Il sole mi scalda le ginocchia mentre sono seduta in panchina sulla terrazza della biblioteca, sorseggiando il caffè preso dalla macchinetta. Appoggio il capo al muro e chiudo gli occhi, ascolto quello che mi circonda: davanti a me la scuola Francesco Redi che è in rifacimento, colpi secchi metallici rumore di trapano, alla mia destra il brusio dell’autostrada. Un’ambulanza a sirena spiegata mi fa riaprire gli occhi, sfreccia verso l’ospedale. Nella panchina vicina a me dei giovani fanno pausa, brusio, discorsi d’incontri, spettacoli visti. Il verde spicca nel giardino e sulle colline che vedo davanti a me appaiono momenti piacevoli.
È Dio, il vulcano. Anche quando sull’Isola non si vede, sottopelle si sente. Diventa un po’ tua la Potenza, la passione, le vene gonfie di sangue urgente. È l’anello mancante, la congiunzione tra cielo e terra, dove si vede la montagna, il gigante, Iddu. È il campanile della Terra. Stelle di sopra, fuoco di dentro. Pietra che diventa mare di fuoco. Spiraglio che mostra il cuore, rosso e pulsante, capace di ammorbidire la pietra. Il vulcano è il gigante, l’uomo è il nano che si sente onnipotente e potrebbe essere annientato da un suo starnuto. Bisogna rispettare e ringraziare per la quiete, avere consapevolezza della precarietà. Ci sono tanti vulcani silenti, spade penzolanti sulla testa faticose da sopportare. Diventano diamanti i momenti di pace, di bellezza, di divertimento, d’amore.
Bionda, giovane, ma con una espressione matura, occhi castani che al sole si tingono di smeraldo, sorride a quell’isola che le viene incontro mentre si avvicina con l’aliscafo. Ha solo 24 ore per scoprirla, poi il volo per Kiev. Salina fra tutte è la più verde, ha scelto questa per un gioco di parole, per istinto, per quel desiderio di qualcosa che non sa che cosa è: non è un ricordo né una memoria di qualcosa di definito.Gli amici di Palermo che dopo anni è venuta a trovare, le hanno parlato di questa isola vulcanica, come le sue 6 sorelle, verde e profumata, e di un piccolo paese appollaiato nella caldera del vulcano spento, sprofondata in mare, le rocce nere aspre e scoscese gli fanno da cornice: Pollara. In ucraino Pollara (polovyna) significa metà. Pollara – metà Lara. E Lara stava cercando la sua metà e forse in quel posto avrebbe potuto trovare il suo innamorato. Appena scesa dal traghetto in quel settembre inoltrato, quando i turisti ormai hanno sciamato via dall’isola, l’avvolge un intenso profumo di mare misto a ginestra e capperi. Il chiacchiericcio del porto le riporta alla mente la Dneper, in parte navigabile, della sua Kiev, e già s’innamora. Ma come fare a trovare la sua metà in 24 ore? Prende un autobus per raggiungere Pollara, la strada si inerpica su per la montagna in un susseguirsi di tornanti, giunge al punto panoramico prima di scendere lungo una vena varicosa, dall’altro lato dove si apre come un anfiteatro che per un attimo ti lascia senza respiro , quel che resta del vulcano. Pareti nere e aspre fino al Pianoro su cui si adagia la morbida Pollara prima dell’ultimo salto in mare. Una visione mozzafiato. Lara lo sente. È il fascino del vulcano. È spento, ma c’è. La sua presenza è la nera roccia, le pareti ripide e sassose che si tuffano imponenti nel mare verde smeraldo. L’autobus si ferma nella piazzetta della Chiesa di sant’Onofrio, l’unica piazza in fondo all’unica strada, lì, sul muretto che guarda il mare e le isole di Filicudi e Alicudi, c’è Alessandro immerso nei suoi pensieri con la sua fedele macchina fotografica al collo. Lara scende, incerta, come potrà mai trovare la sua “polovnya” che quel paese le ha promesso col suo nome? Si avvicina al parapetto. Alessandro percepisce la sua presenza. Si guardano negli occhi e…tutto diventa liquido.
