Il profumo dei chiodi di garofano per Gabriella

Chiodo – di Gabriella Crisafulli

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Se ne stava rincantucciato nel suo angolino ma aveva una gran voglia di uscire, di mostrarsi, di spargere il suo odore intenso.

La sua presenza evocava il Nord e il Sud, l’Est e l’Ovest, fondendo insieme gli angoli opposti del mondo.

Qualche grano non mancava nel sugo di cinghiale e dalla Maremma emigrava nei biscotti con macis e cardamomo di Salisburgo. Ma dagli Spekulatius precipita nel profondo Sud, in Puglia dentro ai Sasanelli.

La forma a stella decorava col suo bruno le bucce delle arance appese ai rami dell’albero a Natale e il suo profumo marcava il Tempio Bao’an sugli altari di Taipei.

E diventava sensuale nell’unguento per il corpo di olio di argan, patchouli, alloro e una punta di zenzero per prendere le distanze da un qui ed ora così faticoso.

Grazie chiodo.

Profumi in coro per Sandra

Il coro dei profumi – di Sandra Conticini

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La Signora Cannella  era arrivata dalla Tunisia tutta vestita di giallo senape compresi orecchini, scarpe e borsa.

Si vedeva che si sentiva bene con quella sua mise. Con aria serafica e sorridente scendeva sculettando la scala.

Ma si rabbuiò quasi subito quando sentì quell’odoraccio intenso di Garofano Chiodo, anzi c’erano addirittura anche i tre gemelli tutti puzzolenti uguali.

In quel salone non ci poteva stare, le finestre erano chiuse, le mancava l’aria e svenne.

Subito arrivò il Signor Finocchio con una bottiglia di aceto e quando Cannella si riebbe si scusò per quello che era successo e se ne tornò nella sua Tunisia insieme a Miele, che era un po’ appiccicoso, ma almeno era dolce e profumava di fiori e di bosco. 

Profumo di finocchio per Stefania

Il vento, lì, profuma di finocchio – di Stefania Bonanni

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Era una macchia d’erba, fatta di fili lunghi e luminosi, in cima agli steli verdi lampeggiavano punte gialle, di fiori piccoli e secchi, pieni di semi piccini piccini. Nulla di che, erba lunga lunga…Poi una ventatina, e si allarga tutt’intorno un odore bianco e celeste, di anice e camomilla, un odore di dolcezze nascoste, di segreti appena appena mormorati, buoni per nasi preparati e pronti allo stupore.

Fu quella voglia solita, di portarsi dietro un po’ di meraviglia. Raccolsi una manciata di steli, ne feci un mazzolino e lo attaccai a testa in giu, nella mia cucina. Usai i semi nel minestrone, nelle polpette, nel ragu’, poi ne piantati un po’, senza istruzioni.

Adesso, in quel giardino, c’è una piccola foresta di steli lunghi e profumati, verdi verdi, poi gialli al sole. E piegano la testa nel verso del vento, e profumano intorno. Una siepe di finocchio, che balla e colora il vento. Il profumo del vento, lì, e’ profumo di finocchio.

Profumo di finocchio per Tina

Il finocchio – di Tina Conti

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PROFUMO E SAPORE IL FINOCCHIO

