Un cappello e una bici

La mia bici – di Sandra Conticini

foto di Sandra Conticini: le “buchette del vino dei vinai fiorentini rimaste su alcune facciate di antichi palazzi

Chi mi conosce sa che io in città mi muovo spesso in bicicletta. Mi piace l’aria in faccia, quella fredda dell’inverno, meno quella afosa dell’estate. Per me la bicicletta è libertà, non  faccio file,  arrivo dove voglio, non  devo cercare parcheggio, incontro persone che conosco faccio due chiacchiere e riparto, poi  è utile per fare un po’ di ginnastica. Certo ho preso anche tanta acqua, e non esistono mantelle che  salvano,  sono rimasta molto male quando avevo le chiavi del lucchetto per aprirlo, ma ahimè la bicicletta era stata rubata e ho girato sperando di ritrovarla ma a me non è mai successo. Ora cerco di personalizzarla un po’, con bandierine stickers, copricestino riconoscibile lucchetti grossi per vedere se  scelgono quella accanto alla mia.

Bisogna stare molto attenti perchè per le macchine non esisti, ma la soddisfazione è tanta quando penso che in macchina  avrei fatto la metà delle commissioni fatte con le due ruote.

Quando andavo a lavorare nella zona nord di Firenze, arrivavo che mi sentivo bella carica pronta per iniziare la dura giornata e in inverno, come mi diceva qualcuno, ero inguardabile,  mi mettevo dei cappelli in testa di lana, oppure quelli con la pelliccia dentro e i paraorecchi e poi un collo tirato fino al naso,  praticamente rimanevano fuori solo gli occhi, mentre in piena estate mi portavo dietro qualcosa di ricambio perchè anche una maglietta di cotone era troppo.

Quando sono in bicicletta penso penso penso… ricordo il periodo che avevo deciso di comprare il motorino a mia figlia, ero molto combattuta e una mattina che andavo a lavorare era decisa per il sì, quando vidi un motorino in terra cambiai subito idea, ma poi il motorino glielo comprai, tanto la vita è anche fortuna.

In questo periodo di pandemia  mi è mancata, ci sono andata poco, un po’ perchè stiamo molto in casa e un po’ per la paura di ammalarsi , ma oggi sono rimontata in sella ed ho fatto un bel giro e quando sono tornata a casa mi sono sentita bene, perchè a me serve anche a scaricarmi un po’ come quando vado a camminare.

Per me la bicicletta è  terapia. 

Un cappello per curare

LA SIGNORA DAI MILLE CAPPELLI – di Sandra Conticini

Era tornata da poco tempo in quel condominio, nessuno la conosceva bene.

Quando incontrava qualcuno per le scale salutava educatamente, ma non si fermava a parlare, andava via dritta per la sua strada. Era una bella signora sui sessant’anni, forse qualcosa di più, sempre ben vestita, curata e non l’avevano mai vista uscire senza cappello. Li aveva di tutti i tipi e di tutti i colori, per l’inverno cappelli di pelliccia dei più svariati colori, ma anche di lana, di feltro, baschi e in primavera estate cappelli di cotone fatti a mano o di paglia con fiori, bottoni, perline ma anche molto eleganti di raso, di seta con tese più o meno grandi, insomma si capiva che al cappello non ci poteva rinunciare. La mattina in genere usciva sempre molto presto e spesso in una borsa si poteva intravedere qualche altro cappello colorato, con le piume, con gli occhi, con tralci di fiori di plastica.

Questa persona era diventata quasi un’attrazione in un condominio dove da decenni  gli abitanti erano sempre gli stessi, così quando la sentivano uscire  la spiavano da dietro le persiane o si affacciavano alla finestre e ai balconi poi rientrando in casa dicevano: Oh chissà che giri l’avrà quella del quarto piano che tutti i giorni esce tutta ripicchiata… E tutti quei cappelli??? Mah! per me c’è sotto qualcosa!

Questa storia durò per un po’, finchè un giorno tornando a casa Elena, questo era il nome della signora, trovò un signore del palazzo in terra così l’aiutò a rialzarsi, lo medicò e gli fece tutto quello di cui aveva bisogno, eh sì perchè lei era una dottoressa ormai in pensione e tutte lemattine usciva per andare all’ospedale dove c’erano bambini con malattie molto importanti e tutti quei cappelli che aveva o si portava dietro servivano per farli giocare e sorridere.

Da quel giorno nessuno ebbe il coraggio di dire più niente, anzi: era diventata la più amata persona del palazzo …

Cappello spaziale

Cappello spaziale – di Luca Di Volo

Sentite un po’ cos’è successo ad un mio amico napoletano…Il racconto me l’ha scritto lui inviandomelo per posta…(posta?!) da un posto che non avevo mai sentito nominare…E anche in caratteri illeggibili…comunque,  il resto era in Italiano e si capiva bene,  anche perché questo mio amico sapeva scrivere benissimo,  dato che era il suo lavoro..

Insomma..ecco qua..

“Caro Luca…”questo l’incipit…”Caro Luca,

Forse non crederai nulla di quanto ti racconto…e per la verità,  anch’io non so se crederci o no..Comunque,  questi sono i fatti…

Tu sai quanto mi sia sempre piaciuto passeggiare in via Caracciolo,  poi svoltare in via Chiaia..e addentrarmi per le fantastiche stradine che portano al centro di questa incredibile città…Tanta era l’abitudine che,  come sai,  avevo preso a memorizzare tutti i negozietti..i caffè…(i migliori del mondo,  dicono…), salutandoli tutti come vecchi amici,  sempre presenti e confortanti con la loro rassicurante presenza.

Fu così che non mi sfuggì un negozietto,  piccolo ma dall’aria molto elegante e un po’,  come dire…fuori contesto ..Quello che mi colpì però fu l’insegna…che in sé non aveva niente di strano..Una scritta luminosa,  lampeggiante,  di  un bel verde un po’ pacchiana forse…ma raggiungeva lo scopo.. Rimasi fermo,  un po’ anche lievemente stralunato a causa di quello che si leggeva in bei caratteri tondeggianti…Già…perché l’insegna proclamava: ”I più bei cappelli da viaggio di tutta  la Galassia conosciuta” e,  più sotto,  in piccolo: ”Non negatevi quello che avete sempre sognato,  emozionante,  sicuro,  alla portata di tutti”.

Irresistibilmente attirato da quel cartello non potei fare a meno di avvicinarmi e guardare nella vetrina. Quello che mi agitava era quella parola.. ”di tutta la Galassia conosciuta..” Ormai sapevo quante parole e quante espressioni iperboliche erano entrate nell’uso comune..uno spettacolo “galattico”..una star “galattica”…ma un cappello “galattico”?! Mah!!

