L’Uragano sta soffiando

Ancora vento – di Rossella Gallori

L’ho adorato, cercato, sfidato, mi sono esposta, offerta…

Ho sempre amato il vento, mi piaceva stare in giardino, in via Cesare Guasti, con le gambe nude, la “sottanina corta” i capelli lunghi che perdevano la strada.

Mi piaceva lo Stibbert, quando le altre bimbe stavano a casa,  ed io ero padrona del tempo, del vento.

Mi piaceva il suo respiro affannoso, che mi rincorreva senza prendermi, alla Fortezza con i cigni spettinati.

Mi piaceva stare in piedi sulla panchina, nella mia strada, guardando le finestre vuote d’ amore, dove la nonna si nascondeva, dietro tendine di lino liso.

Mi piaceva, ci piaceva tenere, i finestrini aperti, all’ alba quando tirava il vento, nella nostra millecento,tu con i tuoi Rayban…io con gli occhialini da vista, che traballavano, sul mio viso innamorato, del vento, del babbo, delle trecce appena fatte, di un giorno che spazzava il cuore dalle incertezze …perché tu dicevi “ bella la mia bambina”

Mi piaceva, si, mi piaceva il vento.

Poi sono arrivati gli anni della paura, che non ho e non so accettare, anni di assenze e silenzi, di: ci sono ma non so per quanto, di: ho bisogno di te ma non per sempre, di:  se cadono gli alberi su di lei.. Se perdo la strada e confusa  non so tornare a casa…..se il vento spazza i miei amori …i miei affetti…i miei giorni migliori…..ed ancor peggio…se il vento cancella i miei RICORDI….

Sbattere la porta senza ritegno

Non voleva sentirla piangere e sbatté la porta senza ritegno – di Ivana Acciaioli

Sua moglie era in travaglio ormai da diverse ore e viste le due precedenti esperienze si immaginò  che il momento dovesse essere vicino.
Gli era sembrato di sentire un vagito, ansimava fermo dietro la porta,  il respiro corto per la corsa su per le scale, non vedeva l’ora, non vedeva l’ora di sapere e ansimava come un mantice.
Ecco sentiva il pianto ininterrotto, la levatrice aprì la porta ed annunciò: – È femmina!
La terza femmina… ero io.
E qui iniziano i racconti contrastanti: mia madre ha sempre affermato che mio padre sbatté la porta senza ritegno deluso senza neppure venirmi a vedere, mio padre invece  fermamente  sosteneva di aver chiuso la porta  in modo normale  e  di essere entrato ma un attimo  non riuscendo a sopportare di sentirmi piangere in quel modo strano,disperato;  in effetti piansi  per ore e non per il trauma di essere nata,  mi fasciarono e sfasciarono  più volte peggiorando ogni volta la situazione.
Era il 26 giugno, l’ultimo venerdì , il temporale estivo era stato violento , mio padre si  accese una sigaretta  ed  uscì, le ultime piccolissime gocce battevano sulla lamiera della capanna in giardino, tump,tic, plac, plunc, ancora era buio ma l’orizzonte si tingeva di rosa e pure la sua famiglia si era tinta di nuovo di rosa, scansò con la mano il fiocco azzurro sul tavolo, prese quello rosa, lo attaccò alla porta.
Salì di nuovo al piano di sopra, si tolse le scarpe  e proseguì  in punta di piedi in camera delle figlie per non fare il minimo rumore, era stata una notte lunga, nella stanza al buio si sentivano solo sospiri leggeri, per fortuna  non avevo disturbato il sonno delle mie sorelle.
Solo  dopo qualche giorno e molti pianti incomprensibili mia mamma si accorse che avevo un piede rotto.

***

Queste le frasi assegnate da cui si poteva scegliere un suggerimento per la storia:

Ho sbattuto la porta sulle mie rabbie- Ogni mattina le persiane cigolavano-Aveva voglia di raccontarsi a piene mani- Ti sembrerà che tutte le stelle stiano ridendo-Dietro di sé sentì un fruscio– Non gli piacevano i rumori della notte-Dietro la porta il suono di una musica dolce-Parlava piano per non farsi sentire-Ascoltò attentamente tutto il discorso. Era sicura di non aver sentito niente-Una tromba urlò in lontananza-Non voleva sentirla piangere e sbatté la porta senza ritegno-Si tolse le scarpe e proseguì in punta di piedi per non fare il minimo rumore-La sirena perforò i timpani dei curiosi-Era troppo lontano. Non riusciva a sentire cosa diceva. E allora si mise a guardarla-Nella stanza al buio si sentivano solo sospiri e battiti di ciglia-Non piangeva. Raccontava e basta.- Dal piano terreno saliva un rumore indefinito, un rotolare di ferraglia senza senso. -Non era possibile dormire. Dalla strada un fragore stratosferico, alternato a momenti di quiete angosciosa  peggiori dello stesso rumore.-Ansimava. Il respiro corto, la corsa su per quelle scale. Non vedeva l’ora. Non vedeva l’ora e ansimava come un mantice.-Piccolissime gocce battevano sulla lamiera del giardino. Tump, tic, plac, plunc……… Ancora era buio ma già l’orizzonte si tingeva di rosa

Echi di cattiveria

Il pozzo – di Mirella Calvelli

Il pozzo in mezzo alla grande aia era antico, ma ancora ben tenuto. Munito di carrucola, ben oliata, riusciva a portare su un secchio che conteneva oltre dieci litri di acqua.

Era delizioso guardarlo in movimento, soprattutto nelle sere d’estate, quel rumore gracchiante, intervallato dai respiri affannati , di chi era impegnato nell’impresa.

Divertente era sporgersi e gridare il tuo nome, che si sdoppiava numerose volte, prima di svanire…GIO GIO VANNAAA

E l’immagine riflessa sul fondo, non troppo profondo, tremolante, si incrociava con quella del cielo, mutandone colori e riflessi.

Il babbo amava portarmi li la domenica mattina, quando il sole era alto, ma ancora non troppo alto.

Profumava di buono, di brillantina Linetti, di barba appena fatta, la camicia ben stirata, giacca e cravatta, perché così amava definire la domenica.

Io stavo in braccio a quelle braccia forti  e sinuose, scolpite dal lavoro di falegname iniziato a poco più che bambino.

Ma quel misto di odori, di pulito e di bontà!. Mi adorava mio padre, come nessuno mai, l’ho sempre capito dal suo sguardo intenso, dai suoi occhi grigi che mi guardavano nel profondo.

Ricordo il mio vestitino di sangallo, cucito dalla mamma, ma forse più che un ricordo, lo sono le foto ormai sbiadite.

Avevamo un sorriso raggiante, il mio di gioia il suo di orgoglio.

Mi sporgeva su quel pozzo e io fra il divertito e lo spaventato mi avvinghiavo al suo collo.

Poi con gli anni quel pozzo si è seccato, nessuno ha avuto più bisogno di quell’acqua preziosa e si sono potute intravedere le fondamenta, prima umide e poi completamente asciutte.

