
I MORTI – di Elisabetta Brunelleschi
Sono tagli decisi
sono pezzi mancanti
sono strade vuote
dove chi ancora non è morto
continua a camminare
insieme a chi ancora vive.
mentre loro, non più viventi,
corrono nella luce.
Elisabetta
15 ottobre 2019

I MORTI – di Elisabetta Brunelleschi
Sono tagli decisi
sono pezzi mancanti
sono strade vuote
dove chi ancora non è morto
continua a camminare
insieme a chi ancora vive.
mentre loro, non più viventi,
corrono nella luce.
Elisabetta
15 ottobre 2019

Ti penso viva, in un giorno preciso – di Nadia Peruzzi
È un fascio di luce che si fa tagliente e affonda come nel burro, ma incide carne viva senza trovare nulla che opponga resistenza.
Vieni a galla in mille modi ma mai come un fantasma, pur se benevolo.
Troppa energia, troppa forza, troppa volontà sono state la tua realtà, nonna, e non ti si può consegnare al regno dell’incorporeo, smaterializzato e opalescente.
Ti penso viva e in un giorno preciso.
Noi stiamo rientrando da un viaggio e arriviamo in macchina fino sulla piazza.
Sei come al solito sulla panchina circondata dalle amiche . Tieni banco, parli sicura e ridi anche con gli occhi.
Hai il tuo vestitino nero con quei motivi bianchi piccoli piccoli che mi piace tantissimo.
Ti fa giovane nonostante l’argento dei tuoi capelli. Ti alzi di scatto appena ci vedi. Hai i movimenti di una ragazzina, rapidi e fluidi.
Occhi belli, vivaci, liquidi mentre ci guardi e ci saluti.
Mi perdo nel tuo abbraccio. Lo riassaporo ancora un po’ mentre scrivo. Non c’è da tempo a darmi conforto, eppure l’idea di te come fantasma la sentirei stridente e del tutto inopportuna.
Sarebbe come accettare un simulacro di vitalità al posto dell’averti viva qui e ora, nella pellicola dei ricordi, fasciata in quel vestitino in un pomeriggio d’estate.

(gioco di parole con: Presenza…luce… movimento…non c’è …fantasma …liquido)
Sgambetto – di Rossella Gallori
Sono scesa ammaccata da quel taxi color piombo, senza ruote, senza autista, senza tassametro, mi son ritrovata in pigiama sul bordo del letto…stravolta …
Un’altra notte difficile , le gocce non bastano più, questo lo sapevo da tempo ed avevo cercato di spiegarlo anche a quelli che mi avevano fatto compagnia da buio a giorno….fantasmi con il mio stesso dna…dispettosi ed indisponenti mi avevano spinto per terra, il viso schiacciato al suolo, il naso ammaccato, le guance graffiate, uno di loro mi aveva tenuto le mani per evitare di metterle avanti ed attutire il colpo, mai trovato marciapiede più duro e sporco di quello….d’ altronde erano morti senza di me, no per non darmi dolore, ma per farmi uno sgambetto dal quale non mi sarei mai ripresa, per lasciarmi senza luce, in un liquido amniotico amaro come il fiele, nel quale nuotavo alla ricerca di un morso di luce…..
Se non ci fosse stata la presenza morbida di quel muro pervinca sarei stata decisamente sola, in un mondo che non c’è, in una notte da incubo ….un muro di fiori esagerati e sfacciati…
Ma chi mi aveva fatto lo sgambetto?…..e chi mi aveva aiutata ad alzarmi? Chi aveva usato il mio gruppo sanguigno….per chiamare quell’ inutile taxi, traghettatore di incubi…
CHIIIIII?

LiquidaMente – di Laura Galgani
Era immersa in qualcosa di tiepido, estremamente piacevole al contatto con la pelle. Vi si lasciava cullare, quasi fosse un liquido amniotico primordiale, innocente.
Teneva gli occhi chiusi, ma riusciva comunque a percepire il calore forte, insistente, di una fonte di luce alta allo Zenit che prepotente le bruciava le palpebre.
Avrebbe voluto rimanere così per sempre: immobile, impersonale, apparentemente inutile, in realtà mai così viva nell’essenza del suo essere.
All’improvviso si sentì scuotere! Si ritrovò brutalmente rovesciata a faccia in giù, a stento non perse il controllo del suo corpo. Qualcosa, con un movimento sinuoso, le era passato accanto, urtandola. Si immaginò che fosse la coda di una sirena, o di un mostro marino sconosciuto, o il lembo di una creatura fantastica, ancora da scoprire.
D’impulso si tirò su, sollevò la testa e si guardò intorno. Vide soltanto la distesa liquida intorno a sé, immobile. Poi si volse a sinistra e allora notò una scia non troppo profonda, una lieve increspatura bianca: fuggevole traccia fantasma di qualcosa che non c’è, forse di una presenza solo temuta.
Fece un bel respiro e si distese di nuovo, allargando le braccia sul dorato liquido e lasciandosi abbagliare dalla luce.