Guardai dunque dentro la vetrina.

All’interno,  in modo elegante,  erano esposti cappelli di tutte le fogge e dimensioni.

Alcune erano davvero strane…ma la moda..si sa..Però un cappello enorme a tre punte..un altro con una tesa larga tre metri?! Forse erano davvero al limite…

Comunque entrai.

L’interno appariva elegante, ma abbastanza comune..Dietro il bancone il commesso..o il proprietario..mi accolse gentilmente..quasi con calore. ”Buongiorno signore.., ha visto che bei cappelli..?! Ed è solo un piccolo campione..in magazzino ne abbiamo tanti altri..per tutti i gusti..ne ha in mente uno in particolare?!”

Per la verità ce l’avevo…un cappello da uomo, a tesa larga..di un tessuto cangiante..molto chic…

Il vecchieeto si fregò le mani..”Aah..vedo che il signore ha buon gusto..che misura?!”. Gliela dissi..e lui entrò un attimo nel retrobottega portandomi  il cappello che da vicino era ancora più affascinante e soprattutto mi calzava come un guanto..

Ma lo strano bottegaio aveva ancora qualche segreto da svelarmi..

Mi si avvicinò con fare furtivo e a bassa voce..guardandosi intorno con circospezione dopo essersi schiarito la voce..”Ehm…” disse..Oddìo pensai..sarà mica merce rubata..?!

Ma mi tranquillizzai subito..”Ehm..guardi che questo cappello, in realtà, ha doti davvero non comuni..”Lo rovesciò e mi fece vedere, ben nascosti nella seta della fodera, due ..pulsanti..?!Sì, due pulsanti..uno rosso ..e uno verde.. Contemporaneamente mi consegnò un…un cellulare..almeno lo sembrava..Il display però non somigliava agli altri..c’erano scritte luminose con i nomi di molte città e paesi del mondo…forse tutti..

L’ometto sogghignò..”Appena fuori, prema il pulsante verde..dopo aver scelto un …un posto..e vedrà..provare per credere..”

Pover’uomo..era matto..non lo si sarebbe detto..sembrava così normale…

Però il cappello era davvero una bellezza…”Quanto costa?!”

“Ehm ..trenta..ohg…bsz…euro, ecco euro..trenta euro…”Anche se non aveva le qualità farneticate, era un prezzo incredibilmente buono per quella qualità..quasi regalato..

Pagai e, salutandomi, l’omino mi fece un’ultima raccomandazione..sempre con quel fare furtivo e con gli occhietti saltellanti.. ”Ehm…mi raccomando..qualunque cosa succeda..qualunque cosa..non prema mai…dico mai..il pulsante rosso..quello è per altre funzioni, che forse la spaventerebbero…mi raccomando..mi creda..”

Uscii nel sole di via Chiaia…ripiombando nel chiasso e nel ronzio vitale del mio mondo…

Però non seppi resistere..sarà stato sicuramente matto quel cappellaio..ma ..a provare non si rischia nulla.

Mi misi il cappello.., scelsi a caso una località..la città di Adelaide, in Australia. E premetti il pulsante verde.

Lì per lì sembrò tutto uguale..nessun cambiamento…però..intanto il Vesuvio era sparito..e faceva un gran caldo..L’Estate Australe..

Forse quello strano individuo non era proprio matto completo..solo un po’..come quel cappello, quello sì matto da legare..e io con lui..

Però volli riprovare..il Taji Mahal..la Muraglia Cinese, i templi di Lhasa, in Tibet..

Decisi di fermarmi, e di ritornare dove tutto questo era cominciato..Spinsi di nuovo il pulsante verde. Ed ecco via Chiaia..ed ecco…no..il negozietto non c’era più…sparito. Al suo posto un anonimo bar..

Però…però..ai due lati del locale sostavano con aria indifferente due tizi…che noi napoletani impariamo a sentire a fiuto..sbirri..forse di un altro paese, stranieri..ma..sbirri, senza il minimo dubbio..

Feci per entrare nel Bar..ma mi si affiancarono subito…anche la tattica era da sbirri..un classico…Piedipiatti un po’ strani, però..la pelle sembrava non aderire bene al tessuto sottostante, sembrava un velo floscio, e anche gli occhiali neri..va beh, questi ce li avevano tutti i piedipiatti di questo mondo..e forse anche degli altri…che strano pensiero..

Però parlavano un Italiano perfetto, senza inflessioni..totalmente asettico, tanto che un brivido freddo mi corse nella schiena..

“Il signor         Marcello Volpi?!” .Era un’affermazione, non una domanda.. ”Buongiorno..ci risulta che lei stamani abbia acquistato un cappello da un certo signore..uno straniero per la precisione..”

“Sì, vero, tranne il fatto che a me non sembrava tanto straniero..”

Si guardarono. Quello che doveva essere il capo parlò: ”Ci dispiace ma dovrà restituirci il cappello..il venditore non aveva la licenza per attività commerciali in questo…in questo..pia…in questo posto, insomma..”

Io, manco a dirlo, non ero per niente d’accordo..il cappello l’avevo pagato regolarmente..Glielo dissi, ma tutto quel che mi dissero fu: ”ci dispiace davvero signore-questa l’avevo già sentita..-le restituiremo il prezzo pagato più qualcosa per il suo disturbo”…Eh no, noi napoletani non ci frega nessuno..figuriamoci due sbirri da chissà dove..Afferrai il cappello e mi misi a correre…E loro dietro..Vidi subito che erano molto più veloci di me..ma io quei vicoli li conoscevo bene..infatti mi rifugiai in una viuzza dove credevo di averli seminati…e invece mi erano alle calcagna e non mollavano..Mi afferrarono..e fu allora che, vedendomi perso, in preda alla disperazione..feci quello che non avrei dovuto mai fare: premetti il pulsante rosso…

L’effetto fu stupefacente….questa volta  vidi subito che il cambiamento c’era stato…sconvolgente..Ti dico solo che il quel posto bellissimo in cielo c’erano due Soli..uno giallo come il nostro, l’altro un po’ meno luminoso, di un delizioso color arancio..

Non ti descrivo il panorama..il vento, gli animali…troppo lungo e difficile..

