con Cecilia Trinci



Progettare una storia: differenza tra “personaggio” e “evoluzione di eventi”
Analisi del dialogo tratto da I ponti di Madison County.
Lavoriamo ognuno sul proprio personaggio distinto dalla storia.

con Cecilia Trinci



Progettare una storia: differenza tra “personaggio” e “evoluzione di eventi”
Analisi del dialogo tratto da I ponti di Madison County.
Lavoriamo ognuno sul proprio personaggio distinto dalla storia.

Pippo detto Pippone – di Cecilia Trinci




Sembrano enigmatici, sfuggenti, a volte passano da distratti innamorati di se stessi. Ma lui senza di te si annoia e si sente anche perduto se il distacco si fa lungo. Non piangerà uggiolando come fa un cane, ma di certo spierà la luce che cala sulla tua assenza e ti verrà incontro distrattamente quando torni, come dicendo “ah sei qui…..stavo in pensiero!”
Ma chi vive con un gatto impara a leggere i suoi pensieri, qualche volta a prevenirli. Si leggono le increspature delle loro espressioni che sembrano sempre uguali. Se arriccia il musetto in un certo punto, vicino alla bocca, se guarda con occhi lontani, leggermente piegati alla tristezza, se cammina poco poco più lentamente, si percepisce che qualcosa non va per il verso giusto. Sembra dorma tutto il giorno eppure quando davvero lo fa si vede la differenza. Perché non è vero che sparisce nella sua poltrona e non ti vede. Ha una sua vitalità notturna, lo senti zampettare mentre dormi, sai che va in salotto a guardare gli uccelli notturni dalla porta finestra, lo senti che si sprimaccia le unghie sul divano quando sa che non dirai niente, lo senti scivolare guardingo sul parquet e tornare nella sua poltrona. Tu dormi eppure sai che lui c’è, vive con te. Lo senti che raspa la lettiera alla stessa ora, e allora puoi rigirarti nel letto e tornare a dormire ancora un po’. Più tardi viene a svegliarti, senti le sue fusa sul viso, lo accarezzi e le seta purissima della sua pelliccia ti rassicura, è come una carezza gentile reciproca. Ti alzi e il primo pensiero è la sua colazione. Non la pretende ma se l’aspetta. Bocconcini diversi, mi raccomando, perché la noia è la peggior nemica a tavola, anche di un gatto. Sai quando devi cambiare gusto, non c’è bisogno che lui ti guardi deluso voltandosi verso di te dal bordo della ciotola. Poi giratina in terrazza, per pulirsi i baffi nell’acqua fresca e nelle punte verdi dell’erba gatta. Sonnellino, ma vigile per uno spezza digiuno prima di mezzogiorno e un po’ di sole prima che sia troppo caldo. Ti guarda, dal bordo della poltrona, vedi i suoi orecchi vigili e dritti, la sua facciona tonda che si chiede cosa stai facendo, se lo fai nello stesso modo o stai tramando qualcosa, senti i suoi enormi occhi su di te, giudicano ma ti vogliono bene. Lo guardi e lui sa che lo adori. Poi una mattina non ti viene a svegliare, resta a dormire oltre l’orario, non fa colazione, non ha la solita fame. Oddio ecco il panico, perché lo sai che oggi non è lui. Allora sei tu che lo spii e lui si spaventa del tuo spavento, si isola, va sotto il letto, non vuole sentire che hai paura. Ecco allora accesa la catena del terrore. Aspetti, lo guardi, lui mangia dalla tua mano ma non dalla ciotola. Lo sai che invecchia, più velocemente di te, sai che vi lascerete prima o poi. Non vale lo stupido “è solo un gatto”, perché la sua pelliccia trasuda delle tue carezze, nei suoi occhi ci sei tu con i tuoi pensieri, e lui c’è sempre stato quando avevi paura di morire o eri stanca o forse anche solo un po’ felice, quando eri sul divano a pensare o forse solo a guardare la tv, c’era, e veniva ad appoggiarsi a te, pesandoti sul collo e facendoti calduccio proprio dove avevi bisogno di carezze. Sentendoti vicina accende i motori delle fusa e le vibrazioni insieme al suo velluto sono meglio di qualsiasi impensata consolazione. Perché le sue zampette sono state tanti giorni accanto a te seduta. Perché si è sempre messo in disparte quando c’erano i bambini in giro per poi tornare, accanto a te, appena usciti.
Perché è lui che mi accarezza sempre, più di quanto abbia mai saputo fare io.






























