Una storia è cresciuta dentro un’altra

E per compagno di vita un libro – di Carla Faggi

Biblioteca di Ponte a Niccheri: Pierantonio non ama frequentare questi luoghi. Li considera deposito di libri vecchi, vecchissimi, di polvere e di oscurità. Ci vede solo ombre! Di ogni tipo, lunghe, corte, grassocce e deformi; e c’è un silenzio indefinito, scandito solo da un fruscio di mani che le toccano, le sfogliano, una cantilena quasi assordante.

Ogni libro ha un suono che ogni mano che lo sfiora trasforma. Entrare in una biblioteca è come vivere dentro una bolla di sapone con in sottofondo una melodia lieve. Lui non ama questa atmosfera ovattata, non la trova piacevole.

– Hei, Dottor Antonio, ancora qui? Ma non ci stai mai in ginecologia a Ponte a Niccheri?- gorgheggia una voce femminile.

Lui sgrana i suoi grandi occhi color nocciola. Si sveglia dal torpore del suo stato d’animo polveroso ed ombroso e  sorride alla splendida ragazza, vero scopo della sua visita in biblioteca, seduta in sala lettura.

È bellissima, pensa. I suoi capelli biondi risplendono nella luminosità della sala.

I coloratissimi libri ben disposti sugli scaffali attorno le fanno da cornice.

Sembra una Madonna! Anzi, no! Le Madonne non sono bionde, sembraaa…una cortigiana del Re Sole!

-Stavo cercando un libro – balbetta ancora rapito ma senza dimenticarsi di imbronciare la sua bella bocca carnosa che sa essere punto di forza nella conquista delle femmine.

– Cosa cercavi? Vuoi che ti aiuti?

– Beh, sai…cercavo qualcosa di particolare, che mi possa aiutare a capire il mondo – intanto si aggiusta, carezzandoli, i capelli castani tagliati all’ultima moda- …il mio posto nel mondo…perchè sono qui ora…perchè appena due ore fa ho aiutato una vita a nascere, e quella vita avrà uno scopo più alto della mia, sicuramente perchè non siamo niente nei confronti dell’Universo….e… parla e guarda la splendida bionda.

Ogni fruscio diventa volo d’angelo. Quella cantilena che prima gli sembrava così assordante diventa musica soave. Quel sottofondo ovattato si trasforma in melodia.

-… oh Antonio, che animo gentile e che profondità di pensiero…vieni, andiamo che ti aiuto a cercare i libri adatti che possano aiutarti-

Disteso sul letto, un grosso cuscino alle spalle con la finestra spalancata che illuminava prepotentemente la stanza, Pierantonio sfogliava il libro con interesse parziale. Doveva leggerlo, se poi lei gli avesse chiesto qualcosa non voleva deluderla, ma di tutta quella psicoterapia della Gestalt, dell’aggressività della libido, non ne poteva più.

Si rilassa e cerca di chiudere gli occhi.

All’improvviso un’ombra scura gli si para davanti, è enorme, tenta di abbracciarlo, lui fugge ma viene fermato, si tiene alla spalliera del letto, ma una forza lo risucchia, lo spinge in un buco nero senza fine, il tempo non esiste più, lui stesso non esiste più. C’è solo il nero, il caldo, l’infinito.

Un urlo stridente gli fa spalancare gli occhi: È lui che sta istericamente urlando! È lui che sudato fradicio, il cuore scalpitante, stringe il libro al petto quasi a farsi male.

Ok, calma, ricominciamo, leggiamo questo libro…la seduzione nella vita del soggetto egotista…la conquista dell’altro sesso per conquistare se stesso…la nevrosi come prematura pacificazione del conflitto…

Però è interessante…qualche problemino forse ce l’ho…qualche fissazione…beh! Lo continuerò domani, ora mi sembra di bruciare, forse ho la febbre.

No, non ho la febbre, è che questo Freud, anzi in questo caso Jung e la sua “Teoria della Gestalt” mi ha proprio rotto le scatole!

E poi io ho le visioni, proprio come Santa Ildegarda, e se mi curassi con le erbe? Vediamo allora questo libro “la farmacia di Santa Ildegarda”: Finocchio che vince la malinconia, salvia che consola, profumo di rosa che rallegra…uhm…

Mi sembrano un po’ antichi come rimedi!

