. Che sia la traduzione scritta di pensieri profondi o il colore con cui fissa nei suoi quadri scene e scorci di vita. E per la ricchezza e il rigoglio della sua terrazza regno di piante grasse di ogni tipo che invidio più di un po’.
Patrizia per l’ancoraggio e il richiamo di un mondo ormai passato di cui anche io porto in me più di una traccia. Atmosfere contadine, calore dei camini in quelle grandi cucine e delle persone semplici e vere che le abitavano e che lei nei suoi scritti ci fa sentire vive e reali. 

Il pendolo

Il pendolo – di Nadia Peruzzi

Il pendolo era lì in bella mostra da sempre. Almeno da molto, molto prima che lei lo vedesse davvero per la prima volta. Era piccola, ma già nell’età in cui i ricordi non sono più materia così indistinta da perdersi in un pulviscolo di sensazioni. Si trovò a guardarlo da sotto in su un po’ intimorita da quell’incombere austero.
Era stato messo in un angolo un po’ buio fra salotto e cucina in modo che i suoi rintocchi potessero arrivare ovunque, allo scoccare delle ore.
Aveva un suono profondo e armonioso al tempo stesso. Ogni volta la catturava e insieme alle oscillazioni dei lunghi bracci le dava quasi un senso di vertigine costringendola a fermarsi per un attimo.
Quel vecchio orologio era arrivato lì non si sa come. Pare venisse dall’eredità di una zia lontana che lei non aveva mai conosciuto. Sistemato al suo posto pian piano si era fatto indispensabile.
Aveva iniziato scandendo il tempo di quando la nonna era giovane e ancora il mito della velocità era di là da venire. Poi il suo suono si era intrecciato a quello dei motori delle prime auto e dei primi trattori che avevano cominciato a percorrere la campagna lì attorno. Aveva segnato il tempo lieto delle attese degli eventi felici come la sua nascita e quella di sua sorella. Era il tempo in cui si partoriva in casa, ad assistere c’era solo una levatrice e spesso il dottore arrivava a cose fatte.
I suoi rintocchi avevano accompagnato anche le lunghe, lente e dolorose ore degli estremi saluti. Laura ne aveva sentito il rimbombo in cadenza con i sussulti del suo cuore nelle lunghe notti che avevano preceduto la morte di sua nonna.
Aveva sperato fino all’ultimo istante che la malattia non fosse così cattiva come il medico aveva detto. La notte fatale Laura si era svegliata all’improvviso in un bagno di sudore. I cinque rintocchi che aveva sentito poco dopo le erano sembrati particolarmente cupi, quasi funerei come se anche il pendolo avesse compreso. Cinque rintocchi e poco dopo il pianto sommesso di sua madre e suo padre. La notte stava per lasciare posto ad un nuovo giorno ma di tempo per la sua nonna non ce n’era rimasto più. Si sentì stringere il petto in una morsa gelida. Provò spavento prima di tutto. Il dolore sarebbe arrivato dopo, nutrito a profusione da una assenza che piegava l’anima. Anche la casa non sembrava più la stessa senza sua nonna. Cambiò a poco a poco una volta che lei e la sua famiglia andarono ad abitarci.  L’insieme cedette al colore. Dei vecchi mobili di legno scuro tennero solo il pendolo. Spostato nello studio vicino alla grande libreria a poco a poco divenne il guardiano delle lunghe serate passate a studiare, delle letture fino a tarda notte, delle lettere scritte a mano al primo amore e dei baci più o meno innocenti dati di nascosto mentre i suoi rintocchi segnavano un tempo che sembrava correre sempre troppo veloce mentre il desiderio era che si fermasse e rimanesse sospeso il più a lungo possibile,  ritardando il momento in cui sua madre annunciava che la mezzanotte era arrivata.
Quando nella sua vita era comparso Luca il suo vecchio mondo era passato in secondo piano. Lei si era trasferita in città e il suo tempo aveva preso un ritmo che nella casa in cui era cresciuta sembrava quasi impossibile.
Era la città a dettare le regole col suo traffico, i suoi rumori, le sue urgenze.
Il lavoro, l’ansia di arrivare in ritardo, poi l’ansia di non riuscire a far quadrare i tempi con le necessità della famiglia che nel frattempo si era allargata dopo l’arrivo della piccola Ada.
Il pendolo era scomparso piano piano dal suo orizzonte e non ci fece più gran caso nemmeno quando le capitava di tornare dai suoi genitori.  Tanta era la confusione in casa quando si ritrovavano tutti insieme e Ada giocava con i suoi cugini, che non c’era modo di prestare attenzione a quel reperto che sembrava ormai del tutto inadeguato al tempo presente.
Dovette tornare a farci i conti una volta che i suoi genitori ormai molto anziani avevano deciso che la vita nella vecchia casa di campagna non faceva più per loro. Troppo grande, troppo lontana dalle comodità e dai servizi necessari. La casa che avevano scelto era molto più piccola e per questo molti mobili dovevano essere sacrificati. Non c’era modo di portarli nel nuovo appartamento.
Anche il vecchio pendolo stava per essere lasciato ai nuovi proprietari e alla sorte che loro avrebbero deciso .
Fu Ada, già grande, inaspettatamente a porsi il problema.
“ Ha un modo così particolare di segnare il tempo, mamma, non lasciamolo qui. Non so dire come, ma infonde calma. Nella sua mole e nei suoi rintocchi l’urgenza scompare e tutto sembra scorrere placidamente con gran beneficio per l’anima. ”
Fu ancora Ada a trovargli un posto in salotto vicino alla libreria, come nella casa dei nonni.
E’ ancora lì il pendolo, ormai colorato con una tinta pastello che gli regala un tocco di allegria. Ada ride mentre guarda suo figlio Enea che gioca sereno ai suoi piedi e osserva con occhi curiosi le lente oscillazioni dei lunghi bracci in attesa di sentire la sua voce armoniosa allo scoccare delle ore.  

