Quasi Natale

E’ quasi Natale, Raga…….! – di Rossella Gallori

Incontro

Uscita presto, imbacuccata, un cappello che mi copre la fronte, un golf che pizzica, le calze di lana, che erano anni che non mettevo, stentano a star su, elastico molle, ciccia superflua….cammino lentamente, per più motivi: la fatica, la mancanza di voglia, la paura di scivolare su questa poltiglia giallastra, che prima della pioggia era un magnifico (o quasi) tappeto di foglie autunnali, croccanti e molto meno pericolose, la sensazione che anche il contapassi si sia rotto le palle di accompagnarmi in queste escursioni così brevi ed inutili per salute e sport.

Mi fermo un attimo, il naso gronda, frutto maturo di un -2, regalo di oggi, mi cadono i guanti vezzosi e poco pratici, alzo gli occhi al cielo, ma non proprio, la sciarpona  artigianale immobilizza,   in parte, il collo…..ti vedo, un tuffo al cuore mi scalda, quasi cado, mi nascondo dietro un camion del Covi, poco profumato, ma protettivo…

Stento quasi a riconoscerti: invecchiato appesantito, accartocciato, non seduto, sulla panchinetta bronzo, alla fermata del bus Rocca Tedalda 3, la barba ingiallita, trascurata ed esageratamente lunga, anche la giacca che ricordavo, sembra non appartenenti più,  lisa e stretta, bottoni ciondolanti e precari, il cappello che tanto amavo è solo un fungo senza vita, che dispiacere vederti così, certo da lontano non colgo il tuo sguardo e ringrazio i mie occhi astigmatici che non colgono i tuoi occhi spenti e tristi. Ricordo che viaggiavi con zaini meravigliosi firmati e capienti, ora scorgo un misero trolley con una ruota sola, dall’aspetto vuoto….

Dietro di te, una vecchietta curva e malmessa, pezzola in capo, gonna spiegazzata, forse  non siete insieme ma sicuramente vi conoscete.

Che delusione stamani, i ricordi, spesso, son più belli della realtà, ti ricordavo forte, pimpante, dalla voce poderosa, nel tuo oh oh oh…invece, due anni di merda ti han distrutto, spiaggiato tra gente che fugge da se  stessa.

Se frugo nella memoria, ricordo  perfettamente il periodo in cui ti ho odiato, non fu reato, semplicemente rancore, rammento voci: Babbo Natale…..Non porta niente, non ci sono soldi!!

Il mio  primo pensiero su di te fu : vestito di velluto rosso, occhi buoni…..pieno di doni…e a me nulla..?? Stronzo e classista, ciccione inutile…fascista camuffato. Non si fa così!

Ora, dopo due, tre vite, ho fatto pace con te, ed il vederti così mi intenerisce, prendi il bus, forse ti sei mangiato le renne e venduto la slitta, nella valigiuccia porti bollette, tamponi e richiami….finiti i bei tempi eh Natalino?

La Befana che è con te forse è tua moglie da sempre, anche lei non mi sembra messa bene, ma colgo in lei meno traumi, lei è sempre stata “un passo indietro” e chissà che non ti superi, come merita ogni donna, che non compri una crema miracolosa, due cenci alla Upim, un body che la raddrizza un po’ per poter camminare fiera per strade comode senza cercar scorciatoie del c……o in camini stretti e puzzolenti. Porgendo la mano a donne sole, infangata di cattiverie…

……il camion del Covi, ha acceso il motore, strano ero così assorta, che manco ho sentito chiuder lo sportello e visto la tuta bleu accessoriata di occhi in tinta, spalle forti, sorriso sfacciato….una volta avrei fatto la ola per tutto questo…

Mi muovo, è arrivato il tuo 14/ Santa Maria Novella…sei salito con difficoltà,  la Befana è stata aiutata da un giovane palestrato, che sia segno di cambiamento?

Mi muovo verso un caffè caldo, in piazzetta di Rovezzano, dove c’ è un albero senza palle offerto dal comune, che fa notizia…l’ hai visto? Ma l’ anno scorso che c’era? Quanti soldi buttati via! “o unnera meglio se riparavan due o tre buche…”

Entro al calduccio, tolgo il cappello, spero di non aver preso il puzzo di bottino dal camion ….qualcuno nota la mia aria più stravolta del solito:

Che ti è successo Madama?

Ho visto un fantasma!

Ma chi, il vecchio Galli?

No, rispondo incerta ed ancora frastornata.

Allora, qualche vecchio fidanzato (e qui ridacchia il barista)

No, ho visto Babbo Natale, alla fermata del tram, c’era anche la Befana..

Il silenzio mi colpisce, cosa ho detto di male?…perchè mi guardano così?.

Qualcuno mi porge una sedia, la brioche ed un caffè….una voce alle mie spalle gracchia: oggi unnè giornahaaaaaa!!

Il rumore di un’Ape del Comune di Firenze, piena di palle mi impegna in altre considerazioni, è l’inizio di un giorno….ed è quasi Natale…..

Anni: 2016 e 1966 – Anna

Cinquanta anni (e oltre) di amore – di Anna Meli

2016      1966

            Il 2016 fu per me anzi, per noi due, un anno di arrivo. Passo dopo passo, sempre per mano, eravamo arrivati al 50° anniversario di matrimonio senza accorgersene.

            Due figli ormai grandi con la loro vita, cresciuti insieme. Mille impegni da dividere con il lavoro e preoccupazioni alle quali non eravamo abituati uniti anche a gioie e a voglia di farcela insieme.

            Quel giorno 22 settembre fu gran festa di amici e parenti che si congratularono con noi  rendendo il tutto bello ed emozionante. I nostri nipoti resero particolarmente vivace l’atmosfera e ci regalarono tutto il loro affetto con quella gioia leggera e spensierata propria dei ragazzi, scherzando  ed improvvisandosi in varie macchiette.

