A proposito di soldati americani

Il soldato John – di Cecilia Trinci (in risposta a Rossella Gallori)

Era molto grande la casa della mia infanzia. E per fortuna! perché fino a che non ho compiuto sei anni ci vivevamo in sette: babbo, mamma, nonno, nonna, io, sorellina e zio, il fratello di mamma, più giovane di lei che era rimasto a studiare in casa dei genitori. Allora si usava così, e si viveva così, in tanti tutti insieme. Ci sarà oggi chi ci compatirà e ci immaginerà immersi in disagi senza fine (e in effetti , pensate!, il bagno era uno solo) ma si viveva un tale calore, una tale cascata di affetti multicolori che credo si sia trasformata in globuli rossi e piastrine in modo indelebile.

Mia nonna aveva il dono della narrazione. Raccontava fatti, persone, spesso senza la barriera di un contesto, senza che si avvertisse in modo chiaro la connotazione temporale. Mamma le andava dietro, dal momento che capiva a volo di chi o di cosa e soprattutto di quando si stesse parlando. Così il dialogo che si creava tra loro rendeva ancora più difficile inquadrare il fatto in una sua realtà. Così si raccontavano storie di parenti che io mai avrei conosciuto, o di amici incrociati nei vari luoghi dove loro due, col nonno, avevavano vissuto in ere precedenti. E se ne parlava con i loro soprannomi coloriti: “Succhio”….”Fagiolino”….”Il matto delle Giuncaie” come fossero stati davvero nomi di battesimo e facendo crescere nel mio immaginario curiosità e meraviglia.

Mio nonno non parlava mai. Eppure ci capivamo a gesti, o più probabilmente per telepatia. Sapevamo senza dirci niente cosa avremmo fatto, a cosa volevamo giocare, se volevamo andare al cinema e passarci tutto il pomeriggio e rivedere il film (se ci piaceva) almeno due volte e mezzo!

Eravamo tanti sempre. Anche al mare dove i nonni erano gli altri, quelli paterni, ma il numero complessivo dei familiari restava pressoché lo stesso o cresceva in qualche momento, a causa di inviti sempre possibili e sempre accettati.

Tanti. Tutti. Diversi. Allegri e presenti. Le nostre case erano piene di letti, di sedie, di parole, di caldo, di consolazione. Era normale crescere con i nonni.

Ma che c’entra il soldato John?

Mia nonna lo nominava spesso, perché nessuno “in tempo di guerra” come dicevano loro, poteva essere stato esente dall’aver ospitato qualcuno in casa in modo non proprio legale. A noi, o meglio a loro, era toccato un giovane americano, di nome, vero o fittizio che fosse, John, appunto, il quale aveva poi, finita la guerra, ricambiato l’affetto ricevuto con doni fantasmagorici. Primo tra tutti un improbabile paio di sci di legno, rigorosamente conservato in soffitta, che nessuno della famiglia mai osò mettere alla prova sulla neve, ma che tutti chiamavano “gli sci di John” e per qualche anno, finché non cominciai ad andare a scuola, rievocavano ricordi di ogni tipo. Mia nonna e mia mamma, appena capitava di alludere per qualche recondito motivo agli sci di John, si buttavano a raccontare della guerra e delle patatine fritte che apparivano in sogno e della cicoria al posto del caffè e delle bombe e degli allarmi e dei rifugi dove di notte scappavano con il gatto in braccio, il mitico gatto Nanni, nero e bianco, sopravvissuto alla guerra e alla miseria, che negli anni 50 accolse la mia sorellina appena nata miagolando sotto la culla piena di tulle.

Nanni morì dopo qualche anno, molto vecchio. Per età era più vecchio lui di tutti gli altri quando sono scomparsi ad uno ad uno …..

Scomparsi da quella casa e dalla vita, ma non da tutto il resto.

Il soldato Joe

Il soldato Joe – di Rossella Gallori

….e non so nemmeno se si scrive così, so che ne ho sempre sentito parlare: quando arrivarono gli americani…..la cioccolata…il banjo….le finestre spalancate….loro…il babbo che faceva da interprete….quel presidio a villa Fabbricotti…Nelson e….Joe , il soldato, il tenente…

Ricordo bene che faceva caldo, non caldissimo, quindi maggio, giugno? Si, primi di giugno, l’anno? Il 68…il 69…poco importa, il tocco (le 13 per quelli non proprio di qui) le espadillas ai piedi, il vestito, che era più una polo lunga, il passo svelto, un ciao frettoloso ai commessi di Cresti,  a quelli di Bata, un “a dopo” al commesso bello di Raspini… via Martelli, così centrale e così borgo,  una corsa per acchiappare l’ autobus  direzione  casa mia…2 ore di intervallo per andare, tornare, fare una doccia per togliersi il puzzo del penetro di dosso, cambiarsi e tornare a negozio, mettere la divisa ed esser puntuali dietro al banco…

Il bus è affollato, si ciana tra commesse…poi  un: sorry mi distrae…sfodero quelle 50 parole di inglese che so ed un po’  mi servono  per il mio lavoro…can i help you?

Sorride la signora morbida accanto a lui, sembra sud americana, lo è ….cercamo via Statuti….

Comprendo che cercano via dello Statuto confermo:  with me! Augurandomi che la conversazione non vada oltre…6/7 parole del mio bagaglio anglosassone son già andate!!!

Scendiamo insieme, lui, ha negli occhi un sorriso che vagamente, forse sbagliando…ricordo.

Cerco di seminarli , ho fretta…mi  raggiungono, lei trotterella, lui cammina spedito, è un bel signore sulla cinquantina, ha un sacchetto in mano con la bandiera a strisce e stelle ben evidente, lei  capelli nerissimi e cotonatissimi….fa da interprete al marito: dos/ tres  ninös , un uomo una donna, Lei Giulia…lui George….

Anche ora, mentre scrivo, il mio cuore corre, accellera, si, cercavano mia madre e mio padre, a più di 25 anni dalla fine della guerra, ed il caso aveva voluto che incontrassero me, il destino aveva dato loro i tasselli di un puzzle,  pochi pezzi…scompagnati: “una giovane donna ebrea, un uomo un po’ più grande che parlava perfettamente l’inglese due figli maschi, forse tre, un negozio di stoffe in borgo San Lorenzo, una immensa casa, dopo una vasca con i cigni….

Joe si fa coraggio e prende la parola, io sono ferma impietrita: “ho portato per George smuchers, butter…arachidi….”