Così era stata la mia fanciullezza, allegra e spensierata, intrisa di sogni e progetti, espressi con lo sguardo a quello specchio d’acqua circolare. Le margherite “spennate” e lasciate volare laggiù, nel tentativo di richiamare l’amore del personaggio di turno.  Laggiù sul fondo avevano trovato la morte, qualche malcapitata lucertola o topolino, che annaspavano faticosamente nel tentativo di uscire dall’acqua. Ma le impietose e sdrucciolevoli pareti li riportavano al loro amaro destino.

***

Non interessava più a nessuno, sfidare la sicurezza e salire sul bordo,  per poi dondolarsi con la carrucola.  Il vecchio secchio era rimasto riverso sul fondo, le pareti ospitavano qua e là fra le pietre  qualche mammola ed erba spontanea.

Così anche lei giovane donna aveva accolto le dichiarazioni e le speranze su quel bordo, dondolando pigramente le gambe fra la noia, l’imbarazzo e la gratificazione.

Aveva accettato lusinghe e proiezioni, perché lì su quel pozzo, tutto era speciale.

Li c’erano state risa e confidenze, baci e sussurri.

Poi una sera una decisione importante era stata presa e aveva provato a gridare il nome soffocato in quel cunicolo buio, ormai vuoto.

Avrebbe dovuto intuire che quelle non erano grida di gioia, non erano le grida della domenica mattina, non erano le spiegazioni semplici, ma dettate dal cuore, da chi ti ama, erano altro.

Aveva pensato inconsciamente che avrebbe ritrovato in quel giovane uomo la forza, la grazia e il rispetto di suo padre. Si  tuffava in quei grandi occhi, marroni, ma non erano stati sinceri.

Il tempo ha giocato la sua partita e lei con lui e con loro.

La sua vita come il pozzo, l’aveva sfidata, era fiera eretta sul bordo, pericoloso, le avevano sempre detto, suggerito e implorato.

Ma lei aveva sempre amato le sfide, perché i suoi ricordi erano tutelati, i suoi errori erano stati accolti, capiti, l’avevano sempre sorretta e il pozzo non le faceva paura.

Il tempo scorreva implacabile, era mosso da intenzioni, capitolazioni e si ….arrese.

Si arrese perché credeva che quella fosse la soluzione giusta, perché tutti quelli che l’amavano, soprattutto i piccoli contavano su di lei.

E allora accettò che il viso si schiacciasse sulle pietre del bordo, premuto con forza, che le parole d’amore si trasformassero in offese e biasimo.

Lei parlava, parlava, parlava, come aveva sempre fatto e le sue parole rimbombavano con la forza dell’eco.

Poi la voce divenne leggera, ma non leggiadra, si assopì. Il pozzo non riusciva più a fare da cassa di risonanza e le parole tornavano indietro nella gola, nessuno sapeva più ascoltare.

Provò a scendere nel pozzo, grazie a quelle pietre sconnesse che formavano degli scalini circolari e si adagiò sul fondo.

Di laggiù il cielo non era ampio, ma piccolo circolare e lontano.

Non accoglieva il nuovo, ma stringeva il vecchio. Portava a pensare all’incapacità di uscire a combattere.

Laggiù era fresco, nessuno l’avrebbe trovata.

Avrebbe potuto gridare, ma a chi e cosa? Avrebbe potuto risalire, ma per chi, per che cosa?

Poi quando la sua testa si appoggiò sulle ginocchia e le braccia le abbracciarono, fu scossa da qualcosa di molliccio che le aveva colpita  proprio li, sulle braccia.

Si voltò di scatto e vide la piccola lucertola impaurita che schizzava da una parte all’altra delle pareti cercando una via di fuga.

Si ricordò allora della sua incapacità di reazione, di aver permesso che qualcuno decidesse per lei, che volesse a tutti i modi farla sentire in colpa, inadeguata.

Ma lei non era questo, lei non poteva seppellirsi laggiù. Lei era quella che aveva giocato, sperato e riso, lassù.

Che si era ferita e medicata con un semplice soffio.

Lei in quel tunnel non voleva starci. Laggiù dove chi con tanta maestria, quasi per mano l’aveva indotta, spinta. In fondo le aveva fatto un piacere, le aveva dato la possibilità di un altro punto di vista, non contagiato dagli aspetti esterni. Laggiù sola con se stessa aveva preso la sua decisione, sarebbe risalita, con tutte le difficoltà della scalata. Con i rimproveri e le avversioni da chi si era allontanata senza preavviso.

Ma in fondo lei si era già allontanata da tempo per sfuggire alle ingiurie ipocrite, di chi probabilmente aveva pensato di poterla strumentalizzare a suo piacimento, accusandola di fatti che non aveva mai commesso. Pensati si, con insistenza per scappare, ma eseguiti mai!!!

Adesso risalendo le irte mura aveva chiaro cosa fare e dove andare. Rimise il piede in terra e con lo sguardo cercò la sua compagna di sventura, la prese, lei le morse un dito, lei se l’infilo nel taschino.

Stranamente il piccolo rettile si placò, intuendo forse una via di salvezza oppure una morte sicura.

Salirono faticosamente, perché salire è sempre più duro che discendere.

Ma uscirono che ancora non era buio. Liberò la piccola che schizzò via quasi saltando. Le parve però che a metà dell’aia si voltasse, quasi come se la volesse ringraziare di quell’inaspettata libertà.

Arrivare a casa, fu un attimo.

Il resto, le parole i gesti furono immediati e liberatori.

Anni di prigionia si dissolsero in pochi istanti, proprio perché prima si era calata nella sua “prigione”.

 Tutti rimasero allibiti, perché pubblica fu la decisione.

Ma tutti capirono vecchi e bambini.

 Solo lui il carceriere, non si rese conto di quello che stava accadendo, si ribellò inveì, minacciò. Ma lo sguardo dei suoi figli, gli rimase impresso addosso, come due lance di fuoco.

Alla fine tante miserevoli azioni si conclusero con un paio di valigie fatte scivolare in silenzio fuori dalla porta, al mattino molto presto, prima che la casa si rianimasse dei rumori della giornata.

Chiudendo quella porta un sorriso e un senso di benessere la pervasero .

Mentre riorganizzava la sua vita, volse lo sguardo al calendario: 19 marzo…la festa del papà, sicuramente quella del 2003, non l’avrebbe mai dimenticata!!!

Mentre io non dimenticherò mai tutte le altre, nel ricordo del mio babbo, anche lui falegname, anche lui semplice e profondo.

Battere… e risbattere la porta

Ho sbattuto la porta sulle mie rabbie… – di Rossella Gallori

Scardinata e pesante mi è caduta addosso, un tonfo sordo, son volate mille schegge impazzite, che han ferito la mia  anima.

Lo sapevo.

Non ti ho telefonato io, so solo che sei arrivata ed in un attimo di tregua tra il vomito e le lacrime, ti ho chiesto chi ti aveva avvertita…

Lo sapevo.