Rufola tra i libri presi alla biblioteca di Ponte a Niccheri: forse il Dott. Bach con i suoi fiori, ecco! L’insicurezza che porta alla ricerca della conquista e non all’impegno diceva Jung: mi sembra faccia al caso mio Scleranthus…si aggiungendo anche… Pine per il senso di colpa…è vero, sono perfido con le femmine, inaffidabile, non è giusto poverine, ok Pine è perfetto per me, io sono un senso di colpa vivente…

Non è stato sincero, i libri erano delle scuse. Voleva solo far colpo su di lei. Ma l’aveva illusa.

Si rendeva conto che riusciva a far del male per delle motivazioni futili. Era ingiusto, si sentiva in colpa e voleva espiare.  Posa il libro di Giuseppe Berto “La cosa buffa” che lo stava ispirando in quel momento e spalanca la finestra di casa, appoggiandosi al davanzale a dorso nudo.

– Non merito pietà. Il mio corpo sarà martoriato dal freddo, mi ammalerò, forse morirò, è giusto che succeda per ripristinare la giustizia e l’equilibrio. Soffrire per aver fatto soffrire!

Sente freddo, ma è un refrigerio piacevole – è una stoica rassegnazione all’espiazione profonda. Il freddo sarà il mio carnefice!

Quando nel  balcone di fronte vede una splendida donna, allora si rassetta i capelli, ma solo un poco, sa che “il trasandato” piace.

Dicono che per pagare e morire c’è sempre tempo, anche per soffrire, pensa e sorride alla ragazza.

Ma le prime decisioni sono sempre le più determinanti e Pierantonio il giorno seguente è a letto con febbre alta e una bella bronchite.

Riesce però a leggere, e finisce la sua attuale lettura che gli ha fornito l’ispirazione alla bronchite pret a portet, poi inizia “Espiazione “ di Ian Mc Ewan.

La protagonista la sua espiazione la trova nella scrittura, pensa, e riflette, la prossima volta scrivo!

Inizia così a scrivere la sua biografia ( tutte le persone importanti ne hanno una, pensa).

Racconta di quando a tre anni si trasferì con la famiglia a Los Angeles da Avellino, ricordi sfuocati di disagio e sofferenza, e poi quando rientrò in Italia, a Firenze, a diciassette anni, appena in tempo per studiare e laurearsi in Medicina. Di come si sentiva senza patria e come il suo italiano con forte accento americano glielo ricordava continuamente. Si era sempre sentito come in bilico sul filo spinato, senza capire all’inizio l’ironia dei fiorentini e con la difficoltà a sentirsi accolto.

Disagio che naturalmente non aveva con l’universo femminile. Era  ben accettato, anche troppo. Per questo si era dedicato totalmente alle donne, anche in campo professionale. Essere medico ospedaliero con specializzazione in ginecologia lo gratificava abbastanza. La scoperta continua del femminile gli creava soddisfazione e irrequietezza allo stesso tempo.

Nell’universo tenebroso, buio ma accogliente della natura della donna aveva incentrato tutte le sue paure ma anche tutte le sue aspettative.

Raccontò quindi delle sue donne, delle avventure, del mordi e fuggi, di come conquistava le femmine e del relativo soprannome di Dottor “Tuttamore”.

Di come sfuggiva dai rapporti seri con l’altro sesso, e si limitava alla soddisfazione della conquista.

Scrisse tanto…riempì pagine e pagine.

Scrivere di noi e per noi è come vivere di nuovo, reinventarci. Rivedere il nostro vissuto con compassione, perdonandoci; magari ricordando particolari dimenticati ma essenziali per capire ed accettare, liberandoci dalle colpe e le insoddisfazioni.

Scrivere è fermare i pensieri, chiarirli.

E Pierantonio capì che doveva capirsi. Accettò che doveva accettarsi.

Mise un punto su quel capitolo, ora si sentiva pronto a viverne e  scriverne uno nuovo.

Andò al lavoro più tranquillo quella mattina, si incamminò veloce nel corridoio del reparto, e come sempre, ma ora con la consapevolezza e l’orgoglio di farlo, guardava il suo riflesso nello specchio di ogni vetro e non dimenticava le sue ormai mitiche occhiate mielose alle giovani infermiere che espressamente apprezzano .