All’orizzonte si vedeva ogni tanto un bagliore…era una luce così forte che, quando le persone passavano di là e si voltavano, rimanevano stupiti. Di giorno, era una bella casetta di campagna con le bounganville , ed un giardino pieno di fiori profumati e colorati, con bambini che giocavano e ridevano felici, ma nessuno si avvicinava per paura. Quando arrivava la sera, si percepiva che non c’era movimento… nessuna presenza umana. Sulle finestre viaggiavano ragni giganteschi che, con le loro ragnatele di dimensioni enormi, riuscivano a chiudere porte e finestre, mentre un liquido nero, viscido e nauseabondo scorreva da sotto la porta. Gli abitanti della zona si chiedevano se quella fosse la casa del Fantasma Formaggino, che doveva abitare per lì, ma nessuno la aveva mai visto e per paura non si avvicinavano né di giorno né di notte.
Se ne era andato, così, all’improvviso senza lasciarmi il tempo di salutarlo, di abbracciarlo un’ultima volta ed io avevo pianto tutte le mie lacrime, la mia gola era arida, mi sentivo spenta. Così sono entrata in casa, ho acceso la luce che mi è sembrata più forte quasi accecante. – Ci sei? – La tenda si è mossa con movimento leggero, ma non c’era la finestra aperta. Ho percepito la sua presenza, un brivido ha percorso il mio corpo. Ho detto a me stessa: i fantasmi non esistono, è solo la mia mente, lui non c’è più.
Poi mi sono
seduta accanto al tavolo e ho sentito le sue mani che si posavano dolcemente
sulle mie spalle come era solito fare….Era il suo saluto, per dirmi che esisteva
ancora, presenza invisibile ma costante nella mia vita.
Ti penso viva, in un giorno preciso – di Nadia Peruzzi
È un fascio di luce che si fa tagliente e affonda come nel
burro, ma incide carne viva senza trovare nulla che opponga resistenza.
Vieni a galla in mille modi ma mai come un fantasma, pur se
benevolo.
Troppa energia, troppa forza, troppa volontà sono state la tua
realtà, nonna, e non ti si può consegnare al regno dell’incorporeo, smaterializzato
e opalescente.
Ti penso viva e in un giorno preciso.
Noi stiamo rientrando da un viaggio e arriviamo in macchina fino
sulla piazza.
Sei come al solito sulla panchina circondata dalle amiche . Tieni
banco, parli sicura e ridi anche con gli occhi.
Hai il tuo vestitino nero con quei motivi bianchi piccoli
piccoli che mi piace tantissimo.
Ti fa giovane nonostante l’argento dei tuoi capelli. Ti alzi di
scatto appena ci vedi. Hai i movimenti di una ragazzina, rapidi e fluidi.
Occhi belli, vivaci, liquidi mentre ci guardi e ci saluti.
Mi perdo nel tuo abbraccio. Lo riassaporo ancora un po’ mentre
scrivo. Non c’è da tempo a darmi conforto, eppure l’idea di te come fantasma la
sentirei stridente e del tutto inopportuna.
Sarebbe come accettare un simulacro di vitalità al posto
dell’averti viva qui e ora, nella pellicola dei ricordi, fasciata in quel
vestitino in un pomeriggio d’estate.
