Alla Carrozza 10 del Teatro Comunale di Antella: racconto di una specialità personale…..
…..con fiori, dolci, coccole e colori (foto di Lucia Bettoni e Cecilia Trinci)


















Le Matite con gli occhi di Patrizia Fusi:















Alla Carrozza 10 del Teatro Comunale di Antella: racconto di una specialità personale…..
…..con fiori, dolci, coccole e colori (foto di Lucia Bettoni e Cecilia Trinci)


















Le Matite con gli occhi di Patrizia Fusi:















Il cubo del 1000: lunghezza, larghezza, profondità – di Gabriella Crisafulli

Un groviglio di tensioni è abbarbicato al volto.
Lo imprigiona in una smorfia senza sorriso.
Sul cuore gravano sentimenti contraddittori in conflitto fra loro.
Vivere il giorno che incomincia è una impresa.
Tutti quei fili che intralciano lo scorrere del tempo erano stati allentati e quasi del tutto attutiti da tanti anni di amore.
Nel gioco dell’oca della vita, senza quell’amore si ritorna alla partenza.
Nella prima casella c’è una giovane donna seduta e una bambina in ginocchio dinanzi a lei che bacia la mano per chiedere perdono.
In quel gesto la bambina colpevole smarrisce la propria dignità, l’autostima, la fiducia in sé, il riconoscimento dovuto dall’altro.
Tanto più che quella giovane donna è adorata da chi la supplica.
Il dolore della mente non è tanto in quel gesto che genera sofferenza, ma nel fatto che quella giovane donna agli occhi di chi la implora è oggettivamente una persona sensibile, affettuosa, gioviale, seduttiva … con gli altri, bambini o adulti che siano: ne è testimone.
Ma non con lei.
Nell’abisso generato da due realtà così dissimili fra loro si smarriscono nel tempo la logica, i sentimenti, il senno.
Anche perché in quella prima casella c’è anche un padre il quale, al rientro dal lavoro, su esortazione della madre che si rammarica del comportamento della figlia supplice, prende in braccio la bambina per picchiarla con vigore senza proferire parola.
E questa è una delle tante situazioni surreali.
Era nata cinque anni prima di quella supplica.
Il padre voleva chiamarla Regina.
Poi scelsero il nome di una principessa.
Nella mente manca il passaggio da principessa a paria: cos’era successo?
Perché era femmina?
Perché si ammalò subito?
Però era brava, assolutamente immedesimata nella parte di adepto convinto e devoto.
Seguace così osservante da guadagnarsi l’appellativo di “Pappagallo”.
Un marchio come nel motto dei Carabinieri: “Per sempre fedele”.
Le parole di madre e padre erano dogmi insindacabili al di là e al di sopra di qualunque ragionamento o patimento.
Una cosa erano le verità genitoriali indiscusse e indiscutibili, una cosa erano i sentimenti che forse provava ma di cui non era consapevole.
Un doppio binario.
Forse triplo, quadruplo, chissà.
Pensieri su percorsi che non si incontrano.
Certo per una mamma narcisista compulsiva deve essere stato faticoso l’arrivo di una figlia che il papà voleva come Regina.
E poi dover stare dietro alle sue continue malefatte costituiva un impiccio: infilava le forcine nella presa della luce, si tagliava il volto con una lametta, si faceva mordere da un cane proprio vicino all’occhio, si buttava giù da costruzioni precarie e muri alti, pedalava su una bicicletta senza freni con i pattini ai piedi finendo giù per le scale, …
Era tutto un andi e rivieni dagli ospedali.
A nulla servivano i bigliettini con scritte di aiuto sparpagliati per il giardino della scuola elementare di Varese.
Ma arriva un amore grande e potente che sa di vita, di gioia, di futuro.
Sul passato scende un velo, si dimentica, si va avanti spensierati.
La perdita di quell’amore fa collassare il mondo: riporta alla prima casella del gioco.
Approdare ad Antella dalle Matite poteva essere un tentativo per liberarsi dalla fatica di un’esistenza in bilico.
Pensa che sia come una scuola, invece è un viaggio.
Le Matite parlano, scrivono, commentano, ridono, polemizzano, mediano.
È un ping pong di idee, affetti, luoghi, persone, cose, fantasie.
È tutto uno svolazzare di visioni, suggestioni, amori, pene, passioni.
Per quella che forse non è mai stata una bambina è un rispecchiamento.
Scopre così che lei a sua madre non bastava.
Scopre che la mamma non ce la faceva a nutrirla e per questo si era ammalata.
Oggi le Matite saziano.
La colata lavica aveva bruciato tutto ma dopo alcuni anni si vede in qua e in là qualche rametto verde.
Oggi sa di non piacere e se ne fa una ragione: non è stata apprezzata per tanti anni malgrado tutti i suoi sforzi, adesso è il caso che si viva com’è.
Anche lei ha camminato nella bellezza della natura in un autunno a Nava lungo il sentiero che si snodava tra i filari di vite: uno scorcio di libertà al di fuori della caserma e del controllo.
Anche lei nel chiuso della sua cameretta, di nascosto a tutti, aveva un cerimoniale.
Adesso “Aveva la bellezza di cui solo i vinti sono capaci.
E la limpidezza delle cose deboli.
E la solitudine, perfetta, di ciò che si era perduto”
alla Carrozza 10 del Teatro Comunale di Antella
Le domande:
Ognuno scrive una domanda destinata a qualcuno del gruppo.
Foto di Lucia Bettoni e di Cecilia Trinci