Non voglio più farmi problemi con le donne, pensa, io le amo tutte. È tanto bello quando faccio nascere una femmina, quando ne vedo la testina spuntare, e poi la vedo uscire con prepotenza femminile, ed il pianto, anche quello è diverso, più deciso, più determinato. Si le femmine sono veramente un miracolo divino!

Si sente come uno scienziato della vita.

Vuole essere il medico delle donne, il loro primo medico di riferimento.

Seguirle nel loro mistero femminile fin dalla nascita, poi in ogni fase della crescita, con il loro corpo che cambia, si evolve, muta le  abitudini e la  psicoemotività.

Fino alla menopausa che è una tappa biografica importante che coinvolge corpo, mente, desideri e organi del corpo femminile.

Per curare occorre prima conoscere il paziente, comprenderne i disagi, le preoccupazioni, curarne la mente oltre che il corpo.

Pensa ai libri che lo hanno guidato in queste riflessioni. Libri come compagni di vita! Pensa alla ragazza della biblioteca che lo ha indirizzato verso quelle letture e riflessioni. Andrò a trovarla, pensa, la inviterò ad uscire.

Miracolo di un libro, di una donna, del suo lavoro? Non lo sa il Dottor Pierantonio, ma accelera il passo, le sue donne hanno bisogno di lui e c’è un parto da seguire, e “speriamo che sia femmina”, pensa, proprio come suggerisce il titolo di un vecchio film.

Languori di primavera

SCUSATE, SE NON MI PIACE…. – di Rossella Gallori

Si è presentata puntuale, con i soliti uccellini all’alba, che cinguettano non so bene a cosa…al giorno che nasce, alla notte che muore, a qualche verme cicciuto, all’odore del caffè o a quello del pane….boh non lo so, ma so che tutti gli anni me lo domando e che tutti gli anni mi inc… anzi ultimamente un po’ di più….sarà che invecchio e nemmeno bene, sarà che dormo sempre meno, sarà che detesto la primavera,  e ho paura a dirlo, anche agli amici più cari, ma quel cip cip  mi urta, non mi culla, mi devo alzare di scatto aprir la finestra….per vedere se hanno il coraggio di farsi vedere…scorgo solo un merlo spennacchiato…non inveisco,  più che altro mi manca il fiato per farlo.

Sono anche un po’ stordita dal profumo dei nuovi fiorellini, un trionfo di mimosa, gialla come l’ invidia, sfacciata come una donna di malaffare…..di un glicine prematuro e troppo profumato per essere vero…..per non parlare poi della camelia…ne ho una piuttosto grandina, che non muore nemmeno a spararle con un mitra.

Detesto la primavera, confermo, sarò impopolare, una donna anomala, ma non la sopporto, mi dà stanchezza, mal di testa, troppa luce così all’improvviso, troppi  ricordi che fanno un male boia,  che il freddo dell’inverno  speravo avesse congelato…un’illusione  momentanea…hanno bussato alla porta con una corona in testa di violette profumate e funeste, ho aperto e non ho fatto in tempo a richiuderla, mi han risbattuta per terra truccati da buoni….ricordi che mi perseguitano….con il primo tepore, con il primo tramonto tiepido…con i primi cappotti sganciati, con le prime rondini disorientate….con una me sempre più arresa.

Chiedo scusa alle signore, che gravide aspettano di partorire balconi fioriti, giardini profumati, tisane rinfrescanti…io, io mi nasconderei dentro un cappello gigante di lana, dietro un paravento di pelo d’agnello, dentro una culla gigante di piume d’oca.

Avrei bisogno di un nascondiglio per pochi mesi, giusto il tempo di abituarmi, acclimatarmi.

Per ora l’ho imprigionata questa primavera, l’ho costretta a fermarsi… mi guarda nascosta dalla rete di metallo, cerca il mio sguardo, cerca invano di attirare la mia attenzione, io volgo il capo, chiudo gli occhi…..resisto….

Solo primavera

Ora solo primavera…. – di Ivana Acciaioli

prima v’era chi trovava un lavoro dopo il diploma
e chi ne trovava uno ottimo dopo la laurea,
prima v’era chi credeva in un ideale
e chi anche lo difendeva,
prima v’era la speranza che qualcuno lottasse
per una società migliore,
prima v’era un popolo con la sua dignità
ed i suoi diritti,
ora solo…primavera.