(gioco di parole con: Presenza…luce… movimento…non c’è …fantasma …liquido)
Sgambetto – di Rossella Gallori
Sono scesa
ammaccata da quel taxi color piombo, senza ruote, senza autista, senza
tassametro, mi son ritrovata in pigiama sul bordo del letto…stravolta …
Un’altra
notte difficile , le gocce non bastano più, questo lo sapevo da tempo ed avevo
cercato di spiegarlo anche a quelli che mi avevano fatto compagnia da buio
a giorno….fantasmi con il mio stesso dna…dispettosi
ed indisponenti mi avevano spinto per terra, il viso schiacciato al suolo, il
naso ammaccato, le guance graffiate, uno di loro mi aveva tenuto le mani per
evitare di metterle avanti ed attutire il colpo, mai trovato marciapiede più
duro e sporco di quello….d’ altronde erano morti senza di me, no per non darmi
dolore, ma per farmi uno sgambetto dal quale non mi sarei mai ripresa, per
lasciarmi senza luce, in un liquido
amniotico amaro come il fiele, nel quale nuotavo alla ricerca di un morso di
luce…..
Se non ci
fosse stata la presenza morbida di quel
muro pervinca sarei stata decisamente sola, in un mondo che non c’è, in una notte da
incubo ….un muro di fiori esagerati e sfacciati…
Ma chi mi
aveva fatto lo sgambetto?…..e chi mi aveva aiutata ad alzarmi? Chi aveva usato il
mio gruppo sanguigno….per chiamare quell’ inutile taxi, traghettatore di
incubi…
Era immersa in qualcosa di tiepido, estremamente
piacevole al contatto con la pelle. Vi si lasciava cullare, quasi fosse un
liquido amniotico primordiale, innocente.
Teneva gli occhi chiusi, ma riusciva comunque a
percepire il calore forte, insistente, di una fonte di luce alta allo Zenit che
prepotente le bruciava le palpebre.
Avrebbe voluto rimanere così per sempre: immobile,
impersonale, apparentemente inutile, in realtà mai così viva nell’essenza del
suo essere.
All’improvviso si sentì scuotere! Si ritrovò
brutalmente rovesciata a faccia in giù, a stento non perse il controllo del suo
corpo. Qualcosa, con un movimento sinuoso, le era passato accanto, urtandola.
Si immaginò che fosse la coda di una sirena, o di un mostro marino sconosciuto,
o il lembo di una creatura fantastica, ancora da scoprire.
D’impulso si tirò su, sollevò la testa e si guardò
intorno. Vide soltanto la distesa liquida intorno a sé, immobile. Poi si volse a sinistra e allora notò una
scia non troppo profonda, una lieve increspatura bianca: fuggevole traccia
fantasma di qualcosa che non c’è, forse di una presenza solo temuta.
Fece un bel respiro e si distese di nuovo, allargando
le braccia sul dorato liquido e lasciandosi abbagliare dalla luce.
Quando mai Vera si era truccata, vestita per bene, elegante? Mai vista in quei pochi anni della mia vita. Eppure quel fatidico giorno mi chiese di farle le unghie e di prestarle qualcosa da mettersi, doveva andare ad una sfilata con una scrittrice piuttosto famosa che l’aveva invitata. Era nel panico e ci aveva messo anche me! Comunque mi diedi da fare le misi abbondante crema alle mani e le dipinsi le unghie poi presi l’unico golf di vero cashmire che ho avuto in tutta la mia vita, azzurro con un collo anello insieme ad una gonna tartan a pieghe. Ai miei occhi era splendida. Chi l’aveva mai vista così ben curata, profumata e vestita senza nessuna macchia addosso? E lei, intrepida andò, ingenua ed incurante così vestita, all’appuntamento. Quando arrivò si affacciò timidamente alla sala e come un fulmine si ritrasse. C’era il fior fiore della crema di Roma, tutti agghindati con gioielli, abiti e accessori firmati e lei aveva una gonna scozzese ed un maglione col collo a ciclista!!! Povera mamma! Si sentì fuori luogo per la prima volta in vita sua. Ma a onor del vero fu avvistata dalla scrittrice che la chiamò a gran voce e la fece accomodare accanto a lei presentandola ai suoi amici che chiaramente la squadrarono come fosse un piccolo mostriciattolo. Ma Vera ormai era entrata e cercò disinvoltamente anche di sedersi accavallando le gambe, cosa che non le riuscì dato che le sedie erano troppo alte per lei, piccina, e le sue gambette torte. Ma si riscattò più tardi quando cominciò a colloquiare con i presenti. Fu molto apprezzata e lei esultò dentro di sé. Ricordo con affetto questo episodio perché quando tornò a casa e iniziò a raccontarmi la sua serata ridemmo tutte e due come matte per come io l’avevo conciata e come lei si era trovata ma riuscendo poi a districarsi dalla difficile situazione, con il suo splendido linguaggio.
