Colori al vento

La stesa – di Laura Galgani

Foto di Sh Rizwan da Pixabay

Attendeva i due scatti secchi di fine lavaggio sulla soglia della veranda, quasi sull’attenti. Apriva l’oblò e chinandosi in avanti con eleganza svuotava il cestello lasciandone cadere il contenuto in un capiente cesto azzurro scuro, di plastica.

Iniziava sempre a stendere i panni dal lato destro di quella minuscola veranda, chiusa da infissi anni ’70, di metallo brunito, pesanti e affilati nei contorni.

Davanti a sé, quando si sporgeva con sicurezza in avanti per sistemare il primo capo ad asciugare, 5 fili ben dritti, allineati regolarmente. Sotto, la tettoia a tegole e coppi del vicino del piano terra, cosparsa dei resti sfortunati dei suoi bucati finiti male: qualche molletta da panni, un paio di mutande, un cencio per i pavimenti sbiadito, un calzino spaiato. Spingeva sempre lo sguardo verso le colline, mentre stendeva qualcosa. Gli eleganti contorni delle colline, ricamate in primavera da alberi fioriti color malva e da chiome dorate in autunno, la riempivano di gioia. Le ville, che vi si riconoscevano seminascoste dai pini, alti e piegati da un lato, non erano pretenziose e parevano trasportare anche lei indietro nel tempo.

Sceglieva sempre con estrema cura le mollette dal cestino rosa fucsia sopra la lavatrice; ce n’erano di diversi colori, in ordine d’intensità: trasparenti, bianche, beige, malva, arancioni, blu. Per lei era essenziale stendere con cura ogni capo lavato. Lo prendeva sempre con decisione, distendendolo bene davanti a sé, srotolandolo se era rimasto avvolticciolato, raddrizzando le maniche se erano una a dritto e una a rovescio. Poi, in una frazione di secondo sceglieva le due mollette – sempre due, mai una sola, e dello stesso colore – che avrebbero dovuto sostenere la maglietta, il golf o i pantaloni, per tutto il tempo necessario. Se si trattava di un sottogiacca fantasia, ci stava bene il beige, più riposante. Se era una maglietta nera, per contrasto ci metteva due mollette bianche. Per i jeans sceglieva sempre il blu, ovviamente, mentre per i pantaloni verde scuro senz’altro l’arancione. Le piaceva moltissimo abbinare le mollette malva ai capi estivi che si era fatta da sola, utilizzando stoffe diverse: di sicuro fra le gradazioni del rosa si sarebbero sentite bene. Per le lenzuola bianche con le cifre della nonna ricamate a mano invece sceglieva sempre le trasparenti, perché davano un tocco di iridescenza a quel candore.

Non avrebbe sopportato stonature. E’ vero, forse scegliere le mollette con cui stendere ciascun capo le faceva perdere qualche frazione di secondo, ma col tempo era diventata brava e ormai era un piacere al quale non intendeva rinunciare.

Quando aveva finito, si concedeva di vagare con lo sguardo di nuovo verso le colline, per fotografarne la bellezza. Poi si soffermava su quei 5 fili tesi, dove le mollette colorate formavano un disegno, un codice ogni volta diverso, nuovo, forse un linguaggio, anzi, una musica. Ecco, quei frammenti di colore sui 5 fili tesi altro non erano che le note di una melodia suonata dal vento da quella veranda anni settanta.   

Buio con parole

Cantilena di notte – di Stefania Bonanni

Cantilena di notte,

senza luna ne’ stelle,

In un nero d’inferno,  non ci sono scintille.

Cerco la spinta nel sonno, il colore che manca.

Se ci fosse rumore, ci si potrebbe nascondere.

Non si muove una foglia.  Non ci sono, del resto.

Nel silenzio perfetto,  non si nota l’effetto,

delle stesse parole,  recitate d’istinto,

come nebbia perenne.

E ridette parole, le stesse da anni,

che rimangono addosso, insieme ai malanni.

Perlomeno piovesse, e le gocce suonassero

sul pianoforte del cielo,

come quando piove, ma ci sembra sereno.

E rimane Maria, come mamma amorosa,

 che divide la via tra il suo bimbo ed il cielo.

Non importa chi sia, e’ una madre col bimbo.

 E’ una donna, nel mondo.

E’ la vita che va, e’ l’amore. Non si sceglie, l’amore.

Casca addosso, come quella pioggia leggera,

  che ti inzuppa

 e tu ancora non sai di bagnanti.

E la testa continua, partorisce parole

 tramandate da madri, per insegnare a parlare.

Vivono da sole quelle antiche parole.

E ripeterle le svuota di senso, e si sciolgono, come balsamo.

E il senso e’ quello. La cosa che culla, 

l’ultima che sai di aver pensato,

 il tuo mantra,  prima di,

 finalmente,

 anche per stanotte,

dormire.