            Ricordo poi che finita la festa, rientrammo a casa felicemente stanchi e frastornati da tutti quegli auguri, baci, abbracci. Sedendoci  sul divano ricordammo alcuni episodi della nostra vita , e fu come tirare una riga alla fine di una lunga somma di anni. Da lì saremmo ripartiti. Purtroppo non è stata la ripartenza che volevamo. Unica consolazione l’amore che ci aveva sempre unito.

            Ci sposammo il 22 settembre 1966. Eravamo giovanissimi 20 anni io e 25 lui e, quell’anno di gioia per noi non lo fu altrettanto per Firenze. Ricordo che rientrati dal viaggio di nozze, incominciò a piovere per giorni e giorni, sembrava non voler smettere più.

            A noi non dispiaceva più di quel tanto perché vivevamo come in una bolla di spensieratezza, anzi il ticchettio della pioggia e il vento rendeva più intimo il nostro stare insieme nel silenzio della nostra casa.

            Poi improvvisamente un mattino di festa (4 novembre), colpi forti e ripetuti alla porta d’ingresso ci svegliarono dal sonno

– Chi sarà a quest’ora? – Accendo la luce, ma la stanza rimane buia. Non c’è corrente elettrica. Mio marito, infilate le ciabatte si precipita ad aprire e…

            I miei parenti che abitavano alla Nave a Rovezzano erano lì stravolti , bagnati e infreddoliti con le lacrime agli occhi. L’Arno aveva superato gli argini invadendo tutto e loro avevano fatto appena in tempo a scappare. Tutte le loro cose erano rimaste sott’acqua.

            E fu così che per un breve periodo, casa nostra divenne anche casa loro.

Anni: 2016 e 2017 – Sandra

Anni difficili – di Sandra Conticini

Faceva ancora parte di quegli anni molto impegnativi che ho trascorso. Divisa tra lavoro, casa, figlia, badanti, spesa. Ero sempre con le lacrime a fior di pelle, agitata, l’ansia da telefono…quando suonava avevo paura a rispondere.

Raramente prendevo  qualche spazio per me, ma il senso di colpa mi divorava.

Quell’estate non finii neppure i miei pochi giorni di ferie che negli ultimi anni facevo e  tornai in fretta e furia dal mare perchè la mamma da giorni non mangiava e non parlava. Ricordo che avevo fretta di tornare, ma quel viaggio diventò un’apocalisse, perchè trovai un incidente ed arrivai da lei alle due di notte, ma naturalmente dormiva. La mattina quando ritornai a casa sua aprì gli occhi e iniziò a parlare solo con me, ed allora capii che lei si era accorta della mia assenza anche se telefonavo tre o quattro volte al giorno.

Verso fine anno arrivò la notizia che dovevo scegliere, si fa per dire, se andare o meno in pensione. Comunque la scadenza era a fine gennaio, quindi l’anno nuovo mi avrebbe portato consiglio.

2017

Il 2017 iniziò il mese di gennaio con questa decisione che mi torturava, qualunque cosa avessi deciso, non ero contenta. Il 31 gennaio, giorno di scadenza per la domanda, decisi per la pensione, perchè rimanere non mi avrebbe fatto sentire a mio agio.

Poi arrivò febbraio e la mia mamma mi lasciò e, mentre all’inizio mi sembrò una liberazione, ancora mi manca.

A marzo si laureò mia figlia, e lì cominciò un po’ di discesa.

Anni: 1977 – Laura

1977 – Un viaggio “mitico” – di Laura Galgani

Un vero anno di passaggio, dopo il quale niente sarebbe stato più “da piccoli”.

Le medie appena finite, l’estate a far da ponte verso il futuro.

Le superiori sarebbero iniziate a breve ed io scalpitavo. Ma, nel frattempo, un viaggio in Grecia mi avrebbe trasportata in un mondo di sogni, miti, tramonti infuocati e notti stellate.

Il babbo a giugno mi aveva fatto trovare guida del TCI e cartina e mi aveva detto: “Sei tu il copilota. Fai l’itinerario del viaggio e impara a leggere il greco, ne avrò bisogno per i cartelli stradali!” Detto fatto, in pochi giorni sapevo leggere il greco e avevo imparato un bel po’ di parole utili alla vita quotidiana. 

Avevo scelto le tappe più importanti della Grecia classica, partendo però dalle “Meteore”, altissime rocce isolate con in cima i monasteri bizantini, che dalle foto sembravano davvero essere atterrati lì da un altro pianeta. 

Una sera il babbo annunciò – pensando di farmi gradita sorpresa – che con noi avrebbe viaggiato la famiglia fiorentina che avevamo conosciuto tre anni prima, durante la traversata per la Sardegna, e con la quale avevamo condiviso parte di quella vacanza. La notizia mi turbò non poco. Il più grande dei figli di quella coppia aveva due anni più di me, e già dopo la vacanza in Sardegna mi aveva scritto dicendosi profondamente innamorato di me. 

Allora ero troppo piccola anche solo per capire. Tre anni dopo la prospettiva di incontrarlo di nuovo, lui 16 anni e io 14, faceva nascere dentro di me un misto di curiosità, angoscia, desiderio, ma comunque mi lasciava molto, molto turbata.

Ci incontrammo sul molo del porto di Bari, pronti all’imbarco. Io ero tesa, ma anche tanto curiosa di capire che cosa significasse provare dei sentimenti per un ragazzo, essere corteggiata, insomma, scoprire l’amore.

Lui era decisamente bello: già abbronzato, si stava facendo uomo. Capelli mossi, castani, lunghi, con bei riflessi dorati. Occhi verdi … un vero dio greco. Il mio turbamento cresceva ad ogni miglio percorso dal traghetto. 