Abbiamo ospiti osservatori: Rita e Silvana.
Letture da:

L’intervista
Un’intervista tra Lucia e Luca, mirata a comporre domande idonee e formulare risposte adeguate.
Il “gioco letterario” supera le stesse sue intenzioni e diventa un momento di particolare intensità in cui tutti vengono coinvolti e danno il loro splendente contributo.














Il tutto accompagnato da un verde profumato, da coccole di caffè e the, da sapori inediti di biscotti alla cannella e zenzero e dalla gioia di un Vin Santo fiabesco.
La serata è stata video registrata.
Solitudine – di Stefania Bonanni

Mi piacciono le chiese vuote, dove non ci sono funzioni, dove non c’è motivo ci siano turisti.
Mi piace entrarci d’estate, quando spingendo il pesante portone si sbarca sull’isola. Un’isola in penombra, profumata di cera accesa ed ormai consumata, di incensi orientali bruciati in strumenti dondolanti che servono per spargere attorno fumi densi che evocano memorie di momenti solenni e a volte persi nel tempo, risvegliati da odori magici e potenti.
Mi piace sedermi al fresco, nella pace antica. Mi piace sedere nella fila di sinistra della navata centrale, vicino al corridoio che separa le due file, in terza fila. Penso che era il posto della mia nonna, che in quel posto ha sgranato centinaia di rosari pronunciando parole delle quali non conosceva la traduzione, e quello che allora mi sembrava un assurdo ora mi sembra una magia, forse era aramaico, o un”altra lingua antica, ma di certo era dolce, era speranza, era futuro, era anche per me. La penso tanto in chiesa, ed a momenti mi sembra di capire. Per una contadina dalle mani ruvide e la schiena piegata dalla falce, sedere in chiesa col vestito della festa e parlare con il cielo era una dimensione “altra” , forse già guardare all’insù era nello stesso tempo santificare la fatica di una vita dura ed affidarsi alla dolcezza di angeli morbidi, ricoperti di piume, e madonne con vesti lunghe e colorate, che di sicuro non erano adatte a fare l’erba nei campi, era pregare e sognare, e crederci davvero. Era forse trovare la ragione per continuare.
Io non entro per pregare. Piuttosto per chiudere fuori il mondo, per cercare il silenzio. Poi però prego, e cerco di non chiedere, mi sorprendo a raccontare, ad infilare in quegli spazi che ho cercato di aggirare. A volte non cerco risposte, solo ascolto, e comprensione, e solitudine.
Anche io ho bisogno di una dimensione “altra”, insieme più alta e più bassa. Più inaccessibile, da filosofi, teologi, gente che spiega quello che se fosse spiegabile non sarebbe, e nello stesso tempo più da bambini, da occhi luminosi di vita, da incredulità, voglia di giocare, di esserci e starci bene, da intuizioni e mani intrecciate, non molto di più.
E penso in solitudine. E non posso non pensare a quello che per me è ed è stato un grande padre. Un uomo molto anziano che ci lascerà tanti libri ed una brandina. Che vive solo ma accoglie tutti, ed a tutti parla con un vocione potentissimo, inusuale in un uomo di novantuno anni, che da solo basta a trovare le fondamenta e scuotere, e dice parole che restano appiccicate. Una delle fortune della mia vita. La dimostrazione che non si è soli, se non ci si sente soli.
Incontro alla Carrozza 10 del Teatro Comunale di Antella, ispirato al video di Lucia, al racconto di Sandra e al piccolo ma profondo brano di Alessandro Baricco:
“Aveva la bellezza di cui solo i vinti sono capaci. E la limpidezza delle cose deboli. E la solitudine, perfetta, di ciò che si è perduto.” (da Oceano mare)