Presenza, liquidi, non c’è, luce, fantasma, movimenti,
Una luce da qualche parte – di Stefania Bonanni
Non c’è luce, non c’è sole, ne’ luna, né
lampioni, intorno. Eppure la pozza che allaga la strada, nera di notte, luccica
lucida e brillante. Sembra oro, sembra olio. È materia viva. È sinuosa, si assottiglia, striscia e invade,
si appropria di spazi bui, che illumina. Diventa mille forme, incorpora sassi,
legni , cartacce. Si inzuppano. Diventa tutto giallo. Ci deve essere una
luce, da qualche parte, ma non la vedo. Prima era tutto buio, ora risplende
una macchia d’oro.
Piano piano, smette di allargarsi. Ha ricoperto
gran parte della piazza deserta, non è
più materia liquida. È parte del paesaggio, Presenza solida. Se la potessi guardare
dall’alto, potrebbe sembrare un lenzuolo steso sul selciato, un fantasma
stanco, che si è appoggiato per riposare. Ora è tutto immobile, Non di muove un…fantasma.
(ispirato alla lettura di Marcel Vilas “In tutto c’è stata bellezza)
Movimenti liquidi e rapidi del sole – di Stefania Bonanni
Quando cammini ed il sole alle spalle disegna
nera la tua ombra netta, e non ti riconosci. Capelli troppo lunghi, passi
troppo ampi.
Quando dalla strada guardi la finestra di cucina,
buia, e per un attimo vedi spostarsi la tenda. È solo un secondo,
difficile da fermare.
Quando apr la finestra, la mattina, ed entra contento quel grosso moscone, e sai che stava aspettando te.
Quando sai, lo senti, che non sei mai sola, quando
chiedi di non sentirti sola. Quando sai che i tuoi fantasmi non ti
abbandoneranno. Sono i tuoi migliori fantasmi.
parole in gioco: movimenti, liquidi, luce, non c’è, fantasma, presenza
Usciamo dal significato scontato e dalla potenza della parola “fantasma”
Presenze – di Simone Bellini
“Simone, devi andare subito in banca per accertarti di tua presenza su come mai sul computer risulta che non abbiamo più liquidi sul nostro conto. Fai luce su tutti i movimenti, chiarisci come mai questo è diventato un conto fantasma !!”
Non c’è – di Patrizia Fusi
Non c’è luce
nella cucina, sul fornello la pentola sta bollendo il liquido che contiene fa
strani movimenti, emana un profumo di carne bollita.
Birillo il
cane di casa si muove come un fantasma nella stanza fra le sedie e le gambe del
tavolo, sperando che Maria gli dia i suoi amati ossi.
La lampada sul tavolino era rimasta accesa tutta la notte e
adesso languiva perché la luce del sole
aveva dipanato le ombre. Stava là,
inutile e inquieta, quasi indispettita. Se avesse potuto avrebbe gridato “non c’è più nessuno che ha
bisogno di me?”
Un movimento rapido della tendina scoprì il paesaggio liquido
del primo mattino.
Lei era rimasta sveglia tutta la notte, o così aveva creduto,
tenendo in mano una vecchia foto in bianco e nero che ritraeva un vecchio in mezzo a un orto. Quello era suo nonno, l’unico che avrebbe potuto conoscere perché gli altri
se ne erano andati molto tempo prima che lei nascesse.
Ma non era accaduto, non si erano mai incontrati.
