Il labirinto magico

Il labirinto nel cuore – di Stefania Bonanni

Foto di Stefania Bonanni

Il tempo non esiste, eppure è un labirinto magico, nel quale si entra senza volontà e se ne esce solo quando la cosa non ci riguarda più. Ci accompagna, e cambia senza chiedere il permesso. E’ fatto di attimi infiniti, e di anni che non si ricordano, sfuggiti in un batter di ciglia. Di momenti irripetibil, che non torneranno mai uguali, nonostante gli sforzi di replica , perché non ci siamo accorti che il tempo ci ha cambiati. Un labirinto che sbatacchia avanti e indietro, e non è governabile. Siamo piccoli, nel labirinto da poco, e si vorrebbe correre avanti, mettendo anche in conto la possibilità di sbattere, le possibilita’ che il labirinto promette sembrano li’ dietro l’angolo. E si cammina, si cerca la strada più piana, e pazienza se non sarà la più corta. E si cammina cercando di stringere tra le mani il filo che da sicurezza, che ci aiuterà a non perdere tutto il tempo nel labirinto. Siamo grandi, e si rimpiangono gli anni della gioventù. Si fanno i conti con il tempo perso. Ci sono persone che hanno vissuto il loro tempo come tracciando una linea diritta , regolare, senza sbavature, senza vuoti. Io ho avuto diciott’anni ogni volta che mi somo innamorata, di qualcosa o di qualcuno. Sono bambina, quando gioco con Leo. Mi sento immortale quando lui mi dice che mi vorrà accanto per sempre, ogni volta che nella vita avrà un progetto, che devo essere la sua aiutante sempre.Mi sento fragile e malandata, mi sembra di avere cent’anni di stanchezza sulle spalle, ma mi è sembrato di partorire di nuovo, quando è nato Leo, e di nuovo ancora, quando è arrivata Bea, e non ero io,certo, ma nasceva lo stesso qualcosa di mio, e l’emozione fa bene. Una notte di pochi mesi fa è stata un’esperienza che mi ha lasciato un segno grosso. Reduce da un’operazione importante, sola visto il periodo, ovviamente sedata, drogata, in una camera di rianimazione che non riconoscevo, pensavo di essermi persa. Chiamavo Paolo, e non veniva. E pensavo, questo lo ricordo bene “ma guarda come è diventato sordo, invecchiando” Allora ho chiamato “mamma”, e anche altri chiamavano mamma. Ma nessuno arrivava. Apparecchi emettevano suonini da sala giochi. Non sapevo dov’ero, perché, chi ero, quanti anni avevo. Allora ho cominciato a cercare di mettere in fila i ricordi, e terrorizzata mi sono resa conto di non essere capace. Pensavo: “ma è nato prima Riccardo, o la Francesca? E il bambino piccolo chi è? Ma dove lavoro? Da quando? Ricordo che sono sposata, ma sono così giovane….o quella giovane non sono io, è la Francesca? E in che anno mi sono innamorata? No, non torna, e successo prima che nascesse Riccardo….” E ho avuto una paura tremenda di aver mescolato tutto, di non sapere più a che punto del labirinto mi sono persa.Senza ricordi, non mi rimane nulla, Non sono nulla. Se il passato è sparito, il presente è confuso, si può pensare al futuro. Intanto si continua a vagare per sentieri aggrovigliati, con le spine per terra, ed i cocci di bottiglia sui muri, ed a raccogliere il filo che scappa di mano, quello che indica la strada.

Citazioni per pensare

“Il passato non si dimentica, ha radici inestimabili che si intrecciano al presente, definisce ciò che siamo, o ciò che siamo diventati. Per Vivian il passato era una stanza di specchi e ombre, di riflessi che le restituivano, incessantemente, i volti delle donne che l’avevano plasmata: una su tutte sua madre. La sua ombra incombeva ancora su di lei, sebbene da anni avesse cercato, in tutti i modi di lasciarla alle spalle. Tutta la sua vita era una fuga da colei che, per paradosso, le aveva insegnato a fuggire….”