Sbarcammo ad Igoumenitsa e ci accampammo in una baia silenziosa, fra dei pini, vicino al mare. Poco più in là si stendeva placida una bianca spiaggetta ciottolosa. Quella sera, dopo cena, Andrea – così si chiamava il bel dio greco – mi prese per mano e con tanto di walkman e asciugamani mi invitò ad un bagno notturno. Benché molto titubante mi lasciai convincere – del resto non si addice ad una fanciulla resistere agli dei – e in quella notte intrisa di poesia, di luna, di musica, divenni anche io parte del mito che da sempre sconvolge la vita degli esseri umani.

Il mare nero e cupo non era freddo, il sapore del sale rimaneva sulle nostre labbra tiepide e le gocce d’acqua sulla pelle umida rilucevano alla luna grande e smisurata che dominava quella caletta silenziosa, mentre carezze ora incerte ora sapienti andavano in cerca dei nostri corpi. Solo la musica dei Pink Floyd “The Dark Side of the Moon” arrivava dalla riva ciottolosa, come a voler presagire il futuro.

C’è sempre una faccia oscura della luna. C’è sempre un possibile agguato della vita. 

Per te è stata l’eroina, che ti ha adescato, catturato, poi fatto a brandelli.

Non ho mai saputo com’è andata a finire. Non so nemmeno se ancora vivi. Non ho mai preso commiato da te.

Ciao, eroe greco del 1977, dagli occhi verdi e dalla pelle ambrata.

Perdonami, non potevo essere io a salvarti.

Anni: 2016 – Mimma

ANNO 2016 – RICORDI E SENSAZIONI – di Mimma Caravaggi


Le foto di uno degli ultimi compleanni di mia sorella mi riportano ricordi allegri e felici in una riunione di famiglia: noi tre sorelle i nostri due nipoti ormai grandi e i due nipotini a rallegrare e movimentare una giornata sicuramente da ricordare con nostalgia ma anche di gioia e serenità.
Un altro ricordo, che purtroppo mi rende triste è quando riguardo le foto dei miei lavori manuali di cucito: facevo borse, e soprattutto di bigiotteria. Riempivano appieno le mie giornate rendendole piacevoli, creative, soddisfacenti. Creavo e questo mi dava gioia e soddisfazione. Ero sempre in mezzo ad una quantità molto varia di perle e perline che mi piaceva acquistare nei mercatini. Ora ho raccolto tutto in un mobiletto dai fermagli ai fili alle perle alle perline con ogni sorta di accessori per collane, orecchini e braccialetti. Poi le stoffe, i merletti e dei cordoni che mi servivano per creare le borse. Ho un armadio pieno di tutte queste belle cose e quando mi ricapitano sottocchio mi intristiscono poiché ho dovuto smettere per via dei dolori alle mani. A volte mi sento inutile perché non avrò più la possibilità di riprendere questo hobby che mi dava gioia poter pensare elaborare e creare.

Anni: 2016 – Laura

Festa a sorpresa – di Laura Galgani

Veder avvicinarsi il 29 ottobre, giorno in cui avresti compiuto 18 anni, è stato emozionante.

Avevi fretta di crescere, sempre un passo avanti rispetto alla tua età: più maturo, più capace, più uomo.

Accompagnarti nei festeggiamenti ha reso il 2016 un anno indimenticabile. Per fortuna quel 29 ottobre del 2016 era un sabato, la giornata era tutta lì, a disposizione per te e per noi.

Non scorderò mai la corsa in pasticceria per prenderti la piccola torta della nonna appena sfornata, che mi avevi chiesto per colazione.

Poi via, fuori per il pranzo con soli tre cari amici. Intanto io e tua sorella, a casa, preparavamo palloncini, finger food e tartine per parenti e amici di famiglia. La tua gioia nel tornare a casa e trovarli ad aspettarti fu davvero grande.

Ma non era finita lì! Ti avevamo promesso una cena in un bel ristorante del centro, solo noi quattro, mamma, papà, tu e tua sorella. Ci vestimmo tutti per benino, ricordo che mi costringesti a cambiarmi per essere più elegante e mi facesti persino mettere i tacchi.

Lasciammo la macchina in San Niccolò e poi a piedi, sul Lungarno, passando per Ponte Vecchio. Lungo il tragitto ci tempestavi di domande: ma dov’è questo ristorante? Ma quanto manca ancora?

La sorpresa in realtà te l’avevamo preparata in combutta con i tuoi compagni di classe e i tuoi amici più fidati: altro che cenetta in famiglia, almeno in 25 fra ragazze e ragazzi ti aspettavano in un locale alla moda! Di nascosto ci mandavano messaggi per dirci di rallentare, alcuni non erano ancora arrivati all’appuntamento, e allora si cercava tutte le scuse per perdere tempo lungo il tragitto: facciamoci un selfie, guarda che bel palazzo, ancora un’altra foto …

Alla fine, ecco il Ponte di Santa Trinita, e poco più avanti il locale agognato. Tuo padre entrò per avvertire “che ci preparassero il tavolo”, mentre noi fuori guardavamo il menu. In realtà, andava ad avvertire gli amici che c’eravamo. Ricordo che mi chiedesti perplesso “Mamma ma perché avete scelto questo posto? Qui fanno solo carne! E tu che mangi?” Riuscii ad inventarmi “una bella insalata con tanti pomodorini, guarda qui, è una specialità!” Tuo padre per fortuna ci venne a chiamare, togliendomi dall’imbarazzo, e ti accompagnammo, ancora totalmente ignaro, davanti ad una piccola porta socchiusa di una sala appartata; letteralmente ti ci spingemmo contro e quella si spalancò, buttandoti fra le braccia dei tuoi amici.

Fu una sorpresa grandissima, un momento di felicità autentica per tutti.

