La parola del giorno: tradimento – Patrizia

Tradimento – di Patrizia Fusi

Scorrono sullo schermo della tv le immagini strazianti sull’Afghanistan. Folla di persone che corrono sulla pista dell’aeroporto, alcuni si arrampicano sulle ali degli aerei in movimento, volti impauriti, ad un tratto un volto mi colpisce, un giovane avrà circa sudici anni, ha lo sguardo smarrito, ha il telefonino all’orecchio, chissà con chi comunica, nel guardarlo è come vedessi mio nipote, gli occhi mi si riempiono di lacrime, provo un forte turbamento, dolore e impotenza completa verso la sua situazione e del suo paese.

Lui è nato quando c’erano le truppe americane e europee, avrà creduto nei così detti valori, nel vivere in maniera diversa, nel rispetto dell’Islam ma in maniera più libera.

Se vivrà e rimarrà in Afghanistan quale sarà il suo destino?

 Quel bel viso di ragazzo imberbe si dovrà ricoprire di barba?

Che sorte gli toccherà?

Sento di aver tradito quel ragazzo, quella popolazione, tradita per giochi di potere più grandi di noi, piccoli esseri umani.

Parola del giorno: tradire se stessi (Nadia)

tradire è anche tradire se stessi?

ARITMIA – di Nadia Peruzzi


Ultimo tocco di spazzola, dato. Controllo trucco, fatto. Nulla da aggiungere si può andare.
Poi le scarpe, le maledette scarpe che stanno sempre in basso. Troppo in basso.
Ti poni il problema di quante cose ti servano e devi prendere chinandoti quando sai che basta un movimento sbagliato, un piegamento eccessivo e senti subito dopo partire il cuore al galoppo. Aritmia benigna il responso. Ma che fastidio. E l’attacco di panico che segue, ancora peggio.
Era blanda quella di stamani, con vari accorgimenti son riuscita a farla rientrare. Restano gli strascichi e con quelli devi fare i conti ogni volta.
Oggi bruciano più di altre volte.
Era tutto pronto. Biglietti del treno fatti, appuntamento con gli amici preso ma. .  Ora senso di perdita e il “dovrei ma non me la sento” che per tutta la giornata poi si trasformerà in “avrei potuto” , tutto sommato,  per finire in un “accidenti a me che non ho vinto la paura di una giornata che sarebbe stata faticosa ma certamente esaltante”.
Saranno tantissimi a Piazza San Giovanni oggi.
E io vivrò la mia assenza come una forma di tradimento. Ci sono momenti in cui non riesci a trovare il modo di andare oltre i tuoi limiti fisici, oltre te stesso.
Doverlo ammettere ti fa sentire svuotato e un filino vigliacco.

La parola del giorno: tradimento (Nadia)

Poteva essere….. ma non era – di Nadia Peruzzi

Laura era diventata consapevole, col tempo, che quell’amicizia era nata male anche per colpa sua.
Troppo esclusiva ed escludente, troppe aspettative, troppo di tutto.
Non c’era posto per nessun altro. Stesse passioni, stessi ideali, stessi impegni dei loro padri , con la loro militanza per cambiare il mondo che era diventata punto di riferimento della loro.
Erano due poli quasi opposti Laura e Caterina.
Caterina la bella su cui convergevano gli sguardi dei ragazzi. Laura la goffa cicciottella che nessuno si filava mai, che spasimava per ragazzi sempre fuori portata.
Caterina che sapeva giocare con la sua scioltezza in ogni situazione.
Caterina che sapientemente e con fare sicuro teneva in mano le corde che determinavano i comportamenti degli uni e degli altri.
Forse era stata una di queste corde a tenere legata Laura. Si era adagiata sotto la sua ala di sicurezza riflessa e di grande autostima, forse pensando di trarne alimento anche per il suo essere.  
Laura era in guerra con sé stessa in quegli anni fatti di insicurezze e di senso di inadeguatezza perenne. Andava in cerca di perfezione senza rendersi conto, allora come oggi,  che era ricerca vana e frustrante tanto più se l’aiuto lo si cercava fuori di sé.
Ovvio che non poteva andare che a finir male.
Tutte le volte che torna a quel periodo è ben consapevole che per come è diventata oggi rifiuterebbe un rapporto così univoco e soffocante. Lo vivrebbe come un eccesso. Una prigione dell’anima che sfuma man mano qualsiasi colore e perde di attrattiva finendo per diventare routine soffocante.
Le era toccato guarire di colpo.
La sberla era arrivata e aveva fatto male. Un po’ se lo aspettava, ma non che arrivasse con frasi così dirette e meschine anche se era, tutto sommato, la descrizione esatta di una realtà.
Caterina aveva un ragazzo. Senza mezzi termini la sentenza arrivò così: ”Sai, ora che ho un ragazzo, sei in grado di capirlo, la situazione non può continuare così fra noi, non può non cambiare!”. Sotto traccia il non detto “non saremo più amiche come prima”, che nascondeva il “non saremo più amiche, punto”.
Il tutto detto senza trasporto, senza emozione, senza affetto. Seccamente come si dice a chi non conosci e con maleducazione, spostati che mi fai ombra.
Rimase impietrita Laura. Non seppe cosa rispondere. Ad un tradimento si dovrebbe saper rispondere, ma lei non era mai stata una da risposte a tono. Incassava e rielaborava successivamente. Andò così anche quella volta. Subì il colpo, non reagì in modo diretto, ma lo scrisse nell’elenco di “mai più” e fra le lezioni da non dimenticare per la sua vita futura.
Per il resto guardò da lontano, con sempre meno partecipazione e attenzione. Si disseccò presto anche il sentimento di amicizia che aveva provato in precedenza. Aveva dovuto prendere atto che aveva messo troppe aspettative in qualcosa che nella sostanza non era profondo quanto si sarebbe aspettata. Altrimenti Caterina si sarebbe dovuta comportare in maniera diversa nei suoi confronti.
Nel corso degli anni gli incontri casuali e rarefatti erano stati conditi di frasi di circostanza. Qualche volta Laura aveva fatto proprio finta di non vederla Caterina. Nessuna voglia di ricucitura, nessuna voglia di riallacciare contatti anche dopo aver saputo dei trenta e passa anni vissuti da Caterina in Venezuela.
Nelle rotture Laura diventava drasticamente cocciuta e selettiva. I sipari strappati si era scoperta a rammendarli pazientemente solo per chi e con chi le premeva veramente e Caterina non le premeva più da molto molto tempo. Di rimpianti Laura in quel caso non ne aveva proprio. Inutile inseguire legami che hanno prodotto ferite, tanto più quando avanza la consapevolezza che il tempo si sbriciola e perde consistenza di fronte a noi e il passato è molto più di quanto non resti da vivere. Più che ricucire tele strappate male, molto meglio cercare di cucirne di nuove con trame il più colorate possibile.

