Lamatitaperscrivereilcielo è un progetto di scrittura, legata all'anima delle persone che condividono un percorso di scoperta, di osservazione e di ricordo.
Questo blog intende raccontare quanto non è facilmente visibile che abbia una relazione con l'Umanità nelle sue varie espressioni
Ecco il solito vecchio bacucco con i capelli colorati di nero che fa finta di guardare una vetrina. Invece ha adocchiato due ragazze asiatiche, belle, carine e ben vestite che tranquillamente fanno la loro spesa.
Saranno venute qua per studiare la lingua, ma soprattutto saranno interessate alla moda o all’arte, perchè Firenze è una città dove ci sono scuole specializzate in tutti e due i rami.
Non credo che le ragazze siano consapevoli di essere state seguite da un italiano con delle idee bellicose.
Perchè questi uomini non troppo giovani né troppo vecchi non capiscono che si rendono ridicoli agli occhi degli altri, ma soprattutto del mondo, pensando di essere sempre belli aitanti ed illudendosi che per loro il tempo non passi.
A Gotham City la notte è nera, l’aria è nera, le auto sono nere, gli uomini sono vestiti di nero.
Forse, ci fossero state donne a giro per le strade di notte, sarebbero state colorate. Le scritte a colori, in alto, sono pubblicità: massaggi, cera per scarpe, piselli surgelati, carta igienica, assorbenti con le ali. Son così in alto che sono visibili solo dal grattacielo dirimpetto, che è rimasto vuoto. Gli abitanti, stufi di vedere sempre e solo l’assurdo panorama, oltretutto lampeggiante, se ne sono andati. Hanno lasciato una scritta sul muro: meglio il buio. Meglio il buio che vederci chiaro. Avessero visto bene, avrebbero notato le tasche rigonfie degli otto uomini neri. Avessero visto meglio, si sarebbero impauriti. Li avrebbero visti scendere dalla macchina nera: cinque uomini di statura media, poi uno piccino che doveva essere stato a sedere in mezzo ai seggiolini dietro, poi due usciti dal cofano, che si srotolavano come contorsionisti, poi uno che era in collo ad un altro, e già questa era una di quelle cose che “prima” facevano certe donne. Che sia un’evoluzione della specie? O un sussulto di femminismo sulla scena del crimine?
Perché di scena del crimine si tratta, questo è fuori dubbio. Si sentirà parlare di questo San Valentino, così come è stato per quello di tanti anni fa. Da un momento all’altro tireranno fuori l’artiglieria, e si sentiranno cantare i ferri.
E passa mezz’ora. Nulla.
E passa un’altra mezz’ora. Nulla.
Il pericolo è che passi altro tempo, e la notte buia schiarisca. Perché, con l’alba, tutto prende un altro sapore. Il nero è meno nero. Il rosso è meno rosso.
All’improvviso: eccolo. Il segnale tanto atteso.
Dall’angolo della strada sbuca un venditore indiano con in mano un gigantesco mazzo di rose rosse, che consegna al primo degli uomini neri in fila.
A breve, quattro di quegli uomini stringono emozionati al petto rose rosse, e tutti ed otto entrano trionfalmente nel ristorante cinese al pianterreno del grattacielo, per festeggiare un San Valentino romantico, che più romantico non si può.
Come in un quadro di Edward Hopper – di Nadia Peruzzi
Sembra un quadro di Hopper. L’ho scelta per questo. Mi hanno attratto il gioco di oscurità e ombre al di fuori, e le luci su alcuni particolari all’interno del negozio. L’uomo con le mani in tasca sembra cercare qualcosa. Ma è molto più di quello che potrebbe trovare in quel negozietto che sicuramente vende un po’ di tutto. Sembra attratto da quel po’ di luce e di vita che vede muoversi là dentro. Le due ragazze sono vive, si parlano. Forse stanno scegliendo qualcosa dagli scaffali, forse si stanno raccontando di ciò che hanno in mente di fare più tardi. Da sole o in compagnia. Lui osserva da fuori. Solo. Come se fosse seduto in una sala cinematografica e vedesse scorrergli davanti i fotogrammi di un film che per un attimo si è bloccato su quel negozio e su quelle due figurine. La ragazza vestita di giallo lo attrae. Sembra un raggio di sole caduto sulla terra che ha la capacità di illuminare un piccolissimo punto in una notte per il resto scura, cupa, piena di ombre. Ombra fra le ombre, pur nella sua calma apparente sembra un uomo molto solo che cerca di ingannare il tempo. Vuol prolungare il più possibile lo star fuori da una casa poco accogliente o fuori da un hotel 5 stelle super nel quale alloggia quando arriva in città per lavoro. Hotel pieno di confort rispetto alla casa anonima, anche se arredata a suon di griffe e di graffe di grandi firme del design di ultima moda. Hotel di classe asettico, con le mura che trasudano di spaesamento da mondo indaffarato che corre e si arrabatta fuori, che sa di lunghe ore passate su un PC a leggere le quotazioni di borsa, il valore delle materie prime quelle su cui poi fare scommesse miliardarie. Alta finanza insomma in grado di affamare gran parte del globo con un click sulla tastiera e molto pelo sullo stomaco. In piedi osserva. Non agisce. Probabilmente dietro alle sue spalle un intero mondo di umani si muove a ritmo incessante. Avanti e indietro. Una folla anche rumorosa che qui