Dall’India per rinascere: Laura

Nascite – di Laura Galgani

Appena passata l’Himalaya il Boeing 747-300 dell’Air France inizia la sua discesa, planando quasi in silenzio. E’ notte e prima una poi un’altra si intravedono, fuori dall’oblò, le deboli luci dell’immensa periferia di New Delhi.  Dapprima di un fioco giallo sfocato, poi anche rosse e qua e là verdi. Un gigantesco albero di Natale sdraiato nella terra dei Veda e delle mille divinità, alcune dalle molte braccia.

Il computer di bordo, montato nello schienale del sedile davanti al mio, dà l’altitudine e la temperatura. Via via che l’enorme aereo dal ventre gonfio di passeggeri internazionali si abbassa, la temperatura esterna cresce vorticosamente. Se a 11.000 metri erano -70 gradi, a 2000 metri di quota sono già 25. Quanto sarebbe stata, una volta a terra, il 17 aprile? Mi spaventa pensarci.

Atterraggio perfetto, clic-clac delle cinture di sicurezza che si sganciano. “Welcome to India. Thank you for choosing air France”.

Un’ultima occhiata prima di alzarmi dalla poltrona: ore 00.12, + 42°.

Fuori dall’oblò le luci arancioni dei mezzi aeroportuali mi proiettano d’improvviso nel colorato mondo là fuori.

Eccola, l’aria calda, umida, pregna, carica di odori di questa metropoli, dove sono venuta ad incontrare mia figlia.

Già prima del portellone spalancato, mista all’aria condizionata, mi investe.

Sulla scaletta non ho più scampo: mi avvolge una vampata quasi liquida, tanto è densa di umidità, di vapore, di particelle e di odori. Provo ad allargare i polmoni, a respirare profondamente, ma è difficile. Il corpo si fiacca, le gambe si fanno pesanti. Ma non c’è tempo per fermarsi, bisogna raggiungere l’uscita, attendere al controllo documenti, avere pazienza.

Mi concedo un attimo per osservare l’aeroporto: un semplice parallelepipedo in cemento senza alcuno stile né pretesa. Una delusione, per essere quello di una metropoli.

Ma è già il momento di cercare un taxi: nel vocìo e nella confusione di chi aspetta qualcuno mostrando nomi su dei cartelli scritti a mano, riesco a trovare un taxi “ufficiale” e a dire al conducente il nome dell’Hotel prenotato. Gli chiedo quanto ci vorrà ad arrivare, mi dice “50 minutes” ma so già che non è vero: ci vorrà quasi un’ora e mezzo per arrivare all’albergo.

Appena lasciato l’aeroporto mi avvolge il buio della strada, mai illuminata da un lampione mentre attraversa una pianura desolata, lambita da casupole fatte di pannelli di lamiera e cartoni, con fuori bidoni per la raccolta dell’acqua piovana. D’un tratto scorgo un elefante, enorme, grigio scuro, rugoso, dalla pelle flaccida, che con passo ritmato e lento percorre di lato la nostra stessa strada. Un ragazzino in maglietta rossa e pantaloncini verdi, scalzo e con in mano una piccola frusta, gli dà la direzione del lento incedere.

Lo sconcerto è più forte della paura di investirlo. Il taxista lo vede, non si agita affatto, e senza neanche mettere la freccia lo supera. Mi volto a guardarli, incredula, ma il buio li ha già inghiottiti. Solo un bagliore, forse il riflesso della luce dei fari, balugina per un attimo sui finimenti a loro modo preziosi della grande testa dell’elefante.  

Dopo buche innumerevoli e altrettanti scossoni si entra in città: gli eleganti palazzi moderni, sedi di ambasciate e ministeri, ma anonimi, in stile neoclassico, potrebbero essere a Washington o a Londra, non svelano dove siamo.

Il taxi è una vecchia auto di fabbricazione britannica, di sicuro ha servito la corona negli anni di Churchill. Niente aria condizionata, finestrino aperto, lui, io preferisco di no.

Il conducente è un Sikh, si riconosce dal turbante e dalla lunga barba ben curata. Imperturbabile, tiene lo sguardo fisso sulla strada e non fa domande. Meglio, sono troppo stanca per fare conversazione in un faticoso “Indian-English”.

Sono le due passate quando il taxi attraversa il giardino ricco di palme dell’hotel, bianco e in stile coloniale.

Scendo, di nuovo l’aria carica di umidità mi investe e mi schiaccia. Qui almeno sa di terra, di piante sconosciute, di fiori colorati. E’ un’aria gravida, quasi un’immensa, densa placenta, in cui circolano particelle di sostanze misteriose che ancora non so riconoscere.

Entro nella hall, in perfetto stile coloniale: tutto è color ambra e la radica riveste il desk della reception, esageratamente grande. Tappeti intessuti di arabeschi sui toni del rosa attutiscono i miei passi. Le luci delle lampade basse si riflettono negli specchi e amplificano la sensazione di luce dorata che proviene dalle cornici. L’aria però è cambiata: si è fatta fresca, anzi, fredda, secca, il brusco sbalzo mi infastidisce.

Salgo in camera, al secondo piano. Il corridoio è ampio, ha le stanze tutte sulla sinistra, mentre a destra si aprono finestre alte, che terminano in un’arcata, e guardano sul rigoglioso giardino con la piscina, illuminato da lampade in ferro battuto ottocentesche.