Ho avuto una risposta improbabile, alla quale ho voluto credere, leniva le ferite, toglieva il bruciore agli occhi.

Lo sapevo.

Fazzoletti ed affetto, amica mia, non fermeranno le mie rabbie, non mi insegneranno a schivare ante impazzite.

Lo sai…

Continuerò a credere che un lampione sia la luna…

Una voce, amore.

Un libro un bacio.

Due parole, una carezza

Una telefonata, un sogno.

Lo sappiamo.

Tu  ci sarai, senza indirizzi di bravi falegnami, senza insegnarmi a riparare usciate violente…senza consigli che non capirei.

Lo so…..lo sappiamo.

Da un momento all’altro risbatterò la porta che mi cadrà ancora addosso…mi farò meno male…sarò più forte quando ti dirò grazie…..

Il richiamo della foresta

Il richiamo della foresta – di Cecilia Trinci

Quella sì, la poteva dominare. Poteva conoscerne i sospiri, le vibrazioni, i sussulti. Prevederli, anticiparli.

Tenendola stretta con le mani, abbracciata tra le gambe sapeva esattamente quanto e cosa poteva chiederle. Lei rispondeva. Chiedeva molto poco e solo su domanda. Non avrebbe mai raggiunto la porta per andarsene da sola. La mattina sarebbe stata sicuramente lì, senza ombra di dubbio, nella sua stanza dedicata e buia. Non chiedeva vestiti  né aveva bisogno di parole. Quando partiva era senza limiti, non si fermava mai prima della meta. Il rumore del vento che le risuonava dentro faceva crescere l’esaltazione della corsa. Lucida, serena, vibrante. Senza bagagli. Non ne aveva bisogno. Un bauletto stretto, senza lacci con poche cose rigorosamente essenziali. Era facile, per lui, esser orgoglioso di averla con sé, vantarsene come di un successo costante. Non c’era amore infatti, tra loro. L’amore non corre e non ha fretta, è lentezza e pazienza. E’ come il mare: pericoloso e immenso, bellissimo quando è calmo, terribile in tempesta. Bisogna conoscerlo e saper conoscere il vento e le maree, saper tenere la rotta e sapere dove andare. Anche con i figli, anche con i bambini. L’amore è stare in equilibrio sulle onde. Ma con lei bastava scendere le scale, abbracciarla, accarezzarla un po’ e poi andare per monti e per valli, per città e per campi, guardare sempre avanti e poi fermarsi e dire scoppiando dentro:  “Come sei bella! Che animale perfetto!” per poi abbandonarsi ad  osservare  con orgoglio infinito  le curve dell’orizzonte, le pieghe dei tornanti, le cupole delle cattedrali. Gli bastava per essere felice. Sentirsi parte di un infinito a sua misura, di un mondo immenso fatto di cose.

Non chiedeva, lei, di condividere pensieri, di concepire parole elaborate, di sognare sui bordi di quelle strade polverose un minimo di futuro che fosse appena appena più evoluto. Non chiedeva bambini da cullare, da portare a scuola, da medicare dopo le sbucciature, da consolare per un’enorme banale delusione. Bambini da ascoltare con le loro difficili magie.  Da lasciare quando fossero diventati grandi. Non cresceva. Non cambiava aspetto. Non aveva rughe. Non conosceva dolore. Chiedeva solo un po’ di manutenzione, un cambio d’olio ogni tanti chilometri,  il controllo  di quelle due ruote così grandi, l’allineamento del manubrio essenziale per tenere la strada.  E tanta benzina, quella sì, per non fermarsi lungo la strada inerte e sudata ad aspettare la tanica provvidenziale. Tanta benzina, facile da comprare.

Senza piangere

Non piangeva. Si raccontava e basta – di Gabriella Crisafulli

Se ne stava seduta al sole bruciante circondata dalle Dolomiti. L’atmosfera era quella allegra di sciatori in una malga ad alta quota. Lei guardava tutto: i camerieri che servivano, le persone che chiacchieravano, il panorama strepitoso. Era in cima ai monti avvolta da una natura incantevole ma si sentiva preda della malinconia. A giorni sarebbe stato il suo compleanno e misurava i danni che aveva fatto nel tempo.

Fin dalla nascita aveva bevuto virtù a cucchiaiate con il risultato di cercare errori e vizi negli altri. Era stata fiamma ossidrica per chi la circondava perché si incistava nelle loro vite. Peccato. Sicuramente qualcosa di positivo doveva aver pur fatto, ma non veniva ricordato e chi la circondava era ostaggio dei propri vissuti. Così le si avvicinavano con prudenza, in dosi omeopatiche.

Si strinse nella pelle accaldata dal sole.

Non piangeva: si raccontava e basta.

Aprì il libro che teneva in mano e cominciò a leggere.  

Sei felice?

LA PORTA BATTUTA CON RABBIA – di Carla Faggi

Quando vengo a trovarti riesco ancora a vederlo quell’ammacco alla porta, forse sono gli occhi del ricordo, forse il dolore che è rimasto ancora lì, ma il pugno rabbioso che tirasti alla porta di cucina sanguina ancora.

Era la ribellione alla tua malattia, alla mancanza di vita, alla paura degli altri, ma soprattutto alla consapevolezza di non essere te stesso.

Eri appena adolescente ma già avevi paura del mondo, ti sembrava che gli altri parlassero di te, che ti guardassero sempre. Depressione, ansia, fobie, sindrome mista l’avevano chiamata.

Ora è passato tanto tempo, ragazzo mio, e stai meglio, molto molto meglio.

Ma non sei più un adolescente, hai cinquanta anni.

-Sei felice? ti chiedo.

-Forse, mi dici.

Urlare in silenzio

Non amore – di Vanna Bigazzi

Aveva dodici anni quando nacque Ivana, ormai era certa che sarebbe rimasta figlia unica e quella bambina inattesa da tutti fu proprio un” fulmine a ciel sereno” per Laura. Non capiva che corso avrebbe preso la sua vita e quella dei suoi genitori in seguito a quell’evento. Altro che “fulmine a ciel sereno”, una voragine senza fine si aprì nel suo animo…

Già era stata allontanata dai genitori negli anni della guerra. Per proteggerla, l’avevano affidata ai nonni che abitavano una bella palazzina di campagna, lontana dai pericoli.

Laura viveva i suoi nonni come un surrogato. Nonostante facessero di tutto, rappresentavano per lei degli usurpatori d’amore, per questo non concedeva loro una briciola del suo affetto. In quegli anni i suoi andavano a trovarla ogni fine settimana, le portavano regalini e dolcetti per quanto, all’epoca, difficilmente reperibili; una volta persino un dolcissimo canarino. lei sempre scontrosa ed irritata. Non riusciva in quei due giorni di festa a non far pesare il suo scontento. Le foto dell’epoca la ritraevano sempre imbronciata. Sua nonna per farla sorridere le cantava sempre una canzoncina:” E l’ uccellino, su quell’ ulivo…” nessuna reazione. In segreto Laura confessò alla mamma che odiava quella filastrocca e odiava anche la sua nonna quando la cantava. Fu in uno di quei fine settimana che i suoi, giungendo alla palazzina con un’auto d’ occasione acquistata appositamente per fare quel tragitto che li separava dalla figlia, si preoccuparono moltissimo nel vedere la nonna che li attendeva trepidante fuori dal cancello. “Mamma, cosa è successo” gridò Maria.

