Lamatitaperscrivereilcielo è un progetto di scrittura, legata all'anima delle persone che condividono un percorso di scoperta, di osservazione e di ricordo.
Questo blog intende raccontare quanto non è facilmente visibile che abbia una relazione con l'Umanità nelle sue varie espressioni
Quando l’ombra della notte cala riaffiorano i ricordi, all’inizio un po’ confusi poi sempre più nitidi e nella grande sfera di cristallo appaiono figure un po’ velate da un tempo troppo lontano, ma solide e potenti come quelle sculture che resistono al trascorrere dei secoli senza mai perdere la loro antica bellezza.
Era una ragazzina quando Grazia andò per la prima volta dalle suore a scuola di ricamo, così timida e impacciata venne travolta dalla decisione della madre, era il tempo in cui la vita, soprattutto quella delle bambine veniva decisa con autorità dagli adulti e lei si lasciò trascinare senza opporre alcuna resistenza.
All’inizio si dedicò al ricamo malvolentieri poi sempre con più piacere tanto da diventare la più brava del gruppo “ Hai un mestiere tra le mani, se continui così farai il corredo a tutte le ragazze del paese” diceva Suor Adelina e fu proprio così, se ne appassionò così tanto che in breve dall’imparaticcio passò a ricamare le tovaglie.
Non era molto alta Grazia, la sua figura minuta e snella la faceva sembrare ancora più giovane, aveva un volto che incantava, i lunghi capelli neri li teneva spesso raccolti in una coda di cavallo perché, come diceva sua madre, era disdicevole portarli sciolti, col tempo aveva perso un po’della sua timidezza e ancora sedicenne si fece notare per la sua bravura e incominciò a ricamare non solo per i parenti, ma anche per le donne del paese.
Aveva proprio ragione Suor Adelina, ben presto le mamme si misero in lista per farsi fare il corredo per le figlie ancora bambine, chilometri di candido lino correvano tra le mani esperte e preziose di Grazia, l’avvolgevano quasi a proteggerla da un mondo inafferrabile e a volte incomprensibile.
Stavo delle ore a guardarla mentre con grande destrezza tagliava quei lunghi teli di lino, solo bianchi che svolazzavano nella piccola stanza dove ricamava, conosceva a menadito la trama e l’ordito di ogni tessuto e con le sue mani leggere lo tastava, lo stropicciava, ne sentiva lo spessore e capiva immediatamente quale fosse il ricamo più adatto.
Mi incantavo a vedere quelle mani che danzavano su quei teli immensi che lei teneva raccolti in una grande federa per non sporcarli e mentre sfilava, contava i fili, tagliava, infilava l’ago o ricamava il suo sorriso spiccava tra quella nuvola bianca che metteva ancora più in evidenza la sua carnagione olivastra.
Amava ricamare sul lino sottile, quasi trasparente perché il ricamo risaltasse ancora di più, ma nello stesso tempo fosse parte integrante del tessuto come la schiuma del mare, era diventata abilissima nel “pizzo rinascimento” di cui realizzava perfino i disegni “Una bella sposa deve avere nel suo corredo almeno un lenzuolo con un ricamo che sia solo suo”.
Era il tempo in cui le cose belle venivano apprezzate da tutti, anche dalle persone più semplici.
Anche se non ricordo di aver avuto niente, il raso è un tessuto che mi piace molto. Forse con la sua lucentezza rende brillante ogni colore, ogni vestito, ogni camicetta e le persone che lo indossano sono più luminose e sensuali.
Quando ero piccola ricordo che la mamma lo lavorava spesso, perchè bordava vestaglie o cuciva camicie da notte bellissime che, oltre al raso, avevano pizzi e ricami.
Nella mia testa di bambina non capivo perchè a casa non arrivasse mai la principessa a provarsi questi bellissimi vestiti, perchè mi sembrava impossibile che si potesse andare a dormire con quella biancheria così raffinata.
Certo venivano signore benestanti profumate, ingioiellate e ben vestite, ma della principessa nemmeno l’ombra.
Quando buttava via pezzetti di raso, li prendevo li accarezzavo ma mi facevano venire i brividi, perchè era liscio e lucido, ma comunque mi impegnavo per fare un vestito importante per la bambola.
Per diversi anni questo tessuto così pregiato è stato dimenticato, fino a quando non è arrivato sul mercato il raso cinese, comunque è tutta un’altra stoffa, che tutti possono acquistare e viene usato per occasioni importanti, ma anche per tutti i giorni.
Setabianca è il raggio di luna che nel buio della notte accarezza una lacrima sul mio viso. Setabianca è la veste preziosa di ogni dea che ci ha precedute. Setabianca è fruscío dell’abito più sensuale che abbia mai immaginato. Setabianca è la carezza del petalo di rosa che sfioro al mattino. Setabianca è il riflesso del sole che cala sul mare di sera. Setabianca è il tuo occhio mentre ti guardo dopo l’amore. Setabianca è la mia mano mentre colora il drappo steso al telaio. Setabianca è il desiderio di dipingere il bianco dopo i colori. Setabianca è lo spirito in cerca di Dio. Setabianca è ciò che avvolgerà il mio corpo dopo la morte. Seta, specchio, sete della mia anima che anela l’infinito.
