La pagina dedicata alla trasformazione di poesia in prosa – Quattro

Non pensare a niente – di Stefania Bonanni

Foto di Ralf Kunze da Pixabay

Non sto pensando a niente. – F. Pessoa.

Non sto pensando a niente,

e questa cosa centrale, che a sua volta non è niente,

mi è gradita come l’aria notturna,

fresca in confronto all’estate calda del giorno.

Che bello, non sto pensando a niente!

Non pensare a niente

è avere l’anima propria e intera.

Non pensare a niente

è vivere intimamente il flusso e il riflusso della vita…

Non sto pensando a niente.

È come se fossi appoggiata male.

Un dolore nella schiena o sul fianco,

un sapore amaro nella bocca della mia anima:

perché,  in fin dei conti,

non sto pensando a niente,

ma proprio a niente,

a niente…

Di nuovo nel tubo bianco, coperta di bianco. Questa volta in silenzio,  Questa volta piu’ a lungo. Come un pulcino nel guscio, scaccio l’ansia di uscire. E provo lo spazio. Fuori di me,  Non ce n’è.  Sono stretta, per essere immobile. Cerco spazio di dentro: tra i denti e la gola,  tra i bronchi ed i polmoni. Senza prova: i sospiri profondi vietati. Alla bocca dello stomaco, dove mi inghiotto a pezzetti. Non è questa la strada. Questa volta è più  a lungo, ho bisogno di spazio,  di dentro. I pensieri si inseguono, si attorcigliano, diventano nodi. Nascono bianchi ma presto si incurvano, a chiedere,  si intrecciano, diventano scuri. Li giro su rocchetti di filo. Filo bianco, da imbastire. Quello che dà punti che basta allentare,  perché la trama sparisca. Lascio i rocchetti rotolare per terra. Si srotolano veloci, sembrano piccole serpi bianche,  sul pavimento bianco. Allora penso a palloncini bianchi.  Senza messggi all’interno. Li lascio  gonfiare, poi, quando sembrano nuvole, li guardo staccarsi, volare nel loro, di cieli. E mi svuoto. Svuoto la testa di idee, gli occhi di mondo, la gola di parole,  le labbra di baci, i polmoni di respiri, il cuore di battiti, le mani di carezze, le braccia di strette, le gambe di passi,  i piedi di terra. Ora c’è posto per non pensare a nulla. Ora c’è posto per cominciare di nuovo a riempire.

E mi viene incontro Pessoa. Un pensiero brillante di luce del mattino. Un mattino colorato di riflesso di sabbia lontana, in un’aria frizzante e saporita, per le strade di Lisbona. Davanti ad un locale, seduti ad un tavolino all’aperto, dove anche lui è seduto, da tanto tempo e per sempre.Come un’ancora, appena ho potuto, ho cercato le sue poesie,  e l’ho trovata, l’ho trovato, mi sono trovata.

La pagina dedicata alla trasformazione della poesia in prosa – Tre

La selva oscura – di Luca Di Volo

Da Dante Alighieri:

Nel mezzo del cammin di nostra vita

Mi ritrovai per una selva oscura

Chè la diritta via era smarrita

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura

Esta selva selvaggia aspra e forte

Che nel pensier rinnova la paura

Come ho fatto a trovarmi qui?! Davanti al labirinto che mi annienta di paura..Circondato da un bosco selvaggio..lucidamente e assurdamente  consapevole che tutto questo nero mondo mi appare, reale e ferino, solo guardandomi dentro..Ma il labirinto è qui..proprio davanti..ed esige una scelta .. io non posso restare in mezzo..come la mia vita..col tempo che scorre e non fa sconti..

Tutte le sicurezze ..tutte le verità su cui riposavo..sono sparite ,dissolte..,questo mostruoso labirinto me le divorate tutte..

I miei simili…belve mostruose..e io sono anche loro..

Ma solo in fondo si riflette una figura di luce..mi dà le spalle..non la scorgo…e so che è la speranza..voltati figura bella..mostrati alla mia disperazione..mi avvicino.ma non si volta..come potrò riconoscerla…come potrò?! Mi sembra sorda ad ogni appello..si mantiene sdegnosa..e non mi sente..Al colmo del disperare..mi arrendo al buio..