La nonna piangeva quasi: “Non ho il coraggio di dire niente, venite a vedere…” Li condusse sotto la loggia e mostrò loro un brandello di carne simile ad una piccola salsiccia depositato in un angolo, sopra il tavolo; accanto qualcosa di giallo non bene identificabile, di lato la gabbia deserta esprimeva solitudine ed abbandono…

Non piangeva. Raccontava e basta

Non piangeva. Raccontava e basta – di Sandra Conticini

Non capivano, entrò in casa sbattendo la porta ed iniziò a parlare, parlare, parlare, poi si chiuse in camera.

La conoscevano bene, era successo qualcosa  di importante che le faceva molto male! Aveva bisogno di sfogarsi, rossa in viso, in preda alla rabbia,  non  riusciva a piangere…

Si impaurirono,  pensarono a tutto,  davanti ai loro occhi  passarono tanti film, ma nessuno sembrava possibile!

Riuscì a calmarsi un po’ e, uscendo di camera, iniziò a raccontare. Aveva incontrato il vecchio zio della mamma che le aveva offerto un passaggio in macchina, ma l’aveva portata in un posto un po’ fuori ed aveva iniziato a sfiorarla con le mani, carezzarle i capelli e piano piano si avvicinava sempre più.

Lei, incredula, aveva provato un senso di schifo misto a paura, ma   era riuscita a scendere di macchina e, correndo, era arrivata alla via principale che l’aveva riportata a casa.

Sbattere la porta

LA PORTA SBATTUTA CON RABBIA – di Elisabetta Brunelleschi

In un lampo mi vedo a spingere con rabbia una porta. È un ricordo lontano venuto a galla e rimasto lì.

Ma se ci penso, sento che ora, in questo presente, la rabbia non mi appartiene, non riesco più a provarla.

La rabbia, già, ma ma cos’è?

Un’emozione, sì ! Una forte emozione che gonfia dentro il petto, rode e vuole poi uscire, anzi esplodere.

Allora ecco che puoi urlare, sbattere, correre, aprire e chiudere, rompere, fracassare.

L’età avanza e il tempo delle porte sbattute è finito.

È meglio parlare a bassa voce e camminare piano; lasciare che una una porta cigoli piano piano mentre la apri per ascoltare meglio una musica che viene da lontano.

Ogni mattina le persiane cigolavano

Ogni mattina le persiane cigolavano. – di Stefania Bonanni

Una casa fortemente danneggiata lungo la strada in una frazione di Amatrice

Ogni mattina le persiane cigolavano.

Ogni mattina, come a segnare il ritmo del giorno che segue il buio, le persiane cigolavano.

Ogni mattina, qualunque tempo facesse, le persiane cigolavano.

Ogni mattina, anche quando non si alzava più  nessuno, le persiane cigolavano.

Ogni mattina, quando le finestre non venivano toccate da giorni, le persiane cigolavano.

Ogni mattina, e non so quante mattine erano passate dal giorno in cui si fermò tutto, le persiane cigolavano.

Ogni mattina, era l’unico rumore.

Chi avesse guardato da vicino con occhi amorevoli, si sarebbe accorto delle strisciate nere che colavano dai cardini.

Non cigolavano, le persiane. Pregavano, e piangevano.

E intanto continuavano a sgretolarsi le mura.

E l’unica parete ancora in piedi, era quella con le persiane che cigolavano.

Tutto il resto era cascato, quasi tutto con quella prima scossa, poi piano piano, un tetto ogni tanto, un mattone ogni tanto.

Erano le persiane,  a reggere quella parete.

Ogni mattina continuavano  a cigolare.

I rumori della notte

Notturno – di Luca Di Volo

Non gli piacevano i rumori della notte. Gli evocavano sempre emozioni diverse: fastidio..inquietudine..in qualche caso vero e proprio terrore…che si attenuava solo quando poteva scoprirne la ragione fisica e razionale. Il suo amico analista gli aveva spiegato che il timore che questi suoni evocavano era nient’altro che il riflesso rimasto impresso nei nostri antichissimi antenati e che attraverso millenni era stato profondamente inciso nella nostra eredità genetica. In qualche modo noi eravamo ancora “loro”, quando, di notte, il pericolo era davvero reale e un rumore insolito poteva indicare la presenza di una belva o di un cataclisma..insomma morte sicura. E loro erano deboli..come noi.

Ciononostante, quella sera era tranquillo, una buona cena con buoni amici, con del buon vino era un viatico per una notte serena.

Stava appena appisolandosi quando un suono, conosciuto, ma insolito a quell’ora, lo strappò dalle braccia di Morfeo e lo riscagliò nella brutale realtà..Lo riconobbe, era lo squillo di un telefono..si alzò precipitandosi a guardare se il telefono fosse il suo…no, il suo dormiva sonni tranquilli..

Già un po’ inquieto, appoggiò gli orecchi alle pareti…sì, il suono era proprio di un telefono, ma proveniva dall’appartamento accanto. E lui era certo che fosse disabitato. Conosceva i proprietari, erano partiti due giorni prima per le vacanze, lui stesso li aveva salutati quando, armi e bagagli erano partiti ilari e giulivi per la montagna.

Quindi poteva immaginare quelle stanze buie, illuminate da un barlume di luce che filtrava dalle tapparelle abbassate sufficiente a riflettere il bianco delle coperte stese sui divani, le poltrone e le sedie per coprirle dalla polvere…i lampadari appesi tristi e inutili in quella notte senza fine e i mobili, spettri minacciosi neri alle pareti.

Un po’ stanco, ma anche lievemente rassicurato, si adagiò su una poltrona dello studio, rilassandosi..e, senza accorgersene, precipitò nella trappola della mente.

Guidato da quella voce del telefono, divenuta ora imperiosa e irresistibile, si trovò immaterialmente trasportato nell’altro appartamento. Lì il trillo era più forte, sollevava onde di vento, e a quel vento le coperte messe a coprire i divani presero ad agitarsi, molli fantasmi con movenze di un risveglio sensuale..E il suono esasperante le guidava al ritmo dei suoi trilli.

Presto si svegliarono gli altri mobili…le sedie cominciarono a dondolarsi sempre più rapidamente, ora le coperte erano ritte in piedi agitando quelle che sembravano braccia umane in quella spettrale danza macabra…e su tutto il trillo del telefono, che ora era il lamento di un’anima dannata, che sembrava guidare quel sabba infernale…e l’intero appartamento lo seguiva, ognuno per la sua parte…e il telefono suonava, suonava, solo e disperato….

