Guglielmo aveva vent’anni quando partì per la guerra e affrontare la vita di soldato in Africa fu davvero dura. Aveva lasciato la famiglia e Bruna la giovane fidanzata di diciassette anni, portando negli occhi il suo bel faccino dai lineamenti delicati e armoniosi. Tutti gli uomini del paese lavoravano alla costruzione della direttissima Firenze-Bologna. Tra Vaiano e Vernio si sentivano rimbombare colpi dal buco nero della galleria, erano stangate metalliche, ritmate, talvolta stridenti, date con forza da braccia robuste allenate fino ad allora al lavoro nei campi, che seppure duro, in quel buio umido e polveroso, appariva come un ricordo di libertà. Niente era paragonabile allo sferrare colpi sulle fredde rotaie, il ruggire del martello contro il ferro provocava scintille che non erano certo sprazzi di gioia. Bruna ogni giorno si recava in galleria per portare il pasto al babbo e allo zio. Si inoltrava malvolentieri nell’oscurità, il rumore di ferraglia la stordiva e impauriva. Quel giorno con in tasca la foto del suo Guglielmo ritratto nel deserto, non poteva sapere che sarebbe rimasta sotto il crollo e il suo bel visino sfigurato per sempre. Fu uno degli incidenti peggiori, una vera tragedia, il potente fragore della montagna che si ribellava alla mano dell’uomo superò tutte le percosse inferte. Il padre di Bruna morì, lei restò sfigurata. Non osava più aspettare il ritorno del suo amato. Guglielmo tornò completamente calvo penalizzato dal sole del deserto. Due giovani vite colpite, trasformate. Si sposarono forse più per impegno che per amore. Non mi sembrarono mai veramente felici quei miei zii.
Quando ero piccola, vicino a casa mia, alla Repubblica, c’era una fabbrica di lenti per occhiali. Ricordo che insieme alle mie amiche e amici, si scivolava sulle lenti che venivano scartate giù nel Mugnone perché rotte e non utilizzabili per gli occhiali. Erano tantissime e noi sopra ai cartoni ci si lasciava andare su quelle montagne di vetri come fossimo sulla neve!
Per noi era un piacevolissimo scivolone nel Mugnone e il rumore strano, vetroso che ho sentito me lo ha ricordato.
Prima domenica di primavera – di Gabriella Crisafulli
Un cielo sfumato di indaco e tortora è steso a coprire il parco di periferia. Gli aerei che passano, lo graffiano qua e là di strisce rosa mentre ombre sempre più scure colorano l’acqua del fiume.
Vicino al campo di calcio i tifosi vociano e battono ritmicamente i
tamburi. Sui piloni del ponte che riconduce a casa i migranti del fine
settimana, un gruppo di ragazzi suona la chitarra e canta mentre chi corre
ansima e suda, i cani abbaiano incontandosi, le autombulanze a sirene spiegate
colorano di blu i lungarni.
Le fiamme all’orizzonte ritagliano le sagome di case ed alberi.
Lentamente il tramonto lascia il posto ai lampioni che si accendono.
Buttare via e ricominciare – di Gabriella Crisafulli
I passanti lanciavano sguardi perplessi dentro al fondo con la saracinesca spalancata sulla strada.
Il postino si fermò: “Sgombera signora?” disse.
“No” rispose ” Sto liberando” .
In realtà stava andando via, altrove, verso un’altra vita, ma se lo tenne per
sé.
Alle sue spalle Richard e Ifemelu continuavano a accumulare i materiali
alluvionati in cassoni pronti per il viaggio alla discarica.
Si sentiva il rumore del vetro rovesciato nei contenitori.
“Quanto se ne può raccogliere in una vita?” si disse.
C’erano meravigliosi fiaschi impagliati, damigiane, bordolesi,
bottiglie infrangibili di Coca Cola degli anni cinquanta, quelle da litro per
la passata di pomodoro con l’acido salicilico, i bottiglioni da due
litri, … Alcune erano sane, tante in frantumi.
Richard e Ifemelu non si fermavano e passavano da uno scaffale all’altro:
quanto tempo ci sarebbe voluto per svuotare tutto?
Adesso toccava alle lampade, quelle con la resistenza e quelle al neon.
Più in là i piatti di Laveno, gli specchi di bagni, buffet e
toelette, i lampadari liberty, … venivano da Como, Varese, Gallarate,
Pistoia, … tutto religiosamente avvolto nella carta di giornale e serbato in
scatole marcate con la scritta del contenuto al loro interno.
“Buttare via, pensò, era arrivata l’ora di buttare via tutto per lasciare posto ad altro”.
