Ombre sul muro

Ombre cinesi. – di Nadia Peruzzi


Sulla parete bianca due mani si intrecciano facendo apparire la sagoma di un cane. Sembra vivo e la tua piccola mano si allunga per toccarlo.
Sparisce come si è materializzato ma non del tutto perché le mani si muovono ancora e tornano a creare.
L’ucccello muove le ali e si alza. Quasi riesci a sentire il flap delle ali che lo aiutano a spiccare il volo. Un volo regolare e sempre più in alto a toccare il soffitto della stanza in mezzo al manto di stelle che, proiettato dalla lampada vicina al lettino, invita a chiudere gli occhi .
Il pensiero che già si affaccia sul domani.
Le mani della mamma che hanno creato quelle magie ora carezzano e confortano. Aggiustano la coperta perché tu non senta freddo. Ti senti coccolato e felice mentre ti abbandoni al sonno. Nessuna ombra è in grado di farti paura.
Anche quella che in sogno vedi allungata davanti a te. Stai correndo col sole alle spalle. E’ il tuo doppio scuro, lo sai benissimo. Non la temi. Saltelli per schiacciarla mentre pensi che vorresti farci un tuffo dentro in modo da potertela sentire appiccicata addosso come una seconda pelle.

Le nostre ombre

Vedo la tua ombra – di Carla Faggi

Vedo la tua ombra

allora vuol dire che ci sei

perchè se c’è la tua ombra tu sei reale.

Quindi ci sei tu, la tua ombra e ci sono anch’io!

Chissà se c’è pure la mia ombra

guardo ma non  la vedo

che sciocca, ma è mezzogiorno e quindi la mia ombra non la vedo!

Che fare? Forse mi conviene aspettare.

Si sa, io sono paziente e allora aspetto.

Eccola è arrivata! Appena appena ma è arrivata.

Ne arriva ancora un po’.

È bella la mia ombra, è sempre più bella e sempre più lunga.

Quindi ora siamo tu, la tua ombra, io e la mia ombra.

Per quanto tempo ancora?

Il tempo passa e l’ombra si modifica.

Perchè è l’ombra che rende reale il tempo!

L’ombra degli alberi

Foglie – di Daniele Violi

Foglie; sempre generose, per tutte le piante e arbusti, per gli uccelli, per gli insetti, per Noi, Donne e Uomini. Ci donano l’ombra, l’emozione dei colori, l’emozione del movimento. Le foglie sono il vestito delle piante e degli arbusti. Le foglie crescono con l’intelligenza sensoriale di chi li vegeta. Piante e Arbusti hanno un apparato sensoriale che consente loro di vivere e far vivere una moltitudine di esseri viventi. Le foglie stesse sono il cibo per tanti esseri viventi, le foglie ci parlano con le loro mutazioni e ci insegnano ad osservare la natura da ogni posizione. Siamo Fortunate/i che abbiamo come compagne di viaggio queste Emozioni.  Noi tutte/i, siamo foglie di Alberi e Arbusti Antichi e longevi. Parte e nasce spontanea una domanda: a quale Pianta o Arbusto siamo legate/i o apparteniamo o vorremmo discendere?

Colloqui col Gigante: Patrizia

La Cappella della Principessa – di Patrizia Fusi

Sono seduta su una panchina nel chiostro della piccola cappella Buontalenti davanti a un’immagine della madonna in terracotta della famiglia Demidoff.

 Gli alberi mi proteggono, il sole passa fra le fronde e fa giochi di luce sul terreno.

C’è la tomba della Principessa Maria Demidoff, morta nel 1955, bella l’immagine di lei sulla foto della croce, lineamenti delicati, capelli morbidi, raccolti.

Tutto mi parla di storia passata, una scalinata a due gradoni scende dalla cappella e si inoltra nel giardino sottostante.

Una brezza leggera rende piacevole il clima, è una giornata luminosa e tiepida le foglie di alcuni alberi stanno cambiando colore.

 L’odore della vegetazione invade le narici e si confonde con il profumo delle persone che sono passate nel vialetto.