Non solo un tessuto, piuttosto un compagno di strada nel corso di tutta la vita. Ricco di ricordi, di avvenimenti, di emozioni, il lino fino dai primi anni. Nelle calde notti estive mamma tirava fuori dal baule dove teneva riposto il suo corredo, i freschi lenzuoli di lino, gli unici che si potevano sopportare quando l’afa diventava eccessiva. Belli e ricamati a mano , usati con parsimonia come si fa con tutte le cose importanti, ricoprivano il lettone matrimoniale che acquistava una sua regalita’ . E gli asciugamani con le frange e le cifre ricamate in rilievo , anche questi venivano usati quando c’era in casa qualche persona di riguardo , soprattutto il medico di famiglia. E il lino azzurro polvere del primo abito estivo elegante, per un’occasione importante per cui bisognava presentarsi bene. L’ esame orale della maturita’, tutte le ragazze messe a nuovo e i ragazzi rigorosamente con la giacca. Capii che potevo sentirmi a mio agio in quell’abbigliamento insolito, quando il bellone della classe si degno’ di farmi i complimenti. Era il massimo. E ancora il lino delle tende del salotto che riunisce il ricordo di due persone care, un’amica che aveva regalato la stoffa e una mamma che le aveva riempite di ciuffi di margherite colorate, ricamate per un figlio che stava creando la sua famiglia e la sua casa. Ancora in lino la tovaglia per l’altare di una cappellina nascosta tra i castagni secolari in un paese di montagna, custode di un amore perso troppo presto. Poi le tovaglie di lino damascato che non potevano mancare nel corredo delle ragazze di quei tempi lontani. Tovaglie enormi per tanti commensali, regali nella loro semplicita’, senza ricami ma luminose come sono i lini di Fiandra. E sara’ di lino anche il caftano programmato per la prossima estate, molto colorato e festoso. Non sara’ importante se non mi stara’ bene per l’eta’ e per la mia fisicita’ , sara’ una pennellata rosa nel grigiore della quotidianita’ che viviamo. Essenziale che mi porti un soffio di allegria e mi faccia stare bene.
La garza ha il fascino del pizzo e la semplicità del cotone. Leggera, trasparente, svolazzante, per coprire davvero ha bisogno di strati, meglio se di colori diversi, è fluida, segue il vento e l’allegria, l’estate, il fresco della notte sotto le stelle. Ampi grembiuloni di garza in colori contrastati: il viola sull’arancio, il beige sul marrone bruciato, il giallo sul blu, comodità e freschezza, la stessa dimensione e lo stesso carattere distratto delle tende indiane, anche quelle sovrapposte in più colori, a volte ricamate, o disegnate con simboli antichi.
Garza di seta, garza di cotone, garza di camicie larghe su pantaloni morbidi, garza bianca più seriosa su gonne nere aderenti. Garza che filtra, che lascia passare vibrazioni, che non ferma le brezze leggere e le lascia cadere sulla pelle, garza benevola che accarezza e non stringe, copre difetti e ne sorride, con i suoi colori coraggiosi. Ride nelle sue trame abbozzate, imperfette, croccanti.
Da ascoltare con attenzione. Dice l’autore che aveva scoperto come di lui fosse rimasto molto nelle case abitate in vari periodi della vita e che quell’IO che noi crediamo unico, in realtà è diverso negli anni e quindi anche nelle case in cui questi diversi IO hanno abitato. Quello che eravamo a 2, a 17, a 35, a 44 anni e che nell’Io di oggi non c’è più, è rimasto nelle case abitate e poi lasciate, dove ora vivono, pesticciano, si muovono, altre persone e altre vite.
L’idea dell’autore è stata prendersi CURA DEGLI SPAZI che conservano tracce dei noi che siamo stati. Raccontare attraverso pavimenti, finestre, mura…. gli avvenimenti, ma non considerandoli solo scenari, ma al contrario, protagonisti.
Avere cura, nel raccontarli, degli spazi che si sono presi cura di noi attraverso il tempo.
Ispirato a: “Una lettura da ascoltare” pubblicato in questo blog
Dal vocale di Cecilia: Identità – di Vanna Bigazzi
Le prime sensazioni di un bimbo piccolissimo che ancora gattona, l’identificarsi nelle cose circostanti, nei primi rumori della sua vita. Identificarsi attraverso il gioco delle ombre e delle luci, che si spezzano, appaiono e scompaiono, come in un gioco: esisto-non esisto. Così gli affacci della casa del sottosuolo sono come le ombre: solo cemento e il fazzoletto di cielo che si scorge guardando in alto, è la luce che si alterna geometrica al grigiore della corte. L’identificazione è anche e soprattutto nella tartaruga, IO impara da lei a reagire: come lei sta immobile e poi gattona lungo il corridoio. Come lei vuole l’insalata; percepisce la propria “potenza” quando battendo la manina sul carapace, la induce a far uscire la testa e proprio alla sua testa si eguaglia: testa e alluce del suo piedino hanno la stessa forma: una tartaruga con due teste oppure IO con due teste. Quando la incontra riconosce se stesso e ride…
Aveva voluto comprarmela quella camicetta di seta rosa antico, a lei piaceva tanto e a me sarebbe stata benissimo. Dopo anni che non la mettevo mai ho finito per regalagliela.