Una parola al giorno: tradimento (M.Laura)

Il Musichiere – di M. Laura Tripodi

Foto di Pexels da Pixabay

Marta attendeva con ansia che arrivasse il sabato. In televisione  trasmettevano un programma che si chiamava il Musichiere: i  concorrenti, sulla base di poche note, dovevano indovinare il l motivo che veniva suonato . Il primo che spiccava la corsa ed arrivava a battere la campana aveva diritto a rispondere.

Marta indovinava sempre.

Così le era stato promesso che il sabato successivo l’avrebbero portata alla RAI per farla concorrere.

Passò una settimana di impaziente aspettativa, ma lei aveva solo cinque anni e un giorno poteva equivalere a un minuto e dieci giorni a un anno. Il tempo si dilatava e si contraeva sul pensiero che avrebbe partecipato a quel programma e avrebbe finalmente conosciuto  il suo beniamino, il presentatore Mario Riva.

Poi il sabato arrivò senza che lei avesse capito che giorno era.

La signora della porta accanto (unica benestante a possedere un televisore nel 1957) aveva bussato per avvertire che il programma stava per iniziare .

Marta non capì subito. Pensava che la vecchia signora avesse invitato la sua famiglia a vedere uno sceneggiato e cominciò a fare i capricci perchè non voleva stare due ore ferma e buona a guardare una cosa della quale non le importava niente.

I suoi genitori si stupirono. C’era il suo programma preferito!

Come sarebbe?

COME SAREBBE?

CO-ME SA-REB-BE?

Gli occhi le si riempirono di lacrime, il cuore prese a batterle all’impazzata e una strana sensazione di vuoto gelido le si piazzò esattamente là dove si forma il respiro. Guardò con aria spersa i suoi genitori e poi la signora della porta accanto, ma non seppe dare un nome  a quella beffa.

Solo si sentì umiliata e qualcosa di molto pesante  le si appoggiò sgarbatamente sul cuore.

Da quel momento tutti i tradimenti, grandi e piccoli, sarebbero stati accompagnati da  occhi pieni di lacrime, cuore che batte all’impazzata e senso di gelo proprio là dove nasce il respiro.

Come un peccato originale che non si cancella mai.

Una parola al giorno: tradimento (Tina)

Tradire   – di Tina Conti

Foto di rihaij da Pixabay

Che sentimento doloroso, ma che a volte ci aiuta, non si ha il coraggio di una strada diversa, poi però ci morde dentro. Rimane un segno, che forse non ci piace ma che è successo. Per me è un passo che mi segna a vita, non sono coraggiosa. Ho fiducia, mi sento leale, soffro ma devo trovare la strada che mi aiuta a stare in pace.

Serve tradire? Ci può essere una strada diversa?

Quando ho dato un passaggio in macchina, sotto la pioggia, a due giovani che dicevano di aver avuto un guasto e che poi mi hanno rubato il portamonete che io avevo lasciato fiduciosa  nella borsa sul sedile posteriore, ho avuto un malessere per tanti giorni, ho cercato da tutte le parti, non credevo di essere stata derubata, la mia fiducia negli uomini, in un momento di bisogno ,non poteva essere stata tradita, come  credere in uomini così  duri e senza morale. Ho lottato con me stessa per giorni, ho chiesto a mia madre se mi fosse scivolato a casa sua, per le scale.

Sotto la pioggia, ho rincontrato i due, ho detto loro che non mi importava del loro gesto, ma che mi sentivo profondamente colpita nella mia fiducia verso gli uomini.

Primo incontro ai Giardini di Antella

….con una parola: TRADIRE

https://unaparolaalgiorno.it/significato/tradire

Ma le Matite hanno scovato molte sfumature che hanno lasciato il segno nel pensiero: tradire o essere traditi comporta un movimento, una forte spinta alla riflessione, la vita va avanti anche se abbiamo sofferto e forse abbiamo sbagliato a credere in qualcuno, o forse quel qualcuno può avere il diritto di cambiare, di avere altre idee, altri interessi. L’importante è risorgere e continuare.

Foto di Lucia, Cecilia, Rossella, Daniele, Carmela, Mimma,

Pagina dei pensieri liberi: Stefania

Se rinasco voglio essere…..- di Stefania Bonanni

Foto di SP2Zsolt da Pixabay

Allora è deciso: nel caso in cui fosse obbligatorio scegliere, vorrò rinascere anatra, di quelle che si lasciano trascinare dall’Arno fin sull’orlo delle pescaie, mentre la luce sghemba del tramonto riflette le rive nell’acqua  e quello che è vero sembra finto, e quello finto è più vero del vero, e le anatre nuotano immobili. Anatra  sull’Arno, che magari ci sarà chi ti mangia, ma in ogni vita prima o poi qualcuno o qualcosa, o tutti e due insieme , ti mangiano.

