Lamatitaperscrivereilcielo è un progetto di scrittura, legata all'anima delle persone che condividono un percorso di scoperta, di osservazione e di ricordo.
Questo blog intende raccontare quanto non è facilmente visibile che abbia una relazione con l'Umanità nelle sue varie espressioni
Il verde nebbioso eppure abbagliante delle colline d’Irlanda è mascherato da infiniti pizzi di muretti a secco: bassi, bianchissimi, disposti per linee irregolari che seguono il piegarsi del suolo e il poggiarsi dei venti oceanici.
Quei muretti non tracciano confini, non segnano un al di qua o un al di là: semplicemente ricamano le linee del vento sui poggi verdissimi, a difesa di quel poco che vi si può coltivare. Sono memoria di una umanità offesa che ha saputo, voluto pervicacemente resistere.
Non serve scavalcarli o seguirli per percepire la loro forza: basta leggere a distanza il bianco ricamo di pietra tracciato da mani esperte e disperate insieme, per sentirne il respiro vitale che ti accoglie.
Vorrei essere una persona che non crea muri, vorrei rimanere umana, non lascarmi travolgere dalla faziosità.
In questo momento cosi difficile a livello mondiale con le notizie che ci arrivano dal medio oriente, mi sento mentalmente una barchetta di carta in un oceano in tempesta.
Seguendo la vita del popolo ebraico tramite i libri letti, mi sono sempre stupita di come si sia potuto attuare la persecuzione di questo popolo nella quasi totale indifferenza della popolazione civile in tutta Europa.
Ricordo dalle righe di un libro, dove un bambino ebreo che sente i passi di chi lo veniva a prendere il terrore che lui provava, ho sentito su di me tutta la paura di quel bambino.
Cosa dobbiamo fare per non essere complici dei crimini che vengono commessi nell’ interesse di altri.
Attualmente sento un gran peso per quello che succede nel mondo, tante guerre, tanto dolore, tante nazioni tenute nella povertà per potere permettere a una parte del mondo di vivere più comodamente.
Sono arrivata ad una amara conclusione: noi esseri umani siamo feroci, ipocriti, egoisti, nella storia ci sono state sempre guerre e sopraffazioni uno popolo sull’ altro popolo per ideologia o per profitto
Se penso al Muro penso all’ostacolo non alla protezione, penso al mio spazio e al tuo non al nostro spazio, penso ad un ingombro che para la visuale non a qualcosa che tiene fuori altri occhi.
Se penso al Muro penso alla fatica, alla pesantezza, alla granitica resistenza: muri di città -fortezze arrivati intatti fino a noi sicuramente grazie al sudore e forse anche alla vita di molti uomini.
Ma poi mi viene in mente la ripresa dall’alto di una bella Campagna coltivata dove serpeggia una linea quanto mai irregolare ma che delimita, rincorrendosi, coltivazioni alberi rovi prati.
È un muro a secco, costruito con sapienza e pazienza da chi ha scelto pietra per pietra: quelle in basso a creare spazi per alloggiare quelle in alto che fungeranno da appoggio. La bellezza di questo lavoro appanna il significato negativo di “Muro”, gli dona una sua nobiltà e capisco che i muri sono inconsapevoli del loro compito, siamo sempre noi che li costruiamo secondo le intenzioni.
Di tanto in tanto qualcosa crollava: scatole piene di giornali, pile di libri in equilibrio precario, pignatte impilate alla meno peggio.
Su tutto si posava la luce di uno splendido autunno che disegnava picchi e vallate tra cui penzolavano cenci in disuso.
Il filo si era spezzato.
La matassa appariva ingarbugliata: dove il bandolo?
Nel frigo? Sotto il letto? Fra le pieghe dell’abito da sposa?
E le scarpe, dove erano le scarpe?
Il cervello si era increspato tra un intoppo e un altro, in un sali e scendi di emergenze e burrasche. Il plissè della mente creava un reticolo di fitte piegoline. La selva di malie suonava le note di un incantesimo tutto da svelare.
Da un angolo nascosto faceva capolino il tempo delle mele.
Seme, che ci affascini tutte le volte che vogliamo scoprire cosa ci donerai di bello. D’incanto, come la sorpresa di un regalo, ti apri, germogli, fai nascere una nuova vita.
Seme, che senza clamore ci fai luccicare gli occhi, tutte le volte che un germoglio, una nuova vita ci riempe di gioia e nutre i sensi che desideriamo apprezzare.
Seme di fagiolo, sei ora rappresentante, mi caschi a fagiolo, abbracciato al farro, in un buon piatto caldo, mi dai tanto sapore e tanto gusto della vita.
Il gioco del mondo dovrebbe sempre finire che qualcuno vince e un altro perde, come succedeva quando eravamo bambini. Chi perde fa qualche lacrimuccia e amici come prima.
Dov’è finito il mondo che conoscevo da bambina?
Ai miei occhi sembrava semplice, ognuno aveva il suo ruolo. Il lavoro dei ragazzi era giocare, studiare, divertirsi con le cose semplici, avere rispetto delle persone più grandi di loro e, quando facevano qualcosa che non dovevano, erano nocchini.
La semplicità ormai è difficile trovarla, l’umiltà non esiste più ed anche l’amore per gli altri non si sa cosa sia.
Mi sento come una barca alla deriva perché “il gioco del mondo” gira intorno ai soldi, al potere, alla cattiveria, alla prepotenza e, anche se cerco di assecondarlo, non mi piace per niente.
All’inizio fu il caos, tirai fuori la testolina piano piano, mi guardai attorno, c’era ancora il caos.
Spingevo con le spalle ma ero incastrata, tante facce attorno a me ma tutte in altre faccende affaccendate. Dovevo riuscirci da sola.
Disincastro un braccio, poi scivola via anche l’altro; mi spingo ancora di più in fuori, ma attorno a me tutte le persone del mondo erano ancora in altre faccende affaccendate.
Mi sporgo ancora, mi sforzo, mi aggrappo a chi c’era…e poi cercando spazio riesco quasi ad uscire. Una mano si porge, la prendo. Ecco ci voleva, ora ci riesco. Grazie.
È un papavero Un papavero fragile Un papavero aperto Il campo è immenso Lo stupore volteggia mi stringe la mano mi bacia la pelle Tu esisti “bellezza” Tu esisti e non ti si vede Non ti mostri perché sei vera Ciò che è vero esiste
Scrivo perché quello che non c’è, ci sia. Quello che non c’è mai stato, chissà dove si e’ nascosto.Quello che non è mai stato visto, l’hanno guardato occhi assonnati, e forse non l’hanno riconosciuto.
E poi, chi sarebbe così presuntuoso da dire che tutto quello che non ha visto, non esiste?
Io mi beo di particolari che nessuno di solito vede.
Forse non esistono le ringhiere piene di ghirigori delle terrazze delle case d’epoca, solo perché di solito i passanti guardano in giù e non in su’? Forse solo io scopro pavoni ed iniziali intrecciate, nel ferro battuto che in alto chiude le due parti di un vecchio cancello? Se così fosse, gran colpa dell’ impoverimento delle nostre anime si può addebitare a chi fa fare bisognini al cane senza raccogliere, e ci costringe a guardare dove mettiamo i piedi anziché il cielo, le terrazze, le nuvole.
foto di Lucia Bettoni, Patrizia Fusi, Cecilia Trinci
Le notti d’estate sono comete. Hanno code lunghissime che si portano dietro.
I ricordi sono comete. Hanno code lunghissime fatte di notti d’estate.
Basterebbe la luna, una manciatIna di stelle, una ventata gentile, un fruscio d’erba alta, e tutto sembra successo nelle notti d’estate.
Gli abbandoni, le dolcezze, le carezze, quello sciogliersi nei liquidi, quell’essere fiori che sbocciano, e trovano un senso, e’ sentimento da notti d’estate.
Quei giorni lunghissimi e sudati che finalmente scolorano in un’altra dimensione, d’ombra magica e spazi di profumi mescolati e trascinati tra le foglie, e quel cercarsi i confini con le mani, e scoprirsi immensi e parte di quei fiori, di quel basilico, di quell’erba medica, ci nutriranno per sempre.
Forse davvero il tempo non esiste, esistono le notti d’estate. Un miracolo, un attimo, una notte di stelle e vicino persone che ti vogliono bene, e ritrovi dietro un pensiero molesto, un mondo intatto. La mia mamma alla finestra che aspetta il rientro, prima che il campanile segni la mezzanotte, tipo Cenerentola, che mi bacia sulla porta e mi accarezza leggera, con una tenerezza indimenticabile. Avrei voluto sapere, in quel momento, che non avrei dimenticato, che sarei rimasta su quella porta per sempre, per stringerla di piu’, e di piu’ ancora, per fare diventare ore un attimo. Avrei voluto sapere che il tempo non esiste, scattare una foto, avrei voluto uno schiaffo, e che me ne restasse il segno. Il segno della sua mano, per sempre.