Ti basti sapere che in quel momento nel cellulare si accese una scheda che non avevo mai visto..e qui i nomi erano davvero stupefacenti…Altair 4…Canopo 2….Achernar 18….Allora era quello il vero Gran Tour Galattico…E nonostante fossi inseguito ancora dai piedipiatti…magari Galattici anche loro….mi preparai  ad intraprendere il più grande giro attraverso l’Universo conosciuto che nessuna agenzia di viaggi di quel banale pianeta che era la Terra avrebbe mai proposto…

E ora, nel salutarti, mi chiedo…ma se fossi io a fondare la prima Agenzia di viaggi Intergalattica?! Certo, prima o poi gli sbirri mi avrebbero ritrovato..lo fanno sempre….Ma..ci sarà la prescrizione nel Codice Penale Galattico.?!.se c’è sono salvo..tra 200 miliardi di stelle e un miliardo di miliardi di Galassie..ma quando mi trovano…?!

Un abbraccio dal tuo Marcello.

PS.D’ora in poi c/o Agenzia Galattica Viaggi Interspaziali, terzo pianeta di  Fomhalahut. Ciao!!

La pagina delle favole

Il bambino volante

testo di Cecilia Trinci e disegni di Monica Trinci

Questa storia è stata scritta e disegnata da una nonna e da una zia per un bambino magico durante il primo lockdown, quando la nostalgia dei nipotini era molto forte. Allora è nata questa favola, ispirata ad una storia vera, perché davvero Simone è un bambino volante, sempre a testa in giù!

C’era una volta un bambino che non riusciva a camminare lentamente,

a passo normale.

Quando si spostava da una stanza all’altra non riusciva a mettere un piede dopo l’altro…

appena appoggiava la scarpa sul pavimento, dalla suola usciva una molla che appena toccava terra……zamp!

Spingeva il bambino verso il soffitto e lui,

appena preso il volo

girava in aria vorticosamente,

e poi batteva contro le pareti

e doveva appoggiarsi con le mani per non prendere dei colpi troppo forti.

Roteava e roteava in aria

Su giù,

qua, là….

Là e qua….

Volava in aria e lui si dimenticava dove stava andando

Si lasciava trasportare da quella forza che veniva su dalle molle delle sue scarpe…..

E appena finita la spinta e toccava terra

 la molla di nuovo usciva dalle scarpe e lo rispingeva su sempre più su più su…….verso il soffitto

Da lassù vedeva tutto in modo diverso

i disegni sembravano più piccoli

i giochi sembravano diversi

la merenda nel piatto diventava imprendibile

e allora…..

gli veniva subito fame e desiderava acchiapparsi un panino

un toast

un sacchetto di fragole

e cominciava a chiamare la mamma

mammaaaaaaaaaaaaaaaaa

mamma fammi scendere ho fame!

Ma la mamma era in giardino, tra la salvia e il ramerino  e non lo sentiva.

Allora il bambino volante si arrabbiava di brutto

 e si metteva a fare le capriole in aria per cercare di scendere

Saltava, rufolava, cantava, mescolava

Ma niente!

Finché la mamma tornò in casa con un mazzo di salvia e di ramerino

Vide il suo bambino impigliato nel soffitto e lo chiamò:

Simo!

E a quelle parole, come una magia imprevista, improvvisa, mai vista….

Il bambino crollò giù, sul pavimento.

Ma non si fece male

perché planò sulla sua mamma.

Proprio sul cuore!

Un cappello per volare

Cappelli – di Nadia Peruzzi


Era soffocata dal grigio che aveva attorno in quel gennaio piovoso.
L’anima piegata dall’inerzia e dalla ristrettezza di orizzonti che la schiacciava dentro le mura domestiche, togliendole anche la voglia di sognare.
Attorno a sé vedeva confini, labirinti di bossi alti e spessi che non lasciavano trasparire nemmeno l’aria per respirare.
Stava rimettendo a posto alcune cose nell’armadio e vide i cappelli.
Li aveva acquistati in anni recenti, di varie fogge e colori.
Non tutti le stavano bene, non con tutti si sentiva a suo agio. Il freddo delle giornate invernali, il vento gelido che sferza la faccia e che avevano bisogno di esser mitigati, l’avevano indotta al gran passo.
Così aveva deciso che non poteva più farne a meno. Con alcuni, d’altra parte, riusciva a sentirsi un tipo. Le davano un tocco civettuolo. Non le dispiaceva affatto assumere talvolta un’aria da civetta, lei sempre compassata e sulle sue, tendente a sparire nella folla più che a mettersi in mostra.
Le venne di getto l’idea di provarseli uno dopo l’altro accompagnando ogni prova con smorfie più o meno soddisfatte.
Da sotto la pila dei cappelli sbucò il primo che aveva comprato. Un cappello alla Mary Poppins di calda stoffa di lana a più colori che le restituiva attraverso lo specchio una immagine buffa di sé.
Malgrado l’età era sbarazzina. Si sentì bene sotto quel cappello.
Le arrivò una carica positiva che la costrinse a pensare ad altri mesi di gennaio nei quali il sogno era già in movimento e la fantasia la portava a sbarcare ora qui, ora là mentre si divertiva a buttar giù itinerari di viaggio per i mesi successivi.  
Fossero mete vicine o lontane non importava, l’importante era superare un confine anche mentale per dar corpo in qualche modo ad un oltre.
Sapeva bene che spesso la ricerca che aveva fatto e pure l’itinerario finivano nel cassetto dei sogni non realizzabili, ma il solo fatto di averci dedicato tempo aveva il sapore frizzante dell’avventura.
Non c’era nulla di meglio per attraversare un mese inutile e pure un po’ perfido come gennaio che chiude tutte le feste, spegne le luci dell’albero di natale e ci ripiomba nel tran tran senza prospettive e in più condito di grigiume, pioggia e nebbie.
Potere di un cappello e dell’immaginazione che fa chiudere gli occhi per iniziare a fantasticare.
Un soffio di vento la sollevò in alto ,la finestra si aprì per lasciarla passare. Lei, novella Mary Poppins decise di stare al gioco. Era tutto molto fiabesco e ancor più spericolato ma decise che valeva la pena abbandonarsi a quella strana partita.
Strizzò gli occhi due volte senza avere la minima idea, una volta riaperti dove si sarebbe ritrovata.
Non fu difficile capire.
Era una costellazione di minareti a punteggiare lo spazio sottostante. Istanbul, la città più magica e affascinante fra quelle che aveva visitato sembrava volerla abbracciare.
Un tramonto così rosso non lo aveva visto mai.
Le voci dei bambini nei quartieri, si univano a quelle dei pescatori sul ponte di Galata alla conquista della dose quotidiana di pesci da portare a casa.  Lo stridio dei gabbiani si sovrapponeva all’invadente ronzio dei motori delle navi in transito sul Bosforo.  Poi il mare che la circondava tutta e la carezzava con lo sciacquio delle onde salmastre. Il profumo dei fiori e gli aromi delle spezie accendevano i sensi.  Qualcosa di unico questo immenso ponte a cavallo fra Europa e Asia in cui da millenni si sono incrociati storie, destini, sogni e progetti.
Le voci dei muezzin sparate dagli altoparlanti piazzati sui minareti avevano la meglio su tutto il resto una volta che chiamavano alla preghiera. Alla prima, si univa la seconda e via via le altre in un crescendo che allargava il suo raggio di azione come succede ai cerchi nell’acqua una volta che ci venga lanciato dentro un sasso.
Affascinante e perturbante allo stesso tempo.
Non erano le uniche musiche tuttavia.
Altre si prendevano il loro spazio. Armonie da Mille e una notte declinate in chiave moderna, miscugli di accordi e di scale di note risultato fecondo dell’intreccio di culture e di genti che hanno trovato nel Mediterraneo e nelle sue propaggini verso est il luogo nel quale potersi determinare.  Ci sentiva un po’ Pino Daniele, qualche accenno di Fado portoghese nelle note più tristi, e più di un pizzico di accordi magrebini.
Già le musiche che la portavano lontano. Ecco cos’era. Non aveva spento la tv. Era la fiction turca che stavano trasmettendo. Arrivava tutto da lì. Tolse il cappello. Era calata in terra all’improvviso, mentre la tv in salotto stava raccontando storie al divano vuoto.
Era durato un attimo quel suo volo radente, ma che attimo e che emozioni.
L’infido e inutile gennaio era stato sconfitto mentre sentiva che la voglia di rimettersi in moto ricominciava a bussare prepotentemente alla porta di tutto il suo essere.
Sapeva che avrebbe dovuto tenerla a bada chissà ancora per quanto.
Il suo tempo si sfarinava ogni giorno di più, ma nonostante questo cercava di non cedere a quel pensiero terribile.
Troppe ancora le cose da fare, troppi i sogni da realizzare.
Di arrendersi alla dittatura del tempo incombente lei non aveva nessuna voglia.
Ripose il cappello alla Mary Poppins, ma questa volta lo pose in cima alla pila dei cappelli. Aprendo l’armadio lo avrebbe avuto subito davanti agli occhi.  Un non si sa mai che accendeva scintille nella vita piatta e senza orizzonti che era la sua realtà quotidiana in quel periodo che stava mettendocela tutta a spegnere anche la speranza.  