La pagina dei pensieri liberi: Stefania

Un pensiero per sempre – di Stefania Bonanni

foto di Stefania Bonanni

Oggi è  il trentesimo 18 gennaio che tu non ci sei. 10.000 giorni, metà della mia vita, quasi. Ancora non mi sembra possibile sia passato tutto questo tempo, tutta questa vita. Si sta consumando tutto, ed è sempre tutto così vivo.  Come ho fatto ad andare avanti, a ridere, a vivere, ad amare, a soffrire,  ad essere felice. Eppure mi era rimasto poco cuore, poche braccia, poco sentimento, poche voglie, tanta roccia dentro. Eri tu quella sorridente, tranquilla, accogliente, che profumava di saponetta rosa, sempre pronta a far festa per ogni piccolo dono, per ogni volta che si era insieme. Ricordo tutto, ricordo la tua voce, ricordo le telefonate, gli abbracci, le tue mani morbide, il seno accogliente dove tante volte mi sono rifugiata in strette cannibali, di quelle che mescolavano il sangue e calmavano i pensieri ed i battiti, dove si ritornava due in una, come prima di essere. Poi, dopo tanto tanto buio, ho cominciato a sentire una mano sulla testa. Ho imparato a parlarti, ho sentito le risposte, sono diventata un po’ te,  spesso ho saputo cosa avresti pensato, ho sentito che ti avevo vicina.  Non è passato un giorno senza che ti abbia pensato, e se qualche volta ho avuto la sensazione di non averlo fatto, il giorno dopo ti ho pensata il doppio. Da quando ho tanto tempo, tanto silenzio intorno, credo di averti capito anche di più.  O forse è  l’età,  o forse la paura, o la malattia,  o il bisogno che sempre avrò di te. Perché sarò tua figlia per sempre.

La pagina dei pensieri liberi: Rossella

Estate 2021 – Inizio e fine – di Rossella Gallori

Foto di davidoliverandi da Pixabay

La foglia

Sembrava  una piccola foglia arrostita dal sole volata su una candida coperta di piquet  …

Un anticipo di estate calda, già a metà giugno decido che non abboccherò a vacanze brevi in alberghetti con più cibo che stelle, con amici, i soliti, che come me, stanno cambiando troppo velocemente e che come me non migliorano….

Le docce sono nel mio dna non conosco altro modo  per lavarmi….è il 15 giugno….quasi l’ora di cena… profumo come una cocotte di classe…indosso quel poco che serve e ceno….in silenzio…normale, direi.

Ho dovuto smacchiare una foglia rosso fuoco…che non era una foglia…

Sto zitta fuori e dentro per due o tre giorni, poi decido, cerco un medico che mi mette fretta, non lo conosco, mi sembra più un robot che un uomo, poi capisco che è solo giovane….ed io no, le eredità di famiglia con sempre state o tragedie o casini o malattie…non mi aspettavo granchè.

Il percorso sembra breve e forse lo è: “se entro 15 giorni nn viene chiamata va tutto ok e le mandiamo 2 righe”

Mancavano 6/7 minuti allo scadere del termine, una voce per telefono mi chiede se domani, posso andare in ospedale….capisco, ma non  voglio farlo fino in fondo.

La dottoressa è carina mi annuncia il peggio, rispondendo ad un collega che tra pochi minuti è libera….sa già che resterò senza parole…mi da un foglio annunciandomi il premio: l’ esenzione dal ticket…mi dice a chi mi devo rivolgere…mi saluta augurandomi buona fortuna…

Eh sì è vero un po’ di culo nella vita ci vuole..

All’ uscita mia figlia esulta  perché ha voluto capire (sbagliando) “benigno” poi piange per me…io per lei, no non volevo darle un dolore, non volevo che la mia storia si ripetesse…

Ed incomincia un valzer lento, di appuntamenti, lontani uno dall’ altro anni luce.

In casa c’ è silenzio, vivo di telefonate e messaggi, i : vedrai che non è nulla! Sono diventati: vedrai che è solo lì!

Io  penso di aver rotto l’equilibrio di chi mi vuol bene, un po’ ci piango, un po’ ci rido, un po’ mi incazzo… a volte me ne frego, supportata da bombe che tolgono l’ansia, ma anche la capacità di leggere…scrivere…

 In questi giorni ho rivisto in sogno quasi tutti, anche quelli che non ho conosciuto, mi son sembrati carini, chi aveva il mio sguardo perso, chi i miei colori, chi la mia altezza (e la mia larghezza)…poi nei pomeriggi sul lettone, sola con la mia coperta bianca ho rivissuto baci, abbracci, amori eterni, amori brevi, ho ripensato ai tacchi 12, al primo stipendio, all’ultimo, ho cercato traguardi che ho sempre pensato di non aver raggiunto, supportata da un amica forte come il sole di questi giorni e da un’ amica scomparsa ma seduta sempre accanto a me…e da qualcuno che era sparito ed è riapparso…anche se un po’ tardino…

La voce dell’ ultimo medico consultato mi accompagnerà domani nella ris con il contrasto: sa è agosto…Si ha ragione dottore il prossimo cancro me lo farò venir a Pasqua…o è meglio a Natale…no no per la Befana, cosa pensa?

L’ incertezza è grande ogni crampo  ti dà un indizio, forse, forse sbagliato, respiri male saranno i polmoni? Hai male ad un ginocchio, ecco le ossa…poi ti punge una mega zanzara e distogli il pensiero.

Paura di morire? Sieeeeee  c’ho più amori di là che di qua, di farla troppo lunga si!

Per chi mi vuol bene ed in silenzio mi osserva, aspettando che esploda, invece son ferma come una gatta di marmo, immobile e lenta nell’ attesa…

Sembrava una piccola foglia color tramonto, ma era sangue, il biglietto da visita del mio carcinoma…strano ho sempre pensato di essere nobile, di sangue blu…..già non era possibile: non esistono le foglie blu!