Mi piace l’attesa

Mi piace l’attesa – di Ivana Acciaioli

Mi piace l’attesa
dello sferragliare languido del treno in stazione  che porta mia figlia a casa,
del  trillo serale seguito dalla voce calda di mio figlio che mi racconta qualcosa della sua giornata,
di ciò che riesco a comporre con le parole che scivolano vibrando  lievi sulla carta,
del dolce che ho infornato,
di una vacanza o di una giornata a passeggio con le amiche,
delle serate in cui volti di persone mi osservano mentre cucino per loro.

Avrò forse un problema ma l’attesa risuona in me più del momento reale, forse perché  sembra che duri di più, che offra più spazio all’immaginazione, ai sogni.
Nell’attesa assaporo, mi  crogiolo come quando da piccola aspettavo i passi felpati di Babbo Natale o i colpi di scopa della Befana.
L’attesa la trovi sempre, silenziosa o chiassosa, la puoi  creare, gustare, è sempre come la vuoi.

Nell’attesa

Mi piace – di Patrizia Fusi

Nell’attesa che arrivi mio nipote mi piace guardare fuori della macchina, scrutare il luogo che mi circonda.

Ai lati della strada vedo alberi che hanno una forma strana, i rami fini e diritti si stagliano verso il celo come stessero pregando, il vento li muove energicamente.

Sull’asfalto foglie secche accartocciate e di vari colori stanno danzando e strisciando per terra formano una sinfonia di suoni a seconda dell’intensità delle folate di vento, il cielo grigio colmo di nuvole e sembra che anche loro danzino al suono di quella sinfonia.

Fiocchi di silenzio

NEVE SUGLI ULIVI – di Laura Galgani

Incredula mi colse il primo fiocco di neve mentre china nel campo degli ulivi tagliavo rovi dai fusti nodosi avvolti in spire di spine.

Dopo il primo, una moltitudine di fiocchi si acquattava lenta sulle foglie grigio verdi, sull’erba color bottiglia, sulla terra bruna.

Attonita, mi accoccolai giù, vicina alle radici di un ulivo giovane, delicato, ma con la faccia all’insù, la bocca semiaperta.

In pochi minuti tutto era cambiato; il paesaggio non era più quello solito, che conoscevo così bene.

Non solo gli occhi erano increduli. Anche le orecchie restavano in allerta, stupite: sembrava che una mano invisibile facesse via via ruotare la rondella del volume della radio del mondo verso lo zero. I rumori – il traffico, in lontananza, il treno che fischiava, le campane che annunciavano la messa vespertina, gli storni che si levavano in massa dalle cime dei grandi larici poco distanti – tutto veniva risucchiato e attutito, assorbito da quei fiocchi di neve grandi come batuffoli di cotone che scendevano dal cielo, grigio e silenzioso, misterioso come non l’avevo visto mai.

Osservai bene il cielo, lasciando che i fiocchi mi cadessero sulla fronte, sulle sopracciglia, negli occhi, accarezzandomi con una dolcezza inaspettata e infinita. Era impossibile distinguere da dove venissero, leggeri e corposi insieme. Vedevo solo uno sfondo grigio e uniforme, e tanti puntini più chiari che via via diventavano grandi, avvicinandosi al suolo.

Dentro di me si fece silenzio. Man mano che il bianco si faceva dominante e rivestiva le foglie, i rami, i tronchi nodosi, l’erba, le zolle, ogni pensiero, ogni voce, fino a poco prima imperiosa dentro di me andava spegnendosi, ed io scoprivo, finalmente, la pace.

Ne avevo proprio bisogno.

