Carla ci porta da Pirandello a Veronesi passando da una lettera

Da Pirandello a Veronesi – di Carla Faggi

Iniziava così una lettera che a quindici anni scrissi ad un ragazzo conosciuto al mare:

“ Pure io ho letto Pirandello!

Così ho capito perchè mi volevi e non mi volevi, perchè io sono tornata a Firenze e tu a Pescia, perchè non hai saputo rispondermi se avresti voluto rivedermi l’anno prossimo al Lido di Camaiore oppure no…”

Mi è tornata in mente grazie alla lettera che ci ha letto Cecilia.

I libri ispirano, le parole fanno riflettere… magia dei ricordi.

Sottrarsi alle decisioni quindi al cambiamento è come non volersi togliere mai la maschera.

Nel momento in cui il mio ragazzo di allora e Marco di Colibrì decidono di stare fermi, di non muoversi, scelgono di non togliersi mai la stessa maschera, di non accettare di mostrare le proprie diversità cambiando volta volta le legittime infinite maschere di cui ognuno di noi ha bisogno per vivere. Ci cambiamo maschera ogni volta che ci rapportiamo con persone diverse perchè diversa è la percezione di noi e diverse sono le emozioni.

Pure quando prendiamo una decisione cambiamo maschera perchè ci prepariamo al cambiamento. Solo stando fermi non cambiamo mai la maschera che stiamo portando e che invecchia con noi. Questo avrei voluto scrivere continuando la lettera.

E lui cosa mi avrebbe risposto, forse come Marco di Colibrì?

“ ti rispondo. Forse sto bene con la mia cara maschera che invecchia con me. Forse scegliere di non decidere è già una decisione importante, è lasciare che sia il proprio istinto a imbattersi in quello che è importante per noi senza forzature senza decisioni , nella staticità dell’attesa.

Cambiare non sempre ci porta al meglio.

Quindi vai per la tua strada, cambia tutto, sempre e comunque se questo è il tuo bisogno ora. Quando verrà il momento che ti fermerai ti accorgerai di stare bene.

Incontro alla Carrozza 10 del 17 novembre 2022

con Cecilia Trinci

Il Colibrì di Sandro Veronesi: “Emmeno: rimango saldo”

Interessante discussione su: MOVIMENTO, da cui CAMBIAMENTO, ispirandoci a Il Colibrì, libro e film in sala in questi giorni.

foto di Cecilia Trinci, Lucia Bettoni, Rossella Gallori

Sono guizzate fuori, dal nostro discorrere, le parole e i concetti pieni di altre sfaccettature:

Esperienze – Coraggio – Sicurezza – fretta – Treno in partenza – “non ci siamo mancati, ci siamo incontrati” – Direzione di marcia – Libertà di esserci – muovere il proprio stato vitale – guardarsi intorno – osservare – irrequietezza – insoddisfazione – occasione e conoscenza – amore non vissuto – energia – maschera di Pirandello – immobilità – necessità – prova di amore – protezione – trasformazione – un correre inutile e faticoso – essere duttili – stare saldi – muoversi per realizzarsi, per conoscersi – adattarsi – adeguarsi alle situazioni – resistere – “Ci vuole parecchio coraggio per essere stronzi”.

Sulla scia di Guccini i dubbi di Gabriella

Il ciliegio era morto – di Gabriella Crisafulli

… ma l’età all’improvviso disperde quel che credevo e non sono mai stato … (Guccini)

Il ciliegio era morto.

Della neve di petali che ogni anno stendeva ai suoi pedi, era rimasto solo un tronco.

Sembrava un Cristo in croce.

Lei aveva perso la sua incrollabile speranza.

Il glicine che aveva piantato a fianco perché lo abbracciasse e ricoprisse la sua cruda nudità, stentava ad attecchire.

Sperava che gli avrebbe dato nuova vita.

Si era comportata come una fata turchina, con lui così come con tutti gli altri.

Ma quella fantasia si era frantumata e davanti le appariva, impietoso, il pagliaccio dalle mille sembianze che era stata, a sua insaputa.