Rimodernare il cappello

Il taglio nuovo – di Cecilia Trinci

Faceva tutto come un guerriero con la lancia in resta, fosse una battaglia morale, un colloquio scolastico o la difesa di un gatto randagio o la polemica con un cacciatore troppo vicino a casa col fucile spianato. Affrontava, mordeva e non mollava. Era sempre all’erta. Poi c’erano i momenti creativi come quando all’improvviso smetteva di ascoltarci e  fissava lo sguardo in un punto lontano….allora non solo non rispondeva, ma neppure era più con il pensiero nella stanza. Era in uno di quei deliri creativi che a volte, in preda a un raptus, raggiungeva l’armadio in camera e dall’ultimo ripiano in alto ne sceglieva uno da sacrificare. Credo che là dentro i cappelli, se avessero potuto, sarebbero scesi al ripiano di sotto, si sarebbero nascosti…ma lei ne afferrava uno, in genere quello più grande e lo portava in cucina, sul tavolone di marmo, come su un tavolo operatorio….

Era giunto il momento di RIMODERNARE un cappello! Le modiste costavano care e il cappello era un accessorio troppo obbligatorio, allora. Quindi via con le forbici.

Quello era il momento dell’ineluttabile. Con mia nonna e mia sorella ci facevamo da parte, non si poteva fare nulla di diverso che aspettare che la furia si sgretolasse, omertose e silenziose. Impossibile salvare il cappello che era già nelle mani di lei, guardato storto, come un fagotto diventato vecchio.

Sicuramente aveva in mente un modello bellissimo da realizzare, solo che il primo taglio era sempre troppo deciso, una ferita troppo ampia nel feltro morbido che non poteva neppure urlare di dolore e meraviglia. Quindi un altro taglio doveva rimediare dall’altra parte del cappello!

Era così che dopo il primo taglio incauto, abbondante, ne seguiva una serie sempre più vorticosa, precipitosa, accanita, ansiogena fino a un crescendo di zac e zac e ancora zac per pareggiare, per armonizzare, controbilanciare….le larghe falde cadevano, il feltro morbido si riduceva e ad ogni prova allo specchio appeso contro la finestra lei storceva le labbra e riprendeva a tagliare zac e rizac fino a che il bel cappello da rimodernare si riduceva a una piccola calotta anonima.

Quando poi la mattanza si placava….dopo un breve silenzio, guardando con delusione lo scempio con il capo piegato su un lato,  “Ci metterò una veletta”, diceva lei e lo riportava dove lo aveva preso, nel ripiano in alto dell’armadio, un po’ più nascosto di prima.

Poi dopo un paio di giorni si usciva.

Dove si va?

Si va a comprare un cappello, diceva, lo voglio grande, ampio, con una bella tesa larga e qualche piuma o un bottone, o un fiocco, così magari l’anno prossimo si può anche RIMODERNARE meglio……

Cappello con pappagallo

Cappello con pappagallo – di Rossella Gallori

La vidi arrivare dal canto de Nelli, piccola , leggera, un vestitino al polpaccio di San Gallo quasi bianco, una piccola liseuse rosa pallido le proteggeva  spalle minute, guantini di pizzo, calze rosa  e scarpine da ballo un po’ sbucciate in punta, ma quello che mi folgorò fu l’enorme cappello di paglia, coperto in parte da una nuvola di tulle azzurro, qualcosa si nascondeva tra le pieghe del tessuto….da lontano non lo distinguevo bene…nascosta come ero da quei banchi che facevano da paravento ad una scalinata, che, sinceramente avrebbe meritato una cornice migliore…

Io jeans  a campana camicia hawaiana  ma non troppo, gustavo il mio gelato seduta sui gradini di San Lorenzo, giornale sotto il culo…e voglia di nulla.

Il mio nulla fu interrotto da una voce cantilenante: mi posso sedere accanto a te?