Intravedo, da dove sono seduta, la statua del Gigante fisso nella roccia, grande, maestoso ha dietro le spalle un grosso fardello, il peso gli fa piegare il capo in avanti, si appoggia con forza con le possenti braccia al piedistallo, ha un viso bello nella sua durezza. Quando sono stata davanti al Gigante un raggio di sole rispecchiandosi nell’acqua rifletteva una tremolante carezza luminosa sulla guancia sinistra del volto.

Tante persone visitano il parco, tutti si fermano davanti al Gigante, lui osserva tutto dal suo trono di pietra. Il paesaggio che cambia col mutare delle stagioni, gli uccelli che volano fra gli alberi i loro corteggiamenti amorosi, i nuovi nati.

Gli uccelli di passo che si fermano per riposare e poi ripartono, alcuni li rivede l’anno dopo. Caprioli che si impossessano del parco quando le persone spariscono. Ascolta quello che le persone dicono, se ne fa un’opinione per quello che raccontano e per come si comportano.

Gli piace la bellezza femminile e i profumi.

La cosa che gli piace di più sono i bambini: la meravigli che vede nei loro occhi di fronte a questo Gigante imprigionato nella roccia, il loro correre sui prati, desiderio anche suo.

Ha da aspettare le notti di luna piena, tutte lì le entità che sono racchiuse nelle cose nelle statue, il loro spirito si libera nell’aria del parco, volteggiano come piccole nuvole, si rincorrono, giocano quando si fermano nel grande prato o sotto i maestosi abeti si raccontano i commenti che hanno sentito fare davanti a loro e ne ridono e ne danno dei giudizi divertiti.

Quando la luna è oscurata si indovinano fra di loro ognuno con un leggero suono diverso per riconoscersi, questi tenui suoni sono una dolce musica che si sprigiona tutto intorno.

Tutto questo spettacolo riescono a vederlo solo gli uccelli notturni e la civetta manda il suo canto per questo.

Coppia di ombre

Ombre – di Rossella Gallori

Non ho paura delle ombre, non sono buio, mi spaventano di più le voci improvvise estranee….

Mi siedo accanto a te, lentamente allungo la mano,  non so se ci sei, vedo comunque due ombre riflesse nel grande specchio, piccole macchie del tempo affiorano, nere d’ argento, la cornice sciupata dagli anni costringe i nostri sogni a non fuggire, li stringe in un unico respiro….che appanna un vetro poco pietoso che ci ama ugualmente.

Dal lato opposto a noi, un quadro nascosto alla luce, parla di qualcosa  di surreale ed opaco: un vaso senza acqua, che  bagna fiori freschi che giocano con la luce in un intreccio di ombre….

Ora ti stringo la mano più forte, ora che te ne sei già andato, non ho paura di questo semibuio, profuma di riparo.

In un angolo mille occhi mi guardano nel fumo di Virginia, tabacco buono….

Ricamo d’ombra

Ombra di fiori – di Laura Galgani

Assaporo con calma il profilo di piccoli gerani stampati sull’asfalto di una stradina secondaria, in un paese di montagna grande quanto una manciata di sale.

Vasi di terracotta da cui ricadono grappoli di fiori.

L’ombra per terra non ne svela il colore, ma il loro profilo così ben disegnato mi basta già per intuirne l’essenza, la brillantezza, la copiosità.

Se li avessi sotto le dita ne potrei percepire il morbido velluto dei petali, o la ruvidità inaspettata delle foglie.

Davanti ai miei piedi invece si stende un ricamo delicato che non calpesto – per paura di schiacciare i fiori e le foglie appesi al balcone, poco sopra di me.

Se alzassi gli occhi vedrei una semplice casa fatta di tronchi freschi e scuri, tagliati ad arte per formare una robusta costruzione.

Il balcone si sporge in fuori, prua di una nave che solca sicura un mare di roccia.

I fiori in controluce lasciano balenare raggi di un sole ancora potente, sebbene prossimo al tramonto.

La luce mi arriva dritta negli occhi e non distinguo più i colori delle piante. Anche loro adesso buie, nere, oscurate dalla troppa luce che le picchia alle spalle.

L’ombra per terra, davanti ai miei piedi, si fa ancor più netta: è un gioco delicato, a momenti violento, diventa lotta senza scampo.

Il sole proseguirà la sua corsa verso l’orizzonte, l’ombra dei gerani verrà risucchiata dalla materia e sparirà.