resta in disparte, come non esistesse. Invisibile con il fardello dei propri problemi, le proprie ansie, i propri sogni e la fin troppa miseria. Chissà chi sarà quest’uomo? Troverà qualcuno che glielo chiederà? Penso di no. A vederlo da dietro, così fermo a osservare una scena così normale come quella che ha di fronte, sembra volersi aggrappare a quella normalità, che per lui non deve essere abituale. È vestito come noi ma potrebbe in fondo, anche essere un alieno in doppio petto, che prova a capire cosa sia il nostro mondo, con la sua astronave parcheggiata dietro l’isolato. Oppure qualcuno che entrato in una macchina del tempo ha fatto uno scarto di qualche anno indietro, ritrovandosi in una dimensione che non è del tutto la sua. Sembra prendere atto di ciò che vede, più che gioirne. Non si vedono i suoi occhi, le sue espressioni. Quelle potrebbero aiutarci molto a capire anche qualcosa della sua anima. Così prevale la sensazione che si prova di fronte ad alcuni dei quadri di Hopper. Per quante persone e oggetti lui raffiguri, a colpire è il senso di solitudine estrema dei personaggi e della scena in cui si muovono. Anche gli oggetti per quanto li possa colorare, non hanno vivacità, fanno da controcanto a questa solitudine e la rendono assoluta. Del resto il poeta non scrisse “ Ognuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera”? La sera è arrivata. È più notte che sera. Notte anche profonda a vedere l’oscurità che avvolge il nostro uomo. Cinese? Occidentale? Rimane un mistero. È un essere umano che forse sta solo guardando la sua immagine riflessa nel vetro del negozio e ciò che vede non lo soddisfa nemmeno un po’.
La notizia arrivata in modo strano, lasciò freddo, molto freddo.
La foto riemerse da un cellulare che non c’ era, avvolta nella nebbia, che poi era sole, raggi di sole.
Il sale era stato lavato dai mesi autunnali, dal cazzeggio di un settembre/ottobre, tardi per essere estate, presto per esser Natale…
Anni di differenza, pochi, portafogli diversi, mariti disuguali, dialetti sconosciuti l’ uno all’ altro.
Eppure si erano trovate, due con lo stesso nome ed una con un nome doppio, altisonante, nobile di casata, sabauda nelle origini, la ricordava bene lei, che era la superstite: con il Moetchandon mignon, nel borsone di paglia, insieme agli spinelli, ad una matita per gli occhi turchese ed al biberon per la bimba, i costumi firmati sotto, sopra, il copricostume abbinato, il cappello di paglia in tinta con gli occhi: immensi e azzurri….da gatta incazzata, dal volere tutto e subito e da ottenerlo, sempre
Risate mal contenute, le loro in un alternarsi di: aiuto affogo, ora basta nhe ….e stasera champagnino o pizza?
Giornate dalle grida e i silenzi improvvisi, alternati agli scherzi da bimbi per i bimbi.
Nella foto lei è quella che ride, forse sghignazza…
L’ altra, al centro dell’ immagine, è una dei due nomi uguali: austeramente ruspante, coperta anche sulla spiaggia da magliette un po’ maschili dalle scritte buffe, un libro in mano, sempre, che forse non leggeva ma dava tono, la borsa da mare ricavata dai jeans, dentro un tritio di cose: cremoni, cibo, carte da gioco e acqua per il suo bimbone: c’ha sempre sete, l’ è una spugna, se un ci penso io…..e i su babbo pesca, pesca, ma icche pesca.
Diceva di sé che da bimba era così bella che l’ aveva esposta in vetrina il fotografo al paese.
Ridevano in tre e sembrava una bocca sola, la foto sembrava più nitida, ora, con i ricordi per contorno ed i sogni per dessert.
Era novembre, si un “Un bellissimo novembre” avevano mollato la ciurma: marito, figli, cani, gatti ed erano partite per ritrovarsi, treni diversi, valige fatte di corsa, quando si è giovani serve poco, anzi meno; la stessa meta, che forse era Venezia, dove non arrivarono mai, si fermarono a Mirano, in alberghetto affollato e casinoso, come loro, con i loro trent’anni, come il loro parlare fitto fitto, ed il ridere di nulla, fotografato in un giorno di quaranta anni fa, con il sole che sembrava nebbia e la nebbia sole.
O forse era solo una foto sfocata di sentimenti.
La” superstite” aveva ancora quello scialle, uno scialle triste, senza sorriso, era troppo ieri e lei era solo il nome uguale ad un altro ed una foto, si era solo troppo ieri.
Via via che il pubblico cresce trovo qualcuno da salutare. O qualcuno mi saluta.
Dopo una breve attesa arriva anche Alba Donati e piano piano racconta il suo sogno, come è arrivato, come si è realizzato. Dice che non è stata sola, che un manipolo di sconosciuti l’ha finanziata attraverso il crowdfunding lanciato su facebook. Una richiesta che ha trovato echi, anche lontani. Hanno risposto in tanti. L’hanno aiutata e l’aiutano le persone del piccolo paese di Lucignana, sulla montagna sopra Lucca.
E così lei il suo rifugio tra le stelle lo ha costruito: una piccola libreria conosciuta ormai dappertutto, anche oltre l’Italia.
Mi domando perché certi sogni sono così forti.
Mi domando perché certe donne così piccole e apparentemente fragili sono così forti dentro. Cercava “un posto dove appoggiare il cuore”, dice, e il cuore lo ha appoggiato.