Ricordo quando il babbo cercava a Livorno, al mercato americano,  il burro di arachidi…poi compravamo il pane e facevamo merenda, parlando di cose che io così piccola capivo il giusto,  del suo ruolo come interprete alla fine della guerra, il soggiorno di due soldati a casa nostra…mi parlava di Joe, e di quel burro salato che divideva con i miei fratelli, mi parlava di gioie immense, della voglia di dimenticare, del vecchio giradischi del bughi, che i miei fratelli ballavano per le scale….

Ed ora tutto questo era li, in una estate già annunciata, a pochi metri da casa mia, ricordavo bene la foto, che spesso la mamma mostrava a me, che per fortuna  non c‘ero….e della guerra, di cui ho solo  sentito l’ eco….

Non so come feci a farmi capire, mio padre non c’era pìù da diversi anni, i miei fratelli erano due giovani uomini, poi, ora, c’ero anche io…..

Ci abbracciammo Joe, Irene, ed io, riuscimmo a restare avvinghiati uno all’altra anche per le scale, che lui riconobbe, suonai, la mamma mi aspettava, un vecchio sottabito nero, la sua mise preferita…. Aprì distratta la porta, la casa sapeva di braciole fritte…

No, non riesco a descrivere, la gioia, il dolore, il riconoscersi, il non parlare la stessa lingua, capendosi alla perfezione, i miei fratelli che cercavano di ricordare,  Joe che mi chiamava Giorgia, ricordando il babbo….e fu li che apparve la foto, l’aveva scattata Nelson…un ebreo americano emigrato in Israele….la mamma lo ricordava bene.

Sono stati con noi solo 48 ore, non di più, avevano chiamato la loro prima figlia Fiorenza, in ricordo degli anni passati da noi, del  “ SOLDATO JOE”, ci restò la foto, 2 barattoli di burro di arachidi, ed un indirizzo, ci siamo scambiati auguri e pensieri per anni, poi mia madre ha perso tutto, lei diceva che erano le cose che perdevano lei, una delle sue bugie….

Sono passati 50 anni, la foto è li, senza data, con tanta storia, le ho dato un nome…..SPERANZA

10 agosto

FANTASMI – di Rossella Gallori

sono entrata un po’  di corsa, senza alzare la testa, forse loro erano già  lì, al quarto piano, sotto il sole cocente di un agosto di  oggi.

Mi sono quasi vergognata al pronto soccorso, era un nulla, il mio, messo a confronto alle situazioni che mi circondavano, ma il sangue non si fermava, qualcuno ha deciso per me, ed ora sono qui….in attesa..

La stanza è disordinata e poco pulita, per fortuna fresca, avverto il suo sguardo, ha i miei colori, la sua maglietta viola, poi, mi conferma la sua presenza, mi sorride in silenzio, mostrandomi l’orologio con il giglio di Firenze, vorrei avvicinarmi a lui, ma il piede fa male, ci metto troppo, mi cade la borsa raccolgo tutto, ed in un attimo lo perdo di vista, sento il  profumo  del suo tabacco, raggiungo il corridoio e vedo il suo “ borsello& abbandonato su una barella, cerco di prenderlo, ma in quel preciso istante mi chiamano: Gallori……!!! Penso: lui o io?…

Gallori Rossella…ah si cercano me …la medicazione è breve e poco dolorosa, ,l’antitetanica indispensabile e rapida….ringrazio e saluto.

Chiedo del signore con i capelli lunghi bianchi con la maglia viola, nella sala d’ attesa, nessuno lo ha visto, chiedo all’infermiere della piccola borsa di cuoio, scuote il capo e si allontana…

Mi guardo intorno smarrita, ma non spaventata, devo aspettare una mezz’ oretta, mi fanno sdraiare su un lettino, dicono che sono pallida, sinceramente sto bene ma acconsento…non sono sola, la signora accanto  mi porge un fazzoletto, di mussola fine una piccola  l  verde  troneggia nell’ angolo ricamato, emana un profumo che conosco ma del quale non ricordo il nome…asciugo una lacrima e cerco i suoi occhi, che mi appaiano immensi ed azzurrissimi nella penombra…

Arriva un infermiere per farmi firmare le dimissione…..

Si appoggi pure sul lettino vuoto, bercia…..sono confusa, penso, non sorda…

Rifletto: vuoto??

Saluto con garbo, , raggiungo l’ uscita…..questa volta alzo lo sguardo, due mani mi salutano, quattro occhi mi baciano , c’ è una luce che abbaglia…mando una preghiera verso di loro e verso il cielo….

Chi è con me mi domanda dove guardo ….indico il quarto piano…mi viene risposto che è chiuso da  mesi…..scuoto il capo, non replico…

CIAO LAURA…. CIAO GOFFREDO….a presto….

P.S : a mio fratello ed a mia cognata nel quasi giorno del loro compleanno

Once upon a time

Once upon a time (c’era una volta)– di Cecilia Trinci

Dieci anni: 3650 giorni più due per gli anni bisestili… 40 mesi di caldo estivo, un’infinità  di  nuvole matte che sono passate nei cieli azzurri, arruffate  di  libeccio, come piacevano a te, più di mille tramonti estivi, per la maggior parte rosso fuoco con striature aranciate,  da aggiungersi agli oltre duemila non estivi passati inosservati, tra i muri di città. Dieci volte è arrivato luglio in modi diversi, fino a quest’ultimo che mi vede qui con due bambini nuovi nuovi che illuminano la vecchia casa in ogni grinza. Dieci anni che a luglio, il 13, mi affaccio a questa finestra sul mondo e ti saluto senza sapere esattamente dove sei.

Dieci anni che non vedo i tuoi cappelli “multidisciplinari”, il tuo passo solo tuo,  la tua macchina sempre col serbatoio pieno “perché una macchina senza benzina è solo un mucchio di ferraglia che non va da nessuna parte”, pronta a partire,  con dentro  il tuo borsone da sopravvivenza capace di rispondere ad ogni evento imprevisto, il tuo sorriso di soppiatto di chi pensa “ciao gente, io vado….. e so dove andare…”.