E anche:

“Vivian abbassò lo sguardo alla propria ombra che si allungava sul vialetto.Una foglia secca, reduce da un autunno ormai lontano se ne stava lì al posto del suo cuore. I bordi arricciati, prossimi a sbriciolarsi, ne facevano una superstite ostinata, qualcuno che non vuole cedere all’evidenza. Si infilò la Rolleiflex al collo mettendo a fuoco , attraverso la lente, quella fragile creatura che sopravviveva in una stagione che non le apparteneva. “

Turchese materno

La sciarpa turquoise – di Rossella Gallori

La cerimonia era stata breve, qualcuno aveva aggiunto “intensa”, tanto per dare un senso a parole quasi incomprensibili, poca gente, una pioggerellina stronza e quella voglia di urlare che le prendeva nei momenti meno opportuni.
Si salutarono davanti al cancello di un cimiterino non convenzionale, in una Firenze nord, semideserta…lei e loro due, esemplari così diversi, della stessa madre, tre fratelli, figli unici, per un volere, assurdo di una mamma un po’ “ fuori” per usare un gergo attuale…
Decise di tornare in autobus, un modo originale per stare sola dopo il funerale, allentò il nodo della sciarpa, che la stava quasi impiccando, sapeva ancora di lei, aveva quell’odore che hanno le signore di una certa età, pulite ed un po’ vanitose: un po’ di colonia, un po’ di crema per le mani ed un po’ più di sciroppo per la tosse.
Gliela aveva tolta, quasi con rabbia, non si muore, scheletriti e vecchi con quel colore addosso…..già quel colore…una banale gradazione di azzurro che sua madre chiamava pomposamente “turquoise” …
Lo ripeteva spesso, martellando la figlia, tanto meno femminile di lei: da luce, da vita….quindi primavera in bleu e turchese, estate in bianco e turchese….inverno nero….e sempre noiosamente turquoise.
Non scese alla fermata giusta la lasciò passare allontanandosi, volutamente da casa, ed avvicinandosi a quella della madre chiusa da tempo.
Lottò con la chiave, prima di decidere di usarla, aprì lentamente, come era piccola quella casa…e come poco ricordava chi l’ aveva abitata: ordinata, monotona…le solite foto di gente bella e giovane morta da sempre…i cuscini sul letto di un celeste sbiadito…e ciniglioso.
Trovò la scatola sul cassettone, le cifre ancora nitide, le piccole cerniere sgangherate, aveva quasi paura di alzare quel coperchio, si riavvolse nella sciarpa, quasi per difendersi temeva di ritrovarsela li, sua madre, quell’estranea adorata….
Orecchini, spille, tra il bluette, il pavone ed il manganese …ebbero il loro momento di respiro, il cielo in una scatola di pelle graffiata dagli anni…