Lei era notte d’estate, ho dimenticato la voce, ma non la risata. In questo momento ho negli orecchi anche la sua voce. Per questo, scrivo.
Conclusione felice, con una “gita fuori porta” delle Matite a casa di Daniele con l’accoglienza stratosferica sua e di Rossellina, con un bouquet di dolci colorati e bevande esotiche, tra fiori, sole timido ma caldo e il verde prorompente di questo maggio anomalo.
Foto di Cecilia Trinci, Nadia Peruzzi, Rossella Gallori
Grazie amici carissimi! Una giornata da non dimenticare
Foto di Lucia Bettoni, Patrizia Fusi, Rossella Gallori, Tina Conti, Pietro Massai
La Matita per scrivere il cielo applaude (in particolare):
Anna Meli: Storie di cartoncino
Bonechi Rossella: Carta Velina per volare
Carla Faggi: I piedi destri
Carmela De Pilla: Magica carta blu
Daniele Violi: Gli gnomi sotto il vecchio olmo
Gabriella Crisafulli: Dubbi
Luca Di Volo: Che Vagone ragazzi!
Lucia Bettoni: I ciliegi incartati di luce
Nadia Peruzzi: Verso la cappelletta di San Rocco
Patrizia Fusi: Dillo che ti manco
Rossella Gallori: Sergio
Sandra Conticini: Il tempo chi me lo rende?
Simone Bellini: Scoop in Papuasia
Stefania Bonanni: Marzo
Tina Conti: I comignoli delle città
Motivazioni:
Anna Meli: Storie di cartoncino
Rispetta lo stile di Anna che racconta in modo gentile, in sequenza logica. Parla di sé ma anche di ciò che la circonda. Qui mi piace molto la fantasia positiva, il senso del colore, ma anche del tatto e della capacità di affiancare oggetti concreti al loro vicino simbolo caratteriale ( Il cartoncino mi piace in modo particolare perché lo sento forte e nello stesso tempo maneggevole, capace di aiutarmi a realizzare le mie idee),
Mi piace il ricordo di bambina a cui spesso Anna si abbandona in modo creativo:
Il colore determinava l’appartenenza: verde era la rana che gracidava nello stagno di carta del cioccolatino, rosso era il fuoco, marrone la lepre che fuggiva via veloce di fronte al fucile nero del cacciatore verde e viola e poi…poi appariva la carta mago, mal ritagliata e scarabocchiata che terrorizzava tutti costringendoli a ritornare nella loro scatola in attesa di un nuovo gioco
Bonechi Rossella: Carta velina per volare
Rispetta lo stile di Rossella per la delicatezza delle immagini, per la scelta gentile delle parole, per il ritmo simile a un giro di valzer che port indietro o avanti nel tempo secondo il verso in cui si gira l’immagine.
Appare il nonno come in una fiaba, appare un passato felice e una bambina che si sente sempre vivace dentro di lei.
Ma alla fine, lo so, mi hai scelto per colpa dell’aquilone e del gioco: nessuna carta è più preziosa di quella che ti rende bambina. Che meraviglia! Un pezzo sgualcito, incolore, strappucchiato di velina fa comparire una bimba riccioluta e colorata con le braccia spalancate a NON contenere la gioia.
Carla Faggi: Piedi destri
La notoria ironia di Carla qui si manifesta con particolare capacità nell’ esprimere concetti seri in forma leggera e sorridente. Inattesa l’immagine che lei sa raccontare prendendo spunto da un’immagine di “semplici” piedi. Vede le callosità e le fatiche, il movimento, lo stare affiancati. Concetti bellissimi raccontati in modo da farci sorridere e nello stesso tempo pensare. Qui Carla fonde in parti uguali il serio e il faceto con una maestria superiore anche alla sua media.
Carmela De Pilla: Magica carta blu
Per quanto Carmela abbia scritto diversi racconti con una atmosfera che le accomuna, trovo questa storia una somma di tutte le altre. Un ambiente che ricorda il sud, vicino al mare, con colori che immaginiamo in forte contrasto, la gentilezza sofferente di certe bambine che devono crescere in fretta, le privazioni e le grandi gioie nascoste in un gesto piccolo, la generosità della gente semplice, la capacità di far vivere materiali e anche mattoni, verdure e piante e la polvere delle strade.
Daniele Violi: Gnomi sotto il vecchio olmo.
Mi piace la fantasia bucolica e naturalistica di Daniele in questa storia dove appare anche come tema forte l’accoglienza, raccontata con ironia e invenzioni di neologismi (“un sacco di sagome gnomose vanno procedendo anche loro verso una grande sala dove le radici di tanti alberi sono le panche per sedersi per assistere a uno spettacolo teatrale di gnomi e gnome intitolato gnamo un altro mondo arriva) C’è anche il tema che tanto sta a cuore a Daniele. La capacità di stare insieme, unirsi in un ideale comune: una specie di movimensa per avere al centro cuore fatto di tante pietre come le regole di una conduzione per ricordarsi che siamo tutti dipendenti dal proprio cuore
Gabriella Crisafulli: Dubbi.
Ho scelto questo racconto come sintesi di altre pagine pure bellissime. Qui il tema del rapporto difficile con la famiglia di origine, la lotta tra sacro e profano, la voglia di camminare e la speranza sempre molto salda. Lo stile di Gabriella è sempre essenziale, secco come rami che si spezzano nel bosco sotto la furia di ventate improvvise, che ci lasciano esterrefatti, incapaci di assorbire immediatamente i colpi dello stupore, ma subito dopo ci rendono caldi di sangue che scorre veloce e ci rende complici delle sue storie, velate abbastanza da essere mai delatrici di misfatti, ma abbastanza chiare da farci desiderare di accarezzarla sempre.
Luca Di Volo: Che carrozza ragazzi.
Solo due storie in questo anno, ma tutte e due da menzione speciale. Un ritorno scoppiettante, un Luca ancora più ironico e gentile di come lo abbiamo lasciato. La storia rispetta il suo stile. Aggiunge una speciale capacità nel giocare con i caratteri e le situazioni per rendere una realtà più colorata e giocosa di quanto possiamo riuscire a vedere. Misurato pur nella irrealtà del fantastico, divertente nell’esprimere le caratteristiche dei personaggi, con un finale dolcissimo e divertente.
Lucia Bettoni: I ciliegi incartati di luce. Tra le tante questa storia è un dipinto di un luogo e di un tempo. Un fermo immagine in movimento: il podere, che era la ricchezza solida di una famiglia, ma soprattutto tesoro è il padre roccia, fondamento, infinita capacità di comprensione e umile saggezza. Il rispetto è ciò che appare come il vero tesoro, ereditato e conservato fino a questi giorni.
A seconda delle stagioni, dopo averla tagliata in strisce sottili, veniva appesa agli alberi da frutta per scacciare gli uccelli I ciliegi diventavano una festa, alberi di Natale luccicosi e sventolanti Anche l’orto brillava al sole e cantava al vento Tutto diventava diverso Era la mia giostra,la mia fiera, l’occasione per sorridere dentro ,l’occasione per aprire le braccia e diventare io stessa un uccello per una solitaria, intima, meravigliosa danza per la vita Grazie babbo per tutti i lustrini che mi hanno fatto danzare
Nadia Peruzzi: Verso la cappelletta di San Rocco
Fa parte delle pagine più personali di Nadia, l’infanzia, il tempo felice e la terra di Liguria che narrata da lei diventa il luogo dei sogni e della favola. La narrazione limpida, segue il percorso per raggiungere quella cappelletta che si mostra come davvero è un luogo magico, sospeso tra cielo e terra, tra monti e mare. La gita come simbolo di una crescita, di un imparare a sopportare la salita e la fatica per poi gustare l’arrivo. Bellissimi i personaggi che popolano quei giorni.
In quel triangolo di paese, quasi da nulla proprio nel centro di quella porzione di Appennino, non si andava in cerca solo di questo. Il bello era respirare l’aria di una comunità che si ritrovava. Si ricomponevano le famiglie con chi ormai abitava e lavorava a Genova, e chi come noi ormai era in città ancora più lontane. La fontana e la sua piazzetta con i sedili di pietra alle fiancate delle case era uno dei centri di ritrovo, insieme al piccolo bar sotto casa e al gioco delle bocce. Anche noi bambini giocavamo a carte e a bocce dopo le scorribande fra i prati dietro casa e le partite a pallone. I grandi attorno a noi parlavano spesso di sport, e politica. Cose semplici e grandi insieme.