Piango in segreto per il cammino solitario che abbiamo fatto noi, per le similitudini che vedo dentro un sogno un po’ vicino al mio.
Rivedo persone che frequentavo prima del Covid, prima di quel giorno in cui all’improvviso tutto si è lacerato facendoci entrare in un buio totale.
Abbiamo dimenticato quel periodo buio, durato troppo per il nostro stato generale di salute psichica, e ora lo abbiamo esorcizzato. Ma lui c’è stato, si è infiltrato nel sangue, nel cervello. Soprattutto lì ha fatto bei danni.
Eppure siamo qua. Eccoci, stiamo tornando. Un po’ timidamente, come lumachine che sentono il primo sole, alzando le antennucce bagnate e curiose.
La mascherina la metto o no? Non importa più.
Ascolto titoli di libri che Alba ha adorato: “Cose che non ho mai buttato via” e il nostro Vilas, “In tutto c’è stata bellezza” su cui abbiamo invece lavorato forse 4 anni fa. I libri di Pia Pera, la sua scrittura con la SLA mi fa pensare al Diario di Maura che ho ancora in bozza inedita nel mio computer.
Qualcuno si riconosce in certi lati del suo racconto, vedo donne, (soprattutto donne, più coraggiose e curiose), che si avvicinano, vogliono andare a trovarla a Lucignana, scoprono amicizie comuni, esperienze simili.
Uscendo, Tina racconta la canapa e la sua casa illuminata di nipoti e ancora la bellezza di Pia Pera, che non conoscevo…
Le sinapsi si stirano, sbadigliano e forse lentamente riprendono un cammino.
Eravamo finalmente riuscite a metterci d’accordo sulla data e non era stato facile! Ma avevamo conquistato un giorno tutto per noi, da tanto evocato, discusso, sognato e desiderato. Alla soglia di una nuova scadenza annuale che sembrava stavolta irraggiungibile, ho ricercato la prima istantanea: le mie tre amiche che di nascosto ho fotografato mentre guardavano ammutolite il mare; un attimo baluginato tra una corsa verso la battigia e l’arresto improvviso difronte all’immensità.
Ricordo che scattai in fretta, immaginando cosa stessero pensando: Milena, la prima a sinistra, sicuramente si stava ripromettendo di tornarci quanto prima (era troppo bello!), Patrizia, al centro, forse si chiedeva se il sole le avrebbe accentuato le lentiggini (erano così infantili!) e Angela, a destra, chissà se pensava alla frittura mista (che fame, come sempre!).
Al rientro, in macchina, decidemmo di rifarlo ogni anno, per celebrare la nostra amicizia, la vita, la libertà da tutto anche solo per un giorno ma condivisa con le amiche di sempre.
E ogni volta, da allora, ho scattato una foto. Eccole qui: quella dell’anno in cui Milena aveva il pancione, questa in cui Angela si sistema il foulard che regge il gesso del braccio al collo. Come non notare le tempie che ingrigiscono, i corpi un po’ appesantiti, i vuoti degli anni in cui non siamo proprio riuscite a rivederci tutte insieme, vuoti che si intensificano negli ultimi periodi.
Ma quest’anno sì, ce l’abbiamo fatta di nuovo, tra pochi giorni si parte! Non importa se una ha il bastone e vacilla, se l’altra ha ancora un’ombra nera di perdita negli occhi o se io non ho più la mano ferma e la foto tremerà un po’: noi ci siamo ancora e qualsiasi immagine verrà fuori loro saranno sempre le tre biondine immobili a rimirare il mare.
Indovina indovinello quale foto ho scelto di bello?
Di seguito alcuni indizi:
Non siamo giovani ma neppure vecchissimi.
Amiamo, se possibile stare in coppia ma abbiamo scelto di non esserlo ora.
Perché? Perché a volte essere in coppia preclude nel gruppo, elasticità di movimenti, libertà di gaffe, scoglionamento spontaneo.
Questa scelta di esserci ora al singolare significa proprio questo: esserci con le proprie imperfezioni, con le proprie callosità e con la propria nudità.
Veniamo da lontano, proprio perché non giovanissimi, e ci siamo fatti male negli anni, posizioni sbagliate con la testardaggine di andare fino in fondo e poi accorgersi che la nostra perseveranza è diventata patologia.
Non siamo stati mai capiti fino in fondo, troppe volte sottovalutati, costretti da rigide e strette convinzioni a modificare la nostra natura ed ad adattarsi a situazioni scomode.
Abbiamo sofferto ma siamo andati avanti convinti che giunti alla meta saremmo stati ricompensati.
A volte è successo ma non sempre.
Ma noi sempre lì, pronti a ripartire da capo, ad adattarsi agli spazi che ci vengono concessi, mai diciamo no perché sappiamo che senza di noi tutto sarebbe più difficile.
Nella foto siamo ad una seduta di terapia di gruppo, il nostro terapista il dottor Podolog ci sottoporrà a dei lavaggi caldi terapeutici, per poi procedere all’epurazione di tutto ciò che si è indurito nel nostro percorso. Quindi correzioni di atteggiamenti sbagliati con supporti esterni. Per finire saremo abbelliti da colori sgargianti.
Al termine della terapia di gruppo saremo pronti per tornare dalle nostre sinistre.