Aveva bisogno di rievocare con la forza del pensiero una
presenza che non c’era mai stata e di cui sentiva una nostalgia dolorosa.
Il cuore a un certo punto aveva accelerato i battiti e
in quella soglia affascinante che sta
fra la veglia e il sonno lo aveva visto (o sentito?): non era un fantasma,
piuttosto una specie di energia che lei percepì come un messaggio di speranza.
La foto era caduta per terra con la stampa rivolta verso il
pavimento.
La stanza era in ombra ma rimase lo stesso abbagliato dalla lama di luce che entrava dalla finestra semiaperta. Lo specchio la rifletteva e la rompeva in mille rivoli dorati che guizzavano impertinenti dando colore pure ai velluti consunti dei tendaggi e delle poltrone. Nonostante questo era un ambiente cupo. Sapeva di polvere stantia e di vecchiume. Tutt’intorno solo una cappa di silenzio che subiva come una presenza incombente e oppressiva. Era in ansia e non sapeva perché. O forse si. Alle pareti quadri enormi raccontavano la storia dei proprietari della villa. Personaggi con trinoline e gran mustacchi lo guardavano con i loro occhi liquidi e torvi, senza l’ombra di un sorriso. Occhi persi, ,senza vita, eppure indagatori e invadenti. Sembrava che seguissero ogni suo movimento nella stanza. Si sentiva scrutato fin dentro l’anima. Che spiacevole sensazione. Quasi lo atterrivano. Rimase sospeso al centro della stanza. Non sapeva che fare o cosa dire. Gli uscì solo un timido e fioco, quasi rauco “c’è nessuno?”. Percepì un movimento rapido dietro alle sue spalle. L’aria che si spostava come se la tempesta che infuriava all’esterno avesse trovato un varco per arrivare fin dentro quell’enorme e lugubre salotto. Fece appena in tempo a scorgere la lama acuminata e ritorta, fiammeggiante che si rifletteva nel grande specchio di fronte a lui. Poi fu il nulla. Era entrato nel momento sbagliato. Quello che esigeva un altro fantasma da aggiungere alla lunga e terribile collezione. Il malcapitato che fosse entrato dopo di lui se lo sarebbe trovato in bella posa sopra il camino col suo sguardo perso nel vuoto a fissare ciò che non c’è più e forse che non è mai esistito.
(Ispirato a una lettura di Manuel Vilas “In tutto c’è stata bellezza”)
Il burro dei morti – di Rossella Gallori
E’ sempre stato buono, anche quando il colore era meno invitante e da bianco si trasformava in una gradazione particolare di avorio tendente al giallo paglia, quel burro che portava per noi di ritorno dai suoi viaggi di lavoro, quando si fermava proprio lì dove lo creavano.
Non era in panetti, ma era senza una forma ben precisa, una manciata di panna, semplicemente una manciata di panna cacciata in un foglio di carta oleata, involtata a suo volta nella carta gialla, con una scritta originale, veramente originale:…..BURRO….
Lo portava un po’ sciolto in estate e ghiacciato nei mesi più freddi, lo toglieva dalla sua valigia, tra tirelle colorate (campionari di tessuti), dall’odore forte della salda…per magia riusciva a non unger mai niente…un amore a fagotti…un richiamo…
Ha dato vita alle nostre colazioni, ha incorniciato romantici “occhi di bue”, petticini di pollo ci han fatto il bagno…ha lenito le “intemperie del passato”, trasformandole in vento di primavera…..il burro….il burro dei morti….