Patrizia Fusi: Dillo che ti manco.
Una delle anime più belle di Patrizia è quella che racconta la sua infanzia senza idillio, difficile, povera, affannata. Niente romanticherie nel suo raccontare, ma la vita rude di un periodo rude, come davvero è stato. Fa parte del suo vissuto la paura di essere abbandonata, di perdere gli affetti più cari. Patrizia ci fa vedere quella bambina forte, eppure tormentata da quella paura, che era reale e motivata, purtroppo. Pagina bellissima
Era un ambiente sereno, ma la bambina si sentiva avvolta da una maglia di malinconia e si chiedeva.
Dimmi che ti manco un po’.
Anche se non è tanto.
Anche se non è vero.
Rossella Gallori: Sergio.
Rossella ci stupisce sempre, ormai lo sappiamo, originale e spiazzante ci aspettiamo sempre una frustata di stupore dalle sue pagine. Scelgo però questo racconto, diverso come argomento e idea da tutti gli altri perché (nonostante l’impossibilità di divergere straordinariamente dal “tema” dato, secondo la regola data), ha saputo ugualmente stupire: per originalità, stile di scrittura, trovate e quel saper raccontare passato e presente, attingendo anche alla propria storia e alla propria esperienza pur non rendendola protagonista. Non ha parlato di sé eppure ha saputo farci vedere Rossella giovane e ribelle. Ironia a gogo sempre e comunque.
Sandra Conticini: Il tempo chi me lo rende?
Una pagina triste di Sandra, contrariamente al suo solito sguardo sereno, alla sua luce, al suo narrare lieto. Una pagina che però la rivela nell’intimo, nel rimpianto che ogni tanto le sfugge dal cuore nonostante la volontà ferma di non farlo vedere e di non allarmare il suo pubblico. Quella frase “il tempo chi me lo rende” vale una segnalazione, anche se amara.
Il passato lo vedo come il formicaio di tante cose andate e un grande ingorgo di morte, più che di vita, così i sogni che avevo non si sono potuti realizzare come avrei voluto.Ma il tempo, il tempo chi me lo rende, e gli amici persi? Questo, è quello che penso spesso quando mi fermo a riflettere sola in casa davanti a quel muro bianco con lo sguardo perso nel vuoto.
Simone Bellini: Scoop in Papuasia.
L’originalità di Simone è nota, è nota anche la sua malinconia, una personalità in bianco e nero. Questa pagina però è un capolavoro di trovate, di soluzioni fantastiche, di ironia e senso del teatro.
Stefania Bonanni: Marzo.
E’ stato difficile scegliere. Poi ho scelto Marzo. Oltre ai pensieri, ai concetti, agli abbinamenti, ci sono anche i giochi di parole, le allitterazioni che piacciono a Stefania, il palleggiare le sillabe e le consonanti, spostarle e farle vibrare. C’è la speranza che la primavera riesce sempre a promettere, è una pagina dolce.
Tina Conti: I comignoli delle città.
Rispetta lo stile di Tina, che vola sulle cose, le accarezza, osserva le briciole di vita più insolite, conserva un animo vicino a quello dei bambini, nel senso più nobile del termine. Questa pagina è piena di sensazioni: olfattive, visive, tattili
C’è’ sempre qualcosa che non conosco e che mi piace osservare. Ultimamente, sono i comignoli dei palazzi ad attrarmi.Ovunque vada, alzo sempre gli occhi al cielo per ammirare i tetti e i comignoli , che moltitudine di manufatti si vedono, quanto ingegno per trovare funzionalità in quelle forme rotonde, rettangolari.Coperte di mattoni, intonacate, con cappucci di metallo.(…)
Spesso mi capita di “andare per naso” i luoghi li anticipo anche con il naso, in un paese di montagna durante una passeggiata dopo cena, abbiamo vagato per molto tempo in cerca di quel forno che stordiva per il suo profumo. Le stagioni poi, danno un sapore sempre diverso ai luoghi, lasciandoci impressioni forti.Passare vicino al bucato appena steso, vicino al portone di una chiesa, a un laboratorio di essenze, un vinaio, è entrare nell’anima di un luogo.
Sono cresciuto fra i racconti di mio padre, del militare e della prigionia in Germania, ripetuti tante volte, senza contraddizioni; della tremenda mutilazione. Credevo che tutti i babbi avessero una gamba sola. C’era sempre l’apparecchio, per non dire la protesi che era troppo, cioè una snodata gamba di legno pesante, con le cinghie, che facevano alla Lizza a Siena, dove babbo era sempre accolto festosamente. Sono di quella generazione che per fortuna non ha visto la guerra ma se la porta dentro, che si ricorda le macerie, i cartelli che invitavano a stare attenti agli ordigni, i racconti degli adulti, il s’era sfollati a. C’erano i racconti sulla Grecia, la rievocazione del vino con la resina, il freddo e la fame di una Berlino che immaginavo sempre grigissima. Quando, pensionato, mi chiese imbarazzato se lo aiutavo a scrivere le sue memorie di queste cose, declinai. Mi spiace averlo fatto.
In quanto segue, filtrerò dai miei ricordi quanto narrava babbo. Risarcimento tardivo.
*
«Sarebbe il caso che portasse un bastone», disse lo specialista. Io col bastone? Da ridere. O forse no. E mi venne in mente il bastone, quello che avevo salvato dalla furia distruttrice di mia madre alla morte di babbo, indirizzata a tutto ciò che ricordava la sua mutilazione. Che poi alla morte di lei m’ero portato in casa e giaceva negligentemente tra due piccole librerie. Quel bastone, che secondo me – sbagliavo – mio padre non aveva mai sostituito, che non ce l’aveva nessuno, ed era la passione di me bambino. Un bastone con la sua storia, ricavato – dice Mauro che se ne intende – dal un bel ramo di ciliegio. Dagli americani.
Wiesbaden, 1945. Un bel gruppo di mutilati italiani, raccattati a Berlino, finalmente ben curati, rimpinzati, viene rimpatriato in aereo. C’è babbo, finirà a Merano, strana Italia, dove starà anche bene. Riesce a fare anche la fotografia dell’ala dell’aereo che li porta non so dove, magari a Milano. Ma all’imbarco, a babbo viene consegnato il bastone, che pare una mazza da golf, ha il pomello particolare, il bastone. E ora io ci viaggio, alternandolo con quello che fu di mia suocera, ma non era, era di suo suocero, nonno Gino, anche lui con una gamba mozzata, sulla Bainsizza. Questi bastoni puzzano di guerra. Questi bastoni hanno aiutato a resistere. Ora sostengono me.
Il Canovai era di Prato e/o Vaiano, ma aveva una bella sede a Colle, riusando una vecchia cartiera lì dove si disse Pian di Canale, del tempo del monopolio cartario granducale; faceva le maglie, le mandava a Johannesburg, fino alla guerra. Poi il direttore era dovuto andar via perché era ebreo. Da quando era tornato da Milano, che zia Armida e zio Ernesto non ce la facevano a reggerlo, Giorgio – er mi’ babbo – lavorava lì. C’era Brunina, che aveva incarichi di una qualche responsabilità in magazzino. Si piacevano. Erano fidanzati. Ma c’era la guerra.
1941! Vent’anni! Scarsi, in verità. Si parte, per la Patria. L’orgoglio della divisa, quella dell’aviazione: autiere, ma poi mitragliere, poi motorista, si vola! Si va al mare a Pescara, c’è Chieti, ci si ammala anche. Buona occasione perché Brunina, con la bella sorella di Giorgio, si faccia un viaggione in treno, si provi la bustina da aviere…. Che poi si fanno le gelide notti di guardia a San Severo, in Puglia, a Grottaglie. E la sentinella tremante non è più tanto salda nel suo orgoglio di combattente italiano per ora in retrovia. Va bene la spiaggia di Pescara, il pattino, Di Puccio che dice volgarità pisane, quello che in camerata parla nel sonno e dice «Tre per otto un franco e venti, a San Miniato ‘on la ciu’a ‘n ci vo» (ma siamo tutti toscani?), ma nei paesi che si traversano, in Abruzzo, in Puglia, quanta miseria …. È questa l’Italia del Fascio? E l’arroganza degli ufficiali? «Io sono il principe Torlonia!!», e allora?