3650 giorni, più due per gli anni bisestili, che non sento la tua voce, che non vedo le tue mani in tasca nei jeans,  mentre snoccioli con gusto il tuo discorrere pacato, informato su tutto, appoggiandoti di più su un solo piede, mentre alzi gli occhi verso il cielo sorridendo come per dire “fate fate, dite dite, io so cosa voglio e lo sto raggiungendo”. 3650 giorni più due che non ti vedo sparire nel tuo “stabbiolo”-laboratorio da dove uscivi sempre (e proprio non si sapeva come)  con l’oggetto utile fabbricato apposta  per quel preciso istante. 3650 giorni più due che non intervieni più a consolare o a mediare o a risolvere, senza insistere troppo, con precisione chirurgica per poi sparire, con uguale disinvoltura,  dentro la settimana enigmistica o il listino della borsa di Milano. 3650 giorni, più due, che non ti vedo dipingere paesaggi a memoria, quei paesaggi che non avevi bisogno di guardare dal vero perché li tenevi ben dentro radicati con tutti i loro bei particolari precisi.  3650 giorni più due che non ti vedo  scegliere una bottiglia di vino buono e gustarlo  a tavola come se in quel momento scendesse dal bicchiere tutta la pioggia argentina, tutti i raggi di sole, tutta la nebbia, la rugiada, e il vento e il buio delle notti con il canto dei grilli e i pomeriggi di cicale e scirocco e il gelo delle mattine acute di tramontana.  Tutto questo tempo che non brindiamo più a qualcosa o a qualcuno, dieci compleanni che non ci sei, dieci anni che non vedi come siamo cambiate, quante cose ha fatto tua nipote e che bambini belli si sono aggiunti alla nostra vita. Ora avresti mille pretesti per assaporare con noi un buon vino scuro e dopo avere incrociato i bicchieri antichi  chiuderesti gli occhi sognanti su di noi per dire più a te stesso che a noi, la tua frase preferita delle occasioni belle, che inizia così e non ha mai avuto  un seguito:

“Once upon a time……….”

Cecina mon amour

COME SEMPRE O QUASI… – di Rossella Gallori

Niente era diverso dal solito, un treno affollato e caldissimo, che come un vecchio cane, si fermava ad ogni stazioncina…un paio di chilometri a piedi per raggiungere casa, un viale fresco, con pietre di inciampo che non ricordavano morti tragiche , ma che qualche ginocchio sulla coscienza ce l ‘avevano…
Il cancello rosso con la stessa precisa ed identica difficoltà di apertura, l’edera che ci veniva incontro e ci considerava ospiti inattesi e fastidiosi…
La borsa sul letto con alla partenza “ho portato poco e all’ arrivo ho “ portato troppo “
La voglia di andare sulla spiaggia mi prende, anche se il buio si annuncia, riesco a pensare che fa notte anche qui e ne resto, quasi meravigliata.
La cena è un problema che non c’è..: prosciutto e melone …pesche dure come il legno “ colte domani” gridava l’ortolano e si sente, dico io.
Dormo otto ore di fila, svegliandomi senza la voglia di schizzare fuori dal letto a far colazione, tutto stranamente diverso da casa….a pochi chilometri “ da casa”.
Coraggiosamente indosso dei yeans corti e sdruciti ed una camicia bianca trasparente, lo iodio è una gran medicina, dovrei portarla con me….sempre, sotto ho un bikini che non nasconde, anzi, stronzo, evidenzia, ed io “ francamente me ne infischio” ascoltando il silenzio del rumore dell’ acqua, appoggiandomi a scogli fatti dall’ uomo, per illudere quelle semplici come me che sono chissà dove e non qui….dove il DEH serve per pregare e per bestemmiare, per dire grazie e per mandare a quel paese.
Ho passato Piazza degli artisti di strada, per venire al Donna di cuori, c’ era il mercato che volutamente ho ignorato, avevo troppa voglia di un caffe sulla sabbia, buono e a amico, Sara è li, mi riconosce, ricordando a me e a se stessa, che l’ anno scorso le avevo dedicato un piccolo flash, finito sul blog, ha un tatuaggio in più, quest’anno, lo stesso cantante più vecchio….rifletto sulla sua anima rock imprigionata in una piccolissima cucina bollente, dalle sei del mattino, e penso che per sentirsi liberi, non ci sarebbe bisogno di location di lusso……..
Qui è tutto uguale, anche il bagnino, che non è lo stesso, io no o forse si, ho solo un anno di più,e cerco di dimenticarlo fotografando gli ombrelloni tra le mie cosce grassocce, dove la cellulite, affamata, ha acchiappato granelli di sabbia dorata, anche lei ha diritto di nutrirsi…un po’ come il mio cervello che vaga controcorrente per tutto l’ anno, e che trova pace qui, anche solo per quattro giorni….penso alla Spagna, alla Grecia…arrivo addirittura alle Maldive, una fatica terribile con le poche cognizioni di geografia che ho…quindi, quindi addento un panino con stracchino e speck ed il vago sapore di zucchine con l’ intenso scricchiolio di rena….
Sono serena, ricordando i miei sedici anni a ballare al Settebello, ed il cinema all’aperto, dove i baci avevano piu colonna sonora dei film, quando tornare alle una di notte era uno scandalo ,le fibbie dei sandali alla schiava avevan lasciato il segno …ed il reggiseno era sempre in borsa e mai dove doveva stare….voglio bene, ora a quella ragazza ci “ ho fatto pace” da poco…
……sono tranquilla, deh sono a Marina, Marina di Cecina….

Arriva sempre “il giorno dopo”

INSIEME – Riflessioni del giorno dopo

prove di lettura per la serata finale

Tutti insieme ce l’abbiamo fatta. Paure, dubbi, perplessità, insofferenze, anche piccoli scontri che ci hanno fatto crescere, ma anche fantasia, impegno e felicità. Perché quello che conta è credere:  nelle nostre possibilità, nelle opportunità che arrivano, costruite pazientemente, sostenute da amici che ci aiutano. Credere è un gioco di squadra.

L’amore, la famiglia, i sentimenti sono il nostro tesoretto privato, ma la squadra, il gruppo, l’Insieme ci dà la potenza della creazione.

Grazie di questo cammino, della fiducia e della resistenza, della fuga e dei ritorni, per esserci stati nonostante.

Vi auguro una buona estate.

Vi auguro di riflettere, di pensarmi, di rimanere un Gruppo forte e felice.

Io vi penserò. Insieme la vita è più leggera.

CECILIA

“Ritrovarsi insieme è un inizio, restare insieme è un progresso, ma riuscire a lavorare insieme è un successo” (Henry Ford)

La nonna che vola

La nonna che vola – di Cecilia Trinci

Il paesaggio rimane bello: il bosco verdissimo di maggio sotto un cielo turbolento, ai margini di una  perturbazione, con capriole di nuvole bianche di vario spessore che si inseguono, cambiando forma ad ogni ruzzolone.  Eppure solo pochi minuti fa, prima di lasciare alla sua mamma il piccolo Simone (di ritorno dal week end dai nonni) mi sembrava che tutto scoppiettasse di voci, di lampi, di suoni acuti, di giravolte, di sogni, di domande, di giochi e di gare, di prove, di risate, di baci, di “mi puoi abbracciare nonna?”  e invece ora, varcata la soglia di casa sua, dopo aver posato in salotto lo zainetto verde a forma di ranocchia e dopo essersi abbracciati con un “ciao nonna” un po’ contento per il ritorno a casa e un po’ triste per il distacco, ora, sulla via del parcheggio, sembra che qualcuno abbia spento la luce. Sempre bello il cielo di Baroncoli e le nuvole cupe contro gli ulivi grigioverdi, ma una botta di freddo si affaccia al fondo dello stomaco, vicino al cuore, un freddo improvviso e silenzioso, come un accenno di solitudine, di nostalgia, di strappo da qualcosa di vivo.