AUGURI A TUTTI PER TUTTO!

di Cecilia Trinci


Ero con i miei bambini.
Nonna assoluta. Tempo pieno. Minestrine e bocconcini buoni, giochi per terra, nel parco, tra l’erba, sui tappeti, in cucina, un brulicar di “nonna nonna, dov’è nonna?” E pannolini e fughe a piedi nudi per non farsi acchiappare e cambiare e nanne non fatte per giocare di più e segreti tra fratellini solidali per organizzare qualche dispettuccio “a squadra”, e fagottini abbracciati in collo e “vieni giù” e “salta su….tanto nonna ce la fai!” Nascondino! Pallone! acchiappino! e poi notti ad ascoltare il respiro regolare, a coprire braccini scoperti cercando di capire da che parte è la testina bionda.
Momenti rari, che restano impressi, che ci divertiamo a rivivere anche dopo che sono spariti di nuovo nelle loro case, con una scia di sacchetti e giocattoli imperdibili e grida per sentire l’eco delle loro vocine per le scale…..
La pandemia è stato un attentato a questa ricchezza. Dovremmo pensarci, dopo, ricordare. I nonni non durano molto, lasciano la strada….. eppure in qualche modo restano sempre.
Momenti, giornate, incontri, abbracci…che nel ricordo saranno le figure dei loro nonni, quei personaggi strani a metà tra genitori e amici.
Momenti da non perdere perché in loro non si perderanno mai.
Amoremio – di Rossella Gallori
foto e anello di Rossella Gallori

L’ho visto andare, tornare, riandare e ritornare, nascosto nel seno poco evidente di mia madre, non capivo bene per dove, perchè se ne separava così a lungo, afferravo poco, quell’ aria di trionfo…quando lo riportava a casa ed appoggiandolo sul tavolo in salotto, diceva: ce l’ho fatta….l’ho riportato a casa!… Poi prendeva un batuffolo di cotone, un po’ di alcool, ed accarezzandolo con lo sguardo, lo strofinava con rabbia e gioia…riapriva il portagioie e lo rimetteva a “nanna” sperando che la “prossima volta” non arrivasse mai…
Ed arrivava, la volta, inesorabile, puntuale…ed io mi innamoravo sempre di più di lui….e più capivo e più soffrivo, nell’attesa, tra un viaggio e l’ altro, i miei dubbi crescevano a dismisura..e se non fosse tornato?..e se lo avessi visto a passeggio per strada su mani estranee, no non avrei retto al dolore.
Lui, era, ed è, l’anello di fidanzamento che mia madre aveva regalato a mio padre, in quel famoso “38 nuvoloso” . Bello, solido, maschio, uno zaffiro per bocca, due brillantini, per occhi…
Credo sia stata la prima cosa che ho visto appena ho aperto gli occhi, la mano abbronzata del babbo, quell’anello, ed i suoi occhi…
Per molto tempo ho creduto di averglielo regalato, in fondo la sua fidanzata, ero io, mica lei…baciavo la sue dita “turmaccose” e l’anello mi strizzava l’occhio ammiccando amore…
Quando le mani del babbo non hanno accarezzato più la mia testa vuota e piena di onde ramate, lui, l’anello è rimasto con noi…ogni tanto andava in vacanza al banco dei pegni, ma tornava…ed io lo amavo sempre più…un amore morboso, non per il gioiello, ma per quel che mi ricordava, per il profumo che immaginavo avesse, per le carezze lontane, ma ancora tiepide d’amore.
Quando sono andata via di casa, la mamma lo ha dato a me…Non doveva più fare strani viaggi, erano finiti, quei tempi…
Lo amo è un rapporto fisico, vivo, sempre nuovo, di meraviglia, io invecchio, lui no, lui brilla, io sempre meno, ne sono gelosa al punto tale, di portarlo raramente, di nasconderlo agli altri, in fondo non sono una bella cornice le mie mani, non lo valorizzano, ma quando lo metto mi batte il cuore, ed ho, in bilico sull’ anulare, un sogno, miliardi di parole, centinaia di canzoni, una casa, una voce, un profumo, certezze….sogni veri, sogni inventati…ed il mio cuore batte, forte e parla…parla..ripete in coro, con il magico anello, quasi gridando: ti amo! Ti amo..io lo bacio e rispondo: Io di più, di più…
PS: l’ultima volta l’ ho messo quattro anni fa…al matrimonio di mia figlia…lui: testimone di tutto…
Folle amore – di Lucia Bettoni
foto e orologio di Lucia Bettoni