Ero orgoglioso, mamma mi portava per mano e io avevo un panierino minuscolo dove entrava preciso … un arancio. Lo portavo ar mi’ babbo, quasi tutte le mattine. Arrivavo alla bocca nera dell’inferno ed entravo senza far caso al caldo orrendo. Trovavo babbo seduto, magro, pareva normale in quella posizione. Maneggiava una canna, era leva pareson, non so che sia. Intorno il frastuono, il fuoco, ragazzi sudati che correvano, bestemmie, vetro che si enfiava, qualcuno mi passava un vasettino vitreo estemporaneo, passato nell’acqua, «Attento, ti bruci». E che corse dei ragazzi al forno che pareva una belva sputafuoco!
Qualcuno lo aveva messo lì babbo, da anni. Collocamento per mutilati e invalidi di guerra. Anni all’inferno, poi sentii allibito un attempato avvocato che diceva «Siamo alle porte coi sassi», non capii, si parlava di Campiglia d’Orcia, poi si sentì «No, a Colle! A Colle!”. Zio Ottavio, dall’alto di se stesso e del suo appartamento in cima a un casone di mattoni di via del Porrione a Siena e su e giù nei trenini – le littorine – che si agitavano tra Siena e Chiusi, aveva convinto babbo a studiare, studiare, prendere un pezzo di carta …. Ora c’era un posto da impiegato comunale. A Colle.
E babbo col suo bastone americano di Wiesbaden arrancava per quel segmento già della Strada Regia Livornese che i colligiani chiamavano ll’Ormi (solo le signore gli Olmi), una bella salita che aveva sostituito il viottolo detto dietro la signor’Anna con questa bella cancellazione vocalica arcaica. Opera di Ximenes per conto di Pietro Leopoldo. Dura durissima salita, alternativa alla peggiore Costa che dalla scomparsa Porta Fiorentina portava alla testè distrutta Porta al Canto (e sostituita da Palazzo Masson, con tanto di lapide laudativa), percorso che chiedeva e chiede ai più una sosta a mezzo. Dalle case che si perdevano per la Maremmana Nuova (si stava dal fattore Lombardini, che s’era fatto una bella casa dove Colle si disfaceva verso Gracciano dell’Elsa, dopo ll’orti der Pampaloni sede delle mie scorribande) babbo arrivava dentro le mura a Porta Guelfa (e’ Hattro Hantoni) e poi saliva saliva trascinandosi dietro la sua gamba di legno che a Bologna l’amputazione l’avevan portata quasi al fianco, senza sconfiggere l’osteomelosi che avrebbe afflitto babbo tutta la vita (mi dole la gamba). Saliva saliva, finché con nonno Giangio si cominciò a spingere carretti carichi di modeste masserizie per la Strada Nova, tutti i giorni, lui spingeva, io accompagnavo, e il finale si fece gioiosamente in camio: s’aveva una casa (?) in via di Speretolo, nascosti dietro i Villini dei signori di Colle, ora c’è un garage, eravamo felici. Babbo camminava sempre appoggiato a quel bastone, ma ora tutto in piano, a’ Frati, ar Torrione, passata la ‘asa di Rosa, poi giù giù scesa lieve fino in Santa Caterina, via del Campana, già del Gioco Reale, la strada nobiliare (i signori di Borgo!!). Era il massimo, lui proletario delle case di fortuna di Castello (di corsa giù per la Costa anche col ghiaccio nella luce incerta dell’alba per entrare dal Canovai) poi ospite del suocero e della cognata in via Maremmana, ora in Borgo anche lui, anche se in un annesso che bisognava esser come eravamo negli anni ’50 per chiamarlo casa. Casa mia, casa nostra, bastava pagare l’affitto al Logi tutti i mesi alla scadenza. E si faceva.
23 aprile 1945, San Giorgio ammazzadraghi. L’onomastico di Giorgio, non che non ci tenesse, Giorgio aveva esattamente ventitré anni, cinque mesi e dodici giorni. Io alla sua età scrivevo la tesi e guardavo perplesso e spaventato la pancia della mi’ moglie che era cresciuta a dismisura e – mi pareva – pericolosamente. Ero un signorino, sposato felicemente. La guerra infuriava in Vietnam, ma non in Europa.
Il giorno di San Giorgio del 1945, invece, a Berlino infuriava la battaglia. I russi erano lì, cannonate continue. Ma il gruppo d’italiani era felice. S’erano messi in cerchio intorno ad un fuoco dove arrostiva un ben di Dio di bucce di patata. Un sibilo atroce. Un’esplosione proprio dove arrostivano le bucce. Parecchi riversi, morti. Giorgio sentì un dolore terribile alla gamba sinistra. Sotto il ginocchio.
Diversi fuochi squarciavano le tenebre, sulla strada subito fuori Pistoia. Quintilio stava vicino a Bruna, s’era preso questo impegno, aveva i parenti a Bologna, lontani cugini ma rihonosciuti. Quelli del camion facevano cena e si passavano il fiasco del vino. Domani avrebbero passato l’Abetone. Bruna era tranquilla, si sentiva ben protetta da Quintilio. Non c’era altro modo di passare l’Appennino, e lei doveva pur andare, giungere da Giorgio, arrivato da Merano. Le aveva scritto, le aveva detto che la riteneva libera, che non poteva chiedere che vivesse con un mutilato. Ma lei gli aveva detto che non le importava, che sarebbe stata sua moglie. Era tutto predisposto, sarebbero stati in casa di lei con suo padre e sua sorella. Finché non trovavano qualcosa, poi si sarebbero visto tutto, lavoro, tutto. Ora voleva andare a trovarlo, vederlo, rassicurarlo, abbracciarlo. Lui le diceva che era stato tranquillo a Merano, assistito amorosamente da una infermiera sposata a un ingegnere veneto, ma lei era slovena. Quella che mi avrebbe detto di non dire no a Tirol se mi offrivano qualcosa, ma io ero troppo toscano ed offesi la bella signora vestita con il vestito tirolese, rifiutando (la prima delle previste rituali tre volte) come dovuto. Quella che il marito Correr mi portava a cogliere i lamponi in tenuta da montagna. Quella che rideva quando la antipatica figlia della donna tedesca dove ci aveva sistemato e che teneva sempre le cassette di mele sotto il letto, mi diceva pampino, mancia!
Ma ora Bruna aspettava l’alba per passare l’Abetone. Era tutto sistemato. Giorgio, lo sapeva, non amava la parentela contadina di Bruna, che non era quella paterna, quasi smarrita, famiglione venuto a San Lazzaro da Malacoda di Castelfiorentino per sfuggire agli allagamenti continui dell’Elsa. «Se’ nata ar Paradiso» le diceva Giorgio per prenderla in giro, ed infatti al podere Paradiso stava Giangio con la moglie Sunta, che – di San Donato a Quartaia – non era mai stata a Colle prima di sposarsi, e con ben tre figliole, che alla terza, che era proprio Bruna, si sentì dire dal padrone che doveva esser disdettato, non c’eran braccia per lavorare il podere. E Giangio tornò di casa al piazzale del mercato delle bestie, che diventava il campo sportivo della Colligiana che si fondava nel 1922, e faceva lo zappaterra ora qua ora là e così campava, le bambette sarebban ite a lavorà in frabbica, salvo la prima che s’era sposata in campagna.
E Giorgio non amava questo ambiente, si irritava anche con la cognata operaia, che si sposò, andò col marito vetraio a San Giovanni e tornò subito vedova.
Ma non seppe dir di no a Bruna a Bologna, in fondo era quello che sperava, che lo tenesse con sé, staccandolo un po’ anche dal babbo e dalla sorella, la sua mamma non c’era più.
Bruna sentiva il freddo del mattino mentre i fuochi a Capostrada si spengevano e si profilava l’Appennino. Andava a Bologna, finalmente, tanto c’era Quintilio.
Quello che parlava era russo, lo sapeva. Il soldato gli alzò il braccio, controllava se era una SS o che, poi lo lasciò stare. Il dolore alla gamba era lancinante. I russi entravano e uscivano, c’era grande confusione. Il dottore aveva fatto a meno dell’anestetico, era finito. Le urla si confondevano al sibilo delle bombe ed agli schianti. Il caos. Il dolore. La paura. E questi non erano russi, non erano tedeschi. Forse parlavano inglese. Lo vide, c’era scritto US Army sulle mostrine, erano americani. Lo portarono via. Il dolore alla gamba non era sopportabile.
Gli americani avevan di tutto. Ciambelline, buonissime, dolci. Giorgio rischiò molto con l’indigestione che prese.
