Incontro del 26 gennaio 2023 alla Carrozza 10

Ospitiamo le parole di Roberto Mannini e il suo cammino verso Santiago

In collaborazione con l’Associazione Passo dopo Passo

La Matita per Scrivere il Cielo ospita il racconto di un percorso, fisico e morale, attraverso la Toscana e fino in Spagna, a Santiago de Campostela con le parole di Roberto Mannini, pellegrino scrittore che ha raccolto sensazioni e incontri  perché non fossero dimenticati.

…”in città ognuno si sente minacciato dall’alienazione e dalla barbarie, ci si barrica, si diffida del prossimo, per contro lungo la strada, dove si lascia alle spalle pregiudizi, paure, formalismi e inibizioni, ognuno può trovare persone nelle quali rispecchiarsi e con le quali stringere alleanza” (Enrico Brizzi, Il sogno del Drago) tratto dall’introduzione di:

Storia di Tina: il furgoncino

Pietro e Paola – di Tina Conti

Photo by Joice Rivas on Pexels.com

Prima di decidere sul cosa fare, penso’  a come  trovare elementi  per decidere.

Non si buttava mai nelle situazioni, voleva avere in mano una carta da giocare.

Con il cappello calcato  fino alle orecchie e i grandi occhiali neri , si accostò al ragazzo che vendeva caldarroste, dietro il carretto avrebbe potuto controllare meglio la situazione. Vide Paola con le due borse  della spesa cariche fino all’inverosimile avvicinarsi ad un grosso furgoncino.

Era attrezzato come un camper, si intravedeva un piano cottura, tavolo, sedie.

Attaccato ai vetri dei finestrini, simboli di città e figure di animali.

Doveva aver percorso  molti luoghi a giudicare dal collage che si era formato sui vetri. Sopra uno sportello una scritta più grande: GIOCOLIERI GIROVAGHI :::::

Non ci poteva credere, era in un gruppo di artisti di strada!

Quando la frequentava non gli era apparsa una che si mostra volentieri, sempre molto misurata e raffinata, a volte anche snob.

Vide del movimento dentro il pulmino, dei piedi e gambette che si muovevano

Si rizzarono sul lettino due ragazzetti di nove dieci anni, capelli rossi, corpi snelli . Quando Paola si avvicinò alla portiera, si senti’ anche un uggiolare e guaire di un cane. I bambini trattennero quel fagottino peloso  che scodinzolava per far entrare Paola nel furgoncino. Lo trattennero per il collare.

 Quando le borse furono appoggiate, i monelli si misero a rovistare e con i barattoli dello yogurt, accovacciati sul materasso cominciarono a mangiare.

Paola, arruffata e stanca prima di pensare alla spesa, frugando in un armadietto mise un pentolino sul fornello, teiera o caffettiera non si capiva bene.

Si slaccio’ il foulard che portava al collo e guardandosi allo specchio, cominciò a massaggiarsi il collo: una sbarra le era sfuggita durante un allenamento e fortunatamente aveva colpito di striscio il collo e la spalla.

Si spalmo’ una pomata e comincio’ a massaggiare  tenendo nell’altra parte la tazza . I bambini fecero leccar al cane i barattoli vuoti della merenda.

Non avrebbe fatto niente per salutarla, i loro mondi sembravano lontani, mentre si incamminava verso un negozio di verdure, aprì lo sportello del furgone un uomo alto e dal fisico atletico, vestito con abiti colorati e ampi, portava i capelli lunghi legati dietro e un curioso gilet ricamato. Entrò, appoggiò il suo zaino su una panca, si avvicinò a Paola, le guardò il collo e le diede un lungo bacio sulla guancia.

Quando il furgone partì, avvertì un po’ di tristezza, tanti ricordi gli passarono per la testa, ma poi di corsa si avviò verso casa con le sue verdure perché il minestrone per la cena degli amici lo aspettava.

Storia di Daniele: sacchetto a sorpresa

Incontro – di Daniele Violi

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Pietro la vide dentro il supermercato.

Era uscito di casa con solo il portafoglio. Desiderava poter scambiare, vista l’occasione, qualche parola qualche momento di ricordo, donare un sorriso, sarebbe per lui stato emozionante sentire la sua voce. Voleva uscire allo scoperto e allontanando il timore di trovarsi poi di fronte a lei con fare impacciato, si decise a riprendere il carrello e chissà perché, si rifugiò nel settore cancelleria, di fronte a pacchi di risme, pennarelli, matite, buste, cartelline. Si tolse la cravatta, sentiva e provava molto piacere in questa situazione particolare. Quel volto, il volto di Paola, lo aveva sempre accompagnato perché lì trovava dolcezza, calore, affetto, ed era stato sempre impressionato dalla sua intelligenza e coerenza. Certo, doveva trovare una via d’uscita a questo blocco misto di sorprese e d’incertezza ad affrontare una vecchia amicizia. Decise di prendere una busta rossa dallo scaffale. Cercò un vecchio scontrino; decise di scrivere sulla busta: “Leggi un pensiero che ti dona un sorriso”. Dietro lo scontrino che mise dentro la busta scrisse: un ricordo ti lascio e un abbraccio. A presto, con questo numero di cellulare……….