Un sussurro..un fremito nelle brumose foglie del bosco..con le mani adunche afferro straziato la speranza..che ora si volta..lentamente…ed io attendo..attendo…e finalmente la vedo…è il mio ritratto..

La pagina dedicata alla trasformazione delle poesie in prosa – Due

Le foglie – di Simone Bellini

Foto di Briam Cute da Pixabay

tratta da:

SOLDATI   

di Giuseppe Ungaretti

Si sta come

D’autunno

Sugli alberi

Le foglie.

Raccoglimi e deponimi fra le pallide pagine di un libro. E quando, nel togliere la polvere del tempo, mi vedrai scivolare cadendo, raccattami insieme ai tuoi ricordi in bilico sui rami della vita.

La pagina dedicata alla trasformazione di poesie in prosa – UNO

La nostra “prima figlia di una poesia” è quella scritta da Rossella Gallori che in questo periodo sente il clima del “Giorno della Memoria” che spande il suo effetto potente su questi giorni, prima e dopo il 27 gennaio.

La poesia è infatti di Primo Levi dal titolo Shemà, una parola che in ebraico vuol dire ascolta. E’ stata pubblicata nel 1947 ma è datata 10 gennaio 1946, quindi poco meno di un anno dopo la liberazione da Auschwitz il 27 gennaio 1945.

Poesia di Primo Levi
Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo,
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi:
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

***

 Questa che segue è la trasposizione di Rossella Gallori:

Se questo è un uomo, diventa una lettera che non ho mai ricevuto, una lettera che non è mai stata scritta, sarà che questo 27 gennaio incombe, sarà che piove, sarà che non l’ ho conosciuto, sarà che morendo giovane è rimasto bello come nella foto, io non lo vedevo tanto  “ giudeo” nelle foto, era mio nonno,  so di lui quello che mi raccontava mia madre omettendo la fine, uno belloccio, piacione “lihornese” nelle barbe , ironico, permaloso, uno che aveva fatto fino alla terza elementare e da apprendista orologiaio era diventato abile venditore di stoffe….sangue mio direbbe una mia amica, un sangue che non è diventato vecchio, un gruppo sanguigno, volato chi sa dove, mescolato a quello di politici, rom, omosessuali,  in un unico ultimo respiro, nudi dentro fuori…come si dovrebbe arrivare di fronte a un Dio, senza sofferenza, non per mano maledette, non per stupro, per razza…un uomo che è diventato un numero che non conosco, poco importa era mio nonno…

“Carissima, nipotina adorata

Anche stamani ti sei alzata presto, hai dormito male lo so, deh, sono arrabbiato un po’ con la tu mamma che ti ha sempre obbligata a veder documentari, film, su di noi, ma la mi figliola grande è sempre stata dura come le pine, con contento però, che per testardaggine sia diventata mamma presto ho fatto in tempo a vedere i bimbi, se non partivo ne vedevo tre, te no, eri sulla luna…sei nata l’ anno in cui hanno capito 7 anni dopo dove ero finito.

Qui fa tanto freddo, c’ è silenzio, ogni tanto, ogni sempre,  un cane abbaia, una smitragliata  , a volte da ritmo al nulla, sono contento di sapere che la tua casa sia ben riscaldata, che tu abbia la pentola “su i foco” che tu abbia amici sinceri *cibo caldo e visi amici*

Il viaggio è stato lungo, interminabile, sono arrivato stremato, affamato *Che lotta per un pezzo di pane*  ci hanno preso in  quattro , tutti un po’ parenti, ebrei poco convinti, le camice nere un son servite…appena sceso dal treno mi Han detto che qui * si muore per un si o per un no* sai che fo appena mi tolgo un po’ di fame ed un po’ di fango, glielo dico alla  kapò, che se mi rendon gli occhiali, so far l’ orologiaio, anche se ultimamente per seguir la tu nonna vendevo cenci…

A proposito oggi ho incrociato la Miriam non la riconoscevo, m ha chiamato: sor Ugo son la Miry di Castiglioncello *considerate se questa è una donna senza capelli, senza nome, senza più forza di ricordare* ma il mio nome lo ricordava mi ha quasi sorriso, come è ridotta, certo io non mi vedo ma un posso mica esser così, deh.