La SOLITUDINE può essere prima di tutto imposta o scelta.
Può essere un momento di riflessione e ricarica spirituale, oppure essere amara e dare un senso di abbandono, di aver perduto qualcosa che avevamo.
Può essere il sentimento di non sentirsi amati, oppure quello di non sentirsi amati più come prima.
C’è una solitudine giovanile, che pur nella tristezza, ha l’infinito davanti e una dell’età avanzata che percepisce una fine vicina.
C’è una solitudine anche “in gruppo” quando non sentiamo complicità con gli altri.
C’è pure una solitudine occasionale, che si alterna a momenti di condivisione, che può dare pace e riposo, oppure può renderla più accettabile.
La serata è stata allietata dalla gentilezza del gestore del bar della Carrozza 10, dalla generosità delle Matite e da un clima rilassato e gioioso, nel sole, all’aperto, nel luogo che noi preferiamo.
Una riedizione del testo di Rossella del settembre 2018, allora come ora..…
Trentamilaseicentottantatre – di Rossella Gallori

…un caldo vento estivo, un cielo così azzurro da intimorire, il calore degli amici di sempre, un cibo divorato, un bicchiere di vino in più, sorseggiato con serenità…la voglia di camminare “per far buio”.
La Futa, la Traversa, la Selva, la meta di ogni anno, per ricordare, noi quattro, che siamo stati “ragazzi insieme”…Le mie domande sceme…le loro risposte inutili…risate cercate, volute…e non son mai troppe.
Ma lì non siamo mai andati?
No, mi sembra di no!
Ci si va?
Ci incamminiamo verso il Cimitero Germanico, il passo si fa lento, ringrazio il caso che mi ha fatto indossare scarpe silenziose e colori poco vistosi, non avrei avuto il coraggio di sventolare vessilli modaioli in questo contesto.
È un teatro di morte a 900 mt di altezza, un piccolo paese muto. L’appennino, protegge il paesaggio ma non incornicia il dolore…
Un dolore che non credevo di provare, io, con quei sei milioni di “gente mia”, io che non ho più voglia di stragi, io ascolto il rumore del sangue che scorre ed il silenzio delle mitragliatrici…
Ed il cibo scende in fretta ed il Chianti bevuto è solo un ricordo…avanzo da sola, gli altri mi han lasciato a riflettere tra la pietra serena il granito ed il marmo. Si odono pianti, o forse è solo il vento ed io mi sto calando in un’altra realtà; leggo nomi che non so pronunciare, faccio conti che non vorrei saper fare…ragazzi nati nel 28 e morti nel 44, i più hanno 16, 18 al massimo 20 anni …per finire qui tra Firenze e Bologna, cadaveri tragicamente ordinati, due a due, forse per farli sentire meno soli, un architetto abile e pietoso li ha uniti per sempre, Franz con Peter, George con Adolf…..qualche tomba non ha nome……prendo un sasso lo bacio e lo appoggio sulla prima lapide ignota ….falciati dalla guerra in terra straniera….e non esistono più “i miei”, “loro”, “ gli altri”, riesco a cancellare le svastiche, vedo solo riccioli biondi, mescolati a lisci capelli color ebano, occhi azzurri mescolati a nasi non perfetti…e capisco in un banale giorno di vacanza…che la morte è una tragedia senza bandiera…
Mamme che hanno pianto figli partiti e mai tornati…salgo nella cripta, sono stanca dentro e la stupenda giornata di sole sta diventando un pomeriggio rossoarancio …pieno di contraddizioni.
Sono 30683, queste tombe senza fiori, in una pulizia germanica, perfetta e tragicamente inutile. Con un cenno del capo saluto ”il silenzio“ ci siamo fatti compagnia per quasi un’ora, questi ragazzi ed io.
Forse non abbiam fatto la pace, resteremo nemici per sempre, io un po’ giudea e loro un po’ nazisti… ma la morte merita rispetto…ed uscendo non volto le spalle, cammino all’indietro, sperando di non cadere…ritrovo i miei amici, silenziosi ed affettuosi, come sempre…qualcuno mi porge un fazzoletto….trentamilseicentottantatre ….