Ore zampillanti abbiamo passato, tutte da ricordare, da ripassare più volte mentre torniamo indietro, sulla stessa strada dell’andata che sembra ora solo una via malinconica. Con lui apparecchio in salotto, tre piatti vicini, lui a capotavola, le posate da bambino grande, il suo bicchierino di vetro dell’Ikea, “Nonna voglio stare vicino vicino…..io sto così da te” e con le manine accostate costruisce un intervallo piccolo piccolo tra me e lui. Racconta, inventa, vuole arrivare primo e nonno sempre ultimo, nonna sempre seconda, e nonna e nonno mangiano piano, a forchettate lente….fino a che non esulta “ho vinto!” E poi chiede ”quanti anni hai? Io quattro e mezzo! E mezzo vuol dire che è di più di quattro, quindi sono grande!!! Io vado alla Scuolamaterna lo sai nonna?!”

 “C’è una sorpresina nonna? È dietro la tenda vero? La tenda è un po’ come un folletto…..fa le cose e le sorprese! Sììì cavolo! C’è una macchinina!” Corre a provarla sul divano, sul tavolo appena sparecchiato, le ruote scorrono bene, il motore rulla nelle sue labbra….e poi lui si gode la vacanza e si perde nelle piste immaginarie, nei cartoni preferiti, nei   libri dalle figure splendenti, nelle collezioni di figurine “più belle di tutte”…nei mondi colorati, nei racconti…nei sogni, nei giochi, nel “lo sai nonna?” e la nonna lo prende per mano e vola via con lui…nelle curve della fantasia. …All’improvviso un gioco diverso ci attraversa la strada: “Corri nonna!” e la nonna incredibilmente ce la fa, arrancando per alzarsi da terra tentennando sulle ginocchia ribelli che non vorrebbero mai…. e ride mentre lui ride con quel suo modo scintillante, con la testa indietro e gli occhi pieni di stelle. Quando lui  torna a casa si scende anche noi giù a terra…..rotolando giù, rovinosamente,  un po’ acciaccati e un po’ più vecchi….O almeno fino alla prossima volta.

Fragilità

Aprile fragile – di Cecilia Trinci

Scorre fragile, come un sogno la mattina, quando stai per svegliarti e girandoti nel letto assaporando l’eternità del comodo tepore, fai appena in tempo ad accorgerti che tra pochi istanti la luce del giorno allagherà il tuo letto. Scorre fragile, Aprile, e la sua primavera giovanissima promette stupori ogni anno inauditi: le acacie si vestono da sposa nei balzi e nei dirupi, attaccandosi a piccoli pezzi di terra scontrosa e spruzzando a largo ciuffi di fiori bianchi. I fiori rosa degli “alberi di Giuda”, quelli viola del lillà e del glicine, si fanno strada tra le foglie, dentro macchie di verde intenso mentre le rose riprendono lo scettro nei giardini.

Visto da qui Aprile fa uno strano effetto, oggi, di ritorno dal pronto soccorso dove si è consumato un lieto fine non scontato. Aprile morbido, lento, che scivolando sopra i tetti delle case di questo paese a volte rifiutato, spesso troppo scontato, mi accarezza perdonandomi le incomprensioni e le insofferenze e canta musiche di uccelli grassi sopra i rami secchi dell’abete. Aprile che rabbrividisce nelle piogge esagerate quando il sole si nasconde e spegne il riscaldamento dentro un cielo cupo sopra un mare bianco.

Fai un dolce effetto Aprile e non ti vedo, oggi, come un’inutile attesa di stagione, un tradimento di certi giorni bollenti che ci avevano fatto nascondere coperte e copriletti. Ti vedo gentile, sfumato in mille colori, pieno di suoni, di pensieri leggeri, di ricordi teneri, con la tua Pasqua in mezzo che ogni anno gioca a nascondino e non si sa mai, a colpo, quando arriverà senza guardare il calendario!

Quest’anno Pasqua con i miei bambini, con i loro giochi esplosivi e con quel sognante “tutto” come risposta alla domanda “Cosa ti è piaciuto di più Simone di questo giorno?”. Festa leggera con il mare freddo e il cielo celeste ma con i piedi in acqua e corse da levare il fiato. Quando siete partiti Aprile si è fermato, sospendendosi nell’aria e poi ha ripreso a camminare piano, per non sciupare l’eco dei giochi, delle risate, dei piccoli capricci, della gioia imprendibile dei vostri piedini….

Ho pensato a voi, due giorni dopo, nella sala di attesa del pronto soccorso: non potevamo deludervi facendovi sentire troppo presto quanto sia fragile la vita in questo fragile Aprile leggerissimo…

Ponte di primavera

MancatoPonte” con sorpresa – di Laura Galgani

Venerdì 26 aprile 2019, giornata perfetta per un bel “ponte”. Ma io no. Ho fatto già un paio di giorni di ferie, altri due li farò presto e allora vado a lavorare per permettere ad altre colleghe di godersi un po’ di riposo. Sono fatta così, c’è poco da fare.

Non lo sapevo, ma quel piccolo sacrificio nascondeva già, dentro di sé, una grande ricompensa.

Mattinata indaffaratissima, c’era da aspettarselo. Meno siamo, più c’è da lavorare. Non importa, ci sono abituata, cerco di essere gentile con tutti e di dare risposte, se ce n’è.

Verso le 11 una coppia si affaccia timidamente alla mia stanza, mentre sto finendo con una famiglia indiana: lui ha un bel sorriso, la pelle ambrata dal sole. Lei, volto curato, vestita bene, un leggero velo in testa, color cipria, regge in mano qualcosa, avvolto in un foglio trasparente. Chiedo se hanno un appuntamento per ricongiungimento familiare. Lui balbetta “sì, no, lei arrivata ora in Italia”, riferendosi alla moglie. “Bene, allora vi prendiamo subito un appuntamento. Ci pensa questa bella ragazza, Aneela, la mediatrice culturale.” “Noi.. aspettiamo”, mi risponde lui, poco convinto. “Va bene, un attimo e arrivo”.