Non eravamo   al mercato delle spezie di Marrakech ma nella nostra stanza  del giovedì che è stata treno,  nave , aereo, stazione e molto altro. Al buio,  si certo al buio, tutte le matite impegnate a odorare,  scoprire e cercare di riconoscere cosa contenevano  quei piccoli barattolini .Davanti  a noi,  quel pezzetto di castagnaccio,  morbido e invitante che Carmela ha portato per ammaliarci ci confondeva,  quel quadratino profumava e invitava ad affondarci  i denti dentro . Non si sentivano i rumori di quella piazza caotica e arruffata  ma  scorrevano  sotto i nostri nasi. In silenzio odori misteriosi. Difficile scegliere,  fra questo svolazzare di ricordi e emozioni. Si,  sceglierò il finocchio,  ma anche tutto il resto mi intriga e mi inonda di sensazioni. Il nostro finocchio selvatico che nasce dove vuole,  cresce in altezza con steli lunghi e sinuosi creando bordi ricamati  nei campi .Delicato e verde con ciuffi vaporosi in primavera,  cresce alto  e si colora in estate mostrando i suoi delicati ombrelli  gialli,  scurisce e diventa legnoso in autunno mostrando quei semini saporiti e allungati. La prima gelata arrostisce la pianta che comincia a piegare gli steli. Lo disegno spesso con i miei acquerelli,  non manca  nei mazzolini che compongo per casa.. Faccio mazzetti che lego a collana e appendo in cucina. Si sentirà il suo odore forte fino a Natale. Non so immaginare i miei piatti  invernali senza questo profumo,  accompagna le salse nelle carni di maiale,  bolle nella pentola insieme alle castagne,  consola nelle tisane il mal di pancia  dopo  le abbuffate della feste. Nel giardino ho già tagliato i vecchi steli e scoperto che i nuovi getti a ciuffo sono già formati,  se le gelate invernali li seccheranno,  rispunteranno coraggiosi in primavera.

Il profumo del castagnaccio per Carla

Il castagnaccio – di Carla Faggi

Hai scoperto il mio punto debole, vero?

Mi sono accorta subito che ero in tuo potere.

Sei apparso davanti a me e mi hai conquistata.

Mi sono sentita avvolta, le mie papille hanno vibrato.

Io ti volevo subito!

Ma mi è stato detto no, non ancora.

Mi sono accorta allora di essere fragile, in preda alla bramosia.

Il tuo profumo era rotondo, un po’ polveroso, invitante, avvolgente da goccioline alla bocca, protettivo da moglie e buoi dei paesi tuoi.

Lo so sono viziosa, non so resistere, però ho aspettato ancora un po’ nonostante il tuo richiamo si facesse sempre più pressante.

Ti ho guardato, eri proprio come il tuo profumo preannunciava: bruno, morbido e pungente, dolce e salato. È così che ti voglio!

E allora ho trasgredito, in fondo sono sempre stata una trasgressiva, mi sono avvicinata a te, ti ho preso, ti ho morso, ti ho gustato, ti ho avuto!

Sei unico castagnaccio mio!

Sarai il mio solo e unico…ma poi mi sono guardata attorno…e quello cos’è?

Che biscotto strano, mi incuriosisce.

Lo spoglio, non sento profumo però mi fido.

E allora lo mordo, lo sento, sapore pieno, appagante.

Si! ho fatto bene, nella vita è sempre meglio non fermarsi al primo sapore!

Origano la scelta di Rossella

ORIGANO – di Rossella Gallori

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Prima parte, di una parte

Pensavo ad un avvenire migliore, ero vivo, sano, piccolo ma fiero, prestante, persistente, uno che definivano” ganzo”.

Stavo li, cioè non solo li, a volte in un vasetto, a volte in un vasone,  in orto, su un balcone.

Poi andai al mare, un mare secco asciutto, forse senza acqua, ma con un sole, così sole….da togliermi l’ acqua dalle vene.

Fine prima parte

Lei era lì tronfia , rigonfia, alta sui fianchi morbidi, liscia di pancia, una regina, una pasta di femmina, una femmina di pasta, rotonda quel tanto da accogliere, raccogliere, aveva più esperienza di me, sicuramente.

Fine seconda parte

…mi ridusse in polvere, o quasi, conservai di me solo il profumo…quello no, quella zoccola di pizza non me l’ aveva tolto.

 Lottai per lei,  schiacciai il pomodoro, feci attentati alla mozzarella, soffocai i capperi uno ad uno…per non lasciarla più, mi ci spiaggiai sopra, corpo su corpo.

Profumo su calore

Lei regina, io imperatore… ORIGANO, per sempre

Nella giostra dei profumi il giro di Cannella per mano a Rossellina

Signora Cannella – di Rossella Bonechi

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La Senora Cannella aprì l’armadio per scegliere l’abito con cui presentarsi al mondo. Non aveva voglia dei colori Autunno – Strudel e agguantò decisamente l’abito giallo arancio rosso della Torta di Mele: dorato e opulento, con sfumature caramellate proprio come lei, mediamente dolce, soffice e impalpabile proprio come lei, con quelle stecchine cucite sui bordi, profumate proprio come lei. Sì, avrebbe sparso tutto il suo aroma camminando ancheggiante per le strade, avrebbe spruzzato saluti aromatici e sorrisi illuminando sicuramente la giornata di qualcuno.