A Merano stava teoricamente bene. C’era la Còrrer, era definita così, perché il marito si chiamava Correr, e lei era nota col cognome del marito italiano. Erano una compagnia di giovanotti molto impegnati, e poco affabili, c’era da imparare ad usar le stampelle, provare a camminare, ma il tempo per pensare la vita che ti aspettava, c’era. E l’umor nero poteva dilagare. I moncherini andavan controllati, le cose a Giorgio non andavan bene, bisognava amputare ancora, sempre più in alto. E bisognava andare in una clinica più adatta di quella di Merano. A Bologna. Ma c’era tempo per pensare, intanto, per ricordare. Difficile era progettare.
«Spezzeremo le reni alla Grecia» aveva detto Quello. E con qualche aiutino tedesco gli italiani si erano insediati in Grecia. C’era già il mito италянскнњ хорошо, ‘italiani brava gente’, quindi messo insieme questo al fantastico una razza una fazza viene fuori che a dispetto dei massacri che nel nord della Grecia le truppe italianed’occupazione si permisero, mentre i tedeschi portavano via gli italiani da Megara, i megaresi piangevano, non si sa se pensando alla sorte di questi ragazzi italiani del campo d’aviazione che tutto sommato eran dei compagnoni o pensando a se stessi soli coi tedeschi. Ma piangevano.
Estate 1943: trionfo della Grecia, col suo caldo, le vesti vaporose delle ragazze, il σουβλάκι. E ormai si volava, Giorgio era motorista, altro che autiere! L’incanto delle isole nel mare blu, i pini, la musica. Giorgio frequentava una famiglia, gli portava qualcosa, faceva cena, si dilettava di approssimazioni ad una conversazione. Per sempre quelle poche settimane a Megara lo avrebbero segnato, anche se non tornò più in Grecia.
La guerra in realtà era lontana, quel soggiorno greco quasi quasi somigliava a una vacanza, qualche parolina imparata, far gusto ed abitudine alla ρετσίνα.
Una notte, però, mentre mandava il camion pesantuccio con sopra anche delle camicie nere, fu intercettato e fermato dai partigiani dell’Elas. Un’accurata perquisizione alla luce delle torce. Le camicie nere le trattennero, la truppa con Giorgio e il camion furon rilasciati. E dall’alba la vacanza ricominciò, con tanto di monte ore crescente di volo sugli arcipelaghi e sfoggio di sahariane leggerissime, indubbiamente eleganti.
Si parte! L’ha detto il comandante. Sugli aerei, si torna in Italia. Caos. Armistizio. Badoglio, Mussolini addio. Che si fa? Ordini? Assenti. Siamo qui, a che fare? Via, si torna e si vedrà. Siamo sulla pista, allineati, tutto sommato c’è euforia.
In fondo alla pista, piatti, grigi, ovviamente ben allineati, appaiono i panzer. Questi? Carrarmati e aerei si fermano, il comandante scende, parlamenta.
Scendere, si va coi camerati. Gli aerei li pigliano loro, noi negli alloggiamenti. Comandano loro.
Ora il treno. Pigiati nei carri bestiame, fitti, con il monotono battito delle ruote sui binari. Troppa gente, c’è puzzo, si mangia in piedi, quel poco che ti rifilano, sbobbe. Dove ci portano? Non si sa. Si pensa di essere prigionieri, che altro? Che si poteva fare? I megaresi erano tristi a vederci partire, probabilmente si aspettavano tempi peggiori. Ma noi tu tun tu tun e tu tun tu tun. Casa? Giorgio c’era stato l’ultima volta appena per veder morire sua madre, malata da tempo. Aveva visto Bruna appena di sfuggita. E ora?
La maggior parte dell’umanità che affollava il carro bestiame del lunghissimo treno per chissà dove era ben giovane. Così che riusciva anche a gustarsi qualcosa in quella situazione disperante. Per esempio le incredibili rose della vallata di Plovdiv, era difficile pensare alla guerra in quella specie di paradiso. Comunque la nota di fondo era naturalmente l’inquietudine. Non si sa come, cominciò a circolare la notizia che soldati italiani in Jugoslavia, a reggimenti o più, invece di mettersi nelle mani dei tedeschi si univano ai partigiani, quelli di Tito. Il treno penetrò in effetti in Jugoslavia e l’inquietudine crebbe. Il treno si fermò stridendo accanto a un bosco, che saliva su una collina, fitto. Corse l’incontrollabile voce che si era non lontano da Belgrado. La sosta era per un piccolo ristoro, per minimamente rinfrancarsi, bisogni inclusi. La vigilanza era occhiuta ma non infallibile. Giorgio riuscì ad entrare nel bosco, ad avanzare molto faticosamente, per la salita e per i vari inciampi. Stava fuggendo, si rendeva conto, col cuore in gola. E i partigiani eran proprio lì? Lo vedevano? Quando e se li trovava, che diceva? La lingua? E se magari facevano il tiro al piccione? Si stava domandando anche se aveva voglia di combattere, cosa che del resto non aveva mai fatto. Ma soprattutto, dove erano questi partigiani? Se non c’era nessuno, che faceva, dove andava? Come italiano, come sarebbe stato accolto? Avvertiva il rischio e l’inutilità di quell’avventura, e in sostanza lo attanagliava la paura, lo tormentava una serie di paure. D’istinto, cominciò a tornare indietro, con la fortuna di ritrovare la strada, eluse la sorveglianza, tornò sul treno.
Il convoglio andava e andava, entrò in Ungheria. Fecero caso che dalle finestre la gente mostrava loro i pugni, sputava, urlava frasi ovviamente incomprensibili ma in cui si sentiva ben chiaro l’odio. Stavano maledicendo i traditori. Si prende anche questa, anzi, francamente, ma chi se ne frega! Stian loro con i loro amici tedeschi. Il treno si ferma in una stazione, non c’è gente. C’è scritto Kossa. Qualcuno fa circolare la notizia che quel nome si legge più o meno coscia, ci si spancia dalle risate mentre circolano brutti pensieri che la parola evoca. C’è ancora capacità di ridere. Si riparte, scossone e via, tu tun tu tun.
Dicono che ormai il treno è in Russia. Bel viaggio. Si son sentiti anche cambiare i treni delle ruote, dicono che c’è uno scartamento diverso. Che ci si farà in Russia? Ma poi si sente ancora l’intervento sulle ruote, si riparte, dice che si va a Berlino, ce n’è di strada, ma magari finirà questo viaggio puzzolente. Si è passati di qua e di là, qualche volta in altura si son visti parecchi treni nei baratri. Ora siamo in pianura, si va veloci, a un certo punto compaiono scritte solo in tedesco, con quella buffa scrittura che si legge con qualche fatica. Ci buttan giù alla fine – rudemente – dal vagone, Tempelhof.
Ho fatto in tempo a passare un paio di volte per quell’aeroporto, per Monaco e poi Pisa; tutto bello, il nome mi dava i brividi.
Ora le baracche, i letti a castello, il fittucchiaio. Si mangia poco e malissimo. S’incomincerebbe anche a sentire freddo. Tutti lì, filo spinato, tante baracche, gente di tutte le razze. Dicono che più in là c’è un campo di ebrei, si vedono passare ogni tanto. I giorni sono tutti uguali, anche per il lavoro, perché ci fanno lavorare. Eppure siamo prigionieri di guerra, ci assiste la Croce Rossa, arrivano anche pacchi da casa. Naturalmente ci si domanda angosciati quanto durerà. I tedeschi trattano duramente, diciamo rudemente, ma non disumanamente. S’è visto qualche massaia che ci ha portato qualcosa, miserie, non se la passano bene neanche loro. Il brutto è quando suonano le sirene, perché qui bombardano, e come! Ci fai il callo? No di certo, anzi ogni volta è peggio. E poi ci hanno portato a scavare nelle macerie. Tiri fuori anche pezzi di corpi, braccia, gambe, è terribile. Macerie tante, strade intere di macerie, bombe tante, fischiano, esplodono. La guerra Giorgio ora ce l’ha tutta addosso. E poi c’è il lavoro, duro, lungo pesante. In una fabbrica, si costruiscono pezzi per i carri armati, copricingoli e diavolerie del genere. Si lavora zitti, cupi. Si esce la mattina presto, è sempre più freddo, poi si entra e si esce che è già notte. Per compagnia la fame, si perdono chili. Poi ci sono le partite a carte, con giocatori violenti. C’è un francese che quando si siede a giocare infila un coltello nel tavolo per la lama. Come fa a averlo e tenerlo? Mistero.
La bella distrazione è quando arrivano soldati italiani, anche ufficiali. Si vengono a sapere molte cose.