Dopo la foglia

Dopo la foglia grande, ci con stati piccoli rami color corallo, il mio è negativo, color rosso stanco…

…si sono stanca, stanca, di vedermi, con gli occhi che sembrano sparire come quelli di una bambola anni 50, di avere questa voglia di urlare, senza dir niente, di raccogliere capelli sul cuscino, di stare sola per non far male a chi mi vuol bene, stanca di non aver voglia di far nulla, che si alterna a panzanelle, così abbondanti da sfamar una caserma, stanca di bruciar caffettiere, stanca del mio mantra che è: babbinoaiutami, che ripeto in ogni Tac, in ogni risonanza, ad ogni prelievo…

Poi lentamente, arriva, spero,  l’ultima visita, sono puntuali, sempre, questo lo devo dire, mi chiamano per nome, più per legge che per affetto, entri….e con il sorriso sulle labbra mi accoglie il solito medico. Noto: belle mani. Penso: mani esperte…bello sguardo…

Mi  domanda se ricordo perché sono lì, sorrido, non voglio e non devo esser scortese! Inizia una spiegazione lenta e chiara, chiarissima…mi distacco per pochi secondi dalla realtà  e per magia capisco che non sono più io; né la Giordana che voleva mio padre, né la Rossella che volle mia madre, tanto meno la Rosy bimba piccola infamata dai fratelli…sono, sono, un tacchino, si un grosso tacchino americano da svuotare, il ripieno non serve più, né castagne, né macinato, nemmeno una salsiccetta, manco “dupatate”  per contorno, un grasso  anziano tacchino, con qualche speranza di sopravvivenza  tra mani esperte….

Signora mi ascolta? Rispondo: certo! Mica potevo dirgli che per pochi istanti ero un tacchino…eh no, altrimenti da oncologia, mi mandano a psichiatria!

Mi congeda: ci vediamo a metà settembre…lo ringrazio scendo le scale lentamente, sono tranquilla, supportata da pasticche giuste, mi fermo per un caffè, quanti ne ho presi in quel bar! ci ho passato tempo, tempo inutile che non ha aiutato nessuno: malati son entrati e morti sono usciti, portandosi con sé un po’ di me, sempre…

Esco, un vento caldo mi investe, che estate di merda, rifletto, poi alzò gli occhi verso il cielo: ci son nuvolette timide cicciute e bianche sembran piccole suore di Billom , una gazza mi guarda da un tetto, un gatto rosso e magrolino fugge senza correre, fa troppo caldo.

No non andrà male sarà intenso ma breve, tornerò ad esser polemica, rompicoglioni, scriverò cose senza senso, non rifletterò prima di parlare, continuerò ad andare al barretto a Rovezzano, a trovar la mia amica all’ orto a Villa Bracci, a passare troppo tempo al telefono, tornerò ad essere io. Mi hanno spinto?  Son caduta? Scusate mi rialzo, un po’ ammaccata,   forse anche un po’ più sorridente, non molto però, non mi voglio cambiare troppo, ho capito che in fondo, mi piaccio, mi sono affezionata a me in questi mesi, il tacchino natalizio diventerà un ricordo, ma non lo dimenticherò facilmente, lo so, ma lo devo a chi mi vuol bene, a chi mi è stato accanto senza soffocarmi ed anche a quei…

Rami color  rosso stanco……

La telefonata

…sono stata 6 giorni al mare, Marina di Cecina con mia cognata. Sono stata, in vita mia, più con lei che con mio fratello…mi ha dato un nipote che adoro, mi ha aiutata sempre, anche quando non toccava a lei.

Spiegare cosa è Cecina per me in poche parole è semplice: vita normale. Con la solita spesa al supermercato a due passi da casa, con: prosciutto e melone? Mozzarella e pomodori? …..e va tutto bene perché ci vogliamo bene e non vogliamo di più…perché quest’ anno per me è un fatto eccezionale, banale e desiderato, 9 ore di spiaggia, il pranzo: in do si va???? Alla Pappatoia? Siiii!

O l’ insalatona al “donna di cuori” siii!

Il ritorno a casa nel vialone alberato, che fai con il pareo alle 8 di sera, incrociando signore vestite da apericena, lucide e colorate…

Sono tornata ieri, abbronzatina, più tranquilla, sto rimettendo  le cose che ho portato e non ho messo….

Quest’ anno mi vedo quasi bene con “quasi tutto”.

..squilla il telefono, mi son rimaste due o tre amiche care se non è quella è l’ altra…o l’altra ancora…

Troppo semplice: preospedalizzazione, Rossella mi sente?

Certo (e mi siedo)

Prenda penna e carta e scriva…il 4 tampone il 7 intervento, va bene?

Certo (ringrazio)

Riattacco e penso che il mio vocabolario si è restrinto come i miei yeans  e che so dire solo: certooooo.

Il beneficio di Cecina è sfumato in fretta, devo dirlo ai miei che son stata chiamata 10 giorni prima, che insomma mi levo un po’ di roba…ma che sono un po’ agitata….devo pensare a tanti piccoli pezzi, per non lasciare vuoti nel puzzle…

Allora tiro fuori il mio mantra: babbinoaiutami…e sento rispondere quel: certo….che credevo solo mio, mi sembra quasi di risentire  la sua voce, che non ricordo più…

PS: non so se Cecilia pubblicherà queste tre, noiose e poco allegre pagine, so che pubblicamente la ringrazio, per gli ieri e per gli oggi, mi ha adottata a distanza, l’ ho sentita tutti i giorni, ho condiviso lacrime e sorrisi,  come vorrei fare con voi….

allora mi tolgo il carcinoma  mi ritiro su e torno….però attenti…vi voglio abbracciare uno per uno…che ce l’ avete “l’ grinpasssse”???????