Si mise nella fila dove lei era cassiera, si abbassò un cappello di lana e con fare discreto, mentre le passava i soldi, le lasciò la busta sfiorando gli sguardi e uscì dal Supermercato.

Storia di Rossella B.: la parola-gancio

Esitazione – di Rossella Bonechi

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I casi erano due: o lei era così lontana che avrebbe colto nel suo sguardo il dubbio o il fastidio che questo importuno le procurava o lui le era ancora familiare da farle spuntare un sorriso di piacevole sorpresa.

Nella prima ipotesi si sarebbe tenuto a debita distanza, magari porgendole la mano cordialmente e trovando una parola dei tempi andati che potesse fare da gancio; nel secondo caso le mani gliele avrebbe prese entrambe, stringendole, a dimostrarle la sua solidarietà a prescindere.

Questi pensieri attraversarono la mente di Pietro nel breve tratto dallo scaffale alla cassa: appena un paio di metri percorsi con un po’ di batticuore.

Non c’era nessuno dietro di lei, per cui si accodò con il suo cestino rimasto vuoto e mollandolo a terra passò davanti alla cassiera come se fosse trasparente ed esordì con un banale: “Paola, vuoi una mano con le borse?”

Il tempo della risposta gli sembrò non passare mai ma lei lo sorprese alzando la testa, guardandolo direttamente negli occhi e dicendogli con un sorriso solo di labbra: “Grazie Pietro, oggi ho proprio bisogno di una mano! Ti dò la più pesante, va bene? Ho la macchina al parcheggio”.

Pietro, rimasto spiazzato e quasi imbarazzato, le si avvicinò per prendere il sacchetto con detersivi e bottiglie e notò che ora il sorriso di Paola dalle labbra era riuscito ad arrivare agli occhi e questo bastò per farlo di nuovo sentire a casa.

Avviandosi verso l’auto i discorsi si fecero più normali e scontati: “come ti va”, “cosa fai ora”, “ma quanto tempo è passato”, “allora abiti ancora in zona” e così banalizzando.

Ma ci sarebbe stato tempo, poco o molto non è dato sapere, l’importante è essere uscito dal nascondiglio – scaffale, il resto era tutto da scoprire.

Storia di Patrizia: sempre un bell’uomo

Paola e Pietro – di Patrizia Fusi

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Pietro si mise dietro di lei alla cassa, salutò Paola, il cuore gli batteva a mille nel rivederla dopo tanto tempo, le chiese di fermarsi all’uscita del supermercato.

Paola fu felice nel vederlo era stato una parte della sua vita molto importante, Pietro non era cambiato, aveva solo delle piccole rughe agli occhi era un bell’uomo anzi gli anni trascorsi l’ho avevano reso più affascinante.

Lei oggi si sentiva uno straccio, per colpa del vistoso livido che aveva intorno al collo che le produceva dolore, se l’era procurato cadendo da una impalcatura sul luogo di lavoro.

La cintura di sicurezza era stata agganciata male, scivolando dalla spalla si era fermata al collo, quasi rimaneva impiccata se non ci fosse stato un suo collega a tirarla velocemente su sull’impalcatura.

Paola era l’architetto addetta alla sicurezza del cantiere, era molto scrupolosa sul lavoro, effettuava sempre di persona i controlli dei lavori nei cantieri.

Questa volta per causa di una impalcatura posizionata male era toccato a lei correre un serio pericolo.

Decisero di fermarsi al bar per raccontarsi il tempo passato.

Pietro le disse che aveva saputo del suo divorzio dal bastardo.

 Gli fece una raffica di domande, se si era laureata, se aveva figli, dove abitava, se quel vistoso livido al collo fosse un forte abbraccio di un bastardo, Paola ridendo domandò se era un poliziotto.

Pietro ammise che averla incontrata dopo tanto tempo gli aveva procurato una forte emozione e tanti ricordi.

Paola gli raccontò che dopo il divorzio si era buttata a capofitto negli studi e si era laureata con centodieci e lode, che aveva fatto praticantato in un famoso studio di architetti, dove lavorava attualmente.

Pietro era curioso di sapere la vita sentimentale di lei, Paola gli raccontò di avere avuto diverse relazioni una più importante e duratura delle altre ma dopo l’esperienza del tradimento del bastardo non riusciva a rimanere troppo a lungo in un rapporto, si sentiva soffocare, Paola sorridendo gli confidò che forse non erano le persone giuste.

Lei chiese di Pietro.

Dopo la briscola che ho preso con te, quando mi hai preferito al bastardo mi ci è voluto del tempo per riprendermi, anche io mi sono laureato anche con delle difficoltà, attualmente lavoro per una società petrolifera, ho lavorato su diverse piattaforme petrolifere nel Medioriente, ora lavoro presso gli uffici della società presenti in città.

In una di queste trasferte ho ritrovato l’amore con una ragazza egiziana viviamo insieme e abbiamo due figli, Sofia e Marco, avrei piacere di farti conoscere la mia famiglia.

E’ facile promettere di rivedersi al completo. Tutti e due lo fanno, forse anche convinti.