Nel formicaio di cose andate che le turbinavano nella mente, pungeva il rovaio di continui dubbi mentre la scuoteva il libeccio di una serie di domande.

Si era spenta la boria del “tutto va bene” davanti alla scoperta che tutti stavano male.

Aveva attraversato a fatica lo specchio e guardava la realtà.

Si era trovata a gestire cose mai scelte.

Aveva cercato di compensare questo con un’inutile sarabanda tra rincorse verso ideali astratti, sogni ambigui, fantasie illusorie, nella speranza di appagare un’insaziabile sete di giustizia.

Non aveva realizzato quello in cui credeva e sperava.

Era stata ambigua con sé stessa e con gli altri.

Avrebbe voluto salvare capra e cavoli: adesso erano cavoli davvero.

Si ritrovava così a dipanare una matassa di affetti complessa e multiforme.

Per smarrirsi era bastato un attimo, per ripartire l’aspettava un percorso in salita.

Sapeva solo che c’era un compito che l’attendeva.

La forza le veniva dalla sua stessa vita, finché ci sarebbe stata.

La vita che ancora le rimaneva, fatta dal quotidiano acciottolio dei piatti e dai panni stesi al vento.

Pezzo a pezzo metteva un mattone dopo l’altro, per tentativi ed errori successivi, con la consapevolezza che l’inferno è lastricato di buone intenzioni.

Lasciava in eredità la sua tenacia nel ricominciare sempre da capo.

Un testamento che invece di fine poteva sapere di un nuovo inizio.

Ma rimaneva pure in eredità il suo essere così, improbabile anche ai suoi stessi occhi.

Portava in sé la sofferta umanità di una madre che ha sacrificato i figli sull’altare degli ideali, quelli in cui credeva e non ha realizzato.

Quelli che avrebbero dovuto costruire un sentiero luminoso e invece sono miseramente crollati.

Si era così ritrovata nel mondo di sotto a esplorare oscurità e contrasti in mezzo ad ombre pesanti.

Stava riemergendo ma pativa le conseguenze che aveva generato.

E aspettava, aspettava, aspettava, grata a sé stessa dell’oggi, il suo giorno preferito.

Lettera di Rossella B. a Guccini

Lettera a Guccini – di Rossella Bonechi

Caro Francesco,

se senti il Tempo che stringe la borsa vuol dire che è passata molta vita dai tuoi occhi, quella che tu credi presa di striscio e che invece ci ha investito in pieno, fortunatamente.

Ti scrivo per tentare di rispondere alla tua domanda: non siamo creditori di nessuno, nessuno ci rende niente, né amici né anni né passioni mai più vivibili. Questo ti preoccupa? Non dovrebbe: se li hai persi vuol dire che li hai avuti, nel cuore nella testa nel corpo nei sorrisi, non importa dove, fosse anche in quelle finestre in cui gli altri vivono la propria vita acciottolando i piatti.

Ciao Francesco, goditi l’erba che ancora ti fa regali e impara dai ciliegi e dalle rose che fioriscono e appassiscono con incrollabile speranza.

Ti mando un saluto, rimanendo per sempre con te

La Tua Vita 

Scia di luce di Anna sulle note di Guccini

La “lettera” di GUCCINI – di Anna Meli

            Un insieme di immagini  che si accavallano nel bene e nel male. Una musica ne accompagna il corso in un lento volo nel tempo che si chiama vita.

            Sono emozioni forti e contrastanti: forza, dolcezza, gioia e rimpianto camminano insieme. Ricordo anch’io giornate di sole al mio paese. E, magari affacciandomi alla finestra ho ascoltato con pigro piacere suoni di parole, di musica, insieme a quello dell’acciottolio di piatti che mia madre sciacquava in casa.

            Mi sentivo rassicurata da quei rumori familiari misti fra fuori e dentro casa. La vita scorre veloce se sei costretta a viverne gli eventi belli o brutti che siano. Spesso gli schiaffi del destino ti atterrano, ma non ti distruggono se riesci a cogliere il tutto che ti circonda ed a sentirti confortata dalla bellezza semplice e tutta da scoprire o da ricordare.