Era una camicetta delicata così come era delicata mia madre, seta preziosa per una donna preziosa.
Carezzare mia madre era carezzare la seta, toccarla con mani attente per non sciuparla, gustarne la compattezza del carattere e la dignità di storia antica.
Bella, altera, fragile e moderna era mia madre con la sua camicetta di seta rosa antico.
Molti non lo sanno, e si stupiranno alquanto. . ma è tutto vero. .
C’è stato un momento, circa all’epoca in cui la mia generazione aveva i suoi adolescenti o quasi, in cui Dio aveva preso le sembianze di un oggetto banale. . (si fa per dire. . ): un giubbotto di pelle …qualunque pelle. . purche’ fosse pelle vera…
Anzi. . bisogna completare la definizione di prima. . che era questa: ”giubbotto di pelle da quarantamila lire. . ”. Le ”quarantamila lire“ non erano un particolare trascurabile…Raccomando ai lettori di fare uno sforzo per riportarsi all’epoca e alla sua realtà economica. .
Completo il lungo preambolo dicendo che, oltre a questa specie di “vitello d’oro”, ce n’era un altro. . ma per il fatto di essere totalmente irraggiungibile, alla portata solo di pochi figli di papà, era stato rimosso più o meno inconsciamente. .
Era la famosa Giulietta spider. . con la quale l’unico contatto possibile era assistere al loro sfilare davanti al Bar Milano a Forte dei Marmi, con un abbronzatissimo pilota, e con a bordo non so più quante splendide ragazze appese anche in improbabili appoggi pur di partecipare allo show. .
Ma rimaniamo nel popolino…Il profeta di questa nuova religione si chiamava (e penso si chiami tuttora) Piero. .
Figlio di un’Italiana e di un soldato Americano che, vista la mala parata, aveva pensato bene di tornarsene al paesello, era cresciuto con le cure della mamma e di una vecchia zia…viziato e coccolato , nonostante i magri guadagni della madre, che faceva la sarta e della zia, che faceva ripetizioni di Italiano e di Latino a tutto il quartiere, era sempre vestito elegante, azzimato e pulitissimo.
La sua origine Americana la tradivano i capelli biondissimi, la sua altezza e gli occhi azzurro profondo. .
Sua madre non si era voluta mai risposare, accettando un duro destino di lavoro e ristrettezze, vivendo solo per questo figlio. . a cui ancora. . senza nemmeno vergognarsi qualcuno accennava parlandone come il “figlio della colpa”. . Ahimè. . questi erano i tempi. .
Questo per spiegare la sua volontà di riscatto. . oggettivizzata, chissà perché, nel famoso “giubbottino da quarantamila lire. . ”
Fatto sta che aveva trascinato in questa specie di Santo Graal quasi tutti i ragazzi del quartiere che non potevano nemmeno parlarne coi genitori…forse per non umiliarli.
E non appena qualcuno nella zona esibiva un indumento del genere. . immediatamente lo veniva a sapere…annunciandolo come qualcuno che era salito troppo in alto per essere un mortale. . L’ultimo era stato un certo Lallo. . per forza. . era stato il commento ”issubabbo faiddentista. . ” Quindi non c’era da stupirsi. . come oggi. .
Allora…sforzatevi di immaginare la scena quando lui . . proprio lui. . si avvicinò al solito gruppetto di fannulloni esibendo. . gonfio come un tacchino…proprio un giubbottino di pelle. . non si sa se da quarantamila lire o no. . ma così, a prima vista di pelle lo era senz’altro. .
Tralascio i falsi commenti invidiosi degli astanti…
Però ogni Eden ha il suo serpente…E questo apparve con l’arrivo un po’ in ritardo di un altro della combriccola. . si chiamava Giancarlino…il più “bene” (si fa per dire) della compagnia. . figlio di un tipografo con una piccola tipografia sua…sarebbe stato l’indiziato maggiore come futuro possessore del famoso indumento…invece Piero, detto Pierino. . l’aveva superato in curva. .
Invece di congratularsi. . con un sorrisetto mellifluo si avvicinò al festeggiato dicendo. . ”Mi fai vedere?!”…e poi . . ”Me lo fai toccare. ?!”
E dopo averlo un po’ assaggiato con le dita pronunciò l’orribile sentenza…”O bischeri. . unvuvvedete chell’è pelle finta. . ?!”
Una tragedia. . Il vitello d’ora era caduto sotto gli strali del nuovo Mosè…
E qui chiudo per evitarvi lo strazio che ne seguì…
Gli occhi vigili sovrastano un’espressione tirata, i denti serrati, le labbra strette.
Non sorride mai: non può farlo, divorato com’è dalla preoccupazione di sé, degli altri, di quel che succede.
Alto e dinoccolato ha un’andatura ondeggiante.
Nella sua vita, fin da giovanissimo, ha lavorato tanto, ha lavorato sempre, con passione, con dedizione, con fanatismo: adesso è in pensione e non sa cosa fare.
Da poco tempo ha perso la moglie.