Non so mica come va a finire questa storia, me lo diceva ieri il 2779, che aveva un nome, ed ora è un numero, parecchi, gli mandan nelle camere, io non ho nemmen 50 anni, posso esser ancora utile, domani cerco un capo che capisca l’ italiano, se non c’ è gente in giro, un vorrei passar da ruffiano, glielo dico: ho un rene solo, un difetto di produzione, di famiglia, non da ebreo, normalmente ne abbiam due, come tutti. Magari lavori pesanti non  ne posso fare, ma qualche cu cù ve lo posso riparare,  per un boccon di cibo in più * che lotta per un pezzo di pane*

Ecco Rossellina, ma un ti dovevan chiamar Giordana? il tu babbo lo diceva sempre: sor Ugo, se è femmina la chiamo Giordana, ma la tu mamma dura, giù maschi!

Stamani ho parlato con Diemuth, non so se ha capito, ha detto solo, ya, che non so nemmen come si scrive, sorrideva nel dirmi in un italiano brutto brutto:  troveremo una soluzione!!

Mi ha anche suggerito di lavarmi bene, nell’acqua gelida mi son sentito come *una rana d’ inverno* ho gambe e braccia così magre Rossellina, ma oggi pomeriggio dopo il pasto, che rifiuto e do a Raoul, che sta peggio di me, vado là in fondo al campo, mi metto in coda, deh, un ci vorranno mica ammazzar tutti.

Anche se stanotte ho sentito bimbi piangere poi silenzio, un silenzio che mi son tappato le orecchie, per non sentirlo, ho chiuso gli occhi, per sognà  le mi bimbe, la tu mamma è grande, ma la Franchina ha 14 anni, l’ ho nascosta bene, spero….

* vuoti gli occhi*

Sono in coda, c’ è la neve e son senza scarpe, parlan di rifar la doccia,  mi scalda un fumo denso che sa, sa, di affumicato, non è gradevole, ma qui fa meno freddo, ho salutato i compagni lì a baracca dopo a dopo a dopo, ho detto pensando a tutti voi *voi che vivete sicuri*

In fila con me donne e bimbi, comincio, un po’ troppo tardi a capire, so che tu sei, nipotina mia,  come me credi a tutto e poi ci piangi, io non piango e chi ce le ha più le lacrime. …piangere poi perché…chi muore presto vive in eterno….ciao mi spiace, te lo ridico, di non averti conosciuta, da bimba, deh dovevi esser un articolo (per i livornesi  simpatica)

Mi spoglio, respiro, e torno nel fumo ad essere un uomo, da morto abbandono il mio maledetto numero, il gas cancella i tatuaggi….Non dimenticate, vi prego non per me, non scordare uno che è stato ucciso senza un apparente motivo,  non dimenticare, tuo nonno Rosselina, non dimenticare quel che è stato, non ascoltare chi dice che non è vero, io c’ ero,  per tutti i morti di tutte le persecuzioni…ti abbraccio Ugo, nonno Ugo”

  • Vi comando queste parole, scolpitele nel vostro cuore, stando in casa andando per via…..ripetetele ai vostri figli*

PS: Dedicata a chi non è tornato, a mio nonno Ugo Cassuto   e a Primo Levi…..se questo è un uomo….

Bianco abbraccio

Bianco – di Maura Corazzi

Foto di Free-Photos da Pixabay

Un abito da sposa bianco, una rosa bianca dal giardino della casa dai mille ricordi.   Ora guardo un soffitto bianco,  non ho  dame e cavalieri che mi girano intorno, non ci sono rose bianche, ma tante divise bianche, garze bianche e ogni mattina alle 8. 00 entrano loro, con tono deciso, guardando male le colleghe.

Sono le lenzuola che vengono cambiate, che mi avvolgono ogni minuto della giornata è difficile farci amicizia perché ogni mattina se ne vanno.

Sono circondata da questo colore: bianco.

Ora lo grido, il bianco i miei occhi faticano molto a vederlo!