Paola guarda Pietro allontanarsi, sente una leggera fitta allo stomaco di nostalgia. Come sarebbe stata la sua vita se non si fosse innamorata del bastardo?

Si alza decisa, pensa che la vita può regalarle altre opportunità, spera di non avere paura ad accoglierle.

La storia di Carmela: ritrovarsi

Ritrovarsi – di Carmela De Pilla

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I casi erano due, o nascondersi dentro il suo ingombrante giubbotto e sgattaiolare verso l’uscita o affrontarla, aveva deciso di aspettarla fuori dal supermercato, non voleva scappare un’altra volta!

E poi quell’ematoma sul collo lo aveva preoccupato, doveva sapere…non poteva lasciarla nelle mani luride di quel vigliacco, ora che l’aveva ritrovata non era giusto abbandonarla di nuovo!

Lasciò il carrello che se ne stava impettito in fila e s’intrufolò tra la gente dell’ultima cassa, con il viso quasi del tutto coperto dal cappello uscì e tirò fuori dalla tasca il foglio con l’elenco della spesa facendo finta che stesse per entrare.

Quando la vide si affrettò verso di lei – Posso aiutarla signora?- e fece il gesto di prenderle le pesanti buste – No, grazie… ho la macchina proprio qui vicino – e mentre accennava al parcheggio i loro occhi s’incontrarono.

Paola rimase interdetta per un attimo, non era certa che fosse lui e non voleva fare figuracce poi in una frazione di secondi accostò la voce al naso, inconfondibile che lo rendeva unico e con un fil di voce disse – Pietro, ma…sei proprio tu?- al suo cenno Paola appoggiò le buste e si abbracciarono come ai vecchi tempi.

  • Ti devo ancora un caffè ricordi? Quando ti dissi che mi trasferivo a Roma per lavoro sei andato via infuriato e da allora non ti sei fatto più vivo…io sono qui per pochi giorni, sai mia madre non sta molto bene e voglio starle vicino, ma ora vieni, andiamo a prendere il caffè così mi racconti tutto.

“Allora non ha rancore verso di me!” pensò alleggerito dal peso del suo antico gesto, da allora non si era fatto più vivo, era rimasto arrabbiato per troppo tempo – Ha preferito il lavoro a me!- si diceva e non l’aveva più cercata, qualche informazione sulla sua vita l’aveva ricevuta da sua madre che era amica di famiglia.

Si sedettero al tavolino desiderosi di scambiarsi mille domande, ma Pietro andò subito al dunque – È ritornato vero? Ti ha picchiata! L’ematoma ne è la prova…dimmi dov’è che gli spacco la faccia!

-Ma cosa dici Pietro? Ah…ti riferisci al livido sul collo! No, è che qualche giorno fa abbiamo avuto una colluttazione con uno spacciatore che mi ha scaraventata per terra e ho battuto sullo scalino di una casa, sono anni che non ci vediamo e non puoi sapere che faccio la poliziotta, purtroppo queste cose sono all’ordine del giorno. Pensavi fosse stato Andrea? L’errore più grosso della mia vita! Per fortuna poi ho incontrato Franco, ora ho due figli adorabili, la mia vita è un po’ burrascosa per via del lavoro, ma per il resto va tutto bene, ma raccontami di te…

Storia di Cecilia: biondina inaspettata

La solita bionda – di Cecilia Trinci

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I casi erano due: o smetteva di farsi domande inutili e affrontava la situazione, oppure lasciava perdere, girava i tacchi, usciva dal supermercato e  riprovava l’indomani a riempire il frigo che era rimasto vuoto.

L’unica cosa che lo tratteneva era il dubbio che fosse proprio lei e non la sorellina, ormai cresciuta di sicuro, che aveva i suoi stessi occhi di quel color temporale d’estate e quei capelli chiari da tedesca in vacanza. La guardò intensamente mentre si avvicinava alla cassa. Aveva comprato le cose che comprava sempre: cioccolata fondente, pasta, tonno, salsa di pomodoro. Doveva vivere ancora da sola….nonostante gli anni passati. E chi poteva resistere con lei? All’inizio bacini bacini, carezzine carezzine….poi veniva fuori il suo carattere da leonessa! Chissà se Pietro aveva pure un po’ paura ad affrontarla, così, senza preavviso.

Tutti e due pagarono la spesa a due casse diverse e in contemporanea. Così la seguì fino all’ascensore. Entrarono insieme, lui il cappello calato sugli occhi: voleva parlarle prima di essere riconosciuto. Ma lei di sicuro non lo aveva neppure notato.  Pietro schiacciò il pulsante del parcheggio n.2 e mise in tasca la mano. Lei si toccò i capelli mentre scuoteva la testa, sempre in quel suo modo ingenuo e sexy nello stesso tempo. Sì era proprio Paola, piccole rughe intorno agli occhi tradivano la quarantina. La seguì fino alla macchina, convinto di essere invisibile, ma appena lei aprì la portiera lui si decise: “Mi devi metà del malloppo, te lo ricordi? Non ho fatto dieci anni di galera per niente. Dove lo tieni?” estrasse un coltello dalla tasca sinistra e glielo puntò nel fianco, premendo. Lei avvertì la punta che stava per attraversare l’imbottitura del piumino blu. Fu un attimo, si girò di scatto, gli appioppò un calcio in piena faccia e subito dopo un altro in un punto molto più sensibile, salì in macchina mentre lui si accasciava e fece retromarcia. …..