Ti lasciammo incredulo, commosso e frastornato a vivere uno dei momenti più belli della tua ancora giovane vita.

Noi passammo alla cassa a pagare torte e spumanti e tornammo a casa, coi piedi doloranti ma col cuore pieno di emozioni e davvero commossi.

Che ce ne siano altri, figlio mio, di giorni così!

Anni: 2016 e 2020 – Carla

Il primo gruppo non si scorda mai (ma il secondo è anche meglio) – di Carla Faggi

2016

Come si dice in gergo” il primo gruppo non si scorda mai”.

L’avevo fatto io a mia immagine e somiglianza, serviva per iniziare a matitare con Cecilia perchè nell’altro gruppo non c’era posto.

Donne che conoscevo in palestra, di quelle che conosci poco ma ti ci trovi bene, che quando parlano le capisci, anzi le intuisci.

Le invito a formare un gruppo di scrittura creativa con Cecilia Trinci che avevo contattato per telefono.

Mi dicono di si e insieme a Tina che mi aveva detto di si prima ancora di chiederglielo, iniziamo con Cecilia la nostra storia delle donne delle 15.

Era il 2016 o il 2015 non so bene.

Per me è stato un gruppo splendido, rotondo, appagante, l’ho amato tanto.

Di quel gruppo siamo rimasti solo Cecilia, Tina ed io.

Alle 15 abbiamo vissuto altri gruppi, alcuni ovaloidi, altri un po’ spigolosi, ma nessun altro era rotondo come il primo.

Ma Cecilia, Tina ed io c’eravamo e ci siamo sempre.

2020

Anno orribilis

la paura, l’isolamento, l’energia negativa nell’aria. il dolore e la sofferenza del mondo respirata ogni giorno.

Ma anche la speranza, il “ce la faremo” “il cantare sui balconi” il “ti sento ma non ti vedo” con Cecilia e le matite.

Che tenerezza e che conforto a ripensarci ora: la connessione che spesso saltava, Skype che non funzionava, noi che non sapevamo ancora usarlo, la Cecilia che si inventava sempre qualcosa, il conforto di scoprire che le nostre paure erano condivise e quindi non erano debolezza ma normalità.

Ci siamo conosciute meglio, siamo un grande gruppo, rotondo, anzi rotondissimo.

Poi ritornammo a riveder un po’ di luce.

L’estate, il ritorno al mare, l’illusione di quasi normalità, rivedere le matite, distanziati e con le mascherine a Villa Favard.

Il nostro premier Conte ed il nostro Ministro Speranza con l’annuncio che a fine anno forse ci sarebbero stati i vaccini.

E poi iniziò il 2021.

Anni: 2016 e 1956 – Rossella

La bambola – di Rossella Gallori

2016

Il 2016 non c’entra, so che avevo seppellito cose, e riesumato casini, so che scrivevo di amore, di muri, di mancanze, nella speranza di colmare i silenzi con le parole, con l’ incertezza di una matita consumata e monotona che scriveva e scriverà sempre la stessa storia,  da destra, da sinistra, da dietro e davanti, da sotto e da sopra, la stessa storia  sempre, solo gli anni sono diversi, solo chi narra non è più lo stesso ….e chi ascolta, ascolta e scrive la sua storia con me.

1956

Parlavano di Anna Magnani, che io trovavo bruttabruttA, parlavano di asiatica, che io non sapevo  “chi” era. Parlavano sempre quando erano insieme, io ero gelosa di quella che mi aveva portato via l’ uomo della mia vita!! eravamo due coppie in tre.

So che la bambola era grande, come il letto, eppure il nostro lettone era grandissimo, so che aveva un vestito di tulle azzurro bordata d’argento, il corpetto plissettato fermato da piccole margheritine   una ruche  le COPRIVA il collo e le maniche a sbuffo salivano su fino  a sfiorarle le guance rosate, il viso ciccioso di bisquit aveva occhi profondi e neri che non si spalancavano del tutto, lucide e folte ciglia arricciate e sognanti, glielo impedivano.

Le mani grassocce a puntaspilli finivano con corte dita smaltate, ai pieducci a saponetta scarpette con il laccio alla caviglia di una plastica dura e fragile.

Era il mio sogno…lo avevo visto, il babbo, salire le scale con lo scatolone, avevo fatto molto finta di non vederlo…sì era il 56, ed io cresciuta, con il meccano, le galene, i sospensori  le scarpe da calcio e la sugna per pulirle, avevo finalmente: Lucia, la bambola più bella !

Ho sempre voluto credere che l’ avesse comprata il babbo, la mamma, no, forse non aveva avuto tempo, forse non fu così.

La nonna decretò  che era un regalo inutile, strano che lo dicesse la persona più inutile al mondo…

Sì era il 56, io  capelli lunghi castani ramati, occhialini neri  che non hanno  mai risolto la mia vista, l’ unica di casa   con la pelle non olivastra.

Mi addormentai sulla gonna della mia Lucia, al mattino il babbo la tolse e la mise sul cassettone, ed è rimasta lì, immobile spettatrice di tutto di più, sì era il 56.

 Poi l’ ho lasciata a far compagnia a mia madre, ma gli anni 70 incalzavano, fu cacciata in un armadio, poco dopo il mio matrimonio, io gelosa di lei, di me….

Passò ancora tempo, piangeva la mia mammaroccia, si sfaldava con lo sfratto in mano, forse una valigia, forse due, sì era il1989.

Cosa potevo fare io, per dimostrarle che ce l’ avrebbe fatta anche questa volta, sì l’ 89…

Io avevo una me piccola, tante cose non risolte, cosa potevo fare!!!!