Labirinto di mare

Labirinto in fondo al mare – di Mirella Calvelli

Foto di nico49 da Pixabay


Quegli strani segni sul fondale marino, l’avevano sempre affascinata. Non era difficile da raggiungere quel luogo, bastava una spinta di reni e l’abilità nel trattenere l’aria.
I sogni poi si sviluppavano non laggiù, troppo intenta ad osservare a guardare ogni minimo dettaglio, ma una volta riemersa. Era facile a 15 anni fantasticare su popolazioni antiche che in quel luogo avevano disegnato il loro labirinto.
Un dedalo di stradine sconnesse, in parte pietrificate, in parte aggredite dalle poseidonie.
Coralli o presunti tali, avevano avvolto non solo lo schizzo iniziale, ma avevano disegnato un percorso alternativo fatto da morbidi sbarramenti e forti muraglie.
Andare fin laggiù, era una sfida, soprattutto per la durata della piccola immersione.
Una maschera e una paio di pinne erano tutta la sua attrezzatura. Avrebbe voluto trattenersi più a lungo, se avesse potuto usare le bombole e una calda muta.
Ma non era così . Quindi la soluzione era inabissarsi con un bagaglio di area sufficiente e sempre più copiosa per poter esplorare e affrontare quel percorso che ogni volta sembrava diverso.
Certamente lo era. Le sue mani sfioravano con attenzione quel giardino distratto. I pesci con curiosità la osservavano perplessi. Le provava a percorre il labirinto, ma sbagliava sempre strada . Entrava nel solito punto, di questo ne era certa, un grosso buco infossato e stranamente privo di ogni forma di vita , era lì la partenza.
L’arrivo, era un’altra cosa, sempre diverso e sempre più ostile e lungo.
Per riemergere invece un flash di luce dorata la trascinava in superficie come legata ad un lungo filo e con il minimo sforzo, muovendo come in una danza i piedi pinnati. .Il primo sguardo era verso una pennellata di un azzurro brillante.
Le goccioline di acqua le scendevano sulle spalle nude e percepiva il verde chiaro dei suoi occhi e il suo sorriso ingabbiato.
Non era mai riuscita a scoprire nient’altro che il susseguirsi dei percorsi, prima larghi e poi più stretti dove per entrare in alcuni anfratti l’unica possibilità era a taglio.
La sua scoperta, che poi non era solo sua, vista la facilità di accesso, la faceva sognare più a terra che in acqua. Sperava un giorno di imbattersi in un’antica giara o qualche frammento importante.
In fondo erano gli anni della scoperta dei bronzi di Riace. Ma né fama e né soddisfazioni particolari arrivarono da quelle immersioni. L’unica cosa certa fu la proibizione assoluta a continuare quelle indagini labirintesche. Non per capriccio o paura dei suoi, ma per un problema reale al suo orecchio destro.
Danneggiato da un’otite fortissima, l’aveva costretta alla ricostruzione del suo interno, ben riuscita, ma con il monito di salvaguardare quel capolavoro della chirurgia dell’orecchio per gli anni a venire. Riuscì a vedere un labirinto, astratto e doloroso, sempre all’interno di quel suo orecchio malandato con una
labirintite che dava poco spazio alla magia e alla fantasia. Di per certo fu che dopo quei capogiri, quello spazio azzurro del cielo si tuffava sempre nei suoi occhi.

Terza scintilla: Il labirinto dei colori – Scegliete una strada e seguitela

Ripartiamo dall’indaco e seguendolo come fosse una strada di un labirinto cominciamo a camminare. Troviamo un primo bivio, davanti al quale siamo chiamati a scegliere, perché…….

…l’indaco è formato da CIANO:

e da MAGENTA:

quale delle due tonalità scegliete?

Foto di Thanks for your Like • donations welcome da Pixabay

Siete attratti dai toni freddi del celeste acqua, del turchese nelle collane, del lago, del mare al mattino, di certi cieli freddi d’inverno, del vestito di giovani ragazze a una festa di paese, del vetro di una finestra sul mare, di una pozzanghera che riflette il cielo dopo la pioggia, della fusciacca della prima comunione……

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oppure siete attratti dalle violacciocche dell’orto, dai ciclamini del bosco, da un vestito da sposa non convenzionale, da un bicchiere di succo di ribes, dai campi di fucsie nelle praterie irlandesi, da un golf che portava qualcuno, dalla tenda leggera su un mercato orientale, da una coperta, che si accendeva di luce al tramonto…….

Foto di RitaE da Pixabay

Scegliete una suggestione cromatica e lasciatevi guidare nella scrittura…….

Poi magari mescolatele…..tornando indietro e cercando la via di uscita.

Come in un labirinto……

Foto di Thanks for your Like • donations welcome da Pixabay

inviate a:

lamatitaperscrivereilcielo@gmail.com

Colore di carta da lettere

Il colore della vecchia carta  da lettere – di Tina Conti

Foto di Tina Conti

Ho trovato nel cassetto  della macchina da cucire della mamma, un piccolo rotolino di fogli scritti.

Lei, sarta da uomo, amava molto stare al suo posto di lavoro, era una sorta di ufficio, zona relax e area creativa.

Realizzava le cose più disparate, sacche per la bici, tende, aggiustava le cose rotte per questo aveva voluto una nuova macchina da cucire tedesca, forte e affidabile. Non avendo tempo per seguire i corsi per applicare le  potenzialità del nuovo acquisto, mi aveva costretta a seguire le lezioni a suo nome.