L’Italia è divisa in due, e ciò non commuove molti. Il Re se ne sta al Sud, con americani e inglesi, invece poi c’è una cosa che si chiama Repubblica Sociale Italiana e c’è Mussolini. Si è prigioneri di guerra del regio esercito, anche se Giorgio è aviere. Gli ufficiali italiani, repubblicani, insomma fascisti, invitano ad una opzione. Chi si considera regio resta prigioniero e seguita a fare la stessa vita. Chi vuole aderire alla Repubblica verrà rimpatriato e combatterà con l’alleato tedesco. Quindi niente casa, chissà dove e a fare la guerra che ha già stufato da tanto, insieme a questi gentilissimi tedeschi. Giorgio non ci pensa nemmeno, coi fascisti non ci va. Quasi nessuno ci va, e gli ufficiali italiani neanche insistono, questi uomini servono alla macchina industriale della Germania, va bene così. Arbeiten. Seguitano i giorni i tutti uguali nel loro altalenare tra l’orrore delle macerie, il terrore delle sirene e degli scoppi, la depressione, fame, e ogni mattina fa più freddo, poi ci sono anche le liti con gli stranieri prigionieri e fra italiani. Coi russi ci si scambia le sigarette. S’è imparato спассива, хорошо, parole tedesche. Filo spinato. Passaggio di ebrei.
Ora era davanti alla commissione. C’era anche, con la faccia terribile, un ufficiale giapponese. L’accusa: sabotaggio, il rischio, la morte. Giorgio non aveva sabotato un bel nulla, non ci si azzardava, né ci si azzardavano altri nella fabbrica. Ma qualcuno si era insospettito e lo aveva accusato. Con lui c’era l’ingegnere capo, un brav’uomo, tranquillo, che conosceva bene Giorgio e gli voleva bene. Anziano. Fece un lungo sproloquio e alla fine Giorgio lo mandarono via, scagionato. Poteva tornare al tran tran delle bombe, delle macchine, delle spedizioni fra le macerie e ai discorsetti in lingua franca con Polina, alle peggiori caffetterie di Berlino, alle camminate stanche nella città, ai rientri dietro il filo spinato, alle partite interminabili con le carte bisunte.
Dopo il freddo e la neve, anche a Berlino-Tempelhof arriva la primavera, poi trionfa l’estate, Pare un sogno… I vestiti ora sono praticamente adatti. I bombardamenti sono più frequenti.
Un giorno si fa adunata, come sempre, ma c’è agitazione fra gli ufficiali tedeschi – e qualcuno italiano repubblichino – del campo. C’è un annuncio importante. Non si è più krieg gefangen, prigioniero di guerra, ma internato! Si seguiterà a lavorare, a (non) mangiare, a tremare, ma se si trova tempo si esce anche dal lager, si va in centro, si guardano le ragazze, si prende un caffè. Poi si vedrà che non arrivano più i pacchi da casa, non arrivano più neanche le cartoline postali. A Colle Bruna comincia a porsi dei problemi, non si sa più nulla. Non avrebbe comunque saputo (lo seppe dopo) che Giorgio era sempre più amico di una operaia russa, una certa Polina. E intanto il freddo si era fatto un grosso problema, accompagnato dalla fame, ora dalla ricerca nei rifiuti, fino alle ghiotte scorte delle migliori delizie, le bucce di patata. Qualcuna qualcosa ti allungava, ma era più simbolico che altro. Fatica e fame, freddo e passeggiate in centro, o altrove, che funzionava bene la metropolitana. Un giorno Giorgio arrivò con i compagni a Potsdam, meravigliato da una città tanto bella. Sembrava vi regnasse la pace.
Ma poi torna l’autunno, l’inverno, ormai siamo trasparenti, si sopravvive non si sa come alla fame, al freddo, alla fatica. Bisogna stringere i denti. S’aspetta che l’inverno finisca.
Ed è finito, e c’è qualche novità. Lontano si sente un brontolio. Dice che sono i russi. Si son presi la Polonia, e sono in Germania. Puntano su Berlino. Forse finisce la guerra. Forse questi tedeschi l’hanno proprio persa. Ora fanno un po’ tenerezza, quasi, nelle caffetterie, quei pochi italiani che trovi in divisa. Questi non hanno optato per la Repubblica di Mussolini, hanno fatto altro. Si sono arruolati nelle SS. Le loro divise son quelle delle SS. Hanno un’aria stanca, malinconica. Non ce la facevano più, dal lager dovevano pure uscire…. Due parole in italiano gli facevano piacere. Giorgio ebbe modo di scoprire, nel dormiveglia in ospedale, che i russi le SS le facevano fuori appena visto il tatuaggio.
Fa quasi caldo, ma il brontolio è diventato altro. Scoppi botte, crolli. I russi avanzano, assediano Berlino. C’è fiducia, finirà, sarà dura ma finirà. Giorgio è contento perché è il suo onomastico, tutto fa brodo, qua, e in verità ci tiene anche. Poi i ragazzi hanno saccheggiato una discarica e sono pieni di bucce di patata, fresche. Si fa un festino, vai! Tutti intorno al fuoco, che le bucce si arrostiscono. Verranno a liberarci, intanto si mangia. Un sibilo lacerante…..
23 aprile 1945, San Giorgio.
Guardavo babbo in canottiera e sotto il lenzuolo dalla vita, che leggeva il giornale. Sbotta: «Vai! Hanno riarmato la Germania! Tra cinque anni scoppia un’altra guerra!» Quattro anni abbondanti dopo per mano a mamma le dissi: «Mamma, un altr’anno scoppia la guerra». Mamma si ferma: «Ma che dici?» «L’ha detto babbo…» «Ma quando?» «Sono quasi cinque anni. Dice che c’è la Germania che fa un’altra guerra». Mamma si mise a ridere, mi rassicurò, me ne stetti.
Io ero certo che a vent’anni sarei stato soldato, e avrei fatto la guerra. Come i miei nonni, il cavalleggero e l’anziano fante, tutti e due poi Cavalieri di Vittorio Veneto, il primo loquace sulle facezie che aveva sparso e ricevuto mai al fronte, neanche durante la rotta di Caporetto, il secondo silente, e poi babbo coi suoi racconti iterati. Poi invece capii quello di cui babbo era convinto: mai più guerre, mai più bombe, mai più fascismi, progresso. Magari, socialismo.
Scrosciavano gli applausi. Di più: la platea si agitava. Giorgio aveva appena finito di cantare sia Volare che – in versione italiana – il successo canadese Diana. Entusiasmava i giovani, Tutto terzinato, diceva. Cantava bene, e lì, al Teatro del Popolo, muovendosi a modo suo sul palco, aveva conquistato un’ottima posizione alla gara canora regionale toscana. Poi l’organizzatore gli disse che non aveva comprato (o aveva restituito) la coppa che gli spettava, ma questo è un altro discorso, Non pensava, l’organizzatore, che Giorgino gli avrebbe creato problemi se risparmiava i soldi della coppa… Un nastro magnetico replicava le esibizioni sonore di Giorgio e non solo il sincopato o terzinato, per la gioia della clientela un po’ mesta del Circolo di Santa Caterina, sotto il ferro di cavallo di vecchi olmi, già Parterre. Insomma, la vita andava. Arrivò anche la cena di San Silvestro da Ernesto a Staggia, locale freddo ma selvaggina non male, poi i festoni di Natale in casa di Tita l’ostetrica condotta dirimpettaia (nel primo condominio di Colle, accanto alla fabbrica fracassona delle bullette) coi cori di Firenze sogna, insostenibili almeno per Giorgio che con la musica – come ‘r zu’ babbo anche, suonatore di jenis – ci sapeva fare. Ogni tanto un po’ di dolore al moncherino, o parecchio. Poi, anni dopo, c’eran le sedute mattutine al bar dell’Orso, quello di Colle, sorelle Bianchi, via Mazzini già Vittorio Emanuele II, a veder passare la bella gente, e i primi extracomunitari.
Sul letto di morte trovò il modo di benedire l’Ejercito Zapatista de Liberación Nacional che si era appena impadronito della bella città chiapaneca di San Bartolomé de Las Casas, e di altre quattro.
Spirò poi all’ospedale San Lorenzo, che finalmente sembrava dormisse, giusto quando l’inserviente aveva finito di dare il cencio, il 25 di gennaio del 1994. Aveva 72 anni, 2 mesi e 14 giorni. Io alla sua età ricominciavo a scrivere parecchio.
Luciano Giannelli
Laureato nel 1972 a Firenze con tesi in Dialettologia Italiana su un’analisi geografica e interpretativa della ‘gorgia’ toscana – poi oggetto di diverse pubblicazioni – ha successivamente coperto insegnamenti di Storia della Lingua Italiana (Siena), Fonetica (Calabria), Glottodidattica (Urbino), e ha svolto un corso di Dialettologia Italiana (Helsinki); è stato ricercatore di Linguistica Italiana presso la Facoltà di Magistero di Firenze dal 1984 al 1987.