Sensazione angosciante, udire questo rumore che potrei definire uno stropiccio metallico. È come un metallo mi lascia fredda, asettica, per niente in buona compagnia, non provo neppure ad associarlo a qualcosa di piacevole e ancora meno a questi momenti che insieme viviamo il martedì. È un rumore, non è un suono, che faccio rimanere fuori da questa stanza, fuori dai nostri dialoghi, fuori dalle cose belle che insieme riusciamo a scambiarci. È un rumore che infonde tristezza, è lui stesso tristezza, di quella subita, non voluta, quella che piano piano scava nello stomaco un buco nero da cui non puoi scappare. Ti ingloba lentamente e ti annienta, come un pozzo quasi impossibile da risalire. Buio, umido, solitario.
Un vecchio treno degli anni ’30 con i sedili di legno e senza scompartimenti fermo alla stazione, in attesa del ferroviere che, con il martelletto, controllava i freni. Le persone si affacciavano ai finestrini o scendevano perchè la sosta non sarebbe stata molto breve. Al grido “Signori si parteeee in carrozza!” seguito dal fischio del capostazione tutti risalivano e ognuno si rimetteva al proprio posto. Il treno lentamente ripartiva con lo sferragliamento delle carrozze che passavano sui binari ed il cigolio dei freni, seguito dal rumore ferroso dei vagoni che andando si muovevano.
Quasi tutti guardavano fuori dal finestrino, non erano abituati a veder sfuggire alberi, case, persone, così veloci, perchè gli spostamenti venivano fatti a piedi o su carretti trainati da animali.
I vagoni erano affollati, i viaggi lunghi e spesso la strada ferrata rappresentava il sogno e la speranza di trovare un lavoro ed una vita migliore.
Non passano velocemente certi giorni – di Stefania Bonanni
Certi giorni mi sono sentito così: come una ciotola piena di croccantini, in una casa dove hanno arrotato il gatto.
Risecchito, rattrappito, indurito, inutile.
E non passano velocemente, certi
giorni.
Il senso più all’erta, è
l’udito. Tutto il resto funziona solo al bisogno.
Sto attento ai rumori perché danno un senso, scandiscono tempi vuoti.
C’è il rumore della sveglia. Poi quello del carrello con la colazione, quella che riempie la ciotola. Poi, a volte c’è il sole, si può stare un po’ fuori. E a volte si incontra anche qualcuno da ascoltare. Non sapevo che anche i pensieri sono come i croccantini inutili. Ci si può allenare a non avere pensieri. Allora, non si parla più, si ascolta e basta. E il sentimento migliore è augurarsi che i giorni passino, che quando ne finisce uno, è il momento in cui ne nasce un altro. Se non ci fosse fine, non ci sarebbe inizio.
Per questo, è benvenuto il momento della chiusura, ogni notte. Quello delle chiavi attaccate al mazzo che le contiene tutte, e che sbatacchiando sulle inferriate delle porte, le chiudono ogni sera con l’ultimo rumore prima del silenzio.
La stazione ferroviaria di Firenze, tanti e tanti anni fa.
Parto per la prima volta da sola; prendo il Palatino per
andare “au pair” da una famiglia a Parigi.
Vado e conquisto il mondo! penso.
Mi guardo attorno, tutto è grigio, polveroso e triste.
Anch’io sono triste ed ho paura, ma mi ripeto: conquisterò il
mondo!
Poi quel rumore di treno che parte, ferraglia, stridore, caos
come nella mia mente:
quante cose avevo da fare qua a Firenze, finire
quel corso, coltivare quell’amicizia, forse continuare col fidanzato che ho
mollato per andare a Parigi.
Avrò ancora tempo quando torno?
Mi accarezzo le mani, mi consolo, mi faccio coraggio.
Vedendola, avrebbe potuto ricordare la mitica officina del Dio Vulcano. Un’immensa spelonca, annerita dal fumo di mille fuochi riverberantesi fiammeggiando lungo le pareti, quasi un’ardente danza macabra.
Intanto, clangori metallici e struscìo di pesanti catene che raccoglievano i pezzi d’acciaio li spostavano per essere infissi, lavorati e poi assemblati.
E anche gli uomini, in quel luogo, sembravano mutati, quasi fosse avvenuta una strana simbiosi con l’ambiente:neri come le tenebrose mura, rossi nel viso come i fuochi, agivano con armonica e disumana precisione, lasciavano andare le pesanti mazze metalliche sul pezzo da incastrare o sulla mensola da smussare.