Un filo di seta fucsia

ROSA FUCSIA    – di Mirella Calvelli   

   Foto di moritz320 da Pixabay                    

 Pensare al fucsia, al rosa shocking, rosa fluo, e  poi scrivere,  devo rilassarmi. Abbassare le palpebre  e poi fissare questo colore così intenso, aggressivo, determinato e cercare di inzuppare gli occhi in questa tonalità, tale da poter attingere a sensazioni e ricordi remoti, per riportarli a galla in tutta la sua lucentezza sfacciata.

Rumori, mescolati a voci in lingue diverse, stonate. L’aeroporto quello di Doha . Un insieme contrastante di colori, racchiuso in una bolla di cristallo in mezzo al nulla..il deserto.

 Una fila regolare al gate. Scruto i  volti di etnie diverse, pochi occidentali, una carrellata del mondo arabo.

 Mi sfiora e immediatamente chiede scusa, una signora, penso. Ammantata di nero, con solo gli occhi scoperti, ben truccati e con ciglia lunghissime.

La osservo con discrezione, non amano essere guardate. Lei con un movimento civettuolo sembra scostare i capelli, che in realtà sono racchiusi in quel mantello scuro. Ed è allora che intravedo le sue lunghe mani affusolate, ambrate con le unghie laccate di un rosa accecante, un fucsia che contrasta con la rigidità del resto.

Quel colore mi rimane intrappolato negli occhi, per posarsi al mattino sul terrazzo di casa, dove un ciclamino eretto, ben delineato con  foglie scure e venate, castigato e sobrio, sfoggia  una capigliatura di petali fucsia. Morbidi, sbarazzini e accecanti. Osa rompere la nebbia mattutina grigia e molliccia, per dar mostra di sé. Un colore che abitualmente invade il giardino in primavera ed in estate, posandosi su rose, tulipani e sui fiori del pesco.

Ma lui è più coraggioso brilla in un momento in cui tutt’intorno si  utilizzano colori sobri e poco violenti.

Sempre quel fucsia, scivolava morbido in seta sul tavolo da lavoro di mia madre. La sua tavolozza.

Con movimenti abbozzati dall’unghia del  suo pollice sinistro, tracciava un segno impercettibile e subito dietro la mano destra sicura, armata di  grandi forbici, seguiva quel segno.

Cadevano a terra dei pezzi, scampoli, di seta rosa shocking, che lei chiamava “sciaveri”, avanzi appunto.

E di quegli avanzi io ne facevo il mio bottino, troppo belli per essere sprecati.

Molti anni dopo mia figlia Denise ha giocato con quegli sciaveri brillanti di seta rosa fucsia.

Amava travestirsi, ma lei ha sempre sostenuto che drammatizzava. Mi colpiva quel lessico in una bimba di appena 5 anni, e appunto drammatizzando si spostava su e giù per il lungo corridoio di casa.

Una volta era una sposa, una volta una principessa e chissà cos’altro, ticchiettando con vecchie scarpe con il tacco, della nonna appunto.

Come quel ciclamino, anche Denise ama le cose non troppo vistose e il suo abbigliamento a parte casi particolari, come un matrimonio o un evento, sono così

Lo scorso lunedì è venuta a casa per condividere con noi la fine della sua specializzazione, avendo discusso poche ore prima la tesi on line.

Era bella Denise quel giorno, stanca ma felice, essendosi liberata, come dice lei dell’ultima zavorra universitaria. Anche se entrambe sappiamo benissimo che pesi e zavorre ci accompagneranno per tutta la vita.

Si sedette  spossata sulla sedia di cucina e tirò fuori dalla borsa un libro scuro e rigido: la sua tesi.

L’argomento troppo complicato ci parla di colon o chissà quant’altro, ma il titolo e i sottotitoli sono di una rosa shiock.

 Come rosa fucsia è la sua camicetta, che appena si intravede dal severo  tailleur pantalone nero e gessato. Di una bella foggia  direbbe mia madre, sicuramente non dozzinale, un taglio sartoriale in cui le righe si rincorrono, senza incrociarsi.

Unica civetteria è quel lembo vivace che sporge dalla giacca austera.

L’abbraccio di gioia, dopo che mi ha letto la dedica “a…mia madre a Stefano, per me come un padre, e al mio fratellone.

Il resto, le parole mi si intrecciano nella testa e stringendola a me, sento la sua magrezza, incrocio il suo sorriso e mi tuffo in quella camicetta rosa fucsia di seta.

Chissà forse per me il rosa fucsia è come un lungo filo che lega viaggi, emozioni, ricordi e affetti.

Di fucsia ho imbevuto i miei occhi, per iniziare questo cammino e ho terminato nel fucsia di seta di mia figlia.

Forse la mia vita è un lungo filo di seta che si srotola lentamente, come la pellicola di un film.

Si annoda strada facendo. Si strappa, per poi proseguire, anche velocemente.

Un domani qualcuno lo riavvolgerà in quel “rocchetto”, come diceva mia madre  per riporlo chissà dove.

 Forse le mani di mia figlia lo raccoglieranno e lo metteranno in quella tasca severa del tailleur dove una nota di rosa shocking ci sta sicuramente bene.