Ma la mente ripensa a quella camicetta bianca che indossavo per uscire con lui; penso e sogno la panna montata  in un bel gelato.

 Il bianco, prima gioia e ora dolore.

Ma quando quelle garze bianche vengono usate con cura su di me   il bianco prende colore vero, un bianco magico !

In me il bianco   non  riesce a trovare una collocazione, si sposta dal cassetto della gioia e dal cassetto del dolore forse il bianco è proprio questo:   tutto e niente.

Sono troppi anni che mi circonda  e ha perso la sua leggerezza!

Vestito bianco di fiori

Un vestito bianco di fiori – di Lucia Bettoni

foto di Lucia Bettoni

Avete mai indossato un vestito di fiori bianchi?
Io l’ho indossato.
Aspettavo la primavera, quando fiorisce la vitalba: lunghi tralci flessibili e resistenti coperti da fiorellini bianchi come piccole stelle.
Staccavo dalle siepi questo rampicante stellato e profumato e mi “cucivo addosso”il mio vestito di fiori.
Con il tralcio più forte mi cingevo la vita e a questa cintura fiorita appendevo altri tralci che scendevano a terra.
Il mio era sempre un vestito lungo.
La vestizione era completa quando indossavo la corona fatta con il tralcio più bello,quello più ricco di fiori.
Non ho un ricordo più dolce, non ho un ricordo più leggero.
Vestita di fiori io potevo volare.
Un lieve sorriso sulle labbra, la consapevolezza di essere una parte del tutto e il desiderio gioioso di ringraziare.

L’Assoluto Bianco

 L’ ASSOLUTO – di Simone Bellini

Foto di pasja1000 da Pixabay

Il silenzio; era l’unica cosa che lo faceva star bene !

L’unico posto intimo che lo isolava da tutto e da tutti, anche da se stesso.

Un’assenza profonda, immerso nel nulla, nella pace pura di uno spazio bianco accecante.

Quando arrivò al centro di quella energia capì che non avrebbe mai più parlato, non ce ne era bisogno, perché faceva parte del tutto ed il tutto era radicato in lui, fuso con gli atomi dell’universo.

Autismo ! Sentenziarono i dottoroni, insigni scienziati che non capirono la profondità di quell’astrazione, attiva nella sua immobilità.

Ma questo non lo tangeva, era felice in questa sua condizione. Era connesso con il mondo più di chiunque altro.

Lo capiva Toby, il suo cane, che accovacciato ai suoi piedi dialogava con lui con lo sguardo, proteggendolo da ogni negatività del mondo esterno che si adoprava in ogni maniera, con ogni tentativo per riportarlo nella falsità della realtà quotidiana.

L’insistenza, seppur amorevole, di riportarlo a quello stadio ( per lui ) primordiale era inutile.

 Era troppo avanti !

 Il suo sapere sconfinava dalla logica terrena.

La sua mente era energia pura, totale, immensa.

Toby questo lo aveva capito e con tristezza lo sentiva allontanarsi ogni giorno di più.

Non era una persona, era un’entità !

Fu quando le vibrazioni, come un terremoto, scossero le sue cellule disintegrandosi, inondando il creato, che Toby lo salutò con un ultimo lacerante latrato.

Quando spalancarono la porta della stanza, non era rimasto altro che un grande bianco abbagliante !

Un attimo dopo tutti i cellulari del mondo squillarono all’unisono !

Era nato l’assoluto !

Bianco luna

Bianca luna – di Anna Meli

Bianca luna

Falce di luna bianca nella notte buia.

Gelida luce, non scalda, rischiara soltanto.

Dà forma alle cose, a ricordi lontani persi

nel tempo; tempo passato,

fatto di pagine bianche dipinte di vari colori;

leggeri o forti, vividi o smorti, tristi o felici.

E ancora, le pagine bianche del tempo a venire

da scrivere e colorare…

Passa veloce una nube fugace.

La luna si copre e per un attimo traspare

dietro una leggera, bianca tela di ragno,

e si veste di un velo da sposa.