Sull’asfalto ne rimarrà solo un fresco ricordo.

Ombra come la vita

L’ombra – di Lucia Bettoni

foto di Lucia Bettoni

Ombra come la vita
Ombra, doppio di ogni cosa
Ombra, riflesso di ogni istante

Fuggire nell’ombra, sparire, trasformarsi, ritornare ed essere
Essere la donna che vuoi
gambe lunghe e braccia larghe
per tagliare il buio delle tenebre
e poi un sorriso così luminoso per
squarciare il cielo e salire oltre la chioma degli alberi
Guardare dall’alto un mondo pieno di gioia dove l’ombra della donna fata svolazza lentamente senza che nessuno possa afferrarla

Ombra, ombrello, saltello, fringuello

Sasso, sassso, sasssso
Il sasso ha un’ombra?
Vogliamo guardare l’ombra di un sasso?
Io vedo il tuo volto, tu vedi il mio

Ognuno ha la sua ombra da guardare
Guardiamo l’ombra
è un grande gioco
Il gioco dell’ombra
Giochiamo bambini
giochiamo e parliamo
giochiamo e corriamo
l’ombra è sempre la più veloce
dai corriamo, andiamo ad
acchiappare l’ombra
ma che gioco bellissimo!!!

Non abbiamo bisogno di nulla

Incontro 27 ottobre 2021

Abbiamo parlato di…….

OMBRA

Ispirandoci al titolo della raccolta di poesie: Come l’ombra di un vaso di fiori, di Leda Erente, abbiamo condiviso impressioni e sentimenti legati all’OMBRA, alle OMBRE, alle locuzioni “all’ombra” e “nell’ombra”, con implicazioni positive o negative.

Ombra come “prova di esistenza”

ombra come presenza che accompagna

ombra come “giochi d’ombra” e riflessi sui muri

ombra come compagna di giochi da saltare e rincorrere

ombra come esorcismo di paura

da Oscar Wilde: Quello che gli uomini chiamano l’ombra del corpo non è “l’ombra del corpo, ma è il “corpo dell’anima”.

Bellissime osservazioni di ogni partecipante che si possono riassumere molto brevemente in:

  • presenze intangibili (Anna, Rossella, Mimma, Simone)
  • definizione di sé, dei contorni (Stefania)
  • mettersi in ombra rispetto a qualcuno, magari per amore (Anna, Sandra)
  • riflesso di ogni istante (Lucia)
  • zone d’ombra, la parte sconosciuta di noi stessi (Stefania)
  • il piacere di un’ombra fresca che consola (Patrizia)
  • ombre cinesi e giochi d’ombra (Anna, Nadia, Carla, Lucia)
  • l’ombra come ricamo delicato da non calpestare (Laura)
  • ancoraggio alla realtà e definizione del reale (Carla, Stefania)
  • ironia di giochi di parole (Simone)
  • il suono ipnotico, vibrante della parola (Mimma, Laura).

L’osservazione della parola si è aperta a molte interpretazioni, accompagnata da alcune citazioni.

Il concetto prevalente, un po’ per tutti è stato:

ombra come vita, senso di presenza: finché ho un’ombra esisto.

  • Che mai farebbe il tuo bene se non esistesse il male, e come apparirebbe la terra se vi scomparissero le ombre? (Michail Bulgakov)
  • Dove c’è molta luca l’ombra è più nera (Johann Wolfgang Goethe)
  • Ecco l’unica cosa che mi piacerebbe avere in pugno, il suono dell’ombra (Alda Merini)
  • C’è qualcuno seduto all’ombra oggi perché qualcun altro ha piantato un albero molto tempo fa (Warren Buffett)

Colloquio col Gigante: Sandra

Gigante malinconico – di Sandra Conticini

Tutti i visitatori del parco ti passano a trovare e rimangono estasiati dalla tua imponenza, ma te rimani li immobile da centinaia di anni. Nemmeno le grida e lo stupore dei bambini con i loro occhi sgranati ti aiutano a sopportare la solitudine che in tutti  questi anni hai accumulato.