Oltre alla scatola dei bottoni, raggruppati per colore e misura,  con i quali mi sono trastullata per sentire un po’  la sua vicinanza, ho trovato questo rotolino legato con una cordicella che ho aperto e cominciato a leggere le paginette scritte da lei: contenevano uno sfogo per un diverbio con la sorella, confidenze su momenti di difficoltà nei rapporti con il marito e i figli. Tutti normali problemi della vita che si scrivono per sfogo e confidenza .

Le altre pagine, ingiallite e consumate mi hanno turbato profondamente.

Con parole dirette e urgenti dal fronte  Gino, il fratello minore del babbo, scriveva alla famiglia, prima alla mamma, raccontava dell’inferno della guerra, della fiducia di tornar presto. Si stringe il cuore nell’immaginare dove e come queste parole erano state scritte e di quali sentimenti e tormenti erano inondate.

La lettera  però  che ho faticato a leggere e  decifrare bene, veniva dal comandante della guarnigione che annunciava notizie sulle sorti di Gino.

Mi si è scatenato un uragano di sentimenti, ho immaginato la famiglia, la casa, il vicinato  al momento del ricevimento, di una corrispondenza temuta, immaginata, poi accolta con  la rassegnazione di sentirsi impotenti, con il cuore sempre in ascolto.

Quale ansia e affanno, come immaginare la sofferenza e i patimenti  di quel figlio.,fratello, amico, conoscente, ferito, quanto gravemente ferito sarebbe tornato?

Lo avremmo riabbracciato?  da ragazzina, ho partecipato insieme alla nonna e ai familiari alla cerimonia durante la quale  si riconsegnava alla famiglia quello che si pensava fossero i resti del soldato Gino. Non era più disperso in una terra sconosciuta,  ora aveva un posto vicino alla madre, dove  fermarsi per un pensiero, un fiore, un ricordo. un piccolo lumino acceso.

Era, come tutti, vicino al cuore, nel suo paese.

Labirinto e inganno

Il labirinto – di Stefania Bonanni

Foto di Adina Voicu da Pixabay

Ero convinta che l’avrei trovato, l’amore che porta il sogno.

Io volavo, ma di un volo incerto, uno sbattere ostinato di alette corte e pelose che richiedevano grandi sforzi, e non permettevano di raggiungere destinazioni. Volavo alla cieca, costretta, stremata, a posarmi spesso, dove capitava. Certo, volare volavo, ma a piccoli tratti, sempre inseguendo sulla terra le ombre disegnate da chi le ali le aveva grandi e poteva essere seguito con lo sguardo fin lassù,  forse fin sulle nuvole, nel vento, nel mondo degli esseri liberi, quelli costruiti per conoscere il cielo. Io volavo basso, mangiavo cose immonde, non avevo orizzonti. Non sognavo altra vita, non ne conoscevo. Ma l’amore si, sentivo il bisogno di riempire un vuoto, dentro. Non poteva essere solo così. .. Lo incontrai di notte. Gli capitai vicino, in una notte senza luna. Era simile a me, perlomeno dello stesso colore . Gli esseri umani amano animali colorati, quelli neri come noi li scacciano, quando va bene. Lui era un tipo agile, con lunghissime zampe. Con un gesto solo, fulmineo, mi prese tra le braccia e mi stese su un letto morbido,  e lui si piazzo’ al centro. Un letto strano, un po’ appiccicoso, ma confortevole. Veniva voglia di aspettarci il giorno.

All’alba mi accorsi di essere stesa su seta ricamata, lucida, capace di catturare i raggi del sole,  luccicante di perle di dolce rugiada. Lui riposava soddisfatto.  Stanco per aver tessuto quella meraviglia, felice perché ero stesa sul suo letto. Mi sembro’ un velo da sposa, il ricamo. Fui felice di un calore ardente ed improvviso. Un attimo così può bastare. Può bastare per una vita intera. 

Perché fu un attimo. L’ultimo attimo che ricordo.