Nel garage non c’era nessuno, era buio e nessuno vide il suv nero arrampicarsi per lo scivolo del parcheggio. Il corpo lo trovarono  dopo: in fondo era solo  un ex detenuto che forse si era trovato coinvolto  in un regolamento di conti inaspettato.

Storia di Carla: indecisione fatale

Un giorno indeciso – di Carla Faggi

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«Aspetto che se ne vada», pensò, «e poi pago la spesa e me ne ritorno alla mia vita, in fondo ho fatto a meno di lei dieci anni, posso benissimo continuare così.

«Oppure potrei salutarla chiedendole appena come sta, dire che io sto bene e poi andarmene!»

Non gli passò minimamente l’idea che poteva invece avvicinarla e ritrovare l’intesa di un tempo, raccontarsi la propria vita chiacchierando un po’.

Chiuse gli occhi e quando gli riaprì non la vide più. Sollevato dal non aver deciso perché era stata lei ad essersene andata, si avvicinò alla cassa, pagò ed usci.

«Pietroooo! Ma sei proprio tu?», quasi gridò Paola sistemandosi il foulard alla meglio e peggio nascondendo così un possibile argomento non piacevole di conversazione.

«Ma che ci fai da queste parti? Che bello vederti! Dai sediamoci su quella panchina che ho proprio voglia di chiacchierare con te…»

«Ci…ao Paola…ecco io veramente…si,si sto bene…anche te , si vede…all’Università? E si…bei tempi…no, no io sono single…cooosa dici? Eri innamorata di me…ma…ma e lui, lui…per ingelosirmi? Ma io…io…»

Pietro avrebbe quasi pianto ma non poteva per dignità.

Non voleva altro dalla sua vita che Paola, la voleva allora che era bionda e carina, la voleva durante questi dieci anni quando la pensava con l’altro e poi forse con altri, la vorrebbe ora anche se era così cambiata, ma…non era capace di dirglielo. La guardò, le disse: «…mi dispiace…» e se ne andò.

Pensò che i casi erano due, o era un imbecille o era un codardo imbecille! Non scelse cosa poteva essere, in fondo non sceglieva mai. Continuò per la sua strada e salì su un autobus qualunque, il primo che passava.

La storia di Simone: sorpresa alla cassa

SPESA A SORPRESA – di Simone Bellini

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I casi erano due: aspettare che uscisse dal supermercato e perderla per sempre un’altra volta o farsi avanti per ritrovarsi piacevolmente stupiti dopo tanto tempo. Magari sarebbero rimasti a parlare dei loro migliori anni insieme, di come la vita li avesse cambiati, se erano felici o delusi, maltrattati ( come faceva presupporre quell’ematoma sul collo ) oppure entusiasti di quell’incontro.

Ma se voleva salutarla doveva decidersi subito, le rimanevano pochi articoli nel carrello.

Approfittò di una pausa indecisa della cassiera che si era soffermata a leggere una scritta sulla busta di carta del pane con un’espressione terrorizzata.

– Paola – gridò andandogli incontro con il cuore che batteva a mille per l’emozione.

– Zitto!!- gridò lei dopo un primo momento di imbarazzata sorpresa- Fermati !!!-

– Paola sono Pietro non mi riconosci ?-

– Zitto ho detto ! –

– Ma Paola ?…. Paola Neri !?! –

In quel momento dalla busta della spesa partì un colpo di pistola.

 Un dolore lancinante alla spalla lo fece svenire.

-Ti avevo detto di stare zitto ! – Si scusò lei.

“PUM” un altro sparo riecheggiò nel supermercato, questa volta era la pistola della guardia giurata accorso in difesa della cassiera.

Il colpo la centrò in pieno facendola accasciare in terra fra le urla dei presenti in un fuggi fuggi generale.

Seguirono ambulanze, polizia,ispettori.

– Commissario, guardi questa busta del pane. – disse l’appuntato porgendogli la busta di carta sul quale c’era scritto “ questa è una rapina, ho una pistola nella borsa della spesa, resta tranquilla e dammi l’incasso della giornata come se fosse il resto, nessuno se ne deve accorgere.”

