Poche note

Buonanotte – di Gabriella Crisafulli

Poche note

piovono

in un mantra sospeso

Ogni suono

ripete il suo verso,

scivola dentro

Piani a specchio

riflettono

schegge di vita

Vortica un gorgo

di colpe 

ancestrali

Una lama affonda:

dalla ferita

gocciola sangue

Innaffia la pianta

assetata

non solo d’acqua

Ritmo lento

Pettine e pietà – di Gabriella Crisafulli

Seduta lungo il fiume

la vecchia aspetta

che il fato si compia

Il pettine passa 

e ripassa

fra i suoi capelli

Non perle e brillanti

non pulci e pidocchi

non benedizioni e malefici

ma un ponte di pietà 

tra madre e figlia

tra passato e futuro

Crollo in galleria

Crollo in galleria – di Ivana Acciaioli

Guglielmo aveva vent’anni quando  partì per la guerra e affrontare la vita di soldato in Africa fu davvero dura. Aveva lasciato la famiglia e Bruna la giovane fidanzata  di diciassette anni, portando negli occhi il suo bel faccino dai lineamenti delicati e armoniosi.
Tutti gli uomini del paese lavoravano alla costruzione della direttissima Firenze-Bologna.
Tra Vaiano e Vernio  si sentivano rimbombare   colpi dal buco nero della galleria, erano  stangate metalliche, ritmate, talvolta  stridenti, date con forza da braccia robuste allenate fino ad allora al lavoro nei campi, che seppure duro, in quel buio umido e polveroso, appariva come un ricordo di libertà. Niente era paragonabile allo sferrare colpi sulle fredde rotaie, il ruggire del martello contro il ferro provocava scintille che non erano  certo sprazzi di gioia.
Bruna ogni giorno si recava in galleria per portare il pasto al babbo e allo zio. Si inoltrava malvolentieri nell’oscurità, il rumore di ferraglia la stordiva e impauriva. Quel giorno con in tasca la foto del suo Guglielmo ritratto nel deserto, non poteva sapere che sarebbe rimasta sotto il crollo e il suo bel visino sfigurato per sempre.
Fu uno degli incidenti peggiori, una vera tragedia, il potente fragore della montagna che si ribellava alla mano dell’uomo  superò tutte le percosse inferte.
Il padre di Bruna morì, lei restò sfigurata. Non osava più aspettare il ritorno del suo amato.
Guglielmo tornò completamente calvo penalizzato dal sole del deserto.
Due giovani vite colpite, trasformate.
Si sposarono forse più per impegno che per amore.
Non mi sembrarono mai veramente felici quei miei zii.

Scivolare sui vetri

Scivolare sui vetri – di Patrizia Casati

Quando ero piccola, vicino a casa mia, alla Repubblica, c’era una fabbrica di lenti per occhiali. Ricordo che insieme alle mie amiche e amici,  si scivolava sulle lenti che venivano scartate giù nel Mugnone perché rotte e non utilizzabili per gli occhiali. Erano tantissime e noi sopra  ai cartoni ci si lasciava andare su quelle montagne di vetri come fossimo sulla neve!

Per noi era un piacevolissimo scivolone nel Mugnone e il rumore strano, vetroso che  ho sentito me lo ha ricordato.

Rumori in galleria

Rumori in galleria – di Tina Conti


Una galleria con una luminosità lontana,

acqua per terra, qualcuno che cammina con difficoltà

non si capisce bene chi sia, porta abiti laceri e  scuri,

ha i piedi incatenati, sbatte, picchia, si trascina.

tenta di liberarsi delle catene .

Picchia con pietre che si sbriciolano come vetro.

insiste, insiste, poi sparisce,

chi era  quell’uomo misterioso?

si sarà liberato? sarà fuggito?

Ora appare il nulla, il buio alle pareti, una piccola luminosità laggiù in fondo.

Prima domenica di primavera

Prima domenica di primavera – di Gabriella Crisafulli

Un cielo sfumato di indaco e tortora è steso a coprire il parco di periferia. Gli aerei che passano, lo graffiano qua e là di strisce rosa mentre ombre sempre più scure colorano l’acqua del fiume.