Tempo lento

La clessidra – di Luca Di Volo

Foto di moritz320 da Pixabay

Per me scelgo un orologio a sabbia..chiamato anche clessidra. Questo modo di misurare il tempo, secondo me è un modo per essere fuori..non “dal” tempo ma da “questo”tempo ..La sua lentezza è la sua precisione ma dà anche quasi il senso di poter intervenire sullo scorrere del tempo stesso quando siamo costretti a rovesciare la clessidra che ci suggerisce l’illusione di esserne in qualche modo padroni.

Tempo e illusione

Attesa eterna, attesa lunga

La clessidra si svuota goccia a goccia

E le gocce sono pietruzze

Tra due dolci parentesi di nulla

E io qui aspetto..aspetto

E ora vedo il tempo

Che m’illude ch’io ne sia padrone

Quando la capovolgo lui

Continua uguale a sempre

Non inverte il suo fluire

Io non l’avverto ma ci sono dentro

Illuso prigioniero.

****

Scelgo poi di dare a Carla un orologio a cucù. Un oggetto che dà un’immagine di tradizione e al tempo stesso originale..per i tempi che corrono..

In parte rappresenta anche la fisicità di un tempo che “si vede”, accompagnato da una forte manifestazione di una certa sensualità

Allegra, qualcosa che si ridesta e ci richiama allo scorrere della vita che si rinnova ad ogni cucù..

Dedicato ad una musa

Un giorno, per scherzo, volli dedicare ad una Musa

Uno strano oggetto casalingo

che segna il tempo e canta con voce inconfondibile

scandendo ore o minuti

non saprei dire il perché di questa dedica

esso giace al di là della ragione

ma proverò a tradurlo come posso

Quest’oggetto è fisicità d’un tempo che si vede

E ci richiama ad una bella sensualità ed anche allegra

Che ad ogni cucù ci ricarica la vita

Quasi che ad ogni cucù si ridestasse

Come avviene quando la Musa amica

Parla o ride e si rinnova il tempo.

Tempo variabile

Orologi opposti – di Cecilia Trinci

foto di Cecilia

Pesante, molto grande, da uomo, sempre al polso, come un guinzaglio che mi tenga a terra, un compagno, non un padrone. Lancette luminose che si possono vedere di notte. Le quattro, l’ora terribile, l’ora a metà tra la notte e il giorno, ma anche tra la vita e la morte, se superi le quattro sei salvo. L’ora in cui i gatti vogliono uscire, forse per sottrarsi alla paura di morire. I gatti in fuga da  ciò che non possono controllare hanno occhi fatti apposta per vedere di notte e vanno, saltano muretti, scendono dai terrazzi e la strada buia li ingoia senza rumore. Noi restiamo nei nostri letti e se ci svegliamo alle quattro siamo perduti, fantasmi di rimpianti e paure si affacciano da dietro l’armadio, strisciano sopra le coperte e ci guardano. Se ci svegliamo alle quattro la notte è perduta, il sonno non basterà per il riposo, ma un orologio basta per farsi compagnia.

Restano tutti gli infiniti giri che hanno fatto le lancette sorelle, giornate lente, giornate svelte, sole e pioggia sopra quelle cifre segnate da una tacca, la posizione basta a farle riconoscere. “Mettiti a ore 3″….”Colpito a ore 11″….si è imparato l’orologio prima di saper contare. Il digitale con le ore scritte è un’altra cosa, è informazione senza posizione. Le lancette ce lo fanno toccare, il tempo e come il tempo non si vedono muovere. Si vede il tempo passato, non quello che sta passando.

L’altro, all’opposto, è leggero, sottile, non si sente sul polso, ha un’immagine tratta dal Piccolo Principe, il disegno che i “grandi” non capiscono e solo tra bambini si può capire cosa dice: un boa che ha mangiato l’elefante. Non è un guinzaglio né una zavorra, ma qualcosa con cui si può volare, giocare, raccontare storie. Un cerchio nero per entrarci dentro e trovarsi in una strada sterrata con voci sconosciute. Un baobab verde fa da ombrello, bambini scalzi in lontananza, se ascolti in silenzio c’è il rumore dell’oceano, la risacca su e giù canta, un boa ha ingoiato un elefante, ma poi lo sputa e lo lascia libero. Se lo metti all’orecchio non senti il tic tac ma il vento caldo che muove le foglie. Non contiene fantasmi ma giochi.  Un orologio che si ricarica con il movimento, ballando, cantando, scrivendo, pensando….. La sera si toglie, non ha luci, è fatto apposta  per chi si ferma la notte, come fanno i bambini, che dormono senza fantasmi e alle quattro sono nel pieno dei sogni.