Storia di Stefania: scappare via

La fuga – di Stefania Bonanni

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I casi erano due: avvicinarsi, salutare, dire le solite ovvietà richieste dal caso:  “ma sei Paola, ma come si fa  a essere sempre la solita? giuro sei proprio come ti ricordavo seduta in aula magna a prendere appunti….” poi le avrei stretto la mano con partecipazione  cercando di avvicinarmi  il più possibile e inevitabilmente avrei visto le piccole rughe intorno alle labbra e quello stringere gli occhi dall’emozione che li facevano sembrare  piccoli, più piccoli di un tempo, e forse neanche più tanto verdi e forse neanche blu: i colori erano affogati in un marroncino con qualche riflesso, nulla di più. Le avrei visto le pieghe del collo che accusavano la forza di gravità come tutta la carne, avrei chiesto se era sposata e non mi interessava per nulla, avrei chiesto se aveva dei figli e questo mi mi sarebbe servito per parlare dei miei, avrei domandato del lavoro ma la scontata risposta “sono in pensione” (che è la cosa che anche io rispondo a medesima domanda) detta in un supermercato pieno di gente di corsa, aspettata a casa da figli piccoli, in quella pausa pranzo per fare la spesa mi sarebbe sembrata proprio intollerabile, a metà strada tra il sentirsi inutili e l’essere parassiti, a godere di privilegi a carico di qualcuno. Se l’avessi salutata avremmo parlato del nostro compagno di corso, morto giovane in un incidente di “come è strana la vita proprio lui così bello e pieno di donne”, poi si sarebbe parlato del tempo che “non è più quello dei nostri tempi”… e qui ci sarebbe stato bene un punto esclamativo! Come si fa a ricordare com’era il tempo? e poi si sarebbe passati agli acciacchi e arrivati al reflusso gastrico avrei guardato l’orologio e fingendo sorpresa avrei chiesto  scusa. Dicendo una bugia avrei detto di sperare di incontrarla ancora e mi sarei allontanato di corsa, senza fare la spesa… E questa era la prima ipotesi: andarsene di corsa

La storia di Rossella G.: sorriso amarognolo

I CASI ERANO DUE… – di Rossella Gallori

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O inciampo nel suo carrello, sbadatamente, sperando che lei mi riconosca, le porterò il mio pacco di pasta, facendole credere sia il suo…incrocerò il suo sguardo, strabuzzeró  gli occhi, aspetterò contando fino a sette, massimo otto : uno, due, tre…sette…otto.

Farò i complimenti ai bambinucci, che visti più da vicino, tanto bellini non mi sembrano; non hanno i suoi occhi, i suoi colori, quell’onda di mare che mi bagnava l’ anima, ogni volta che la vedevo entrare nell’ aula di scienze.

Avevo ceduto il passo ad un vigliacco, uno che l’ aveva rimpallata di chiacchiere, la colpa era stata anche mia, pensò, nascosto dallo scaffale. Notò anche il  livido sul collo, solo lui poteva aver messo le sue mani maligne, su un cigno così delicato…….

TROPPE SCENE, TROPPI FILM, PENSO AD UN PIANO “B”

Salgo sul banco della macelleria, grido: PAOLAAAAAA…sono PIETROOOOO, lancerò in aria, a mo’ di coriandoli, le pennette corte, rigate Barilla, in offerta, semiscadute…

Cazzo, dovrà pure sentire, cercherò di distrarre i mostrini (brutti come lui) con chicche supergolose; la stringerò tra le braccia, bacerò il suo livido sul collo, ricordandole le nostre lezioni di violino, quando anche io avevo un livido sul collo a sinistra, lei il suo a destra… una magnifica violinista mancina: Paola… un po’ invecchiata ora, come me d’ altronde, un Pietro d’epoca, senza valori, non avevo concluso niente, né studi, né amori.

Riguardò il foulard stropicciato, intorno al collo ancora delicato se pur segnato, dava l’idea di una vita modesta, senza fronzoli tra figli, casa, lavoro…

Forse  l’ aveva amata, forse voluta, più per vantarsene, con l’ amico stronzo…..ma ora, tutto sbiadito…

Ripose il pacco di pasta, per sceglierne un’altra, all’uovo… avviandosi frettolosamente verso  la cassa….dove in modo brusco la commessa offrì la soluzione “ C “

ALLORA CI SI MOVEEEEE, SI CHIUDEEEEE❣❣❣❣❣

La storia di Sandra: potenza del ricordo

Ricordi e speranze – di Sandra Conticini

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Poteva pagare la spesa ed uscire senza farsi vedere, nascondendosi dietro ad altre persone, ma questa soluzione era da vigliacco, e lui non lo era.

Le tornarono i ricordi dell’università. Paola era molto bella, con quegli occhi di vetro trasparente, capelli  biondi lunghi boccoli castani e quel suo modo di parlare signorile che lo faceva sognare. Era ancora innamorato di lei. Eppure volle sposare quella brutta persona sempre a giocare e bere con gli  amici, con modi esagerati,  un venditore di fumo … In quel momento decise: uscì allo scoperto.

Abbandonò il  carrello della spesa ed iniziò a cercare Paola. La vide che stava scendendo in garage. Si avvicinò con indifferenza a lei , si guardarono e, molto stupita, lo riguardò diverse volte, poi le buttò la braccia al collo urlando: – Pietro ma sei proprio tu, non ci posso credere!!! Quanto tempo è che non ci vediamo. Sei sempre affascinante come ai tempi dell’università. Andiamo a prendere un caffè e facciamo due chiacchiere.

Davanti ad un the e due pasticcini lui non riconobbe la bella Paola che ricordava. Gli occhi erano tristi e stanchi, qualche ruga sul bel viso dalla pelle di pesca, le labbra senza un filo di rossetto e quello che lo angosciava maggiormente era quel grosso livido,  coperto da un foulard sgualcito, che si intravedeva sul collo.