            Basta un cielo azzurro con soffici nubi bianche, un melo in fiore e…mio padre seduto sul retro della casa che fa colazione. Una grossa ciotola di latte e pane e i suoi gatti che aspettano di condividere qualche boccone e lo guardano con occhi gialli di sole.

            Poi la sorte avversa, i desideri irrealizzati e la sconfitta nella corsa con il tempo che inesorabilmente procede implacabile. E ancora, la forza di volontà che ti spinge a sperare  per cogliere l’attimo propizio che ti realizza o ti delude ancora rubandoti attimi importanti che nessuno ti restituirà. Ma c’è sempre un domani…

Sulla scia di Guccini la cavalcata di Rossella G.

Ciao Fra… di Rossella Gallori

Ci eravamo incontrati, la prima volta, nel 65/66, ricordo solo che ero a  Bellaria, dopo l’ippodromo a Cesena, la piadinata, in orari che per noi era notte fonda, ed oggi è appena buio, io 15 anni, sfacciata e appariscente, scelgo di sedermi accanto a te, gigante cupo, mollando il pischellino, quasi coetaneo, di turno.

La bocca sporca di squacquerone, e tu che mi porgi un fazzolettone di cotone grosso, un po’ da campagnolo, io che  molto scemotta ed un po’ allegra di lambrusco, ti invito a ballare.

Non ballo, canto…

…e ti alzi, alto, finalmente alto, penso…Forse più di 1metro e novanta….

La tua  pronuncia non mi piace, pronunci il mio nome storpiandolo, senza R ed alle S aggiungi le C .

Alle prime note mi addormento, qualcuno ha spento la luce, altri hanno acceso candele già vestite di cera vecchia, piena di ideali ricamati …mi sveglio, sobbalzando, le frange del mio vestito impigliate in qualcosa o qualcuno…Dio è morto, nei campi di sterminio….

Credo di aver perso molto,  forse  troppo, erano gli anni in cui volevo scordare, Dio era morto? Non lo avevo ucciso io!

Ci si riaccompagna, uno con l’ altro, il mare biascica la spiaggia, le giostre frullano con Casadei, poi la Mara mi sussurra: ma lo sai chi era?

Chi era chi?

Quello che cantava!

Nooooo!

Era Francesco !

Francesco chi?

Erano anni in cui, avevo perso la guerra e cominciavo, nuove battaglie, il lavoro al posto  dello studio, tanti casini, cercati, voluti, capitati….l’ importante era un qualcosa che portasse soldi a casa, dove c’era una busta paga sicura, “ segnata” si diceva, dove non c’era chi ti toccava il culo, se non lo volevi anche tu, che non era di madre in figlia, ma cmq ad 1 metro da terra, il mio…..erano ore, mesi, tempo, un ingorgo di vita……

95/96

Ci siamo rincontrati,  trenta anni dopo, a Modena,  non ci siamo riconosciuti?  tu non mi hai riconosciuta, io si,  eri seminascosto da un capannello di gente, una camicia inguardabile, gli occhiali un po’ più spessi, ingrassato, ero sola aspettavo, non ricordo bene cosa, ah si un’amica mai arrivata forse, facevo  una sosta per qualcosa di caldo…

Mi sono avvicinata, stringendo un cappotto, bello e stretto….e: un autografo, mi chiamo Rossella, sono di Firenze…

Mi hai sorriso, sei diventato quasi bello.

 Rossella con r….  E la tua lingua si è ingarbugliata?

Abbiamo riso, felici di esserci, gli amici sono spariti, ci han apparecchiato, un tavolo in disparte, tortelli e lambrusco, io più tortelli, tu più lambrusco, i fogli un po’ macchiati di sugo, io con il cuore a mille a quasi 60 anni, tu quasi 70, forse rivoluzionario, forse compagno, celebre, io una qualunque che aveva avuto belle gambe, capelli lunghissimi, sfacciataggine da vendere, e Bellaria? Hai fatto finta di ricordarlo, anche attore.

Cosa scrivi?

Una llettera!

A chi ?

A …Victor…a Franco…

A chi non c’ è più?