Questo pensiero la rese oltremodo felice e scese le scale a quattro a quattro pregustando la visita al negozio di Pepe, il pasticcere, che avrebbe attinto a piene mani al contenuto abbondante delle tasche del suo vestito. E un brivido leggero la scosse al pensiero dello sguardo fugace ma inequivocabile che Senor Zucchero avrebbe lanciato alla sua scollatura, cosa che provocò un leggero velo odoroso lungo la strada.

Il suo aroma avrebbe per un po’ avvolto il quartiere Sao Tomè, qualcuno ad occhi chiusi avrebbe pizzicato una chitarra, qualcun altro improvvisato passi di danza. La domenica della Senora Cannella era attesa da tutti i golosi e lei non poteva deluderli. Forza, una scrollata di spalle ad elargirne finché ce n’è!

Profumi protagonisti: l’origano di Luca

Origano – di Luca Miraglia

foto di Lucia Bettoni

Me ne sto sdraiato al sole.

La luce è abbagliante e infuoca la sabbia e la brezza salmastra che rade il suolo.

Mi guardo intorno e mille e mille come me: chi solitario appeso a un rametto, chi a mazzi ancora verdi e chi invece rinsecchito e scuro, chi addirittura ancora in fiore.

Ecco: piedi umani si avvicinano nella macchia e un grembiale si stende leggero accanto a me. Mani gentili mi raccolgono e mi ammucchiano in una tasca profumata di essenze a me sconosciute: improvvisa ombra e poi vetro e poi fuoco e poi rosso pomodoro e poi ancora fuoco, e non posso fare altro che scoppiare di me, tanto da inondare il rosso e il fuoco e l’aria intorno dell’aroma della mia essenza.

Non saprò mai il senso di tutto ciò, ma che importa….

In quella macchia, tra quella sabbia arroventata in riva al mare ho lasciato un seme di me che saprà raccontare altre storie.

La serata dei profumi – L’aceto di Nadia


ACETO! – di Nadia Peruzzi

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Spesso mi associano al vino andato a male. Quindi sembra che il mio destino sia quello di un ragazzo di scarto. Di secondo livello.
Vuoi mettere rispetto a Messere vino rosso? O a una mela dalle guance rosse e gialle da prendere a morsi?
Eppure ho una personalità tutta mia .
Sono acre, è vero! Qualche narice un po’troppo delicata, si può pure offendere. Ce ne sono di quelle da Chanel N5 e poi il nulla. Tanto sono le loro cuoche a fare i conti con me in cucina!
Non per questo sono per forza antipatico.
Gli antipatici, di solito, sono quelli che sciupano le compagnie.
Io, invece, in compagnia dell’agnello che cucinava mamma Luisa ho sempre fatto capolavori di sapore e di prelibatezza.
Se non fosse stato così non sarebbe mai passato dalla Liguria alla Toscana, e di madre in figlia e di nonna in nipote!
Che bello sapere che comunque vada ho un ruolo e sono pure entrato in un asse ereditario.
E chi ha narici che si offendono , senza pensare al dopo, al che cosa e al come..beh,peccato per lui.
Ah, quasi dimenticavo.
Tanto male non sono se un fantino del Palio di Siena, con addosso il mio nome, ha vinto più gare di tutti!
Bambini, non voglio infierire ulteriormente con queste vanterie, rischierei di apparire un po’ presuntuoso e correrei il rischio che mi mettiate nella casella degli antipatici.
Volevo solo dire che anche un profumo un po’ acre ha un suo perché .
Una sua storia positiva e i suoi successi, fuori e dentro la cucina.
Altro che “andato a male”!

Muri e muretti per Gabriella

Muro – di Gabriella Crisafulli

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E si apre una porta che si affaccia su una vita.