Il tesoro nel labirinto

Labirinto – di Nadia Peruzzi


La soluzione era li’, al centro del labirinto. Vi riposava da quasi 300 anni senza che nessuno se ne fosse accorto. A portata di mano ma sapientemente celato alla vista di chi non aveva strumenti per vedere, cuore e pazienza per cercare.
La grande casa osservava sorniona il parco e quell’intreccio tortuoso delimitato da alte siepi di bosso e di evonimo con i loro giochi di colore . Dal verde brillante tendente allo smeraldo, al rosso porpora con apostrofi color fucsia.
A Sara capitava spesso, quando si rifugiava in biblioteca, di perdere la cognizione del tempo mentre seguiva i giochi magistrali e le volute tortuose dell’immenso labirinto che, a quanto era dato sapere aveva preceduto la costruzione della villa padronale. Di solito succedeva il contrario, ma in quel caso si era voluto che fosse il labirinto il centro vero e il punto di origine di tutto.
In tempi remoti in quella stessa area un antico popolo vi aveva tenuto le sue adunanze e vi aveva svolto i suoi riti propiziatori in onore di Dioniso.
Se ne conservava memoria in vari documenti, mentre nel racconto collettivo si tramandava da secoli la possibilità che vi fosse sepolto addirittura un tesoro.
Nessuno dei suoi predecessori si era posto il problema di fare una ricerca approfondita. Si erano accontentati di ricevere in dono la tenuta e tutto era finito lì fra manutenzioni, restauri, aggiustamenti e risistemazioni che non avevano toccato in alcun modo l’impianto originario che voleva il labirinto come centro e riferimento per tutto quanto il resto.
Una forza irresistibile sembrava attrarre, verso quei vialetti con le loro alte mura vegetali a parare ogni vista chi lo vedeva per la prima volta. Molti si erano persi in quei meandri dove era la natura a dettare legge e il piano del suo ideatore a creare impicci per l’incauto esploratore.
Sara aveva trovato nella cavità di un libro il progetto originario. Un documento polveroso e ammuffito in molte sue parti vergato con la scrittura tipica del 600 . Era quasi trasparente per il tempo trascorso, ma ancora ben leggibile. Vi si faceva riferimento alle qualità necessarie per poterlo percorrere tutto senza smarrire la rotta. Curiosità, istinto, osservazione e ingegno.
All’inizio gli strani segni e i ghirigori che segnavano inizio e fine di ogni paragrafo le sembrarono un modo per impreziosire quel documento con simboli che richiamavano, talora in veste astratta, la natura, il mondo animale e oggetti dell’epoca.
Non le ci volle molto a capire che erano invece indizi ben precisi e indicazioni probabili di un percorso .
Decise di seguirli e una mattina alle luci dell’alba si ritrovò al limitare del labirinto proprio di fronte al punto di ingresso. Il varco era invitante ma induceva anche un sentimento di panico.
di Eccitazione e voglia di sapere si mischiarono a paura dell’ignoto e di non ritrovare, una volta entrata né ciò che vi era custodito da secoli, almeno secondo la leggenda, né la strada per tornare indietro.
Trasse un gran respiro come se si dovesse tuffare nell’acqua fonda e si immerse sentendo su di sé tutto il peso delle mura vegetali che la circondavano, mentre i rami più lunghi le sfioravano gambe e braccia.
Nell’’idea che si era fatta, i simboli presenti sul documento li avrebbe dovuti trovare a segnare il percorso.  Il primo, a forma di lepre, lo scorse dopo un tempo che le sembrò infinito e ad un incrocio che indirizzava da tutt’altra parte. Man mano, seguendo il documento scoprì gli altri che l’aiutarono a procedere verso il centro del labirinto.
Le ore erano passate senza che se ne accorgesse. Era entrata in una dimensione che teneva fuori qualsiasi riferimento allo spazio e al tempo. Se ne accorse dalla fame più che dalla fatica. Era troppo eccitata per la fatica, ma fame e sete ad un certo punto cominciarono a farsi sentire.
Era stata previdente e nel suo zaino aveva portato un po’ di cibo e molta acqua. Si rifocillò mentre il sole del mezzogiorno fece un accenno di presenza in alto, su quel muro vegetale che lo schermava quasi del tutto.
Da quel punto arrivò in breve al centro del labirinto. Si trovò di fronte un cubo fatto di arbusti e piante di vari colori. Gli girò intorno fino a che non trovò quello che cercava: i simboli erano tre in quel punto. Un bicchiere in alto, delle cesoie al centro, il sole in basso.
Nell’intrico di rami non scorse nulla . Valutò che forse sarebbe stato meglio provare a scavare sotto il simbolo del sole. Fu la scelta giusta. La teca di vetro era sotto uno spesso strato di terra.
La ripulì e la vide occupata da un drappo di broccato purpureo su cui era adagiato un tralcio di vite completo delle sue radici.
Le foglie rilucevano pure in quella penombra. Il verde era di quelli teneri, da virgulto giovane . Le radici pulsavano di vita.
Un insieme prodigioso considerato che la teca era rimasta lì sotto per oltre 300 anni.
Si affacciò una punta di delusione. Aveva fantasticato tanto sul tesoro la cui esistenza si era sedimentata nei racconti e nei ricordi di generazioni e generazioni, che si aspettava un tesoro vero luccicante di oro, gioielli e pietre preziose.
Quasi quasi voleva rimettere tutto al suo posto, ma ci ripensò e portò con sé lo scrigno di vetro e il suo contenuto.
La via del ritorno fu più agevole. I simboli messi a segnare il percorso li ricordava uno ad uno.
La teca di vetro fu messa in bella vista su un mobile nella biblioteca.
Ci girò attorno per diversi giorni prima di decidersi a chiamare il vecchio Giovanni.  Per anni aveva curato il podere attorno al palazzo avrebbe saputo darle qualche buon consiglio.
Fu lui a dirle che probabilmente si trattava di un vitigno antichissimo e molto pregiato che gli antenati di Sara avevano coltivato per lunghi anni producendone un ottimo vino.
Avevano smesso quando la vigna aveva preso fuoco all’improvviso.  Il terreno da allora in poi sembrò sottoposto ad un sortilegio negativo che guastava tutto quanto vi si provava a coltivare.
Andarono male tutti i tentativi di ricreare una vigna e peggio quelli di provare altre coltivazioni.  Avevano deciso, si raccontava, di lasciarlo a maggese per sempre.
Veder riapparire nella teca il tralcio di quell’antico e prestigioso vitigno Giovanni lo considerò un vero miracolo.
I simboli, sole, cesoie e bicchiere di cui Sara gli aveva parlato,  li considerò un segno,  forse messo da chi aveva salvato quel virgulto, perché si provasse di nuovo a far nascere una vigna nello stesso luogo di quella abbandonata ormai da secoli perché qualunque cosa vi si piantasse, andava in malora.
Sara ci mise i suoi studi, la sua caparbietà, la sua costanza. Giovanni la sua esperienza e la somma delle storie scritte e narrate e di quelle che lui stesso aveva attraversato.
Quel tralcio di vite e quel terreno si sposarono alla perfezione. Erano fatti uno per l’altro.
Prosperò rapidamente e la vigna ebbe modo di ingrandirsi tornando a produrre un vino dal gusto raffinato e dall’aroma intenso e speziato.  Il Labirynthus.