Presi Lucia, la baciai e senza guardarla, feci affacciare mia madre alla finestra su quella piccola strada dal nome altisonante, via Zuccagni Orlandini e gridai con poca voce: guardami guardami ! Se ce la faccio io a buttar via Lucia ce la farai anche tu mammmmmma, la vita continua, aprii il cassonetto e la mia bambola sparì! Quante m in quel mio mamma, e quante lacrime nel mio piangere.., ancora adesso.

Però sono stata brava, forte, forse anche troppo, gli eroi non servivano e non servono…ecco come mi sento spesso: un piccolo eroe inutile, senza bambola….

Ciao Lucia!

Anni: 2016 e 1998 – Nadia

Una voce fuori dal coro – di Nadia Peruzzi

Una da No. Una da Brexit.
Il 2016 che inizialmente aveva determinato un vuoto assoluto di ricordi, si è colorato di molto dopo che Cecilia ci ha sintetizzato una serie di eventi che lo hanno caratterizzato.
Si è rivelato anno interessante. E ho dovuto concludere che è un anno corposo, a tutto tondo, e che sta nelle mie corde più di quanto avrei potuto immaginare facendo affidamento a ricordi che si erano pressochè ridotti a zero.
So da me che si tratta di strane corde, fili sottili che convergono a fare di me una da NO.
Non in senso assoluto, ma in questo scorcio d’epoca e per una serie di questioni che riguardano il mondo in generale e la vita di tutti noi in particolare, considero questo modo di pormi come necessitato. Una linea di autodifesa per un tempo in cui le pressioni al “si deve” stanno diventando opprimenti e prevalenti rispetto al ci è dovuto e dovremmo proprio pretenderlo con uno sforzo collettivo.
Un tempo in cui si orientano i desideri avendo pure la grande e perniciosa capacità di farli passare come scaturiti direttamente da noi. Il sistema un bel pezzo avanti e gli ingranaggi in difficoltà o direttamente ostaggi del divertirsi da morire fatto di gadget colorati e ammiccanti.Questi siamo tutti noi ora più , ora meno.
Stare nel gorgo mi è sempre piaciuto poco. Malgrado sia una strutturata,di fronte a qualunque cosa diventi ripetitiva e parte di un “si deve” mi sento presa prigioniera. Comincia a mancarmi l’aria. Mi accadrebbe anche se con un’amica si definisse un giorno dedicato per trovarsi a parlare o andare al cinema. Già dalla terza volta comincerebbe il mio “dovrei andare, però” .. e tutto prima o poi si incrinerebbe.
Vivo male nel tempo delle pressioni che arrivano da ogni parte a condizionare le nostre vite, del “non ci sono alternative”. Tanto più se lo dicono a reti unificate e a tg con un unico format. Per forza deve essere così, lo diciamo noi. Sottinteso chi sei tu per remare al contrario?
E io? Beh, io quando il coro è al massimo e il numero dei cantanti è ogni giorno più numeroso e quando le spinte a seguire quell’unica strada bella asfaltata e senza buche davanti, quando la ola da stadio dovrebbe proprio partire a squarciagola..beh,io invece mi ritraggo,prendo fiato e lascio che dal profondo esca il Pierino che c’è in me. Quello delle domande scomode, quello che gira in senso antiorario,quello che imbocca il viottolo accanto proprio per cercare di dimostrare prima di tutto a me stessa che le alternative ci sono sempre. La vita è una ricorsa e uno slalom continuo fra alternative piccole o grandi. Eppure nei macrosistemi e sugli schermi dei potenti, nelle loro statistiche a senso unico e come risultanza dei loro maledetti logaritmi chissà perché le alternative non ci sono mai. Il piano B non è mai contemplato. Se lo cerchi, o lo immagini sei ai margini e collocato fra quelli che criticano sempre e non vogliono che il manovratore manovri per il bene di tutti noi! Un rompiballe, in definitiva.
Dalla posizione di autodifesa al ritrovarmi drastica su più di un punto, il passo diventa breve .
Con queste premesse ci ho messo un nanosecondo a diventare una da Brexit. Mica peraltro. Quando il coro si fa assordante e dichiara sfracelli sicuri,preferisco affidarmi al Manzoni e al suo “ai posteri l’ardua sentenza”, democraticamente ha deciso il popolo inglese col voto il resto sarà storia e futuro e qualcuno le somme le tirerà. 
Del resto nel 2015 ero stata una da OKI e in Piazza Syntagma avrei accarezzato l’idea di una vittoria che cercava che si realizzasse il piano B invece della macelleria sociale a cui l’Europa ha deciso invece di condannare la Grecia.


1998
Avevo sfiorato col pensiero gli anni belli, forse per autoprotezione. Cercavo di far scorrere la pellicola avanti e indietro andando a pescare anni più o meno recenti , ma non quello.
Poi ..ho varcato il mio Rubicone e costi quel che costi ho deciso per questo anno.
Anno brutto davvero, di dolore profondo di quello che non si cancella con nessun colpo di spugna e anche se giri la testa quello te la invade quando meno te lo aspetti e scatena temporali e anche il cuore si appesantisce. 
Il cassetto di fondo non sarà mai pronto per questo anno e per i ricordi che si porta dietro.
Fu di luglio.
Il mese che era stato di nascita è stato anche quello che ha segnato la fine.Sulla lapide la scritta è impietosa: 13 luglio 1953/12 luglio 1998.
Il terzetto, che poi era un quintetto visto che abitavamo con i miei , ha smesso di suonare come insieme coordinato e unito.Il violino non c’era più.
La vita scorre. Tutto scorre, prosegue, costringe a percorrere strade che non avevi immaginato e trascina pure laddove la salita è più ardua e faticosa. Andare avanti nonostante tutto, cercando in te la forza che nemmeno credevi di avere.
Andare avanti , nonostante tutto , con a fianco un’assenza fin troppo presente. E’ per fare in modo che la ferita non sanguini troppo che preferisco che il pensiero vada ai tanti anni prima di questo, in cui serenità , allegria e impegno comune, hanno segnato il nostro percorso.