A chi ha condiviso, ma mi rattrista….troppi, chiasmi….

Francesco scusa, chiasmi vuol dire intreccio?

Gli amici persi…..la fede cieca dei falsi miti…

Non ho coraggio di controbattere, do uno sguardo voluto ai fogli scritti… penso, si amici persi, anche i miei … troppi, poco più  grandi di me…quel Geoffrey  dai capelli rossi, che preparó il suo the,  aprendo il gas senza fiamme, morì così come voleva con il libro aperto ed una bustina di bevanda al limone, mai usata…e Gabriele bello come il sole che il bagno lo fece in Arno con la macchina e tutto, e Luciano e la Diana, il tempo chi lo rende a loro, a loro che hanno avuto il coraggio di non farcela, di non accettare una vita di lotta, che non avevano miti, falsi o veri che si siano rivelati…

Riprendo la parola, mentre riaggancio, alzandomi, un cappotto nero di rabbia, immagino di avere quelle  stagioni di vetro  e sabbia, in tasca….di graffiarmi le mani, con i ricordi….

Scrivilo Fra, scrivilo: Ma il tempo chi me lo rende?? A te lo ha reso il successo, l’ istruzione, il canto, il modo di porgere parole a chi non ce l’ha, a chi non le sa trovare, la musica dei sogni, quella campagna che ami e che fa casa. Forse Fra hai bisogno di occhi nuovi, ma riesci ancora a vedere!!

Io ho visto poco, ma il tempo mi ha reso cose diverse, tra gioie e dolori, ho fatto famiglia, ho fatto casa, ho fatto amici……diversi e belli

Ci siamo salutati in fretta, sfiorandoci appena le labbra, non ricordo, ma poi   nel 66 ci eravam baciati davvero?

Tu hai ripreso i tuoi fogli la tua lettera.  Io, il mio treno….

Novembre2022 

Ti ho ritrovato dopo 25 anni , in un treno fermo pieno di donne dai capelli d’ argento d’ oro e rame, pieno di parole buone, da mangiarle, poi una di noi, mentre il vagone sembrava muoversi, al ritmo del caffè caldo, una di quelle che il tempo l’ ha reso con gli interessi a chi non ne aveva,  a volte l’ aveva perso :

   Francesco, guardate, ascoltate, c’ è Francesco….

Sei entrato tu con tanti fogli tutti uguali, un po’ più curvo, con la solita camicia brutta, il berretto di lana, gli occhiali scuri…la tua voce inconfondibile ed il tuo metro e novanta, che non ti faceva  sembrare poi, così tanto alto:

…..le tv sono rombi di tuono per l’ indifferenza scostante dei gatti….

Suggestioni di Silvana sulla scia di Guccini

Dire Fare Baciare ….. LETTERA / TESTAMENTO – di Silvana Castaldi

La parola “LETTERA” mi ha acceso UN “lampo”:  ho sottolineato le parole che più mi hanno “colpito” che erano spesso parole di guerra … Sono stata subito attratta dal Titolo (come spesso mi capita anche nei libri, a volte comprandoli proprio per il Titolo e senza magari andare più in là) e che per prima cosa ho trovato cosa mettere come “Oggetto” a una lettera-mail immaginaria / a UN Amico appunto anche lui immaginario: “Questa cosa mai appagata”  … L’argomento della lettera sarebbe stato intorno a malinconie tipo “gli Amici persi” e a domande del tipo “Il tempo chi me lo rende ?”… Di mio avrei aggiunto solo questo invito all’Amico : … Senza uno scopo …  Provaci tu !!!!
Poi ho sottolineato le parole che le altre Matite leggevano dal testo … e le parole-chiave della loro riflessioni (come, per me, “Provaci tu”) … Ho evidenziato col pennarello giallo le parole del testo che erano rimaste non citate … Davvero poche … chissà perché nessuno le ha preferite… (sono quasi un’altra canzone possibile !).