Si svegliò turbato: era ancora sulla sua poltrona. E il telefono aveva smesso di suonare.

Per la serie: Anteprima di personaggi

Cattiveria in assaggio – di Ivana Acciaioli

Era un uomo alto e magro, scuro di pelle, con capelli neri attaccati alla testa, lisciati, forse impomatati.
Lo ricordavo  vecchio, invece a pensarci bene doveva avere meno di cinquant’ anni.
La magrezza lo costringeva a piegarsi leggermente su di sé, adesso potevo pensare che volesse nascondersi alla sua stessa vita.
 Avrebbe avuto molto di cui vergognarsi ma sicuramente dormiva sonni tranquilli.
Dietro la parvenza del bene aveva fatto del male gratuito alla mia famiglia e questo non glielo potevo perdonare.
Il suo studio era elegante, in sala d’aspetto faceva bella mostra il sofà , che era stato di mia  nonna, debitamente restaurato e  vestito di un nuovo tessuto ma  sempre rosso porpora damascato. Concetta ci teneva molto, era un ricordo di famiglia anche se un po’ malandato, da sempre lo teneva in un angolo della stanza, nessuno ci si era mai seduto per una strana forma di  rispetto. Il dottor C. era venuto molte volte in inverno a visitare l’anziana signora e ogni volta apprezzava, forma, legno, intarsi  del canapè finché  gli era stata regalato come omaggio alle sue spesso neppure richieste cure o…mire per meglio definirle.
Meschinità , disonestà, avidità  non erano però  le sue qualità peggiori  considerando che la sua incapacità come medico avrebbe portato mia mamma a sfiorare la morte.
La laurea in medicina non l’aveva né sudata  né studiata, il padre facoltoso e  massone, uomo potente , gliela aveva  alla fine procurata, e lui si era ritrovato medico senza vocazione.
Aveva qualcosa di maniacale in sé,  privo di umanità, era pericoloso, ora lo capivo.
Possedeva un apparecchio radiologico, metteva i suoi pazienti dietro quello schermo senza minimamente preoccuparsi dei rischi  a cui li sottoponeva e non si pensi che fosse ignoranza perché lui si sistemava al sicuro.
Si dedicava con amore e passione solo ai suoi francobolli e  alle antichità , probabilmente  sarebbe stato un ottimo collezionista d’arte e magari anche un ricettatore…….

Parole di cattiveria

LA NORMALITA DEL MALE – di Roberta Morandi


Un gusto amaro, un torchio allo stomaco, come se avessi evocato  chissà quale schifezza ed invece ho solo pensato alla cattiveria, quella in astratto, non  concreta e tangibile, ma quella impalpabile e talvolta fumosa, quella  che ti si appiccica addosso come il fumo di sigaretta che non te lo togli più. 
Ed eccola lì, ce l’hai davanti e la vivi tutti i giorni, anzi ci convivo. È  fatta di attimi, di quando ci rimani male di qualcosa e ti scatta subito un senso di cattiveria: che ti hanno fatto? Che vorresti fare? Quello mi ha guardato torto, cosa gli ho fatto? Cosa ho detto? Perché? Cattiverie. Mezze parole, parole non dette e dette sottovoce per non farle sentire, dette ad altri e non davanti, perché? Parole cattive? Senza dubbio cattiverie. Cattiverie di tutti i giorni che cattiverie non sono e mai saranno vere cattiverie.
Eppure…un pensiero s’insinua.
Siamo tutti cresciuti all’ombra delle cattiverie, queste parole  che fin da piccoli ci siamo sentiti ripetere 10, 100, 1000 volte in varie modalità per 10, 100, 1000 occasioni:
non fare il cattivo/a!
Se continui a fare il cattivo/a
Se mi fai arrabbiare sei cattivo/a 
Brutto/a cattivo/a
Sei stato proprio cattivo/a
Ci portiamo appresso questo fardello di aura cattiva ed ogni volta cerchiamo di colorarla e camuffarla, non per nasconderla agli altri ma per non vederla noi stessi perché sappiamo che non siamo così. 
Ne siamo pervasi, circondati, avvolti e non per questo ci sentiamo cattivi, anzi, siamo così certi che non lo siamo che rimaniamo allibiti quando qualcuno ci dice che lo siamo. 
Allora mi viene in mente il personaggio del film Forrest Gump: cattivo è  chi il cattivo fa. Già. Il paragone. C’è  sempre una cattiveria maggiore con cui misurare la propria.
Credo che il secolo scorso abbia avuto il suo cazzotto nello stomaco in fatto di cattiveria, anzi malvagità,  a quello ci riferiamo quando parliamo di cattiveria…e poi ci assolviamo.
Allontaniamo da noi ogni forma di male sia come azioni  che come pensieri, ma con le reti sociali non possiamo sfuggire, lì possiamo riversare tutte le cattiverie che abbiamo in noi e quelle del mondo, lì vengono vomitate e lì rimangono oggi, poi domani le abbiamo già dimenticate, le abbiamo affidate alla rete e così ce ne siamo liberati e non ci paiono più così cattive. È poi tutti lo fanno! Già in nome del  così fan tutti ci sentiamo autorizzati e forse anche benedetti, e ci assolviamo.
Di voce  in  voce , piano piano, di orecchio in orecchio si installa la cattiveria sempre più detta e mai fatta apertamente, tanto che siamo sempre più pervasi, avvolti contornati  dalla cattiveria che è  quasi la normalità. 

Scricchiolio di cattiveria

IL PANE FRESCO – di Elisabetta Brunelleschi

Non lo potevi dire gobbo, ma camminava sempre un po’ curvo da un lato, poiché la cifosi con l’età gli aveva colpito la dorsale.

Usciva ogni mattina dal cancello di casa e si avviava verso il parcheggio guardandosi intorno e sperando, in cuor suo, di non essere visto e nemmeno di vedere.

– Oh! Nandino, che fate stamani! –

Ecco, Vittorio lo aveva scovato e lui doveva rendergli pan per focaccia. Alzava la testa, raddrizzava un po’ la schiena, sistemava in sorriso le labbra fini e biascicava un saluto condito con amenità varie:

– Se piove si lascia piovere, tanto fa quel che vuole! –

Così partiva la giornata per quell’uomo taciturno che pareva voler star lontano da tutti e da tutto.

Si vestiva in modo semplice, quasi dimesso. Nella bella stagione indossava pantaloni scoloriti e magliette dal collo consunto, in inverno si riparava con un giaccone color militare su un paio di pantaloni di flanella lisi sui ginocchi.

I capelli, appena appena brizzolati ( e aveva già superato i settantanni!) li portava corti, a spazzola.

Aveva lavorato per quarantanni come autista in un magazzino di legname, senza approfondire nulla però, obbedendo alle regole e rispettando gli orari. Fiducioso solamente nello stipendio che a fine mese doveva garantire il sostentamento.