Ogni mese era d’obbligo il taglio dei capelli. Andavamo col babbo da Melino, il parrucchiere, la domenica mattina. Ero molto timido, un po’ vergognoso, in quel locale pieno di uomini che in attesa leggevano giornali poco adatti a un ragazzo come me. Quando toccava il loro turno era tutto un chiacchierare con un linguaggio sconosciuto, di calcio e di donne ricorrendo spesso a sottintesi quasi si fossero messi d’accordo per fare di tutto a non rendermi partecipe. Stavo seduto su quelle monumentali poltrone girevoli coperto con un telo, che infilato da una parte tra collo e camicia mi scendeva fino ai piedi. Testa china, ogni tanto sollevavo lo sguardo verso il grande specchio che avevo davanti. Melino mi chiedeva se stavo comodo, se andavo bene a scuola, e se la scrinatura la volevo a destra o a sinistra. Rispondevo con lo stretto necessario. Di solito mentre Melino faceva i capelli a me l’altro parrucchiere si occupava di farli al babbo. Io terminavo sempre prima, Melino mi spalmava una generosa dose di brillantina per aver ragione di una indomita ritrosa, mi spruzzava del profumo chiedendomi di tenere gli occhi chiusi, soffiava con una peretta, simile a quella dei clisteri, del borotalco nel collo, spazzolava i capelli tagliati dalle spalle e mi liberava da quel telo scuotendolo con due rapidi gesti sincronizzati. Riprendevo posto su quelle basse poltroncine di vinilpelle, da un piccolo tavolino prendevo l’unico giornalino a fumetti, ormai sgualcito; mi accorgevo che era lo stesso del mese precedente. Non mi rimaneva che osservare ciò che mi accadeva intorno. Melino faceva accomodare sulla poltrona Giannetto della Nella, un giovanottone un po’ tardo, quasi completamente calvo, ma a questa disgrazia Giannetto della Nella non si sapeva rassegnare. Il lavoro di Melino si riduceva a tagliare quel poco di capelli sotto le tempie e dietro la nuca. Il parrucchiere, dimostrando un grande impegno, faceva battere ritmicamente le forbici dietro al collo di Giannetto, quasi che la chioma fosse un ammasso enorme. A rendere verosimile la cosa Melino, prima di aver fatto sedere Giannetto sulla poltrona, si era rifornito di alcune manciate di capelli, dal retrobottega, infilandoli nelle capaci tasche della gabbanella bianca. Assieme al rumore delle fobici lanciava, a piene mani, pugnelli di capelli. « Giannetto questa volta hai i capelli più lunghi del solito.» Il giovanottone guardava le ciocche che si ammassavano sul telo dinanzi al petto sorrideva emettendo dei suoni inarticolati che gli uscivano dalla bocca ingombrata da una lingua che a stento riusciva a contenere. Un ragazzo di bottega non faceva altro che spazzare il pavimento ingombro di capelli, dal retrobottega portava dei pentolini di acqua calda per i clienti che si facevano la barba. Cliente fisso, non perdeva una domenica, Aroldo conosciuto da tutti come Spandiamore. Sempre in giacca doppio petto e cravatta, camicia stirata di fresco sul polsino sinistro un Longines d’oro. I capelli sempre della medesima lunghezza, accuratamente sbarbato. Aroldo non dava confidenza a nessuno, erano gli altri che una volta uscito dal barbiere si abbandonavano a considerazioni non certo benevole nei suoi confronti. « Spandiamore è sempre stato di spalla tonda, non ha mai fatto un lavoro in vita sua. » e un altro di rimando: « Se non fosse per la vedova dell’avvocato Cipriani sarebbe morto di fame » Poi aggiungevano: « E’ un parassita, un gigolò. La vedova dell’avvocato sarà ricca ma è anche tanto brutta. » Parte di questi discorsi avevano per me un significato incomprensibile, preferivo continuare a leggere il giornaletto e guardarmi intorno. Il giovane che faceva le barbe aveva molta dimestichezza nell’insaponare il viso del cliente fino a farlo quasi scomparire sotto una candida schiuma, densa come la panna, che richiedeva un intenso