Rosa consolante

Consolazione – di Tina Conti

foto di Tina Conti

Consolarsi con il bello  dei colori della natura

Al vivaio mi sono ubriacata di colori.

Si mischiavano le fioriture delle grandi camelie scempie con gli ultimi grappoli di crisantemi arancio e gialli.

Gli ellebori bianchi e rosa, piccoli e giganti spuntavano dietro una struttura in ferro.

La vasca di zinco, grande grande piena di acqua piovana dava il benvenuto e suggeriva come santificare le mani in un modo decoroso, naturale, allegro.

Ho sbirciato nella serra, non dovevo deviare dal mio programma, solo un’occhiata.

Tre  piante  di rosa per il vialetto ( ho già  fatto le buche) qualche maonia  per la scarpata e niente altro, non devo aggiungere mi sono detta.

Sandro mi ha portato in giro fra le piante, ho visto delle bellissime  graminacee in ciuffi  dai colori caldi e morbidi, meli  da decorazione, viole e veroniche blu

Non ho  potuto avere i suoi consigli  per il trapianto a causa della telefonata della moglie che lo reclamava in serra.

Poi, è smesso di piovere, ho comprato  lo stallatico: potrò iniziare a lavorare.

I pensieri saranno  convogliati sulla terra, passeranno ore appagate, partiranno nuovi progetti, scorreranno le ore, si osserveranno nuove magie.

Nel frattempo sento il profumo dei fiorì di nespolo, che a giorni si apriranno.

Rosa shocking

La porta – di Rossella Gallori

Foto di Uwe Baumann da Pixabay

Titolo: Tipo Wertmuller

Sottotitolo:…Quando lei si innamorò, di un cane, di una voce e di uno che aveva forse quaranta anni meno di lei , no forse trenta….e forse  fu colpa di una sciarpa sfumata  dal  corallo al fucsia…

Ormai la porta di casa lo sapeva già, al suo secondo urlo, si apriva, la lasciava passare e si autosbatacchiava , quel pomeriggio però si meravigliò ( la porta) del suo abbigliamento fashion, di quei jeans  ben stirati, della camicia immacolata di lino, del secchiello di cuoio chiaro…. E di quella lunga sciarpa color pesco in fiore…la scia di  profumo restò a lungo nell’ androne del palazzo modesto, in una strada  dal nome ignoto ai più, di un probabile martire di una guerra scaduta nel tempo.

A passi lenti raggiunse il grande parco, poca gente, bambini manco l’ombra, qualche cane nella propria area, un silenzio da baciare, socchiuse  gli occhi, per dimenticare l’ ennesima lite, una vita insieme, per non capirsi mai…

Le arrivò all’improvviso tra le braccia quel pezzetto di cane dalle zampette polverose…..stava per imprecare quando udì la sua voce: scusi..scusi…mi è sfuggito il guinzaglio…

Rosy guardò nell’ordine: cane, camicia macchiata, guinzaglio e …e…padrone della bestiola…bello, alto, giovane, abbronzato, non finiva mai di scusarsi

Non fa niente, capita!

Sono Luigi lieto, mi scusi ancora.

Rosy piacere!

Un caffè?

Volentieri!

Fa freschino,   è quasi buio.

Ti impresto la mia sciarpa se vuoi, posso darti del tu?

Rosy si augurò che il bel Luigi  non dicesse : potrebbe esser mia madre. No non lo disse, prese la sciarpa fucsia se la strinse al collo e disse solo: te la riporto domani, stessa ora, stesso posto, poi al bar

Cominciò così la loro storia…fatta di confidenze, di risate, del cane che la rincorreva, di Luigi che l’aspettava, complice un caffè caldo, un ricordo condiviso, di  anni che non dividevano, a volte era vecchio lui, spesso era giovane lei, il sud negli occhi di Luigi ed il  “c” che lei  dimenticava, fiorentina “nelle barbe”.

Spesso c’erano le lacrime nei loro discorsi, quei consigli che si davano l’uno all’altra, non risolvevano, rattoppavano e sapevano solo di sale sulle guance, ogni tanto riappariva la sciarpa rosa schocking….che sapeva un po’ di tutte e due.

Panchina, cane, parco, caffè, foto….photoshop …e gran risate… a volte.

Sì lei provava un sentimento per quel ragazzo, un qualcosa, che no, non poteva e non doveva essere amore, era una certezza, una boccata d’aria fresca…era tanto che la Rosy non respirava..

Successe tutto in fretta, non fecero in tempo nemmeno a salutarsi di persona, un vocale tra le lacrime,  messaggi che sembravano strappi… che furono lacerazioni ….

Lui tornò in Puglia, ora vive a Roma…senza cane.

Lei nella stradina,  vicino al parco  a contarsi le rughe..

Si scrivono, si telefonano, lui che le dice: vieni a Roma, con la “O”  aperta del sud..

Lei che risponde : Oh come fo….