L’angolo delle curiosità

Lo zampirone – di Andrea Bettarini

Dopo un inverno abbastanza mite e una primavera con un mese di anticipo probabilmente seguirà un’estate caldo-umida. I cambiamenti climatici sono diventati evidenti. Nella prossima stagione estiva, senza essere pessimisti, viste le premesse, le zanzare la faranno da padrone. Ricorreremo ai metodi sempre usati per combatterle anche se loro hanno sviluppato delle difese naturali per proteggere la propria incolumità. Spesso gli insetticidi invece di essere efficaci contro questi minuscoli vampiri notturni, finiscono per danneggiare la salute di chi li usa. Un sistema molto diffuso, nelle serate estive, è quello di mettere sui balconi delle finestre aperte gli zampironi per contrastare l’ingresso alle zanzare.
Zampirone: qual è l’etimologia della parola? Questa volta non sono ricorso al vocabolario né tantomeno alla Accademia della Crusca ma al generoso baule della storia. Frugando ho trovato che alla metà dell’ottocento erano riconosciute le proprietà del piretro come insetticida, ricavato dall’essiccazione di una pianta. Si deve all’ingegner Giovan Battista Zampironi, chimico e farmacista, l’idea di creare nel suo laboratorio di Mestre nel 1886 il “piroconofobo “ che altro non era che un cono composto da polvere di piretro, nitrato di potassio e materiale legante e addensante. Una volta che al piroconofobo si appiccava il fuoco, il fumo emesso dalla lenta combustione, costituiva un efficace repellente per le zanzare. Il prodotto ebbe subito un gran successo e il termine piroconofobo fu prontamente sostituito con quello del suo inventore.

Il silenzio dell’ErtaCanina

MI PIACE – di Simone Bellini


Una domenica senza pretese ha pacatamente accompagnato me, mia moglie e il cane in una passeggiata sotto le mura del cimitero delle ” Porte Sante”, in quella lingua di verde frequentata da pochi.
Nel proseguire si è presentata davanti a noi Via dell’Erta Canina.
È una piccola strada antica, impraticabile per le auto.
Il silenzio, assurdo in piena città, racchiuso fra le mura restaurate di un convento e le caratteristiche villette, crea un’atmosfera di serena familiarità, che esplode nella bella discesa lastricata aprendosi ad una vista mozzafiato su Firenze

È incredibile come questa città custodisca angoli così preziosi e nascosti che ti fanno dire ” MI PIACE “

Suoni del cuore

Mi piace… – di Chiara Bonechi

Mi piace ascoltare la musica degli Abba che mi risveglia emozioni di donna giovane e mi fa venire voglia di  ballare.

Mi piace il brusio delle voci in teatro, quando allenta per finire piano piano e lasciare spazio al silenzio, prima dell’inizio di uno spettacolo; è l’attimo in cui l’emozione fa battere il cuore.

Ricordo e rivivo per qualche istante il rumore ritmico del neonato che succhia al seno materno, il suo riprendere fiato dopo la fatica e poi ancora quel succhiare, mi piace.

E il rumore leggero della chiave nella porta che annuncia il rientro di mio marito.

Mi piace quando, insieme a lui, alla finestra, tendo l’orecchio al rombo del motore dell’auto dei nostri figli che arrivano per cena, lo riconosciamo, posso correre a buttare la pasta ed è sempre una festa!

Mi piace lo squillo del telefono e riconoscere una voce amica, le chiacchiere che corrono da un capo all’altro della cornetta e spaziano leggere, fanno volare il tempo.

Cieli di marzo

Mi piace – di Nadia Peruzzi

Mi piace il tepore di questi giorni che ancora non sa farsi primavera.

Mi piace quando si fa torpore nel pomeriggio e te lo senti dentro, te lo porti addosso e sa di risveglio dei sensi, della natura e vive di opposti.

E’ accenno di cambiamento, non ancora il brivido adrenalinico che traghetta verso l’estate. Siamo in una terra di mezzo, con la primavera che ha voglia di tornare.Sembra che tutto sia appeso ad un filo sbarazzino che si diverte ad andare avanti e indietro quasi ogni giorno.

Mi piacciono i cieli. Mossi, vivi, contrastati e mai uguali a se stessi. Nuvole che si rincorrono con colori dal grigio gonfio di pioggia al bianco meringato con arabeschi di zucchero filato, che spesso si accendono in tramonti infuocati.

Vivi momenti cupi e venati di tristezza nelle corde più intime per i tanti mi piace che vorresti dire a chi non puo’ più ascoltare.

Li combatti inseguendo il profumo del  tempo nuovo che si prepara.

Mi piace

MI PIACE… – di Rossella Gallori

disegno di Emma

Mi piace stare sola, con un silenzio di musica a tutto volume.

Mi piace il rumore del mio profumo quando lo uso e un po’ mi cancello, mi travesto.

Mi piace il buio di casa mia, quando è quasi  notte e forse ce l’ ho fatta.

Mi piace sapere dove sei, cosa indossi e perché, pensare a dove vivi

MI PIACE camminare senza orario, con i miei braccialetti che fanno rumore.