C’è il muro delle esercitazioni nel campo d’addestramento accanto al CAR
di Como.

Si era buttata giù.

Il volo le aveva causato alcuni punti di sutura in testa.

Ci sono i muri a secco che abbracciano i mandorli e gli olivi di Monte
Farella.

Terrazzavano il colle, bordavano il cortile di casa, delimitavano la
vigna, circondavano l’aia dinanzi al trullo della nonnina Anna.

E poi c’erano i muretti di quando andava a fare l’amore sotto la chiesa
di San Miniato: si affacciavano su un futuro radioso ricco di tanto affetto.

Conservava ancora in casa un frammento del muro di Berlino, omaggio dei
suoi ospiti americani.

Era felice: le immagini dei Vopos che sparavano su chi lo scavalcava per
andare ad ovest la facevano soffrire.

Pensava che non ci sarebbe mai più stato nulla di simile anche se Tullia
Zevi, presidente della Comunità Israelitica Italiana, sin da quei tempi
intravedeva rischi e pericoli.

Non l’aveva presa in considerazione.

Adesso era al muro del pianto con il cuore spezzato.

Notte dopo notte si dondolava avanti e indietro infilando bigliettini
tra le fessure, ripetendo “Basta, basta, basta!”

Muri della campagna inglese per Nadia

MURI DI PIETRA – di Nadia Peruzzi

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Tutto iniziò con dei muri di pietra, nella lontana Inghilterra a partire dal sedicesimo secolo.
A vederli erano pure belli sul verde smeraldo della campagna inglese, bagnato dalle piogge ricorrenti e dalle brume persistenti, dense e dalle nebbie che impedivano di vedere da qui a lì.
Usarono i contadini per costruirli.  Bianchi, pietra su pietra, muri a secco dall’aspetto inoffensivo e artistici. Parlavano la lingua di una grande sapienza e maestria, e dunque nulla di sotterraneamente pericoloso per chi li costruiva, anzi una finestra aperta su un futuro di grandi cambiamenti che per forza dovevano essere positivi.
I contadini lavoravano spediti.  La pianura si riempì in poco tempo.  Anche le dolci colline ne furono invase e quasi impreziosite. Quei muri di pietra bianca una sull’altra rompevano la monotonia che c’era stata fino a quel momento.
Chi si rompeva le mani d’estate e soprattutto in inverno per tirarli su, non coglieva il disegno che qualcuno aveva in testa da un po’. 
Lo scoprì più tardi, a poco a poco. Quello che era stato di servitù pubblica, anche se incolto, attorno ai villaggi e alle chiese, passò in mano a pochi e quei pochi non erano loro.
Per raccogliere quello che serviva a sfamare sé stessi e le proprie famiglie dovettero, a questo punto, sottomettersi ad un padrone.  Il muretto innocuo segnava la linea della proprietà dalla quale erano esclusi.
Su quelle colline e pianure color smeraldo punteggiate di bianco, agricoltura intensiva e capitalismo cominciarono a tenersi per mano. Il bello nascondeva un diavolo, come spesso accade.
Poi è stato ciò che la storia ci racconta.  Sviluppo inarrestabile, senza idea di un limite e muri a questo punto più alti elevati a difesa. 
La muraglia più alta, dalla notte dei tempi, quella che separa ricchi e ricchissimi dagli ultimi e penultimi sempre più poveri e senza mezzi. 
Gli ultimi della fila schiacciati a terra, e deprivati anche della forza e della volontà di infilare anche solo un piccolo cuneo per iniziare a buttarla giù. 
All’orizzonte nemmeno quel Robin Hood che ci ha fatto sognare da bambini e ci ha fatto schierare contro lo sceriffo di Nottingham e i crudeli suoi pari! 

Il muro con la porticina di Sandra

Il muro – di Sandra Conticini

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Vorrei sentirmi protetta da un bel muro di recinzione alto, anzi molto alto che, oltre a proteggere una grande villa, mi potesse nascondere  dalle insidie del mondo. Non voglio vedere e sentire i fatti che  questo brutto momento  ci riserva. Ci sono soltanto guerre, malattie, cattiveria e presunzione. Starei nel giardino insieme al rumore rilassante dell’acqua che scorre,  un  bel panorama, bei tramonti colorati, ed il canto dei grilli e degli uccelli.