Vicino al campo di calcio i tifosi vociano e battono ritmicamente i tamburi. Sui piloni del ponte che riconduce a casa i migranti del fine settimana, un gruppo di ragazzi suona la chitarra e canta mentre chi corre ansima e suda, i cani abbaiano incontandosi, le autombulanze a sirene spiegate colorano di blu i lungarni.

Le fiamme all’orizzonte ritagliano le sagome di case ed alberi.

Lentamente il tramonto lascia il posto ai lampioni che si accendono.

Crollo vetroso

Buttare via e ricominciare – di Gabriella Crisafulli

I passanti lanciavano sguardi perplessi dentro al fondo con la saracinesca spalancata sulla strada.

Il postino si fermò: “Sgombera signora?” disse.

“No” rispose ” Sto liberando” .

In realtà stava andando via, altrove, verso un’altra vita, ma se lo tenne per sé.

Alle sue spalle Richard e Ifemelu continuavano a accumulare i materiali alluvionati in cassoni pronti per il viaggio alla discarica.

Si sentiva il rumore del vetro rovesciato nei contenitori.

“Quanto se ne può raccogliere in una vita?” si disse.

C’erano meravigliosi fiaschi impagliati, damigiane,  bordolesi, bottiglie infrangibili di Coca Cola degli anni cinquanta, quelle da litro per la passata di pomodoro con l’acido salicilico, i bottiglioni da due litri,  … Alcune erano sane, tante in frantumi.

Richard e Ifemelu non si fermavano e passavano da uno scaffale all’altro: quanto tempo ci sarebbe voluto per svuotare tutto?

Adesso toccava alle lampade, quelle con la resistenza e quelle al neon. Più  in là  i piatti di Laveno,  gli specchi di bagni, buffet e toelette,  i lampadari liberty, … venivano da Como, Varese, Gallarate, Pistoia, … tutto religiosamente avvolto nella carta di giornale e serbato in scatole marcate con la scritta del contenuto al loro interno. 

“Buttare via, pensò, era arrivata l’ora di buttare via tutto per lasciare posto ad altro”.

Stropiccio metallico

Stropiccio metallico – di Roberta Morandi


Sensazione angosciante, udire questo rumore che potrei definire uno stropiccio metallico.
È come un metallo mi lascia fredda, asettica, per niente in buona compagnia, non provo neppure ad associarlo a qualcosa di piacevole e ancora meno a questi momenti che insieme viviamo il martedì. È un rumore, non è un suono, che faccio rimanere fuori da questa stanza, fuori dai nostri dialoghi, fuori dalle cose belle che insieme riusciamo a scambiarci.
È un rumore  che infonde tristezza, è  lui stesso tristezza, di quella subita, non voluta, quella che piano piano scava nello stomaco un buco nero da cui non puoi scappare.  Ti ingloba lentamente e ti annienta, come un pozzo quasi impossibile da risalire. Buio, umido, solitario.

Il treno fischiava

Il treno fischiava – di Sandra Conticini

Un vecchio treno degli anni ’30 con i sedili di legno e senza scompartimenti fermo alla stazione, in attesa del ferroviere che, con il martelletto, controllava i freni. Le persone si affacciavano ai finestrini o  scendevano perchè la sosta non sarebbe stata molto breve. Al grido “Signori si parteeee in  carrozza!” seguito dal fischio del capostazione tutti risalivano e ognuno si rimetteva al proprio posto. Il treno lentamente ripartiva con lo sferragliamento delle carrozze che passavano sui binari ed il cigolio dei freni, seguito dal rumore ferroso dei vagoni che andando si muovevano.

Quasi tutti guardavano fuori dal finestrino, non erano abituati a veder sfuggire alberi, case, persone, così veloci, perchè gli spostamenti venivano fatti  a piedi o su carretti trainati da animali.

I vagoni erano affollati, i viaggi lunghi e spesso la strada ferrata rappresentava il sogno e la speranza di trovare un lavoro ed una vita migliore.     

Stare in ascolto

Non passano velocemente certi giorni – di Stefania Bonanni

Certi giorni mi sono sentito così: come una ciotola piena di croccantini, in una casa dove hanno arrotato il gatto.

Risecchito, rattrappito, indurito,  inutile.  E non passano velocemente,  certi giorni.