Erano gli anni ottanta, la metà degli anni ottanta
Ero innamorata e mi innamoravo
Ero felice, avevo fatto una scelta importante e coraggiosa
Avevo attraverso il dolore ed ero ancora viva
Ero orgogliosa di me; libera e in libertà amavo, amavo anche gli oggetti
Non ero interessata al loro uso o al perché erano stati concepiti, io amavo la loro forma, la loro forza estetica
Era la forma che mi rapiva , che mi faceva sciogliere il cuore, che mi faceva tremare un po’ le gambe e sentire un impulso irresistibile che mi diceva: sei bello , voglio fare l’amore con te
Quando volevo rilassarmi e perdermi andavo spesso al mercato delle Pulci
Giravo e giravo tra gli stretti corridoi tra un negozietto e un altro ma soprattutto guardavo tra le cose messe alla rinfusa davanti alle porte: erano le cose meno importanti, meno costose
Io avevo pochi soldi e quelli che avevo non potevo destinarli a cose superflue
Mi accontentavo di comprare vecchie cartoline un po’ ingiallite raffiguranti svenevoli signorine anni trenta che fumavano sigarette con lunghi bocchini e lanciavano sguardi sensuali da sotto i cappellini con piume e perline
Le mettevo in bagno, avevo tappezzato il bagno con le mie vecchie cartoline
Un giorno di questi lo vidi: non era fuori tra le cose da niente ma dentro appoggiato in bella mostra sopra un mobile d’epoca
Era un orologio, un orologio da tavolo grande, strano, particolare, ingombrante, elegante, colorato, un po’ kitch, era un orologio di ceramica.
Non avevo mai amato un orologio, lui era il mio primo.
Fu amore al primo sguardo, il colpo di fulmine che non lascia via d’uscita.
La sua forma e il suo colore mi erano entrati negli occhi e nella pelle, mi guardava ed emanava una forza magnetica.
Era a portata di mano, mi voleva, lo volevo ma non avevo soldi e costava tanto, costava centonovantamila lire, lo ricordo come se fosse ieri.
Era una cifra astronomica, non potevo, non era possibile, dovevo rinunciare
Sono tornata a casa ed è passata una notte.
Il giorno dopo ero di nuovo lì con centonovantamila lire in mano: i miei risparmi, praticamente tutti.
L’ho portato a casa, l’ho pulito, lavato, guardato e guardato ancora
Era proprio lui che volevo, era proprio di lui che avevo bisogno.
Uno strano orologio che non misurava più il tempo che non avrebbe mai misurato il tempo perché lui era bello così, senza misura.
Da più di trentacinque anni è con me e si lascia guardare oggi come allora, a ricordarmi quanto è bello fare una pazzia per ciò che si ama
…
con Cecilia Trinci


Incontro dedicato alla discussione sugli scritti della settimana e sulle implicazioni psicologiche di alcuni temi, come quello del risveglio notturno alle quattro, ora molto difficile anche dal punto di vista biologico, e del tradimento come fuga dalla morte splendidamente espressi da Vanna a cui si è aggiunto il tema dei talismani e degli oggetti carichi di energia.
Ci si può innamorare di un oggetto? Secondo Lucia è possibile, mentre secondo altri pareri non è proprio facile…
Questo potrebbe essere comunque un bello spunto letterario.
Intanto ci impegneremo sulla descrizione di un personaggio, partendo da elementi definiti e uguali per tutti:
CHI E?
In una giacca unisex abbandonata si sono ritrovati nelle tasche i seguenti indizi:
Un biglietto di sola andata Roma_Torino
Uno scontrino di un bar di Firenze di 5,80 euro
Un fazzoletto di carta con un indirizzo email
Una fede d’oro
Una carta socio dell’Accademia La Colombaria
Una foto di gruppo spezzata in quattro pezzi
Un tacco a spillo di una scarpa da donna
L’ADDIO A XARA – di Mimma Caravaggi
foto di Mimma Caravaggi

E’ andata! Ieri 29 marzo abbiamo accompagnato Xara nel suo ultimo viaggio in PARADISO a Vallina. E’ si, Xara verrà demolita dopo 22 anni di onorato servizio . Nonostante non mi sia mai piaciuta molto anzi direi per nulla, devo ammettere che la Supposta, così la chiamavo per via della sua forma allungata, ha fatto un onorato servizio e avrebbe potuto continuare a farlo per ancora chissà per quanto tempo perché tolti alcuni difetti tipo graffi alla carrozzeria qualche ammaccatura e l’usura dei 22 anni il suo motore non ha mai perso un colpo. E’ stata eroica sopportare il mio peso per così tanti anni senza lamentarsi troppo a parte qualche cigolio mentre salivo o scendevo ! No devo proprio ammettere che è stata più che brava. Mentre eravamo al Paradiso per la sua demolizione quasi ci dispiaceva lasciarla lì sola soletta a farsi sbudellare pezzo dopo pezzo. Ho pensato comunque che avrebbe finito in gloria la sua carriera visto che gran parte dei suo pezzi serviranno ad altre Xara in giro per il mondo. Contribuirà come noi Cristiani ai pezzi di ricambio lei come noi. In fondo non mi sembra ci sia una grande differenza ! Ok Xara ti ho salutata come fossi stata umana e mi è dispiaciuto lasciarti fare a pezzettini ma ho subito pensato che era una buona azione la nostra di averti portata e la tua che servirà a molti.
Ciao Xara domani mi arriva Dacia e spero riesca a fare almeno la metà di quanto hai fatto e dato tu. Non avvilirti ho diverse foto che mi ricorderanno di te.
Il tempo e l’orologio – di Tina Conti