Labirinto di legno

Il labirinto di legno – di Rossella Gallori


Da troppo tempo vagava in quel cassetto, era diventato un piccolo tarlo impazzito, entrava ed usciva tra lettere grondanti piombo, in un labirinto di legno scuro e consumato, si nutriva del vecchio inchiostro per comporre pensieri :
ti rimetto nel mio ventre per mesi e mesi…poi ti faccio uscire quando voglio, in un mondo sano.
Fu quasi schiacciato da una pesante A maiuscola, mentre, da linotipista esperto, cercava virgole e punti per scrivere sogni:
Ci baceremo ancora una volta ed una volta ancora, cammineremo per mano e la tua stringerà la mia.
Trovò una piccola fessura e da vermiciattolo come era, non ebbe paura del poco spazio:
Mi vestirò di velluto cremisi e gli applausi non saranno mai troppi, sul palco solo io da piccolo tarlo a grande attore.
Il cassetto Hamilton era il suo labirinto magico, nelle piccole tasche dell’ abituccio macchiato, trovò altre lettere, ed ancora piccole frasi salirono dal cuore ansimante, alla bocca:
Ti riprendo dove ti ho lasciato, ma non sarai vecchio e stanco sarai forte, bello come un tempo, passerò la mia mano tra i tuoi capelli, per avere un sorriso e non avrò più freddo.
La polvere non gli aveva tolto l’ appetito, inghiottì, una piccola scheggia di quel vecchio legno povero, continuando a vagare con il pensiero:
Non sarò più solo, non avrò paura delle lunghe notti
d’inverno, di anni bisestili amari come il fiele.
Quel dedalo buio lo faceva avanzare a tastoni, nella magica “tipografia del perdersi” agganciato alla gambetta storta di una anonima q, scrisse ancora una piccola frase:
Sono impazzito, di dolore, di solitudine, di parole cattive, di una vita non mia, di una patologia non riconosciuta, di una tristezza dentro, fatta di incubi veri e presunti, di poesie brutte scritte con amore, di racconti piccoli e striminziti pieni di errori…..