Anni: 2016 e 1962 – Lucia

La vita cambia e scorre – di Lucia Bettoni

foto di Lucia Bettoni

Anno 2016

È cambiata la mia vita nel 2016
Un cambiamento radicale
come spegnere o accendere
la luce in una stanza
Nel 2016 ho finito di lavorare
Dopo quarantacinque anni
le voci dei bambini non
hanno più riempito le mie giornate
non più voci di bambini non più voci di
mamme per lo più ansiose
non più voci di colleghe
Quarantacinque anni di voci di sono spente
proprio come si spegne la luce in una stanza
Da un giorno all’altro mi sono trovata
in un’altra dimensione
La luce era spenta ma non era buio
Mi sentivo inondata da una nuova luce
Ho potuto assaporare il piacere della lentezza che non avevo mai conosciuto
Ero stata sempre di corsa
Corse per prendere il treno
Corse per arrivare puntuale al lavoro
Corse per adempiere a tutto quello che era necessario fare nella mia lunghissima
giornata di corsa
Improvvisamente mi sembrava di vivere
in un modo di beatitudine assoluta
La mia colazione seduta al tavolo che
durava tutto il tempo che volevo
Aprire le finestre guardare il cielo e
stabilire quale cosa all’aperto avrei
voluto fare
Lentezza lentezza meravigliosa lentezza

Continua a essere così
continuo ad assaporare il piacere di
poter scegliere come utilizzare il mio tempo
di questa mia nuova vita
Cosa mi manca?
Ci sono giorni così pieni di piccole o grandi
cose belle che non mi manca niente
Altri giorni sento forte forte una mancanza:
la mancanza di voci.

Anno 1962

foto di Lucia Bettoni


Per andare alla scuola elementare
percorrevo una strada tra i campi
i boschi e un viale di cipressi
Una strada lunga tre chilometri
Ho sempre percorso da sola
con la mia cartella quella strada
Soltanto il primo giorno di scuola mio padre
mi accompagnava con il motorino
Era l’unica volta
Quella strada era lunghissima
per la piccola Lucia

Anni: 2016 e 1979 – Stefania

Anni 2016 e 1979 – di Stefania Bonanni

Nel 2016 ho compiuto 60 anni, ed ho proibito qualunque festeggiamento, per civetteria. In realtà ero contenta. Di me, perché mi piacevo, nonostante gli acciacchi, del mio bellissimo nipotino Leo che cominciava ad esprimere affetto ed allegria (essendo nato nel 2015), ero contenta della vita che stava per cambiare perché smettevo di lavorare, essendomi chiarissimo che volevo passare il mio tempo da nonna. Mi ricordo contenta, nel 2016. Come a tagliare un traguardo. Come uno che ce l’ha fatta, nonostante il fiatone.

1979.

In quel periodo sono stata pazzamente felice, non contenta, proprio pazza e felice: con le farfalle dappertutto,  le risate sempre sull’orlo delle labbra e gli occhi scintillanti. Il 1979 è  stato l’anno nel quale ci siamo decisi a saltare nel precipizio, io e Paolino, senza paracadute, ma tenendosi per mano. Era rischioso, ma non  servirono parole. Per noi parlarono mani, cuori, braccia,  occhi. E si sono intesi in una lingua che non conosce interpreti, né intermediari, nella quale vicino non è abbastanza, conta solo stringersi. “L’amore che strappa i capelli, ha detto un poeta”, e averlo riconosciuto, quell’amore, è  stara una grande fortuna, un ricordo bellissimo, un arcobaleno.

Un pensiero: Vanna

Commento in differita all’incontro di ieri, 1 dicembre

VOCI – di Vanna Bigazzi

Sono voci quelle che ho sentito, come dice Cecilia, voci di persone, non rumori, frammenti essenziali dai quali emerge l’anima, tanto soffocata in questi tempi. Non parlo dei disagi portati dal Covid, parlo della realta` che viviamo dove ogni valore ha un costo, ha un peso. Non c`e` spazio per cio` che non incide materialmente, un contesto dove lo slancio viene tradito e punito e si ottiene solo cio` che si chiede con indifferenza. Oggi non ci si puo` piu` abbandonare se non nel caso in cui ci si veda un tornaconto e il passato viene dimenticato quando si ritiene che non serva piu`. Voci di vita vera sono invece queste, le vostre, non solo suoni come suggestioni magiche di parole ma testimonianze di esistenza. 

Dicembre 2021

Echi di dicembre – di Cecilia Trinci

Non è un mese come gli altri, non c’è nulla da fare!

L’aria si fa fredda, oltre che buia. Candele e luci di Natale si accendono più per farsi compagnia che per la tradizione.

Aghi di pino, cannella, marmellate, cotogne e miele. Sento il profumo dei vostri dolci, spruzzati di bianco. Era farina? o zucchero a velo?

Mi mancano i vostri passi sulle scale.

Arrivavo prima per apparecchiare, per mettere cioccolatini sulla tovaglia rossa, le sedie, i bicchieri per le tisane e il the. Arrivavo prima per ascoltare il silenzio della stanza vuota .

Per raccogliere le idee, per concentrarmi.

Arrivavano i vostri passi con i tacchi da ragazza, e le risate e, in ultimo, a volte, a essere fortunati, la fretta di Simone-in-ritardo.

Arrivavano i vassoi coperti di tovagline a fiori, la sorpresa di ricette antiche, la cotognata, i biscottini, gli omini di neve a decorare, e le frasche di Tina, i fiori tardivi di Mimma, gli esperimenti ebraici di Rossella. A volte una rosa, “è l’ultima del giardino”.

A dicembre i dolci si infittivano, facevano a gara a uscire dalle vostre borse, dai cestini di Tina, dai sacchetti amorosi.