Storia
Ecco è nato, ce l’ha fatta, è lì, nero su bianco: funzionerà? Chissà. Scrive e riscrive. Cancella. Si affiancano più file nella cartella. Primo, secondo, terzo. E la storia? Qual è la storia? Non ne può più di narrazioni nostalgiche. Ma gli sbocchi che le vengono in mente sembrano inconcludenti. Salva tutti i testi. Vorrebbe che il personaggio andasse spedito per la sua strada, al di là del caos, verso i segreti che lo paralizzano.
Oddo Giulin è allo specchio e si rade.
Si osserva e vede che l’età lo ha raggiunto alle spalle senza che se ne accorgesse.
A quel pensiero la mano che fa su e giù sul volto ha un attimo di esitazione.
Si impegna a procedere con calma, ormai è in pensione e non ha la preoccupazione di fare tardi.
Era un appassionato del suo lavoro. Il lavoro era stata la sua ossessione. Da quando era diventato maggiorenne tutte le sue energie sono state utilizzate quasi solo per quello. I colleghi lo apprezzavano. Le donne lo corteggiavano. Adesso c’è il vuoto.
Si sente morto.
Ha smarrito le sue sensibilità affettive, le sue certezze, la percezione del tempo, dello spazio, dei luoghi. Non sa più chi è. La sua identità era legata al ruolo e alla moglie. Oggi li ha persi entrambi.
Il mondo è diventato irreale: risiedeva tutto nella relazione con Carla, nella loro lunga convivenza fatta di un gioco che facevano per riuscire a sopportare le incongruenze e la fatica della vita, un gioco dissacratore che conservava in sé l’unica verità possibile, l’assurdo.
Oggi il presente è popolato da illusioni perdute, delirio, fallimento ma soprattutto da un grande silenzio che si dilata nella mancanza di interlocutori.
Il passato era andato al di là delle barriere che la giovinezza mantiene ben salde e adesso lo aveva sprofondato in una inquietudine inconsolabile.
L’idea dell’assenza che lo pervade è davvero molto forte.
Si trova immerso nel vuoto.
Per andare oltre, per lanciare la propria sorte scavalcando la barriera, ci vuole un’idea ma non sa quale.
Dice a sé stesso che il destino non è già scritto e deve provare a ricostruirselo.
Ora però i giochi sono altro e non sa quali pedine muovere.
Negli anni aveva lasciato poco spazio per altro.
Non dedicava tempo ad amici e conoscenti: erano loro a cercarlo. Gli piaceva giocare a calcio. Due volte alla settimana, la sera, andava con i colleghi a fare qualche partita. Ma non lo può più fare. Deve trovare un altro campo di gioco.
La sua attenzione viene catturata dalla scaffalatura alle spalle, riflessa nello specchio nel quale si guarda. Ci sono ancora, ben allineate, le scarpe lasciate da sua moglie: spicca l’oro di un tacco a spillo. Lei, con qualunque tempo ed in ogni stagione, indossava calzature con tacco vertiginoso. Mettevano in risalto le lunghe gambe e le caviglie sottili.
Quel tacco era venuto via. Sente che lo deve portare dal ciabattino per farlo attaccare alla suola: lo deve a Carla ma non sa perché.
Intanto la mente è ingombra di domande che intralciano il succedersi delle azioni: nella tazzina…prima lo zucchero o il caffè??
Ha amato Carla?
E lei gli ha voluto bene?
Si pone interrogativi su di sé, su di lei, sulla coppia che erano, sugli amici perduti.
Ha rovistato nei suoi cassetti per trovare delle risposte.
Chi era Carla?
Conosceva tutto della sua vita?
Ha trovato un indirizzo mail, a lui ignoto, scritto su un fazzoletto di carta ben conservato dentro una scatolina e lo assilla una grande curiosità. Guardando nel suo cellulare scopre che è di un’amica di penna. Non sapeva nulla dei loro contatti, dei loro incontri.
Ritornò da Oddo.
Erano passati dieci giorni da quando erano stati in contatto l’ultima volta. Intanto le sue ore erano trascorse tra una complicazione e un’altra. Ancora non riusciva a mettere insieme la mattina con la sera mentre il tempo si era frantumato in ritagli che le svolazzavano intorno senza che li potesse afferrare, senza poter dare loro una sequenza, un ritmo, una regola. Figurarsi se poteva stare dietro al personaggio. Però gli si era dedicata e aveva messo in campo per lui tutti gli elementi che potevano servire per una storia. Ma questo non era bastato a trattenerlo.
Se n’era andato.
L’aveva lasciata in difficoltà davanti a tutto il gruppo a cui non sapeva cosa dire.
Aveva dovuto confessare la sua confusione, il suo male di vivere che non interessava proprio a nessuno e forse nemmeno a lei che se lo doveva sorbire notte e giorno e non vedeva l’ora di passare un po’ di tempo con gli amici per non doverci pensare.
Le veniva quasi da ridere.
Oddo è stanco. Si dice che è inutile restare lì ad ingarbugliarsi nei suoi pensieri. Vuole andare via.
Fra tre giorni a Torino inizia la fiera del libro. I libri sono stati e sono davvero importanti per lui. Avevano salvato la sua infanzia quando si recava nella libreria degli zii e stava ore a leggere tutto quello che trovava, seduto su uno sgabello dietro il bancone. Aveva ancora nel naso quell’odore di carta che lo avvolgeva e lo inebriava. I libri avevano attenuato il peso dei primi anni di lavoro al Nord, lontano dalla famiglia, quando i soldi finivano velocemente e spesso gli mancava il mangiare. Avevano sempre accompagnato il suo tempo libero e lo avevano distolto dalle preoccupazioni.