…..Il vecchio falegname entrò svogliatamente nella cantina di via de’ Macci, sbatté a terra il cassetto Hamilton del vecchio lavorante de la Nazione, deceduto da tempo, l’ inchiostro secco si sgretolò, alcune lettere si deformarono nell’ impatto, il piccolo tarlo, fu schiacciato con i suoi pensieri sul pavimento sconnesso da una pesante scarpaccia numero 43….


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Incontrarsi alla Carrozza 10

Al di là dei finestrini – di M. Laura Tripodi

Dovevano attraversare la strada e fare un po’ di cammino  a piedi. Svoltato l’angolo delle case del gas in cinque minuti scarsi arrivavano a un piazzale pieno di erbacce intorno al quale stavano costruendo case. C’era un muro non alto che correva per perdersi chissà dove,  guardando a destra.  Lo stesso muro si interrompeva bruscamente  accanto alle sbarre del passaggio a livello

E lì era assolutamente proibito avventurarsi.

Gli occhi grandi della bambina osservavano famelici, ma non individuavano bene il senso di quel muro, né potevano capire che quello costeggiava gran parte della ferrovia. 

Le sbarre, dipinte a strisce bianche e rosse erano quasi sempre abbassate, ma non avevano una barriera sottostante.  Chi doveva attraversare e aveva fretta guardava a destra e a sinistra e poi correva per raggiungere l’altra sponda di quel fiume fatto di rotaie.

A volte c’era da aspettare un bel po’. Poi, improvvisamente si sentiva un fischio lontano  e l’aspettativa diventava pressante. Chissà cosa stava arrivando.

A volte era  un serpentello rosso che non faceva in tempo ad arrivare ed  era già passato. La sua mamma le disse che si chiamava littorina. Molto più tardi seppe che quel treno rappresentava il simbolo glorioso di un passato da dimenticare.

I treni merci erano composti da tanti vagoni, ognuno diverso a seconda del suo contenuto.

La  mamma, con la mano serrata intorno alla sua  contava, tanto il treno era lento ……

uno, due, tre…….ma quanti vagoni ci sono……quattro, dieci, quindici.

Così Marta si appassionò alla matematica e fu un amore che non l’abbandonò mai.

E poi c’erano i treni passeggeri. Non veloci come la littorina e non lenti come quelli che trasportavano merce.

Gli occhi della bambina frugavano curiosi, forse già allora  in cerca di qualche storia al di là dei finestrini.

Poi la mamma decideva di tornare. Il cinema era terminato.  Di nuovo le case del gas, di nuovo attraversavano la strada. A casa,  Marta che non aveva più di tre anni, aveva la sensazione  che una parte di lei fosse salita su uno di quei treni….., ma la consapevolezza arrivò molto, molto più tardi.