Ps: lui non ha trovato un altro lui, le ferite sono ancora fresche …. lei sbatacchia sempre la porta dopo la solita, quotidiana lite.

La porta, vera protagonista del racconto non ne può più….

Foto di Rossella Gallori

Fucsia intrigante

Fucsia – di Giulia Giusti

Foto di flormarthe da Pixabay

Fucsia come l’intimo che volevo mostrarti a tutti costi.

Viola come il tuo colore preferito, e io che lo indosso con la causalità fortunata di chi lo ha già fatto suo.

Mia madre che disegna fiori viola, io che aggiungo il blu dappertutto perché sfuma bene, e noi che fumiamo insieme mille sigarette, bacchette magiche, disegnando nell’aria colori invisibili. 

I pensieri che diventano opinioni, l’ardore che ne scaturisce. 

Forse in fondo ogni cosa del mondo ha un po’ di quel colore acceso e intrigante. Come se desse un tocco di vivacità ad ogni cosa, anche la più stagnante. 

Stravagante, entra negli occhi della gente e ne esce divertito.

Luccicante, nei capelli di una bimba, o nel suo zaino preferito. 

E io quella bimba un po’ la conosco.. Perché ho sempre amato il blu per chissà quale ribellione a schemi sociali, ma la verità é che tutti i colori sono belli uguale. 

Fucsia e libertà

Fucsia – di Vanna Bigazzi

“Le manine di Gesù “, chissà perché…  pensavo da piccola, non credo che Gesù avesse le manine fatte così e poi di questo colore forte, per me si sono sbagliati! Più tardi, adolescente, questo colore mi faceva sognare. Non avrei mai indossato un abito con tonalità così eccentriche, come se volessi farmi notare, ma invidiavo un po’ una mia amica che invece lo esibiva a qualche festicciola serale. Sembrava una campanula, una gonna larghissima con tanto di crinolina, chiara sui fianchi, che andava sfumando in un rosa chiaro per finire, al ginocchio, in un vistoso fucsia. Peccato che avesse un naso che richiamava la proboscide di un elefante. Quel naso sciupava tutto l’insieme perché anche le scarpette erano fucsia! Più  tardi ancora, osai indossare questo colore ( dico osai perché questo è ciò che mi ispira tale colore) ad un matrimonio. La sposa di bianco vestita mi guardò con un cenno di “sorpresa” (diciamo cosi), come se fossi una pennellata che stona in mezzo al quadro di un chiarista. In effetti a quel matrimonio prevalevano i colori pastello, per le signore, ma anche gli uomini biancheggiavano, del resto era primavera inoltrata. Mi sentii un papavero in un campo di neve. Tuttavia questo colore ha continuato a piacermi, penso che si adatti più al mio animo che non all’esteriorità. Per me oltre che osare, significa prorompente rinascita, libertà e forza d’animo che per fortuna non occorre mostrare, basta possederle, insomma è un colore forte da tenere racchiuso, nascosto come un tesoro segreto che ti può arricchire interiormente, senza che nessuno lo sappia.

Novembre e la casa

La casa – di Mimma Caravaggi

Penso alla mia casa. 30 anni fa era un rudere e ricordo che a vederla dopo, a restauro completato,  non avrei mai pensato che si sarebbe trasformata in qualcosa di bello e particolare. E’ una antica casa di campagna, porta la data incisa su una pietra: 1795 e penso a quante persone ci hanno abitato in questi due secoli prima che Alberto ed io sconvolgessimo la sua struttura, per renderla abitabile secondo i nostri canoni.  Quante famiglie, quanti segreti, quanti problemi avrà vissuto e saranno passati attraverso queste mura centenarie. Mi soffermo a pensare alle lacrime che possono essere state versate, i litigi, gli amori le nascite e le morti. Mi piacerebbe molto conoscere la storia degli abitanti che si sono avvicendati nei due secoli. A noi è piaciuta molto subito così com’era, ridotta malamente. Ci è costata fatica, dispendio di forze e denaro ma tutto in nome della “nostra casa”: finalmente ne avevamo una! Forse non le abbiamo portato molto rispetto perché è piuttosto trasandata ma l’idea di casa per noi è sempre stata quella che dovesse essere funzionale e non esteticamente perfetta.

Piano piano nei trenta anni mi sono accoccolata in un guscio per me accogliente e forse simpatico, un po’ inusuale. È qui che mi sento a casa e in primavera vedo spuntare fiori e frutti nel bel giardino dove esco insieme al mio cane Napoleone per giocare a palla con lui, felice di stare con me. La casa è molto grande piena di suppellettili, la maggior parte ora molto inutili ed ingombranti, che si sono ammassate lungo il percorso e lasciate lì e non più rimosse. Mi sarebbe piaciuto molto avere qualche soldo in più per modificare qualcosa e renderla migliore ma non ce l’abbiamo fatta e così é rimasta.