Sì, andrà a caccia di libri: siede al computer, prenota il biglietto del treno, lo stampa.
Ha anche una finestra di settantadue ore per fermarsi a Firenze: è lì che risiede l’amica di Carla. La cercherà. Vuole che lei gli racconti sua moglie.
Ha tante cose da chiederle.
Mette in uno zainetto il minimo indispensabile e infila nelle tasche della giacca alla rinfusa il portafoglio con documenti e carte, il biglietto del treno, il fazzoletto di carta con l’indirizzo e-mail dell’amica, la carta socio dell’Accademia La Colombaria di Firenze, il tacco a spillo dorato che era appoggiato sullo scaffale in bagno, il numero di telefono della sua autrice dalla cui penna è venuto fuori, la foto recente di un gruppo in cui compare la moglie insieme a persone a lui sconosciute. Inspiegabilmente l’istantanea è stata strappata in quattro pezzi e poi rimessa insieme con il nastro adesivo.
Quando chiude la porta di casa si sfila la fede dal dito e anche quella finisce nella tasca della giacca: vuole forse imbroccare?
Quando ebbe finalmente la testa un po’ più libera, cercò di nuovo Oddo nel computer dove lo aveva lasciato, ma non lo trovò. Si mise a rovistare ovunque, in ogni angolo della memoria tentando di individuarlo per data e per titolo di file, ma il suo personaggio era sparito. L’aveva abbandonato davanti allo specchio del bagno mentre si faceva la barba e contemplava il tacco spezzato della scarpa della moglie e adesso non sapeva dove fosse finito. Ora cosa avrebbe detto alla sua editor? Cosa avrebbe raccontato ai suoi compagni? Ne andava del rispetto nei loro confronti. E non aveva nessuna voglia di pensare ad un altro personaggio, ormai aveva dipinto quello, voleva vedere cosa combinava. Aveva trascorso ore pensando e ripensando a situazioni, incastri, coerenze, assurdità. Doveva trovarlo a tutti i costi per vedere cosa succedeva.
Ha impiegato due ore per arrivare a Firenze.
Durante il viaggio ha scritto all’amica della moglie che gli ha fissato un appuntamento e lo ha informato che ci saranno altre persone ma avranno tempo per parlare di Carla.
Ha poi concordato con la segreteria dell’Accademia La Colombaria l’acquisto delle fotocopie del testo originale della “Didone abbandonata” di Pietro Metastasio. Erano stati di una gentilezza estrema, gliele avrebbero preparate per il pomeriggio. Via Sant’Egidio non era lontana dalla stazione e avrebbe potuto sbrigare quella commissione comodamente.
Infine aveva chiamato la sua autrice. Le aveva detto: – Sono diretto a Firenze sulle tracce di Carla. Acquisto le copie degli originali di “Didone abbandonata” e vado a trovare la sua amica. Ti faccio sapere. –
Nel momento in cui poggia il piede alla stazione di Santa Maria Novella si rende conto di avere una gran fame. È andato via di casa senza mettere nulla in bocca. La sua era stata proprio una fuga.
Si ferma ad un bar e ordina un toast e un cappuccino. Mangia con calma: in mente la musica di Monteverdi. Deve prendere una stanza per la notte e ne prenota una in un alberghetto in via Cerretani dove svuota lo zaino e si fa una doccia. C’è un grande sole in città e fa caldo: esce con indosso solo jeans e camicia sotto la giacca.
Va prima di tutto a ritirare le fotocopie e poi si dirige dall’amica di sua moglie.
Ecco, si era fatto vivo: l’aveva chiamata. Ora sapeva dov’era, cosa faceva. Lei avrebbe dovuto intingere la penna nel sangue come riusciva a Metastasio con i suoi personaggi.
…
Passò quel tempo, Enea,
che Dido a te pensò. Spenta è la face,
è sciolta la catena,
e del tuo nome or mi rammento appena.
…
E invece le sue parole erano impregnate di the. Non c’era nessuna attrattiva nella storia che stava scrivendo, la vita banale di un uomo mediocre, con un’esistenza ordinaria. Non sapeva nemmeno chi era sua moglie e non riusciva a piangere. I veri eroi piangono: Achille, Enea, … spargono fiumi di lacrime.
Pur non essendo un eroe, piangeva lacrime amare anche lei che non riusciva a volare, a ridere, a cantare e soprattutto a scrivere una storia.