Ora, che da più di quindici anni si godeva la pur limitata pensione, al mattino presto, amava andare al supermercato e scegliere le verdure, la carne, i biscotti, il formaggio, che poi, avanzando sempre un po’ ricurvo, sistemava sulla cassa. Della cassiera non guardava il volto, ma le mani. Ne spiava i veloci gesti nel timore di uno sbaglio, di un prodotto contato due volte che poteva gonfiare il totale.

Sì, era avaro, ma non sempre. Qualche volta si concedeva timidi regali: una bottiglia di grappa ma di quella buona, il Vin Santo della migliore annata, un pacco di bicchieri di vetro soffiato, … tutte cose che quasi nascostamente portava a casa e riponeva nella credenza, specialmente le bottiglie; perché lui non beveva, poteva assaggiare un gocciolino dopo i pranzi delle feste raccomandate e più niente!

La sera in casa non si spiccicava dal TG e imprecava contro i politici responsabili di tutte le possibile ingiustizie mentre Lina, la moglie, scuoteva la testa e si chiudeva in camera a guardare un film.

Tornò una mattina con la borsa più piena del solito, tanto che un ciuffo di foglie di sedano ciondolava verde da un lato.

Lina lo squadrò con aria rassegnata, sapeva ormai accettare le sue spese e con pazienza riempiva il frigorifero.

Lui raccolse quello sguardo e volle giustificarsi:

– Non è appassito, con un po’ d’acqua riprende! –

– No, non è quello, stamani hanno telefonato da Santa Teresa, è morta la zia Erminia! –

– Ha finito di patire. –

– Martedì mattina alle 10 c’è il funerale –

– Dove?-

– Ma lì, nella casa di cura, c’è una cappella, l’abbiamo anche vista! –

Nandino andò sul terrazzo. Lina continuò a smistare la spesa: questo nella credenza, questo nello stanzino, … mancava il pane.

– Dal fornaio quando passi? –

– Domattina – rispose Nandino.

Il pane del supermercato non gli piaceva, preferiva quello del bottegaio che  sfornava filoni da un chilo belli gonfi, con la mollica asciutta e la corteccia croccante.

In casa, l’arrivo del pane fresco era un rito che si ripeteva a scadenze fisse. Lui lo appoggiava sul tavolo badando a lasciare aperti i bordi del sacchetto affinché rimanesse arieggiato e poi esclamava:

– Oggi si mangia quello fresco, quello duro va a domani!-

Il pane era un che di sacro, non si poteva sciupare!

Lina intanto stava ripensando con nostalgia all’infanzia, alle vacanze trascorse nella casa di campagna della zia, ai giochi con i due cugini … Poi il tempo passa.

I cugini non li vedeva da diversi anni. Marco si era trasferito a Torino e Mirella in un’altra provincia. La zia Erminia abitava da sola, i figli l’andavano a trovare solo in occasione delle vacanze. Poi, il tempo, inesorabile, iniziò a indebolirla e lentamente le fragili ossa finirono per cedere. Cadde in giardino e persa ogni autonomia motoria, si aprirono per lei le porte della casa di cura.

Lina di tanto in tanto le faceva visita e l’aiutava come poteva.

Ma lui no! Non voleva mettere piede in quel ricovero e quasi quasi l’avrebbe impedito anche alla moglie. Era rimasto fermo nella sua idea.

– Ha due figlioli, ci devono pensar loro.

Te al momento ai pensato ai tuoi, e loro? –

Alla fine, dopo quattro anni di immobilità, la zia Erminia chiuse gli occhi.

La mattina del funerale Nandino andò presto presto dal fornaio. Ripetendo lo stesso rito, poggiò il sacchetto sul tavolo gustando la fragranza del pane appena sfornato e rassicurandosi su quello raffermo che avrebbe mangiato il giorno appresso.

Lina con indosso un completo scuro, passava inquieta da una stanza all’altra, serrava le finestre e controllava che le luci fossero spente.

Lui sui soliti pantaloni di tela grigia mise camicia e giacchetta ma rifiutò categoricamente la cravatta che lei gli porgeva.

– Il nodo mi soffoca, lo senti che caldo! –

Al funerale c’erano tutti, stretti uno accanto all’altro sulle panche dell’esigua cappella. Marco e Mirella rispondevano al saluto dei parenti con larghi sorrisi.

L’accompagnarono al cimitero e era già mezzogiorno.

Lina s’intrattenne coi cugini. Nandino guardava l’orologio, era ora di pranzo.

E allora si fece avanti:

– Via venite da noi, ci si arrangia! Da tanti anni non ci si vede! –

Loro si schermirono un poco, erano incerti.

Ma anche Nandino acconsentì:

– Si mette in tavola quel che c’è! –

Giunti a casa lui andò subito in cucina, prese il sacchetto del pane fresco e lo ripose nello sportello.

Apparecchiarono in salotto. Lina aveva già pensato a tutto, c’era solo da riscaldare, portare in tavola e preparare il cestino con il pane, …

Lui aprì lo sportello prese il pezzo di quello raffermo e iniziò a affettarlo…

Lina lo guardò con aria stupita e stava quasi per aprire bocca ma lui voltò la testa, si piegò ancor più sulle spalle e continuò a tagliare. Quando il cestino fu pieno sorrise a labbra strette e con aria compiaciuta entrò in salotto e lo appoggiò al centro del tavolo.

Durante il pranzo ricordarono il passato, parlarono di Erminia, i cugini elogiarono la cuoca e si complimentarono con Nandino che, a loro giudizio, si manteneva come un giovanotto.

– Volete ancora pane? Ve lo affetto! –

Nandino si alzò e cercando di raddrizzare la schiena, andò in cucina e affettò tutto il resto del pane secco, che nuovamente pose in mezzo al tavolo, mentre quello fresco se ne stava lì, nascosto nello sportello.

Per una volta si sentì vittorioso verso quei cugini che ignari delle sue oscure intenzioni mettevano in bocca gli ultimi bocconi di pane.

Un sorriso malizioso, che solo Lina seppe leggere, traspariva dalle labbra fini.

Si salutarono promettendosi visite che di sicuro non avrebbero ricambiato, ma alla fine, i cugini e Lina furono contenti di essersi rivisti, di aver trascorso insieme quelle poche ore, parlando del più e del meno, con quella leggerezza che talvolta occorre per lenire i disagi, le incomprensioni, i dolori che non si possono né evitare nè risolvere e che a quel punto, forse era meglio tacere.

 Accompagnarono i cugini sino al cancello, lui rimase curvo da una parte e non cambiò idea, erano degli ingrati!