Intorno a te il paesaggio è bellissimo, con laghetti, prati verdi ed alberi secolari di querce, ippocastani , cedri, ma questo ti fa sentire responsabile del loro futuro ed il tuo sguardo è diventato pensieroso e triste.

Speri sempre nell’arrivo dell’inverno per avere la possibilità di riflettere e riuscire a trovare un po’ di pace ed avere la forza  di ricominciare una nuova stagione.

Solo le rane con il loro gracchiare, e le ninfee con i loro bei colori  estivi ti fanno gioire, ma quando in autunno inizia a regnare il silenzio e i fiori avvizziscono ti senti malinconico, ma in pace con te stesso. 

Colloqui col Gigante: Cecilia

Lo specchio – di Cecilia Trinci

La mano appoggiata  a terra per darsi una spinta, per sollevarsi e scrollarsi l’ombra invisibile che incombe sulle spalle.

Guarda giù, nell’acqua che gioca col suo sguardo sbeffeggiando la tristezza e promettendo una luce diversa sulla consuetudine.

Sa già tutto, conosce le bugie e le illusioni, gli si è rivelato il sapore della sorpresa come un certo  gusto di ruggine e sale.

Eppure le ginocchia scatteranno ancora, forse lentamente ma inesorabili. Solleverà i capelli che spagosi scenderanno sulle spalle e  gridando spezzerà i rami che vorrebbero incastrarlo. In piedi sarà maestoso e fragile, nudo e infreddolito, anchilosato da quel suo inginocchiarsi pluricentenario. Ma ritroverà il verticale sul lago, farà in tempo a guardare il tramonto rosso sull’appennino, farà in tempo a intrecciare la barba nel sole. Farà in tempo a guardarsi intorno, con il grosso collo dolorante, a scendere dallo scranno di pietra, a farsi scivolare nel prato a conchiglia. Farà in tempo a ricordarsi una capriola e appoggerà le grosse spalle in terra, dandosi una spinta per una, due, tre giravolte nell’erba. Non c’è nessuno a guardarlo, è solo mentre la notte sale e la luna piano piano si accende.

Arriverà fino alla siepe, dove da tanto voleva affacciarsi e guarderà le stelle, e sotto, accesa, la città misteriosa, il traffico assurdo, il fumo dell’ignoranza.

Canterà. Non c’è nessuno ad ascoltare.

Impronte immense, profonde come frane resteranno nel prato stanotte.

Alzerà le bracciona al cielo, respirando la solitudine piena, non quella sofferente dei secoli passati, ma quella consapevole dei secoli presenti. Sentirà il profumo dei pini che viene da ovest, dal mare, proprio a diritto del suo sguardo cieco. Sentirà il vento di ponente che gli pettinerà i capelli dimenticati.

C’è ancora futuro per me, penserà e solo allora potrà girarsi per tornare al suo posto, sapendo che esiste ancora, che c’è ancora tempo.

Che farà in tempo.

La poesia di Leda Erente – da “Come l’ombra di un vaso di fiori”

Durante la nostra esperienza a Villa Demidoff ci hanno accompagnato i versi di Leda Erente, poetessa fiorentina

La poesia ha un’anima d’acciaio che riflette l’universo,

ha una folta pelliccia che la copre da inverni freddi.

Si muove obliqua tra la terra e l’acqua come il granchio

e scava buchi nella sabbia entro cui rifugiarsi

durante la risacca.

Cresce in terreni abbandonati e inconsueti

come fiori di borragine radicati nell’alcova di un io disabitato,

svuotato,

in cui la natura riprende selvaggia i suoi spazi

Colloqui con il Gigante: Luca

Ritorno a Villa Demidoff – di Luca Di Volo

Primavera lunga e difficile. Estate lunga e tormentata. Poi l’Autunno , fiammeggiante di oro e di rosso piropo, e anche lui traditore perché quelle struggenti suggestioni lasceranno il posto alle scheletriche braccia dell’imminente Inverno.

Ma ora il Sole è ancora generoso e stende le sue dita raggianti sul  disarmante verde degli immensi prati e sugli alberi che ancora emanavano l’ultima gloria dell’Estate morente.

E su tutto sorveglia un Gigante. Così lo chiamano. E tutti ne sono atterriti, almeno al primo sguardo.