LE UNGHIE DIPINTE – di Mimma Caravaggi
Quando mai Vera si era truccata, vestita per bene, elegante? Mai vista in quei pochi anni della mia vita. Eppure quel fatidico giorno mi chiese di farle le unghie e di prestarle qualcosa da mettersi, doveva andare ad una sfilata con una scrittrice piuttosto famosa che l’aveva invitata. Era nel panico e ci aveva messo anche me! Comunque mi diedi da fare le misi abbondante crema alle mani e le dipinsi le unghie poi presi l’unico golf di vero cashmire che ho avuto in tutta la mia vita, azzurro con un collo anello insieme ad una gonna tartan a pieghe. Ai miei occhi era splendida. Chi l’aveva mai vista così ben curata, profumata e vestita senza nessuna macchia addosso? E lei, intrepida andò, ingenua ed incurante così vestita, all’appuntamento. Quando arrivò si affacciò timidamente alla sala e come un fulmine si ritrasse. C’era il fior fiore della crema di Roma, tutti agghindati con gioielli, abiti e accessori firmati e lei aveva una gonna scozzese ed un maglione col collo a ciclista!!! Povera mamma! Si sentì fuori luogo per la prima volta in vita sua. Ma a onor del vero fu avvistata dalla scrittrice che la chiamò a gran voce e la fece accomodare accanto a lei presentandola ai suoi amici che chiaramente la squadrarono come fosse un piccolo mostriciattolo. Ma Vera ormai era entrata e cercò disinvoltamente anche di sedersi accavallando le gambe, cosa che non le riuscì dato che le sedie erano troppo alte per lei, piccina, e le sue gambette torte. Ma si riscattò più tardi quando cominciò a colloquiare con i presenti. Fu molto apprezzata e lei esultò dentro di sé. Ricordo con affetto questo episodio perché quando tornò a casa e iniziò a raccontarmi la sua serata ridemmo tutte e due come matte per come io l’avevo conciata e come lei si era trovata ma riuscendo poi a districarsi dalla difficile situazione, con il suo splendido linguaggio.
Presenza, liquidi, non c’è, luce, fantasma, movimenti,

Una luce da qualche parte – di Stefania Bonanni
Non c’è luce, non c’è sole, ne’ luna, né lampioni, intorno. Eppure la pozza che allaga la strada, nera di notte, luccica lucida e brillante. Sembra oro, sembra olio. È materia viva. È sinuosa, si assottiglia, striscia e invade, si appropria di spazi bui, che illumina. Diventa mille forme, incorpora sassi, legni , cartacce. Si inzuppano. Diventa tutto giallo. Ci deve essere una luce, da qualche parte, ma non la vedo. Prima era tutto buio, ora risplende una macchia d’oro.
Piano piano, smette di allargarsi. Ha ricoperto gran parte della piazza deserta, non è più materia liquida. È parte del paesaggio, Presenza solida. Se la potessi guardare dall’alto, potrebbe sembrare un lenzuolo steso sul selciato, un fantasma stanco, che si è appoggiato per riposare. Ora è tutto immobile, Non di muove un…fantasma.

(ispirato alla lettura di Marcel Vilas “In tutto c’è stata bellezza)
Movimenti liquidi e rapidi del sole – di Stefania Bonanni
Quando cammini ed il sole alle spalle disegna nera la tua ombra netta, e non ti riconosci. Capelli troppo lunghi, passi troppo ampi.
Quando dalla strada guardi la finestra di cucina, buia, e per un attimo vedi spostarsi la tenda. È solo un secondo, difficile da fermare.
Quando apr la finestra, la mattina, ed entra contento quel grosso moscone, e sai che stava aspettando te.
Quando sai, lo senti, che non sei mai sola, quando chiedi di non sentirti sola. Quando sai che i tuoi fantasmi non ti abbandoneranno. Sono i tuoi migliori fantasmi.
parole in gioco: movimenti, liquidi, luce, non c’è, fantasma, presenza
Usciamo dal significato scontato e dalla potenza della parola “fantasma”
Presenze – di Simone Bellini

“Simone, devi andare subito in banca per accertarti di tua presenza su come mai sul computer risulta che non abbiamo più liquidi sul nostro conto. Fai luce su tutti i movimenti, chiarisci come mai questo è diventato un conto fantasma !!”
Non c’è – di Patrizia Fusi

Non c’è luce nella cucina, sul fornello la pentola sta bollendo il liquido che contiene fa strani movimenti, emana un profumo di carne bollita.
Birillo il cane di casa si muove come un fantasma nella stanza fra le sedie e le gambe del tavolo, sperando che Maria gli dia i suoi amati ossi.