La pagina dei pensieri liberi: Patrizia

Passeggiata – di Patrizia Fusi


Il sole è già alto nel celo caldo e luminoso, un venticello muove il mondo vegetale che mi circonda, la giornata si prospetta molto calda.
Gli alberi mi circondano e in alcuni tratti mi fanno un’ombra piacevole, i raggi del sole filtrano tra le fronde formano dei ricami luminosi sul terreno.
Inizio la mia camminata, il borro e senza acqua sembra una strada sassosa, solo nelle pescaie e in alcuni punti ne è rimasta, le libellule ci danzano sopra e qualcuna più audace si sposta sul percorso passandomi accanto.
Mi attraversano alcune lucertoline e una piccola biscia che al mio arrivo scappano a nascondersi nell’erba.
In un folto canneto sento degli uccellini che cinguettano tranquilli protetti da quel muro vegetale.
Ci sono tante farfalle che si nutrano del polline sui cespugli fioriti e su altri piccoli fiori, sono di vari colori dalle più piccole di colore celeste, alle medie marroni con puntini neri, alcune nere, tante bianche.
Mentre camminavo me ne è venuta incontro una grande di color crema con un ricamo nero al termine delle ali, mi si è avvicinato anche un piccolo sciame di farfalle tutte bianche nel mezzo ce n’era una gialla canarino, di quel colore non l’avevo mai vista, forse attirate verso di me dal colore sgargiante del mio vestito.
La passeggiata continua, dal lato del borro silenzio e rumori antichi, il frinire gioioso delle cicale, il tubare di una colomba, lo sfrecciare rumorosamente fra i rami di un fagiano il gracchiare delle cornacchie.
Dalla parte opposta provengono rumori antichi e rumori di vita moderna: il brusio leggero portato dal vento del lungo serpentone che è l’autostrada, il rumore di una falciatrice…. sono arrivata alla meta che mi ero prefissa, torno in dietro ora il sole mi riscalda le spalle, non avevo incontrato nessuno fino ad ora, mi incontro con un mio conoscente e con il suo nipote, alcune chicchiere piacevoli e continuo il mio camminare.
Ad un tratto due caprioli attraversano la strada di fronte a me, belli a vedersi marroni, lucidi, scattanti, si fermano, mi guardano, uno scappa via nel folto del campo, l’atro rimane fermo, mi controlla, mi guarda con sguardo fiero, poi scatta via veloce nel folto della vegetazione.
Più avanti brusio di voci provengono da un appezzamento di terreno adibito a orti.
Il celo è azzurro, ma iniziano a formarsi piccole nuvole bianche, una di esse copre il sole, i raggi su di me diventano più tiepidi e un attimo, subito dopo esplode di nuovo, lo stormire delle foglie forma una musica leggera aumenta a seconda dell’intensità del dolce venticello.
A seconda della stagione il paesaggio cambia, i fiori che nascono lungo il percorso sono diversi, ora sta fiorendo il radicchio selvatico con i suoi bei fiori blu, il viola dei cardi, il giallo di alcuni fiorellini, il rosa chiaro della menta, dove trovano nettare le farfalle e tanti animaletti volanti, le campanule viola, i fiori trinati bianchi, le vitalbe di colore bianco, il fucsia acceso del cece selvatico.
Tutto è pace e questo mi fa stare bene il fisico e la mente.


La pagina dei pensieri liberi: Cecilia

L’estate al picco – di Cecilia Trinci

Foto di Monica Trinci

L’estate entra nella sua terza pagina, agosto. A come assenza, qualcuno manca, se ne va in vacanza. Gosto, come qualcosa di rustico, che sfrega sulla pelle, come sole che strina. Agosto come le ferie di Augusto, come pomodori rossi, o angurie mature, come il rosso dei tramonti bollenti. Eppure l’estate volta pagina, fa il suo ultimo giro di boa , scoppia le ultime cartucce, fa un gran casino prima di esaurire le energie . Le notti si allungano, non hanno più l’arroganza di luglio, non si fa più in tempo ad affacciarsi mentre si cucina che il mare ha già inghiottito il sole. Ha galoppato, l’estate, e ora svolta girando intorno alla sua boa. La metà è già passata. Un giorno dopo l’altro piano piano. Si vede settembre in fondo alla strada polverosa.

La pagina dei pensieri liberi: Anna

Felicità chiusa in un ricordo – di Anna Meli


Si può anche sognare in una calda serata di luglio.

Basta un’immagine stampata presa a caso, una vecchia foto in bianco e nero da colorare ad occhi …chiusi  con le matite del ricordo.

Una bimba e un grande cappello di paglia…la piccola, mano grassoccia, lo tiene fermo per non farlo rubare dal vento.

Gli occhi: due fessure brillanti si difendono dal sole e dalla sabbia che vola, in attesa del click del fotografo.

Poi, finalmente libera, corre nel sulla battigia alzando spruzzi d’acqua mentre le onde si rincorrono, giocano, carezzano in un continuo via vai i suoi piedini scalzi.

Risate di bimbi, voci di gente, grida di gabbiani.

Un aquilone vola leggero in alto scuotendo le sue lunghe code colorate. Un gabbiano si tuffa a sfiorare il blu poi si libra nell’aria lanciando il suo grido.

E poi…e poi…

Una carezza a quel volto di carta e il sogno, in punta dei piedi vola via.

Ritorna al suo posto.

La pagina dei pensieri liberi: Stefania

11 luglio – di Stefania Bonanni

Fu un sabato, il primo undici luglio della mia storia. Vestita di trina, i capelli nerissimi, la frangia che rendeva gli occhi ancora più neri, le trecce sulle tempie chiuse dietro la nuca dal gambo di una rosa gialla. Paolo emozionato, gli occhi lucidi, io consapevole di essere per la mano del mio babbo, amata. Mi ricordo bene che ad un certo punto mi scoppia dentro una risata che trattengo a stento, e mi gorgoglia ancora la voglia di ridere e vedo i miei genitori emozionati, mia sorella, i genitori di Paolo, i nostri amici, e tutta questa solennità che mi fa ridere…Nulla da fare, mi scappa da ridere. Poi la fede, poi mi bacia, mentre finalmente rido, e penso che mi abbraccera’ e stringera’, da ora, sempre e per sempre.
Poi, l’11 luglio dell’anno dopo….il 1982. Campioni del mondo, anche allora una partita di calcio. Si festeggiava il primo anno di matrimonio, ed agli amici si raccontò che aspettavo un bambino. Il mio babbo mi regalo’ la pagina che aveva composto per il giornale, quella andata in rotativa, Dopo tutti questi anni nei quali l’avevo tenuta per me sola, nascosta come un diamante, da poco l’ho incorniciata ed appesa al muro, e la guardo, e lo penso tanto. A lui, al tempo, a noi che non siamo forse più stati campioni del mondo.
Poi, un altro 11 luglio morì il babbo di Paolo. Non si festeggio’ più l’anniversario di matrimonio.
E oggi che tutti si sono dimenticati, Paolo compreso, sono delusa, ma anche serena: in fondo è cosa mia quella risata che non capivano. Oggi passerò tutto il giorno a cercare di ripescarla dal pozzo, perché è sempre laggiu’, luccicante e nascosta. E non la capirà, chi non la capi’, ma è cosa mia, solo mia, per sempre mia.