Si ricordarono i bei tempi della gioventù. La sua vita non era stata bella, quell’uomo era la sua droga e non riusciva a mollarlo… aveva paura, la ricercava sempre.

Mentre parlavano si avvicinò un uomo alto, con una bella pancia capelli e barba brizzolata che rivolgendosi a Paola con tono scocciato e rabbioso le disse: -Ecco dove ti eri  nascosta, andiamo a casa.

Lei si alzò di scatto, salutando Pietro mortificato e deluso, ed andò via quasi correndo.

Pietro rimase un altro po’ a sedere a rimuginare, poi pensò che fortunatamente avevano avuto il tempo per scambiarsi i numeri di telefono.

La storia di Lucia: un corpo per sempre

Per sempre Paola – di Lucia Bettoni

foto di Lucia Bettoni

Non fu facile prendere una decisione
Pietro guardava Paola e in un attimo la sua mente ripercorse i giorni, le stagioni passate con lei
Incantato davanti al suo passato senti’ il suono dei loro sorrisi e i giochi con i piedi nell’acqua in quell’angolo meraviglioso di una spiaggia Corsa
Il mare era agitato e le onde si infrangevano potenti sugli scogli, mille spruzzi riempivano l’aria
Pietro e Paola potevano respirare il mare. Intorno a loro nessuno.
Erano nudi perché la natura era così grande che il costume era fuori luogo
Ricordò la pelle di lei, ricordò l’odore della sua pelle e i riflessi dell’ultimo sole sui suoi capelli
Come era dolce il ricordo, come era vivo, come era vita!
Sentiva sulla punta delle dita delle sue mani il disegno che fece sul suo corpo
Un corpo normale di donna, in quel momento il corpo più bello per lui
Era l’incontro con l’amore per un attimo e per sempre
Paola era lì davanti ai suoi occhi con un’altra vita, con un’altra età, con nuovi orizzonti e nuove speranze
Paola aveva un figlio
La sua strada era un’altra, una lunga, faticosa e meravigliosa strada l’aspettava
Pietro sorrise
Non c’era bisogno di salutarla
Paola era dentro di lui per sempre

La storia di Nadia: il Vigliacco

Il Vigliacco – di Nadia Peruzzi

Photo by Inzmam Khan on Pexels.com

Quasi poteva toccarla. Poteva scorgere i segni dell’età su di lei. Non era stata benevola, pensò!

Un reticolo di rughe segnavano il suo viso. Le mani erano quelle classiche di una vecchia. Mani che avevano faticato e che dovevano essere pure ruvide. Le unghie, per nulla curate, avevano lo smalto rosso tutto consumato e erano proprio sciatte a vedersi. Poi c’era quel livido sul collo, che spuntava da quel fazzoletto dozzinale.
Una tenerezza mista a rabbia stava montando dentro di lui. Gli venne voglia di stringerla e carezzarla dopo essersi fatto riconoscere. Voleva placare così i dubbi che si erano affacciati alla sua mente e confortarla. Gli era sembrata fino dalla prima occhiata una donna ferita dalla vita, imprigionata in una condizione per nulla buona anche economicamente e forse di infelicità, senza via di uscita.
Pietro si guardò intorno prima di fare un passo avanti verso Paola. Vide un tipo che teneva gli occhi fissi su di lei e sembrava proprio che la stesse aspettando.Un tipo che gli mise ansia.
Così fece quello che aveva fatto tanto tempo prima.
Era uno che il coraggio di farsi avanti non lo trovava mai. Tanto meno con lei.
Era finita con un vigliacco che la maltrattava, lo aveva saputo dagli amici e forse il vigliacco era proprio quel tipo che sembrava la stesse aspettando.
Pietro neanche allora si era mosso, malgrado sapesse che non faceva per lei.
In fondo si era comportato da vigliacco lui stesso con lei, ne era sempre stato consapevole.
Almeno osare di provarci? Quante volte se lo era detto!
Invece nulla! Mai era riuscito a farle capire quanto tenesse a lei, quanto lo rendessero allegro le sue battute intelligenti, quanto la sua risata cristallina lo emozionasse nel profondo.
Aveva provato sentimenti forti in quel tempo, ma non aveva osato combattere per lei.
Dopo poco, gli avevano detto gli amici, era arrivato quel tipo, lo sbruffone smargiasso, uno dagli occhi torvi e cattivi ma con quel che di bello e dannato che l’aveva affascinata alla prima occhiata.
Si era fatto avanti e in un attimo Paola era sua!
Lui invece si era rintanato nei suoi “osare o non osare” da Amleto di quart’ordine e se l’era fatta scappare.
Con quel pacco di pasta e quel cartone di latte in mano tornò a sentirsi un vigliacco. Brutta sensazione davvero. Certo lui non avrebbe mai osato trattarla con violenza, ammesso che quel livido fosse stato causato dal vigliaccone smargiasso.
Per sentire meno il peso della sua vigliaccheria si stava facendo il solito film degli indecisi fra l’essere e il non essere.
Battere in ritirata era l’unica cosa che sapeva fare davvero bene. Era uno di quelli che mai aveva osato fare passi avanti per cambiare l’ordine delle cose. Nemmeno ci pensava proprio.
Quindi ,anche quella volta preferì la via più semplice. Far finta di nulla.
Che senso aveva, in fondo, dopo tutti quegli anni, riagganciare Paola, una storia da università, che nemmeno aveva avuto il coraggio di tentare di far nascere.
Arrivò con la pasta e il latte alla cassa. Dette un ultimo sguardo a Paola e alle ciocche scomposte e stoppose dei suoi capelli, ad una lei che in fondo non era nemmeno più lei ai suoi occhi.
Abbassò la testa, pagò e se ne andò senza voltarsi indietro.
Si sentì colpevole e anche un po’ una merda. Ma era fatto proprio così, lo sapeva da anni. 