(Ispirato a giochi di parole)
Non c’è nessuno? – di Maria Laura Tripodi
La lampada sul tavolino era rimasta accesa tutta la notte e adesso languiva perché la luce del sole aveva dipanato le ombre. Stava là, inutile e inquieta, quasi indispettita. Se avesse potuto avrebbe gridato “non c’è più nessuno che ha bisogno di me?”
Un movimento rapido della tendina scoprì il paesaggio liquido del primo mattino.
Lei era rimasta sveglia tutta la notte, o così aveva creduto, tenendo in mano una vecchia foto in bianco e nero che ritraeva un vecchio in mezzo a un orto. Quello era suo nonno, l’unico che avrebbe potuto conoscere perché gli altri se ne erano andati molto tempo prima che lei nascesse.
Ma non era accaduto, non si erano mai incontrati.
Aveva bisogno di rievocare con la forza del pensiero una presenza che non c’era mai stata e di cui sentiva una nostalgia dolorosa.
Il cuore a un certo punto aveva accelerato i battiti e in quella soglia affascinante che sta fra la veglia e il sonno lo aveva visto (o sentito?): non era un fantasma, piuttosto una specie di energia che lei percepì come un messaggio di speranza.
La foto era caduta per terra con la stampa rivolta verso il pavimento.
Buongiorno nonno Antonio.

(Ispirato a giochi di parole)
Fantasmi – di Nadia Peruzzi
La stanza era in ombra ma rimase lo stesso abbagliato dalla lama di luce che entrava dalla finestra semiaperta. Lo specchio la rifletteva e la rompeva in mille rivoli dorati che guizzavano impertinenti dando colore pure ai velluti consunti dei tendaggi e delle poltrone.
Nonostante questo era un ambiente cupo. Sapeva di polvere stantia e di vecchiume.
Tutt’intorno solo una cappa di silenzio che subiva come una presenza incombente e oppressiva.
Era in ansia e non sapeva perché. O forse si.
Alle pareti quadri enormi raccontavano la storia dei proprietari della villa. Personaggi con trinoline e gran mustacchi lo guardavano con i loro occhi liquidi e torvi, senza l’ombra di un sorriso. Occhi persi, ,senza vita, eppure indagatori e invadenti. Sembrava che seguissero ogni suo movimento nella stanza. Si sentiva scrutato fin dentro l’anima. Che spiacevole sensazione. Quasi lo atterrivano.
Rimase sospeso al centro della stanza. Non sapeva che fare o cosa dire.
Gli uscì solo un timido e fioco, quasi rauco “c’è nessuno?”.
Percepì un movimento rapido dietro alle sue spalle.
L’aria che si spostava come se la tempesta che infuriava all’esterno avesse trovato un varco per arrivare fin dentro quell’enorme e lugubre salotto.
Fece appena in tempo a scorgere la lama acuminata e ritorta, fiammeggiante che si rifletteva nel grande specchio di fronte a lui. Poi fu il nulla.
Era entrato nel momento sbagliato. Quello che esigeva un altro fantasma da aggiungere alla lunga e terribile collezione.
Il malcapitato che fosse entrato dopo di lui se lo sarebbe trovato in bella posa sopra il camino col suo sguardo perso nel vuoto a fissare ciò che non c’è più e forse che non è mai esistito.

(Ispirato a una lettura di Manuel Vilas “In tutto c’è stata bellezza”)
Il burro dei morti – di Rossella Gallori
E’ sempre stato buono, anche quando il colore era meno invitante e da bianco si trasformava in una gradazione particolare di avorio tendente al giallo paglia, quel burro che portava per noi di ritorno dai suoi viaggi di lavoro, quando si fermava proprio lì dove lo creavano.
Non era in panetti, ma era senza una forma ben precisa, una manciata di panna, semplicemente una manciata di panna cacciata in un foglio di carta oleata, involtata a suo volta nella carta gialla, con una scritta originale, veramente originale:…..BURRO….
Lo portava un po’ sciolto in estate e ghiacciato nei mesi più freddi, lo toglieva dalla sua valigia, tra tirelle colorate (campionari di tessuti), dall’odore forte della salda…per magia riusciva a non unger mai niente…un amore a fagotti…un richiamo…
Ha dato vita alle nostre colazioni, ha incorniciato romantici “occhi di bue”, petticini di pollo ci han fatto il bagno…ha lenito le “intemperie del passato”, trasformandole in vento di primavera…..il burro….il burro dei morti….
Nessuno muore mai….nessuno muore mai per sempre.
Il taglio dei capelli – di Andrea Bettarini