Il treno procedeva con il suo movimento ondulatorio. Lei si addormentò felice di potersi abbandonare nelle braccia della poltrona: era stanca, era sempre stanca perché aveva sempre un gran daffare ma adesso si era presa questo tempo tutto per sé. Quando si svegliò i posti intorno a lei erano stati occupati e si trovò di fronte una donna molto più giovane di lei, tutta intenta a scrivere sul suo taccuino. La guardò con attenzione i capelli grigi accentuavano la sua giovinezza e il giallo e il rosso del suo abbigliamento comunicavano allegria, chissà se poteva parlarle, se le poteva raccontare lo scopo del suo viaggio, o meglio la scusa che si era data per fare questo viaggio: stava tornando a Tropea dopo più di trent’anni e desiderava solo visitare le rive fatte di tutto ciò che di rotto, frantumato, spezzato ma poi levigato, tornava indietro dal mare. La signora continuava a scrivere e lei aveva una gran voglia di raccontarle o di chiederle se era mai stata a Tropea, di raccontarle la sua arte povera, fatta di quello che il mare le consegnava, che gli umani scartavano e che lei trasformava. Poi tutti le chiedevano: e questo cos’è?
Primo pomeriggio di primavera: un sole tiepido accarezza la pelle e i miei pensieri. Stazione di Rifredi: arriva il treno che mi porterà a Certaldo in val d’Elsa in visita ad una vecchia e cara zia. Salgo i due scalini e mi dirigo con passo incerto verso un posto libero dove potermi sedere.
Il treno si muove lentamente dandomi modo di vedere, al di là del finestrino, immagini in corsa: rotaie dismesse, vecchi vagoni arrugginiti e ridipinti con immagini fantasiose, fili che si intrecciano e che spariscono velocemente col procedere del treno.
Poco distante noto un posto libero e lì mi siedo, sistemando però prima il mio borsone pieno di cose per la zia che, al ritorno sarà pieno di cose per me.
Di fronte ho, una signora che sta sfogliando una rivista; per non disturbarla mi limito ad un “ buonasera” appena sussurrato.
Immagini rilassanti scorrono fuori: campi, piccoli appezzamenti di bosco, gruppi di poche case e, più in alto nella collina qualche paesino da cartolina. Il rumore monotono del treno e lo scorrere delle immagini mi danno un senso di torpore quando la voce della mia dirimpettaia mi scuote: – O In do la va signora, io scendo a Certaldo, mi perdoni la curiosità, ma a volte fa piacere scambiare du parole-
– Anche io scendo lì; vado a trovare mia zia che quest’anno ha avuto un abbondante raccolto di cipolle rosse e me ne vuole regalare un po’ insieme ad altre prelibatezze che solo lei dice di saper fare.-
– Ah le cipolle rosse di Certaldo, non ce n’è di cosi bone in tutto il mondo, dolci, saporite, una vera squisitezza! E mi raccomando la si faccia insegnare a fare la marmellata che per me l’è la più bona!-
– Lo farò senz’altro!
La conversazione continua su vari argomenti e rendono ad entrambe più piacevole lo scorrere del tempo. E’ trascorsa quasi un’ora dalla partenza e l’arrivo deve essere poco lontano. Infatti il treno sta rallentando e si ferma dopo pochi minuti. Riprendo il mio borsone e scendo con precauzione insieme alla mia ormai amica che saluto con simpatia e lei…
– Arrivederci mia cara. Io sto a Certaldo alto e fra poco, nell’estate c’è la festa medievale di Mercantia. Se la vol venire basta la pigli la funivia e, una volta arrivata, la chieda della Marisa. Tutti mi conoscono e le diranno dove sto. Ciao, ma che peccato essere arrivate, chissà quanto si poteva chiacchierare ancora?-
Usciamo dalla stazione e prendiamo direzioni diverse. Mi volto indietro e solo allora noto i capelli rosso cipolla della mia compagna di viaggio. Saranno le cipolle?
Il vagone è affollato, il crepuscolo si stende sul paesaggio che scorre veloce al difuori del finestrino, il cielo brilla mentre aspetta la notte.
Accanto a me una bella signora, la sua presenza mi rassicura. Sento che potrei raccontarle tutta questa mia storia che porto nella valigia con me
Ritorno a Siena a ricordare un amore di tanti anni fa.
Siena, monumenti, strade, il Palio, quella festa unica che fece da sfondo al nostro girovagare.
– Festeggiammo con la Chiocciola sa? Un fiume di persone felici che ci stringeva senza guardarci.
Questa luce rosata del tramonto mi fa pensare ai cocci di Siena, alla piazza a conchiglia, ai tetti. Perché poi si chiama Piazza del Campo e perché avrà quella forma così strana, che abbraccia, che porta verso il centro, in basso? La porto nel cuore Siena, sa? E’ da tanto che non ho il coraggio di tornare. Le cose non sono mai ugualmente belle due volte.
Ma oggi ho fatto la valigia. Non so quanto rimango. Voglio ritrovare quella pensione piccola, familiare, con quel letto che scricchiolava e la finestra sulla campagna. Durante la notte si affacciava sempre una stella.
Dicono sia bella Firenze, certo, lo è …ma lei ha mai visto Siena?