Le campane sono da sempre l’orologio di tutti.
Per noi italiani, ovunque andiamo, siamo rallegrati dai rintocchi del Mezzogiorno: suoni forti e argentini intonati o sgarbati, ma che indicano una tappa importante: la pausa dal lavoro, il pranzo, il cambio delle occupazioni. Poi abbiamo avuto un segnatempo personale, l’orologio, il primo agognato e tenuto con grande cura, poi, oggi,una moltitudine di oggetti che possono dirci tutto.
Nella vita abbiamo percorso tutte queste tappe per poi dire:-mi regolo con il sole!
La natura ci insegna a leggere il tempo e le stagioni.
Come è bello sperimentare questa condizione e poter rischiare di non essere in orario. Aspettando l’ingresso ad uno spettacolo serale, ai cancelli in attesa, una bimba chiede alla mamma quanto manca all’inizio. La mamma non si raccapezza, tergiversa, non porta l’orologio, deve essersi orientata con la luce del sole, la bambina lo sa e poiché non vede il sole, dice alla madre, guarda la luna !
A me piacciono gli orologi, di tutti i tipi, eleganti e sportivi, grandi e piccoli, quelli tecnologici mi affascinano ma non sempre sono capace di usare tutte le loro potenzialità e poi mi dimentico i passaggi.
Sono incantata dai meccanismi, che a volte si vedono in quelli storici che vengono mostrati nelle visite ai campanili o alle torri.
Ho avuto una sveglia dedicata da mio fratello che di lavoro fa il design, era molto carina, di metallo, ma è piaciuta in famiglia e quella regalatami è stata trafugata dai miei figli, era la sveglia TINA.
Sul tempo si discute tanto e si riflette, da bambini si vorrebbe crescere veloci, poi, vorremmo riacchiappare il tempo passato.
Come non passa mai il tempo nei momenti di difficoltà’ e in quelli della paura, quanto è veloce invece il tempo della gioia,della bellezza, del piacere.
La sirena che indicava l’inizio del turno di lavoro mattutino nella miniere gelava il sangue quando suonava fuori dagli orari stabiliti, avvertiva di una disgrazia. Ci sono paesi che per molto tempo hanno avuto le giornate scandite dalle sirene dei turni nelle fabbriche, hanno abituato a ritmi condivisi.
Mi piace regalare ai bambini orologi tradizionali, per imparare i numeri, il tempo e le frazioni :- ,è ora di pranzo, ecco perché ho fame, mi ha sollecitato TEA leggendo il suo primo orologio alle 12 esatte.
Se fossimo nella nostra stanza a ANTELLA mi sederi vicino a Mirella
Regalerei a Mirella un orologio da cucina, grande e allegro.
Lei che ha dovuto ripensare i giorni, le pause, i ritmi.
Si è arrabbiata all’inizio, poi, ha cominciato a prendere visioni nuove, come reinventarsi gli spazi nella casa, progettare il giardino e sperimentare accostamenti di piante, usare materiali recuperati per arredare angoli esterni costruire relazioni a lunga distanza di tempo e spazio.
Preparare marmellate, sciroppi, salse , da inviare in giro per la terra.
Avere un tempo personale lungo, rilassato, creativo, è ritornata quella di sempre, ma più ricca e fantasiosa, con una nuova energia che brilla da lontano. Cosa si inventerà di nuovo? ……..aspettiamoci sorprese.
Orologio per sognare – di Patrizia Fusi

In questo periodo adopero un orologio da polso di colore nero e di foggia maschile molto semplice.
Se potessi vorrei stare senza, gestire le mie giornate con le necessità che il mio corpo richiede, e con la luce del giorno, come fanno alcuni piccoli fiori.
La mattina si aprono al giorno che arriva, nel pieno giorno sono luminosi e attivi, mano a mano che arriva la sera si richiudono e si preparano per la notte. Anche se recisi seguono questo ritmo
Ma è solo una fantasia perché la mia vita è scandita dagli orari che il vivere in una comunità richiede.
Se fossimo stati nella stanza al teatro di Antella sarei andata nel posto libero che avrei trovato.
Con alcuni mi sento più vicina, però vorrei cercare di stare con tutti anche con un po’ di timore, penso che in ogni persona ci sia del positivo da scoprire.
La scelta di oggi l’ho fatta sull’immagine dei miei compagni che mi apparivano sullo schermo.
Mimma mi è sembrata stanca e vorrei regalare a lei un bell’ orologio a cucù, che con il suo ticchettio e le ore annunciate da un uccellino colorato faccia compagnia a lei e ad Alberto e gli faccia trascorrere giornate serene.
OROLOGIO di Sandra Conticini