Ogni mese era d’obbligo il taglio dei capelli. Andavamo col babbo da Melino, il parrucchiere, la domenica mattina. Ero molto timido, un po’ vergognoso, in quel locale pieno di uomini che in attesa leggevano giornali poco adatti a un ragazzo come me. Quando toccava il loro turno era tutto un chiacchierare con un linguaggio sconosciuto, di calcio e di donne ricorrendo spesso a sottintesi quasi si fossero messi d’accordo per fare di tutto a non rendermi partecipe. Stavo seduto su quelle monumentali poltrone girevoli coperto con un telo, che infilato da una parte tra collo e camicia mi scendeva fino ai piedi. Testa china, ogni tanto sollevavo lo sguardo verso il grande specchio che avevo davanti. Melino mi chiedeva se stavo comodo, se andavo bene a scuola, e se la scrinatura la volevo a destra o a sinistra. Rispondevo con lo stretto necessario. Di solito mentre Melino faceva i capelli a me l’altro parrucchiere si occupava di farli al babbo. Io terminavo sempre prima, Melino mi spalmava una generosa dose di brillantina per aver ragione di una indomita ritrosa, mi spruzzava del profumo chiedendomi di tenere gli occhi chiusi, soffiava con una peretta, simile a quella dei clisteri, del borotalco nel collo, spazzolava i capelli tagliati dalle spalle e mi liberava da quel telo scuotendolo con due rapidi gesti sincronizzati. Riprendevo posto su quelle basse poltroncine di vinilpelle, da un piccolo tavolino prendevo l’unico giornalino a fumetti, ormai sgualcito; mi accorgevo che era lo stesso del mese precedente. Non mi rimaneva che osservare ciò che mi accadeva intorno. Melino faceva accomodare sulla poltrona Giannetto della Nella, un giovanottone un po’ tardo, quasi completamente calvo, ma a questa disgrazia Giannetto della Nella non si sapeva rassegnare. Il lavoro di Melino si riduceva a tagliare quel poco di capelli sotto le tempie e dietro la nuca. Il parrucchiere, dimostrando un grande impegno, faceva battere ritmicamente le forbici dietro al collo di Giannetto, quasi che la chioma fosse un ammasso enorme. A rendere verosimile la cosa Melino, prima di aver fatto sedere Giannetto sulla poltrona, si era rifornito di alcune manciate di capelli, dal retrobottega, infilandoli nelle capaci tasche della gabbanella bianca. Assieme al rumore delle fobici lanciava, a piene mani, pugnelli di capelli. « Giannetto questa volta hai i capelli più lunghi del solito.» Il giovanottone guardava le ciocche che si ammassavano sul telo dinanzi al petto sorrideva emettendo dei suoni inarticolati che gli uscivano dalla bocca ingombrata da una lingua che a stento riusciva a contenere. Un ragazzo di bottega non faceva altro che spazzare il pavimento ingombro di capelli, dal retrobottega portava dei pentolini di acqua calda per i clienti che si facevano la barba. Cliente fisso, non perdeva una domenica, Aroldo conosciuto da tutti come Spandiamore. Sempre in giacca doppio petto e cravatta, camicia stirata di fresco sul polsino sinistro un Longines d’oro. I capelli sempre della medesima lunghezza, accuratamente sbarbato. Aroldo non dava confidenza a nessuno, erano gli altri che una volta uscito dal barbiere si abbandonavano a considerazioni non certo benevole nei suoi confronti. « Spandiamore è sempre stato di spalla tonda, non ha mai fatto un lavoro in vita sua. » e un altro di rimando: « Se non fosse per la vedova dell’avvocato Cipriani sarebbe morto di fame » Poi aggiungevano: « E’ un parassita, un gigolò. La vedova dell’avvocato sarà ricca ma è anche tanto brutta. » Parte di questi discorsi avevano per me un significato incomprensibile, preferivo continuare a leggere il giornaletto e guardarmi intorno. Il giovane che faceva le barbe aveva molta dimestichezza nell’insaponare il viso del cliente fino a farlo quasi scomparire sotto una candida schiuma, densa come la panna, che richiedeva un intenso lavorio di pennello. Era la volta del rasoio, che altrettanto con abilità e destrezza affilava su una cote di cuoio unta d’olio. Con colpi di polso decisi, il rasoio scorreva asportando lo strato di sapone per poi depositarlo, via via, su delle vecchie schedine del totocalcio. L’operazione veniva ripetuta una seconda volta, il contropelo, per poi sciacquare il viso asciugarlo e spruzzare infine l’acqua di Colonia. Faceva capolino Graziella, la figlia non più giovanissima di Melino, da una porta che dava nell’abitazione del parrucchiere: « Babbo quando devo apparecchiare per il pranzo? » dando un’occhiata, ricambiata, al giovane barbiere. « Come sempre alla solita ora. Come tutti i giorni che i’ Dio mette in terra. » Rispondeva insofferente Melino, facendo capire anche a un babbeo che la venuta della figlia in negozio era un pretesto per fare il filarino al giovanotto. Mio babbo, alla fine, pagava, di solito gli spiccioli erano lasciati come mancia. Una volta fuori da quell’ambiente saturo di disparate fragranze era immediato respirare l’aria fresca a pieni polmoni. Pochi passi, dall’altra parte della strada, nel bar di Danilo. Il babbo ordinava le paste dolci per pranzo, con cura Liliana la moglie del barista disponeva su un vassoio le bignè incartandole con un foglio di delicati disegni color seppia e un nastrino dorato. Il babbo mi porgeva il pacchetto dei dolci: « Vai a casa, mi trattengo per una partita a carte, torno per l’ora di pranzo ». Casa era sullo stesso marciapiede, e distava poche decine di metri. Procedevo tranquillo con il mio pacchettino tenendolo per il nastrino dorato. Dalle finestre al pian terreno delle case uscivano odori dell’imminente pranzo della domenica: ragù di carne, lasagne al forno, pollo e patatine arrosto. Dalla finestra del salotto delle sorelle Manetti, tre signorine invecchiate, non si sentiva aroma di pietanze ma una esalazione di olio paglierino, che le sorelle usavano abbondantemente per ravvivare il legno dei mobili antichi dei quali era ingombra la loro casa.