Ciao Patrizia, scusa se a momenti mi senti borbottare tra me e me, è che cerco di ripassarmi il discorsino di presentazione per la mia candidatura di direttore del Museo. Voglio fare una buona impressione. Devo far capire che io so tutto sull’arte contemporanea e che mi piace tutta. Anche se sai Patrizia, proprio tutta tutta no,vedi questa foto nella rivista “Art modern”, vedi che bella luna c’è dipinta? Ecco non è una luna ma una meringa. Allora dico io, ma non si poteva far capire meglio che era un dolce e non un astro? Leggi, leggi i commenti sotto: “L’artista vuol trasmettere tutta la sua angoscia esistenziale attraverso la trasformazione da una emozione trascendentale a una percezione sensoriale di un momento vissuto all’insegna del trasgressivo.”
Ecco, ci hai capito qualcosa? Eppure è così che si comunica oggi! Va bé, finirò di raccontarti la prossima volta, nel prossimo treno se sarò diventata direttore. E se lo sarò cercherò di far capire che non c’è niente da capire, perché secondo me l’opera d’arte non va capita, ma solo ascoltata e lasciare che ci emozioni. Perché arte non è solo l’oggetto rappresentato ma principalmente l’emozione che si forma tra lo spettatore e l’opera. Ciao Patrizia, prossima fermata Prato. Mi preparo.
Sicuramente penso che potrebbe capire, mi sembra un uomo serio e allegro, in questo momento sarebbe per me la persona adatta.
Appare energico, con uno sguardo intelligente e concentrato.
Ho l’impressione che abbia una buona manualità, lo vedo dalle sue mani, grandi e ruvide, poi quegli stivali mi sembra che rassicurino.
Gli stivali che mi sono portata dietro, presi al volo mi sguazzano nei piedi, sono enormi e nel fiume si potrebbero sfilare: sarebbe un grande guaio cadere con tutta quella preziosa attrezzature che mi porto dietro
Non me lo posso permettere, quelle solette rinforzate lui sara’ capace di fissarmele ai nuovi stivali, sono cosi presa da questa ricerca che mi sento davvero sfasata.
La commissione del museo sulla vita dei granchi di Fiume avrà una scadenza, entro la riapertura dovrò aver completato il lavoro.
Continuo a guardarlo, occhi buoni, modi gentili, ma, quel tic che ogni tanto manifesta non mi convince, si gratta la testa, si leva e mette il berretto,
E poi tutti quegli starnuti, girando la testa da un lato all’altro.
Eppure, il tempo è quello giusto, devo andare a quel fiume.
Poi, di notte , io non sono molto coraggiosa, sono però audace.
La luna ci aiuterà, non sarà facile distinguere i maschi dalle femmine
Poi, con quelle chele grandi e forti e dolorose negli scontri.
Gli proporrò quei guanti rosa che tengo in fondo allo zaino, non penso farà storie per il colore.
Certo, non sarà facile convincerlo a deviare dai suoi progetti, mi devo inventare un motivo attraente e convincente.
Gli dirò che……………quei crostacei servono per completare una ricerca a livello mondiale su un medicinale che annulla l’invecchiamento
Servono ultimi riscontri… E alla fine, ci renderà ricchi e famosi.
Lui sarà coinvolto e partecipe agli onori e guadagni. Sono sicura che accetterà
Certo non sarà facile trovare 250 esemplari maschi e 150 femmine.
Quella domenica sarei andata con il vecchio treno a vapore per i paesi della Val D’Orcia. Appena sopra mi accorsi che forse era stata una decisione azzardata perché era una escursione più per famiglie che per persone adulte e sole. C’erano tanti bambini chiassosi, ma nessuno riusciva a tenerli calmi così avevo paura di pestarne qualcuno o di cascare in terra.
Per fortuna riuscii ad accaparrarmi un posto in uno scompartimento dove c’era una signora anche lei sola. Le chiesi se potevo sedermi lei fece di sì con la testa e poi mi disse di chiudere la porta e tirare le tendine. Questo mi fece capire che anche lei aveva bisogno di tranquillità.
La squadrai, era ben vestita, una bella borsa nera, un paio di scarpe comode, truccata ma non troppo, orecchini ultima moda, una bella sciarpa di seta con i colori dell’arcobaleno. Insomma questa signora mi dava sicurezza ero contenta della mia scelta.
Mi misi a sedere, fuori il paesaggio correva veloce, si vedevano le collinette a tratti brulle a tratti verdi, ogni tanto spuntava qualche cipresso ed in alto isolati casolari in quella terra di colore marrone mista al grigio ed in lontananza terra e cielo sembrano fondersi.
– Che bel paesaggio! Esclamai a voce alta.
– Davvero, io sono nata a Rapolano e ci sono stata fino all’età di dieci anni poi siamo andati a Siena. Ho molti ricordi, ed almeno una volta l’anno cerco di venire e, se non approfitto di queste occasioni, i miei figli hanno i loro impegni. Promettono di portarmi ma il tempo passa e se ne scordano.