Rientrati in casa Lina si fermò sulla soglia della cucina e guardò lo sportello:

– Bene! Così ora è duro anche quello! –

I “mi piace” da ascoltare

Mi piace – di Tina Conti


Al mattino, amo crogiolarmi nel letto ascoltando  il canto degli uccelli, poi, aprendo la finestra, arriva aria profumata e pungente che sveglia. Non resisto e esco fuori in giardino per vedere cose c’è. Sonnacchiosa, ascolto i rumori della casa, la doccia di Paolo, a volte il pane che si arrostisce nel tostapane. Ecco che esce il caffè, i sensi si allertano.
Che goduria la collazione: la ricotta che si mescola col miele… Si sentono le bambine che chiacchierano mentre si preparano per andare a scuola.
Mi piace il picchio che in estate inizia presto a beccare sul tronco di un albero e rimbomba nel silenzio.
Mi piace ascoltare l’acqua che schizza sul mio corpo quando faccio la doccia e le voci di persone che camminano nella strada mentre sono nell’orto.
Ascolto il rumore della carta che spacchetta il cartoncino dei dolci della pasticceria.
Mi diverto a saltare o danzare con una musica allegra.
Mi commuove sentire il mio nome chiamato dai miei nipotini e ascoltare il calore  del loro corpo quando si addormentano vicino a me.
Mi conforta sentire il suono dei passi sulla sabbia, nel bosco fra le foglie, sulla neve e ascoltare il rumore del mare.
Mi rallegra cantare in compagnia e ballare.
Mettermi quieta e ascoltare il mio corpo che si rilassa.
Ascoltare il rumore del cancello che si apre e aspettare la macchina di mio marito che rientra dal lavoro. Mi rilassa accucciarmi in inverno vicino al camino a guardare il fuoco. Mi piace ascoltare la neve che cade e mi sorprende  per il suo arrivo in una giornata di fine inverno.

Il canto della piccola TEA quando è di buonumore

Cliccare

Cliccare – di Cecilia Trinci

Nel video spento vedo con chi parlare. Forse quella lì può capire.

Una montagna di piccole idee affastellate si tuffano, proprio lì, si spengono sbattendoci contro, si spiaccicano come zanzare sul vetro di una moto in corsa, e forse è proprio la rincorsa con cui escono che le fa morire appiccicosamente così……senza poter frenare con razionalità.

Un altro anno è passato. Volato, frullato, disintegrato.

E’ tutto dentro questo computer. Foto, scritture, diari di bordo, attimi. Anche qualche sogno stropicciato.

Una scatola rettangolare molto fragile contiene tutto questo tempo, questo lavoro inventato, questi pomeriggi di incontri e sogni prestati, figli adottivi affettuosi e quasi somiglianti a questa pseudomadre che sono io, riflessa nello specchio del computer.

Il rumore del dolore

La luna e l’iraniana – di Cecilia Trinci

Nell’aria, il mare.

Una di quelle feste dove conosci solo chi ti ha invitato. Grigliata all’aperto, il barbecue di legna, cesti di frutta carnosa: pere, prugne, pesche. E poi in giro tanta gente.

Su una panchina sta parlando una bella donna: Azita, iraniana. “Ciao, dice, mi chiamo Azita, stanotte c’è una bellissima luna piena, nessuno dormirà bene, stanotte. La luna piena ha troppa forza e nessuno ce la fa a sostenerla”.

“Ha un significato il tuo nome?” chiedo

“Colei che cura il male d’amore”

“E tu lo sai fare?”

“Eh no, troppo difficile!!” e ride con tutta se stessa. Con gli occhi soprattutto.

Poi comincia a raccontare, con quella magia da Sherazade, con gli occhi intensi, tutti pieni di storia. La storia intera della Persia.

“Sono iraniana, sono fuggita dal mio paese perché il governo è infame”.

Dice del suo lavoro, e di nuovo si illumina: dipinge rose sulla stoffa, seta soprattutto.

Ha una famiglia italiana. La figlia parla un po’ il persiano, il figlio non ne vuole sapere. “Le donne sono troppo più brave”, dice. Lei tiene a mente la sua lingua leggendo poesie iraniane. Non vuole dimenticare.

Sono diciannove anni che non torna. Solo una volta è tornata e ha rischiato tutto quello che aveva. L’accademia, il lavoro, gli affetti. La libertà. Soprattutto la libertà. Ha partecipato ad una festa di matrimonio non autorizzata. Gente ricca, piscina  a pelo d’acqua…c’è una Teheran ricca, ricchissima e una Teheran povera, poverissima. Tutto si paga. Basta pagare e ti lasciano in pace. Nel privato e nel segreto delle case poi succede di tutto. Qualunque nefandezza. La gente impara la democrazia stravolta da internet. Le guardie sono venute a controllare e hanno fracassato tutto. Lei è riuscita a scappare. Avrebbe perso tutto: il visto, il passaporto. Non sarebbe più potuta tornare indietro. Ha detto “no, non rischio più, troppa paura”. Era scappata dal suo paese perché aveva visto troppa violenza. Uscendo dall’università aveva visto una donna lapidata in mezzo alla strada, in centro di Teheran. Una donna interrata fino al petto, col capo coperto da una balla di iuta e tutta piena di sangue. Una violenza inaudita dice. Rabbrividisce. Ci fa rabbrividire. Gli occhi si inumidiscono. Trema.

“Non c’è niente di più crudele e non vale la pena rischiare. Se sei straniera non ti fanno niente, anzi, sono accoglienti, l’Iran è pieno di bellezze, di storia. Ma se sei iraniana possono farti di tutto, se torni con un marito, dei figli stranieri loro possono lasciarli tornare ma tu no, tu puoi essere trattenuta per sempre. Ci sono famiglie spezzate, divise. Un ragazzo iraniano che non ha potuto raggiungere la moglie in America si è impiccato a Teheran”.

“Non tornerò più” dice, ma dice anche che il proprio paese ci resta nelle vene, nel sangue. Gli odori, i sapori. E gli affetti. Suo padre è morto senza che lei abbia potuto rivederlo. Lei dice: è un diritto condividere con i genitori anche i momenti di dolore. Gli ultimi momenti della vita. A noi ce lo negano. Anche questo diritto elementare. E’ una grande violenza.

Dice “tempo fa, sotto Natale ero a fare la spesa alla Coop. Ho visto una figlia che faceva la spesa con la madre, compravano il pesce per la festa, parlavano tra sé. Io mi sono chiusa in bagno e ho pianto per un’ora. Io non potevo. A me non poteva toccare”.

“Siete un bel popolo” dico, e ricordo altre due donne iraniane che ho incontrato: la venditrice di riso con gli occhi bellissimi, che faceva di una cottura un rito importante; l’amica di Solange, rimasta in Italia da sola a pochi anni, con due sorelle:  i genitori  dopo essere scappati in Italia con le figlie erano tornati indietro a prendere altre loro cose e non sono più potuti tornare e raggiungerle. E loro sono cresciute con sofferenza, ma anche con la solidarietà gioiosa di sorelle, tre donne, da sole.

“Grazie” e di nuovo si illumina di una grande luce interiore. “E’ bello che si parli di noi. Loro vogliono che si costruisca un buco buio e silenzioso sopra  l’Iran. Vogliono che si sparisca dalla storia. Ma non riusciranno in questo. Il nostro popolo non è musulmano, non è neppure arabo. Abbiamo le nostre tradizioni i nostri riti, legati al fuoco, per esempio. Si fanno dei falò e ci si salta sopra, attraversandoli, dicendo delle formule. Loro ce lo vorrebbero impedire. Ma noi li facciamo lo stesso. Sono riti di purificazione.