Una figura senza tempo…enigmatica e potente nel suo dinamismo ambivalente…

Ma quella massa immensa, soffusa dal verde intenso dei prati senza fine, apparentemente informe, scatena un simbolismo senza freni.

Chi è. . cosa evoca quella figura straziata, sofferente. . forse l’umanità sconfitta schiacciata dal peso del tempo?

Ma c’ è un’altra suggestione: quelle membra tese, sofferenti,  non potrebbero  invece appartenere non ad un uomo  che cade senza speranza  ma piuttosto ad una figura che si rialza, appoggiandosi su membra indebolite dal lungo Inverno, barba ancora coperta di ghiaccio, e  che stia gettando  la sfida al buio e al freddo in un cosmico risveglio senza tempo?

O forse tutte due le cose erano nella mente dell’artista che le ha concepite?!

E nello stesso Paradiso ci sono anche figure che sembrano uscire dal nulla. . dal ventre generoso della madre terra. . una rinascita? Un simbolismo per la Primavera?!

Non lo sapremo mai con sicurezza, però è difficile sottrarsi  a queste spinte emotive.

A me piace pensare che quella figura massiccia, che sembra guardarti dovunque tu sia, possa rappresentare l’eterno ciclo  sconfitta e poi rinascita , rinascita e sconfitta. . che sembra essere il destino dell’uomo in ogni tempo e in ogni luogo.

E anche le Matite, incantate di fronte a tanto splendore…cadono e si rialzano. . ma  non si arrendono…forse si riconoscono con molta umiltà in quell’enigmatico Gigante.

Colloqui con il Gigante: Rossella

riflessioni e parole raccontate a Villa Demidoff

“IO” il Gigante che soffre…- di Rossella Gallori

No, non mi rialzo, non ce la faccio, nemmeno guardandoti negli occhi ci riesco, non sono solo per scelta, ma per abbandono.

Pesante il tuo sguardo,  ho chinato io per primo il capo rassegnato, su acqua di ninfee, ormai grumi marroni, immersi in un liquido color miele di castagno..

I capelli arruffati da un vento che non sempre c’è, che comunque mi travolge e mi sconvolge, in una eterna immobilità. Solitudine la mia in un silenzio di gente sola come me, che non sa di esserlo.

La barba incolta, che tanto ti piaceva è solo un pesante vessillo d’ansia, ti ho persa e ritrovata non mi hai riconosciuto, mi hai tradito ancora, non  protetto, cosce grosse le mie,  prive di muscoli, un maschio imponente, evirato nell’anima.

Ti amavo, mi amavi, disperatamente solo ora,  incorniciato da un sipario verde di foglie ferme, che nemmeno la tempesta smuove, alberi  di cera che il caldo non scioglie, ti cerco tra sguardi di occhi strabici che non mi focalizzano.

Io pesante di anni, di materia, io che non so raggiungere anime, in particolar modo la tua, eppure ne raccolgo di preghiere, di bestemmie, di risate, di pianti .

Io, il Gigante di sabbia congelata, di mollica di pane, che nessun uccello coraggioso assaggia, nessuna goccia pioggia ascolta  le mie grida.

Se solo potessi, sapessi, vorrei volare nei tuoi sogni, lenire i tuoi incubi, vorrei mangiarti a piccoli bocconi, bocconi succosi come uva regina, per tenerti dentro di me, così ti proteggerei, tu no, non lo hai saputo fare, tu nel mio ventre ascolti il battito del mio cuore di pietra, il rumore lento di un sangue di granito,  che scorre ignaro di grumi letali.

PS: un gigante solo, che rimpiange un amore perduto, un gigante cannibale che mangerebbe chi ama pur di non perderla…….questo  mi ha raccontato in una splendida mattinata di ottobre a Villa Demidoff…..

Colloqui con il Gigante: Carla

dalle riflessioni a Villa Demidoff

“lo chiameremo App nomignolo di Appennino! Compagno di matite. Chi meglio di lui può scrivere il cielo!”

Appennino ……..prima e dopo – di Carla Faggi

Le ninfee…e poi eccoti!

Che bello ritrovarti, sono passati tanti anni da quando incantata dalla tua bellezza ti raccontavo di me, di quello che avrei voluto fare, dei miei ideali, di come il mondo si sarebbe accorto di me perchè lo avrei sicuramente cambiato.