Prende l’autobus in piazza stazione. Arriva in orario all’appuntamento in via delle Panche alla chiesa di Santo Stefano in Pane. Lì, in una grande canonica, c’è Lisa che lo aspetta. Lo accoglie calorosamente, lo abbraccia. Intorno a lei un gruppo di giovani. Alcuni sono seduti ai tavoli con sopra tante strisce di carta di quotidiano, ciotole di colla di farina e materiali vari colorati come bottoni, tessere, nastri, palline, stoffe, strass, … e cianfrusaglie varie. Più in là, addossato ad una parete, un piano con barattoli di tempere e pennelli. Oddo guarda i ragazzi che stendono le strisce su dei contenitori di carta riciclati e li carezzano con le mani intinte nella colla: formano degli strati. Quando il tutto si ammorbidisce lo modellano col palmo e fra le dita. Altri ragazzi girano fra i tavoli per aiutare. C’è un sottofondo di chiacchiericcio ridente, di voci sincopate, di esplosioni di contentezza, di un battere di mani sudice, di commenti goderecci. Oddo è flesciato da quell’atmosfera. Intorno vede nascere navi spaziali, mostri, animali, piante, … Lisa gli chiede se vuole provare anche lui. Si siede accanto a una bambina molto concentrata su quel che fa. Lei è nella fase in cui vengono incollati i materiali a disposizione. Oddo parte da una scatola del sale. La colla è tiepida. Accarezzare la scatola è piacevole: via a via che mette strati e colla il cartone perde di rigidità, si smussano gli angoli e lui si concentra a tal punto da dimenticare il mondo circostante. Il contenitore da essere un parallelepipedo è diventato ovale. Oddo tira fuori quello che ha in tasca: i pezzi di foto diventano capelli intorno alla nuca, lo scontrino del bar ben appallottolato, il naso, il tacco sulla sommità del capo un ciuffo alla Brachetti … Per la bocca va a cercare qualcosa nei tavoli: la trova. Del panno lenci rosso ritagliato a cuore.
Lisa non lo disturba.
Si avvicina solo per dire sottovoce: “Quando vuoi parliamo di Carla.”
Tommy è un ragazzino un po’ troppo vivace. Per questa sua esuberanza viene spesso sgridato e subisce punizioni. Tommy capisce di sbagliare ma, nel suo intimo, sa che molte volte è per eccesso di zelo. Quando si sente frenetico, cerca aiuto nella natura, affinando i suoi sensi: il venticello soave che lo accarezza nel viso e nei capelli, oppure i raggi del sole che, riscaldando il suo il corpo, gli inducono un lieve e piacevole godimento. In quei momenti realizza di essere un INCOMPRESO. Il mondo degli adulti gli è nemico e, per questo, durante la giornata, accumula sensi di colpa e stress. Per fortuna però, c’è LEI che lo aspetta, ogni sera, prima di andare a letto. LEI lo riconcilia con le forze ostili, lo lenisce, lo accarezza dolcemente e sensualmente, lo ama. Ci sono sere in cui, veramente, non desidera altro che arrivare all’ora di andare a letto. Indossare il suo pigiama di seta, ecco, la compensazione alle avversità della vita. LEI “mademoiselle seta” fedele, lo attende: liscia, morbida, comoda e accogliente. Tommy ha scoperto alcune sue particolari doti: se ha caldo, lo rinfresca, evitando che sudi, se ha freddo lo scalda… Difficilmente si strappa LEI, come le stoffe degli altri pigiami… La mamma aveva conservato un camicino celeste piccolo, piccolo, della medesima stoffa e gli aveva detto che quello era stato il primo indumento che lui avesse indossato. Tommy pensava: “ecco, LEI mi è sempre stata amica, fin dai primi giorni di vita. Un’amica per la pelle… morbida, leggera, carezzevole e anche lucente! LEI, sente il mio corpo, mi regala la temperatura necessaria, mi coccola e mi fa sentire bene, LEI SI CHE MI CAPISCE!…”.
Il fresco del lino sulla pelle, il bianco candido, i ricami che abbelliscono il lenzuolo, opera delle mani esperte di mia madre, momenti di amore e passione nelle fresche lenzuola.
Io trama orizzontale, di un tessuto imbottito di cose, di case, di rifiuti, di morsi di altri pezzi di stoffa, di fili intrecciati che gonfiano al tuo calore, al mio non fermarmi mai, mi sfilaccio, mi capovolgo, mi scaldo, ti scaldo, senza un prezzo definito.
Tu ordito, verticale mi attraversi, mi ingolfi, mi vuoi diversa, tu, un garza sottile e tagliente che mi sciupa, mi annulla, in un immenso negozio senza scaffali, senza porta, senza clienti…..
Cade pulviscolo di ovatta…che ci annulla…
Ho voglia di raso, liscio morbido…senza nodi, raso rosa, senza nodi, da accarezzare, per accarezzarti…
PS: scrivere senza avere il tempo di pensare, grazie a chi me lo permette da sempre, è la cosa che mi piace di più…, non rifletto, vivo….13 aprile 2021
La prima volta che ho toccato un tessuto di pile me ne sono innamorata immediatamente. Toccare questo tessuto mi dava gioia, le mani affondavano nella morbidezza ed era come accarezzare un gatto: un antistress bellissimo morbidoso e godurioso. Ho comprato di tutto: coperte, felpe, poncho, guanti e tutto ciò che mi attirava ma solo di pile. Quando però mi sono accorta che, come tutti i tessuti non naturali, rilasciano corrente ottica ho smesso di usarlo. Dopo tante scosse prese, gli ho detto addio e ora difficilmente indosso qualcosa in pile. Peccato mi sentivo come protetta ad indossare un poncho o una felpa e mi sentivo al caldo, era una sensazione bella …come essere accarezzata costantemente da un gatto! ma come tutte le cose belle è finita-
Crashhh !! Ahhh!! Rumore di vetri rotti in salotto !