Queste le POCHE parole della canzone rimaste non ricordate: …” il quartiere si è presto riempito … come vedi tutto è normale in questa inutile sarabanda, ma nell’intreccio di vita uguale … frantumano un attimo … ma l’età all’improvviso disperde quel che credevo e non sono stato; come senti tutto … come vedi tutto è usuale, solo che … c’è il sospetto che sia triviale l’affanno … dopo una corsa” …

Queste le 14 parole-chiave di ognuna di Noi : 1. provaci tu / 2. cosa lascio / 3. indifferenza / 4. cose da gestire mai scelte / 5. l’erba e i ciliegi che fioriscono con incrollabile speranza / 6. debolezze e domande eterne degli uomini / 7. io, quanto avrò ancora davanti? / 8. Vedere le cose belle che si hanno e non solo quello che manca / 9. Dov’è la felicità? Starnazza e non vuol volare  / 10. Egoismo in evoluzione; se eterni diverremmo dei mostri / 11. Non sempre chi semina raccoglie, siamo poi soli tirando le fila… / 12. Basta seminare ?… chi semina lascia traccia ? 13. Ogni individuo è un capolavoro … lavorare sulla propria vita / 14. Figli come frecce che partono dal tuo arco … l’affettività ne ha bisogno ma … ma non basta che Loro stiano bene per stare veramente bene Noi …

Si riassume infine il tutto con le parole : Malinconia/Realismo … formicaio di accostamenti inusuali … un cerchio che si chiude in un mare di persone perdute … gli Amici Persi, i Nostri “cari” … la Vita resta, fatta di momenti, energie positive …. Poi … quando si muore si muore soli …  

E così partiti dalla canzone “Lettera” … siamo arrivate alla canzone “Testamento” … Ancora le doti, il positivo, la musica nelle PAROLE !

Bilanci di Nadia sulla scia di Guccini

Lettera – di Nadia Peruzzi

da Rai3 immagine di repertorioNadia e Walter durante una manifestazione

Cara Jane.

Da quanto tempo non ci vediamo , né sentiamo. Mi sei tornata in mente ascoltando per caso una canzone di Guccini.

Non quelle nostre, degli anni delle minigonne e il dark totale dei nostri vestiti. Quelle degli anni arrabbiati e colmi di futuro e cambiamento. Eravamo ,  ti ricordi,  con quel macchinista su quella locomotiva. Lo comprendevamo e l’ammiravamo anche nel suo schianto finale contro le ingiustizie. Un gesto estremo quando non si ha da perdere altro che le proprie catene.

Sul coraggio di quel gesto abbiamo tanto parlato,  ma l’idea della risposta estremista allora non ci toccò mai. Ricordi come scappammo indignate da quella manifestazione appena partita da S Marco,  quando ci accorgemmo che in via Martelli la testa del corteo era in mano a tre file di ragazzi con i passamontagna e le spranghe di legno?

No,  non era questa la nostra strada. Mai stata .La lotta per il cambiamento o si manteneva su basi democratiche o non avrebbe portato a nulla di buono. La pesantezza degli anni del terrorismo la subimmo mentre preparavamo le nostre tesi e finivamo l’università.

Anni di grandi interrogativi. Dei colori forti,  dei contrasti e delle letture che li rappresentavano. Quanto ho amato la sofferta umanità dell’omicida Raskolnikov,  le oscurità di quell’Uomo del sottosuolo e la tragicità dei personaggi dei Demòni e dei Karamazov.

Quell’”io son poi da solo,  e loro sono tutti” è ancora scolpito nella mia testa. L’uomo del sottosuolo è dentro ciascuno di noi .

E quanto poco invece ho amato e amo il tuo Tolstoji,  con i suoi ampi spazi,  le sue pianure e le sue battaglie epocali e i grandi balli della nobiltà. Quanto abbiamo discusso su questo,  ricordi?

Oggi e a distanza di anni e anni e malgrado cio’ che ci siamo dette  ed è accaduto a noi e al mondo dopo il periodo delle nostre scorribande in cui il futuro sembrava pronto ad accoglierci a braccia aperte se solo lo afferravamo dalla parte giusta,  penso che siano i personaggi di quelle oscurità dostoevskijane a rappresentare ancora una volta i contrasti di questo momento sopraffatto da ombre pesanti.