La pagina dei pensieri liberi: Lucia

Il barretto – di Lucia Bettoni

foto di Lucia Bettoni

Strade strette e qualche Santo:
S. Andrea, S. Michele, tabernacoli,
chiesette e … l’Arno
Quartieri sconosciuti e nascosti
dentro la mia città

Lei saluta, saluta tutti
perché conosce tutti
Sento la storia di questo luogo
perché lei è questo luogo

I passi un po’ troppo veloci
non abbiamo molto tempo
Arriviamo al barretto
solo il tempo per un caffè caldogiusto

Una porta normale, una come tante
niente che inviti ad entrare
Passiamo dalla prima stanza
e proseguiamo oltre
Dietro quell’apparenza banale
scorgo qualcosa di unico :
un giardino, il giardino del barretto

Un tetto di foglie e strane piante
un luogo magico
un luogo intimo
un luogo dal quale non vorresti andar via

Disdico un appuntamento
sto bene, vorrei rimanere
ma non è possibile

Torneremo
la prossima volta
anche il cappuccino sarà caldogiusto
ne sono sicura

Ai piedi abbiamo le stesse scarpe
non può essere solo un caso

La pagina dei pensieri liberi: Rossella

Il marciapiede – di Rossella Gallori

Foto di StockSnap da Pixabay

Era tutto dall’altra parte della strada

Così vicino e così difficile da raggiungere:

Un albero senza nome cresciuto per far ombra

Un carretto di fragole e ciliegie

Un mucchietto di matite , come piume di pappagallo

Un paio di gattini color cenere, dagli occhi verdi

Tu, con i tuoi libri sotto il braccio

Un miliardo di baci in un cestino fucsia

Un costume giusto, zoccoli di legno

Una radio accesa sul mio programma preferito

Un sacchetto di conchiglie, consumate dai sogni

Un caffè caldogiusto nella tazza con il mio nome

Un biglietto per andare “ dove voglio e con chi”

Telefonate dalle voci argentate d’ amore

Due, tre, quattro, persone che mi chiamano forse di più

Sul marciapiede opposto, l’ incapacità di attraversare,

quel catrame nero e bollente che mi incolla

a passi che non ho….

Le Matite vanno in vacanza

Il 25 maggio ci siamo salutati nella cornice verde del Parco di Villa Favard:

Abbiamo ripercorso tutto il cammino di questo anno:

  • il primo incontro a settembre a Villa Favard, proprio dove abbiamo deciso di concludere il viaggio – ritrovarsi dopo l’estate con progetti e proposte. Decidiamo di iniziare gli incontri utilizzando Skype per evitare rischi di contagi covid che hanno ripreso a crescere.
  • Cerchiamo di affinare una forma di comunicazione adatta alla videoconferenza. Stimolare al meglio la fantasia anche senza contatto diretto, con la necessità di superare il problema dei collegamenti non sempre perfetti, trovare stimoli che superino le difficoltà tecnologiche attraverso suggestioni comprensibili in ogni situazione, anche non ottimale………Abbiamo la necessità di un cambio di linguaggio comunicativo, aiutandoci con scambio di foto attraverso la chat quando non riusciamo a vederci tutti dal web.
  • in ottobre i colori: l’Arancione e l’autunno, l’Indaco e il bivio da scegliere, come in un labirinto di colori, tra i suoi componenti: il Ciano e il Magenta
  • Ancora un incontro in presenza e distanziati (e secondo le norme di sicurezza anticovid) a S. Quirico a Ruballa con Alberto Casini e la “guida” Roberta Tucci, l’arte, i colori, l’artigianato. Ma la situazione sanitaria non ci consente di proseguire gli incontri in presenza e riprendiamo le videoconferenze.
  • a novembre le due foto “scintille”, diversamente evocative, che hanno prodotto storie di grande fantasia e originalità
  • il gusto, un senso che a distanza può essere ben analizzato come mai abbiamo fatto prima, con le sue emozioni, le cucine del passato e del presente, i piatti “del cuore”, le nonne maestre e le persone amate con le loro ricette.
  • il libro “scintilla” Dai tuoi occhi solamente e le foto che i nostri occhi hanno amato e scelto, alcune del passato, molte del presente, ricco di soggetti fantastici.
  • dicembre: Il video-scintilla tratto Dal Piccolo Principe e la differenza tra amare e voler bene
  • Gli oggetti che vivono con noi e silenziosamente ci rappresentano.
  • l’atmosfera natalizia con gli specialissimi alberi di Natale fatti e disfatti, i presepi inediti senza tempo e senza luogo costruiti continuamente a più mani, i presepi della povertà e della ricchezza.
  • Il Labirinto della vita: i bivi nelle nostre storie – Cosa sarebbe accaduto se…..
  • gennaio: magia del bianco con mille abbinamenti e del giallo, con mille sentimenti….
  • trasformare poesie in storie. Poesie famose o poesie apparse per la prima volta in questo blog. Scambiare stati d’animo e modalità di espressione.
  • Ancora un’esperienza di storie a più mani: un vero e proprio “giallo” inedito scritto da più autori (Grintolin e le sue avventure)
  • Il video “scintilla” di Messer Bianconiglio da Alice nel Paese delle Meraviglie. Un nodo nascosto nelle nostre diverse sensibilità: essere sempre se stessi per essere amati?
  • febbraio: la festa dei cappelli con l’ospite Alessandra Biagianti. Il cappello non solo copricapo ma forma di creazione
  • ancora un colore: il verde. Libro scintilla Il Mago di Oz e il verde smeraldo
  • un dono dimenticato: scrivere a mano. Scrivere a mano lettere d’amore. Preziosi ritrovamenti e lettere scritte di getto.
  • Figure magiche: gli spaventapasseri. Buoni o cattivi? Fate o maghi?
  • il web entra nelle nostre case: gli oggetti che abbiamo intorno, amici silenziosi
  • marzo: Volta la carta di De André – scegliamo ognuno una frase della canzone
  • Filastrocche e cantilene
  • i Tarocchi e gli arcani
  • I tarocchi e chi siamo
  • Le cascate colorate dei nostri fiori – che fiore siamo?
  • l’orologio e il tempo. In che rapporto siamo con gli orologi?
  • aprile: ci si può innamorare di un oggetto?
  • il video scrintilla I Ponti di Madison County: personaggi e storie
  • ancora personaggi e storie con indizi suggeriti
  • le stoffe: chi siamo?
  • il libro scintilla Il libro delle case di Andrea Bajani – le nostre case nel tempo
  • Le Matite e i Palloncini: storia di un logo nuovo tutto per noi
  • maggio: di nuovo in presenza – Il ritorno
  • nell’Arena del Teatro Comunale di Antella – suggestioni di parole
  • al Giardino del Museo Stibbert – un sentimento di pace e condivisione
  • A Villa Favard per salutarsi