Resta un po’ isolata ma siamo ripagati dalla bellezza della campagna,  dal silenzio spezzato solo dal canto degli uccelli la mattina che sembrano conversare tra loro in differenti lingue. Ci fanno visita i non graditi cinghiali, ma soprattutto i preferiti caprioli  e scoiattoli. Isolati direbbero i “cittadini” ma accompagnati dai rumori del bosco, da un incanto infinito che nelle varie stagioni cambia volto, da allegro a caldo a splendente a freddo cupo, ma sempre con una sua caratteristica bellezza.

 Eppure ora la casa va venduta. Non siamo più in grado di mantenerla. Sto cercando di vendere la nuda proprietà ad una cifra molto inferiore del suo reale valore, ma la cosa ci permetterebbe di restare, di non lasciarla per sempre, per andare ad abitare in un piccolo anonimo appartamento dove sono sicura tutto questo ci mancherebbe.  Sono piena di dubbi e ho molta paura. Tremo in questa casa che è da sempre la mia casa.

Novembre e i cimiteri

Piccolo cimitero – di Vanna Bigazzi

Foto di Alexas_Fotos da Pixabay

Era Novembre, un pomeriggio di vento,

In un fitto bosco di castagni,

in un largo tappeto di ricci e foglie morte,

scorsi ombreggiare un cimitero,

piccolo, misterioso.

Antiche pietre piovose tacevano

in quell’umida terra.

Aria odorante di muschi acquosi,

trapassava i miei sensi,

silenzio e pace ospitavano il mio cuore.

Forte emozione a rimaner con loro,

cullata e accolta dal nulla eterno.

Quarta scintilla – Torniamo indietro nel labirinto dei colori: il magenta

Foto di DavidRockDesign da Pixabay

Foto di Linda Biggs da Pixabay

Fucsia è un colore che prende il nome dal fiore della pianta Fuchsia (fuchsia nella grafia inglese); è usato per lo stesso colore chiamato magenta. (da Wikipedia)

Foto di Photo_Roadie da Pixabay
Foto di Welcome to all and thank you for your visit ! ツ da Pixabay

Foto di GLady da Pixabay

Foto di Thomas Hoang da Pixabay

Il colore fucsia è attualissimo in questo periodo infatti pare sia d’aiuto nel combattere lo stress.

E’ simbolo di  ottimismo e ispirazione.

Si abbina ai concetti di DECISIONE, ad un carattere DETERMINATO e INVENTIVO.

E’ il colore di qualcuno che ha un obiettivo e lo vuole raggiungere.

E’ un colore adatto a chi ha un animo intenso e ricco di sfumature.

E’ simbolo di LIBERTA’ e CREATIVITA’.

Fu infatti la Regina Vittoria a dare il via alla moda della libertà di scelta del colore nell’abbigliamento, presentandosi al matrimonio di sua figlia con un abito in sfumature di viola, che fece impazzire i commentatori. Il colore fu chiamato MAUVE e si diffuse nella moda di allora.

Vi propongo, a scelta, alcune parole su cui scrivere (suggerite da questa pagina):

OSARE

RAGGIUNGERE

IRLANDA

BALLERINA

TENTATIVO

MATRIMONIO

TRAMONTARE

Inviare come sempre a: lamatitaperscrivereilcielo@gmail.com

E ancora dal cestino delle nostre foto:

la rosa di Mirella:

L’ortensia di Carmela:

I fiori di Tina:

CURIOSITA’: la creazione del colore magenta è dovuto al caso. Nel 1859, a Lione un chimico che sperimentava la creazione di nuovi colori, François Emmanuel Verguin, dimenticò in una bacinella alcuni resti di mescolanze tintorie derivate da tentativi falliti. La mattina trovò, nel recipiente utilizzato, il nuovo colore di cui era in cerca. Lo chiamò inizialmente fuchsine.

Per cui aggiungiamo alle nostre parole anche:

CASUALITA’

2 novembre

Pensiero di Stefania Bonanni – dal Diario di Frida Kahlo

foto di Patrizia Fusi

“Secondo la tradizione, il 2 novembre i morti ottengono il permesso divino di tornare sulla terra e bisogna accoglierli preparando piccoli fiori gialli, pani zuccherati, fotografie piene di nostalgia, immagini religiose, incensi dalle fragranze mistiche,  candele per illuminare il cammino verso l’aldila’, e con le loro pietanze preferite”. E non per i morti,  per i vivi.”

Liberi pensieri

Pensieri – di Giulia Giusti

Foto di Markus Spiske da Pixabay

La stanza umida mi solletica il naso. Fuori piovischia leggero e dentro è un maremoto. Emozioni forti, una facciata sorridente, un caffè di troppo. E il niente.. Il vuoto incontenibile, quello spaventoso e ingestibile. Quello che ti fa sentire freddo e l’anima in allerta: devo fare, disfare, riempire, svuotare veloce. Arriva sempre, ma la vita è sorprendente.. 
Una voce calda, un buffetto amichevole sulla rasatura. Duecento chiacchiere di menti affini e non. Poi un salto rapido, e una frenata in discesa. Poi tu che mi baci, e io che mi sono arresa, ad amarti e dimostrarti che son pronta anche a fermarmi. Che non mi spavento più e che quel vuoto è enorme.. Ma l’amore, quello forte, ti fa volare.. ancor più su. 