lavorio di pennello. Era la volta del rasoio, che altrettanto con abilità e destrezza affilava su una cote di cuoio unta d’olio. Con colpi di polso decisi, il rasoio scorreva asportando lo strato di sapone per poi depositarlo, via via, su delle vecchie schedine del totocalcio. L’operazione veniva ripetuta una seconda volta, il contropelo, per poi sciacquare il viso asciugarlo e spruzzare infine l’acqua di Colonia. Faceva capolino Graziella, la figlia non più giovanissima di Melino, da una porta che dava nell’abitazione del parrucchiere: « Babbo quando devo apparecchiare per il pranzo? » dando un’occhiata, ricambiata, al giovane barbiere. « Come sempre alla solita ora. Come tutti i giorni che i’ Dio mette in terra. » Rispondeva insofferente Melino, facendo capire anche a un babbeo che la venuta della figlia in negozio era un pretesto per fare il filarino al giovanotto. Mio babbo, alla fine, pagava, di solito gli spiccioli erano lasciati come mancia. Una volta fuori da quell’ambiente saturo di disparate fragranze era immediato respirare l’aria fresca a pieni polmoni. Pochi passi, dall’altra parte della strada, nel bar di Danilo. Il babbo ordinava le paste dolci per pranzo, con cura Liliana la moglie del barista disponeva su un vassoio le bignè incartandole con un foglio di delicati disegni color seppia e un nastrino dorato. Il babbo mi porgeva il pacchetto dei dolci: « Vai a casa, mi trattengo per una partita a carte, torno per l’ora di pranzo ». Casa era sullo stesso marciapiede, e distava poche decine di metri. Procedevo tranquillo con il mio pacchettino tenendolo per il nastrino dorato. Dalle finestre al pian terreno delle case uscivano odori dell’imminente pranzo della domenica: ragù di carne, lasagne al forno, pollo e patatine arrosto. Dalla finestra del salotto delle sorelle Manetti, tre signorine invecchiate, non si sentiva aroma di pietanze ma una esalazione di olio paglierino, che le sorelle usavano abbondantemente per ravvivare il legno dei mobili antichi dei quali era ingombra la loro casa.
….uno strano tam tam vibra tra le nostre strade, strade piccole: qualche madonna, cassonetti affollati, giardinetti, parco, qualche siringa abbandonata, cacche di cane….
È morto ieri….nooooo!! Ma non era vecchio…
I più fortunati ed insonni come me lo vedevano al mattino presto, lui e la Mile…il giornale , il caffè…e lui che si faceva accarezzare dall’aria fresca….
Gli altri lo trovavano nel pomeriggio al parco, con Matteo, raramente con Massimiliano….
È morto ieri, chi Willy?
Si lo so, Willy era un cane, ma che nessuno si permetta di dirlo…pensarlo…Willy era ed è uno di noi, uno di Rovezzano, uno che salutava per primo, uno che riconosceva la mia voce, il mio fischio stonato, il postino, il prete, il tabaccaio…..uno che ha accompagnato Paolo nella sua malattia, nelle sue ultime ore, un cane grosso, un po’ rottweiler un po’ qualcos’altro, tenero come un cucciolo…lo ricordo sdraiato accanto al suo padrone vero, che non c’è più. Un immenso canone nero come la notte e lucido come la seta…..un killer di ciabatte…uno strangolatore di giochi di plastica….trasformato in affettuoso infermiere.
E non c’era bimbo che non lo volesse accarezzare, né barista che non si commuovesse ai suoi occhioni color cioccolato, imploranti difronte ad un bocconcino di prosciutto …la sua coda ringraziava, salutava, parlava per lui.
Ricordo lo strano rumore mentre beveva, una onda umida ed invasiva, divertente, anche per chi doveva pulire..
È morto un cane, no è morto un amico, un amico a quattro zampe, un compagno di vita per i suoi….
Chissà dov’è ora, lo vedo correre, con gli altri: Poldo, Lampo, magari anche con qualche gatto, con cui sapeva convivere.
C’ è un po’ più silenzio a casa di Willy da qualche giorno, ma lo sentono ancora abbaiare, quando suona un campanello, quando un amico sta arrivando….