Saluto la famiglia indiana e mi alzo, vado incontro alla coppia, che molto educatamente è rimasta immobile nel corridoio.

“Noi… vogliamo ringraziare”, riprende lui, e di nuovo un bel sorriso gli si apre sul volto. Sono perplessa. Lui mi sembra di averlo già visto, lei di sicuro no. E sono certa di non aver fatto niente di particolare per queste persone. Provo a chiedere, con delicatezza: “Per che cosa?” La signora, sorridendo con tutto il volto, in risposta mi porge il fagotto che tiene in mano. E’ una buffa pianta succulenta, tinta di rosa fucsia sulle foglie ma verde al centro, avvolta in un tessuto rosa e infilata in un calice di vetro. Il tutto protetto da un foglio trasparente, di quelli che usano i fiorai, con in cima un bel ricciolo color rosa baby.  Un po’ kitsch, forse, ma particolare. C’è persino una mollettina di legno che tiene un bigliettino. “Leggi”, mi invita lui. Poggio il fragile involucro sulla scrivania e prendo il bigliettino. Dentro, scritto in una delicata e bella grafia, solo la data di oggi e due parole: GRAZIE ITALIA. Sotto, la firma, Zuhra S. Un’emozione intensa mi sale dal cuore. Grazie Italia… non è me che vogliono ringraziare, né il o la collega che ha trattato la loro pratica, non una persona in particolare, il loro gesto vale molto di più, vogliono assolutamente esprimere riconoscenza verso un Paese intero. Mi giro verso di loro. Aspettano la mia reazione. Il volto di lui mi è sempre più familiare, e infatti: “Io sette anni qui, asilo politico, ti ricordi?” Sì, pian piano qualcosa mi ricordo. “Da quale Paese venite?” “Afghanistan” Ecco, mi sembrava… arrivò che era impaurito, affamato, sporco, i vestiti laceri e soprattutto chiuso in se stesso dalla paura. Il viaggio, in gran parte a piedi, dall’Afghanistan, vuol dire attraversare il Pakistan, poi l’Iran, arrivare in Turchia e là, ad Istanbul, attaccarsi invisibili sotto ad un tir e con quello imbarcarsi su una nave, sperando di resistere durante la traversata e di non esser visti. Poi, finalmente, da qualche parte in Italia, scendere e tornare di nuovo ad essere visibili. Ma poi?

Venne, sette anni fa, a chiedere asilo accompagnato da un “kebabbaro” della zona del mercato centrale dal quale, affamato, era entrato, e che, come lui, parlava farsi.

Mi sorride ancora. “Noi vogliamo dire grazie a Italia, tutta Italia, fatto tanto per noi, ora mia moglie è qui, noi diciamo grazie.” Non so se sono più commossa o imbarazzata. Per togliermi d’impiccio cambio discorso: ”e… come va, lavori?” “Sì, io poto ulivi, piante… agricoltura. Prima Castelfiorentino, ora voglio andare a Poggibonsi, c’è più lavoro, voglio prendere una casa per noi.” “Bene, mi fa piacere, e mi raccomando, fai studiare l’italiano a tua moglie, lo sai che è importante.” La signora mi guarda e mi sorride. Ha degli occhi così profondi e aperti, in pace, che non si può fare a meno di lasciarsi catturare. Vorrei dirle qualcosa, ma non posso. Le cinque lingue che parlo non servono a niente, in questo momento. Mi sento così inutile! “Ora la collega vi prende l’appuntamento, ci vediamo presto. Grazie della pianta, la porto a casa così penso a voi.” Di solito sono restia ad accettare persino un cioccolatino, perché non voglio che si creino malintesi, ma stavolta è diverso. Non posso non accettare questo dono, che non è per me, è per l’Italia tutta!  Significa “grazie perché siamo essere umani e ci avete accolti, riconosciuti e trattati come tali, consentendoci di esercitare il diritto di chiedere asilo, prima, e poi il diritto all’unità familiare”. Diritti sanciti dalla nostra Costituzione, che a noi sembrano dover essere garantiti a tutti, automaticamente, ma troppo spesso ci scordiamo che invece non è ovunque così, anzi, quasi da nessuna parte.

Nel salutarli stringo loro la mano. Quando la signora prende la mia fra le sue sento un calore incredibile, fortissimo, che si trasmette a tutto il mio essere. E’ un calore che mi fa bene, perché è sincero. E’ un calore che viene dal cuore, da essere umano a essere umano. Inaspettata sorpresa del “Ponte” mancato!

Pasqua

PASQUE – di Rossella Gallori

…ecco si, mi accoccolo sul divano, sperando di potermi rialzare con facilità, prendo il tablet e scribacchio,  così senza pensar troppo, come se parlassi per telefono con l’amica di sempre. Come quella  che è apparsa ieri pomeriggio con un dolce della sua tradizione, una cosa “ovosa” e “ coloratosa” che sapeva di bimba, di mamma, d’ infanzia mai dimenticata, di una Sicilia sua, scolpita nel colore dei suoi occhi, nella sua carnagione…è stanca lo so, ci conosciamo così bene da sapere anche ciò che non diciamo, prevediamo le risate, le lacrime una dell’ altra…

Ha fatto per me una cosa dal nome astruso “ cuddura coll’ova” un cestino di pasta frolla , con l’uovo sodo, con il guscio ed i coriandoli di zucchero…..dice che si è rilassata nel farli, ha dimenticato un po’ di affanni…ed io le credo a metà, ma ne son contenta…

Stamani ricordo i miei ieri, tra le Pasque da ridere, quelle da piangere, il cestino siculo non c’è più, ce lo siam pappati con anticipo…mentre il telegiornale snocciolava brutte notizie…… l’ho sostituito con i ricordi, quelli senza data, senza doti particolari, il pane azzimo con lo zucchero, una torta di spinaci e uova sode,  che di Pasqualina aveva poco, più sformato ….molto “sformato”…un vino buono che: A PASQUA SI BEVE… e poi la mamma lo lasciava in frigo xchè con il vino ci si cucina….diceva lei, che era astemia, come me…i fiori della Sora Eva la fioraia…che te li do …tanto dopo pasquetta “ un il vendo” , il sud dei miei vicini di casa, quando ero già grande pur essendo piccola, il sud dei miei suoceri, tra pastiera, casatiello, ed incomprensioni che oggi, che è tardi mi sembrano inutili…

Tutti in fila stamani i ricordi, un appello senza ordine alfabetico…senza date che non ricordo mai…le Pasque in cui rinnovavo una gonna, quelle in cui mi rompevo due dita battendo la mano nel muro…le Pasque Aliciose, con coniglietti di cioccolato, che non mangiava per non sciuparli, le Pasque in quel di trespiano…e non era una gita fuori porta…le prime fughe in campagna…con un letto più  cuccia che altro…..ma  indimenticabile…le Pasque a lavorare, dieci ore pagate così bene da vergognarsi a prenderle…

…ora basta, è il 21 aprile è Pasqua….le altre le ripongo, ma non le chiudo a chiave, ne ho bisogno x essere io, erano e sono pezzi di pane…che non son mai diventati pangrattato polveroso ….