foto di Cecilia, Lucia, Rossella

La pagina che ho letto come saluto:

Fossi una stagione – di Stefania Bonanni (27 settembre 2020)

Fossi una stagione sarei oggi.  Oggi che avrei potuto restare a letto, stamani. Oggi che non è  più estate, che non è  ancora inverno, e forse neanche  autunno, ancora.  Oggi che la primavera è  estranea e lontana. Oggi che ancora non è l’autunno bello e colorato dei boschi tinti di giallo, di rosso, di mille verdi e marroni delle foglie travestite da tramonto.  Non è  ancora l’autunno che dolcemente ti fa scivolare nelle giornate fredde e corte, accompagnandoti con mani grandi, aperte,  tranquille di consuetudine e di vita che segue il suo ritmo e ti rassicura con la promessa che verrà  l’inverno, e tutto si addormentera’, e tutto sarà solo per ricominciare, poi. Oggi che hai smesso di sudare per cominciare a tremare, e non ti sei accorta del momento in cui è successo. Oggi che per uscire dovresti mettere una maglia, e forse avere con te un giubbotto, o meglio un kway, e di certo anche  un ombrello. E allora ti serve uno zaino, che sarà subito pieno. E tu comunque sarai fuori luogo. Perché se ti vesti di piu’ ti farà  caldo, se esci con vestiti estivi, avrai freddo. Inadatta e fuori luogo.  Non è una novità.  Oggi che non sarà  come domani. Potrebbe fare caldo ancora, o piovere a dirotto, o solo fare fresco. In ogni caso, non sarà stupefacente. In ogni caso tutto è  possibile, consentito, nelle terre di mezzo, negli spazi senza nome. Nei giorni che non si ricorderanno, che non ci troveranno meravigliati da tramonti sul mare, notti stellate, fiori che sbocciano, tenere gemme su giovani rami, ombre lunghe alla fine di giornate interminabili. Giorni qualunque, per gente qualsiasi. Gente che sarà felice di essere accarezzata da mani sempre bollenti, ora che finalmente non si suda più. 

***

Impressioni di Patrizia Fusi

Pomeriggio luminoso, profumo di prato bagnato, tanto verde intorno, il sole splende su tutto, di fronte a me tre alberi e una piccola collina, un palloncino giallo chiaro vola via e sparisce dietro la vegetazione. Nel giardino ci sono tre postazioni di altalene, i bambini di varie età ci si alternano gioiosi, mamme e amichetti li spingono, altri si arrampicano sul quadrato, altri sulla casina con lo scivolo, le loro voci, le loro grida di gioco, i piccoli strilli mi rendono tutto più piacevole. Una bambina vestita di bianco volteggia sul prato fra i bambini facendo tante ruote, sembra una piccola acrobata.

Sono contenta di essere fra i miei compagni di corso e con la nostra insegnante Cecilia, un piccolo pensiero va a chi non è potuto venire. Cecilia ci descrive il percorso che abbiamo fatto, mi rendo conto che non sempre io l’avevo capito.

Ricordo che mi sentivo molto legata nel nuovo modo di comunicare, via web, mi sono sentita più libera quando l’ho detto a Cecilia e che avrei scritto quello che mi veniva, come nella stanza del teatro di Antella, lei ne poteva fare quello che riteneva più giusto.

Piacere di ascoltare Cecilia e cercare di ricordare il percorso fatto, in lontananza sento un suono musicale che svanisce velocemente, sottofondo costante di voci di bambini. Una piccola bambina alta quanto il cestino dei rifiuti dove sta gettando un sacchetto di carta, indossa maglietta bianca e gonna di jeans, la mamma è sulla panchina con maglietta rossa e il passeggino blu. Una nonna fa fare la pipi al piccolo nipotino.

Un vento tiepido mi accarezza il viso, fa smovere le fronde degli alberi, il sole entra fra di esse e forma dei giochi di luce.

Cecilia ha letto un brano molto bello che aveva scritto Stefania.

Rossella ha portato dei deliziosi cestini, con dentro dei sacchetti contenenti biscotti. Belli, per come sono confezionati, in carta trasparente legati da una parte     con nastrini arancione e azzurro, dall’altra da un fiocco color spago con una graziosa matita ricavata da uno stecco di legno con la punta e la fine colorata, con sopra scritto, MATITAECIELO, in una bella calligrafia. Buoni i biscotti. Lucia ha portato delle rose rosa per Cecilia molto belle e per tutti noi dei sassi porta fortuna, deliziosi di forma piatta e color della luna. Daniele ci ha portato dei tralci di salice con già le radici e ha spiegato come fare a piantarli e dove e come dovevano essere potati e il necessario per essere trasportato con cura …. peccato che non ho il giardino. Abbiano brindato con lo spumante offerto dalla figlia di Rossella.

Tanta cura da parte di chi ha fatto questi regali, grazie.