Mentre ti scrivo rivedo le strade che abbiamo percorso.  Troppo poche allora nel mondo “altro” da noi,  per la mia maledetta paura di volare. Le strade che ci siamo adattate a seguire nei libri, sugli atlanti , nei racconti di chi quei viaggi li aveva fatti,  nei resoconti fotografici pieni di umanità in movimento e pieni di colori.

Le strade come “ricami ideali del mondo” le abbiamo seguite in ogni modo possibile,  molto prima che internet ci portasse ovunque  noi c’eravamo già state. E dove poteva mancare l’evidenza era la fantasia a fare il resto. Il sogno era che quelle strade fossero ricamate di pace e di coesistenza pacifica,  così non è stato,  purtroppo.

Abbiamo passato anni belli e anni brutti,  dopo che te ne sei tornata a casa,  in America.

Non perdiamoci di vista ci promettemmo. Poi si sa. La vita,  il tran tran,  il lavoro,  le incombenze familiari e man mano ci siamo perse di vista e per di più abbiamo perso anche il gusto di scriverci con la regolarità dei primi momenti.

Risentendo la canzone oggi mi è tornato voglia di farlo. Lo faccio col vecchio sistema. Carta e penna e quel mio inchiostro verde che a te piaceva tanto.

Gli anni della gioventù sono passati. Stiamo entrando nel tempo dei bilanci, delle verifiche, del futuro che si accorcia e del passato che invece ha braccia sempre più lunghe , vestite spesso di una nostalgia che spezza l’anima.

Le domande aumentano. A volte faticano ad uscire per paura delle risposte che potremmo darci noi stessi.

Te ne rivolgo alcune e spero che tu sia in grado di aiutarmi a sciogliere i nodi che aggrovigliano e pesano sul mio cuore da tempo.

Davvero saremmo state più felici se invece di stare su quella locomotiva avessimo lasciato che fosse l’indifferenza a prevalere?

Un mondo senza patemi  chi non lo vorrebbe attraversare?

Prendere la vita di striscio non ci avrebbe permesso anche  di soffrire di meno?

Ma sarebbe stato davvero un bene? Non ci saremmo sentite un po’ vigliacche ?

In fondo la domanda che pesa di più è: possiamo in tutta onestà ammettere che abbiamo vissuto quel tempo con fede cieca dietro a poveri miti, malgrado il fallimento evidente e il ritorno indietro di oggi?

Te lo chiedo con un pensiero fisso a mia mamma. La Luisa, spero che te la ricordi ancora.

Quanto parlava quando venivi a cena da noi. Quanto sapeva, lei che si era costruita con letture onnivore un suo bagaglio culturale invidiabile anche per noi che pure eravamo a quel tempo studentesse universitarie.

Negli ultimi suoi anni il suo rovello era l’avermi trascurato per la sua attività militante. Nella verifica di un mondo che andava tutto meno che verso l’orizzonte per il quale lei e il babbo e tanti altri con loro si erano battuti, sempre più di frequente si chiedeva a cosa era servito darsi tanto da fare, sacrificare tanto anche rispetto al tempo da dedicarmi  se poi il risultato era quello che la tv ci mostrava quotidianamente.

Io cercavo di tirarla su in qualche modo. La buttavo un po’ sul ridere.

“ Mamma, dimmi. Ma io son mica diventata come Giuliano Ferrara ! Io non sono passata dall’altra parte come anche secondo Freud probabilmente avrei dovuto fare! Sempre qui sto. Non rinnego nulla della vostra storia, del vostro impegno, delle vostre idee. Anche se mi son sentita sola da piccola, in quelle lunghe settimane nelle quali ci vedevamo solo la sera a cena, e nei sabati e nelle domeniche, sono qui a pensare che quei principi e quei valori non sono morti. Il vostro impegno in quegli anni il paese l’ha cambiato. Gli anni 70 non ci sarebbero stati senza i tanti semi gettati negli anni e con le lotte precedenti. Non fu il 68 e basta a determinare il dopo. Gli anni delle leggi importanti , quando ancora riforma aveva il suono positivo che si porta dietro  e significava cambiamento profondo dell’esistente!”