Colori

Colori d’autunno – di Anna Meli

Foto di Hans Braxmeier da Pixabay

Caldi i colori nel bosco in autunno.

Madre natura in silenzio dipinge.
Cadono come farfalle, foglie dorate.

Leggere si posano al suolo.
Cespugli di rovi rossi di bacche mature

nascondono il delicato rosa dei ciclamini.

Verdi muschi rivestono freddi sassi umidi 

Crochi di un giallo intenso salutano il sole

nel cielo invaso da nebbia leggera.

Madre natura dipinge nel tempo, in silenzio,

l’attesa del sonno invernale.

foto di Cecilia Trinci

Labirinto di pioggia

Pioveva – di Carla Faggi

Foto di PublicDomainPictures da Pixabay

Pioveva, pioveva, e ancora pioveva.

Inciampai in una radice affiorante e quasi rischiai di cadere, mi aggrappai ad un ramo ma questo in tutta risposta mi scaraventò una valanga di acqua addosso.

Imprecai.

La lieve luce in fondo al bosco sembrava vicina ma non lo era.

Continuai a camminare per forza di cose verso quella lucina lontana.

Ogni goccia d’acqua però sembrava allontanarla un po’.

Mi incuneai in quel labirinto di spazio lasciato tra goccia e goccia ma iniziai a perdermi.

La lucina si faceva sempre più piccola e si spostava un po’ di qua, un po’ di là a seconda della volontà delle gocce.

Sembrava un gioco fra loro ma io non lo trovai piacevole.

Finalmente capii che non dovevo schivare le gocce d’acqua ma immergervisi, perforarle, andare sempre dritto. Era l’unico modo per uscire da quel labirinto.

Ad un tratto la lucina laggiù laggiù sembrò più vicina, immobile e sembrava aspettarmi.

Color freddo

Labirinto di idee – di Carla Faggi

Foto di Leandro De Carvalho da Pixabay

Idee che mi si aggrovigliano in testa, una dietro l’altra, non mi è facile liberarmene.

Cerco di pensare ad altro ma tutto mi ritorna.

Tutum tutum il pensiero batte e non mi lascia.

Allora cerco di andarmene io lontano dai pensieri, agito le braccia come per volare.

Mi sembra di riuscirci ma è solo un’illusione, tutum tutum, il pensiero non mi lascia.

Mi sento in un labirinto e non riesco a trovare l’uscita.

Inizio a fissare la parete color celestino acqua di mare, forse hanno scelto quel colore per calmarmi, ma non è così, mi ricorda il freddo, odio il freddo. Freddo sulle spalle, nelle braccia, mi abbraccio per riscaldarmi ma quel celeste ghiaccio mi congela.

Sbatto la testa a destra e a sinistra e poi ricomincio da capo, ma sono sempre al solito punto, così non ne esco.

Urlo: aiutooo!

Mi sento abbracciare, un alito caldo si avvicina al mio collo, sensazione di due grandi denti canini. Qualcosa dentro di me, qualcosa che se ne va da me.

Attrazione e paura…lascio che sia.

Ma una luce mi acceca, cerco di guardare, di capire, quella luce sopra di me sono due grandi occhi color freddo.

Mi guardano, si avvicinano, poi una volata scura, sembra un mantello nero, un alito di vento e vola via.

Non solo ciano e magenta

Sapori a colori – di Nadia Peruzzi

Foto di Дарья Яковлева da Pixabay

Chi se li scorda più i sapori e i colori dei dolci di quando eravamo piccoli!

Non c’era moltissimo in verità ma per  allora  era tantissimo e dopo aver letto Pinocchio ogni volta era un trovarsi nel magico Mondo  dei balocchi in sua compagnia.  Un po’ Lucignolo anche noi, insomma!

Quello che si trovava sapeva di buono,  parlava al palato e molto anche agli occhi. 

Nemmeno erano dolci.  Erano dolciumi, allora!

 Nel nome portavano il profumo, il gusto e la magia di quello che ti aspettavi di provare assaporandoli. 

Dolciumi, che bel termine! C’è un suono in quel suo allungo, che nel pronunciarlo ancora, oggi, sa di bontà fanciulla.   Di sorrisi,  di sguardi accesi, di brame che si soddisfacevano con poco.   

I “duri di menta” che nemmeno erano solo e semplicemente di menta ma di aromi e sapori diversi, conquistavano per i loro colori e le loro forme e per il fatto che compravi pura emozione. 

Li andavi a cercare accanto alle strisce di liquirizia che occhieggiavano con la loro pallina colorata al centro, e ai lecca lecca trasparenti . 

Esitavi un po’ poi,  ovvio, puntavi diritto a quello fatto a bastoncino,  il più lungo di tutti !

Un soldino valeva un oggetto di puro piacere e se a bastoncino lo potevi far durare un tempo infinito. 