Nel secondo incontro in presenza, a ridosso della Pasqua, salutiamo con affetto il ritorno del nostro amico Luca Di Volo!
Bentornato Luca!

Ci tengo però a ringraziare ancora di più chi è rimasto, chi ha accettato le sfide per conservare la condivisione, la forza del gruppo, pur con regole diverse di comunicazione, consentendo così anche agli altri la libertà di andare e poi tornare….
Ripercorriamo questo anno di lavoro con letture, esempi, discussione su tecniche acquisite, stili personali, progetti futuri.
A tutti una BUONA PASQUA SERENA!!!








Gorgo – di Sandra Conticini

Finalmente ci rivediamo in un ambiente al chiuso, molto particolare ed anche accogliente: la carrozza 10. Siamo tutti euforici come i bambini che vanno a scuola e che si rivedono dopo le vacanze estive! In questi due anni di pandemia ci siamo rivisti quasi sempre da remoto oppure in qualche parco o giardino, è stato bello, ma questa volta è diverso. Abbiamo un tavolino e tutti una sedia, riusciamo ad avere anche il distanziamento perchè è proprio un vecchio vagone di un treno merci, quindi un po’ stretto, ma lungo.
Qualcuno ha portato anche ovetti di cioccolata e caramelle, perchè qualcosa da mettere sotto i denti non manca mai.
Sembra proprio di partire per un viaggio, ed iniziamo l’incontro, ognuno con la propria parola pescata da un sacchetto.
Peccato che non è una bella giornata di sole, dopo un po’ inizia a piovigginare, ma per noi potrebbe venire la neve siamo tutti insieme al riparo e non abbiamo paura di niente.
Purtroppo arriva l’ora di lasciare la nostra nuova location, ci salutiamo, qualcuno inizia ad andare via… ma già….. il vagone va chiuso!… Cecilia come sempre a capo della missione da le indicazioni a noi che siamo rimaste ad aiutarla. Lei sopra il predellino noi sotto a chiudere i pannelli laterali , ma non scorrono… ah già ci sono i fermi da tirare su e rimettere giù…. o quanto pesano questi pannelli, poi bisogna tirare su uno scalino che collega la pedana al vagone… chiudere a chiave le porte… via, il primo lo abbiamo chiuso, anche il secondo…ormai è rimasto l’ultimo..facciamo svelti che piove più forte… Ma questo come si chiude? Non è come gli altri due, noooo c’è la catena, ma il lucchetto è bloccato. Non lo possiamo lasciare aperto… intanto ci viene un po’ di ansia, non sappiamo come fare e vai su, torna sotto prova a sbloccare il lucchetto alla fine Cecilia chiama Riccardo e troviamo un altro lucchetto e riusciamo a chiudere anche la terza porta…. Evviva ce l’abbiamo fatta! anche questa volta la grande Cecilia non ci ha delusooooo!!!!!
Il gorgo dell’Isone
Tutti si chiedevano che fine facessero quelle persone che andavano verso il borro dell’Isone e non tornavano indietro. Quale segreto poteva nascondere quel piccolo ruscello?
Gli anziani del posto tramandavano, di generazione in generazione, una storia che veniva raccontata fin da bambini. Lungo il fiume c’era un gorgo fondo e nero dove finivano le persone cattive ed i ragazzi disubbidienti e maldestri. Così nessuno aveva il coraggio di avventurarsi per quel sentiero.
Una sera un ragazzo uscì di casa e si perse nella notte in campagna, proprio lungo l’Isone. Per un po’ camminò sperando di trovare dei segnali che lo potessero riportare a casa , ma quando iniziò a sentire dei rumori, sentire voci e vedere i fantasmi a braccetto con la morte secca e i diavoli vestiti di nero che danzavano intorno a lui, iniziò a correre impauritissimo. Corri corri lungo il fiume arrivò ad uno slargo a lui familiare: era la piazza di Osteria Nuova dove abitavano i nonni, subito gli si aprì il cuore e si sentì più tranquillo. Tornato a casa raccontò agli amici quello che gli era successo, e che il gorgo in realtà non esisteva. Così la leggenda cambiò finale e crebbe una nuova curiosità di sapere la verità che spinse tutti ad andare a vedere di persona. Ancora oggi su quel sentiero c’è un bel via vai di persone che vanno a passeggiare.
La giostra (la fine) – di Rossella Gallori
Piccola premessa: capita in un giorno che dovrebbe esser primavera e non lo è, di ricevere una foto, che forse è un disegno….e te ne innamori….