Bianco depressione

Le melanzane aliene – di Gabriella Crisafulli

foto di Gabriella Crisafulli

  • Dai, cosa fai lì nascosta sotto le coperte?
  • Oh, lascia fare, non mi voglio svegliare
  • Su, vieni fuori di lì
  • No, non posso, ci sono i sogni, le angosce e la depressione che mi tengono legata
  • Ma qua sei sola, fuori c’è il mondo fatto di persone depresse e angosciate come te che girano intorno, mascherate, ma vive: tu, in quel letto, sei morta

Esci, vai fuori, guardati intorno …

  • E i sogni? La consapevolezza?
  • Lasciali nel cassetto: la vita batte alla porta
  • Ma mi rivelano tutto quello che avevo sotterrato, che non volevo affrontare
  • Va bene, portateli dietro, fai la cometa dalla lunga coda, ma esci: fuori qualcuno ti chiama

E qualcuno ho trovato: una bella signora che davanti al mio stupore per delle strane melanzane che non avevo mai visto prima mi ha detto che erano ottime e che lei le cucinava con aglio e pomodorini.

A proposito di Amore ambiguo

“Sangue mio” – di Gabriella Crisafulli

Si sono mescolate le pedine

nell’alfabeto dell’amore

Le mosse

degli affetti

segnano a fuoco

le tappe

della dipendenza

Il marchio

“Sangue mio”

genera automi

viscerali

di fedeltà assoluta

Un coltello

ha tagliato a fondo

là dove il legame

sa di tenerezza, di compassione

di empatia

Guai a chi si allontana

dalla strada segnata:

è un infame

che tra equivoci e fraintendimenti

si sente colpevole

“Sangue mio”

è una passione

ambigua

di amore malato:

amare da morire

“Sangue mio”

a poco a poco

spegne e divora

Chi riparte

procede a tentoni

Fra mille dubbi

c’è da dire addio

a un porto

di affetti

per andare verso l’ignoto

Pesano

fragilità

e incoerenze,

seduzioni

e ammiccamenti malati

Non c’è più spazio

per lo struzzo

che nasconde

la testa

nella sabbia

Adesso basta:

m’innamoro di me

I tasti bianchi delle parole

Spartito di parole – di Stefania Bonanni

Poi c’e il bianco che dà senso al nero, quello che da’ aria alle parole,  le fa respirare e cantare, quando il rigo scritto è riempito solo in parte, quando una virgola fa tirare il fiato e le parole tornano nel rigo di sotto, dove a volte il margine rientra, come per farsi desiderare,  lasciando capire che ci si può mettere l’accento, nella lettura, che vale la pena farci un po’ più attenzione.

Quelle righe diventano spartiti, le parole note, il bianco ed il nero come tasti di un pianoforte, suonano parole ritmate dagli spazi lasciati in bianco, componendo melodie che nascono da penne speciali, ma ci accompagnano per effetto di quegli spazi bianchi. Così, sempre e per sempre, sapremo che “passata è la tempesta”, anche se forse non sempre sentiremo “uccelli far festa”.

Il bianco dei marmi di Firenze

L’odore degli scampoli – di Lorenzo Salsi

Foto di andbalboni da Pixabay

Ogni tanto con la mamma si partiva, magari quando non c’era scuola o più spesso nel periodo in cui andavo all’asilo e si andava a comprar scampoli di stoffa per farci camice, alla famiglia, ai parenti ed amici nonché ai clienti abituali che si fidavano ciecamente dei gusti classici della mamma .

Il tragitto era sempre il medesimo: Via Datini fermata dell’autobus 23 fino a Piazza del Duomo o a Via Panzani, secondo le giornate . La fermata di via Panzani era la più vicina perchè il negozio di scampoli e stoffe era proprio sull’angolo opposto in Via de’ Pecori nel palazzo dell’Arcivescovado di fronte al Battistero che con le sue belle porte in bronzo mi affascinava sempre.

Il negozio si chiamava semplicemente “Bianzino”.