La camera è in realtà un appartamento con un grande salotto, una camera da letto e un bel bagno. Peccato che l’aria sia gelida, secca, e il condizionatore sia rumoroso. Passerò quel che resta della notte a coprire di giornali le bocchette del freddo mostro.

Lascio le valigie ai piedi del letto e mi metto al lavoro per chiudere la bocca gelida. Dopo, in bagno mi lavo le mani e mi bagno il viso, non una ma diverse volte. Non mi asciugo. Vado nel corridoio e apro la finestra. Fra non molto sarà l’alba. Mi sporgo un po’ e chiudo gli occhi. Voglio respirare quell’aria ancora calda delle cinque del mattino. Sento con gli occhi chiusi la luce della luna quasi piena illuminarmi il viso. Sento i versi degli uccelli a me misteriosi narrare storie sconosciute. Aspiro profumi di spezie, di cibi, di fiori, di piante e anche di sangue e di smog. Sì, perché questa è la terra d’India. E più respiro profondamente più sento il mio corpo espandersi, farsi accogliente, gravido.

La mia maternità adottiva sta per compiersi. Il tempo sta per scadere, il frutto di una scelta sta per nascere. Così come ho dato alla luce il mio figlio naturale, fra poco farò nascere anche te, da questo stesso mio corpo, figlia mia.

Parco del Mensola: piccolo viaggio dietro casa con la Matite

Una giornata di sole, tanta voglia di vedersi (in sicurezza), piccoli miracoli di buonumore…..con i bergamotti di Daniele, lo scorrere dell’acqua cristallina, alberi secolari e la luna (quasi piena) in anteprima….

Il viaggio visto da Nadia:

foto di Nadia Peruzzi

Il viaggio visto da Lucia:

foto di Lucia Bettoni

Il viaggio visto da Rossella:

foto di Rossella Gallori

Il viaggio visto da Cecilia:

foto di Cecilia Trinci

E infine i bergamotti di Daniele!!!

Foto e ricetta di Lucia Bettoni

Terre di confine: Vanna

Land’s End – di Vanna Bigazzi

“Ho ascoltato la bella registrazione del vostro incontro che ha dato larga possibilita` comunicativa a tutti in modo tanto spontaneo. Anche la mia mente ha vagato nel mondo. Non ho fatto molti viaggi, ma dei pochi, mi sono rimaste forti sensazioni. Circa gli argomenti di cui avete parlato, mi hanno colpito le “Terre di confine” ed io vorrei parlarvi della mia esperienza in Cornovaglia e della sua penisola che possiede la punta di terra estrema sull’Atlantico: Land’s End (capo della penisola di Penwith).” (Vanna Bigazzi)

Cornovaglia foto Pixabay

Il grigiore del cielo e dell’Oceano erano impressionanti. Questo territorio adesso e` stato trasformato con la costruzione di edifici e addirittura con “parchi gioco”, ma negli anni ’70, quando lo visitai io, spingendomi a piedi fino alla cuspide estrema, regnava il deserto. Mi spiace che tali cambiamenti abbiano fatto perdere a questo luogo incantato, tutta la sua “drammaticita`”. Non ci sono parole per descrivere l’impatto emotivo che subii quando raggiunsi quell’estremo confine, sono riuscita soltanto a farne una poesia e credo veramente che la Poesia “possa” la` dove la parola non arriva.

          LAND’S  END

Quando lo sguardo oso` l’immensita`,

alla fine della terra,

per schiudersi alle acque:

dell’Oceano lo sgomento.

Confini larghi a sparire,

i pensieri si confusero

nell’altro da me,

 in uno sfumato ignoto.

Lo sguardo sospeso allo stupore

toccava l’al di la`.

 Un magma indistinto

Intuiva il pensier mio

e il “Grande Passaggio” immagino`.

Il freddo m’invase:

in quell’attimo, all’Eterno,

la mia vita consegnai.

Incontro 12 gennaio 2022

“I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma quello che siamo” (Fernando Pessoa)

Viaggiare insieme tra sogno e realtà, tra ricordi e desideri, tra piccole strade di città o in ampi continenti, tra paesi e borghi inattesi, da una curva all’improvviso a un terrazzo dove stendere i panni. La vita e la bellezza è ovunque. Dovunque abbiamo voglia di trovarla.

Abbiamo fatto vivere Istambul, e la Turchia degli anni 70, la Cina, il Libano, Parigi, ma anche le Alpi, i rifugi in montagna, il trekking con le sue fatiche e magie. Abbiamo visto il Saltino e i suoi angoli di pace, Firenze che resta “la città più bella del mondo”, i cieli visti da una macchina con il tetto trasparente e il punto di vista insolito di chi guarda con gli occhi all’insù. Abbiamo visto pericoli non visti e momenti drammatici imprevisti, la serenità di certi paesi poveri, il Portogallo e la Grecia, l’Abruzzo e la montagna che accoglie.

L’incoscienza dei viaggi giovani e la pacatezza di piccole escursioni mature, sensazioni di estremo e di confine, di stare a metà tra un mondo e l’altro. La libertà e la dittatura, lo sguardo del turista e di chi abita per un po’ un mondo diverso dal consueto.

Abbiamo visto facce, sentito mani, confrontato abiti, scarpe, modi di camminare, abbiamo visto bazar, mercati, frutta e colori, chador e tappeti, coperte e cieli stellati. Abbiamo visto vecchi pullman e traghetti, piccole macchine stracariche e strade polverose.