Dita appiccicose, bavette che colavano dappertutto,  mamme e nonne che  brontolavano regolarmente quando ti pulivi le mani sul davanti dei vestiti che indossavi. 

Con quelli a colori più sgargianti o a righe bianche e rosse, ci facevi pure una gara con gli altri bambini.  Fiorivano linguacce colorate per trovare quella più bella .   Ai coloranti allora non faceva caso nessuno.  E non c’è da sperare che fossero tutti naturali, anzi e purtroppo c’è da dire oggi! 

Il massimo del godimento stava tuttavia in una macchinetta che aveva del magico . 

Il distributore di chewing gum.  Già il fascino di una parola in una lingua straniera che nemmeno sapevamo pronunciare era una attrattiva in un tempo nel quale di termini inglesi nella lingua comune non se ne sentivano proprio. 

Il bello stava in quelle palline multicolori che erano li in bella mostra all’altezza dei nostri occhi.   Un invito a cui non si poteva resistere. 

Non dovevi nemmeno entrare nei negozi.  Spesso erano all’esterno.   Il Bruzzichelli il negozio con di tutto un po’,  mi pare ne avesse uno messo in bella vista vicino alla fermata dell’autobus,  che arrivava proprio sulla piazza e quasi davanti alla chiesa. 

Ci voleva il permesso, allora,  per andare a prenderli .  Il primo soldino infilato in quella feritoia a ripensarci oggi ci vide pure un po’ titubanti. 

Stavamo li con i nostri vestitini a fiori, i sandali con gli occhielli, e i calzini bianchi con le gale e i ricamini al bordo,  a domandarci se avrebbe funzionato o ci avrebbe catturato il soldino da cui ci aspettavamo magia. 

Con il palmo della mano stretto a pugno arrivavamo davanti al distributore, che  stava lì con le sue gambe lunghe,  di metallo, spesso instabili.   Eravamo poco più alti del livello delle palline che sembravano aspettare solo noi. 

Una volta infilato il soldino nella feritoia e girata la leva verso destra, tutto si metteva in funzione come se fosse sotto effetto di un piccolo terremoto. 

Il distributore era tutto un rumore di  ingranaggi .  Lo scontro delle palline le une contro le altre lo vedevi in diretta mentre ti immaginavi quella che per trovare la strada verso l’uscita faceva a gomitate per farsi avanti. 

Arrivato il toc, sapevi che alzando lo sportellino di metallo si sarebbe materializzata la sorpresa.   L’acquolina in bocca era già arrivata da prima .  C’era solo da scoprire se il colore era proprio quello che ci si aspettava. 

Rosso.   Via, era proprio quello. 

Altre volte era il  rosa  o il verde a renderti felice. 

Poteva capitare che se il bambino dopo di te trovava una pallina  blu o celeste,  sentissi un pizzico di disappunto,  un sentimento che nemmeno sapevi cosa fosse.  Lo provavi e basta. 

Durava poco per fortuna.   Stavi già masticando la tua pallina gialla e il blu lo avevi rimandato col pensiero al prossimo soldino che la nonna ti avrebbe permesso di spendere in chewing gum! 

Dai cieli color indaco

Ritorno dal pianeta arancione – di Luca Di Volo

Foto di LoganArt da Pixabay

Sembrava che quel posto fosse incastonato nel tempo. Un solo attimo fermo, eterno, un’istantanea foto congelata.

Eppure gli eventi si succedevano, ma sembravano, in qualche modo “fuori”. Non c’era altro modo di definirli.

Lui e la sua compagna avevano avuto figli e figlie, tanti…e a loro volta anch’essi avevano generato una prole che generazione dopo generazione aveva finito per popolare quello straordinario pianeta.

Quindi, in qualche modo il tempo passava, se lo si pensava come una lunga catena di avvenimenti. Ma forse non era così, forse la definizione non era quella giusta. Prima di tutto perché loro due non invecchiavano…e i loro figli sì. E morivano anche. In un modo calmo. . senza sofferenze, a volte sorridendo…ma morivano.

Un’altra incongruenza: i loro discendenti sembravano immuni dall’istinto aggressivo che aveva connotato tutta la stirpe degli uomini. Non si facevano guerre su quel mondo stupefacente.

Ma c’era altro.

Era sorta una specie di civiltà…. perchè “era” una civiltà. Però non tecnologica…. difficile da capire,  per loro due. Ne avevano parlato: come definirla. . biologica. . mentale? Avevano anche una lingua, ma potevano non usarla. Con loro preferivano comunicare nel modo non verbale, un modo chiarissimo, per la verità.

Il simbolo mentale per i progenitori era qualcosa che si poteva tradurre con “MadrePadre”. . sia pur con una certa approssimazione che non rendeva bene il concetto.

Altra curiosità: erano nudi. . su quel mondo del resto non faceva mai né caldo né freddo. . un’eterna primavera. E questo a lui, da bravo scienziato, confermava l’idea di essere in una specie di “bolla”. . atemporale…. .