Diffidente biascicai un si, mentre il gelato spariva…si presentò, disse di chiamarsi Cora, di abitare là, lo fece indicando un posto indefinito, scosse la testa e nel brusco movimento apparve lui nell’ immensa isola di paglia, il pappagallo.. un po’ spennacchiato in verità, ma magico nelle sue mille sfumature…

Cora iniziò la sua storia mi   parlò di amori sbagliati, di viaggi inverosimili, di incontri  straordinari…di conti, marchesi, di un principe che la voleva sposare, della sua villa a Settignano, ad ogni episodio, il povero uccello perdeva penne, ma mai dignità, un po’ come lei, fragile e forte, viva e morta al tempo stesso.

Ringraziò Antonio, l’ortolano, con un largo sorriso, che le porgeva un cartoccio di frutta un po’ partita… poi si alzò di colpo mi sorrise sussurrano un a domani, mia cara.

Io mani in tasca, cervello altrove, mi avviai al lavoro, togliendo il basco turchese di cotone leggero, sentii  una berciare  dietro di me: oh nina un tu migliori miha se tu stai con la Mirna…l’è pazza.

Una mia alzata di spalle fu la risposta, un pensiero solo: Ma non si chiamava Cora?

Ci furono altri incontri, non chiese mai niente di me…forse il nome, che storpiò continuando a chiamarmi Raffaella, poi eran tutti racconti…racconti… noi, io ed il pappagallo ascoltavamo, io sui gradini, lui sul cappello…sempre più in bilico, sempre più nudino.

Poi un giorno sparì, nel grosso bidone  di Borgo la noce, vidi il cappello, la nuvola di tulle strappata ed una piccola coda…un necrologio chiaro, mi fece capire che Cora/Mirna/Claudette….una bimba vecchia che io credevo eterna, era morta…non ebbi il coraggio di prendere il cappello tra i rifiuti…ed ancora oggi me ne pento…oggi che avrei bisogno di lei, dei suoi racconti fantastici e di quel magico cappello con il pennuto arcobaleno….

Oggi, che ho regalato i miei cappelli più belli a chi li meritava…oggi che mi nascondo dentro berretti di maglia che in un eccesso di follia posson essere grigi, ma di solito son neri o  blu.

Vorrei avere il tuo cappello, Cora, per avere il coraggio di esser pazza fuori e non solo dentro, per sedermi su una altalena fiorita e dondolare insieme al tuo pappagallo, per scrivere poesie e regalarle, per avere lunghi capelli biondosole, come i tuoi…per avere mille nomi diversi, per indossare con coraggio quello che non riesco a farmi entrare, più in testa che addosso….per ridere, vivere, indossare guanti di pizzo, ed enormi cappelli colorati….per portare ballerine leggere anche con la pioggia….per gridare piano che amo… ma non ho il coraggio di dirlo.

Vorrei quella nuvola azzurra in testa, poggiata sull’ enorme vassoio di paglia di Firenze, con un Loreto grasso ed invecchiato, come me, ma cinguettante…allegro…senza picchetti, senza pacchetti pesanti come ferri da stiro di vecchia generazione…

PS: Domani vado in piazza San Lorenzo ti aspetto, sono passati solo cinquanta anni….chissà, forse sentirò una voce… Raffaella… non ti correggerò….ma ti prego imprestami anche solo per un’ora il tuo cappello…..

Cappelli a colori

Cappelli a colori – di Carla Faggi

I capelli si allungano, ma che gli taglio a fare, tanto sono sempre in casa!
Truccarmi? Ma a far che tanto non ho niente da fare!
Il rossetto e chi se lo mette più? Con le mascherine!
Che tristezza… mi sento così…così..non trovo la parola…così beige!
Che ha detto la Cecilia? Cappelli? Di tutti i tipi? Tanti?
Si, si ce n’ho tanti, ecco quello rosso, rosso femmina, orecchini rossi, rossetto rossissimo, si mi piace, e poi c’è quello giallo a papalina, è simpatico , mi sta bene, mi sono truccata , però non male ragazza mia! Quello bleau che aveva mio marito quando era in Marina, tenuto come una reliquia, imprestato per una foto, mi sento una ragazzina! Fuori piove, allora mi faccio fotografare con il mio cappello da pioggia, mi sto divertendo, quanti colori! Poi mi provo tutti gli altri cappelli che ho, faccio le smorfie, sorrido poi rido, cambio colore di rossetto, mi trucco gli occhi a femme fatale…quanti colori…che divertimento!
Chapeau petit Cecilia, che dirti, tu hai un potere quasi unico, riesci a trasformare il beige in mille colori!

Cappelli da portare

La ragazza che sapeva portare i cappelli – di Gigliola Franceschini

foto e cappello di Gigliola Franceschini

Amici fino dagli anni piccoli. Li ho amati, voluti e preferiti ad altri accessori perche’ mi facevano stare bene, mi facevano sentire giusta e consapevole di essere gradita. “Tu li sai portare i cappelli” mi dicevano ma non era questo ad alimentare la mia passione; il cappello riusciva a trasformarmi dal di dentro. I primi che ricordo, fatti con la pelliccia dei conigli che nelle domeniche erano finiti nel tegame alla cacciatora, bianchi e maculati neri e marroni. Con la poca modestia che hanno i bambini quando sono ancora avvolti nella loro innocenza, mi sentivo veramente la piu’ bella del reame! E poi baschi scozzesi nell’eta’ di mezzo, prima di approdare alla maturita’ con i cappelli veri e propri , a larghe tese a protezione  di occhi truccati di azzurro e pieni di curiosa gioia per la vita. E i cappelli per le cerimonie, uno ad “ala di mosca” , morbide onde trasparenti, per accompagnare un amico all’altare. E’ stato il piu’ bello e i complimenti si sprecavano, mi sentivo in un mondo da fiaba, fuori dalla quotidianita’, per un giorno regina  quasi quanto la sposa, un po’ bruttina, per dire il vero. Mai cappelli banali, dovevano avere il colore giusto e qualcosa che mi rappresentasse, un fiore, un nodo, un fiocco e la magia si ripeteva. Con molta nostalgia un giorno  ho dovuto separarmi da tutti questi cimeli e calarmi nella mia realta’. Ho un cappello rosso che mi e’ molto caro, il dono di un’amica che me lo ha regalato senza una data, senza un motivo particolare. Gia’ al tatto mi accarezza e mi comunica qualcosa di bello. Il volto sotto quella larga tesa e’ ora segnato dal tempo  che corre implacabile ma oltre le rughe e i lineamenti mutati e il colore spento delle guance, riesce ancora a rinnovare brevi scintille di sorrisi passati e di gioie presenti. Mi sento ancora la ragazza che sapeva portare i cappelli!