Mani di donne che mai dimenticano di essere madri, vere o potenziali è lo stesso, mani che cucinavano, confezionavano, raccontavano e alla fine scrivevano, con penne personali, su quaderni a colori, con la ricchezza di donne vive.

Mi mancano le vostre mani, Matite. Le vostre mani di dicembre, uscite dai guanti e ricche di tenerezza.

Incontro 1 dicembre 2021

con Cecilia Trinci

I ricordi in un tempo preciso: il 2016

Difficile identificare ricordi precisi relativi ad un anno in particolare.

Nel 2016 c’è stata la Brexit, l’elezione di Donald Trump, la morte di Dario Fo e Classius Clay, è stato assegnato il Nobel a Bob Dylan, ci sono state le Olimpiadi a Rio De Janeiro, il referendum di Matteo Renzi. In agosto il terremoto in Italia Centrale e a gennaio era stato ritrovato il corpo di Giulio Regeni.

Nel nostro mondo di Matite il tempo scorreva in due gruppi molto separati, c’erano persone che oggi non vediamo più, altre sono rimaste, come meravigliose colonne e testimoniano in presenza ricordi e racconti.

Leggiamo la “schiacciata con l’uva” di Mimma, il Buio di Stefania e la Mancanza di Rossella, scritti nel 2016.

Raccontiamo poi come ognuno di noi vede, in forma grafica la struttura dell’anno solare.

Scopriamo che l’anno si vede come succedersi di stagioni e di colori, qualcuno lo scandisce con i compleanni o le feste tradizionali, o il ritorno di chi conta davvero. Qualcuno conta l’anno a partire da dopo l’estate, o da Natale, o dal proprio compleanno.

Stefania lo ipotizza come un lungo scontrino: le spese fatte testimoniano “che si è fatto fronte a quello che ci è capitato”.

Laura come un treno con vagoni di scatole da riempire di cose.

Mimma come una grande foglia di vite, bella, generosa, che nel tempo cambia colore e poi cade a terra

MariaLaura lo vede come uno gnomo che avanza con un sacco sulle spalle, ogni 24 ore, allo scoccare della mezzanotte, prende qualcosa dal sacco e lo lancia dietro le spalle.

Altre immagini sono circolari e puntano sulla ciclicità degli eventi.

Per Rossella è una scala senza ringhiera a forma elicoidale.

Per Carla l’anno è un orologio che procede in senso antiorario e inizia il viaggio alle 16,30, cioè a settembre, dopo la “seconda vita parallela” di lei, al mare.

Si riflette poi sulla scelta di un anno speciale. Ognuno il proprio.

Riempirsi le mani di forme: Patrizia

Gli oggetti e le mani – di Patrizia Fusi

Il barattolo tondo con un cuore di legno legato con lo spago contiene del pourpuri colorato e morbido e una candela grigia a forma di pigna, è un regalo di una mia cara amica ricevuto anni fa. Nel buio della stanza, accarezzandolo, ho ho avuto una dolce sensazione di calore, mi si sono riempite le mani e il cuore, come l’amicizia può fare.

La conchiglia ricordo di giorni lontani, ha degli aculei appuntiti, ha i bordi frastagliati, sul dorso ha delle creste, è di colore avana con delle striature marroni, chissà da quale mare proviene. Toccandola è piacevole, sento la parte interna liscia e fresca e ho avuto la voglia di avvicinarla all’ orecchio, ho sentito un leggero fruscio, voglio fantasticare che sia la risacca di un mare lontano.

Un’antica lampada a petrolio, donata da una zia a suo nipote, non so se ancora funzionante, ho anche il vetro di ricambio, mi piace l’eleganza dell’oggetto, la forma rotonda della base di vetro bianco, l’attacco di lamina di bronzo lavorato, con la rotella per dosare il carburante, la parte superiore di vetro è agganciato alla base con una delicata corona.

Gli oggetti rotondi mi riempiono le mani, il fresco del vetro è piacevole, sento l’eleganza dell’oggetto, mi vengono alla mente le persone che l’hanno avuta prima di me, un pensiero caro. Mi fa riflettere che durano più gli oggetti che le nostre vite.

Dolcezza in geometria: Anna

TRE COSE – di Anna Meli

            Qui sul tavolo davanti a me c’è una palla di Natale, color avorio, lucida e liscia; un girotondo di gattini marroni saltano e si rincorrono sul disegno di due righi musicali rendendola allegra.

            Me la regalò mia figlia quasi bambina un lontano Natale quando ancora la famiglia si riuniva al completo di nonni, genitori, figli e anche qualche amico rimasto solo per una mangiata in allegria.

            Non amo vivere di rimpianti, ma accarezzo la palla come per riscaldarla e nello stesso tempo riscaldarmi e ricordo…

            Accanto alla palla, tre penne di istrice rigide e appuntite dalla superficie un po’ ruvida anch’esse color avorio intercalate da piccole strisce trasversali nero-marrone, mi ricordano le frequenti passeggiate nei boschi con mio marito: lui alla ricerca di asparagi selvatici, io attratta da ciocchette di querce e di bacche.

            Mi ricordo che giunti a’’Vernalese’’ si prendeva un sentiero che portava fino all’Incontro, ed era molto bello anche se faticoso: sembrava il bosco di una favola.   

            Lungo quel tragitto era frequente trovare penne di istrice e ci piaceva raccoglierle e portare a casa. Mia madre ancora abbastanza giovane le usava nei suoi ricami per fare le roselline bucate.

            Vicino alle penne di istrice c’è una sottile foglia di querce. E’ un segnalibro in argento dalla fattura molto delicata con linee di venature molto sottili come graffi disegnate all’interno. E’ un dono di una giovanissima collega. Arrivò nell’ufficio in cui lavoravo in punta dei piedi, timida e gentile.