– Aiuto, mi sono tagliata con il vetro del vaso di fiori che mi è cascato e si è rotto in mille pezzi ! Osvaldo aiuto..corriiii!….. Osvaldoooo…Mio Dio la servitù, non c’è mai, quando serve !-
Osvaldo, il maggiordomo, arriva trafelato con disinfettante e garza :
– Ecco contessa, prima disinfetto la ferita, poi la fascio.-
-Ahh, cos’è quella !!-
– La garza , contessa, per fasciarle la ferita !-
– GARZA!! Mio Dio nooo ! Orrore, non si addice al mio rango ! Tuttalpiù del tulle, anzi no, della seta,…. si seta… moolto, molto meglio !!-
Ho sempre sentito parlare in casa di questo materiale. poi da grande, in età da corredo ho capito di cosa si trattasse.
In casa circolavano delle matasse ruvide e marroncine, era canapa, la lavoravamo nei nostri telai in casa, per fare il corredo.
Mi erudiva mia mamma, il tessuto era rigido e duro come un panchetto.
Il corredo per le figlie era una faccenda che impegnava le mamme quando si cominciava ad avere dai 12-18 anni in su.
Anche a me la mamma ha cominciato a comprare pezze di stoffa bianca.
Cosa ci devo fare? Ho chiesto subito.
Lo prepariamo per quando ne avrai bisogno.
Per la mamma era un grande orgoglio disporre di un po’ di denari in proprio e cominciare a pensare al corredo per la sua prima figlia.
Non ho ben capito come facessero a trasformare le matasse di canapa in tessuto ma ho apprezzato la tela sbiancata e ammorbidita dai lavaggi che ho trovato in casa confezionata in canovacci, asciugamani e teli per il letto che non ho mai usato per tale scopo ma che oggi ho trasformato in bellissime tovaglie per le cene estive in giardino.
I telai familiari inizialmente semplici e usati in tutte le famiglie, realizzavano teli di sessanta centimetri circa, cosi per usarli come lenzuola. Venivano cuciti a mano con un sopraggitto fitto fitto, molto resistente.
A me sono stati comprati teli di lino e cotone, chiamato cretonne, sono stata mandata durante le vacanze estive a scuola di ricamo e sfilato.
Mi piaceva stare con le signore del mio paese a lavorare, ho imparato i vari punti e un po’ di ricamo. Con orgoglio ho preparato dei capi che ho usato e amato ma, appena ho potuto mi sono comprata quella bella biancheria colorata che anche adesso prediligo. Pur apprezzando però il grande lavoro del ricamo e della confezione che si faceva un tempo. Mi viene da pensare spesso che tovaglie e lenzuola richiedevano un mese o due per essere cuciti.
Figlia di una mamma nata all’ANTELLA ho avuto dalla nonna come regalo di nozze un completo uscito dal laboratorio delle sorelle CECCHERINI, cugine della nonna, che possedevano un laboratorio di corredi e biancheria intima.
La storia di Antella, è molto legata al settore del ricamo femminile, ogni famiglia ha ricordi e aneddoti legati a quel tempo che è piacevole riascoltare.
Si sedeva, studiava la luce, il vento, siccome era freddoloso metteva un piccolo
cuscino per accomodarsi, di solito portava una camicia con grossi quadri rossi, un gilè di morbida lana, un po’ consumato ma di ottima qualità, una giacca.
Sapeva vestirsi, per tanto tempo aveva lavorato con tagli e stoffe di tutti i tipi.
Aveva un aspetto curato e un fisico asciutto, per quella sua passione era sempre
abbronzato. Prima di uscire controllava con cura tutto il necessario che portava in tasca e in una piccola sacca di pelle.
Si rasava ogni due giorni, amava quella lucida peluria che vedeva riflessa nello specchio al mattino, I capelli non erano corti, aveva mantenuto il bel ciuffo morbido e bizzarro di gioventù anche se i capelli bianchi facevano capolino.
Le scarpe sempre in ordine e abbinate ai pantaloni morbidi che variava spesso.
Tranne la camicia un po’ bizzarra, il resto era classico e non dava nell’occhio.
Portava un orologio di forma rettangolare con un bel cinturino a volte marrone, a volte nero. In inverno metteva un berretto di velluto a coste grandi che toglieva appena si intiepidiva l’aria, i giorni che arrivava con una grande sacca con i manici di pelle, portava anche un taccuino e una penna stilografica.
Poggiata la sacca sulla panchina vicino all’ingresso del parco, osservava da lontano con attenzione, prendeva appunti, disegnava o scarabocchiava, se qualcuno si avvicinava o si sedeva vicino, appariva cordiale e gentile.
Nella sacca portava un libro e dei giornali, raramente però aveva tempo per leggerli, a metà mattina prendeva dall’ambulante che passava una piccola ciambella che divideva e mangiava solo a metà .
Era difficile dargli un’età, avrebbe disorientato chiunque, sembrava contento della sua vita, e appagato della sua esistenza.
La storia di Cesare
Aveva scelto la sua vita, non voleva dipendere da nessuno.