Willy – di Rossella Gallori

….uno strano tam tam vibra tra le nostre strade, strade piccole: qualche madonna, cassonetti affollati, giardinetti, parco, qualche siringa abbandonata, cacche di cane….
È morto ieri….nooooo!! Ma non era vecchio…
I più fortunati ed insonni come me lo vedevano al mattino presto, lui e la Mile…il giornale , il caffè…e lui che si faceva accarezzare dall’aria fresca….
Gli altri lo trovavano nel pomeriggio al parco, con Matteo, raramente con Massimiliano….
È morto ieri, chi Willy?
Si lo so, Willy era un cane, ma che nessuno si permetta di dirlo…pensarlo…Willy era ed è uno di noi, uno di Rovezzano, uno che salutava per primo, uno che riconosceva la mia voce, il mio fischio stonato, il postino, il prete, il tabaccaio…..uno che ha accompagnato Paolo nella sua malattia, nelle sue ultime ore, un cane grosso, un po’ rottweiler un po’ qualcos’altro, tenero come un cucciolo…lo ricordo sdraiato accanto al suo padrone vero, che non c’è più. Un immenso canone nero come la notte e lucido come la seta…..un killer di ciabatte…uno strangolatore di giochi di plastica….trasformato in affettuoso infermiere.
E non c’era bimbo che non lo volesse accarezzare, né barista che non si commuovesse ai suoi occhioni color cioccolato, imploranti difronte ad un bocconcino di prosciutto …la sua coda ringraziava, salutava, parlava per lui.
Ricordo lo strano rumore mentre beveva, una onda umida ed invasiva, divertente, anche per chi doveva pulire..
È morto un cane, no è morto un amico, un amico a quattro zampe, un compagno di vita per i suoi….
Chissà dov’è ora, lo vedo correre, con gli altri: Poldo, Lampo, magari anche con qualche gatto, con cui sapeva convivere.
C’ è un po’ più silenzio a casa di Willy da qualche giorno, ma lo sentono ancora abbaiare, quando suona un campanello, quando un amico sta arrivando….
Ciao amico di pelliccia

Il 15 ottobre inizia il nuovo percorso de La Matita per scrivere il cielo dal titolo: Contaminazioni.
Nuovi e stimolanti intrecci per arrivare alla scrittura attraverso suggestioni variegate.
Il soldato John – di Cecilia Trinci (in risposta a Rossella Gallori)
Era molto grande la casa della mia infanzia. E per fortuna! perché fino a che non ho compiuto sei anni ci vivevamo in sette: babbo, mamma, nonno, nonna, io, sorellina e zio, il fratello di mamma, più giovane di lei che era rimasto a studiare in casa dei genitori. Allora si usava così, e si viveva così, in tanti tutti insieme. Ci sarà oggi chi ci compatirà e ci immaginerà immersi in disagi senza fine (e in effetti , pensate!, il bagno era uno solo) ma si viveva un tale calore, una tale cascata di affetti multicolori che credo si sia trasformata in globuli rossi e piastrine in modo indelebile.
Mia nonna aveva il dono della narrazione. Raccontava fatti, persone, spesso senza la barriera di un contesto, senza che si avvertisse in modo chiaro la connotazione temporale. Mamma le andava dietro, dal momento che capiva a volo di chi o di cosa e soprattutto di quando si stesse parlando. Così il dialogo che si creava tra loro rendeva ancora più difficile inquadrare il fatto in una sua realtà. Così si raccontavano storie di parenti che io mai avrei conosciuto, o di amici incrociati nei vari luoghi dove loro due, col nonno, avevavano vissuto in ere precedenti. E se ne parlava con i loro soprannomi coloriti: “Succhio”….”Fagiolino”….”Il matto delle Giuncaie” come fossero stati davvero nomi di battesimo e facendo crescere nel mio immaginario curiosità e meraviglia.
Mio nonno non parlava mai. Eppure ci capivamo a gesti, o più probabilmente per telepatia. Sapevamo senza dirci niente cosa avremmo fatto, a cosa volevamo giocare, se volevamo andare al cinema e passarci tutto il pomeriggio e rivedere il film (se ci piaceva) almeno due volte e mezzo!
Eravamo tanti sempre. Anche al mare dove i nonni erano gli altri, quelli paterni, ma il numero complessivo dei familiari restava pressoché lo stesso o cresceva in qualche momento, a causa di inviti sempre possibili e sempre accettati.
Tanti. Tutti. Diversi. Allegri e presenti. Le nostre case erano piene di letti, di sedie, di parole, di caldo, di consolazione. Era normale crescere con i nonni.
Ma che c’entra il soldato John?
Mia nonna lo nominava spesso, perché nessuno “in tempo di guerra” come dicevano loro, poteva essere stato esente dall’aver ospitato qualcuno in casa in modo non proprio legale. A noi, o meglio a loro, era toccato un giovane americano, di nome, vero o fittizio che fosse, John, appunto, il quale aveva poi, finita la guerra, ricambiato l’affetto ricevuto con doni fantasmagorici. Primo tra tutti un improbabile paio di sci di legno, rigorosamente conservato in soffitta, che nessuno della famiglia mai osò mettere alla prova sulla neve, ma che tutti chiamavano “gli sci di John” e per qualche anno, finché non cominciai ad andare a scuola, rievocavano ricordi di ogni tipo. Mia nonna e mia mamma, appena capitava di alludere per qualche recondito motivo agli sci di John, si buttavano a raccontare della guerra e delle patatine fritte che apparivano in sogno e della cicoria al posto del caffè e delle bombe e degli allarmi e dei rifugi dove di notte scappavano con il gatto in braccio, il mitico gatto Nanni, nero e bianco, sopravvissuto alla guerra e alla miseria, che negli anni 50 accolse la mia sorellina appena nata miagolando sotto la culla piena di tulle.
Nanni morì dopo qualche anno, molto vecchio. Per età era più vecchio lui di tutti gli altri quando sono scomparsi ad uno ad uno …..
Scomparsi da quella casa e dalla vita, ma non da tutto il resto.