Come dice Nadia: “Abbiamo viaggiato tutti insieme, usando tutte le leve di un viaggio che non necessariamente prevede auto, aereo o treno. Spesso basta il pensiero e la voglia di continuare a sognare”.

disegno di Lucia Bettoni

Scelte non considerate: Rossella

L’Immacolata delle scelte – di Rossella Gallori

Aveva pensato di esorcizzare la sua solitudine, con una bellissima fascia di maglia melangiata in testa, un braccialetto sfacciato, scarpe comode e voglia di camminare. Gambe quasi buone e voglia di scoprire qualcosa, furono la molla che la fece uscire in una giornata fredda e ventosa, in un posto quasi sconosciuto.

Dopo un sentiero croccante di foglie, si trovò difronte ad una radura di un verde dalle mille sfumature, il sole scherzava tra le nuvole ricamando sul tetto del grande edificio un intaglio delicato.

Sul portone spiccava una targa in oro “ ISTITUTO FEMMINILE SANTA CHIARA IMMACOLATA DELLE SCELTE”

 Si meravigliò di tanto candore, di piccole finestre spalancate, di sbarre di ferro battuto dall’ aria fragile, di voci delicate, di una musica impercettibile; curiosa si avvicinò ed accorgendosi che la porta era aperta entrò, sulle pareti del lungo corridoio quadri senza cornice e grandi cornici senza immagini. Vasi  su cassapanche sbucciate dagli anni, rose bianche, foglie secche, spine nere di fiele, papaveri rossi, su ogni mazzo ciondolava un piccolo cartoncino: scelta numero1….2…..3….4……tanti fiori, tante scelte.

Varcò la soglia del grande salone, si stupì di trovare vecchie fanciulle appollaiate su alti sgabelli, lo sguardo fisso, triste, verso preziose finestre incorniciate da Pizzi  macramè svolazzano per la leggera brezza,   a labbra appena socchiuse ognuna parlava di sé:

ho scelto per paura la strada più facile, venivo da una famiglia solida, non avrei rinunciato al benessere….

La solitudine mi ha fatto  scegliere uomini sbagliati, mi ha fatto dimenticar la famiglia, far figli senza amore….

Ho cavalcato l’onda e dall’onda son stata travolta…

Potevo scegliere ma credevo di non poterlo fare, son stata ad aspettare il meglio, un meglio che non è mai arrivato…

Si sedette in un angolo  coinvolta e sconvolta da parole cupe e sguardi persi, allontanandosi pensò a se stessa, quando voleva scappare da una cosa vuota del suo unico amore, e non lo aveva fatto, quando  da bimba lavorava in casa, facendo finta di divertirsi, quando decise di smettere di studiare per aiutare la famiglia, quando si sposò con un paio di lenzuola e due asciugamani, fingendo che niente le servisse, quando decise di restare e sarebbe stato meglio andare, quando aveva ignorato una vita migliore….perchè così andava fatto per non dispiacere agli altri, ignorando se stessa……quando, quando, quando…

Una mano leggera le sfiorò la spalla destra distogliendola  dal torpore dei ricordi: la sua stanza è pronta, disse una voce morbida, accogliente…..al primo piano reparto “scelte non considerate”…lo seguì a testa bassa guardandosi intorno ad ogni passo….forse era già stata li.

Ricamo e ricordo: Anna

Ricamo materno – di Anna Meli

foto di Anna Meli

Agili dita con mosse eleganti disegnano stoffe di lino, di seta. Ogni suo punto un pensiero che crea.

            Dipinge corone di fiori e di foglie in un susseguirsi continuo di minimi passi. L’ago punge, senza far male, la morbida stoffa seguito dal filo che scorre tranquillo e disegna paziente e sicuro.

            Il mio sguardo di bimba segue le agili dita e gli occhi attenti e sereni e ne avverto la calma e la sicurezza. Un attimo e… l’ago le punge il dito: una piccola goccia di sangue, raccolta da un bacio veloce, appare e non macchia,.

            E il lavoro continua come ogni cosa che vive e lascia una traccia di sé.

La scelta: Carla

La scelta giusta – di Carla Faggi

A volte ho scelto con consapevolezza, altre sono andata a naso, spesso  ho fatto tutto il contrario di quello che mi veniva consigliato altre invece ho seguito il buon senso.

Ho cambiato idea molte volte e sono stata costretta a riscegliere. Anche gli  studi fatti a zig zag cambiando discipline e interessi tutte le volte che potevo, quindi arrivando a conoscere un po’ di tutto ma niente bene.

La leggerezza della vita mi dicevo.

Nelle scelte amorose mi sono permessa di cambiare idea e di sbagliare a cambiare idea.

Sempre la leggerezza della vita mi dicevo.

Poi finalmente l’incontro con un eroe a cui permetto di farmi fare la scelta giusta.

E quando ne fai una di giusta poi ci trovi gusto e quindi eccomi qui, sopravvissuta e soddisfatta.

Forse sono stata fortunata che tante scelte sbagliate non siano state poi così devastanti e quelle giuste siano state giuste per davvero.

Forse il caso oppure anche quel che basta di consapevolezza.

Si nasce senza scelta: Stefania

La scelta di nascere e di morire – di Stefania Bonanni

Si nasce senza averlo deciso. Si può decidere di morire.

Se non fosse stato per quella spinta violenta, se la spinta avesse dovuto essere lei a darla, se ne fosse stata consapevole, forse non sarebbe nata. Aveva cominciato a non scegliere.