Dunque due opzioni per scendere dal tram, in effetti avevano il suo perchè: se si scendeva alla fermata d’angolo con Via Ricasoli si attraversava Piazza S. Giovanni in diagonale e si arrivava da “Bianzino” in un attimo ma era un po’ più lunga e non molto interessante; se la discesa era in Via Panzani il tragitto prevedeva un mirabile passaggio davanti alla pasticceria Scudieri, una delle migliori della città dove alla mamma e al figlio veniva un principio di soffocamento per eccesso di saliva prodotta dalla visione delle vetrine di Scudieri che erano piene di piramidi di cioccolato, caramelle, pasticcini e quanto di più goloso si potesse pensare.

La mamma era un’ infaticabile divoratrice di tutto ciò che poteva contenere zucchero, seguiva le 2 o 3, ma forse erano di più, vetrine della pasticceria con crescente cupidigia facendo finta di niente, poi con non chalance, mi chiedeva se avevo sete o se per caso mi fosse venuta un po’ di fame; domande cariche di aspettative che attendevano con speranza una mia risposta affermativa, la quale non tardava, ferma e sicura, perché come dice un vecchio adagio “le querce non fanno i limoni “.

Risultato finale di tutta questa manfrina: un dito alla crema ( detto anche cannolo ma non a Firenze) a me ed un bignè a lei, una spumina a me credo da 25 lire ed un cappuccino a lei …..

Finita questa goduria si usciva e fatti 20 mt si entrava da “Bianzino”.

Piazza S. Giovanni allora era molto trafficata, passava tutto di là, dal cuore di Firenze, quindi autobus, filovia, macchine, lambrette, barrocci, biciclette, gente insomma, venditori di mais per turisti e piccioni. Su un lato c’era anche il punto di sosta, mi pare alla Loggia del Bigallo, per i fiaccherai con le loro carrozzelle e i cavalli, che in certi casi da come erano vecchi non si capiva se erano i cavalli che tiravano le carrozzelle o erano le carrozzelle che spingevano i cavalli.

La piazza era il fulcro della vita cittadina quindi sempre piuttosto rumorosa e brulicante.

Entrati nel negozio di scampoli tutti i rumori erano attutiti, anzi a volte c’era un silenzio irreale dovuto alla quantità di rotoli di stoffe che dal pavimento arrivavano fino al soffitto e seguivano tutti i muri perimetrali. Stoffe di tutti i tipi, lane pesanti per fare cappotti, leggere per gonne e pantaloni, cotoni per camice e camicette da donna, lini per far vestiti da uomo, ghinee per lenzuoli insomma quello che poteva servire a confezionare abiti e non, lì c’era.

Il reparto che riguardava tessuti per camice era vastissimo, coloratissimo, con una scelta di tessuti incredibile e la mamma li conosceva tutti. Ricordo quelli che mi piacevano più di tutti era l’ Oxford e l’Oxford martellato di colore rosa , un bel rosa molto maschile, morbidissimo al tatto e profumatissimo di buono, di nuovo e di pulito. Pensandoci adesso ho sempre avuto una camicia a maniche lunghe con i bottoncini al collo e cannoncino sulla schiena di color rosa.

Tutti i commessi conoscevano la mamma ed erano veramente molto gentili, premurosi e se la mamma era indecisa , prendendoli dagli scaffali, le mostravano diverse pezze srotolandole per 2 o 3 mt .

I banconi su cui venivano poggiate le pezze erano in legno massello di un colore caldo, sempre profumati di cera per mobili ; anche i metri che usavano era in legno con le punte rinforzate in ottone mi piacevano da impazzire.

Silenzio e profumo erano le caratteristiche di quel negozio ed il profumo era dato come ho detto da le stoffe, dal legno ed i prodotti per tenerlo pulito ma anche dai dopo barba dei commessi sempre inappuntabili e ben vestiti anche se a volte indossavano una gabbanella grigia.

Fra silenzio e odori quasi ti veniva fatto di parlar sotto voce. In tante volte che la mamma mi portò mai sentii rumori molesti o fuori posto. Il rumore più classico era la pezza, che srotolata dal commesso, dava un tonfo morbido e quasi rassicurante sul bancone e come erano bravi i commessi ad aprire la pezza, con un colpo di mano e polso ben assestato facevano roteare in aria lo scampolo avvolto quasi sempre su di un’anima di cartone schiacciata, o, ora i ricordi si confondono, ma mi pare che queste ”anime” rigide fossero anche in legno, altri tipi di stoffa erano arrotolati per lo più su tubi di cartone ben rigido.