È stato come leggere un libro giallo dalla fine.
Come prender l’ ultima patatina del sacchetto e vederla cadere tragicamente a terra.
Come prender un caffè caldo ed accorgersi che si è freddato inesorabilmente.
Come la fine di un amore.
La fine di un film del quale non hai capito nemmeno l’inizio.
Come prendere un autobus in corsa ed accorgersi che è il numero sbagliato.
Come un silenzio quando hai voglia di musica.
Come un panettone senza canditi e con una lieve traccia di uvetta.
Come un abbraccio tiepido di sentimenti.
Tutto faticoso, un piede dopo l’altro, in bilico, a sinistra roccia invadente appuntita, a destra lo strapiombo ed il non riuscire a guardare oltre….
Poi qualcuno o qualcosa ti spinge e ti accorgi di non precipitare, di non aver gomiti sanguinanti….di essere un cavallo di legno, dalla criniera blu, dai verdi pennacchi, piccole nappe dorate ornano la tua sella, un cavallino da giostra, che gira, tra piccole carrozze, magici delfini, tra aeroplanini dai colori improbabili, un cavallino dalla corsa armoniosa, lenta e legnosa…un equino che aspetta solo il momento giusto….per fuggire…la musica tace, il giostraio impreca….le redini cadono a terra….libero …sono libero…
Leggo il libro …dalla pagina uno, non cadono patatine….l’amore, l’amore non c’era mai stato…sei sull’autobus giusto ed il caffè è bollente…
La Fine – di Rossella Gallori

Aveva mani lunghe, aveva lunghe mani…
Lo notò subito, non il suo sguardo, i suoi occhi…solo quelle lunghe dita che sfilavano la tastiera…
Il pianoforte a coda lucido di note, rifletteva un lampadario enorme che oscillava ad ogni curva del binario…
Era partita per un viaggio senza troppi imprevisti, comodo, non aveva più voglia di avventure….a malapena ricordava la città, l’ albergo che l’avrebbe ospitata, chi avrebbe trovato ad accoglierla alla stazione…
Aveva voglia, però, di scendere, con quel pianista, con quelle mani, con la sua dolcezza, con le sue unghie perfette, lucide di cura….magari senza parlare, senza presentarsi, senza: io sono…tu sei…?
Chissà perché ad un certo punto della vita, hai bisogno di una follia, di una carezza musicale lenta e cullante.
Lui forse suonava solo per lei, in quel vagone pretenzioso, frutto di altre mani, altri ingegni, un vagone dalle comode poltrone pervinca, dai lampadari lalique, con una moquette rosso fuoco aggredita da grandi ramage neri…dispiaceva quasi calpestarla
Alzò lo sguardo, fu l’ inizio della fine, il pianista tacque, il piano no, si presero per mano scendendo, uno sosteneva l’altra, una stazione anonima li accolse, senza fronzoli, brulicante di vita semplice, di voci, di odori, non si parlarono…si strinsero in un unico respiro
Salutarono un treno che non c’era, su binari di tralci di vite, dai finestrini senza vetro, petali di margherita sedevano distratti su piccolissime panche di cristallo…..
ANGOSCIOSA FRENESIA – di Anna Meli