            Non so perché trovò in me come una mamma e spesso mi diceva che le davo sicurezza. Dopo un po’ di tempo fu trasferita in un altra città e fu in quell’occasione che mi regalò il segnalibro foglia con un biglietto molto caro.                                        

            Dopo molti anni incontrando per caso una sua parente seppi che se ne era volata via colpita da SLA e ho pianto pensando a lei e ai due bimbi che aveva lasciato. Non riesco a dire morta perché sento che qualcosa di lei è rimasto in questa foglia sottile che mi trasmette dolcezza.

Ma questa è un’altra storia: Stefania

Fiffo, la madre gallo – di Stefania Bonanni

I suoi ricordi cominciavano con l’ingresso in una strana comunità, e la sensazione di essere solo, orfano, diverso, e piccino. Presto però si rese conto che aveva trovato una quindicina di mamme affettuose. Una quindicina di calde, grasse, galline che si prendevano cura di lui e lo riempivano di coccole. Lo tenevano sotto le grandi, accoglienti ali, stretto alle cosce grassocce e coperte di piume piccole e morbide, fatte per scaldare, come un nido. E facevano a gara a portare per lui il becchime più tenero, il granturco più  maturo e dolce,  i vermi più rosa. I vermi erano una vera delizia,  Fiffo li mangiava a fine pasto, come un dessert, un premio. Con un trattamento simile fu facile crescere. E fu il momento nel quale cambiarono le cose. Le prime a esplodere furono le penne sulla coda. Dritte come spade, colorate e lucide come decorazioni di Natale. Poi spunto’ una strana peluria tra il becco ed il naso, ma quello che suscitò la diversa attenzione delle galline furono degli sfacciati pendenti rossi, sotto la gola, e naturalmente la cresta. Una cresta provocante, un’incoronazione inattesa. Ora si che era davvero diverso. L’unico Gallo del pollaio, e una strana inquietudine, quella di non sapere cos’altro sarebbe successo. La gallina vecchia lo prese da una parte e gli sussurro’: “E’ l’adolescenza, mio caro….gran brutto momento. .” “Abbi pazienza, piano piano troverai la tua strada.”

Lo turbava lo scodinzolio delle galline. Avevano sempre zampettato con quell’andatura che le faceva dimenare il sedere, ma ora erano proprio sfacciate e l’atteggiamento metteva in imbarazzo il galletto.  L’avevano coccolato, stretto e scaldato come mamme, ed ora? Poi la natura fece il suo corso e capì. ..capì qual era il suo compito. Dalla mattina alla  sera. E pensò a tutti quelli “che vanno a letto con le galline”, come se fosse buona abitudine. È vita dura, durissima. In più,  le galline invecchiano…E faranno buon brodo,  ma per il resto…Perlomeno loro fanno queste calde uova, le covano, le amano, le vedono schiudersi, le proteggono, vivono per loro…Questa fu la voglia che cominciò a coltivare: voleva avere un uovo suo, da cullare e guardare fisso, fino al momento nel quale si sarebbe chiuso. Provò a rubare un uovo, fu scoperto a covare e preso molto in giro. Fu allora che vide abbandonato quello che fu sicuro fosse un uovo bianco e perfetto. E lo covo’, lo covo’, con ostinazione e speranza. Pregò anche, il Dio dei polli, ma passarono i mesi e l’uovo non si schiuse. Allora e per sempre, l’amò così: uovo che non si schiuse.

Poi sentì una conversazione: era tempo di tagliare organi che al galletto non servivano più,  era la stagione che va verso il Natale. Fiffo pensò che finalmente sarebbe diventato gallina. Non fu così :cominciò ad ingrassare, di nuovo diventava un pollo diverso…

Morì per le feste. Ci fu chi festeggio’.

Gallina vecchia:

” il fabbro costruì una statua di Fiffo in ferro e la dipinse di bei colori vivaci, che gli rendevano giustizia. Fu messa nell’aia e chi la guardi bene si accorgerà dell’uovo di sasso che nasconde tra le zampe. Per sempre.”

Rotondo come un maglioncino arrotolato: Carla

Maglioncino ripiegato alla giapponese – di Carla Faggi

Il maglioncino ricurvo su se stesso, si arrotola come una spirale, si avvolge abbracciandosi da solo- come dicesse a se stesso: mi voglio bene.

Sistemato vicino ad altri maglioncini tutti arrotolati, tutti soddisfatti di mostrarsi.

In fila in una griglia grande, nessuno nasconde l’altro, nessuno sopra l’altro ma uno accanto all’altro, tutti ben visibili, tutti con il loro spazio.

Come noi ora qui nel nostro spazio matitoso.

Belle le matite! Bella la Cecilia!

La punta dei ferri da calza: Simone

CALDO LANA – di Simone Bellini

Magico lo sferruzzare su quei fili di calda lana per comporre un’armonia di nodi. Gesti ritmici, ripetitivi, mani danzanti intorno ai ferri che scorrevano veloci nell’attenta concentrazione assorta nel contare il giusto numero delle maglie, dando vita ad un bellissimo golf a chicco di riso doppio.

Erano i primi anni di matrimonio dove l’amore confluiva in tutte le piccole cose.

Ore e ore per creare un caldo capolavoro. Ora che era finito non rimaneva che provarlo.

Ma tutto l’orgoglio svanì nel constatare che il girovita non tornava bene.

Era un bel golf, se non fosse per quella imperfezione che vanificava la straordinaria lavorazione.

La delusione le si leggeva sul viso.

Per me è stato ( e lo è ancora ) il golf preferito per scaldarmi quando in casa è più freddo che fuori. Adesso, dopo quaranta anni, è un po’ sfilacciato, consunto, bruciacchiato su di una manica, ma non lo cambierei mai, ci sono troppo affezionato !