Incontro d’inverno del 19 gennaio 2023 alla Carrozza 10

Uno stesso incipit per dodici storie

foto di Lucia Bettoni e Cecilia Trinci

“Non vedeva da tanto tempo Paola.

Era ancora come la ricordava: minuta, gentile, bionda con quegli occhi tra il verde e il blu. Non si vedevano dal tempo dell’Università. Lei si era sposata e poi divorziata quasi subito. Lui, Pietro, lo sapeva che quel vigliacco non faceva per lei, ma niente, Paola aveva insistito nel suo proposito. E ora eccola là, alla cassa del supermercato dove lui andava quasi tutti i giorni. Eppure era la prima volta che la vedeva. Perse il turno per pagare la spesa e tornò indietro “Scusi, ho dimenticato la pasta” e scappò via dietro lo scaffale del latte. Da lì Pietro guardava Paola che stava togliendo dal carrello lo yogurt  alla fragola con gli smarties. Ha dei bambini, pensò e, a distanza, lo sguardo avvolse lei completamente. Si vedeva che era stanca, le spalle un po’ curve, un foulard che non riusciva a coprire un grosso ematoma sul collo. Pensò al Vigliacco, che forse si era fatto vivo di nuovo….Non aveva coraggio di uscire allo scoperto, ma non poteva nascondersi tutto il giorno e allora si decise.

I casi erano due…….

(continua tu…)

Coriandoli e carta velina per Patrizia

Ricordi di carta – di Patrizia Fusi

Ricordo un brutto presepe con i personaggi di cartoncino: sapeva di miseria.

Invece erano allegre le bandierine di carta velina colorata attaccate a lunghe corde che venivano stese dagli uomini attraverso la strada. Formavano un tunnel colorato che ondeggiava gioioso al muoversi dell’aria. Le donne intanto appendevano, ognuna davanti all’uscio di casa propria, composizioni di piccole roselline di carta, create in tanti pomeriggi di lavoro, con lo scopo comune di abbellire il paese per quel giorno di festa. Ai bambini piaceva tutto questo movimento, tutto era una festa, gli addobbi rimanevano per tanti giorni dopo la ricorrenza.

 Carnevale: ho desiderio di coriandoli, capisco che non è il caso di chiedere. Mi procuro dei giornali vecchi, delle forbici e inizio a sminuzzarli: voglio anche io dei coriandoli. Torna il babbo da lavoro con un bella busta per noi bambini, contiene coriandoli e stelle filanti e nel vederli provo GIOIA PURA

Depliant artistico per Tina

La favola in Basilica – di Tina Conti

Mi sarebbe piaciuto comprendere quei segni che vedevo in quei nei grandi libri, sotto le immagini, sulle pareti, ma, per me, quella era una lingua sconosciuta. Potevo leggere il luogo, le sensazioni e le figure. Percepivo fascino, vita, storia, volti, il re insanguinato, il santo con gli occhi tristi e preoccupati, l’agnello paffuto girato all’indietro. Che senso di pace, di spiritualità e pacatezza sentivo. Parlavano quelle Mura, mi inondavano profumi e canti lontani. Finché ho raccolto da terra un cartoncino, toni del verde incorniciati di parole in una lingua che conoscevo, era una ricetta e  leggendola mi sono messa in tasca il foglietto, con l’idea di trascrivermi quelle parole sul  libro di cucina.

Era bello e invitante  quel biglietto, bordato di verde tenero, con una cornice leggera a riquadro delle parole, insomma, invitante.

Mentre riflettevo  e mi avvicinavo all’uscita, da dietro una colonna, ho visto una luce che guizzava e saltellava.

Un folletto azzurro scorrazzava e sgambettava colpito dalla luce giallognola della  finestra a bifora. Ad un tratto, saltò sopra un grande e dorato leggio  e cominciò a leggere con una voce stridula e metallica  parole lunghe  e corte ma a me ostiche. Dal grande libro uscivano bagliori dorati, rossi ,verdi, arancio e tutti i toni del violetto. Le parole e i suoni  riempirono la Basilica e cominciarono a danzare  fra le colonne, si scontravano, si abbracciavano  e si aggrovigliavano, non riuscivo a capacitarmi e neppure  a comprendere quelle frasi melodiose. Ad un tratto  diventò tutto buio e silenzioso.

Da dietro una piccola porticina, come portato dal vento, un drappo bianco e svolazzante uscì con una scritta… dove potevo leggere ora la parola:    FINE

Un giovedì, di pomeriggio, in un vagone con Cecilia

Le carte e le Matite- di Cecilia Trinci

Potrebbe sembrare che tra poco questo Vagone prenda il via sulle rotaie.