Vivere cosi lo appagava e faceva sentire bene , se non fosse stato per quella preoccupazione tutto sarebbe stato perfetto.
Elaborava i dati raccolti con disegni, appunti, campioni.
Il piano interrato della sua casa era il suo regno.
Quando spediva il materiale il lavoro sorprendeva e entusiasmava.
Partivano le produzioni e le spedizioni in tutto il mondo.
Sapeva cogliere il momento, la sfumatura di colore, il materiale ….
Tutto scaturiva da quella sua capacità di vedere i desideri esteriori della gente.
Non voleva limiti e indicazioni, le sue idee erano libere.
Era talmente capace di entrare nei gusti delle persone che non aveva rivali, tanti clienti avevano provato a fare a meno di lui, anche perché poteva consegnare poco materiale a causa del tanto lavoro che faceva.
Per concludere gli elaborati e le sue provvigioni erano alte.
Non conosceva neppure lui i dati dei suoi guadagni, aveva delegato tutto a Manuela, la donna di cui si fidava e che lo conosceva da sempre.
Lei ritirava la posta ogni giorno, lavorava in una parte staccata del piano interrato, la sua finestra dava sul giardino, splendido e rigoglioso, coltivato con attenzione e amore da Cesare, ma che non doveva essere violato da nessuno, neppure da lei.
Grandi mazzi di fiori di stagione, erano accomodati in vasi di cristallo colorato in tutto lo studio, i fiori composti con gradazioni dello stesso colore, abbinati a fogliame di tonalità contrastanti e forme ricercate.
La sua casa era un luogo inaccessibile a molti, tranne in occasione del Carnevale. Per due settimane si dedicava soltanto agli allestimenti. La casa diventava un teatro, una foresta, un castello. Spediva agli ospiti, il bozzetto del costume che gli ospiti avrebbero dovuto indossare e indicava la sartoria a cui si sarebbero dovuti rivolgere per la confezione, naturalmente a sue spese.
Arrivavano pacchi e oggetti da varie parti, lui lavorava instancabilmente per giorni, il risultato era incredibile.
Gli ospiti mascherati, partecipavano a uno spettacolo e godevano di effetti teatrali sorprendenti, il clima che si creava appariva controllato.
Conosceva bene i suoi ospiti, mentre loro non sapevano niente di lui.
Questa nuova condizione sembrava fare pace con la delusione che quindici anni addietro aveva provato.
Lavoro nell’azienda della madre, collaboratori capaci e affezionati.
Un matrimonio con la giovane amica della mamma, una vita che sembrava un idillio.
Si vantava di conoscere il cuore delle persone, di saper ascoltare i desideri
Non era stato cosi,
La figlia che adorava un giorno era sparita con la madre, portati via preziosi e documenti, non era stato capace di avere indizi, tutto sparito nel nulla.
Neppure gli oggetti trovati nella camera della moglie, uno scontrino di un bar e una tessera di una associazione culturale, una foto strappata con immagini di persone sconosciute, un biglietto del treno, un tacco di scarpa da donna, un indirizzo mail scritto su un fazzoletto di carta, avevano aiutato gli investigatori a trovare risposte.
Sembrava impossibile che tutto fosse veramente accaduto, la fede in oro, sì quella era della moglie, come la giacca .
Non riuscirono a far chiarezza su quella sparizione. Neppure tutti i dati raccolti da quella schiera di investigatori a cui si era rivolto.
Conosceva gli uomini? Si chiese…… no, no neppure osservandoli per giorni, facendosi invitare nelle loro case, non li capiva, e neppure era sicuro di niente, solo la sua arte gli dava pace, il creare abiti, cose, oggetti lo faceva sentire in pace e con la voglia di vivere.
I fiori erano la sua terapia, si stordiva con la loro bellezza, più erano laboriose le cure che richiedevano, più ritrovava pace e armonia.
Ormai non aveva più amici, la mamma era morta, solo la sua segretaria conosceva la sua storia, era riservata e lo trattava con rispetto.
Il tempo che al mattino passava a osservare, disegnare guardare la gente ai parchi della città lo aiutavano a fare pace con il mondo e con i suoi abitanti.
Sapeva tante cose delle persone che osservava, a volte entrava nelle loro case per carpire aspetti sconosciuti, voleva indagare sul cuore delle persone.
Erano loro gli ospiti delle sue feste di carnevale, che poi lui non voleva più incontrare cambiando spesso luogo e orario di osservazione.
Ogni settimana Manuela consegnava il pacco che conteneva le camicie che lei sceglieva e faceva confezionare, quelle che portava al parco sempre con riquadri rossi. Così il venditore di ciambelle lo avrebbe individuato con facilita’ ovunque, cosi non sarebbe mai rimasto senza.
Si vede e non si vede ti prende e ti lascia elegante e malizioso sensuale e romantico Antico la memoria delle donne la bellezza trasparente Gioco travestimento vestimento svestimento sposa amante bambina Emozioni sottili ti do e non ti do mi vedi e non mi vedi mi faccio vedere sono fatta così Nuda mezzi guanti di pizzo per mostrarti le unghie che unghie ha una donna quando vuole graffiare? Femmina custode di un segreto ho bisogno di un velo? ho bisogno di un pizzo? o non ho bisogno di niente?