Mi piace se mi chiedi come sto senza dirmi come stai.

Mi piace un regalo improvviso : una tazza, una chicca,  un cuore di vetro e tu che dici spero che non si rompa.

….e poi e poi…gli orecchini sono per te…ti porto una cosina…ho fatto un disegno ti somiglia….e poi il gatto che sgranocchia i croccantini  e poi un po’ di  più “ROSY NON PIANGERE

….MI PIACE sentire i passi di quelli di sopra…ascoltare il Silenzio e l’Inno di Mameli.

MI PIACE immaginare  la tua buonanotte anche se sei solo un volto simile al mio, incorniciato d’argento….

Mi piace…mi piace…mi piace…se mi chiedi cosa ho scritto, per non dirtelo e poi leggertelo piano piano…

Ticchettio di pioggia

Il ticchettìo della pioggia sul tetto – di Sandra Conticini

Il  ticchettio della pioggia che si sente quando siamo fermi in macchina mi è sempre piaciuto. Il rumore cadenzato e lento di una goccia dopo l’altra che con il passare dei minuti aumenta di intensità, poi, di nuovo il diradarsi delle gocce fino a smettere, mi fa rilassare.

La stessa sensazione la provavo in tenda, ma avevo terrore dei temporali. Ricordo quella volta che ero al mare in Maremma, in una tenda a casetta io e mia figlia, ancora piccola. Le previsioni non erano buone, tirava un vento che non faceva sperare bene. Ad ogni folata la tenda si gonfiava e gli aghi di pino scivolavano sopra come volessero carezzarla. Io mi assopivo un po’,  ma poi mi risvegliavo per la paura che arrivasse il temporale.

Infatti le prime gocce arrivarono, poi  aumentarono, aumentarono, aumentarono, ed arrivarono anche i lampi che illuminavano il cielo a giorno, poi tuoni fortissimi. Io dalla paura mi tappavo le orecchie, ero come pietrificata. Mi rannicchiai vicino a lei, perchè mi dava forza e al tempo stesso pensavo di poterla proteggere.  Ogni tanto accendevo la pila e controllavo che non entrasse l’acqua. Mi sembrava che il tempo si fosse fermato e  speravo che arrivasse presto il giorno , perchè con la luce i problemi si affrontano meglio. Dopo, non saprei dire quanto, smise di grandinare e piano piano la pioggia si calmò  ed io riuscì ad addormentarmi.

La mattina quando uscimmo dalla tenda mia figlia disse: – Mamma, ma stanotte è piovuto!!!

Sì un pochino!!!

Musica di Mi piace

Mi piace….. – di Anna Meli

            Mi piace il tramonto delle fredde giornate invernali quando il vento soffia sibilando e pulisce l’aria, scompiglia e carezza i germogli del grano proseguendo nella sua folle corsa senza meta….a raffiche e scrive una musica tutta sua.

            Mi piace sentirlo nei capelli scomposti e sul viso come rude e frizzante carezza.

            Mi piace il gelido sole rossastro che si inabissa fra i monti tuffandosi in un mare grigio-azzurro.

            Mi piace il cra-cra delle gazze, il latrato lontano di un cane che chiede attenzione, le voci confuse, il fruscio delle fronde degli alberi e ancora il vento che canta parole sconosciute mischiando ogni suono, ogni rumore.

            E mi sento in pace mentre inconsapevolmente sussurro: mi piace, mi piace……

Mi piace

Proprio questo mi piace – di Roberta Morandi

Mi piace il risveglio della mattina e non avere fretta! 
Stare lì al calduccio, mentre la strada fuori si sveglia e si attiva: il lieve cinguettio degli uccelli, quasi a chiamarsi l’un l’altro per l’arrivo di un nuovo giorno, i passi di corsa dei bambini che si affrettano per andare a scuola, la moto del vicino che sbuffa e non si mette in moto, i muratori che arrivano e cominciano a parlottare a voce alta, il cigolio delle persiane che si aprono come uno sbadiglio per far uscire il sonno dalle stanze…

E il profumo del caffè che sale su per le scale e mi viene a trovare nella tazzina.
Lo bevo con Paolo.
Sì proprio questo mi piace.