Camminava veloce: lo sguardo a terra, la pesantezza nel cuore, nel fisico, nella mente. Anni di perfetta intesa, di amicizia vera, di lealtà finivano con una lite che, in tutto quel grigiore che si sentiva addosso, appariva quasi banale e falsa. Non poteva né voleva abbandonarsi ad un’inutile disperazione.
C’era una festa nel paese vicino alla quale avevano programmato di andare insieme e, anche con le lacrime che le pungevano gli occhi, aveva deciso di andarci, quasi a dispetto di quanto avvenuto.
E si trovò là nel bel mezzo fra bancarelle colorate: odore di dolciumi, tiro a segno, autoscontro in una confusione di immagini, di voci, di rumori, di risate e di strillar di bimbi.
La giostra delle sedie volanti girava vorticosamente e lei sentì il desiderio di fare un giro, se non altro per lasciar andare tutti quei sentimenti contrastanti che non riusciva più a contenere. Correre , volare, piangere, ridere, fare qualsiasi cosa, non fare assolutamente niente. I suoi pensieri erano aggrovigliati come una matassa della quale non si riesce a trovare il bandolo.
Senza pensare si trovò seduta su quella giostra che girava e girava sempre più veloce. Chiuse gli occhi. Ebbe paura, urlò forte e, come spinta da una forza superiore, diede sfogo a tutti quei sentimenti di rancore, di rabbia, di dolore e si sentì più leggera.
Tutto quello che aveva nel cuore, nella testa nuotavano nell’aria e si scolorivano dissolvendosi.
Dopo alcuni giri più veloci, la giostra si fermò. Lei scese un po’ intontita faticando a ritrovare l’equilibrio.
Poi con una lentezza pensierosa si confuse fra la gente e sparì nel nulla.
6 aprile: VORTICE – di Stefania Bonanni

6 aprile, vortice.
Che ci fosse si sapeva.
Che ci si potesse cascare si sapeva.
Che potesse essere pericoloso si pensava.
Che potesse essere bellissimo, c’era chi lo sosteneva.
Che forse si potesse girare, girare, girare, all’infinito, era una possibilità.
Che poi il vortice finisse in un altro vortice ancora più grande, era un’altra possibilità.
Si pensava di poter decidere, di entrare nel vortice.
Nessuno aveva capito che era il vortice ad entrare nelle persone. Prima negli occhi, poi nella mente.
E la porta era il cuore, che batteva più strano, poi si calmava, ma non era lo stesso di prima.
Girava veloce, spandeva essenze, girando. Vedeva nel vortice bellezze solo sognate.
Il cuore vedeva con gli occhi, che illuminavano giri sempre più veloci, e se fosse stato fotografato avrebbe lasciato sulla pellicola una scia luminosa, come quella che fotografano di notte prodotta dai fari delle macchine.
Nel vortice ci fu chi vide amore immenso, che bastava a muovere il sole e le altre stelle, ci fu chi ci vide solo polvere e siccità, chi si trovò sulle stelle, e vide anche più in là.
Chi si fece molto male, fermandosi, e non si riconobbe.
Nulla è più come prima del vortice.
Per qualcuno fu vivere, finalmente. Per qualcuno fu morire, incapace di reggersi e di non sbatacchiare.
Dinamismo – di Carla Faggi