Comunque, quando fu il momento, cominciarono le domande. Su tutto…e su tutto le risposte erano vaghe, incerte. . sembrava che fino ad allora non si fossero accorti di quanto poco sapevano. E quando lui, come astrofisico tentò di spiegare la relatività, che era l’arma più raffinata disponibile per indagare l’universo, vide che il gruppo che li interrogava cominciava a tentennare il capo, a fare qualche gesto di disappunto.

Ci rimase male: ”Cosa c’è…vi sembra sbagliata. . ?!”

Rispose una delle loro discendenti, una negretta dagli occhi azzurri e i capelli biondi…. forse un portavoce. .

“No, MadrePadre. . sbagliata no…limitata, forse,ma non comprende tutti i casi. Se fosse tanto definitiva, significherebbe che le stelle sarebbero per sempre al di fuori della conoscenza. . non ci arrivereste mai…. Ma per fortuna non è così. . ”

Il vecchio scienziato che era in lui espose come un vulcano…”E allora com’è…?!

La loro propronipote aprì la bocca per spiegare….

Ma in quell’attimo successe.

Come la prima volta. Un attimo prima era illuminato da quel gioioso sole arancione . . e un attimo dopo si trovava con gli occhi feriti dalla violenta luce artificiale dell’osservatorio del Cerro Paranal, a 5. 000 metri sulle Ande. Non c’era stata neppure l’ombra di una qualsiasi sensazione di cambiamento.

Si riscosse al suono del telefono. Era il direttore dell’osservatorio. ”Ciao…solo per curiosità…come mai hai orientato i telescopi sulla Sigma Octantis…la Polare del Sud?! Ci hai visto qualcosa. . se è così dimmelo, vai…”

Non aveva risposte…farfugliò qualcosa che però sembrò soddisfare l’interlocutore. . per fortuna.

E allora guardò sul display…. Così quella era la stella Sigma Octantis. . la Polare del Sud…Un astro insignificante. . di quinta grandezza a malapena visibile ad occhio nudo, anche con quei cieli gloriosi.

Però era uno dei due terminali dell’asse di rotazione del pianeta. . l’altro era dall’altra parte del mondo. . la stella Polare sotto cui era cresciuto prima di avventurarsi sotto quei cieli stranieri.

L’osservò con attenzione…colore arancione, lievemente più fredda del Sole, classe spettrale F invece che G…ma praticamente una gemella. . a trecento anni luce di distanza.

Forse era una coincidenza…ma quel colore, quei colori fantastici…. Perché lo turbavano tanto…?! Ricordò:  Dio mio, lui c’era stato. . il pianeta arancione…la sua compagna…i suoi figli. .

E fu in quel momento che l’immagine della stella svanì per essere sostituita da una scena familiare. . anzi “troppo” familiare.

Erano gli stessi che poco prima gli si erano raccolti davanti, su quel mondo arancione.

Parlò la sua discendente, l’affascinante negretta: ”MadrePadre   …vi onoriamo. Abbiamo un messaggio per voi…”

La voce gli uscì strozzata “Da trecento anni luce. . ?!”

“Sì. . ma non importa. Ti dico che tra otto giorni saremo sul vostro pianeta. . potevamo anche  far prima, ma abbiamo voluto che foste preparati. . ”

Otto giorni. . trecento anni luce…”Ma parlate sul serio?!”

Gli rispose il silenzio . . ma era assordante. Eccome se parlavano sul serio…

“Ma perché lo dite a noi…e poi la mia compagna non è più qui…”

“Non è vero. . guardati attorno. ”

Si voltò: lei era lì accanto a lui. Allora era tutto vero…

Per un momento fu sopraffatto dalla gioia. . ma . . niente era gratis. . anche nel migliore dei mondi. .

“E noi cosa dobbiamo fare. . ?!”

La risposta fu quasi crudele: ”Niente. . solo preparare il vostro mondo. . i vostri governanti. . i vostri capi. . avvertiteli che tra otto giorni arriviamo. Diremo solo a voi dove. . al momento giusto”

Ingenui da morire i loro discendenti

“Non pensateci nemmeno. Non avete idea in cosa andremmo a scontrarci…. ”

“Chi ti dice che non lo sappiamo?! Ma sappiamo anche che ce la farete. . non chiedeteci “come”. . ma lo sappiamo. Ora vi onoriamo MadrePadre e vi mostreremo il nostro amore tra otto giorni. . ricordate: tra otto giorni…”

Otto giorni per distruggere il mondo…sorrise amaramente. . uno in più di quanto ci fosse voluto per crearlo…. ma l’ottavo giorno era anche il simbolo dell’eternità…

Abbandonarono l’osservatorio. A bordo di una Jeep in dotazione scesero dai picchi Andini.

Il profondo indaco dei cieli del Sud sembrò parlare. . confortandoli. No, non ci sarebbe stata nessuna battaglia di Armageddon.

Loro e i loro discendenti l’avrebbero evitata.

E così sia, dissero i cieli del color dell’indaco.