E tu mi dicevi si, sarà così! -Me lo diceva il tuo braccio ancorato a terra, il tuo volto assorto -vai e rapportati col mondo, pensa, rifletti,la mia barba è lunga perchè il pensiero deve essere intenso, razionale ma continuo, deve accompagnarti sempre. “Cogito ergo sum” ed io ne feci un mantra.

Grazie ti dissi e andai.

Tanto è passato da allora e tu sei sempre bellissimo.

Cosa stai chiedendomi ora? No , non ho fatto nulla di speciale, tante cose non buone e anche tante cose belle ma niente da essere ricordato, non ho fatto la rivoluzione ed il mondo non si ricorderà di me.

Mi guardi, mi comprendi, la tua solitudine è la mia, mi dici, la tua sofferenza anche, il cielo dietro di me è immenso è più grande di me ed io sono solo, imperfetto, incompleto, e come te avrei bisogno di infinito.

Ma vedo che non sei sola, forse il tuo infinito è stare con gli altri ed è starci ora.

Poi verrà la notte,  verrà la neve e allora scriveremo un’altra storia.

Colloqui col Gigante: Lucia

dai pensieri al Parco di Villa Demidoff

Il prato sconfinato – di Lucia Bettoni

foto di Lucia Bettoni

Mi stringe la gola un dolore lontano
Si affollano nell’anima i pianti, le paure, le solitudini di una vita

Cerco il mio posto in un prato sconfinato
Un vecchio tronco mi accoglie

Ai miei piedi gelsomini, un pianta di alloro per appoggiare il mio cappotto,la mia borsa rossa sulla terra

Il sole di ottobre riscalda il mio corpo, una carezza calda, una carezza di luce

I gelsomini sorridono insieme a piccoli fiori gialli in questo prato verde di una primavera senza fine

Pennellate dorate le foglie secche portate dal vento
Un’ape mi saluta volando proprio davanti ai miei occhi

Le persone passano, parlano, tentano di distrarmi con parole banali

La forza di questo sole, la bellezza di questo prato, il fremito di questo vento sono così grandi che niente è più importante

Si scioglie il nodo alla gola
Sorrido insieme ai gelsomini , vedo un piscialletto (da bambina lo chiamavo così) che mi dice:
Lucia soffia, soffia forte, la vita è grande e tu sei a casa
Questa casa ti accoglierà sempre perché la natura è la mamma tua

Incontro a Villa Demidoff

Parlando con il Gigante …..

Una giornata di incontro, riflessione e scrittura, sotto un cielo azzurro di uno splendido ottobre, nello storico Parco di Villa Demidoff, dal 2013 tra i patrimoni dell’Unesco, legato al nome e alla sensibilità della Principessa russa Maria, qui trasferita dall’inizio dell’800 e sepolta nella pace incantata di questo luogo, che amò e aiutò nei momenti difficili della storia.

Riflessioni profonde, sorrisi, voglia di stare insieme.

Foto di Carmela, Cecilia, Lucia, Patrizia, Rossella

La parola del giorno: tradimento – Cecilia

La legge della natura – di Cecilia Trinci

Era diventata una legge della natura che mi svegliassi con la carezza del tuo pelino di seta sul viso, una carezza discreta, appena accennata, sottolineata dalle tue fusa intense, contente di sapere che mi stavo svegliando. Ogni sera, mi addormentavo con le tue fusa accanto, dolcissime, sempre  gentili, il peso del tuo corpo caldo attaccato al mio, a farmi compagnia, a proteggere la notte.

Era una legge della natura che il mio primo pensiero la mattina fosse per te, veniva da sé stare attenta a non pestarti la coda mentre mi salutavi, il primo sguardo,  ancora nella penombra, verso  la lettiera, che fosse in ordine e …usata, provvedere per prima cosa alla tua colazione, che doveva essere sempre diversa e varia, aprire la finestra del terrazzo sull’acqua fresca della notte, sull’erba gatta sempre verde e rugiadosa. Veniva già freddo, la mattina, in questi ultimi giorni, ma tu mettevi il musino avanti e uscivi, senza chiedere, senza pretendere, senza un suono, ma più che sicuro che i miei gesti per te erano sempre i primi del mattino.