Una cosa è certa…non potrei vivere senza orologio. Per me è una sicurezza sapere che il tempo passa e vorrei sfruttarlo al meglio facendo cose che mi fanno star bene e mi piacciono, per non avere poi rimpianti. Ne ho diversi e, secondo il periodo o le mode, li cambio e, anche se smettono di funzionare, ci vuole del tempo perchè mi decida a buttarli perchè sono ricordi o regali fatti in qualche occasione. Gli orologi ai quali sono più affezionata è uno d’oro del babbo che ho fatto accomodare, quello d’oro della mamma avuto in occasione della mia nascita e uno di mio marito in acciaio automatico che spesso lo metto. Ora è il periodo che preferisco gli orologi colorati o, visto che spesso vado a camminare, ho un bracciale fitness, regalato da mia figlia, con diverse funzioni, ma in genere uso solo il contapassi e le calorie bruciate, che per la fatica che faccio sono sempre troppo poche.
Anche in casa, in ogni stanza, c’è una sveglia, un orologio da parete o da tavolo, che, con il loro ticchettio, mi fanno compagnia ma, con il loro movimento sempre uguale, segnano il trascorrere delle ore, dei giorni e dei mesi e spesso mi viene da pensare per quanto tempo ancora girerà il mio orologio.
Dedicherei un orologio a Cucù a Gabriella, perchè è sempre cortese e tranquilla e con la voglia di ridere e scherzare.
Orologi – di Carla Faggi
foto di Carla Faggi


Rosso, grande, ingombrante, leggero. Per quando ho voglia di mostrarmi, di farmi notare, per quando ho coraggio, per quando cazzeggio.
Di titanio, leggero, pratico, da tutti i giorni, lo metto sempre quando mi sento semplicemente io.
Senza orologio, al mare, al sole, per sentirmi libera, pronta a tutto e sempre. Per osare senza tempo e senza orologio.

Nella stanza all’Antella mi siederei accanto a Laura G., le regalerei un non orologio perchè la sento una donna libera, e insieme mi metterei a meditare davanti ad una rosa bianca. La sento una donna sensibile, fragile ma forte, profonda e mistica, mi incuriosisce, per questo mi siederei vicino.
Perchè una rosa bianca? Perchè la rosa è il fiore che Laura preferisce ed il bianco è il colore della meditazione, credo che osservare un fiore, sentirne il profumo, sentirne l’energia sia la forma più semplice di meditazione, almeno per me lo è stata.
Sogno senza tempo – di Carla Faggi


Il sogno è senza tempo, emozioni di ieri insieme a personaggi di oggi in ambienti fino ad ora sconosciuti ma che forse ci saranno familiari domani. Tempi spazi e storie che si plasmano insieme in un composito mosaico. Poi apri gli occhi sei quasi sveglio ti occorre del tempo per capire in che spazio sei. Ancora nel tuo tempo onirico o già nel tuo qui e ora. L’emozione del tuo sogno impiega però più tempo per lasciarti. Solo quando sei completamente sveglio ricomincia a scorrere e si colora.
Allora c’è il tempo verde dei bei ricordi e dell’armonia, il tempo rosso dell’allegria e del fare. Poi quello azzurro del riposo e del lasciar stare. Quello giallo del disordine e del non allineato infine arriva quello dell’arcobaleno che è il tempo della quotidianità vissuta bene. (Carla) .
Una sillaba di tempo – di Stefania Bonanni


Una sillaba di tempo tra il principio e la fine. Una sillaba di nulla, perché il tempo non esiste. Il tempo non esiste. Esistiamo io e te punto ora, in questa sillaba in questo balbettare di parole senza storia. Ora, forse non esiste. Domani dirò ieri. Ieri c’eravamo, insieme. Questo è il nostro tempo. Domani lo sapremo. Se esiste domani, se ci sarà ancora tempo, domani, per sillabare di ieri. Ma lo sapremo domani se ieri esisteva, forse. (Stefania)
Tempo veloce – di Tina Conti


Andare veloci, correre, sentire l’aria fresca sul viso e quella gelida che ti entra sotto la giacca. Che emozione la bicicletta, oggi è il mezzo più veloce nel traffico rispetto a qualsiasi altro punto ma per andare dove? Perché andare veloci? Per guadagnare tempo! non si guadagna niente se non ci si siede ad ascoltare il cuculo che è appena arrivato. E’ tornato Aprile è il tempo del cuculo. Il ritmo delle stagioni ti dà il passo, Spesso è un tempo più lento di quello moderno. Non ci siamo più abituati, non è facile ascoltare il tempo. A volte si hanno delle sorprese: sono due anni che abito in questa casa! La mia nipotina ha quattro anni sembra ieri che è nata. Quando andavo in vacanza dalla scuola in estate mi toglievo l’orologio. Mi meritavo la libertà, l’ andare con il sole e con i miei bisogni punto adesso virgola che in teoria sarei sempre libera, vivo il tempo in un modo diverso, spesso è pieno e devo difendere i miei attimi . (Tina)
Tempo martellante – di Rossella Gallori