Capitò in una famiglia che non le piaceva, del resto non l’aveva scelta. Ebbe un fratello più grande ed una sorella più piccola. Del maggiore non fu mai alla pari, costretta per sempre a rincorrerlo. Della sorellina non ebbe mai la grazia, la delicatezza, il modo di battere le lunghe ciglia sugli occhi sognanti, la bocca a cuore che si increspava nelle smorfie. Non avrebbe voluto essere paragonata, ma non lo poté scegliere, e le capitò.

Cominciò presto a rintanarsi, quando capì che non dare problemi faceva sì che la lasciassero in pace. Andò a scuola e si ritrovò con compagni che non aveva scelto. Qualcuno le piaceva, qualcuno la infastidiva, ma tutti la intimidivano.

Fece la seconda perché veniva dopo la prima, le medie perché seguivano alle elementari, le superiori perché venivano dopo le medie. Non scelse lei che indirizzo dare ai suoi studi. Non le piaceva nulla davvero, tutto le sembrava troppo difficile, troppo impegnativo. Scelsero i suoi, il corso di studi più corto. Quando ebbe il diploma di segretaria, trovò lavoro nello studio di un amico di suo padre. Non avrebbe mai, e “mai” lo ripete’ più volte il capufficio, dovuto prendere iniziative personali. Fu sempre silenziosa e dovutamente impersonale.

Intanto i giorni, i mesi, gli anni, passavano senza scossoni, come essere in un’utilitaria, su un’autostrada con il limite di velocità a 50 km l’ora. Sembrava tutto andasse piano. L’accelerazione ci fu quando suo fratello si sposò. Comnciarono discorsi sulla “sistemazione” che anche lei avrebbe dovuto trovare. Vent’anni sembran pochi, ed anche trenta, poi ti volti a cercarli e non li trovi più.

Quando si sposò anche la sorella minore fu come se lei fosse stata spinta in prima fila. Il problema ora era evidente. Quando le chiedevano se avesse un amore rispondeva: “non so scegliere”. Come se l’amore si potesse scegliere. Arriva e basta: non si sceglie un uomo, non si sceglie più nulla. Per amore son state fatte pazzie, sono stati vissuti dolori e gioie violente. L’energia dell’amore fa sembrare luminosi, si può credere di essere capaci di tutto, pur di stringere tra le braccia quell’unica persona al mondo che l’amore ha scelto per te.

A lei non era successo. I suoi le spiegarono che era l’ora, e pazienza se non era innamorata. Avrebbe imparato a voler bene a quel brav’uomo, modesto e lavoratore. Lo sposò senza emozione. Continuò a mettere in pratica la lezione avuta in ufficio: mai prendere iniziative, mai.

Quando si trovò il marito addosso, che la forzava ad aprire le cosce, le spalancò con rassegnazione. Durò pochissimo, e lei pensò che se era tutto lì, allora si poteva fare. Presto si accorse di aspettare un bambino, e se lo lasciò crescere in seno più per vedere come andava a finire, che per amore. Partorì un maschio, buono e sano. Ma i figli di suo fratello erano oggettivamente più belli, e quelli di sua sorella più vispi, più grassi, più… più…

 E tutti, davvero tanti, a dirle cosa fare, come fare. Non davano consigli: piuttosto giudizi: una mamma capace deve sapersi imporre con i figli, e prendere decisioni sui comportamenti, le scuole, lo sport, l’alimentazione, i giochi, le compagnie. Lei lasciò scorrere la vita come veniva.

Quando il figlio fu adolescente le disse di essere convinto avrebbe fatto la stessa vita, fosse stato orfano di madre.

Il suo poco mondo le cascò addosso tutto insieme, provocando fratture e ferite così profonde che non se ne vedeva l’origine.

Lei non seppe più uscire da quella caverna. Avrebbe avuto bisogno le buttassero una corda, ma non la chiese, non chiamo’ cercando aiuto, e scivolò sempre più giù. L’oscurità ed il silenzio le riempirono gli occhi, i polmoni, le mani, lo stomaco.

Non l’aveva scelta, la malattia.

La lasciarono andare come si butta a mare una zavorra, per essere più leggeri e veloci.

E lei questa volta decise. E se ne andò.

All’ombra del ricamo: Tina

Ombra e punt’ombra – di Tina Conti

foto di Tina Conti

La storia del ricamo, ricorda il flusso della mia  vita. Quello che è bello mi attrae, e ammalia. Le cose che non so fare,  posso provare a impararle.

Così per il ricamo, i lavori con il legno, la maglia, coltivare le piante, cucire una camicia, un lenzuolo, riparare la bicicletta.

Mi piace imparare e fare da sola .

A volte rovino e strapazzo i materiali, ma spesso mi accontento dei risultati, poi però, rubo con gli occhi ai capaci per progredire.

Ho sempre un progetto in testa e uno che devo rincorrere perché mi scappa. Confesso che prendo appunti: accomodare la seggiola, dipingere la cornice, cercare soluzione per la giacca che non mi sta più.

E mentre armeggio, mi perdo in altre occupazioni, cambio la terra a una pianta, ritocco il lavoro ad acquerello del giorno prima.

Quando ho queste giornate di 2libero” come le chiamo, la casa è un bailamme.

Ritorniamo al filo e ago: rimanevo incantata dai colori che RITA, con sveltezza metteva nei suoi lenzuoli, centri, tovaglie.