Dicevo dello scampolo fatto volare che poi poggiavano sul bancone, lo misuravano, lo tagliavano e lo impacchettavano in una carta azzurrognola a quadrettini piccolissimi col logo Bianzino e la consegnavano al cliente, parevano giocolieri agili, veloci ed appassionati.

Avuto il pacchetto si andava alla porta ed appena la si apriva per uscire il mondo esterno si presentava immediatamente con il suo rumore ed il suo odore , i cavalli dei fiaccherai avevano la parte da protagonisti per gli effluvi, vista la copiosa quantità di prodotti intestinali, ogni tanto uno spazzino appariva col suo barroccio a 2 o un bidone , la scopa e la pala per raccogliere le fatte degli equini.

Girando intorno al Battistero e al Duomo si arrivava al Canto de’ Bischeri e da lì in Via del Proconsolo per la fermata dell’autobus, in realtà ce n’erano 2 prima, una alla Misericordia ed un’ altra dopo 150 mt , ma la mamma preferiva far “du’ passi” per guardare il Duomo “anche da dietro” diceva .

Testimonianza di Federico Benadì

Ripropongo questo giorno di due anni fa (gennaio 2019) perché non dobbiamo mai dimenticare. La giornata si intitolava: “La notte fa ancora molto freddo” perché il vento dell’intolleranza non smette ancora di soffiare gelidamente

Avatar di lamatitaperscrivereilcieloMATITAECIELO

L’importanza delle testimonianze viventi, di chi ha vissuto sulla propria pelle persecuzione e ingiustizia, per ricordare che è sottile il filo che ci divide dalla tragedia, dalla perdita di identità. Ricordare per non ripetere mai più.

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Scatola bianca

SCATOLA BIANCA – di Laura Galgani

Foto di Anna Larin da Pixabay


Una pagina bianca cos’è, se non una stanza dalle pareti vuote, candide, immacolate, imbottite di morbido cotone per attutire il suono di quelle parole che ancora nemmeno sai?
Ci puoi entrare quando vuoi: nei momenti più bui, quando qualcosa ti stringe la gola e vuole uscire e ti graffia con gli artigli su per la trachea e tu cerchi di ricacciarla giù, perché no, non adesso, non ancora, anche se sanguina e fa male. Ma appena raggiungi il tuo spazio e varchi la soglia di quella scatola bianca che
è la pagina, ecco che l’urlo può uscire ed essere forte, rosso, spietato, tanto acuto da tagliare la pagina in due, se potesse prendere la forma di una lama. E nessuno se ne accorge, finché non vi posa gli occhi sopra.
Ma tu non lo permetti a nessuno. Hai questa libertà e questo potere. Lasciare che altri entrino in quella stanza è solo una tua scelta.
Oggi no, hai ancora bisogno di pareti imbottite su cui gettarti senza farti troppo male, di un soffitto a cui appenderti e camminare a testa in giù per vedere le cose da un punto di vista diverso, di sapere che la porta è chiusa e nessun suono, lettera o frammento di parola potrà uscire da lì, dalla tua scatola imbottita.
Chissà, magari un giorno sarà diverso, arriverà la primavera e deciderai di aprire la porta di quella scatola bianca.
Una nuvola di farfalle colorate ne uscirà e con leggeri battiti d’ali andrà a dipingere il mondo con le tue parole piene d’amore.

Incontro virtuale – 19 gennaio 2021

con Cecilia Trinci

La discussione è partita, in entrambi i gruppi, dal video volutamente provocatorio di Messer Bianconiglio, messo nel blog proprio la stessa mattina.

L’attenzione è stata monopolizzata dal tema “amore”, che è stato definito in più modi e con varie parole. Molta parte dell’attenzione è stata attirata dalla espressione “non posso amarti” rivolta ad Alice che non ama abbastanza se stessa e quindi non potrebbe affrontare il dolore di certe inevitabili ferite legate ad un rapporto interpersonale.