Il senso più  all’erta, è  l’udito. Tutto il resto funziona solo al bisogno.

Sto attento ai rumori perché  danno un senso, scandiscono tempi vuoti.

C’è il rumore della sveglia. Poi quello del carrello con la colazione, quella che riempie la ciotola. Poi, a volte c’è  il sole,  si può  stare un po’ fuori. E a volte si incontra anche qualcuno da ascoltare.  Non sapevo che anche i pensieri sono come i croccantini inutili. Ci si può allenare a non avere pensieri.  Allora, non si parla più,  si ascolta e basta. E il sentimento migliore  è  augurarsi che i giorni passino,  che quando ne finisce uno,  è  il momento in cui ne nasce un altro. Se non ci fosse fine, non ci sarebbe inizio.

Per questo, è  benvenuto il momento della chiusura, ogni notte. Quello delle chiavi attaccate al mazzo che le contiene tutte, e che sbatacchiando sulle inferriate delle porte, le chiudono ogni sera con l’ultimo rumore prima del silenzio.

Rumori di ferrovia

Partire – di Carla Faggi

La stazione ferroviaria di Firenze, tanti e tanti anni fa.

Parto per la prima volta da sola; prendo il Palatino per andare “au pair” da una famiglia a Parigi.

Vado e conquisto il mondo! penso.

Mi guardo attorno, tutto è grigio, polveroso e triste.

Anch’io sono triste ed ho paura, ma mi ripeto: conquisterò il mondo!

Poi quel rumore di treno che parte, ferraglia, stridore, caos come nella mia mente:

  • quante cose avevo da fare qua a Firenze, finire quel corso, coltivare quell’amicizia, forse continuare col fidanzato che ho mollato per andare a Parigi.
  • Avrò ancora tempo quando torno?

Mi accarezzo le mani, mi consolo, mi faccio coraggio.

Forza che vai a conquistare il mondo!

Sferragliare

Nascita a vapore – di Luca Di Volo

Vedendola, avrebbe potuto ricordare la mitica officina del Dio Vulcano. Un’immensa spelonca, annerita dal fumo di mille fuochi riverberantesi fiammeggiando lungo le pareti, quasi un’ardente danza macabra.

Intanto, clangori metallici e struscìo di pesanti catene che raccoglievano i pezzi d’acciaio li spostavano per essere infissi, lavorati e poi assemblati.

E anche gli uomini, in quel luogo, sembravano mutati, quasi fosse avvenuta una strana simbiosi con l’ambiente:neri come le tenebrose mura, rossi nel viso come i fuochi, agivano con armonica e disumana precisione, lasciavano andare le pesanti mazze metalliche sul pezzo da incastrare o sulla mensola da smussare.

In mezzo a quest’inferno, stava prendendo forma lentamente “qualcosa”, un Moloch, un Leviatano che tra non molto avrebbe divorato tra fuoco e fiamme la terra e le distanze.

Potente, stava nascendo una grossa locomotiva a vapore, e come uno smisurato bebè, nato dal fuoco, già faceva udire i suoi primi vagiti fatti di fischi assordanti e getti incandescenti di vapore.

Ferro che batte

Rumori in fabbrica – di Chiara Bonechi

Non aveva mai visitato una fabbrica, fu felice di quell’invito, era curiosa.

Entrata, vide persone come manichini, braccia che si muovevano “alto, basso, alto basso”, sempre lo stesso movimento e i nastri trasportatori che scorrevano trasportando bottiglie.

Le vedeva oscillare, ma senza mai cadere, sotto gli occhi attenti di chi era lì, immobile per ore.

Ogni tanto il nastro trasportatore si bloccava e una mano veloce ne toglieva una, il nastro ripartiva.

Lei osservava frastornata da quel rumore, tintinnio di vetri che si toccavano leggermente, cigolii metallici, colpi di ferri battuti e intanto la sua angoscia aumentava.

Si sentiva fortunata per aver trascorso tanti anni fra voci serene e grida di bambini, ogni giorno diversi, ricchi di inventiva e di speranza, in un lavoro lontano dalla monotonia di una catena di montaggio.

Un pensiero alla forza di quei lavoratori.