Dopo solo sette mesi esplosi con tutta me stessa ed iniziai ad urlare.
Qualcuno mi prese in braccio, ero rossa paonazza e continuavo ad urlare.
Stavo meglio prima! Però ormai che c’ero comonciai ad adattarmi.
Smisi di urlare, qualcuno mi lavò.
Poi lettino, cullina, non ricordo bene perchè è passato tanto tempo.
Poi qualcosa di caldo, bello, da ciucciare; quante cose nuove mai percepite prima.
Devo dire che mi sentivo molto “dinamica”!
Urlavo, facevo la pipì, la popò, ciucciavo e poi di nuovo urlavo, la pipì, la popò!
Tutte esperienze nuove, non stavo mica male, però quando ero al calduccio e tutto era lontano lontavo stavo parecchio ma parecchio meglio!
Poi arrivò la luce ed io ricomincia ad urlare, ciucciare, pipì e popò, però mi piaceva assai!
Diventai sempre più dinamica, gattonai, camminai, corsi, urlai, scappai! Sempre più dinamica!
Piano piano scopro che l’esplosione ed il dinamismo diventa sempre meno forte, diciamo diverso, ma non per questo meno piacevole.
Ora non scappo, passeggio. Ora non urlo, sussurro. Ora non sono al computer, sono in carrozza!
No, non è meno piacevole, anzi, sono sempre molto ma molto dinamica!
Fisica – di Lucia Bettoni

Attività fisica, emozione fisica…
Fisica fisica fisico fisico
Mi piace essere una donna “fisica”
Mi piace sentire il mio corpo, il mio respiro
Mi piace camminare, correre, nuotare, alzare le braccia e saltare e baciare e fare l’amore
Amo il corpo come la mente imprescindibili e complementari
Fisica fisica e tutto il corpo ride e tutto il corpo freme e tutto il corpo canta
Facciamo un girotondo
Balliamo tutti insieme
Chiusi nelle nostre stanze per troppo tempo
Ragazze e ragazzi è primavera! Lo sentite il profumo della terra bagnata e delle margherite?
In un campo di ciliegi ho sentito il loro dischiudersi al sole e ho visto il loro bianco regalo alla vita
Siamo insieme
Posso vedere non solo il vostro volto
Posso vedervi nei vostri corpi
Potersi vedere “interi” e’ qualcosa di straordinario al quale forse non pensiamo spesso
Sono intera
Siamo interi
INVENZIONE – di Laura Galgani

“Invenzione” mi sa di assemblaggio, un mettere insieme pezzi diversi che in apparenza niente hanno a che fare l’uno con l’altro.
Il progetto iniziale nemmeno si sa se esista, e il bello è proprio lì.
Un’invenzione a volte è una sinfonia a sorpresa, altre un’accozzaglia di suoni che imbarazzano le orecchie.
A volte mi sento anch’io così: due gambe magre, abbastanza dritte ma bianchicce, con sopra una schiena stortignaccola e anche un po’ gobba. Le braccia secche secche di pelle asciutta e verso le spalle ciondolante, la testa grande, eccessiva, sempre piena di pensieri, parole, qualche neurone che inizia ad ingrigirsi e non illuminarsi più al passaggio degli stimoli del sistema nervoso.
Fra un tempo che, per fortuna, non mi è dato sapere, nulla funzionerà più, e anche io morirò.
Di un’invenzione così, che cosa se ne potrà mai fare?
Eppure… eppure…
Per qualche misterioso motivo quest’invenzione che sono io, unica e diversa da qualsiasi altra, funziona ancora, e giusto stamani, al suonare imperioso della sveglia, alle 6.50, sono scattata in piedi, sentendomi, anche un po’ a sorpresa, piena di energia e di desiderio di guardare il cielo, sereno e teso ad accogliere il sole. Pronta ad affrontare una giornata che sapevo sarebbe stata impegnativa.
Come me, qualsiasi essere umano, ogni animale, pianta, roccia, fiore, fiume, cristallo e goccia d’acqua o scintilla di fuoco è un’invenzione perfetta, che in sé ripete quelle misteriose formule chimiche e fisiche che permettono all’universo di esistere.
Posso solo essere grata.
al Teatro Comunale di Antella le Matite tornano in presenza!