Il soldato Joe – di Rossella Gallori
….e non so nemmeno se si scrive così, so che ne ho sempre sentito parlare: quando arrivarono gli americani…..la cioccolata…il banjo….le finestre spalancate….loro…il babbo che faceva da interprete….quel presidio a villa Fabbricotti…Nelson e….Joe , il soldato, il tenente…
Ricordo bene che faceva caldo, non caldissimo, quindi maggio, giugno? Si, primi di giugno, l’anno? Il 68…il 69…poco importa, il tocco (le 13 per quelli non proprio di qui) le espadillas ai piedi, il vestito, che era più una polo lunga, il passo svelto, un ciao frettoloso ai commessi di Cresti, a quelli di Bata, un “a dopo” al commesso bello di Raspini… via Martelli, così centrale e così borgo, una corsa per acchiappare l’ autobus direzione casa mia…2 ore di intervallo per andare, tornare, fare una doccia per togliersi il puzzo del penetro di dosso, cambiarsi e tornare a negozio, mettere la divisa ed esser puntuali dietro al banco…
Il bus è affollato, si ciana tra commesse…poi un: sorry mi distrae…sfodero quelle 50 parole di inglese che so ed un po’ mi servono per il mio lavoro…can i help you?
Sorride la signora morbida accanto a lui, sembra sud americana, lo è ….cercamo via Statuti….
Comprendo che cercano via dello Statuto confermo: with me! Augurandomi che la conversazione non vada oltre…6/7 parole del mio bagaglio anglosassone son già andate!!!
Scendiamo insieme, lui, ha negli occhi un sorriso che vagamente, forse sbagliando…ricordo.
Cerco di seminarli , ho fretta…mi raggiungono, lei trotterella, lui cammina spedito, è un bel signore sulla cinquantina, ha un sacchetto in mano con la bandiera a strisce e stelle ben evidente, lei capelli nerissimi e cotonatissimi….fa da interprete al marito: dos/ tres ninös , un uomo una donna, Lei Giulia…lui George….
Anche ora, mentre scrivo, il mio cuore corre, accellera, si, cercavano mia madre e mio padre, a più di 25 anni dalla fine della guerra, ed il caso aveva voluto che incontrassero me, il destino aveva dato loro i tasselli di un puzzle, pochi pezzi…scompagnati: “una giovane donna ebrea, un uomo un po’ più grande che parlava perfettamente l’inglese due figli maschi, forse tre, un negozio di stoffe in borgo San Lorenzo, una immensa casa, dopo una vasca con i cigni….“
Joe si fa coraggio e prende la parola, io sono ferma impietrita: “ho portato per George smuchers, butter…arachidi….”
Ricordo quando il babbo cercava a Livorno, al mercato americano, il burro di arachidi…poi compravamo il pane e facevamo merenda, parlando di cose che io così piccola capivo il giusto, del suo ruolo come interprete alla fine della guerra, il soggiorno di due soldati a casa nostra…mi parlava di Joe, e di quel burro salato che divideva con i miei fratelli, mi parlava di gioie immense, della voglia di dimenticare, del vecchio giradischi del bughi, che i miei fratelli ballavano per le scale….
Ed ora tutto questo era li, in una estate già annunciata, a pochi metri da casa mia, ricordavo bene la foto, che spesso la mamma mostrava a me, che per fortuna non c‘ero….e della guerra, di cui ho solo sentito l’ eco….
Non so come feci a farmi capire, mio padre non c’era pìù da diversi anni, i miei fratelli erano due giovani uomini, poi, ora, c’ero anche io…..
Ci abbracciammo Joe, Irene, ed io, riuscimmo a restare avvinghiati uno all’altra anche per le scale, che lui riconobbe, suonai, la mamma mi aspettava, un vecchio sottabito nero, la sua mise preferita…. Aprì distratta la porta, la casa sapeva di braciole fritte…
No, non riesco a descrivere, la gioia, il dolore, il riconoscersi, il non parlare la stessa lingua, capendosi alla perfezione, i miei fratelli che cercavano di ricordare, Joe che mi chiamava Giorgia, ricordando il babbo….e fu li che apparve la foto, l’aveva scattata Nelson…un ebreo americano emigrato in Israele….la mamma lo ricordava bene.
Sono stati con noi solo 48 ore, non di più, avevano chiamato la loro prima figlia Fiorenza, in ricordo degli anni passati da noi, del “ SOLDATO JOE”, ci restò la foto, 2 barattoli di burro di arachidi, ed un indirizzo, ci siamo scambiati auguri e pensieri per anni, poi mia madre ha perso tutto, lei diceva che erano le cose che perdevano lei, una delle sue bugie….
Sono passati 50 anni, la foto è li, senza data, con tanta storia, le ho dato un nome…..SPERANZA
FANTASMI – di Rossella Gallori