Catene

Catene? Si, catene… – di Rossella Gallori

Sempre, solo catene, pesanti, arrugginite, ruzzolavano giù per le scale a chiocciola, un lungo serpente senza testa, senza coda, rumoroso, ansimante…non trovava pianerottoli, niente fermava l’ inarrestabile corsa.

Senza tregua, si annodava su se stesso, si allungava, si arrotolava.

Nel buio sentivo il freddo del metallo, l’odore del ferro vecchio.

Trovò il portone spalancato il boa con le maglie ammaccate.

Corse per la strada, inarrestabile, violento, cattivo…superò la ferrovia, fece scintille sulle rotaie…trascinò siepi ed alberi, che ne cambiarono il colore, un animale verde acido, che non conosceva limiti, si  tuffò in un piccolo ruscello, avvelenandone l’ acqua…arrivò alla strada, si infilò in una fogna, trovò talpe, topi, qualche anonima carcassa, trascinò tutto senza ritegno, senza soste, una corsa inarrestabile, senza meta, senza traguardo…

Un fantasma di ferro…il mio incubo.

Rumori di ferraglia

Il fantasma sferragliante – di Nadia Peruzzi

Nella casa dei Jones c’era un fantasma. Lo dicevano in molti. Era per questo motivo che non si riusciva a venderla e era disabitata da tempo. Il sindaco era preoccupato perché la casa vittoriana era molto bella e rischiava di andare in rovina.

Gli venne un’idea per verificare quanto la notizia fosse vera o solo una stupida diceria che si tramandava ben oltre il lecito.

Propose di passare una notte intera dentro la villa, insieme al consiglio comunale al gran completo.

Si diedero appuntamento in una notte senza luna. Entrarono e andarono tutti a sistemarsi nella vecchia biblioteca . Era lì che a detta di molti, da anni, si sentivano rumori spaventosi. Avevano tutti un po’ di timore anche se cercavano di non darlo a vedere mentre se ne stavano in silenzio senza che si sentisse alcun rumore.

Arrivò in un attimo. All’improvviso un clangore che sembrava venire dall’altro mondo invase la stanza e si propagò in tutta la casa facendoli rabbrividire.

Era uno sferraglio insistente, lugubre, cadenzato come se dei cingoli fossero in movimento o una grossa catena venisse trascinata lungo una scala senza fine.

Si accorsero in breve che in un punto coperto dalla pesante libreria si sentiva con forza particolare. Era nitido e penetrante, un vero fastidio per le orecchie, e di ritmato non aveva più nulla. Era uno sbattere furioso e senza regole, colpi a caso ma con una costanza e una energia quasi sovrumane.

Spostarono libri, mossero soprammobili senza  che accadesse nulla. Qualcuno ad un certo punto toccò uno degli alamari del camino e all’improvviso un cigolio ebbe la meglio sui rumori metallici che si erano presi la scena fino a quel punto. Ci volle pochissimo perché il varco si aprisse del tutto.

Quello che videro li lasciò di sasso. Avevano davanti un vecchio rugoso dai capelli grigi e lunghi, barba incolta fin quasi alle ginocchia, occhi febbricitanti e abbacinati per la luce che c’era nella stanza. Li guardava fisso, come se fossero loro gli alieni.

Aveva in mano una spada e indosso una vecchia armatura.

Era rimasto chiuso in quel ripostiglio segreto per un numero imprecisato di anni, disse dopo essersi ripreso.

Era accaduto durante la caccia al tesoro che la famiglia Jones aveva organizzato la sera prima di traslocare definitivamente. In tutti quegli anni usando la spada e facendo leva pure sull’armatura aveva cercato di farsi sentire. Batteva colpi furiosi ma fino a quella notte non era servito a niente, nessuno aveva sentito, nessuno lo aveva liberato dalla sua prigione.

Sembrava al settimo cielo quando abbracciò e baciò tutti i presenti. Erano ancora a bocca aperta quando se ne uscì da casa, sferragliando felice.