Il piacere di parlare fra di noi, ascoltare quello che ognuno aveva da dire, è stato tutto piacevole e caldo come il sole che ha accompagnato questa bella giornata trascorsa con Voi. Grazie.

***

da Cecilia:

Grazie a tutte e tutti, a chi c’era prima, a chi è arrivato dopo, a chi si è allontanato, a chi c’è sempre stato, a chi ha capito sempre, a chi ha capito dopo, a chi non ha capito, a chi ha scritto, a chi ha pensato, a chi ha creato, a chi avrebbe voluto ma…. a chi mi ha sostenuto, a chi ha usato le mani per inventare, a chi ha usato le parole, a chi ha usato i pensieri, a chi ha avuto fantasia, a chi non l’aveva prima e invece ora…., a chi ha provato, a chi non ha saputo, a chi ricorda, a chi dimenticherà, a chi ancora vorrà, a chi c’è, a chi c’era, a chi ci sarà, a chi …. chissà….

grazie!

Il giardino

Dedicato al giardino Stibbert – di Rossella Gallori

Le scarpe le ho sempre avute carine, buone, costosine, me le comprava la zia, dal Cresti, in via Roma, cominciava dai piedi il suo modo di comprarmi, spesso si aggiungevano anche dei calzettoni bellissimi tutti  lavorati, apparivano nella bustina di Zuffanelli,   di cotone lucido e morbido…. Le scarpe erano poco adatte per andare al parco…no non lo chiamavo parco, dicevo “lostibert”  con una b sola e l’ articolo attaccato, era un posto, una soluzione…

Forse  ci andavo una volta la settimana, quando andava bene due, in piena estate  forse tre….

Mio fratello mi ci portava per lasciarmi lì, faceva del suo meglio, tanto più grande di me, aveva altre cose per la testa, ragazze… gonne a ruota che al vento svolazzavano per via Santa Marta, la stradina nei pressi del convento dei Cappuccini…

E la Rossella imparó da sola la strada,  la salita rassicurante senza contrade ingannevoli, il cancello aperto a metà, che visto così mi sembrava immenso,  ammiccante nel suo definire un traguardo, un cancello amico dalle grandi braccia…i soldini per entrare in una mano e che consegnavo caldi, al custode, qualche volta non pagavo e allora infilavo  la moneta nei calzettoni, che pizzicava per tutto il  mio girare…

Varcavo il cancello e tutto mi scivolava dalle spalle, rotolando giù per via Federico Stibbert, una piccola valanga ingarbugliata e grigina, di una tristezza strana che sapeva un po’ di cattiveria, un po’ di solitudine…in una casa troppo grande, piena di gente distratta e distrutta …uno zaino pesante che io non sapevo gestire…che avrei ritrovato al ritorno dal mio giardino” lì sull’angolo di via Vittorio Emanuele…. il primo, …il secondo ….Non lo ricordo…so che da un lato c’era il treno è dall’ altro, più lontano, una pasticceria…

Il viale nel giardino era lunghissimo, ghiaioso e ombroso, le mie bracciotte sentivano  la carezza degli alberi, il mio sguardo con gli occhiali in tasca, salutava panchine solide ed accoglienti…poi cominciava la mia corsa lenta,  per non sciupar le “scarpine bone” invidiavo un po’ i bimbi con le Superga blu, io con le scarpe di pelle lucida ed il bottone!

Ed era una magia interminabile, una sorpresa continua, i tavoli di pietra, statue vive,  siepi invalicabili, le fontane, l’erba di un verde indescrivibile, una villa inavvicinabile, un lago che mi sembrava mare …con tempietto grandissimo affacciato su ninfee carnose, pesci rossi, cigni dal collo lunghissimo affamati ma dignitosi, sempre….poi di colpo un fischio…ed il vigile in bici severo e protettivo che ti allontanava  dal pericolo, che io non vedevo….che  nessun bimbo sembrava avvertire

Non mi ricordo di aver giocato molto, i gruppetti eran già formati, io non ho mai chiesto: posso giocare anche io? Non mi interessava, o forse si, non lo so, so che stavo bene sola: buongiorno signora, buongiorno principessa….oh un orso bruno…oh un cavallo bianco…un cane con il fiocco in testa…ha sete damigella? la porto alla fontana? Ed una mano trasparente e forte mi accompagnava alle tre fontane, porgendomi un’ acqua che buona così, non l’ho bevuta più…ed il bicchierino di metallo con una R maiuscola e corsiva, sembrava un calice di cristallo..che cadendo rumorosamente cantava, senza rompersi.

Mai sola allo Stibbert con due B, persa  in mille gradazioni di verde con un profumo perenne di menta, salvia e nipitella, con le grandi scale che scendevo tirando su la gonna del mio vestito modesto, io regina senza corona, con una margherita tra i capelli lunghi ed arruffati, omaggio di un bimbo temerario…

Poi, a volte, la voce di mio fratello che gridava: Rosyyyyyy! Mi faceva scendere di corsa dal trono,  a  volte  cadevo, nel correre, ghiaino carogna, mi rialzavo in fretta,  un piccolo sputo per toglier la polvere dalle scarpe, un ultimo saluto a tutto: erba, uccelli, giardino, laghetto cigni, custode e sogni….

Riprendevo la strada di casa, sola o in compagnia, a collo torto, per vedere più a lungo possibile lo Stibbert  con le sue  dita di metallo intrecciate a mo’ di saluto, fino all’ angolo di via Vittoriononsoquale, dove ritrovavo il mio fardello…alleggerito e meno ingombrante…la mia casa mi aspettava.

 Rientrando…sapevo che prima o poi sarei fuggita di nuovo e buongiorno principessa, buonasera cavaliere, pappagalli colorati, gatti giganti, scoiattoli rosa  …tanta fantasia a volte troppa!

Magicamente Stibbert…

PS: ti ho rivisto da poco, mi sei sembrato meno grande, con meno acqua, ho riapprezzato il tuo silenzio, il tuo garbato modo di accogliere, grazie, grazie ancora.