Poco importa sapere che davanti e dietro ci siano il muro della Misericordia e il muro del Teatro: dove mai potrebbe andare? Invece sembra che le luci tenui del bar ci stiano facilitando la partenza scivolosa sui binari, che per altro sono veri sotto di noi.

La carrozza 10 parte. I viaggiatori sono al completo, seduti ai tavoli stretti e bui, un po’ Orient Express un po’ Avventure nel Mondo.

Carte varie da scegliere. Colorate, bianche, anonime o volantini, depliant zeppi di immagini e parole, carta fotografica impressa di nulla, veline, carta lucida, appunti scritti a mano, vecchie scritture fotocopiate…

Per questo giovedì mi era venuta un’idea qualche giorno fa, mentre pensavo e facevo altro, come fanno le buone idee che covano come galline sagge. Le ho raccolte curiosa  in poco tempo, qua e là. Ho trovato appunti vecchi che scrivo quando ascolto le Matite e che non riesco mai a buttare via, neppure dopo che hanno svolto il loro compito. Nomi, frecce, sempre scritte a matita perché la grafite è dolce, rapida, segue la velocità del pensiero, è fragile perché sbiadisce e può sparire, ma invece resta a lungo se non la tocchi troppo e la conservi semplice come l’hai scritta.

Loro, le Matite si avvicinano al tavolo, scelgono, di colpo, senza pensare come dico sempre, tornano al tavolo con una preda felice, scrivono, di getto, come voglio sempre.

Parole sgorgano, senza ripensamenti, come acqua di sorgente e appaiono aquiloni in cieli azzurri che escono da scatole da scarpe, giostre di carte volanti, blu su alberi rossi di ciliegie mature, libri adottati e abbracciati da carte a fiori, pagine pensate, mani  di nonni,  un mare vero che esce a consolare Velina, il colore di un lampo di notte e il soffio di un bambino che non spenge la candelina, una sveglia  uscita da una carta regalo, ferma a un tempo di tanti anni fa, una fotografia che non riesce a fermare un volto e resta vuota, la scrittura a mano che nasconde segreti o anche un fiore secco che è stato accolto da tempo, una carta a fette che diventa un paravento liberty, il re insanguinato e il santo triste che escono da una pagina ed entrano in una storia, pezzetti di carta che diventano racconti per bambini, verde la rana, marrone la lepre, rosso il fuoco. Calligrafie di padri, in rosso e blu, a righe alternate, diari di giorni diversi.

Donne gentili, storie di cartone, “fogli che hanno valore solo per chi li accatasta”.

Il vagone è pieno zeppo di vite, il giovedì sera, sul tardi, quando da un po’ si è fatto buio.

La carta scritta a mano con Gabriella

I segreti della carta scritta – di Gabriella Crisafulli

I fogli racchiudono parole che si rincorrono, svolazzano,  colpiscono, inchiodano lì dove sei, ma c’è carta e carta e ognuna con la sua grana è un capitolo a parte. Poi ci sono le scritture, i caratteri, le pagine tracciate a mano nascondono segreti… i segreti di chi usa la penna, anche se è meglio ancora il lapis… E’ bello rimescolare le carte fino a perdersi completamente fra mucchi scivolosi e scivolanti, privi di valore se non per chi li accatasta…. e poi ecco di tanto in tanto un appunto, un segnalibro, un fiore, una foglia che crepita tra le pagine che l’hanno accolta e nascosta.

Storie di cartoncino per Anna

Cartoncini animati – di Anna Meli

La carta ha un buon odore, un odore speciale di libri stampati, di quaderni di scuola, di cartoncini colorati e anche di imballaggi. E’ un odore particolare che a volte ti entra nelle narici provocandoti sonori starnuti liberatori.

            Il cartoncino mi piace in modo particolare perché lo sento forte e nello stesso tempo maneggevole, capace di aiutarmi a realizzare le mie idee, le mie semplici capacità, come il costruire scatoline in cui riporre piccole cose: strani bottoncini, perline di collane strappate, piccoli insignificanti oggetti appartenuti a chi sa chi, ma ognuno col loro passato intrecciato a fatti e persone.

            Da piccola mi divertivo, soprattutto nelle serate invernali quando rimanevo sola, senza la compagnia di amici, ad immaginare storie con cartoncini dipinti e piegati in un certo modo a cui davo un nome di persona o di animale.

            Il colore determinava l’appartenenza: verde era la rana che gracidava nello stagno di carta del cioccolatino, rosso era il fuoco, marrone la lepre che fuggiva via veloce di fronte al fucile nero del cacciatore verde e viola e poi…poi appariva la carta mago, mal ritagliata e scarabocchiata che terrorizzava tutti costringendoli a ritornare nella loro scatola in attesa di un nuovo gioco.

            Ripenso con nostalgia a quei momenti a quelle storie fantastiche che mi facevano provare sicurezza e, qualche volta, anche un certo senso di smarrimento, ma erano le mie storie segrete e in esse ci stavo bene come in un rifugio solo mio.