Non ti tocco, ma ti sento, sei alle mie spalle, sei sulle mie spalle, mi sbarri il cammino, ti taglio, mi ritagli, inafferrabile nella tua trasparenza. Sei il cerchio in cui sto, sei il cerchio in cui non entro, l’asse di equilibrio da cui cado, la linea dritta su cui risalgo passo dopo passo. La testa di un grosso chiodo di ferro martellato a mano vecchio ma mai arrugginito. Sei la scelta che non faccio, la molla con il dardo. Sei la mia notte luminosa, il mio giorno buio, la mia questione irrisolta. Sei campanile che non mi vede, sei la campana che scandisce i miei passi, la mia gioia, le mie ore che non so. Sei il mio non saper leggere non saper scrivere, una scatola, un racconto, una grande vertigine di tempo, tempo.. tempo… tempo di onde che non sanno di me, che non mi appartengono se non nel tiepido sogno della vita di questo orologio senza lancette. Avrò stampelle, clessidre, ali, cani fedeli ma potrò raccontare tutto dopo, dopo quando tutto sarà finito e nel trionfo di Rubens capirò quale frode, quale contratto senza firma sia il tempo. (Rossella)





Non porto orologio – di Lucia Bettoni
foto di Lucia Bettoni

Non porto più l’orologio, non lo porto più da diversi anni, quasi cinque per l’esattezza.
Ho fatto un lavoro “pieno”.
Ho vissuto con i bambini per quarantacinque anni: responsabilità, attenzione, continuo movimento, mille voci, mille richieste mi hanno dato e preso tutto.
Da quando non lavoro più, per me il tempo ha assunto una nuova dimensione. I primi mesi vivevo in uno stato di beatitudine come sospesa nello spazio; piano piano ho imparato a innamorarmi della lentezza e dell’assenza del rumore.
Nella lentezza il mio tempo scorre veloce, ho fame di tempo, ho sete di tempo, di questo mio tempo. Posso allungarlo all’infinito, posso abbandonarmi e lasciarlo scorrere, posso stringerlo sulla punta delle dita e guardarlo da vicino.
Senza orologio e senza anelli è come mi fossi spogliata, è come se fossi finalmente nuda.
Ho tutto il tempo e ne vorrei ancora come una bambina che corre dietro al suo aquilone.
Scelgo un orologio da taschino per Luca, qualcosa che non si vede ma c’è per un “signore” come lui.

L’orologio da taschino mi parla del passato, di un tempo lontano, mi parla di storia e conoscenza … contemporaneamente lo trovo moderno, intrigante, particolare, diverso…legato all’eleganza di un gesto
Gli amici del tempo – di Gigliola Franceschini
foto di Gigliola Franceschini

Gli orologi non sono solo oggetti, possono rappresentare molto di piu’ , possono richiamare alla mente episodi cari alla nostra memoria, farci rivivere momenti anche non vissuti. Un piccolo orologio d’argento degli anni trenta mi fa immaginare fatti solo raccontati: un regalo di nozze per una giovane sposa da parte della sua madrina di battesimo, o meglio, da parte della ” commare” per esprimerci nel cantilenante dialetto molisano. Un dono gradito e conservato con cura nel tempo. Erano poche le giovani che possedevano un orologio, mi figuro le uscite domenicali con quel monile, il riguardo con cui e’ stato conservato nel tempo mi fa pensare a quanto rispetto si avesse allora per le cose. L’era di usa e getta non era neppure nella fantasia piu’ fertile, sarebbe venuta molto dopo e avrebbe distrutto molti valori. Quando si e’ fermato non e’ stato possibile ripararlo ed io l’ho conservato con affettuosa memoria. Sara’ il ricordo di una nonna dolce e sorridente per una creatura che so essere sensibile a certi valori. Poi, l’orologino d’oro, arrivato il giorno del mio compleanno che coincideva con il primo giorno di scuola alle superiori. Piccolo e prezioso, mi ha accompagnato per tanti anni , troppo lento quando si aspettava il suono della campanella a liberarci dal pericolo di un’ interrogazione molto pesante. I minuti non passavano mai e lui, tic tic, sembrava rallentare il suo cammino e alimentare la mia ansia. Troppo veloce a contare le ore concesse alle uscite serali, tanto veloce che dovevo quasi correre per rientrare all’ora promessa . Sempre un occhio al piccolo amico che era diventato una cosa sola con me. Mi seguiva ovunque, ogni atto della mia vita lo trovava vicino, fedele per tanti anni fino a quando si esauri’ la sua energia e dovetti staccarmi da lui. Vennero allora altri orologi di tecnologia sempre piu’ avanzata, comprati, usati, rinnovati ma non mi rappresentavano per niente. Lui, l’orologino d’oro, era stato testimone del mio crescere e conoscere la vita, cresceva con me, si caricava di ricordi ed emozioni, mi accompagnava nel mio cammino verso futuro. Non era solo un oggetto prezioso, era il mio tempo che passava e la vita che si snodava tra tante vicissitudini. Un orologio ora mi serve solo per contare le ore, ha una veste intercambiabile per seguire i colori dell’abbigliamento, dentro non ha i piccoli zaffiri e rubini a energizzare il meccanismo, ha una pila in acciaio che gli permette molteplici funzioni, e’ un gelido cuore, non e’ piu’ il mio orologio, e’ un oggetto senz’anima.
Tempo intorno a un tavolo – di Nadia Peruzzi