Passi nella faggeta

CAMMINARE IN INVERNO NELLA FAGGETA – di Elisabetta Brunelleschi

Il vento mugghia mentre attraversa il crinale e muove i rami spogli dei faggi.

Cessa il vento e il silenzio è interrotto da tanti piedi che calpestano le foglie secche ammucchiate sul terreno e sotto il peso delle scarpe scricchiolano e si sbriciolano.

Andiamo avanti coi nostri passi stringendo più forte sciarpe e cappelli.

Ecco che il vento riprende impetuoso e spazza le foglie accartocciate che leste rotolano sul sentiero con fremiti leggeri.

Incantesimo di silenzio

Mi piace il silenzio – di Stefania Bonanni

Mi piace il silenzio. Quando segna il tempo dei rumori. Che si affastellerebbero inutili scavalcandosi a forza di strilli,  strepiti, clacson, motori, voci che escono da televisori e si parlano addosso, e che nessuno ascolta davvero per tutto il tempo in cui gli apparecchi rimangono accesi. Sono ricoperti i pavimenti delle nostre stanze di parole dette e non ascoltate, rotolate negli angoli a formare mucchietti polverosi di rumori inutili.

Mi piace il momento in cui si sceglie il silenzio. Si stacca la spina. Allora scende e copre, apre la mente, fa spazio a preghiere e ringraziamenti, e ci rende capaci di accogliere di nuovo il rumore, di salire ancora sulla giostra.

Mi piace ricordare, la mattina, che è stato il silenzio a svegliarmi. Il silenzio di fuori. Non passavano auto, non cantava il merlo,  Non c’era vento a scompigliare cipressi e spazzare l’asfalto, non c’era pioggia ticchettante sui tetti, nessuna voce. Un momento sospeso. Tutto fermo. Magari è stato solo un attimo, ma in quell’attimo l’incantesimo è avvenuto. La magia ha posato trina  bianca sulle siepi, sugli alberi, sul ciglio della strada, sulle case. Come un ricamo raro e prezioso, come un rigo di trucco sotto gli occhi, come un’occasione. Di silenzio.

Il rumore del “Mi piace”

Le manine del risveglio – di Mimma Caravaggi

Ero capace di svegliarmi pur dormendo profondamente solo a sentire una piccola mano posarsi addosso senza creare nessun rumore.

La sensazione che qualcuno fosse nelle vicinanze mentre dormivo risvegliava in me qualcosa di atavico non descrivibile. Iniziavo a muovermi trascinando il lenzuolo, accartocciandolo sui piedi, tirandolo  da un’unica parte, lasciando il fianco  libero e al freddo.

Se questa piccola mano si ritraeva tornavo beatamente a dormire tranquilla per riagitarmi subito non appena si riavvicinava al mio corpo, che sembrava quasi percepire una musica leggera che lo faceva muovere tra strascichii di lenzuola mosse, rivoltate, ammucchiate, e mentre il corpo sembrava prendere vita la mente restava intorpidita dal sonno  e si rifiutava di svegliarsi completamente.

Quando infine le manine diventavano quattro e si appoggiavano direttamente su di me allora i movimenti si facevano più intensi seguiti da strilli acuti e rabbiosi seguiti da risate e corse intorno al mio letto delle mie piccole sorelle che avevano raggiunto il loro scopo: svegliarmi senza trillii di sveglie anonimi ma con strilli e risate.

Il rumore di “Mi piace”

Mi piace – di Gabriella Crisafulli

In questi giorni mi piace l’aria che suona in maniera diversa. Apro le finestre e dal giardino mi vengono incontro il verso degli uccelli e il frullare delle ali di due tortore, poggiate sul secchio pieno d’acqua dove si sono fermate a bere, che si allontanano veloci. Mi piace lo schiocchiare dei legni che giunge dai giardini vicini dove fervono i lavori dopo il silenzio dell’inverno. Mi piace mia nipote che quando mi vede arrivare lascia cadere gli stivaletti a terra con un tonfo e mi porge i suoi piedi di burro e miele perché glieli massaggi e solletichi e morda per finta. Mi piace la musica jazz che mi avvolge in un locale di Ballarò e il fruscio del sipario che si apre mentre il mio respiro tace nell’attesa. Mi piace lo schiumare del caffè che viene fuori nella moka e il filo continuo del silenzio della mia casa: dopo averlo patito, adesso è un basso continuo che mi accompagna in una nuova vita.