A proposito di labirinti

Poesia dei doni – di Jorges Luis Borges

Si ringrazia della foto Lucia Bettoni

foto di Lucia Bettoni

Ringraziare voglio il divino
labirinto degli effetti e delle cause
per la diversità delle creature
che compongono questo singolare universo,
per la ragione, che non cesserà di sognare
un qualche disegno del labirinto,
per il viso di Elena e la perseveranza di Ulisse,
per l’amore, che ci fa vedere gli altri
come li vede la divinità,
per il saldo diamante e l’acqua sciolta,
per l’algebra, palazzo dai precisi cristalli,
per le mistiche monete di Angelus Silesius,
per Schopenhauer,
che forse decifrò l’universo,
per lo splendore del fuoco
che nessun essere umano può guardare senza uno stupore antico,
per il mogano, il cedro e il sandalo,
per il pane e il sale,
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede,
per certe vigilie e giornate del 1955,
per i duri mandriani che nella pianura
aizzano le bestie e l’alba,
per il mattino a Montevideo,
per l’arte dell’amicizia,
per l’ultima giornata di Socrate,
per le parole che in un crepuscolo furono dette
da una croce all’altra.
per quel sogno dell’Islam che abbracciò
mille notti e una notte,
per quell’altro sogno dell’inferno,
della torre del fuoco che purifica,
e delle sfere gloriose,
per Swedenborg,
che conversava con gli angeli per le strade di Londra,
per i fiumi segreti e immemorabili
che convergono in me,
per la lingua che, secoli fa, parlai nella Northumbria,
per la spada e Tarpa dei sassoni,
per il mare, che è un deserto risplendente
e una cifra di cose che non sappiamo,
per la musica verbale dell’Inghilterra,
per la musica verbale della Germania,
per l’oro, che sfolgora nei versi,
per l’epico inverno,
per il nome di un libro che non ho letto: Gesta Dei per Francos
per Verlaine, innocente come gli uccelli,
per il prisma di cristallo e il peso d’ottone,
per le strisce della tigre,
per le alte torri di San Francisco e dell’isola di Manhattan
per il mattino nel Texas,
per quel sivigliano che stese l’Epistola Morale
e il cui nome, come egli avrebbe preferito, ignoriamo,
per Seneca e Lucano, di Cordova,
che prima dello spagnolo scrissero
tutta la letteratura spagnola,
per il geometrico e bizzarro gioco degli scacchi,
per la tartaruga di Zenone e la mappa di Royce,
per l’odore medicinale degli eucalipti,
per il linguaggio, che può simulare la sapienza,
per l’oblio, che annulla o modifica il passato,
per la consuetudine,
che ci ripete e ci conferma come uno specchio,
per il mattino, che ci procura l’illusione di un principio
per la notte, le sue tenebre e la sua astronomia,
per il coraggio e la felicità degli altri,
per la patria, sentita nei gelsomini
o in una vecchia spada,
per Whitman e Francesco d’Assisi, che scrissero già questa poesia,
per il fatto che questa poesia è inesauribile
e si confonde con la somma delle creature
e non arriverà mai all’ultimo verso
e cambia secondo gli uomini,
per Frances Haslam, che chiese perdono ai suoi figli
perché moriva così lentamente,
per i minuti che precedono il sonno,
per il sonno e la morte,
per due tesori occulti,
per gli intimi doni che non elenco,
per la musica, misteriosa forma del tempo

Per scaldarsi un po’ prima della terza scintilla

Fascino del labirinto

Foto di majomka da Pixabay

Il labirinto è un simbolo da sempre presente nel percorso dell’umanità. La sua storia è complessa, intricata e affascinante, come i disegni che li strutturano. Compaiono in civiltà ed epoche diverse come il Perù, Creta, l’Egitto, l’India, Grecia, Cina……

Foto di Geraldine Dukes da Pixabay

Intanto proviamo ad osservare i modi più semplici per costruire un labirinto:

Proviamo a giocare………e costruire il nostro labirinto…..

Trova la strada….tanto per metterti alla prova:

L’indaco perduto

L’indaco perduto – di Luca Di Volo

Foto di Mabel Amber da Pixabay

Giorni di niente,

notti di sogni vani

Clessidra spaccata

 il tempo sospeso,

smarrita è la rotta.

Avanzano i cieli

Del nostro dolore

Perduto l’indaco bello

Nottilucente blu

Senza colore

i nostri giorni

Si arrendono

 al grigio maligno.

Fratelli

uscite da dentro

Invadiamo le vie

e insieme

Leviamo un canto potente

Che il cielo raggiunga

E uno spiraglio,

un raggio

Sazi la nostra sete

Del bell’indaco segno di pace

Che ci inondi gli occhi

 E ci  riempia le  mani

 di gioiosa speranza.