– Io volevo rivedere questi luoghi perché ho il ricordo di un trekking fatto agli inizi degli anni 80 insieme a una quindicina di amici. Fu pieno di imprevisti, ma divertentissimo. Era il week-end di Pasqua e le previsioni erano brutte. Si partì ugualmente da Firenze che pioveva, arrivati ad Asciano il tempo era grigio, ma dopo mezz’ora di cammino iniziò a piovere. Il terreno diventò un manto fangoso e, nonostante gli scarponi, stare in piedi non era facile. Trovammo un casotto diroccato e li ci riposammo, ma la pioggia continuava a cadere, riprendemmo il nostro stradello per i campi. Dopo una serie di sbagli di strada arrivammo ad una stazioncina, forse Buonconvento, che per fortuna aveva una sala d’aspetto. Tutti bagnati e infreddoliti mangiammo ognuno i nostri panini e il capo decise che con qualche mezzo dovevamo arrivare a Montalcino dove avevamo affittato un casolare per mangiare e dormire. Chi con la macchina di paese chi con l’autostop ci ritrovammo al casolare che era in fase di ristrutturazione. Mancavano le porte, anche quella del bagno, eravamo affamati, stanchi e la amatriciana che ci eravamo fatta ci sembrava buonissima, pane, affettati e tante risate… Anche lì era freddo così i ragazzi andarono a cercare della legna e fecero un falò con la legna verde e bagnata, lo stanzone si riempì di fumo, ci fu un fuggi fuggi generale e andammo fuori che comunque continuava a piovere. Anche la nottata fu movimentata. Ogni tanto qualcuno si alzava e spostava il letto perché gli pioveva addosso ed i secchi erano già stati utilizzati tutti. Per fortuna la mattina seguente c’era un bel sole ! Furono giornate impegnative ma indimenticabili e spesso quando ci ritroviamo tra amici le ricordiamo e ancora oggi ridiamo.
Angela, quello era il nome della mia compagna di viaggio, rideva con me.
Al momento del saluto mi sono venuti i lucciconi perchè ero rimasta affascinata dalla dolcezza e dalla bontà di questa persona fino al giorno prima sconosciuta. Con la sua tranquillità mi aveva fatto sentire a mio agio e passare una giornata diversa e spensierata.
“Buongiorno, mi scusi è sua questa borsa? Dovrebbe essere il mio posto. Abbia pazienza, ma è così affollato…”
Si comincia male: devo disturbare questa bella signora dall’aria così gentile, vediamo se riesco a recuperare.
“Ecco, stiamo per partire; la aspetta un lungo viaggio o scende ad una fermata intermedia? Ah, ecco, arriva insieme a me, allora ci faremo compagnia”
E lei tira subito fuori un libro che, a occhio, è di 400 pagine, altro che compagnia! Vabbè, vediamo se la addolcisco così:
“Gradisce una caramella? Sono di erboristeria, senza eccessivi zuccheri e molto aromatiche”
Mi guarda da sopra gli occhiali e, pur sorridendo, declina l’offerta con un diniego della testa. Non mi rimane che immergermi nel finestrino, dove scorrono come in un film accellerato le immagini di un passaggio conosciuto ma mai uguale. Non so quanti minuti siano passati ma mi sento sfiorare delicatamente e riscuotendomi vedo la gentile signora che, con il libro chiuso tra le mani, quasi si china su di me e finalmente sento la sua voce:
“Posso chiederle se arrivate a destinazione può aiutarmi ad uscire dalla stazione? Le sembrerà strano ma è il primo viaggio in treno che faccio da sola e sono un po’ intimorita”
“Ma certo, io prendo questo treno da tanto tempo che ormai la stazione non ha più segreti per me!”
Ecco, il muro è caduto, possiamo raccontarci (il minimo indispensabile), domandarci e risponderci. Le spiegherò perché, lei mi dirà il suo perché, ci sentiremo compagne per la durata del tragitto certe che le nostre strade si divideranno. Mentre le parlo del mio viaggio lei tira fuori dalla borsa un incarto che emana subito un buonissimo odore; me lo porge dicendo:
“L’ho preparato stamani perché non sapevo se sui treni si trova qualcosa da mangiare. Ne prenda un po’, mi faccia contenta”.
Così il piacere del viaggio si fa tangibile e mastico piano assaporando questo e quello mentre entrambe ci sorridiamo prendendoci cura delle nostre briciole.
Viaggiare in treno è stare fermi mentre il mondo fuori corre, come farsi trascinare da un’onda che ha voce sibilante e ferrosa. Le immagini che scorrono si sfilacciano , si allungano, poi scompaiono veloci. Solo questa interminabile pianura non ci lascia andare.
Dal finestrino si vede una striscia strascicata di verde, più piatta di una pianura. Ogni volta penso la stessa cosa: come fanno a vivere senza tramonti dietro le colline, senza frammenti di campanili oltre le cime degli alberi, senza strade sinuose, senza la fatica di salire, senza la velocità di scendere? Ma perché lo dico a lei? Perché penso che non le interessino, i miei pensieri. La calma con la quale sfoglia quella rivista, che spero abbia trovato, non comprato, sembra un misto di disinteresse per il mondo, e distacco. Mi fa pensare lei possa essere una persona un po’ aldilà, o aldisopra, delle banalità. Uno che possa ascoltare di tramonti senza stranirsi. Spero che non mi presti attenzione, che non mi dica quelle ovvietà scontate che di solito ci si dice tra sconosciuti. Così posso continuare a guardar fuori e stupirmi, posso meravigliarmi e dirlo, come parlassi tra me e me, ma stavolta più Forte.
Che poi vado a Padova, da Francesca che non vedo da tempo, che sono emozionata, che non cambierei questo essere sola, di tutto questo, cosa dovrebbe importare al signore col cappello che mi sorride benevolo mentre continua a sfogliare quella rivista? Sotto l’ala del cappello vedo sopracciglia scure ed occhi chiari. Come hanno i meridionali nati sul mare. Ho deciso: lo chiamerò Daniele, e sarà calabrese.