Incontro virtuale – 2 febbraio 2021

con Cecilia Trinci e con Alessandra Biagianti

La festa dei cappelli

Cappelli cappelli cappelli …….

…….per giocare, per sognare, per essere, per fare teatro, per fare beneficenza, per stare sotto la pioggia, al freddo, al caldo, sotto il sole, per essere donna, per farsi guardare, per nascondersi, per isolarsi, per sposarsi, per fuggire, per coprirsi, per farsi vedere, per cucinare, per lavorare, per essere femmina, per navigare, per dire “auguri, buon compleanno!” e volersi bene, cappelli per stare nel bosco ad abbracciare gli alberi….

Cappelli per essere felici, per ridere, per stare insieme……per creare personaggi, fiabe, racconti…

Cappelli delle nostre storie o per le storie di altri…

O per inventare storie….storie….storie…..che ci portino lontano

Giallo divertimento

DIVERTISSEMENT IN GIALLO – di Simone Bellini

foto e acquarello di Tina Conti

Gia(l)l’ora  s’appresta

che volge al chiarore di un nuovo mattino.

Il canto del g(i)allo saluta il pallido sole

che inonda di luce mesta

i prati, le case, gli alberi

e tutto ciò che resta.

in quell’aria giallina

raspa nell’aia una g(i)allina

imitata tutt’intorno dai gialli suoi pulcini.

Dalle finestre i gialli raggi del sole

Inondano di luce i bianchi lettini

– Sveglia bambini, sono gial(l)otto !

Preparatevi in fretta, a scuola

C’è gia(l)la maestra che vi aspetta !-

Cappelli per pensare

Un cappello può aiutarci a essere diversi? O a essere davvero noi stessi?

Con quale cappello vi piacerebbe apparire all’improvviso e quale cappello potrebbe farvi bene al cuore?

E cambiare cappello può aiutarci a cambiare punto di vista? A vedere più cose intorno a noi o in una situazione?

Proviamo a trovare un cappello o a immaginarlo sulla nostra testa…………..

Giallo….chiedo perdono

Giallo e basta – di Rossella Gallori

Prendo una  gomma  gigante, una di quelle robuste, che sanno cancellare le cose tristi…la impugno come una spada, come un coltello, come un qualcosa che mi difenda, dai sogni brutti, dalle stelle gialle senza cielo, ma con un buio pesto….che ti fa star ferma con il fiato sospeso ed il moccio che cola giallognolo e salato.

Prendo una matita blu e un po’ cialtrona scarabocchio a bestia, fino a che il giallo non diventa verde.

Prendo la preziosa salsa di pomodoro, frutto di mani volenterose ed abili, ed agitando  un vecchio mestolo spruzzo quel sole “gialloimpertinente” per farlo diventare un patetico ovetto occhio di bue, che in un secondo sparirà tra le mie labbra.

Ricordo con stupida rabbia che mi vestii di giallo al matrimonio di mio fratello, per stare male, non volendo far andar via da casa quel surrogato di babbo….ricevetti molti complimenti, per l’ inconsueta scelta, ne uscii ancor più incazzata.

Ho lottato, influenzata e convinta,  con rose gialle, timide pansè ed imponenti girasoli, ho gettato campanule dorate.

Ho imbastito strane battaglie con il Vov, con il risotto con lo zafferano, pure con la fricassea ho lottato….

Ho litigato a volte anche con i limoni, non guardandoli….

Ho perso inutili guerre, privandomi di un qualcosa che mi spettava, quasi cieca e muta difronte ad un colore bello, che sa di vita, di caldo, di cibo, di profumo, che sta bene alle more, quando è vivace, alle bionde quando sfuma all’ arancio…e dona un brio inatteso alle teste grigie, cancellando, se pur per illusione ottica, qualche ruga…

Chiedo perdono, senza inginocchiarmi, non esageriamo, ad un colore, chiedo venia ….e se poi non merito l’ assoluzione, mandatemi un mazzo di gerbere  gialle, che non so se esistono, ma, lo ammetto, son sempre un bel vedere.

Giallo insieme

Parete gialla – di Patrizia Fusi

Nuvole in movimento come soffitto, ghiaia di diversi colori come pavimento, nel giardino vagone del treno, trasformato in bar fantasioso, le ruote del vagone ferroviario sembrano due facce con occhi bianchi.

  Parete gialla del teatro, le persiane marroni delle due stanze dove ci trovavamo per i nostri incontri, tanti ricordi belli di quei pomeriggi. Le stanze è come mi chiamassero e mi chiedessero quando torneremo, anche a loro manchiamo, ora si sentono sole e vuote, lo sentono strano che siamo in giardino e non da loro, non hanno saputo del virus.

Stefania verde.

Tina chiara.

Anna viso triste.

Sandra colorata.

Rossella riccioli vivaci.

Cecilia calda rassicurante.

Io triste.

Laura colori autunnali.

Mimma blu.

Lucia rosso a fiori.

Daniele capelli bianchi.

 Pensiero gentile di Daniele e di Tina per tutti noi, Daniele ha portato un cestino con piccole mele colorate, Tina bastoncini di legno colorati e profumati

Due grosse ruzzole di legno.

 Dietro di me uno schermo in muratura, ricordi di film visti nelle notti estive di tanti anni fa. Colombi sfrecciano su di noi, rumore di una granata che spazza delle foglie, leggero fruscio di traffico, un raggio di luce tiepido ci accarezza per pochi minuti, dal campanile la campana suona la mezz’ora, leggere voci di bambini in ricreazione nel giardino della scuola della parrocchia.

Bello essersi ritrovati in presenza e aver conosciuto Lucia e Daniele

Sole giallo

Sole di carta – di Carmela De Pilla

foto di Carmela De Pilla

È una delle tante storie che aveva lasciato lungo il sentiero della sua vita, ogni tanto guardava indietro e la vedeva lì, come poter dimenticare? Alla fine però aveva capito, doveva lasciarla andare quella storia, liberarsene, se voleva credere ancora nel futuro.

Era accaduto tutto per  caso, a volte il destino ti aiuta a scoprire la verità senza che tu vada a cercarla.

Era una brava moglie Ninuccia, aveva affrontato ogni difficoltà con la forza che la povertà ti obbliga a trovare dentro e quando Giuseppe aveva deciso di partire per Milano in cerca di lavoro lei lo incoraggiò, sapeva che era l’unica via d’uscita per sperare in una vita migliore.

Si occupò della sua famiglia che ormai aveva perso il senso della famiglia e si dedicò ai tre figli perché non mancasse loro niente del necessario.