 Così da bambina mi sono comprata un paio di lenzuoli e disegnata fiori colorati.

Il lavoro da molto lontano era piacevole, ma da molto lontano.

L’estate sotto i platani, si ritrovavano le ricamatrici vere, sfilati, punto ombra, intaglio. Io ho rubato con gli occhi, decisamente i risultati mi attraevano.

Così ho sperimentato, con dubbi risultati  tutti i punti del  ricamo.,

Nel frattempo continuavo con  la scuola e lavoretti saltuari.

Rifinire golf da una magliaia, e confezionare animaletti di panno peloso.

Ho lavorato un mese intero, impestando tutta la casa per una vera miseria.

Finita la scuola, sono andata a bottega da dei decoratori su metallo.

Bel lavoro, con la lente per le miniature, suggestioni degli smalti in cottura

Ma ancora poca paga. finalmente la decorazione del legno,ero diventata brava e svelta con questo lavoro a domicilio molto ben pagato.

Ho cominciato ad andare in città per lavorare nelle scuole e i negozi di ricamo erano i miei preferiti da sbirciare e ai quali  ispirarsi.

I disegni li ho sempre fatti da sola, così ho contribuito a confezionare tutte quelle stoffe che la mamma comprava per il famoso “corredo”

Quando sono riuscita a fare il punt’ombra, mi è sembrato di aver raggiunto un vero traguardo. Così, lenzuoli, tovaglie e asciugamani erano pronti per la nuova casa da novella sposa.

In seguito il ricamo è diventato  il momento di riposo e raccoglimento.

Sempre in movimento, trovare il tempo di pace e ascolto non mi sembrava vero.

Con la radio accesa, oppure sotto l’ombra di un albero trovavo la mia oasi di pace.

Per la casa per i figli e gli amici due punti li facevo volentieri, e anche adesso, se nasce un bambino fra gli amici o parenti, un bavaglino o un lenzuolino lo faccio volentieri, proprio col cuore, perché nel  mio ricamo, come ingrediente essenziale,  ci vuole il cuore.

La scelta delle donne: Carla

Donne- di Carla Faggi

Sonia è una donna moderna, realizzata.

Ha un ottimo lavoro, una famiglia deliziosa composta da un marito e due figli, i genitori ancora in vita anche se il padre non è autosufficiente. Inoltre è impegnata politicamente nel consiglio comunale del suo paese.

Come concilia il suo lavoro, la famiglia, la politica?

Facile. I ragazzi li accompagna lei a scuola quando va al lavoro poi a riprenderli ci pensa Ana, una ragazza ucraina che lavora part time per Sonia, lei adora stare con i bambini, dice sempre che quando sta con loro gli sembra di essere a casa con i suoi di figli che vede pochissimo e che stanno crescendo senza di lei. D’altronde non aveva avuto scelta se voleva sfamarli li doveva lasciare ai nonni e venire a lavorare in Italia.

Per tornare a Sonia quando Ana aveva il suo giorno libero ci pensava la nonna ai ragazzi tanto il marito infermo era accudito da Maria una non più giovane donna peruviana che viveva con loro e con il suo lavoro di badante accudiva a tutta la sua famiglia rimasta in Perù. Non aveva avuto scelta nel suo paese era molto difficile avere un lavoro e la sua era una famiglia numerosa.

La sera Sonia un giorno si e l’altro pure si occupava di politica, i figli andavano a letto presto e poi c’era il marito e quando lui era assente c’era sempre Concetta, che si occupava delle pulizie di casa di Sonia e che cercava sempre di fare qualche lavorino extra come baby sitter per permettere ai figli di condurre una vita decente, d’altronde separata da un ex marito disoccupato non aveva scelta che procurarsi tutti i lavori possibili.

Quindi Sonia era contenta, si sentiva una donna libera e soddisfatta, felice di vivere in questo mondo e in questa epoca dove le donne erano libere di scegliere la loro vita, lavorare, avere figli, essere impegnate politicamente. Inoltre stava anche scrivendo un libro: “Come le donne si sono emancipate nel ventunesimo secolo”.

Visto però che le favole anche quelle moderne hanno tutte una morale e tutte dovrebbero finire con “vissero felici e contenti” cerco di trovarci una morale ed un buon finale.

Per la conclusione mi risponde Sonia che giustamente dice che se non gli dai da lavorare stanno peggio, e poi le ha regolarmente assunte con stipendio dignitoso.

Per la morale la retorica direbbe che finchè una sola donna non è libera di scegliere nessuna lo è. Sempre la retorica direbbe lotta politica, uguaglianza sociale, opportunità per tutti.

Ma io detesto la retorica. E quindi non so trovarci la morale.

Si perchè io oggi, contenta della mia terza dose di vaccino, consapevole che la maggior parte del mondo, quella povera non l’ha avuto, rispondo che da sola la morale non la so trovare.