ll tempo delle “persone” con cui condividere un tavolo.
Un tempo che potrebbe essere utilmente scandito da un pendolo.
E’ sempre difficile operare delle scelte. Quando le si fanno si trascurano alcuni per eleggerne altri.
Scelgo tre fra le mie compagne di viaggio non me ne vogliano le altre.
Rossella perché considero bello l’esserci trovate dopo un bel periodo di studio reciproco. Diverse, dovevamo prender le misure prima di arrivare a comprenderci meglio e ad apprezzarci. E perché col fluire delle sue parole riesce sempre a stupire superandosi ogni volta.
Maria Laura di cui ho apprezzato il modo placido di porsi di fronte alle cose. Che sia la traduzione scritta di pensieri profondi o il colore con cui fissa nei suoi quadri scene e scorci di vita. E per la ricchezza e il rigoglio della sua terrazza regno di piante grasse di ogni tipo che invidio più di un po’.
Patrizia per l’ancoraggio e il richiamo di un mondo ormai passato di cui anche io porto in me più di una traccia. Atmosfere contadine, calore dei camini in quelle grandi cucine e delle persone semplici e vere che le abitavano e che lei nei suoi scritti ci fa sentire vive e reali.
Il pendolo – di Nadia Peruzzi

Il pendolo era lì in bella mostra da sempre. Almeno da molto, molto prima che lei lo vedesse davvero per la prima volta. Era piccola, ma già nell’età in cui i ricordi non sono più materia così indistinta da perdersi in un pulviscolo di sensazioni. Si trovò a guardarlo da sotto in su un po’ intimorita da quell’incombere austero.
Era stato messo in un angolo un po’ buio fra salotto e cucina in modo che i suoi rintocchi potessero arrivare ovunque, allo scoccare delle ore.
Aveva un suono profondo e armonioso al tempo stesso. Ogni volta la catturava e insieme alle oscillazioni dei lunghi bracci le dava quasi un senso di vertigine costringendola a fermarsi per un attimo.
Quel vecchio orologio era arrivato lì non si sa come. Pare venisse dall’eredità di una zia lontana che lei non aveva mai conosciuto. Sistemato al suo posto pian piano si era fatto indispensabile.
Aveva iniziato scandendo il tempo di quando la nonna era giovane e ancora il mito della velocità era di là da venire. Poi il suo suono si era intrecciato a quello dei motori delle prime auto e dei primi trattori che avevano cominciato a percorrere la campagna lì attorno. Aveva segnato il tempo lieto delle attese degli eventi felici come la sua nascita e quella di sua sorella. Era il tempo in cui si partoriva in casa, ad assistere c’era solo una levatrice e spesso il dottore arrivava a cose fatte.
I suoi rintocchi avevano accompagnato anche le lunghe, lente e dolorose ore degli estremi saluti. Laura ne aveva sentito il rimbombo in cadenza con i sussulti del suo cuore nelle lunghe notti che avevano preceduto la morte di sua nonna.
Aveva sperato fino all’ultimo istante che la malattia non fosse così cattiva come il medico aveva detto. La notte fatale Laura si era svegliata all’improvviso in un bagno di sudore. I cinque rintocchi che aveva sentito poco dopo le erano sembrati particolarmente cupi, quasi funerei come se anche il pendolo avesse compreso. Cinque rintocchi e poco dopo il pianto sommesso di sua madre e suo padre. La notte stava per lasciare posto ad un nuovo giorno ma di tempo per la sua nonna non ce n’era rimasto più. Si sentì stringere il petto in una morsa gelida. Provò spavento prima di tutto. Il dolore sarebbe arrivato dopo, nutrito a profusione da una assenza che piegava l’anima. Anche la casa non sembrava più la stessa senza sua nonna. Cambiò a poco a poco una volta che lei e la sua famiglia andarono ad abitarci. L’insieme cedette al colore. Dei vecchi mobili di legno scuro tennero solo il pendolo. Spostato nello studio vicino alla grande libreria a poco a poco divenne il guardiano delle lunghe serate passate a studiare, delle letture fino a tarda notte, delle lettere scritte a mano al primo amore e dei baci più o meno innocenti dati di nascosto mentre i suoi rintocchi segnavano un tempo che sembrava correre sempre troppo veloce mentre il desiderio era che si fermasse e rimanesse sospeso il più a lungo possibile, ritardando il momento in cui sua madre annunciava che la mezzanotte era arrivata.