…..Ho mia figlia con la sua compagna alla porta,  amici che arrivano, altri che telefonano….e che prima di dire Auguri, mi chiedon come sto….la carne cuoce….cuoceeeeee????? Nooooo bruciaaaaaa

..

Ancora su Notre Dame

La mia, di Notre Dame – di Cecilia Trinci

Siamo sicuramente in tanti ad avere ricordi legati a Notre Dame. Per me è stata i viaggi con le persone più care, i miei amori, in vari momenti della vita, perché a Parigi ho avuto la fortuna di andarci più volte. Tra tutte, oltre alla Parigi incantata con mia figlia che mi insegnò il suo trucco personale per guardare la Tour Eiffel e non dimenticarla più, mi ricordo quella del 2004, che ospitava i Campionati Sperimentali di tiro con l’arco per non vedenti. Nella foto i nostri campioni: Vincenzo Andreozzi, Alessandro Tanini, Giacomo Montanari e Barbara Vetere. Con me anche Arianna Donati.

Fino a lunedì scorso eravamo tutti convinti che certe cose, certi monumenti, certi simboli esisteranno in eterno e siamo noi che casomai le abbandoniamo. Le dimentichiamo o le mettiamo da parte o semplicemente lasciamo questa terra, come ha fatto troppo presto Vincenzo, che quel giorno della foto si sentiva vincente e immortale. Invece niente è per sempre e tutto è molto fragile. Può bastare un fiammifero, un batterio, un lampo e di quello che amiamo può rimanere all’improvviso solo un mucchietto di cenere nera.

ps: anche allora impalcature!!!

Notre Dame

Notre Dame – di Carla Faggi

Mi sentivo importante perché ero a Parigi da sola. Mi guardavo attorno e mi ripetevo continuamente: ecco, sono a Parigi, io sono qui, fermalo l’attimo, rendilo così forte e intenso da non scordarlo mai! Venivo dalla provincia di Firenze e lo spazio che vivevo era conosciuto e delimitato quotidianamente. Quindi pur essendo in una grande capitale, per sicurezza e abitudine cercavo sempre di avere i luoghi dove recarsi ogni giorno per ritrovare familiarità. Ed era la piazza della cattedrale di Notre Dame che avevo scelto per sentirmi a casa. Se volevo potevo ritrovare l’amore del giorno prima, gli amici per bersi una birra oppure per suonare la chitarra e cantare. Anche se è passato più di quarant’anni ho ancora dentro quelle emozioni, quei momenti, eravamo noi magici e magico era l’ambiente che ci abbracciava, Notre Dame.

Il 15 aprile davanti alla televisione invece non mi sentivo importante ma fragile ed inerte così come lo era la mia Cattedrale che bruciava. Guardavo e mi ripetevo, è solo un sogno, oppure un film surreale, non è realtà, non cogliere l’attimo, non fermarlo, mettici un’ovatta tra te e quello che vedi , è solo immaginazione. Poi la mattina del giorno dopo mi sono svegliata. La notte non avevo sognato!

Leggerezza

Leggerezza – di Nadia Peruzzi

Leggerezza, che sarà mai?

Scrivo di getto solitamente. Lascio che la scrittura fluisca e riempia a poco a poco la pagina bianca.

Faccio fatica con questa “leggerezza” che costringe a scavarti dentro ed è un tema che mette a nudo parti di te che tendi a proteggere. Esce per immagini senza un filo di continuità. Pezzi che si aggiungono a pezzi nel dipingere un percorso di vita, lineare per lo più, a volte contrastato, accidentato e con momenti venati da dolori profondi. Un percorso che si snoda per spazi conquistati nei quali decidiamo di volerci bene e accettiamo di non essere troppo severi nel giudicare noi stessi.

Siamo somme di storie e noi stessi siamo dei crocevia per altre e altre ancora. Ci portiamo addosso abiti cuciti bene o male, che contesti, epoche, educazione, sentimenti ed esperienze han confezionato per noi. Dalla trama iniziale ne cuciamo di nuove :siamo insieme tradizione, conservazione, ma anche evoluzione e cambiamento.

Se guardo a me e alla mia famiglia come in una istantanea, vedo bene che la leggerezza non è stata compagna abituale e ancella.

Una frase mi appartiene e ha appartenuto a tutti noi. Una frase di quelle che senti in un film e sono uno spaccato di vite. “Tutto quello che succede nel mondo, non succede a te personalmente”.

Io, noi avevamo il mondo dentro casa. Arrivava a folate con la radio che amplificava le notizie degli anni 60 i primi di cui abbia un ricordo nitido. Portavano echi di popoli che si liberavano da antiche schiavitù e servaggi coloniali e ti ritrovavi Algeri nel cuore, anche prima di aver visto il film di Gillo Pontecorvo mentre sentivi alzarsi il canto di rivolta delle donne algerine nella casbah.

Sono nata nel 1952, a scriverlo ora mi rendo conto che dalla fine della guerra erano passati appena 7 anni. Nata da genitori che quella tragedia avevano attraversato portandosi dentro cicatrici esorcizzate in vario modo anche con la scelta di vita che era stata di entrambi di dedicarsi  completamente all’attività politica. Uniti nella passione di cambiare lo stato di cose presente ,per evitare di ripiombare nel tempo buio che era stato il loro. La politica ancora era bella, era impegno collettivo e missione in chi vi si dedicava. Quel  tempo di vita dedicato agli altri ,era spesso sottratto agli affetti domestici ed era un po’ il prezzo da pagare. L’orario di lavoro non era quello di semplici impiegati. Iniziava la mattina presto ,finiva spesso a tarda notte .Capitava spesso che ci si vedeva tutti insieme solo per cena.

La dimensione dell’impegno, il lavoro anche su sé stessi, il mettersi in gioco superando limiti di non poco conto erano la cifra .Mio babbo ha vissuto una vita da timido per l’essenziale eppure riusciva a tenere i suoi comizi senza che la voce avesse un minimo cedimento di fronte a folle anche numerose .che stavano li appese alle sue parole e ai suoi argomenti, convincenti e trascinanti

Gli capitò a Livorno nel 1953 di sostituire Berlinguer e la folla era oceanica davvero a rivedere la foto dell’evento. Lui di quel momento amava raccontare, con occhi che ridevano e senza alcuna spocchia, la parte più buffa. I presenti si domandavano quando e quanto fosse ingrassato Enrico, scoprendo solo dopo che non era stato lui a parlare da quel palco.