“Sa perché ho preso il treno? (non aspetto risposta) Perché questa volta volevo stare attenta. A chi sale, a chi scende, dopo quante fermate, in quale paese, a quanto tratto del viaggio si è fatto insieme, inconsapevoli del fatto che non si ripeterà, che saremo inghiottiti ognuno dalla propria vita, senza ripensarci né riconoscerci, casomai capitasse di rivedersi. Sul treno si sale per viaggiare, ed i compagni non si scelgono, si può decidere a chi sedere vicino, ma non sempre. A volte si occupa un posto solo perché è libero, e poi non si cambia, per il disagio di raccogliere tutta la roba che abbiamo sparpagliato sul sedile, o per stanchezza, o per non sembrare scortesi.
Ho visto salire una mamma che rideva, con le sue bambine per mano. Lei è scesa subito. Le bambine hanno continuato il viaggio vicine. Dove vanno? Dove ci sarà qualcuno altro che vorrà loro bene.
Ho visto salire una donna anziana, che di certo veniva da lontano, e dopo miseria, guerre, morti, aveva bisogno di riposo. Aveva un bagaglio leggero, e tante storie sulle labbra.
Ho visto salire un ragazzo magro, felice di salire, che all’improvviso ha cambiato faccia, ed è sceso di corsa, mentre il treno ripartiva. Ha rischiato di farsi male? O ha rischiato di farsi poco male?
Ho visto ragazzi con la valigia, che si lasciano casa alle spalle, ma si portano i semi, ed avranno tante case, tanti coinquilini, amici dappertutto, e possono decidere quale fermata sia la più accogliente.
Ho visto una donna sola. Non è scesa, per ora. A lei interessa il treno, non il viaggio. Le piace la gente. Cerca gli scompartimenti pieni. Ascolta la vita degli altri. È tutta vita, comunque. Guarda dal treno le case degli altri. Vorrebbe sempre sapere come fanno gli altri, quale ricetta hanno deciso di seguire. Lei sorride.
E continuo a guardare. E leggo i nomi delle stazioni, perché aspetto di leggere quello che mi piace tanto. Occhiobello. Con un nome così, gli abitanti devono essere gente felice. Occhiobello, suo fratello, la chiesina, il campanello. Dovrebbe essere il paese dei bambini. Quelli con le ginocchia sbucciate che si toccano a destra, poi a sinistra, prima di stringere il nasino con le dita, mimando un campanello. Comunque, gli abitanti dovrebbero essere tutti belli. Non ci saranno strabici, né miopi. Nessuno avrà gli occhiali e tutti saranno capaci di vedere mosche a cento metri. Ho letto un libro , ambientato ad Occhiobello, dove il Po sembra un gigante placido, un Dio che è lì dall’inizio dei tempi, che riempie le fondamenta delle case e nasconde sul fondo resti portati via dal tempo. Resti di persone, di cose, di segreti, di animali fantastici ed improbabili.
Il viaggio sarà lungo, sono preparata, Aristovanich è lontana, sarà sempre uguale? E loro? Loro ci saranno ancora?
Scusi lei ci è stata?
Vorrei chiederlo, vorrei chiederglielo. Mi sembra un tipo serio, una che ascolta!
C’ è stata lei ad Aristovanichhhhh?
Ha un’ aria spaventata credo, credo faccia finta di capire, finge di ricordare il posto.
Lo ricorda vero? Il bosco, le foglie rumorose, il vento, le persiane che sbattono e quella fontana!
Alla fontana sussulta, stringe le labbra, forse sorride, sì sorride, non mollo incalzo:
Io ci sono nata piccola, ci sono stata piccola, in una casa piccola, in un paese piccolo, dove suonavano campane grandi, due volte al giorno.
La signora sembra una sfinge, ma la mia voglia di parlare è troppa, non resisto.
Lei quando ci è andata?
Risponde come se estraesse una tombola solo sua:
60…70…75…80…
Non mollo:
I miei erano nati lì, dalla collina vedevano le vigne, nastri verdi che davano guadagno e vino.
La signora sembra assopirsi, continuo come un fiume in piena:
Vede signora Aristovanich per me è la partenza è l’ arrivo, il sogno, le parole ed il silenzio, il cerchio che prima o poi chiuderò.
Alzo la voce, quasi grido:
Ma va lì anche lei?
Sussulta, rispondendo quasi a bocca chiusa:
Si, siiii…
Dice aggiustandosi il ciuffo sfuggito alla massa di capelli color miele di castagno.
Sa signora, quando ero piccola, di macchine ce n’erano poche, ne ricordo una di piazza, gialla e blu, sembrava una pompa di benzina.
A questo punto la signora tutta di un pezzo, dà cenni di vita accavallando le gambe, ben fatte, direi, scarpe belle, tacco dieci.
Penso e ripenso ad Aristovanich, il negozietto di scarpe in piazza, al fioraio, al fruttivendolo, ricordi.
Il treno mi ha fatto venire il mal di stomaco, sarà che scrivo, sarà che non sono per il verso giusto, sarà che invidio i crakers che la tizia sgranocchia, mi ha letto nel pensiero, me ne offre uno, uno solo e piccolo, meglio che niente. Finalmente parla la signora con la pelle d’avorio, quasi di cera, ed un rigo troppo accentuato su occhi militari, austeri e grigioverdi.
Ma Aristovanich dove?