Quando nella sua vita era comparso Luca il suo vecchio mondo era passato in secondo piano. Lei si era trasferita in città e il suo tempo aveva preso un ritmo che nella casa in cui era cresciuta sembrava quasi impossibile.
Era la città a dettare le regole col suo traffico, i suoi rumori, le sue urgenze.
Il lavoro, l’ansia di arrivare in ritardo, poi l’ansia di non riuscire a far quadrare i tempi con le necessità della famiglia che nel frattempo si era allargata dopo l’arrivo della piccola Ada.
Il pendolo era scomparso piano piano dal suo orizzonte e non ci fece più gran caso nemmeno quando le capitava di tornare dai suoi genitori. Tanta era la confusione in casa quando si ritrovavano tutti insieme e Ada giocava con i suoi cugini, che non c’era modo di prestare attenzione a quel reperto che sembrava ormai del tutto inadeguato al tempo presente.
Dovette tornare a farci i conti una volta che i suoi genitori ormai molto anziani avevano deciso che la vita nella vecchia casa di campagna non faceva più per loro. Troppo grande, troppo lontana dalle comodità e dai servizi necessari. La casa che avevano scelto era molto più piccola e per questo molti mobili dovevano essere sacrificati. Non c’era modo di portarli nel nuovo appartamento.
Anche il vecchio pendolo stava per essere lasciato ai nuovi proprietari e alla sorte che loro avrebbero deciso .
Fu Ada, già grande, inaspettatamente a porsi il problema.
“ Ha un modo così particolare di segnare il tempo, mamma, non lasciamolo qui. Non so dire come, ma infonde calma. Nella sua mole e nei suoi rintocchi l’urgenza scompare e tutto sembra scorrere placidamente con gran beneficio per l’anima. ”
Fu ancora Ada a trovargli un posto in salotto vicino alla libreria, come nella casa dei nonni.
E’ ancora lì il pendolo, ormai colorato con una tinta pastello che gli regala un tocco di allegria. Ada ride mentre guarda suo figlio Enea che gioca sereno ai suoi piedi e osserva con occhi curiosi le lente oscillazioni dei lunghi bracci in attesa di sentire la sua voce armoniosa allo scoccare delle ore.
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La clessidra – di Luca Di Volo
Per me scelgo un orologio a sabbia..chiamato anche clessidra. Questo modo di misurare il tempo, secondo me è un modo per essere fuori..non “dal” tempo ma da “questo”tempo ..La sua lentezza è la sua precisione ma dà anche quasi il senso di poter intervenire sullo scorrere del tempo stesso quando siamo costretti a rovesciare la clessidra che ci suggerisce l’illusione di esserne in qualche modo padroni.
Tempo e illusione
Attesa eterna, attesa lunga
La clessidra si svuota goccia a goccia
E le gocce sono pietruzze
Tra due dolci parentesi di nulla
E io qui aspetto..aspetto
E ora vedo il tempo
Che m’illude ch’io ne sia padrone
Quando la capovolgo lui
Continua uguale a sempre
Non inverte il suo fluire
Io non l’avverto ma ci sono dentro
Illuso prigioniero.
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Scelgo poi di dare a Carla un orologio a cucù. Un oggetto che dà un’immagine di tradizione e al tempo stesso originale..per i tempi che corrono..
In parte rappresenta anche la fisicità di un tempo che “si vede”, accompagnato da una forte manifestazione di una certa sensualità
Allegra, qualcosa che si ridesta e ci richiama allo scorrere della vita che si rinnova ad ogni cucù..
Dedicato ad una musa
Un giorno, per scherzo, volli dedicare ad una Musa
Uno strano oggetto casalingo
che segna il tempo e canta con voce inconfondibile
scandendo ore o minuti
non saprei dire il perché di questa dedica
esso giace al di là della ragione
ma proverò a tradurlo come posso
Quest’oggetto è fisicità d’un tempo che si vede
E ci richiama ad una bella sensualità ed anche allegra
Che ad ogni cucù ci ricarica la vita
Quasi che ad ogni cucù si ridestasse
Come avviene quando la Musa amica
Parla o ride e si rinnova il tempo.