I campi di attività permanente riguardano la linguistica di ambito indigeno americano e la linguistica italiana con particolare riferimento alle varietà toscane e affini. In americanistica conduce e coordina studi di tipo macrosociolinguistico e di descrizione morfosintattica delle lingue indigene, con particolare riferimento ai gruppi maya, irochese, athapaska, quechua e aymara, nahuatl, mapuche, e alla lingua cuna. Un campo di interesse permanente sia in ambito americanistico che italianistico è quello dei problemi della trascrizione e della resa per scrittura dei testi di produzione orale, e della costruzione di sistemi ortografici. In ambito italiano, collaboratore di diverse imprese geolinguistiche. Cofondatore dell’Atlante Lessicale Toscano, coordina inoltre l’Unità Operativa Locale di Siena dell’Atlante Generale dell’Alimentazione Mediterranea. E’ stato per più anni membro della Giunta del Dipartimento di Filologia e Critica della Letteratura. Dal 1989 al 1991 è stato il primo Presidente della Società Internazionale di Linguistica e Filologia Italiana.
“La Matita per scrivere il cielo” accoglie il prof Luciano Giannelli con Macro e microcicli della storia – biografia e storia a perdere – “La ballata del babbo” e altre curiosità Per una condivisione ragionata su come la “grande” storia sia fatta dalle tracce delle nostre singole esperienze personali.
foto di Lucia Bettoni, Patrizia Fusi, Rossella Gallori, Cecilia Trinci
Due ore intense e partecipate che raccontano il passato e la storia, grande e “piccola”, attraverso le pagine del prof. Luciano Giannelli, docente universitario, linguista e ricercatore di grande fama, scrittore e vivace narratore, accolto con gioia nel bistrot del Teatro Comunale di Antella.
Luciano Giannelli
Laureato nel 1972 a Firenze con tesi in Dialettologia Italiana su un’analisi geografica e interpretativa della ‘gorgia’ toscana – poi oggetto di diverse pubblicazioni – ha successivamente coperto insegnamenti di Storia della Lingua Italiana (Siena), Fonetica (Calabria), Glottodidattica (Urbino), e ha svolto un corso di Dialettologia Italiana (Helsinki); è stato ricercatore di Linguistica Italiana presso la Facoltà di Magistero di Firenze dal 1984 al 1987.
I campi di attività permanente riguardano la linguistica di ambito indigeno americano e la linguistica italiana con particolare riferimento alle varietà toscane e affini. In americanistica conduce e coordina studi di tipo macrosociolinguistico e di descrizione morfosintattica delle lingue indigene, con particolare riferimento ai gruppi maya, irochese, athapaska, quechua e aymara, nahuatl, mapuche, e alla lingua cuna. Un campo di interesse permanente sia in ambito americanistico che italianistico è quello dei problemi della trascrizione e della resa per scrittura dei testi di produzione orale, e della costruzione di sistemi ortografici. In ambito italiano, collaboratore di diverse imprese geolinguistiche. Cofondatore dell’Atlante Lessicale Toscano, coordina inoltre l’Unità Operativa Locale di Siena dell’Atlante Generale dell’Alimentazione Mediterranea. E’ stato per più anni membro della Giunta del Dipartimento di Filologia e Critica della Letteratura. Dal 1989 al 1991 è stato il primo Presidente della Società Internazionale di Linguistica e Filologia Italiana.
Un Giovedì come tanti altri. Alle 16, 30 il solito appuntamento con le Muse che Lucio si ostinava a chiamare così, mentre tutti/tutte gli altri le chiamavano matite. Ma tanto era lo stesso. . l’etimologia di “matite “ era “allievi” e andava proprio bene.
Insomma, tra questi pensieri Lucio prese posto nel vagone , un vecchio carro merci dismesso e regalato, che però faceva ancora la sua figura, pitturato, pulito e agghindato come si conviene.
Presero posto anche le altre Muse col solito chiacchiericcio dei momenti belli. Tutto mentre la Matita capo, alias Cecilia, seduta sulla scranno più in fondo, scartabellava alcuni fogli , sicuramente alla ricerca della “scintilla” del giorno, mentre l’uditorio chiacchierava, sì, ma un pensierino a cosa avrebbe dovuto fare di lì a poco passava per la testa a tutti, anche se non lo avrebbero mai ammesso. L’atmosfera era così simile a quella che precedeva un’interrogazione di filosofia , ai beati tempi del Liceo, che Lucio non potè fare a meno di provocarsi una risata, ma siccome non si poteva, ne uscì fuori una via di mezzo tra un brontolio e un belato, che, la sua compagna di banco, inesorabile come sempre, non mancò di stigmatizzare con un “sstt!!” che non ammetteva repliche.
Insomma, il momento era giunto. Cecilia, si alzò e , come sempre prese la cosa alla larga, ma prima del fatidico svelarsi, il vagone subì una scossa, identica a quando , nei treni veri, attaccano la motrice. Tutto oscillò un poco, e la solita spiritosa (ce n’è sempre una, ma questa volta era la solita) fece: ”O che parte?!”. Tutti risero , ma ne avrebbero fatto a meno se avessero potuto leggere nel futuro…
Cecilia riprese la parola, ma non si capì granchè. . non era colpa sua. . il fatto è che quel vagone si muoveva davvero. . o almeno questa era la netta impressione di tutti.
“Si vede che vuol fare due passi. . ”La solita spiritosona…
Altro che due passi…stava ma accelerando. . A Lucio venne un pensiero balzano. . quel povero vagone, su quel binario morto, gli aveva sempre dato l’impressione di un gigante legato a quei tristi monconi di due binari che lo tenevano prigioniero lì invece di accompagnarlo libero attraverso spazi liberi e immensi. Questa è la sua vendetta fu quello che pensò Lucio, forse più matto del vagone. .
Sì, ma c’era poco da scherzare, in quei pochi minuti avevano già superato le colline vicine e il vagone, con l’impeto di un destriero di razza volava. . volava. . oddìo. . per dove volava. . ?!
Il comportamento del gruppo fu esemplare. . nessuno si precipitò ai finestrini chiedendo di farlo scendere, nessuno si raccomandò alla mamma. . si vede che, l’educazione matitesca ad accettare la realtà, anche se irrazionale, li aveva ben vaccinati ad affrontare anche l’irrealtà, quando si presentava.
Ci fu solo un momento, quando il cielo cominciò a divenire scuro e comparvero le prime stelle, che un brivido generale percorse tutti, e la vittima designata fu Lucio che , accidenti a lui, aveva fatto sfoggio di avere qualche cognizione scientifica.
Fu Cecilia che si fece interprete: ”Lucio, sono le cinque e il cielo è buio. . in questa stagione. . che vuol dire?!”
A Lucio si allegarono i denti. . purtroppo la risposta la sapeva…e venne fuori come un tappo di champagne: ”Vuol dire che stiamo superando l’atmosfera e stiamo entrando nello spazio…Guardate le stelle. . non tremolano più e hanno i loro veri colori…. ”
L’incredibile bellezza dello spettacolo per un attimo travolse tutti e bloccò ogni altro sentimento, paura, incredulità, tutto fu annientato dalla magnificenza del firmamento “vero”.
Però anche le matite sono esseri umani e quel viaggo verso l’ignoto, in un andare senza capo né coda era troppo anche per loro.
Il povero Lucio fu subissato di domande…come se lui ne sapesse di più. . l’unica cosa che gli riuscì di dire fu che, se era giusto il cielo che aveva visto alla partenza loro stavano filando diritti diritti verso la Luna.
“Ma sulla Luna non c’è aria. . allora siamo tutti morti…”Per quel che ne sapevano era la verità, e non potevano farci niente.
“Sola andata Antella-Luna. . coincidenze per Marte , Venere , Giove consultare i tabelloni. ” Era una sciocchezza, ma per un momento sollevò la tensione.
Ma non era uno scherzo, la Luna arrivò ad occupare tutto il cielo, finchè, il vagone, obbediente come lo era stato quando era in servizio, planò sul suo binario e scivolò disciplinatamente fino a…fino al casello d’arrivo…perché quello era il casello d’arrivo di una stazione. . su questo non c’erano dubbi. .
Quando gli sportelli del vagone si aprirono, le bocche delle matite erano cucite, non si sarebbe sentita volare una mosca. . se su quel mondo ci fossero state le mosche.