Primavera vien danzando

Bibliocoop Bagno a Ripoli 27 marzo 2019

Chiude la nostra mini rassegna Matite-Bibliocoop una festa di primavera con parole colorate e immagini d’autore, con Carla Faggi, Tina Conti, Luca Di Volo, Laura Galgani e Ivana Acciaioli. Letture di Emma Rotini, Gabriella Crisafulli e Cecilia Trinci

acquarello di Carla Faggi
acquarello di Tina Conti
olio su tela di Luca Di Volo

pittura su seta di Laura Galgani

fiori di zucchero di Ivana Acciaioli

i fiori di Tina Conti

Quando le stelle ridono

Mi sembrerà che tutte le stelle stiano ridendo – di Mirella Calvelli

Percorrere il lungo sentiero fino alla spiaggia  sarebbe stato un gioco da ragazzi, se non fosse stato per l’ora e che stava per sopraggiungere l’oscurità.

Lenta, come nelle sere di inizio autunno e nel contempo veloce.

Lo scenario del cielo stava cambiando e i grandi nuvoloni grigi si spostavano velocemente da un capo all’altro, complice un vento determinato e freddo.

Così, pulito il manto celeste, una coltre semiscura pennellava la volta in maniera decisa.

Incerte comparivano le piccole luci argentate, applaudite dalle chiome dei pini, già vestiti da sera.

I loro smokings sembravano impeccabili, impercettibili le loro braccia e il fresco fogliame.

Accellerò il passo, perchè in quel punto la folla degli alberi era compressa. La sabbia che calpestava la faceva sprofondare leggermente.

Il tunnel  del teatro aveva numerosi anfratti, un’infinità di palchi, dove sbirciare tutto l’insieme.

Rumori la colpivano alle spalle, per poi rifuggire come un colpo d’ala all’indietro.

Facevano capolino le maschere fra i cespugli odorosi, gigli di mare, piccoli animali notturni dai grandi occhi gialli.

Il passo rallentò, adesso lo spettacolo  che le si poneva davanti era aperto. La lunga lingua del mare lambiva i piedi, provocando un misto fra il piacere e il disagio.

I brividi le percorrevano la schiena dal basso verso l’altro, increspandole i capelli.

Poi il silenzio. Sembrò che il vento si fermasse, che le onde rallentassero la monotona corsa verso la riva. I pini trattennero il respiro.

Lei fece ancora due passi indietro, non per l’acqua gelida, ma per aprire il suo sguardo all’orizzonte.

Alzò la testa, all’indietro, appoggiandola sulle spalle.

La bocca si aprì sottilmente,  il respiro rallentò, intervallato dal battito del cuore, gli occhi divennero ancora più grandi e lì….sembrò che tutte le stelle stessero ridendo.

Rumori nella notte

Rumori nella notte – di Chiara Bonechi

…non gli piacevano i rumori della notte…                                                                                                 

Sua moglie era partita per qualche giorno, accadeva raramente e lui non era abituato a rimanere da solo, non si sentiva a proprio agio nel silenzio della sua casa, niente cigolio di porte, niente tonfi di sportelli che si aprono e si chiudono, gli mancavano il rumore dell’aspirapolvere, gli squilli del telefono e le sue chiacchiere, senza di lei la casa piombava davvero nel torpore.

Era una sensazione strana a cui certo sarebbe sopravvissuto ma che si intensificava verso sera, quando la luce del sole si faceva lieve per lasciare spazio al crepuscolo e all’oscurità.

Aveva comunque deciso di gustarsi la casa apprezzando la solitudine, non gli dispiaceva sentirsi avvolto nel silenzio e muoversi nelle stanze che, come ovattate, gli apparivano perfino più grandi.

Una cena fugace, uno sguardo al computer, al giornale, una telefonata per rassicurare moglie e figli e poi finalmente spaparanzato sul divano alla televisione.

Il sonno arrivò prima del solito, forse era la noia di quella situazione che lo portò a letto presto.

Si rigirò una, due, tre volte, poi solo ascolto: una macchina che arriva, un cancello che si apre, un motorino che accelera e  voci di gente che si saluta con toni troppo alti per quell’ora della notte.

Tutto rimbombava, poi silenzio ma solo per un attimo.

Da sopra percepì un calpestio, leggerissimo, e poi un ticchettare, di sicuro erano i gatti nelle loro fughe notturne e poi un fruscio, forse si stava alzando un po’ di vento.

Basta!

Non gli piacevano i rumori della notte.

Si alzò e andò a bere.