Era una legge della natura che tu fossi rimasto così bello fino all’ultimo istante, occhi grandissimi, verdi, in un faccione rotondo, con pennellate scure intorno agli occhi come un trucco elegante e la sottolineatura bianca sotto la bocca piccola che avrebbe saputo aprirsi in ruggiti che hai scelto di non fare mai.

Era una legge della natura che tu ci fossi sempre, discreto, silenzioso, una pallottola grande su una poltrona calda e la sera un gattone disteso sotto la mia testa, in un abbraccio intimo che raccontava infiniti sentimenti, che consolava e rasserenava di qualunque pena o stanchezza. Oppure ti mettevi di fronte, sulla poltrona a guardarci, i nostri occhi nella televisione, ma il cuore rivolto a te, “manine in tasca”, occhi socchiusi di felicità, corpo rotondo su un faccione contento, a righe dipinte marroni e nere.

Non era una legge della natura che tu avessi imparato a voler bene anche ai bambini, scattanti di imprevisto, troppo veloci per i tuoi sonnellini calmi,  eppure quelle manine piccole, curiose erano riuscite a conquistarti. Ti piaceva viaggiare accanto a loro, nel trasportino verso le vacanze. Versavano in macchina entusiasmo e tu ne eri affascinato. Lasciavi che le manine ti raggiungessero, ti accarezzassero. Era diventata una legge della natura che tu lasciassi fare, finché rimanevano incantati.

E’ una legge della natura che si creda immortale chi amiamo, essere presi sempre alla sprovvista quando ci lasciano, rimanere soli, mentre l’eco dei gesti quotidiani rimbomba senza risposte.

La parola del giorno: tradimento – Rossella

TRADIMENTO – di Rossella Gallori

6 luglio 2021 ore 14 – Messaggio da Gigliola a Rossella:

Vai in palestra? Con questo caldo? Attenzione il sole agli anta è pericoloso!

6 luglio 2021 ore 14,10 – Risposta di Rossella a Gigliola:

Non dormo, mi annoio, stai tranquilla, 1 ora di acqua, doccia, esco e ti chiamo.

Ore16,30

…..ecco…. esco trovo una tua telefonata, cerco un angolo d’ombra, mi siedo…fa troppo caldo, rientro in Virgin mi siedo al bar ti richiamo: avevi furia?  Ti chiamavo tra mezz’ora!

Una voce che prendo per tua mi dice: Gigliola è morta!

Rispondo: anch’io di caldo! e rido.

No signora mi scusi, lei non mi conosce, sono una vicina di casa della signora Lombardi, ho digitato il numero con più chiamate “Rossella” Gigliola è mancata un’ora fa…

Non riesco a parlare  farfuglio: arrivo! Chiamo un taxi sono alle Cure troppo dopo.

Entro in casa sei buttata su un letto in un lago di sangue, il tuo amore piange, è disperato, io piango  e trattengo a stento il vomito, sono disperata, incazzata, arrabbiata con Dio e con te…..si con te! Mi avevi promesso di non darmi dolori, te lo ricordi? Che non avrei pianto più cosí per qualcuno? Che avevo sofferto troppo, non te lo sei ricordata, hai sbattuto la porta, mi hai abbandonata nel mio momento più difficile, non hai aspettato la risposta della biopsia, l’ anniversario di mia figlia, il pranzo annuale al Saltino…tante cose potevamo fare ancora insieme anche se non ci vedevamo sempre, ma riuscivamo a fare per telefono tutto o quasi…risate tante, pettegolezzi, pianti, progetti piccoli, progetti impossibili, amori …di quanti tipi di amore abbiam parlato, senza giudizi senza pregiudizi….e tu te ne vai così in un secondo, ecco cosa hai fatto mi hai “tradita” per meglio dire io mi son sentita tradita, tradita ancora una volta, la gente, la mia gente, muore e se ne va, ed io resto nel solito corridoio buio sempre più sola, con la porta sbattuta sul viso, un viso a righe di anni, che non ce la fa a rialzarsi ora che non ci sei, ora che avevo trovato, un’amica grande in tutti i sensi una che pur non potendo essermi madre, lo era a tutti gli effetti,  una che mi aveva convinto a scrivere, ad aprirmi, una a  cui piacevo come ero, che non ha mai tentato di cambiarmi, perché, strano a credersi, andavo bene così.