Sul predellino montò un omino. . se non fossero state terrorizzate le matite avrebbero riso di gusto. . in effetti l’omino era buffo forte: alto un metro e cinquanta, seminudo a parte una specie di gonnellino scozzese di tessuto che cambiava colore ogni microsecondo, aveva tre , dico tre peli in testa, e altrettanti ai gomiti e alle ginocchia. Ma non andava sottovalutato: gli occhi erano grandi e intelligenti. . e le sue prime parole furono: ”Sì, sono un Lunariano, perché? E voi Terrestri, lo so…”altra pausa. . ”Ah, perché saresre belli voi?!”Un fischio, forse era il suo modo di ridere. . ”Piuttosto , invece voi non dovreste essere qui. . ah, venite dall’Antella. . Firenze. . bei posti. . ci sono stato una volta…Come dice signora. . Rovezzano? Si tutto bene…vuol guardare?” La signora guardò (tanto sappiamo chi è) ”Contenta?! Ma ora devo capire perché siete qui, sentirò il mio collega…Vwsckjxzzzy (inutile tradurre), qui c’è della gente venuta dall’Antella…ma come ha fatto?!Ah, vieni tu…ora viene il capo. . vediamo se ci dice qualcosa lui. . ”
Il personaggio successivo sembrava uscito direttamente dalla Malebolge di Dante: tutto rosso, con due cornetti in fronte e due zanne lunghe come artigli…Si soffermò a guardare quell’accozzaglia di gente e la prima cosa che disse fu “Che c’è, mai visto un Marziano?!”…. E rivolto al collega. . ”Uno scherzo del Direttore…lo sai quanto ogni tanto gli piace far vedere a quei presuntuosi dei terrestri come stanno davvero le cose…”. . ”Ma se chiacchierano. . ?!”. . ”e lasciali chiacchierare, pensi che qualcuno gli crederà. . ?!”Altro fischio, questa volta doppio.
Poi, rivolto di nuovo alle matite che non sapevano più nulla, disse ”Sì, vi piaccia o no, le cose stanno così: sulla Luna ci si sta e ci si sta bene, su Marte uguale, potreste viverci anche voi, ma vi piace credere che siano mondi morti. . e noi ve lo facciamo credere. . e siamo bravi. . bravi davvero. . come quando abbiamo raggirato quell’Armstrong. . e come ci ha creduto…e come ci siamo divertiti!”Altri fischi, semmai più forti. ”Ma il nostro direttore Aswrttvxxzj, una Venusiana, ora ve la presentiamo, il nostro direttore, dicevo , a volte è una burlona, dice lo fa per vedere de qualcuna di voi zucche vuote alla fine capirà qualcosa. . e questa volta dall’Antella (boh, chissà perché. . ) deve aver captato qualche spunto promettente. . dice lei. . Ma eccola in persona. . ”
E difatti il portello si aprì sul sullodato Direttore…e che Direttore. . prendete Marilyn Monroe, Belèn, Monica Vitti, Cleopatra. . e non avrete che una pallida idea del Direttore. . già una Venusiana…Lucio era già in estasi, ma fu freddato subito”E non vi fate venire strane idee in testa. . la sua temperatura corporea è di duecento gradi centigradi. . verreste inceneriti all’istante. . naturalmente, se qualcuno le piacesse potrebbe abbassarla a volontà, ma con voi…intendo la parte maschile. . ”
E così l’orgoglio maschilista di Lucio era andato a nascondersi e non si sarebbe più ripreso.
Il Direttore prese la parola. . , ma . . anche il suo suono era il più dolce che si potesse immaginare: ”Mi dispiace avervi disturbato e , sicuramente, avervi fatto provare un bello spavento, ma ogni tanto lo facciamo, a fin di bene. . Ma voglio lasciare un ricordo alla vostra creatrice di scintille. . Cecilia, si chiama così? Le voglio regalare una rosa, un ricordo. . stia tranquilla, non si rovinerà nel viaggio di ritorno, che , vi avverto, sarà molto, molto più rapido che all’andata”….
Un sorriso (Lucio lo ricorderà per tutta la vita) e lo scenario cambiò istantaneamente.
Qualcuno bussava ai finestrini del vagone “State bene?! Si è guastata la stufa. . meno male l’abbiamo riparata in tempo, siete stati svenuti per dieci minuti. . ”
“Sì, infatti abbiamo sognato. . ” la risposta di Cecilia fu pronta, gli altri annuirono. . scesero dal vagone trasognati. . ma , maliziosamente Cecilia allargò l’apertura della borsetta , per un attimo la rosa Venusiana fu vista da tutte le matite. . e per loro l’universo non fu mai più lo stesso.
Daniele Violi: Il percorso che ho fatto con le “Matite Mie”, mi ha fatto insistere ancor di più sul desidero che ho per le mie rappresentazioni e i miei sogni o scenari che spesso tento di tradurre scrivendo, quanto mi passa al momento per la testa, con ilarità, ironia, autoironia e sarcasmo e appunto il desiderio di raccontare la Bellezza della Vita Umana, nelle sue forme, condividendo la Vita di altre/i nostre/i compagne/i di viaggio come il mondo naturale e i suoi abitanti.
Rossella Gallori: Apro l’ armadio, lo chiudo, cerco di richiuderlo, le ante pesanti restano testardamente aperte, io nascosta: un ramo in testa, il tronchetto non si mangia, forse posso succhiarlo, soffoca, ma respiro, lo scemo tralcio dall’apparenza inutile, diventa minuto dopo minuto indispensabile. È buio qui dentro o forse sono io che non vedo, non scorgo la luce che filtra insistentemente. Un cappotto mi cade addosso, una “grucciasbilenca” lo ha abbandonato, una sciarpa coloratissima mi stringe la mano, quasi a volerla bloccare, scrivo e non posso, poi posso e l’ armadio non ha più ante!!! Ciondola una preziosa nappina di seta pura color “salicemio” dal filo consunto di un oro misto ad argento “ glassato” direi, incornicia una chiave che non chiude.
Carmela De Pilla: Rosso passione, la stessa passione che unisce queste anime. Ognuno cerca, scopre, elabora le mille parole che ronzano nella stanza e raccontano gli amori, le sofferenze, le gioie, i desideri i voli che ci portano nei templi più remoti dove regna l’armonia e stiamo bene. Insieme si può.
Sandra Conticini: Ho riscoperto gli abbracci. Serata, quella, che ricorderò perché allegra e spensierata. Da quel giorno mi accorgo che ho più voglia di abbracciare le persone e perché no anche gli alberi che mi danno sicurezza e tranquillità.
Giovedì scorso poi ero appena arrivata, ero un po’ in ritardo e non avevo capito cosa era tutta quella confusione con tralci di piante portate da Daniele: ho trovato davanti a me un seme di camelia. La pianterò, ma non credo che cresca. Comunque ci proverò, non si sa mai! Grazie Daniele della tua bontà e per farmi partecipe di queste realtà per me sconosciute.
Carla Faggi: Ci siamo e ci sto proprio bene. Ci siamo stati e stavo bene. Rido, ridi, ridiamo. Cecilia scrive con noi e questo è bello, ci permette di conoscerla di più e non solo ad intuirla. C’è chi è andato via, c’è chi è tornato. Siamo però sempre noi. Apparteniamo a noi.
Rossella Bonechi: Grazie alla mia curiosità ho aperto una nuova porta, ma grazie a voi tutte e tutti per averla tenuta spalancata.
Stefania Bonanni: Lunghi, sottili fusti flessuosi, che terminano con piccole tenere foglie verdi. Come segnali di speranza e continuità nel tempo e nello spazio. Arbusti flessibili che legano con movimenti di mani buone ed abili, che legano stretti, sono tenaci. Eppure basterebbe girare al contrario il senso della stretta, e tutto si scioglierebbe, senza strappi, senza tagli. Resterebbe il pensiero di un gesto di mani come intorno ai fianchi, e nessun laccio piu’ a obbligarti lì, insieme e stretto. Altri legami hanno prodotto foglie ed appendici, in ore dolci ed intense, buone per chiacchiere e coccole, per farsi compagnia. Altri argomenti hanno girato intorno ai fianchi, misurando ed allargando il mondo.
Tina Conti: Colore arancio energizzante, caliente, che ho scoperto si abbina bene a molti colori che mi piacciono. mi ha indicato una strada nuova per concludere questo anno di lavoro con il gruppo delle matite spuntate.
Vorrei suggerire in questo finale di percorso, di scrivere in modo clandestino e di cui Cecilia sia all’oscuro, parti da aggiungere al libro per i dieci anni del nostro percorso al quale da tempo lei cerca le varie ispirazioni: tema libero, segreto e originale, brillante, erotico -politico, tenebroso e sospettoso, intrigante, romantico e patetico………….confido nella nostra arte e immaginazione in modo che non possano essere i nostri scritti respinti, o cestinati