Era bravo a staccare la spina il babbo. Anche nelle dispute domestiche lasciava che la mamma si sfogasse ,e intanto fischiettava o canticchiava. Per finirla lì la discussione se non ne valeva la pena, ,lasciando che sbollisse da sola. Era il suo modo di mettere la giusta distanza dalle cose della vita che potevano creare attriti e negatività. Era solidamente positivo.

La mamma no, lei la vita l’ha sempre presa maledettamente sul serio. Non si lasciava andare facilmente. Forse perché si portava dentro un dolore bambino di chi ha perso sua mamma a 9 anni.

L’espressione un po’ severa che la contraddistingueva era solo una maschera a copertura di una fragilità che in vecchiaia ha avuto modo di emergere .

Mi rendo conto che per arrivare a me ho dovuto fare affidamento ad un prologo anche troppo lungo.

Ma nel viaggio di cui siamo tappe, quello che collega una generazione all’altra, non si può evitare. Almeno credo.

Siamo l’aria che abbiamo respirato, le cose ascoltate anche senza averne piena consapevolezza, la saldezza di principi, la modestia e la voglia di far bene e di migliorarsi che hai visto praticate come esempio. Spesso, negli ultimi anni vissuti senza mio padre, mia  mamma si lasciava trascinare nel vortice della tristezza per ciò che vedeva attorno a sé. Il senso di un fallimento non solo collettivo pure personale. Lo viveva con pesantezza.

Cercavo di consolarla con una battuta .Ammettevo il peso che da figlia avevo dovuto sostenere, almeno fino al momento in cui come loro mi ero ritrovata ad abbracciare lo stesso percorso e lo stesso tipo di  impegno. Confessavo poi, anche sorridendo, che in fondo quel peso non doveva esser stato così enorme se avevo deciso di non passare ad altre sponde, o di spiaggiarmi su altri e opposti  lidi.

Spesso riguardavamo le vecchie foto. C’era leggerezza nelle scampagnate domenicali o nelle vacanze in montagna nell’entroterra di Genova dove mia mamma aveva vissuto durante la guerra.

Vacanze semplici, come semplice era il paese .Le famiglie che si ritrovavano anno dopo anno erano spesso imparentate per fili lontani e la vita scorreva in combriccola. Il babbo che giocava a bocce e faceva sorridere con le sue battute sornione i giovani che gli stavano attorno, la mamma che giocava a carte al bar del paese. Poi a dominare era la pace che conquistavi nel cammino verso il crinale. Rimanevamo ogni volta sorpresi dal brilluccichio del mare dalla parte di Genova, e dalla mezzaluna delle cime innevate delle Alpi, quasi sospese nell’aria, che dopo un temporale risultava nettissima.

La fatica non esisteva quasi e si, in quei momenti, eravamo solo noi tre e nessun altro a parte la natura e quel verde che anche in piena estate non cedeva al solleone.

Dopo gli anni passati ad inseguire una perfezione che non esiste accompagnata dalla insoddisfazione che ne consegue, la leggerezza della mia età adulta è sentirsi tranquilla nei vestiti che indosso oggi accettando il pacchetto completo ,pregi e difetti compresi. Consapevolezza del proprio essere imperfetti accettandolo in tutta tranquillità. Leggerezza è sentirsi dentro un contesto di valori senza lasciarsi inchiodare da certezze trasformate in assiomi, ricerca continua e apertura ai cambiamenti. A tutti anche quelli brutti che destabilizzano e fanno veramente male, ma a cui non puoi dare il permesso di affondarti in nessun modo.

La morte di mia mamma ha fatto riemergere tutti gli altri lutti. Lame di dolore a ondate  con al centro il dolore più grande quello della perdita di un marito di 45 anni che mi ha vista costretta  ad indossare due vesti, anche quella di padre. Leggerezza a volte è decidere che si deve indossare una maschera che parli di  normalità e continuazione di vita ad una bimba di 11 anni per provare ad andare avanti nonostante tutto.

Leggerezza erano i viaggi che abbiamo fatto insieme in macchina. I paesaggi ci venivano incontro come una pellicola che srotola lentamente i suoi fotogrammi portando gioia ad ogni cambio di scenario. La tensione di lasciare il già conosciuto per l’ignoto si stemperava fino a svanire del tutto, e ad un certo punto non pensi ad altro che a quella dimensione di benessere che provi per il solo fatto di viaggiare, il bello era anche nelle soste improvvisate senza lasciarsi determinare dalla fretta o dall’incalzare del tempo.

Leggerezza oggi è saper riconoscere quando un vortice ti sta portando al limite. È saper decidere di staccare la spina. Il mondo oggi riesco a tenerlo fuori molto più di un tempo. Forse èproprio del mio tempo da anziana pensare in grande ma riuscire a piegarsi sul piccolo, su quello più vicino a noi.

Figli e nipoti ad esempio che cerchi di vivere qui e ora e il loro futuro sarà quel che sarà, anche se ci provi sempre a cambiare le cose perché possa essere diverso.

Ma non lasci che sia il tuo pessimismo analitico a prendere il sopravvento. Trovo salutare tralasciare giornali e notizie tv, lascio scorrere titoli e immagini lasciando che scivolino come l’acqua di marzo, quella che non entra nel profondo. Non è disimpegno, ma prender fiato, quando serve e quando si deve.

La leggerezza è quella che ho sempre trovato e provato con i libri fra le mani. Quelli che portavano fra i pirati della Malesia, e nella foresta di Sherwood, fra i borghi abitati dalle streghe delle Novelle di Calvino, molto più vicini a noi e al nostro mondo e pure non meno fantastici e fantasticati. Adesso ci sono quelli che fanno pensare e ci devi tornar su per capirli meglio, quelli che aprono a nuove prospettive, quelli in cui trovi spazi di ilarità e ti ritrovi da sola a ridere come una scema.

Adesso ho trovato un mio spazio di leggerezza nella scrittura .Man mano dai cassetti di fondo un po’ coperti di polvere e di incrostazioni di vario genere a ondate e per guizzi riescono ad emergere spunti e idee buffe ,in  un misto di realtà e finzione che a rileggerlo fa star bene.

Più difficile mettere a nudo sé stessi. La propria sfera privata resta li dove sta. Ne escono sprazzi di ricordi che sono consolatori. Uno in particolare si fa strada in questa ricerca per dare un senso ad una parola complessa come leggerezza.