Giuseppe ritornava a casa due volte l’anno, per Natale e per il 15 d’agosto e ogni volta era una festa, per i figli che ricevevano in dono qualche giocattolo e per Ninuccia che poteva gioire di quell’unione familiare a cui teneva tanto.

Era già sera inoltrata e pensò che ormai sarebbe arrivato l’indomani, faceva caldo quella sera e la porta di casa posta al piano terra era aperta, improvvisamente se lo vide davanti, con la piccola valigia e la giacca sulle spalle, nel suo aspetto fiero e sorridente, mille emozioni entrarono in circolo e il sangue incominciò a scorrere senza alcun freno.

Era un bell’uomo Giuseppe, i capelli neri incorniciavano il suo viso dai lineamenti marcati e il naso greco, come amava definirlo lui, metteva in risalto il suo sorriso smagliante, ma ciò di cui si era innamorata Ninuccia erano i suoi occhi carbone, sempre vigili e curiosi che non nascondevano una spiccata intelligenza.

Si abbracciarono con contegno e le labbra si sfiorarono appena, a quei tempi non era dignitoso manifestare sfacciatamente i propri sentimenti, anche i bambini rimasero un po’ in disparte, quasi intimiditi poi Giuseppe prese in braccio il più piccolo e abbracciò con impeto gli altri due.

A Ninuccia era ritornato il buonumore, i suoi occhi erano radiosi, finalmente…

Prese la valigia, la giacca e andò in camera, nella concitazione la giacca le cascò in terra e dalla tasca uscì un foglio di carta ripiegato in quattro, lo aprì e vide il disegno di un sole giallo splendente con una scritta “Sei per me il sole che illumina la mia vita” e tra le piegature una piccola foto di una donna dai capelli biondi come il grano e dagli occhi azzurro mare.

Una lunga lama le trafisse la pancia e rimase senza fiato, rimise il tutto nella tasca e ritornò in cucina, i suoi occhi non erano più radiosi, ma seppe ben nascondere  la ferita che aveva appena subito.

Aveva deciso di non parlarne con nessuno, nemmeno con Giuseppe, era abituata a convivere con la sofferenza, non poteva permettere che quella donna distruggesse la sua famiglia.

Per qualche anno l’aveva tenuta ben nascosta questa ferita e la sera, sola nel letto, una folla di fantasmi si impossessavano della sua anima e le impedivano di trovare pace.

Aveva nevicato quella notte e la mattina seguente era andata nel boschetto alle spalle di casa sua, le piaceva immergersi in quella natura selvaggia quando si sentiva prigioniera dei suoi pensieri,  camminava avvolta nel suo cappotto con la sciarpa che le copriva quasi del tutto il viso, l’unico rumore era quello della neve stropicciata dalle scarpe con ritmo lento e pesante.

Guardava i fitti alberi spogli e infreddoliti i cui rami si spingevano con forza verso l’alto quasi a volersi liberare dai pesi che altrimenti li avrebbero costretti a  ripiegarsi, Ninuccia rimase incantata da quell’architettura che la natura aveva costruito così sapientemente e s’innalzò anch’essa smaniosa di liberarsi dai pesi che si portava dentro.

Alzò lo sguardo e intravide tra i rami la luce di un sole giallo pallido che via via diventava sempre più accecante, la donna si sentì avvolta dal flebile calore e lentamente lasciò che la sua ferita come farfalla volasse verso quell’energia, la lasciò lì, lungo quel sentiero.

La neve, gli alberi, il sole, la natura tutta l’avevano accompagnata verso la libertà.

Giallo tramonto

Giallo tramonto sull’Arno – di Stefania Bonanni

foto di Paolo Lemmi

Giallo è  l’inizio, e gialla la fine, come rincorrersi allegorico del giorno e della notte, come scandire ore e giorni della vita, come iniziare con impeto, forza passione, ed avere un pensiero latente e giallo, di rischio, paura, insicurezza. Come avvertire anche il senso della fine, di progetti che hanno senso proprio perché finiscono, cambiano, si riversano in altri. Nello stesso tempo, quando finiscono lasciano segni gialli, di parti portati a termine felicemente e con dolore,  di vita mescolata tra fatti e persone, e sogni e ricordi. Tra sogni nitidi e brillanti, e ricordi che piano di impolverano, ma per magia attirano polvere che conserva, anziché annebbiare.

foto sull’Arno di Rossella Gallori

Ho visto nascere il giorno, su una spiaggia d’Abruzzo, e il mare era nero, il cielo era nero, la spiaggia era nera, gli alberi nere presenze incombenti. Non c’erano stelle in cielo, non c’era piu’ la luna. Un attimo. Come qualcuno che fa clic sull ‘nterruttore  (cosa che non escludo possibile) e una lama brillante come un diamante ha spaccato il buio. È bastato un secondo, e niente era più come prima. Non era giallo,  era bianco abbagliante. È diventato giallo quando si è mescolato al mare, alla sabbia,  alle nostre orme sulla riva, quando ha coperto di se’ carne e materia. Quando, anche per quel giorno, ha vinto l’Alba.

foto di Stefania Bonanni: alba in Abruzzo

Cecilia ha detto che ognuno ha negli occhi un privato tramonto giallo. Ed io ce l’ho. Il mio tramonto più languido, davanti a quella solita pescaia sull’Arno, nel momento in cui i raggi del sole si fanno lunghi ed obliqui,  ed illuminano uno specchio d’acqua che sembra inclinarsi, o forse inchinarsi ,  per assecondare i raggi.

Il giallo in mezzo alla tela ha il potere di allargarsi negli occhi, fin quasi a far vedere tutto giallo. Il sole del tramonto, sull’Arno, non è quasi mai rosso, più morbido e vintage,  sembra somigliare a quei colori sfumati che assumonoi le vecchie  foto in bianco e nero, che poi ad un certo punto, credo per la magia dei ricordi, si colorano di dolce.

Al tramonto,  dalla riva verde, la pozza nel cielo si riflette e si affoga nell’acqua. Si tuffa e viaggia, fino alla corrente, illumina l’acqua che passa sulla pescaia cone se avessero messo un lampione. I raggi continuano ad inclinarsi, arrivano al Ponte della ferrovia.  Un brutto agglomerato di metallo scuro, con le sponde formate da sbarre di ferro che si intersecano formando una specie di grosso reticolato. Al tramonto, trafitti dai raggi, riflettono sull’acqua un disegno di intrecci inconsapevoli e casuali, come dire che un  tramonto  rende grazia anche a quello che di suo, grazia non ha.