In mezzo a quest’inferno, stava prendendo forma lentamente “qualcosa”, un Moloch, un Leviatano che tra non molto avrebbe divorato tra fuoco e fiamme la terra e le distanze.
Potente, stava nascendo una grossa locomotiva a vapore, e come uno smisurato bebè, nato dal fuoco, già faceva udire i suoi primi vagiti fatti di fischi assordanti e getti incandescenti di vapore.
Non aveva mai visitato una fabbrica, fu felice di
quell’invito, era curiosa.
Entrata, vide persone come manichini, braccia che si
muovevano “alto, basso, alto basso”, sempre lo stesso movimento e i nastri
trasportatori che scorrevano trasportando bottiglie.
Le vedeva oscillare, ma senza mai cadere, sotto gli occhi
attenti di chi era lì, immobile per ore.
Ogni tanto il nastro trasportatore si bloccava e una mano
veloce ne toglieva una, il nastro ripartiva.
Lei osservava frastornata da quel rumore, tintinnio di vetri
che si toccavano leggermente, cigolii metallici, colpi di ferri battuti e
intanto la sua angoscia aumentava.
Si sentiva fortunata per aver trascorso tanti anni fra voci
serene e grida di bambini, ogni giorno diversi, ricchi di inventiva e di
speranza, in un lavoro lontano dalla monotonia di una catena di montaggio.
Sempre, solo catene, pesanti, arrugginite, ruzzolavano giù per le scale a chiocciola, un lungo serpente senza testa, senza coda, rumoroso, ansimante…non trovava pianerottoli, niente fermava l’ inarrestabile corsa.
Senza tregua, si annodava su se stesso, si allungava, si arrotolava.
Nel buio sentivo il freddo del metallo, l’odore del ferro vecchio.
Trovò il portone spalancato il boa con le maglie ammaccate.
Corse per la strada, inarrestabile, violento, cattivo…superò la ferrovia, fece scintille sulle rotaie…trascinò siepi ed alberi, che ne cambiarono il colore, un animale verde acido, che non conosceva limiti, si tuffò in un piccolo ruscello, avvelenandone l’ acqua…arrivò alla strada, si infilò in una fogna, trovò talpe, topi, qualche anonima carcassa, trascinò tutto senza ritegno, senza soste, una corsa inarrestabile, senza meta, senza traguardo…
Nella casa dei Jones c’era un fantasma. Lo dicevano in molti. Era per questo motivo che non si riusciva a venderla e era disabitata da tempo. Il sindaco era preoccupato perché la casa vittoriana era molto bella e rischiava di andare in rovina.
Gli venne un’idea per verificare quanto la notizia fosse vera o solo una
stupida diceria che si tramandava ben oltre il lecito.
Propose di passare una notte intera dentro la villa, insieme al consiglio comunale al gran completo.
Si diedero appuntamento in una notte senza luna. Entrarono e andarono tutti a sistemarsi nella vecchia biblioteca . Era lì che a detta di molti, da anni, si sentivano rumori spaventosi. Avevano tutti un po’ di timore anche se cercavano di non darlo a vedere mentre se ne stavano in silenzio senza che si sentisse alcun rumore.
Arrivò in un attimo. All’improvviso un clangore che sembrava venire dall’altro mondo invase la stanza e si propagò in tutta la casa facendoli rabbrividire.
Era uno sferraglio insistente, lugubre, cadenzato come se dei cingoli fossero in movimento o una grossa catena venisse trascinata lungo una scala senza fine.
Si accorsero in breve che in un punto coperto dalla pesante libreria si sentiva con forza particolare. Era nitido e penetrante, un vero fastidio per le orecchie, e di ritmato non aveva più nulla. Era uno sbattere furioso e senza regole, colpi a caso ma con una costanza e una energia quasi sovrumane.
Spostarono libri, mossero soprammobili senza che accadesse nulla. Qualcuno ad un certo punto toccò uno degli alamari del camino e all’improvviso un cigolio ebbe la meglio sui rumori metallici che si erano presi la scena fino a quel punto. Ci volle pochissimo perché il varco si aprisse del tutto.
Quello che videro li lasciò di sasso. Avevano davanti un vecchio rugoso dai capelli grigi e lunghi, barba incolta fin quasi alle ginocchia, occhi febbricitanti e abbacinati per la luce che c’era nella stanza. Li guardava fisso, come se fossero loro gli alieni.
Aveva in mano una spada e indosso una
vecchia armatura.
Era rimasto chiuso in quel ripostiglio segreto per un numero imprecisato di anni, disse dopo essersi ripreso.