Mi sentirei  protetta, ma sarei isolata dal mondo e soprattutto  dal piacere di vedere chi mi ama e con i quali potrei passare momenti piacevoli in  tranquillità.

Ho deciso… starò dietro quel muro di pietra, ma lascerò una porticina invisibile, di cui soltanto pochi sapranno l’esistenza, e farò passare solo chi voglio.

Il muro ricco di vita di Tina

IL MURO – di Tina Conti

foto di Tina Conti

Devo confessare che ho sempre desiderato provare a impastare calce  e mattoni, mi incantavo a guardare i vari operai che dal niente tiravano su pareti e case.

Da bambina ho molto giocato con terra, sabbia, legni e pietre, ma non ho

mai  provato a usare la calce quando ho aiutato ORLANDO a casa mia a costruire i muretti del parcheggio

Ho sempre avuto il ruolo del manovale: con un cenno della testa lui  mi

indicava quando azionare la betoniera e quando mettere acqua, niente di più e la sera, lasciava tutti gli strumenti puliti. Non potevo neppure pensare di  fargli una sorpresa, si sarebbe molto offeso .Il desiderio di fare case e rifugi  e muri e’  naturale  negli uomini e i bambini spontaneamente vi si applicano.

 Le insegnanti tedesche in visita alla nostra scuola ci hanno con sorpresa, mostrato  immagini straordinari, contenute nel libro delle loro attività.

in una si vedeva un bambino  nella vaschetta ricoperto di fango che con i piedi penzoloni  si rotolava divertito

In un’altra si vedeva un ragazzino con stivali e lungo grembiule impermeabile che con un mattone in mano  posava   la calce su un muretto.

Queste  esperienze ci fanno capire che costruire muri  per difendersi, proteggersi, nascondersi sarà sempre una prerogativa degli esseri umani.

Nel nostro territorio abbiamo varieta’ diverse di costruzione di muri e muretti. Il materiale spesso veniva prelevato dai campi  che così venivano

liberati per permettere alle  culture  di essere impiantate. Accatastato, veniva usato per muri a secco e le case.

Le belle pietre sbozzate invece servivano per recinzione di giardini, muri di

palazzi nobiliari e fortezze.

I bei muri  intonacati a calce e decorati con disegni geometrici che si possono ancora incontrare nelle strade  della campagna prossima alla

citta’, sono quasi delle opere d’arte, si  diversificano molto da quelli  che

a protezione di incursioni presentano sulla sommita’ cocci di vetro.

Nella nostra societa’  la storia di muri di separaione  e segregazione  prosegue con le sue crudelta’.

Nel mio ultimo viaggio in IRLANDA, terra verde e con una natura semplice

e essenziale, le divisione fra i vari gruppi religiosi e politici si leggono ancora nel paesaggio e nei territori dove i muri a volte sempre più alti

hanno segnato la vitae la storia di queste  persone.

La mia cara amica ANNA MICELI ha disegnato e scritto un bel libro per bambini intitolato “ gli inquilini  del  muro”: con attenta osservazione e

maestria ha descritto la vita nelle varie fasi di animali, piante  e insetti che

si fanno casa nei muri di pietra. Senza parole le immagini raccontano con poesia la  bella storia della natura

Il muro dei giochi per Daniele

Il muro in cemento – di Daniele Violi

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Il muro in cemento, tirato su dalle fondamenta, alla base del palazzo dove abitavo, rappresentava in modo figurato la porta, l’unica di un campo di calcio, che la piazza in discesa verso il muro, ci offriva e che poteva regalarci partite interminabili, dove lo schiamazzo correva piu del pallone.