…sono entrata un po’ di corsa, senza alzare la testa, forse loro erano già lì, al quarto piano, sotto il sole cocente di un agosto di oggi.
Mi sono quasi vergognata al pronto soccorso, era un nulla, il mio, messo a confronto alle situazioni che mi circondavano, ma il sangue non si fermava, qualcuno ha deciso per me, ed ora sono qui….in attesa..
La stanza è disordinata e poco pulita, per fortuna fresca, avverto il suo sguardo, ha i miei colori, la sua maglietta viola, poi, mi conferma la sua presenza, mi sorride in silenzio, mostrandomi l’orologio con il giglio di Firenze, vorrei avvicinarmi a lui, ma il piede fa male, ci metto troppo, mi cade la borsa raccolgo tutto, ed in un attimo lo perdo di vista, sento il profumo del suo tabacco, raggiungo il corridoio e vedo il suo “ borsello& abbandonato su una barella, cerco di prenderlo, ma in quel preciso istante mi chiamano: Gallori……!!! Penso: lui o io?…
Gallori Rossella…ah si cercano me …la medicazione è breve e poco dolorosa, ,l’antitetanica indispensabile e rapida….ringrazio e saluto.
Chiedo del signore con i capelli lunghi bianchi con la maglia viola, nella sala d’ attesa, nessuno lo ha visto, chiedo all’infermiere della piccola borsa di cuoio, scuote il capo e si allontana…
Mi guardo intorno smarrita, ma non spaventata, devo aspettare una mezz’ oretta, mi fanno sdraiare su un lettino, dicono che sono pallida, sinceramente sto bene ma acconsento…non sono sola, la signora accanto mi porge un fazzoletto, di mussola fine una piccola l verde troneggia nell’ angolo ricamato, emana un profumo che conosco ma del quale non ricordo il nome…asciugo una lacrima e cerco i suoi occhi, che mi appaiano immensi ed azzurrissimi nella penombra…
Arriva un infermiere per farmi firmare le dimissione…..
Si appoggi pure sul lettino vuoto, bercia…..sono confusa, penso, non sorda…
Rifletto: vuoto??
Saluto con garbo, , raggiungo l’ uscita…..questa volta alzo lo sguardo, due mani mi salutano, quattro occhi mi baciano , c’ è una luce che abbaglia…mando una preghiera verso di loro e verso il cielo….
Chi è con me mi domanda dove guardo ….indico il quarto piano…mi viene risposto che è chiuso da mesi…..scuoto il capo, non replico…
CIAO LAURA…. CIAO GOFFREDO….a presto….
P.S : a mio fratello ed a mia cognata nel quasi giorno del loro compleanno
Once upon a time (c’era una volta)– di Cecilia Trinci