Vari i punti di vista di tutti. Ne ricordo uno, di Vanna, che fa pensare molto: il Bianconiglio direbbe queste parole proprio perché, contrariamente alla sua affermazione (Io non posso amarti), dimostrerebbe proprio il contrario.

L’essenziale comunque, in ogni caso, è raggiungere CONSAPEVOLEZZA DI SE’ per poter amare ed essere amati.

Molte sono le parole con cui tutti hanno descritto un amore maturo e capace di esistere.

Si è parlato della necessità di aver avuto amore da piccoli e del “saperlo riconoscere” quando si incontra.

Si è parlato della necessità degli altri e della grande importanza della RELAZIONE

Si è parlato di SICUREZZA, di CONSAPEVOLEZZA, di CORRISPONDENZA, di CONQUISTA, di OSTACOLI, di TIMIDEZZA, e anche di EQUIVOCI, alcuni anche pericolosi. Di Gabriella è l’accenno all’amore malato o all’uso dell’espressione “SANGUE MIO”.

Si è parlato di CENTRALITA’ della persona che deve sentirsi padrona del proprio essere e di come questo sia capace di ATTRARRE amore a sua volta.

Si è parlato della FIDUCIA che si deve avere, ma anche della CAPACITA’ DI DIRE DI NO, di SCELTA e di DIFESA, della necessità di riconoscere SEGNALI.

Si è parlato di RISPETTO, verso se stessi e verso gli altri, di LIMITE e di LIMITI da rispettare.

Si è parlato di RELAZIONE NON STRUMENTALE, di capacità di SVELARSI.

Dopo la discussione generale ho illustrato come tutti questi concetti si attagliano perfettamente alla SCRITTURA che ha appunto bisogno, per essere piacevole e benefica di:

  • relazione
  • consapevolezza di sé
  • rispetto
  • riconoscersi
  • svelarsi
  • fiducia
  • ostacoli da superare
  • scelta delle emozioni da RIVELARE
  • senso del limite
  • volersi bene e voler bene alle proprie idee….
  • ……tanto da saper accettare serenamente anche chi non è d’accordo con noi

Il bianco dei mandorli

Segnali di rinascita – di Tina Conti

foto di Tina Conti

Passate le feste, comincio a scrutare la terra e la campagna cercando i primi segnali di risveglio.

Le gemme ingrossate sugli alberi spogli, i primi bocci socchiusi fra le foglie di elleboro, le spelacchiate margherite bianche nei prati ghiacciati, le giunchiglie a mazzetto nelle prode al sole.

Ma quello che amo scoprire sono le nuvole bianche dei mandorli.

Che gioia passare vicino o  vedere nel mezzo a un campo  tutto quel chiaro, a volte sfumato sul rosa, sentire quell’energia , quella vita in esplosione che apre il concerto della primavera.

E poi tutto si muove, fra le foglie secche fanno capolino i bulbi piantati in autunno, ricomincia quella magia che incanta e commuove.

Passa il tempo, accadono tante cose, la natura sapiente riscrive le sue sinfonie.

Messer Bianconiglio

dal web

Una riflessione, un pretesto per pensare:

«Ma tu mi ami?» chiese Alice. «No, non ti amo.» rispose il Bianconiglio.

Alice corrugò la fronte e iniziò a sfregarsi nervosamente le mani, come faceva sempre quando si sentiva ferita.
«Ecco, vedi? – disse il Bianconiglio – Ora ti starai chiedendo quale sia la tua colpa, perché non riesci a volerti almeno un po’ di bene, cosa ti renda così imperfetta, frammentata. Proprio per questo non posso amarti. Perché ci saranno dei giorni nei quali sarò stanco, adirato, con la testa tra le nuvole e ti ferirò. Ogni giorno accade di calpestare i sentimenti per noia, sbadataggine, incomprensione. Ma se non ti ami almeno un po’, se non crei una corazza di pura gioia intorno al tuo cuore, i miei deboli dardi si faranno letali e ti distruggeranno.
La prima volta che ti ho incontrata ho fatto un patto con me stesso: mi sarei impedito di amarti fino a che non avessi imparato tu per prima a sentirti preziosa per te stessa. Perciò, Alice no, non ti amo. Non posso farlo.»