Questo muro con tutte le pallonate, ….e dai oggi e dai domani…diventava un tamburo colpito continuamente e faceva salire la febbre del disagio alle famiglie e più che altro alle Mamme che ci intercettavano dalle terrazze, tra uno schiamazzo e l’altro, per costringerci a rallentare, se non a cessare, le staffilate che partivano dai nostri piedi. Io avevo un tiro potente con il piede sinistro. Allora il muro cambiava alla fine il suo compito; tutti in fila per decidere chi stava appoggiato per primo al muro, con la testa e lo sguardo nascosto verso il muro e le altre e gli altri a tentare di nascondersi dappertutto. Così iniziava ..Uno due tre per le vie di Roma, ……..un’altro gioco. 

Muri di campo per Carmela

Muri quasi insignificanti – di Carmela De Pilla

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Voleva capire, capire di più.

I filari delle viti ben allineati, interrotti qua e là dai vecchi fichi e orlati dagli antichi muretti a secco catturarono la sua attenzione e rimase impalata a guardare.

 -Tutto è in ordine qui, la sapienza dei contadini non lascia niente al caso!- pensò e con i piedi intrappolati nella terra fangosa se ne stava assorta nei suoi pensieri, la melma appiccicosa la imprigionava nei suoi mille perché, perché senza risposta con cui aveva ormai imparato a convivere.

Guardava davanti a sé i mille pezzi della sua esistenza che si rincorrevano, gli eventi si accavallavano alla rinfusa e tutto appariva caotico.

Un muro di pietre la separavano dal giardino fiorito, pietre grandi, pesanti, rotte, incastrate l’una sull’altra e tenute insieme da quelle più piccole, quasi insignificanti eppure essenziali per mantenere l’equilibrio, a lei mancavano proprio quelle piccole pietre per dare stabilità alla sua anima e il muro, quello che aveva dentro diventava sempre più fragile e franava ad ogni respiro.

Avrebbe voluto ricostruirlo pietra dopo pietra, avrebbe voluto incastrarci  quelle insignificanti, lo avrebbe risanato, curato, assistito e ne avrebbe fatto un mosaico di bellezza, poi avrebbe lasciato un varco per raggiungere il giardino fiorito.

Il forte odore di mentuccia la risvegliò e riprese il cammino sapendo che la luna l’avrebbe illuminata.

Carezze di Anna ad un Muro Amico

MURO AMICO – di Anna Meli

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            Ricordo una strada stretta tra due vecchi muri di sassi che ha accompagnato il mio tempo in periodi belli o meno belli. Da bambina ci ho giocato in allegria insieme ad altri ragazzi cercando fra le connettiture di quelle pietre ruvide e irregolari, chioccioline, sassolini bianchi e lucenti, minuscoli vetri colorati finiti lì non si sa bene come impastati col cemento renoso e friabile.

            C’era al di là un campo che in primavera si ricopriva di fiori gialli come il sole ed io mi arrampicavo con fatica su fino in cima per poi lasciarmi cadere in quell’oro respirando a pieni polmoni quel profumo delicato.

            Ora quel muro a tratti è crollato e le pietre si sono ricoperte di rovi quasi  volessero proteggerne la fragilità. In un pezzo ancora integro c’è rimasta una scritta in bella calligrafia dove si legge “ Questo pezzo di muro è stato fatto nell’anno 1860”.

            Prediligo in modo particolare questo punto e spesso trovandomi a passare di là mi avvicino  e lo accarezzo per rivivere un periodo triste della mia vita. Lo ringrazio per aver dato appoggio e sosta per brevi riposi ad una persona a me molto cara e amata durante le nostre camminate.

Muro con la lettera Maiuscola per Stefania

Muro onesto – di Stefania Bonanni

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Un muro e’ cosa onesta, esplicita. Non c’è bisogno di interpretare, che qualcuno ne spieghi ilsenso. Il muro traccia il confine, divide, protegge dal mondo. Quando da ragazzi si scavalcavano muri dei poderi era quasi sempre per le ciliege, e di la’ spesso trovavamo cani feroci, e contadini arrabbiati.