Ci muoviamo tenendoci per mano. Un gesto che veniva dal profondo e che ci piaceva tantissimo. Irene era inizialmente per mano ad uno dei due. Bastava poco e in una sapiente mossa di aggiramento si piazzava esattamente in mezzo guardando divertita prima l’uno poi l’altro. Quando eravamo un trio.                        

Il rumore della passione

Accarezzai mia madre con un pettine – di Vanna Bigazzi

In un lavoro di qualche anno fa faccio un parallelo fra mia madre, all’epoca vedova da anni, e l’interprete principale del film: ”Tutte le mattine del mondo.” Il tema che li accomuna è “la passione.” Come per il signor De Saint Colombe, la morte del coniuge l’aveva irrigidita e resa incapace di esprimersi affettivamente. Dal colore freddo dei suoi occhi traspariva la passione: la passione che aveva per me, suo unico oggetto d’amore. Rarissimo il sorriso sulle sue labbra, rigido il suo corpo che si sosteneva ad un bastone, ma come mi appariva morbida la sua immagine quando toccai le sue membra pietrificate dalla morte… La sua passione per me era qualcosa di molto nascosto, una passione che se dichiarata avrebbe sorpreso tutti come quella confessata dal signor De Saint Colombe: ”è la vita appassionata che conduco…” “Conducete una vita appassionata?” chiedono stupiti l’allievo e le figlie. Il suo amore, quello di mia madre, si poteva solo intuire: ”pettinami i capelli con la spazzola” mi chiese alcuni giorni prima di morire. Equivaleva a dire:”accarezzami in qualche modo, usa uno strumento, non importa che mi tocchi.” La pettinai, le dipinsi le unghie di rosa e le massaggiai le gambe, tutte cose consentite. Lei era contenta ma per abbracciarla e stringerla ho dovuto attendere la sua morte. Con la sua morte uscì fuori tutta la mia passione per lei. La vita castigata e isolata del signor De Saint Colombe gli permetevano di non far languire l’immagine di sua moglie. Ella permaneva nel suo ricordo, il sussurro della sua voce viveva con lui. Per questo sognò di penetrare l’acqua oscura e dimorarvi: la tentazione di permanere nel ricordo; cercare così quella comunicazione mancata rinunciando per questa a tutte le cose, così in tale follia, anche per me qualcosa si sarebbe compiuto. Il signor De Saint Colombe comunicava con le figlie attraverso il linguaggio della musica dei loro concerti. Là tutti e tre esprimevano il grande sentimento che li legava, l’intesa e non c’era bisogno di parole, le parole poi non possono sempre riuscire a parlare: ”la musica esiste solo per parlare di cui la parola non può parlare, in tal senso essa non è del tutto umana.” La musica può esprimere l’inesprimibile, l’intoccabile: ”Si dovrebbe lasciare un bicchiere ai morti, un piccolo abbeveratoio per coloro che il linguaggio ha disertato, per l’ombra dei fanciulli, per addolcire le martellate dei calzolai, per gli stati che precedono l’infanzia quando si era senza respro e senza luce.” E ancora: ”Vi tengo per il vostro dolore, non per la vostra arte.” Dalla durezza può uscire la grandezza dei sentimenti, quelli veri: ”Ho affidato la mia vita alla natura, alla musica e alle mie figlie” risponde il signor De Saint Colombe al messo del re e ancora alle figlie: ”Io non trovo piacere nella compagnia della gente, né in quella dei libri ma vi amo entrambe e questo vi basti.”

Il canto del cuculo

Il canto del cuculo – di Luca Di Volo

Il canto del cuculo, che  continuo si ripete,

riporta antichi amori

e leggiadre fanciulle che compagne

dolci mi fur nella dorata giovinezza

quando un sangue impetuoso

turbinava nelle agili membra,

rendeva accesi i volti e rosseggianti.

Il pensiero s’accende e un po’ riscalda,

con occhi stanchi guardo l’universo,

e lui guarda me: chi di noi due

è l’immortale? Nessuno è la risposta.

Verrà un giorno (o una notte?)

In cui il turbinio di stelle,

che ora crudelmente mi ferisce,

sarà spento e il freddo e il nulla

solamente rimarrà, proprio come

gli smaglianti colori

e le graziose compagne e i doni dorati

non sono più, e in questo io mi consolo.

Una poesia

di Gabriela Mistral – Premio Nobel 1945

Amo le cose che mai non ebbi,

con le altre che non ho più:

tocco un’acqua silenziosa,

distesa su freddi prati,

che senza vento rabbrividiva

in un orto che era il mio orto.

La guardo come la guardavo;

mi viene uno strano pensiero

e lenta gioco con quest’acqua

come con pesce o mistero.

Penso alla soglia dove lasciai

passi allegri che non ho più;

e sulla soglia vedo una piaga

piena di muschio e silenzio.

Cerco un verso che ho perduto

e che mi dissero a sette anni.

Era una donna che faceva il pane

e io ne vedo la santa bocca.

Viene un aroma spezzato in raffiche;

mi fa felice quando lo sento;

così tenue che non è aroma

ma è l’odore di mandorli.

Ai miei sensi ridona l’infanzia materna,

gli cerco un nome e non ne trovo.

E fiuto l’aria ed i villaggi

cercando mandorli che non trovo.

Un fiume presso sempre risuona.

Da quarant’anni lo sento.

È il mormorio del mio sangue,

oppure un ritmo a me donato.

O il fiume Elqui della mia infanzia

che io risalgo e passo e guado,

Mai lo smarrisco: cuore con cuore,

come due bambini noi due ci teniamo.

Quando sogno la Cordigliera

lungo le gole cammino,

e andando sento, continuamente,

un fischio simile a una bestemmia.

Vado a fiore del Pacifico,

il mio violetto arcipelago,

con un’isola che mi ha lasciato

un acre odore di alcione morto.

Un dorso, un dorso grave e dolce,

dà fine al sogno che sogno.

È la fine del mio cammino,

e mi riposo quando giungo.

È tronco morto oppure mio padre

quel vago dorso di cenere.

Non lo interrogo, non lo turbo,

Mi stendo accanto, taccio e dormo.

Amo una pietra di Oaxaca

o Guatemala, a cui mi accosto;

rossa e fissa come il mio volto

e la cui crepa lascia un respiro.

Quando dormo la vedo nuda;

non so perché, io la rigiro.

E forse mai non l’ho posseduta,

e ciò che in lei vedo è il mio sepolcro.

Gabriela Mistral, premio Nobel per la letteratura, 1945