Orologi, regali amati,…..intercambiabili, secondo le stagioni, secondo l’umore, il momento….

Il tempo.

Tempo sospeso

Tempo sospeso – di Vanna Bigazzi

Ci sono situazioni temporali in cui si sta fra la vita, come proiezione della speranza e lo spengersi ancora vivendo; momenti in cui ci aggrappiamo a quel poco di sicuro che possediamo, dando uno sguardo fugace ad un futuro incerto. E’ questo un mondo di mezzo dove il tempo non ha peso. Un tempo che ha un punto di partenza senza conoscere la direzione. Un tempo malato che per guarire, necessita del ricongiungimento con quella parte di sè ove risiede la vita vera, quella dell’Amore. Un tempo che è interruzione emotiva di una vita altra… Nei pensieri vi è tutto il mio attaccamento, non triste, non felice, per  ciò che il tempo ha stratificato nel subconscio: reperti archeologici dove mondo dei vivi e culto dei morti si intrecciano e poi si fondono in nuvole incerte ad accarezzare l’anima.

Senza orologio

Senza orologio – di Rossella Gallori

foto e orologio di Rossella Gallori

Io, senza orologio, figlia di un tempo che non c’è più, figlia di ore altrui.

Amante di minuti, per pochi minuti, nel silenzio della notte, vestita di luna, non di sole.

Conto secondi di non ricordo  quale giorno, quale istante…stamani è un po’ ieri, adesso è già tardi, dopo, dopo…non so.

Che fare con te, stringeresti il mio polso, ed io non voglio, ho i miei braccialetti, catene senza lancette….le una, le due, le tre, le quattro…ora è oggi ventiquattro gocce di sale….

***

La nostra stanza…le 17…. mi siederei accanto a……

Nei giorni più difficili mi siederei accanto a Laura, saprebbe proteggermi….con le parole, lei piccolo bijoux  di oro e smalto bleu, un microscopico spillo: un nodo d’amore ed un orologino…appeso…sospeso.

***

e un pensiero (e un orologio) per: Mimma

Mi siedo accanto a te, al tuo tintinnare di ninnoli abbondanti.

So cosa mi dirai: sorridi, cucù !

Amorevolmente martellante: non dire così, cucù!

Non fare così, cucù!

Perché mai, cucù!

….e sorriderai  tu, cercando di contagiarmi, tra fiori, viaggi, sorelle…e giorni e ore e cucù,  cucù, cucù..

Vieni da me Rò?

 Nooooo, risponderò io,  sorridendo mi sposterò…cucù cucù cucù

C’è tempo

Dicono che c’è un tempo per seminare
e uno più lungo per aspettare
io dico che c’era un tempo sognato
che bisognava sognare.

Dicono che c’è un tempo per seminare
e uno che hai voglia ad aspettare
un tempo sognato che viene di notte
e un altro di giorno teso
come un lino a sventolare.

C’è un tempo negato e uno segreto
un tempo distante che è roba degli altri
un momento che era meglio partire
e quella volta che noi due era meglio parlarci.
C’è un tempo perfetto per fare silenzio
guardare il passaggio del sole d’estate
e saper raccontare ai nostri bambini quando
è l’ora muta delle fate.

C’è un giorno che ci siamo perduti
come smarrire un anello in un prato
e c’era tutto un programma futuro
che non abbiamo avverato.

È tempo che sfugge, niente paura
che prima o poi ci riprende
perché c’è tempo, c’è tempo c’è tempo, c’è tempo
per questo mare infinito di gente.

Dio, è proprio tanto che piove
e da un anno non torno
da mezz’ora sono qui arruffato
dentro una sala d’aspetto di un tram che non viene
non essere gelosa di me
della mia vita
non essere gelosa di me
non essere mai gelosa di me.

C’è un tempo d’aspetto come dicevo
qualcosa di buono che verrà
un attimo fotografato, dipinto, segnato
e quello dopo perduto via
senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata
la sua fotografia.

C’è un tempo bellissimo tutto sudato
una stagione ribelle
l’istante in cui scocca l’unica freccia
che arriva alla volta celeste
e trafigge le stelle
è un giorno che tutta la gente
si tende la mano
è il medesimo istante per tutti
che sarà benedetto, io credo
da molto lontano
è il tempo che è finalmente
o quando ci si capisce
un tempo in cui mi vedrai
accanto a te nuovamente
mano alla mano
che buffi saremo
se non ci avranno nemmeno
avvisato.

Dicono che c’è un tempo per seminare
e uno più lungo per aspettare
io dico che c’era un tempo sognato
che bisognava sognare.