Era accaduto durante la caccia al tesoro che la famiglia Jones aveva organizzato la sera prima di traslocare definitivamente. In tutti quegli anni usando la spada e facendo leva pure sull’armatura aveva cercato di farsi sentire. Batteva colpi furiosi ma fino a quella notte non era servito a niente, nessuno aveva sentito, nessuno lo aveva liberato dalla sua prigione.
Sembrava al settimo cielo quando abbracciò e baciò tutti i presenti. Erano ancora a bocca aperta quando se ne uscì da casa, sferragliando felice.
Chiude la nostra mini rassegna Matite-Bibliocoop una festa di primavera con parole colorate e immagini d’autore, con Carla Faggi, Tina Conti, Luca Di Volo, Laura Galgani e Ivana Acciaioli. Letture di Emma Rotini, Gabriella Crisafulli e Cecilia Trinci
Mi sembrerà che tutte le stelle stiano ridendo – di Mirella Calvelli
Percorrere il lungo sentiero fino alla spiaggia sarebbe stato un gioco da ragazzi, se non fosse stato per l’ora e che stava per sopraggiungere l’oscurità.
Lenta, come nelle sere di inizio autunno e nel contempo
veloce.
Lo scenario del cielo stava cambiando e i grandi nuvoloni
grigi si spostavano velocemente da un capo all’altro, complice un vento
determinato e freddo.
Così, pulito il manto celeste, una coltre semiscura
pennellava la volta in maniera decisa.
Incerte comparivano le piccole luci argentate, applaudite
dalle chiome dei pini, già vestiti da sera.
I loro smokings sembravano impeccabili, impercettibili le
loro braccia e il fresco fogliame.
Accellerò il passo, perchè in quel punto la folla degli
alberi era compressa. La sabbia che calpestava la faceva sprofondare
leggermente.
Il tunnel del teatro
aveva numerosi anfratti, un’infinità di palchi, dove sbirciare tutto l’insieme.
Rumori la colpivano alle spalle, per poi rifuggire come un
colpo d’ala all’indietro.
Facevano capolino le maschere fra i cespugli odorosi, gigli
di mare, piccoli animali notturni dai grandi occhi gialli.
Il passo rallentò, adesso lo spettacolo che le si poneva davanti era aperto. La lunga lingua del mare lambiva i piedi, provocando un misto fra il piacere e il disagio.
I brividi le percorrevano la schiena dal basso verso l’altro,
increspandole i capelli.
Poi il silenzio. Sembrò che il vento si fermasse, che le onde rallentassero la monotona corsa verso la riva. I pini trattennero il respiro.
Lei fece ancora due passi indietro, non per l’acqua gelida,
ma per aprire il suo sguardo all’orizzonte.
Alzò la testa, all’indietro, appoggiandola sulle spalle.
La bocca si aprì sottilmente, il respiro rallentò, intervallato dal battito del cuore, gli occhi divennero ancora più grandi e lì….sembrò che tutte le stelle stessero ridendo.
Sua moglie era partita per qualche giorno, accadeva
raramente e lui non era abituato a rimanere da solo, non si sentiva a proprio
agio nel silenzio della sua casa, niente cigolio di porte, niente tonfi di
sportelli che si aprono e si chiudono, gli mancavano il rumore
dell’aspirapolvere, gli squilli del telefono e le sue chiacchiere, senza di lei
la casa piombava davvero nel torpore.
Era una sensazione strana a cui certo sarebbe sopravvissuto
ma che si intensificava verso sera, quando la luce del sole si faceva lieve per
lasciare spazio al crepuscolo e all’oscurità.
Aveva comunque deciso di gustarsi la casa apprezzando la
solitudine, non gli dispiaceva sentirsi avvolto nel silenzio e muoversi nelle
stanze che, come ovattate, gli apparivano perfino più grandi.
Una cena fugace, uno sguardo al computer, al giornale, una
telefonata per rassicurare moglie e figli e poi finalmente spaparanzato sul
divano alla televisione.
Il sonno arrivò prima del solito, forse era la noia di
quella situazione che lo portò a letto presto.
Si rigirò una, due, tre volte, poi solo ascolto: una
macchina che arriva, un cancello che si apre, un motorino che accelera e voci di gente che si saluta con toni troppo
alti per quell’ora della notte.
Tutto rimbombava, poi silenzio ma solo per un attimo.
Da sopra percepì un calpestio, leggerissimo, e poi un
ticchettare, di sicuro erano i gatti nelle loro fughe notturne e poi un
fruscio, forse si stava alzando un po’ di vento.