Dieci anni: 3650 giorni più due per gli anni bisestili… 40 mesi di caldo estivo, un’infinità di nuvole matte che sono passate nei cieli azzurri, arruffate di libeccio, come piacevano a te, più di mille tramonti estivi, per la maggior parte rosso fuoco con striature aranciate, da aggiungersi agli oltre duemila non estivi passati inosservati, tra i muri di città. Dieci volte è arrivato luglio in modi diversi, fino a quest’ultimo che mi vede qui con due bambini nuovi nuovi che illuminano la vecchia casa in ogni grinza. Dieci anni che a luglio, il 13, mi affaccio a questa finestra sul mondo e ti saluto senza sapere esattamente dove sei.
Dieci anni che non vedo i tuoi cappelli “multidisciplinari”, il tuo passo solo tuo, la tua macchina sempre col serbatoio pieno “perché una macchina senza benzina è solo un mucchio di ferraglia che non va da nessuna parte”, pronta a partire, con dentro il tuo borsone da sopravvivenza capace di rispondere ad ogni evento imprevisto, il tuo sorriso di soppiatto di chi pensa “ciao gente, io vado….. e so dove andare…”.
3650 giorni, più due per gli anni bisestili, che non sento la tua voce, che non vedo le tue mani in tasca nei jeans, mentre snoccioli con gusto il tuo discorrere pacato, informato su tutto, appoggiandoti di più su un solo piede, mentre alzi gli occhi verso il cielo sorridendo come per dire “fate fate, dite dite, io so cosa voglio e lo sto raggiungendo”. 3650 giorni più due che non ti vedo sparire nel tuo “stabbiolo”-laboratorio da dove uscivi sempre (e proprio non si sapeva come) con l’oggetto utile fabbricato apposta per quel preciso istante. 3650 giorni più due che non intervieni più a consolare o a mediare o a risolvere, senza insistere troppo, con precisione chirurgica per poi sparire, con uguale disinvoltura, dentro la settimana enigmistica o il listino della borsa di Milano. 3650 giorni, più due, che non ti vedo dipingere paesaggi a memoria, quei paesaggi che non avevi bisogno di guardare dal vero perché li tenevi ben dentro radicati con tutti i loro bei particolari precisi. 3650 giorni più due che non ti vedo scegliere una bottiglia di vino buono e gustarlo a tavola come se in quel momento scendesse dal bicchiere tutta la pioggia argentina, tutti i raggi di sole, tutta la nebbia, la rugiada, e il vento e il buio delle notti con il canto dei grilli e i pomeriggi di cicale e scirocco e il gelo delle mattine acute di tramontana. Tutto questo tempo che non brindiamo più a qualcosa o a qualcuno, dieci compleanni che non ci sei, dieci anni che non vedi come siamo cambiate, quante cose ha fatto tua nipote e che bambini belli si sono aggiunti alla nostra vita. Ora avresti mille pretesti per assaporare con noi un buon vino scuro e dopo avere incrociato i bicchieri antichi chiuderesti gli occhi sognanti su di noi per dire più a te stesso che a noi, la tua frase preferita delle occasioni belle, che inizia così e non ha mai avuto un seguito:
“Once upon a time……….”
COME SEMPRE O QUASI… – di Rossella Gallori

Niente era diverso dal solito, un treno affollato e caldissimo, che come un vecchio cane, si fermava ad ogni stazioncina…un paio di chilometri a piedi per raggiungere casa, un viale fresco, con pietre di inciampo che non ricordavano morti tragiche , ma che qualche ginocchio sulla coscienza ce l ‘avevano…
Il cancello rosso con la stessa precisa ed identica difficoltà di apertura, l’edera che ci veniva incontro e ci considerava ospiti inattesi e fastidiosi…
La borsa sul letto con alla partenza “ho portato poco e all’ arrivo ho “ portato troppo “
La voglia di andare sulla spiaggia mi prende, anche se il buio si annuncia, riesco a pensare che fa notte anche qui e ne resto, quasi meravigliata.
La cena è un problema che non c’è..: prosciutto e melone …pesche dure come il legno “ colte domani” gridava l’ortolano e si sente, dico io.
Dormo otto ore di fila, svegliandomi senza la voglia di schizzare fuori dal letto a far colazione, tutto stranamente diverso da casa….a pochi chilometri “ da casa”.
Coraggiosamente indosso dei yeans corti e sdruciti ed una camicia bianca trasparente, lo iodio è una gran medicina, dovrei portarla con me….sempre, sotto ho un bikini che non nasconde, anzi, stronzo, evidenzia, ed io “ francamente me ne infischio” ascoltando il silenzio del rumore dell’ acqua, appoggiandomi a scogli fatti dall’ uomo, per illudere quelle semplici come me che sono chissà dove e non qui….dove il DEH serve per pregare e per bestemmiare, per dire grazie e per mandare a quel paese.
Ho passato Piazza degli artisti di strada, per venire al Donna di cuori, c’ era il mercato che volutamente ho ignorato, avevo troppa voglia di un caffe sulla sabbia, buono e a amico, Sara è li, mi riconosce, ricordando a me e a se stessa, che l’ anno scorso le avevo dedicato un piccolo flash, finito sul blog, ha un tatuaggio in più, quest’anno, lo stesso cantante più vecchio….rifletto sulla sua anima rock imprigionata in una piccolissima cucina bollente, dalle sei del mattino, e penso che per sentirsi liberi, non ci sarebbe bisogno di location di lusso……..
Qui è tutto uguale, anche il bagnino, che non è lo stesso, io no o forse si, ho solo un anno di più,e cerco di dimenticarlo fotografando gli ombrelloni tra le mie cosce grassocce, dove la cellulite, affamata, ha acchiappato granelli di sabbia dorata, anche lei ha diritto di nutrirsi…un po’ come il mio cervello che vaga controcorrente per tutto l’ anno, e che trova pace qui, anche solo per quattro giorni….penso alla Spagna, alla Grecia…arrivo addirittura alle Maldive, una fatica terribile con le poche cognizioni di geografia che ho…quindi, quindi addento un panino con stracchino e speck ed il vago sapore di zucchine con l’ intenso scricchiolio di rena….
Sono serena, ricordando i miei sedici anni a ballare al Settebello, ed il cinema all’aperto, dove i baci avevano piu colonna sonora dei film, quando tornare alle una di notte era uno scandalo ,le fibbie dei sandali alla schiava avevan lasciato il segno …ed il reggiseno era sempre in borsa e mai dove doveva stare….voglio bene, ora a quella ragazza ci “ ho fatto pace” da poco…
……sono tranquilla, deh sono a Marina, Marina di Cecina….