Il tramonto dei raggi gialli  sull’Arno si è moltiplicato nel giallo dell’acqua che trasporta fango durante le piene, nelle foglie gialle venute dopo quelle verdi, quelle rosse, quelle marroni, nel momento del loro autunno. Certe sere, l’Arno sembrava una pista di marmo tirato a lucido, in attesa di ballerini di liscio,  gli alberi con le foglie  gialle illuminate, simili a quelli carichi di lampadine che festeggiano il Natale.

Bisogna stringere gli occhi, e portarselo dentro, l’Arno illuminato.

Ci sarà il momento in cui non se ne potrà fare a meno.

Giallo Carla

Giallo per stare insieme – di Carla Faggi

foto e…radiatore di Carla Faggi

Volevo star con voi ma non mi veniva nulla da scrivere

volevo star con voi e vi leggevo matitine gialle

eppure il giallo mi piaceva tanto

avevo giallo il cappello, la sciarpa, il maglione

ma non sapevo che scrivere

avevo giallo la mia casa, il mio giardino,

gialla era la mia mente , il mio cuore, i miei ricordi

ma non riuscivo a scrivere

allora ho pensato: non scrivo nulla e sto comunque con voi matitine gialle

Giallo….bandiera gialla

Bandiera gialla – di Rossella Gallori

Foto di schubinger da Pixabay

Minigonna tipo Mary Quant, fatta dalla sartina di via Panicale, dieci occhielli a vela con una striscia non molto alta di tessuto jeans ed una catena dorata a mò di cintura, la camicia stretta fino all’ inverosimile, tipo Pucci, dove il giallo timido rincorreva il blu, diventando verde mela….solo i sandali alti alla schiava di un cuoio macchiato volutamente, erano veri, Albion in persona glieli aveva dati, un paio di foto  ed  in cambio si era portata a casa quello che poche ragazze della sua età si potevano permettere…certo bisognava avere il coraggio di portarli, poi!!

Una estate così calda la ricordavano in pochi, in quel barretto di via Taddea poi si soffocava,un 66 bollente…. Solo 4 giorni di ferie, li aveva passati a Caletta, che di Castiglioncello respirava l’aria, ospite di  una parente…

Il risultato era un color bronzo dorato che bene si abbinava al rame scuro scuro dei lunghi capelli, sempre un po’ spettinati ed a quell’ aria sfacciata che la contraddistingueva dalle altre figlioline  tutte vestitini di piquet appena sopra il ginocchio…

Era lì appollaiata sulla sgabello di  finta pelle nera, la tracolla di  crosta chiara stracolma di fogli , bic nere, pettini a coda, trucchi…e  nastri per legare i capelli, a lavoro niente cernecchi a giro, le aveva detto il direttore,lei aveva obbedito e tre secondi prima di esser dietro il banco li legava stretti come sardine.

Lui non era in ritardo… per lei essere in anticipo era una prerogativa, la spuma bionda da 50 lire e quel jukebox giallo e nero l’ affascinavano e le facevano compagnia nell’ attesa… la solitudine dentro che cercava di nascondere le dava modo di essere in un modo fuori ed un’altra dentro…lei una tutta poesia…che scriveva di amori color sole…di piazze illuminate, una che scriveva  poesie su tutto…per le panchine arrugginite di piazza Indipendenza…per i piccioni…per la cacche giallognole degli uccelli di San Marco… poesie d’ amore sempre…per chi non c’ era più, per chi c’ era e per chi doveva arrivare… le ultime le aveva appallata in quella borsa sdrucita con le cuciture gialle a vista, dopo l’ ennesima lite con il fidanzatino di sempre quello “fidanzato in casa”  che cominciava a sopportarla poco, ultimamente, con quegli sbalzi di umore che le facevano cambiare colore al volto…spesso da giallo bile, diventava rosa amore in un nano secondo…una ragazza ingestibile.. diceva..ed aveva ragione..

Certo se l’ avesse vista conciata così ad aspettare un altro le avrebbe dato due ceffoni…li avrebbe presi scambiandoli per  passione pura…

Ma lei era così, doveva avere due amori per dimenticare uno, troppo grande  doloroso ed insostituibile. Era così,  con orecchini più grandi di campanelle da tende, un ombretto turchese e la voglia di vederlo…apparve: giacca di lino color paglia, pantalone Principe, scarpe Raspini, camicia Old England  i suoi 40 anni ben portati, un direttore di banca conosciuto mentre andava a cambiare i soldi…per bottega…Amore sieeee lei prendeva fittonate, le piaceva tradire…ed il tradimento sbucò da via della Stufa…con passo incerto…forse aveva paura di trovare sua moglie??

 Le si avvicinò porgendole un  pacchetto azzurro  imbrigliato con un sottilissimo filo dorato….

Il cuore le batteva forte, più per il libro che per lui…le disse in fretta tutto… che era sposato che era troppo grande per lei…..che bla bla bla…tutte cose che sapeva già e che sinceramente la lasciavano indifferente…lo salutò baciandolo con meno passione, mentre scartava il libro…quello che voleva…un patetico segnalibro…alla poesia “Questo amore”…si girò e lui non c’era più. Dopo anni ricordava solo che aveva occhi color frittata di carciofi e che aveva belle scarpe, niente altro, nemmeno il nome. Prese 100 lire dalla borsa  digitò tre volte L5..alzò il volume spostando il “robot giallonero” quel barrettino era casa sua, poteva fare quel che voleva…musica a palla e e e e per magia  apparve Roma ed il Piper…cominciò a ballare da sola, le piaceva farlo, essere guardata senza essere nemmeno sfiorata..

SI QUESTA SERA E’ FESTA GRANDE  NOI SCENDIAMO IN PISTA  SUBITO……FINCHÈ VEDRAI SVENTOLAR BANDIERA GIALLA …..

Era una calda estate del 1966 o era il 67????

Giallo Salento

Giallo Salento – di Lucia Bettoni

foto e quadro (particolare) di Lucia Bettoni

Dal Salento ho portato i colori.
Colori primari, colori vivi, lucidi, scolpiti nei miei occhi come gocce di vita dal sapore agrumato e pungente.
La mia pelle beveva l’azzurro del cielo, il verde del mare, il bianco delle case, il giallo e l’arancio della frutta, delle tovaglie, delle vele, delle tende: un caleidoscopio di colori senza incertezze, senza mezzi toni, senza miscugli.
Colori come gocce di vita.
Ho voluto rendere visibile ai miei occhi per sempre quello che il Salento mi aveva donato: dalla forza e dall’energia di questo dono è nato un grande quadro che mi accompagna da anni e illumina i miei giorni grigi e stanchi
Gocce di vita appese sul mio letto.