Se volete aiutatemi voi matitine……

La scelta delle donne: Vanna

I due volti della discriminazione – di Vanna Bigazzi

In modo certamente semplicistico, credo che la prima discriminazione della Storia sia stata quella dell’uomo nei confronti della donna, ai primordi. Il motivo? La superiorita` della forza fisica dell’uomo, da cui il suo approfittamento. Nel corso dei secoli, questo abuso si e` ovviamente modificato ma siamo dovuti arrivare alla fine ottocento, in Italia al 1946, qualche annetto dopo, direi, perche` le donne venissero considerate degne di far valere la loro opinione. Un effetto tardivo di civilta`? No certo, le donne erano e sono molte ed i loro voti comunque sono serviti e serviranno. Pseudoscherzi a parte, non e` proprio di questo che vorrei parlare ma della figlia del pregiudizio: la discriminazione come “ malattia della mente e del cuore”. Di come crei differenza e distanza anziche` comprensione e vicinanza. Il razzismo, nella sua ideologia, affonda le radici nella discriminazione. Ad Atene, dove e` nata la Democrazia, erano esclusi dalla vita politica: stranieri, donne e schiavi, mah… Insomma tutti quelli che per qualche verso si trovavano in condizione di “diversita`” rispetto all’uomo, quello vero, tanto per intendersi, che avesse qualche spicciolo nelle tasche. La donna poi, nei secoli, purche` non schiava, (le schiave servivano ad altro), e` stata riconosciuta nel suo ruolo di moglie e di madre. Come moglie non e` poco, come madre assolutamente inconfutabile. Ma veniamo ai giorni nostri e a rispondere alla domanda se in un passato, non troppo lontano, quello della nostra giovinezza, noi donne abbiamo veramente avuto la liberta` di scegliere il nostro futuro. L’argomento “ricamo” ci ha portato a questa considerazione, ma non solo l’attivita` del ricamo, anche tutti quei lavori ritenuti idonei ad una donna perche` potesse divenire minimamente indipendente, cosa che in fondo faceva piacere a tutti. Sinceramente non penso che la maggior parte delle giovani che eravamo, siano state libere di prendere in mano la propria vita, escludendo i casi, certamente non pochissimi, in cui siano state amorevolmente spinte e incoraggiate dalla famiglia e dall’ambiente circostante, a realizzare le proprie aspettative. Ad ogni modo credo che abbiamo dato veramente il massimo all’epoca, nei limiti che ci sono stati concessi ma anche con una lotta sostenuta in tempi non paragonabili a quelli di oggi. Non meravigliamoci dunque del conseguente fenomeno del “Femminismo” che in quanto esasperato, da movimento di protesta, degenero` a sua volta, in una forma di razzismo: “la castrazione dell’uomo”. Questo fatto fa riflettere sugli effetti del risentimento e del rancore socializzato. Da vittime si puo` divenire carnefici e proprio da qui: i due volti della discriminazione. Veramente brutta cosa, la discriminazione, un cane che si morde la coda, un abominio dal quale sembra difficile uscirne. Concludendo, forse utopisticamente, potremmo guarire da questa “malattia della mente e del cuore” ridefinendo il pensiero con parametri di uguaglianza e non con la corsa al potere, risanando le forze dell’umanita`che esistono in noi come ha fatto Gesu` riscattando, col suo sangue, gli uomini dal peccato.

La neve non ha scelta: Carmela

Fiocchi senza scelta – di Carmela De Pilla

foto di Carmela De Pilla

Cadono.

Cadono lentamente

s’incontrano, si abbracciano

mai si scontrano

Ognuno segue la propria strada

guardano dall’alto in basso

senza sospettare la loro fine

E cadono

Non hanno scelta

la terra li chiama

E intanto tacitamente

tessono raffinati ricami

Tutto si ricopre di una coltre bianca

e lo stupore mi pervade

Una strada è solo una strada: Cecilia

“IL COMPITO DI UN GUERRIERO E’ QUELLO DI TRASFORMARE IL PROPRIO MONDO IN UN TERRENO DI CACCIA” (Carlos Castaneda)

 La scelta – di Cecilia Trinci

Non mi ha soltanto lasciata sempre libera di scegliere.

Mio babbo ha fatto di più.

Mi ha insegnato a scegliere ogni volta.

E io ho imparato.

Mi ha insegnato che per prendere la strada davanti a un bivio bisogna ascoltarsi bene, sentire da dove viene la voce che ci chiama e andare.

Senza avere paura di cosa penseranno gli altri, di quello che comporterà e nemmeno delle nostre paure.

Ho imparato. E quando è toccato a me insegnare a farlo, ho usato le sue parole e le ho ripetute: “Scegli la via che ti chiama e non avere paura”.

E così anche mia figlia ha sempre scelto.

Più tardi ho letto un libro: A scuola dallo stregone di Carlos Castaneda:

Esamina ogni strada con accuratezza e ponderazione.

Provala tutte le volte che lo ritieni necessario.

Quindi poni a te stesso, e a te stesso soltanto, una domanda: 

Questa strada ha un cuore?

 E’ l’unico interrogativo che conti davvero. Se il cuore ce l’ha, la strada è buona. Se non lo ha, non serve a niente.”(Carlos Castaneda). 

Non avevo scelta: Lucia

A mio padre – di Lucia Bettoni

foto di Lucia Bettoni



Non ricamerò sotto la pergola
Non starò a capo chino senza guardarti negli occhi
Sono salita sul tetto della nostra casa nel punto più alto
Mi sono seduta sui coppi di terracotta e ho
guardato le nuvole sparire all’orizzonte
Oltre la collina la vita mi chiamava
Era la mia vita e io non avevo scelta
Sono partita per un lungo viaggio e sono tornata dopo mezzo secolo
Con cura e con amore restauro ciò che mi hai lasciato

Scelta e non-scelta: Laura

Abbiamo scelta? – di Laura Galgani

“Dio vuole che ci poniamo delle domande, non che troviamo risposte“ Papa Francesco, Epifania 2022.