La Carrozza 10 del Teatro Comunale di Antella ha ospitato e accolto il primo incontro in presenza delle Matite dopo due anni di collegamenti a distanza, anche se intervallati da alcune piccole ma importanti occasioni dal vivo.
Scambio intenso di emozioni legate alla scelta apparentemente casuale di parole tratte da un sacchetto di proposte.




Tra i tanti commenti quello di Laura e la sua meraviglia per la ricchezza delle scritture che nascono nel pochissimo tempo concesso e quello di Carmela che apprezza l’atmosfera di questo luogo:
” Il vagone porta già di per sé in una atmosfera di altrove. In questo contesto di scrittura mi sono sentita trasportare in un viaggio, non solo materiale, suggerito anche da questi grandi finestroni, ma anche in luoghi dell’anima. Succede in certi viaggi in treno di trovare una confidenza immediata in alcuni vicini di scompartimento e di trovare con certi di loro una complicità momentanea molto profonda. Così stasera è accaduto in questo vagone, in una atmosfera magica e fuori da tutto il resto” (Carmela De Pilla)








Trottola – di Patrizia Fusi

C’è un folletto in casa mia che ha nascosto la trottola che Mimma mi ha regalato, ho preso un braccialetto per farlo girare, all’inizio ho avuto un po’ di difficoltà, però piano piano sono riuscita a farlo girare bene, formava nell’aria una palla apparente, quando perdeva velocità ritornava un piccolo cerchietto.
Mentre il cerchietto girava mi è venuto alla mente un acrobata che davanti alla galleria nazionale a Londra, in Trafalgar Square, era posizionato dentro un cerchio e si muoveva roteando, formando figure geometriche come l’uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci.
Tra le parole dette ho sentito più vicina la parola reciprocità, infatti, nel far girare la trottola, ci vuole la persona che la faccia girare.
Come nella scrittura si ha il piacere di scrivere i propri pensieri per comunicare con chi legge.
Trottola – di Rossella Gallori

Ieri
Come era grande, mi ci incantavo.
Aveva pesci colorati, col naso all’insù.
Emetteva uno strano suono…
Sembrava musica, era musica.
Un sibilo tagliente, metallico di note.
Da destra a sinistra, da sinistra a destra….
Percorreva il corridoio di piastrelle Liberty, come impazzita, spingendo il laniccio per aria, urtava la cassapanca, poi rovinava a terra capovolta, come una vecchia tartaruga arcobaleno, né maschio, né femmina, con una gamba sola……
Piangeva la vecchia cassapanca, sbucciata…
Volava la polvere…
Mia madre gridavaaaaaaa…..
Oggi
È sul tavolo.
Balla
Volteggia…tenerina.
Urta il quaderno, riprende la sua corsa.
La seguo distratta, scrivo di lei.
Non ho voglia, ho voglia di nulla.
I cerchi diventano un cerchio solo.
Mi si incrociano gli occhi guardandola fermare, una piccola magica cosa ubriaca, che barcolla, poi incolla una parte al suolo, mi guarda con il suo unico occhio fuoriuscito dall’ orbita….
Ha bevuto e non se ne vergogna, perché farlo, champagne, vino bianco…o acqua, ubriaca d’acqua….lo fa per dimenticare, per non essere usata, per non essere “trottola a vita” per non esser preda, lei così fragile……
di Lamatitaperscrivereilcielo
Mese complicato che trasporta dall’inverno alla stagione bella. In mezzo ci sta la Pasqua, sempre incerta e complessa per il tempo che non si sa mai come sarà, per le persone che non si sa mai chi sceglierà di stare con noi a festeggiare e dove, per le interruzioni delle abitudini dovute a quei pochi giorni di vacanza….e poi……aprile dolce dormire, aprile ogni goccia un barile e il 1 aprile con il suo “pesce” scherzoso…..

Ma oggi nevica e allora pensiamo con il proverbio di Rossella “quando nevica ad aprile qualcosa di brutto sta per finire”…e crediamoci!
Per questo pensiamo a qualcosa di colorato e caldo come i bricchi di Carmela:






con quello di Lucia

e alla chicchera di Anna:

e al bricco di mia nonna che adoro per i fiori di trifoglio che si porta addosso