Dice “Avete letto il cacciatore di aquiloni? E’ un best sellers ma va letto, dice cose vere, autentiche. Bisogna che si sappia. Si deve parlare di questi problemi” E ancora “Anche Lolita a Teheran, va letto, anche lì c’è Azita o Ajita, non si sa bene come si scrive di preciso”.

Dice ancora, con quei suoi occhi stupendi “Il Dio dei poveri è diverso da quello dei ricchi. Non può essere le stesso dio. Si sono fatte cose ignobili in nome di Allah. E l’altro Allah non è possibile che approvi”.

Quando mi sono alzata per salutarla le ho detto “buona luna” e lei “grazie, che piacere incontrarti”.

L’ho lasciata lì, nella luce della luna, sotto gli olivi grigioargento.

Legami

Legami – di Gabriella Crisafulli

Ci incontriamo ogni settimana a lavorare di penna, a ridere e a scherzare.

I testi, sciorinati come panni al sole, vibrano di gioie e dolori. In questi spartiti ognuno trova la propria cadenza. 

Sediamo intorno ad un tavolo rosso mentre le voci dialogano, si rincorrono, si sovrammettono. Le parole rotolano, rimbalzano, colpiscono, svelano. Le idee costruiscono castelli, ponti, strade.

Un clima soffice ci avvolge mentre moduliamo il pensiero in una fitta trama di fili aerei.

Legami.

Una ricetta e una storia

Cassola…dolce ebraico… – di Rossella Gallori

Arrigo si annunciava un paio di giorni prima: che la vole?…ce l’ho!!!

Arrivava sul presto, che in casa nostra sembrava sempre un po’ tardi,  mattinieri per necessità, più che per vocazione…

Era un omone dagli occhi verdi e vispi, un basco nero, la camicia a quadretti un po’ grandini, il fazzoletto rosso al collo, la giacca di velluto sganciata…suonava così forte il campanello che spesso apriva anche la signora di sopra..

La mamma  metteva il caffè sul fuoco e correva verso “LA RICOTTA” ….si verso la ricotta, sapeva già cosa farne….per LEI, la ricotta, sopportava le sbirciate di Arrigo, il gioco valeva la candela, mia madre è sempre stata una donna dal seno piccolo ma dai grandi scolli….e poi diciamocela tutta un chilo di ricotta buona e gratis, mica capitava tutti i giorni….lo congedava in fretta, poi il povero pastore di San Godenzo…

Si metteva subito all’opera, con la radio accesa, e la padella nera,  quella con il manico di legno grosso, quella che le mie mani di bimba non riuscivano ad afferrare.

Nasceva cosi il suo dolce preferito, che all’epoca non aveva un nome, ma un profumo,  un sapore ed un colore indimenticabili…ricotta, uvetta “BRIACA”  di rum o di quel che c’era, uova, zucchero, arance…vaniglina tanta, forse troppa….ma le dosi erano un  segreto che nemmeno la cuoca, mia madre,  conosceva.

Ricordo il colore le sfumature del giallo che diventava arancio, lo stupore nello scoprire che la nostra cena “ A CAFFELLATTE”  sarebbe stata arricchita da quella che lei chiamava: un dolce ebraico di giù…..ci veniva impedito garbatamente o quasi  di porre altre domande…

La tradizione fu abbandonata alla morte di Arrigo, ricordo che andammo io e la mamma in pullman, rimpiangendo, andata e ritorno, più la ricotta che lui….poveretto.

Gli anni sono passati, i ricordi  assopiti, i sapori poi quasi dimenticati, manca tanta, troppa gente all’appello….le mani mi avanzano per contare chi mi è rimasto……..

Poi arriva la telefonata, Alice mia figlia,  mi domanda : mamma, la conosci la cassola?…..chissà perché rispondo: che?????

Potevo almeno sciorinare quei tre grammi di cultura che ho….parlando di uno scrittore….invece …..

Ali è sbrigativa spesso ricorda mia madre…dopo te la porto….tra dieci minuti  son li.

Chissà perché penso ad uno spezzatino…penso male…

Arriva con un qualcosa che credevo aver dimenticato, il sapore, il colore …l’amore…una enorme fetta di Cassola…un dolce ebraico romanesco… del quale non sapevo il nome,  e non ne conoscevo le origini, ho sempre creduto poco alla mamma…

Mia figlia mi guarda, mangio in silenzio, con le lacrime che scendono….poi mi alzo ho sentito suonare il campanello….apro, c’ è Arrigo sull’uscio, con “la pezzola ai collo”. Sento il profumo del caffè, mia madre” tira fori la teglia nera”…

Grazie di esistere Alice.

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La ricetta di Alice Parretta

CASSOLA EBRAICO-ROMANESCA

Preparazione: 10 minuti     Cottura: 30 minuti     Dosi: 8 persone

Ingredienti: 600 g di ricotta – 4 uova – 100 g di zucchero – 110 g di uvetta – 1/2 scorza di limone – 1/2 di scorza d’arancia – 1 pizzico di sale – 1 pizzico di cannella

Per guarnire: 4 fette di arancia – q.b di pangrattato – 10 g di burro – 1 cucchiaino di zucchero

Per realizzare la Cassòla ebraico-romanesca iniziate mettendo l’uvetta a rinvenire in acqua tiepida, aggiungendo del liquore se volete dare una nota più decisa.
Poi prendete una ciotola capiente, impasterete tutto li: versate la ricotta con lo zucchero, poi la scorza di mezzo limone e di mezza arancia con il pizzico di cannella – se piace – e il pizzico di sale. Lavorate bene fino a ridurre a crema, con una forchetta o, meglio, con una frusta a mano.
Incorporate all’impasto un uovo per volta, avendo cura di amalgamarlo bene prima di inserire il successivo. Strizzate ora l’uvetta dal liquido e inseritela nell’impasto mescolando con un mestolo.

Accendere il forno a 180°C. Imburrate molto bene uno stampo del diametro di 18-20 cm, alto almeno 3 cm, cercando di abbondare con il burro, che sarà poi fondamentale nell’operazione si sformatura del dolce. Se non avete ospiti celiaci, spolverizzate con del pan grattato tutto l’interno dello stampo, sarà ancora più facile sformarlo. In caso contrario, omettetelo.
Versate l’impasto e infornate per circa 30 minuti, in ogni caso estraetelo quando il centro del dolce non risulta più tremolante scuotendo lo stampo. Fate raffreddare bene su una griglia e poi in frigorifero, poi sformatelo sul piatto di portata e servite.
Se volete arricchire la sua presentazione, tagliate 4 o 5 fette sottili di arancia e fatele scaldare con un cucchiaio di zucchero in padella, finchè si caramelleranno, poi adagiatele nel centro del dolce.