Non avevamo scelta. Mi sorprendo a riflettere su questa affermazione e chiedermi se per me sia vera.

Lo è, a livello personale? E ancor più, in senso collettivo? Non so dare subito una risposta. Devo interrogarmi in profondità.

Il principio di causa-effetto mi si presenta alla mente per primo: ogni fenomeno cela dietro di sé la spinta che lo ha determinato e produce a sua volta degli effetti. Quindi, una non – scelta è il frutto della mancanza di determinati presupposti. È il ripetersi di una simmetria in equilibrio.

Se non si sceglie, come individui o come collettività, è perché non sono maturate le condizioni per poterlo fare.

Che si tratti di non ricamare più, di partecipare al gruppo delle Matite o meno, di rovesciare un tiranno dal trono o no.

Ma allora mi chiedo: cosa accade, esattamente, nel momento in cui le condizioni di simmetria che fino a quel momento avevano portato ad una non – scelta, e quindi al ripetersi dello status quo, improvvisamente cambiano, e l’equilibrio si rompe, determinando una rottura che sfocia in un cambiamento, anche radicale ed improvviso?

Chi, o che cosa, sceglie, goccia dopo goccia, passo dopo passo, parola dopo parola, di introdurre nei fenomeni piccoli mutamenti, che, sommandosi, ad un certo momento – non prevedibile – portano alla rottura dell’equilibrio precedente e al nascere di un nuovo scenario?

La simmetria infranta, la fluttuazione del vuoto che si riempie di materia, da cui è nato l’universo, è stata una scelta?

Perché quel nucleo iniziale, che immagino denso e stabile, ha voluto provare un brivido, una scossa, divenendo cosciente di sé e differenziandosi da quel tutto in cui esisteva in maniera perfetta?

Tutto è determinato da ciò che è e ciò che è stato.

Nel mio piccolo posso solo accettarlo e decidere di vivere fluendo dentro il flusso della Vita, che è perfetta così com’è.