Il muro chiude l’orizzonte, che diventa piccolo, a breve termine. Però si stava volentieri dietro al muro, per l’ombra, nei pomeriggi bianchi dell’ estate, e spesso c’era il pozzo, l’ acqua fresca. Si giocava a nascondino, dietro il muro, si riusciva a scavalcare, se serviva, ma era parte del panorama, aveva la lettera maiuscola, Muro, come Prato, Fiori, Fiume. C’era, e basta. Nessuna oppressione nei muri a secco costruiti dai contadini, e neanche in quelli con i cocci di bottiglia in cima. C’erano, C’erano sempre stati, forse. A me i muri sembrano bellissimi. Mi piacciono bianchi, fatti di pietre sovrammesse ed incastrate, come fossero puzzle. In alcuni c’è inciso l’anno di costruzione. Su uno vicino a casa mia c’è scritto 1916. Anche un muro può essere un diario. Ha visto tante cose, quel muro. A visto ragazzi giocare, innamoratini  nascondersi, avra’ visto soldati, contadini, animali nei campi.

Questi muri tra i campi non fanno paura. Quelli pericolosi sono invisibili, e ci congelano in ghiacciai che non si scioglieranno neanche con la clisi climatica. Ci fanno sentire soli ed invisibili, senza abbracci, senza voglie, senza slanci, a volte anche senza tristezza. Eppure basterebbe un soffio caldo, come si fa sui vetri, per rendere il muro vero, visibile, da buttare giù.

Lei capì che era rimasta imprigionata. I muri che la circondavano erano pensieri neri, paure e solitudine, forse. E muri di mattoni, pareti di mattoni rossi con le fughe bianche. Ma non si arrivava da nessuna parte, seguendo quelle fughe. Come le principesse nei castelli, chiuse e sole, anche le pareti possono diventare mura, invalicabili e segrete. Piu alte, piu’ impenetrabili, piu’ buie delle cantine, piu’ prigioni delle carceri. E spesso chi rimane prigioniero e’ incapace di urlare, come se perdesse la voce. Si acquatta e sorride, e piano sbiadisce. Quando fu tardi ed inutile, capire, arrivando al castello, stupì quel muro di mattoni, quella parete . Era una parete altissima e misteriosa, come fosse stata costruita per nascondere,lei. C’era un moscone che spiccava nero su quel rosso del muro, come fosse lei che comunque non se ne andava, nonostante le ali. Da quel giorno i mosconi mi turbano, allo stesso tempo mi emozionano, come visite da lontanissimi paesi, e mi fanno male, come chi torna in un luogo dove c’è stato un fattaccio.

Un muro con le gambe che insegue Rossella

MUROMOBILE – di Rossella Gallori

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Uno

Due

Tre

Il quattro non mi piace, quindi

Cinque

Sei

Sette

L’otto, non lo voglio, gira, tondo, simpatico…sembra cadere, ma resta in piedi, gira, gira che cazzo gira a fare.

Quindi, nove e dieci…

L’ uno del dieci, non ha il naso! Divento IO.

Dove avrà messo il naso?

Dove avrò messo il naso?

C’ era un piccolo foro, in quel muro, o ci stava un occhio o ci stava il naso, annusavo aria, profumo.

Alternavo il mio guardare, il destro, il sinistro, il sinistro meno, quello spazio nel muro non ha mai contenuto tutto il mio viso.

Una volta ci ho appoggiato una guancia, un pezzo di “ cicciamorbida”  che cercava una mano, una carezza. Tra i mattoni rossi le dita non arrivarono mai…forse si ma non lo ricordo.

Era sempre lo stesso muro, senza porta, in alto si ergeva una torre, sul davanzale della piccola finestra l’olio bollente aspettava l’ invasore.

Il muro, poi, ha perso la torre, non l’olio…l’olio no.

Ha messo su le gambe, questo paravento di calce e pezzi duri, mi segue, a volte è dietro di me, mi spinge, a volte riesco a scansarmi …poi me lo ritrovo davanti:

Cerco un approccio

Gli regalo un bamboccio

Gli sorrido lenta

Gli porgo caramelle di menta

Poi ritrovo il mio solito spazio, oggi un po’ più grande…filtra il giorno…l’imbrunire, la notte, poi ancora più giorno, più notte.