Ma come dove?
Quella sul mare, dove c’è il porto….
Penso: ma quale porto, quale mare? Ma sono così felice che mi parli, che mi presti attenzione, di non essere sola, in questo viaggio, su questo treno, che le perdono di non aver capito nulla o quasi, e dico:
Si, si sul mare.
e ripenso al mio paese sulla collina, ed immagino: conchiglie e vigne, mucche ed ombrelloni, l’accontento. Ma la saluto e cambio posto.
Il viaggio sarà lungo, dal finestrino lingue verdi di alberi immensi, mi annunciano un paesaggio diverso.
Il dubbio mi assale: avrà capito?
A/ ris/ to / va/ nich.
un fischio mi scuote, mi alzo, la raggiungo…dorme, immobile pare morta,le lascio un biglietto con il mio nome ed il nome di un paese che non conosce e che ha immaginato, fingendo, direi malamente, di conoscere…
Il treno è lento, quasi arranca in salita. Le curve, all’inizio, sono quasi delle rotonde. Si deve salire molto per arrivare al livello dei ghiacciai. Da Tirano, attraverso il Bernina con destinazione d’arrivo S. Moritz. Le montagne incombono, fanno quasi paura. Di così alte non ne ho mai viste. Per fortuna arrivati in quota, con il Bernina dietro le nostre spalle, le vette aguzze si mettono a contornare altopiani di erba verde, fiumi e rivoli d’acqua che sono il prodotto del disgelo. In un punto è la nebbia a prevalere. Fuori tutto si fa silenzio. Attorno al treno un grande batuffolo di cotone si apre come se fosse una galleria. Il treno ci si immerge, come una lama lanciata a tutta velocità. Le luci si accendono e spengono dentro il vagone. Anche la mia vicina perde consistenza, in questo vedo non vedo. Era piena di colori e vitale. Nel baluginio della luce altalenante , dentro quell’imbuto di nebbia senza fine, si è fatta smorta, opalescente, incorporea. Vorrei parlare, ma tutto in quel momento mi fa serrare i denti. Paura, ansia, agitazione! Non so cosa mi prende. Accanto a me sento una presenza, ma se allungo la mano non trovo resistenza. Non sento abiti, né un corpo sotto di essi. Eppure c’era qualcuno, mi dico. Sei sparita? Dove sei finita? Avevo tante cose da dirti. Ma non ti ritrovo. O sono impazzita, o sto sognando, mi dico! O sarà la nebbia e questo treno pazzo e strano che mi stanno facendo viaggiare accanto ad uno spettro? Non lo so. Sono confusa. Forse sogno davvero. Ma sono ad occhi aperti. Non può essere. Forse lo spettro sono io. Questo viaggio che ho fatto tanti, tanti anni fa è tornato in ballo e ho provato a farlo di nuovo, ma io non sono più io. Mica sarò io lo spettro? Chissà cosa potrà mai pensare la mia vicina di posto, che non riesco più a distinguere bene. Sono viva? Sono già morta? Non lo so, davvero! Quando lo feci la prima volta questo viaggio mi piacque molto. Stavolta non saprei che dire. È tutto così fuori dal normale. Ma l’avrò presa stamattina la pastiglia per rallentare quella malattia dal nome straniero, che mi fa vedere le cose a modo suo?
Su questo vagone, in mezzo a questo viaggio, ti racconto una storia, cara amica Una storia breve o una storia lunghissima ancora non lo so ma voglio provare a raccontare Non era un piccolo sasso, forse era un macigno e il macigno era legato alla caviglia di Maria Hai presente gli schiavi? Hai presente i prigionieri? Ecco, quello era il sasso/macigno dei prigionieri, quello che impedisce di fuggire, quello che vuole farti rimanere dove sei, quello che non suscita speranze e che tarpa le ali Ma chi aveva provato a mettere quel sasso alla caviglia di Maria non aveva fatto i conti con quello che c’era dentro di lei C’era un vulcano rosso di lava incandescente, c’era la schiuma di mille onde infrante sugli scogli C’era il miele di cento arnie e il succo di tutti i grappoli d’uva della vigna C’era l’olio spremuto delle olive morelle e frantoiane e c’era il freddo delle sue mani paonazze dal vento di febbraio C’era la grandine battente e il suono di mille solitudini Maria si chinò Era agile, abile e veloce Raccolse con le mani quel sasso/macigno al lato della sua caviglia: Incredibile! Era leggero! Era leggero come un palloncino e più leggero di un soffio Era impalpabile e non era grigio Maria lo prese e lo lascio’ volare in alto Era facile! Si poteva fare! Era possibile, era tutto vero! Era un sasso volante
Cara amica mia lo sai dove voglio andare oggi con questo treno? Voglio andare dove andò Maria seguendo il suo sasso/palloncino
E adesso comincia un’altra storia
Maria era in piazza S. Maria Novella quando vide lui: alto, biondo, lunghi capelli lisci fino alle spalle Suonava la chitarra ai margini del marciapiede chiedendo ai passanti un gesto generoso per poter mangiare Maria pensò: vado da lui! Lui era canadese e suonava la libertà Lui e Maria sono una storia vera
Entriamo nel Vagone per un viaggio immaginario: ognuno si siede accanto a un compagno/a a cui raccontare (in segreto) i propri pensieri, aiutandosi con il suggerimento di un bigliettino consegnato da Cecilia ad ognuno.