Non avevamo scelta – Ricamo e libertà: Nadia

Le ragazze degli anni 60 – di Nadia Peruzzi


Erano i primi anni 60 quelli in cui anche il tappeto d’asfalto dell’autostrada aveva iniziato a collegare il nord e il sud del paese e le prime macchine cominciavano ad avere prezzi più popolari e le utilitarie entravano anche nelle case dei lavoratori.  Pagamento a rate,  come per tutto il resto,  su quello non c’era dubbio.
Nell’aria cominciavano a farsi sentire le canzoni dei complessi che soppiantavano man mano le vecchie glorie del bel canto italico.  Erano gli anni in cui nella sala da ballo del Circolo Ricreativo e Culturale di Antella i big della canzone li potevi vedere da vicino,  se non toccare proprio.  Per noi erano sogni che si traducevano in realtà.  Noi che per anni nemmeno avevamo saputo come erano fatti,  noi che,  senza tv,  li ascoltavamo alla radio fremendo in attesa della proclamazione del vincitore di Sanremo.
Ma chi eravamo noi?
Eravamo le ragazze degli anni 60.  Mogli,   sorelle,  cugine, amiche.  Con i nostri vestiti di cotone a fiori stretti in vita,   con le passate sui capelli alla moda di Grease.
Noi che finita la scuola cercavamo un impiego alternativo a quello dei campi che stava iniziando a sparire insieme alle famiglie contadine che cominciavano a trasferirsi altrove,  e a quello della fabbrica che ci avrebbe portato lontano da casa per troppo tempo visto che le grandi fabbriche erano per lo più dall’altra parte della città.
Noi che cercavamo strade per la nostra indipendenza economica e per integrare in qualche modo il bilancio delle nostre famiglie e ci siamo imbattute nel lavoro a domicilio e nel ricamo.
Era fiorente all’Antella in quegli anni.
Non c’era casa che non avesse almeno una ricamatrice,  guantaia o una delle decine e decine di attività legate a quella tipologia di lavoro.
I Barbieri,  i Ceccherini,  i Migliorini,  le Ferrini alcuni dei nomi di chi ha fornito il lavoro e fatto fortuna con il nostro lavoro e la nostra maestria.
Noi passavamo il tempo chinate a finirci gli occhi.  Ora dopo ora,  giorno dopo giorno.  Spesso era difficile ritagliarsi lo spazio libero del tutto anche nelle feste comandate .
Toccavamo stoffe delicate e vaporose che avevamo paura di sciupare da quanto erano belle.
Il telaio era il loro letto.  Le tiravamo,  le sistemavamo con amorevolezza cercando di eliminare qualsiasi piega anche minima.  Poi arrivava la carta col disegno e sulla stoffa comparivano quelle linee di colore azzurrino . Fiori,  cifre,  lettere,  spighe di grano,  rose,  fiordalisi,  mughetti,  anemoni . La scelta dei colori e del filo era la stoffa stessa ad orientarla,  ma più spesso a decidere era la commessa che si riceveva al momento in cui si andava a prendere il lavoro.
Poi i punti fitti fitti come note su uno spartito musicale.
Un lavoro spesso chiuso nelle mura domestiche,  nei ritagli di tempo delle incombenze casalinghe,  e in molti casi notturno.
Dove era possibile il telaio era luogo di ritrovo.  Se vicine di casa ci mettevamo d’accordo,  trovavamo un punto comune,  soprattutto nella bella stagione,  ognuna portava una sedia e un telaio e il gruppo era fatto.
Era un piacere avvicinarsi a quei gruppi per vedere quelle mani che correvano sulle tele, quegli occhi vivaci, quella sapienza che si traduceva filo dopo filo in opera d’arte.
Correvano le vite attorno a quei telai. Le nostre e quelle degli altri.
Gli amori che stavano per nascere, quelli finiti e passati, le nascite, le malattie, le morti.
Era un fiorire di storie sui personaggi che in una comunità non mancano mai . Da noi il Pini e la Bianca , sua moglie, Angiolino che in un certo momento si mise a passeggiare per il paese con una capretta, o il Nanni gran simpaticone, aiutavano a tirar fuori dai cassetti dei ricordi aneddoti che in breve erano diventati patrimonio collettivo.
Anche i grandi eventi della politica si affacciavano a quei crocchi. Erano gli anni delle passioni forti e di grandi idealità e il senso comune ne era pervaso.
Non mancavano nemmeno i racconti sui big della canzone, o i riferimenti ai fotoromanzi con le loro storie e gli attori che ne erano protagonisti e facevano sognare.
Intanto le mani correvano su quei rasi, su quei lini , su quelle organze di seta, su quei cotoni leggeri. Anche ad un occhio di bambino come il mio di allora giungeva l’eco del capolavoro.
C’è voluto del tempo prima che avessimo coscienza del fatto che quei nostri capolavori giravano per il mondo, arrivando a destinazioni lontane e lontanissime. Il nostro orizzonte all’inizio lo immaginavamo limitato al tratto breve che ci separava da chi ci forniva il lavoro, e andava non molto oltre quello.
Le case dei signori a Firenze e provincia o in qualche altra città italiana.
Lo stare insieme alleggeriva la fatica. A volte dava l’idea di una festa , soprattutto quando ci si poteva riunire fuori casa, nelle corti, sotto gli alberi del viale.
Festa non era . I pezzi che prendevamo dovevano essere completati in un tempo determinato e non c’era ritardo o giustificazione che potessero essere accettate. Anche la malattia non aveva tutele. Le opere d’arte si traducevano in oro per chi dava il lavoro mentre dall’altra parte spesso i compensi erano del tutto inadeguati alle ore e al lavoro che ci veniva richiesto. In fin troppi casi nemmeno i contributi per la pensione erano previsti, tanto meno pagati.
Noi ragazze degli anni 60 dovemmo attendere fino 1973 che il Parlamento varasse una legge sul lavoro a domicilio come forma di lavoro subordinato e soggetto quindi ai doveri ma anche ai diritti del caso. E come per tanti altri settori il miglioramento non avvenne per grazia ricevuta ma dopo lotte e impegno collettivo.
Noi che eravamo ragazze negli anni 60 abbiamo visto un paese in ebollizione, in grande cambiamento e alla ricerca della sua modernizzazione.  Abbiamo attraversato tutto questo mettendo in campo i nostri sogni, le nostre aspettative, la nostra voglia di fare e collezionando anche non poche delusioni e soprusi.
Sappiamo di aver percorso la vita compiendo scelte. Piccole o grandi tocca a tutti farle. Dovessimo fare un bilancio in merito alla condizione di lavoro, pur tenendo conto di tutto quanto ci siamo detti fino a qui a volte c’è capitato di chiederci se in fondo la strada che abbiamo intrapreso non fosse stata segnata anche dalle circostanze e dalle occasioni che c’erano o non c’erano allora.  E il dubbio che resta è che ci si siamo dovute adattare in un modo o nell’altro. In somma e in fondo . La sensazione a distanza è che non avevamo poi tutta quella grande scelta che la visione romantica del mondo del ricamo può far balenare.

La stanza sospesa: Nadia

La stanza sospesa – di Nadia Peruzzi


Se mi chiedono come stai in questo periodo, rispondo quasi sempre con un “ se deve andare peggio, che vada così come sta andando ora!”.
Interlocutoria ma sincera, data la cappa di incertezza che ci opprime da un bel po’.
Traducendo tutto questo in una stanza mi è venuto da pensare ad una stanza in cui prevalga un sensazione di sospensione. Dei pensieri, dei sogni, dei progetti, dei piani a medio o lungo termine. Si vive alla giornata.
La mia stanza è una stanza sospesa, fra un ieri scombussolato alquanto dal presente e un domani che non sappiamo quando tornerà a regalarci di nuovo tranquillità e piena di libertà.
Cerco di viverla senza ansie particolari , prendendola un po’ così come viene. Se dovessi pensare al tempo che scivola via e che non si riagguanta più o in termini di “ma quante albe e tramonti mi potrà capitare di vedere ancora?”, sarebbe depressione assicurata.
Invece nel carpe diem si prende atto di cio’ che c’è, del calore che trasmette la stanza dove passo buona parte del mio tempo, della luce che l’attraversa e la rischiara, del movimento e della confusione con cui i bambini la riempiono e la ravvivano ogni volta che sono con me, delle voci che arrivano via cavo e risuonano spesso come un rumore di fondo che ha fin troppo di ciò che si deve sapere ma non è sempre detto che sia la verità.
Il qui e ora solo io, diventa nello stesso angolino un noi nei mercoledì dei nostri incontri,vicini pur da lontani, a contatto se non di gomito, di certo di spirito e di sentimento.