Finalmente un po’ di verde! Scosto con la mano graffiata la pianta di capperi che sa maledettamente di te…strappo una foglia, forse due…

Un fragore travolge il  dieci, cioè il mio io.

Crolla il muro inesorabile e stronzo.

Lasciandomi un piccolo spazio per respirare.

Respiro

Uno, due, tre…il quattro non c’ è………

Un muro antico per Simone

QUEL CHE RESTA DI UN MURO – di Simone Bellini

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Uno, due ,tre, quattro…

– Corri, corri, nasconditi dai ! – Si ma dove ?-

 Trenta, trentuno, trentadue….

Un rapido sguardo tutt’intorno-…. Trovato !- con un balzo atletico  me lo ritrovo accoccolato dietro le mie pietre, ansimante, eccitato per l’euforia del gioco –

cinquantasette, cinquantotto cinquantanove.

 – Si appoggia a me rannicchiato stretto stretto, ridacchiando sommessamente per non farsi sentire. Il suo calore si propaga nelle mie fessure, lo sento,…. come moltissimi anni fa riscaldava queste mura e i cuori di chi vi abitava.

 Tutto era amore in questa casa, tirata su pietra dopo pietra con entusiasmo e fatica per realizzare il sogno di una piccola fattoria  con animali e campi da coltivare. L’ allegria si spargeva nelle corse ridenti dei bambini fra le sottane della madre che stendeva i panni, mentre il padre si occupava del raccolto.

– Sessantanove, settanta, settantuno…….

Passarono gli anni. I gelidi inverni, le grandinate primaverili, le siccità estive compromisero i già miseri raccolti. Sia gli animali, che loro stessi, non avevano più di che vivere . In città avrebbero trovato il sostentamento in un lavoro in fabbrica.

Fui abbandonato.

La natura, le intemperie, i piccoli animali, gli insetti, topi, lucertole, si impossessarono di ogni mio anfratto, mentre le piante con le loro radici stavano prendendo il sopravvento sulla mia stabilità.

Per un po’divenni rifugio per i pastori e le loro pecore, finché le travi marce cedettero sotto il peso della neve facendo crollare il tetto . Stessa sorte, col passar degli anni, toccò al resto delle mura. Solo questo piccolo rudere, una striscia di pietre, è rimasto in ricordo di quel che fu.

– Ottantasei, ottantasette…..

Allunghi il collo per osservare la situazione, gli occhi vispi brillano di tensione che si disperde in un sorriso di puro divertimento.

-Stai giù, acquattati a me, se no ti vede!-

-Novantotto, novantanove, Cento!-

Il gioco inizia.

Muri per il futuro di Lucia

Muri – di Lucia Bettoni

foto di Lucia Bettoni

Ho passato in rassegna tanti muri e il mio è questo:

una tavolozza in mano e un muro bianco senza fine che attraversa il mio e gli altri mondi.

Quanti muri colorati ho nei miei occhi!

Si, ho visto il muro di Berlino quasi mezzo secolo fa, colorato e lunghissimo.

Vi ho appoggiato sopra le mie mani aperte e ho spinto forte.

Dopo qualche anno è caduto perché nessun colore poteva velare quel dolore.

Adesso è il muro di una casa a Bruxelles che affiora di prepotenza nella mia mente:

camminavo in un viale, una delle strade principali e alzando gli occhi in alto

una donna grande e nuda, dipinta sul muro quasi all’altezza del tetto,

inequivocabilmente stava procurandosi del piacere con le sue mani.

Incredibile! In una città grigia come Bruxelles questa rappresentazione del piacere mi ha fatto sorridere.

Ah, ecco… Adesso vedo i muri di Tabriz dove le donne non sono nude ma molto, troppo coperte, dove le donne non hanno un corpo, non lo possono avere, e dove è proibito tenersi per mano.

Ed è proprio a Tabriz che in un muro di mattoni, infilate tra i loro interstizi, girandole e girandole roteavano al vento in una festa di colori. E su altri muri qualcuno aveva dipinto quello che non c’era: montagne verdi, fiori, cascate, uccelli. I muri come ricordo e speranza di bellezza.

Ecco, un muro bianco mi aspetta per dipingere il futuro.