Tradita, sì, abbandonata, da una alta come me, con il mio stesso numero di scarpe, una che al contrario di me amava i colori forti, una che mi dava di scèma con la e aperta che trasudava  Castiglioncello da tutti i pori….l’unica da cui accettavo consigli, l’unica a cui li chiedevo. Una che diceva siam cicciose ma “di molto belle” una che mi faceva ridere, io avara di sorrisi.

Tradita, anche quando due mesi dopo la tua morte non hai risposto al mio messaggio: “mi sono svegliata ora intervento andato bene!”

Sono ancora arrabbiata, sto cercando una scusante al tuo venir meno ad un impegno: vivere…

La parola del giorno: tradimento – Luca

Tradimento – di Luca Di Volo

Una storia comunissima.

I personaggi: lui , diciotto anni , studente , sani principi , credulone e idealista. . conoscenza del lato femminile: zero, zero zero zero. Peggio ancora, una presunzione più grande dell’abisso d’ignoranza in cui vivevano un po’ tutti, all’epoca.

Lei: non bellissima , anzi (senza le lenti amorosamente deformanti) piuttosto incolore. . biondina slavata. Ma (e qui sta il punto) molto più disinibita (un eufemismo) rispetto alla media delle vergini Vestali dell’epoca (che , come lui scoprì  molto dopo , tanto vergini e nemmeno tanto Vestali erano).

Comunque , come avrebbe potuto chiosare qualche mediocre scrittore dell’ottocento , il povero giovane cadde preda dei sensi. . che  , naturalmente ,  scambiò per amore…. e quanta strada avrebbe dovuto fare per capire la differenza, nemmeno lo concepiva , allora.

Insomma, la cosa durò fino a che piacque. . a chi? Forse agli Dei?! No…finchè “lei” si stufò di quella storia …e glielo fece capire nel peggiore dei modi. Ecco. . la differenza tra cambiamento e tradimento  forse sta tutta qui, nel modo in cui chi è tradito viene a sapere di esserlo. .  sentirsi dire che qualcuno che fino a ieri diceva di amarti ha mutato opinione non è molto più piacevole di scoprirlo da solo , ma almeno depone un po’ più a favore del “traditore”(lui o lei che siano) …

Un certo giorno , dunque , ad un appuntamento fissato per le 15,30, lei non si presentò. Niente di strano, a quel tempo non c’erano i cellulari , però non era impossibile comunicare con i mezzi disponibili. . ma la biondina non comunicò proprio nulla al povero giovane. .

Però analizzare il comportamento di lui è molto istruttivo.

Già , perché, fermo a quell’angolo di quella grigia strada di periferia , vedeva , sì, che il tempo passava e nessuno compariva…ma (e questa è la stranezza), in lui prese forma , come dire. . un rifiuto violento di quello con cui la sua ragione, ahimè , sempre crudelmente presente , lo tormentava da qualche minuto. . ”Lo sai, vero, povero bischero , che lei ti ha preso in giro. . eppure segnali te ne aveva dati. . ma te eri bendato. . come Eros. . ”

Ma lui era altrove. . impegnato a trovare scuse…se ne andava…ma poi ritornava. . chissà. . forse sarebbe comparsa per miracolo. .

Nessuno ci crederà  , ma alle sei e mezzo era ancora lì , dopo una serie infinita di anda e rianda…quando lei davvero passò davanti all’angolo in macchina , in compagnia. . forse per vedere fino a che punto un uomo fosse rimbischerito.

O forse controllava il suo potere. .

Ma a questo punto conviene fare una dissolvenza e cambiare scena.  

E le sequenze che seguono ci raccontano che la botta per il giovane fu salutare. Aveva conosciuto il male. . ne avrebbe visto di peggio in seguito, ma la prima volta ecc…

Aveva anche oscuramente preso coscienza di un altro sentimento che ignorava…lo possiamo chiamare “odio” per comodità. . il fratello “nero” dell’amore. . a cui somigliava come si somigliano due gocce d’acqua.