No quei principi e quei valori non sono morti. Hanno solo bisogno di nuove gambe per rimettersi in marcia e nuove teste che li sappiano riconnettere e tarare alla contemporaneità e ai bisogni delle persone in carne ed ossa di oggi.

Da li dove stai adesso , lo sguardo sul mondo immagino sia molto diverso dal mio.

Proprio per questo vorrei sentire quali siano i tuoi pensieri e i tuoi sentimenti oggi.

Quando il tempo stringe la borsa , cosa rimane? Cosa ci è rimasto?

Io nonostante tutto, sento ancora di dover ringraziare il passato per tutto quello che mi ha fatto vivere in quella stagione magica di lotte e di sogni e per quello che mi ha insegnato.

Mi piace pensare che pur con un oceano in mezzo , una professione che ti ha portato direttamente a contatto con i potenti della terra, che qualcosa anche tu abbia conservato di quella stagione,  e in un cassettino del tuo cuore ci sia della nostalgia per quei tempi nei quali per un po’ anche noi siam stati un piccolo pezzo di quella meglio gioventù che riuscì per un periodo a cambiare il paese . 

Un grande abbraccio . Nadia

Sulla scia di Guccini i rimpianti di Sandra

Il tempo chi me lo rende? – di Sandra Conticini

“Un formicaio di cose andate,  ingorgo di vita e morte, ma l’età all’improvviso disperde quel che credevo e non sono stato. Storie tragiche nate per gioco, troppo vicine o troppo distanti, ma il tempo, il tempo chi me lo rende, e gli amici persi? Il lento scorrere senza uno scopo di questa cosa…. che chiami…vita”

Era stata una giornata più pesante di altre, forse il tempo grigio e piovigginoso, le brutte notizie  non riescono a  farmi apprezzare le novità positive che ci potrebbero essere.  Sentire questa canzone, che non conoscevo, mi ha fatto venire il nodo allo stomaco e le lacrime agli occhi.

Ho quell’età di mezzo, né troppo giovane né troppo vecchia, che mi fa pensare spesso quanto e come sarà il resto della mia vita.

Il passato lo vedo come il formicaio di tante cose andate e un grande ingorgo di morte, più che di vita, così i sogni che avevo non si sono potuti realizzare come avrei voluto.

Ma il tempo, il tempo chi me lo rende, e gli amici persi? Questo, è quello che penso spesso quando mi fermo a riflettere sola in casa davanti a quel muro bianco con lo sguardo perso nel vuoto.

La mia vita futura la vedo scorrere lentamente senza sogni e senza scopi, sperando che anche a me tocchi un po’ di “culo tondo”.

Sulla scia di Guccini con Stefania

Lettera a Guccini – di Stefania Bonanni

Foto di StockSnap da Pixabay

Sapevo che sarebbe successo, ma ho dovuto aspettare il tempo dell’ascolto di me, del silenzio di fuori. Allora ho capito che la promessa si avverava: “i vecchi non sanno, nel loro pensiero, distinguer nei sogni il falso dal vero”. (Guccini). E aspetto con ansia quel magico momento un po’ chiaro, un po’ scuro, un po’ caldo, un  po’ freddo, un po’ sveglia, un po’ addormentata, nel quale vorrei avere braccia più lunghe e dita da strega, per acchiappare e stringere quello che se ne andrà comunque, ma vorrei fosse più tardi, più tardi, e sempre di meno, che lasciasse strascichi, ragnatele, piume. Dura poco, ma ci posso lavorare. Mi sento immersa nel formicolio, formica di un formicaio fatto di nomi dimenticati e facce che so di aver guardato e scordato ,ma che ritornano intatte, e magari erano figli della Cosa, parenti di Coso, nipoti di Cosino, presenze alle quali non si è dedicato un ricordo, un attimo, ma ritornano per magia, e chissà perché.

E poi, ogni mattina, aspetto la Francesca che salta sul mio letto, come sempre ha fatto finché ha vissuto qui. Io lo so bene che non c’è, ma ogni mattina mi sveglio con il suo calore addosso, e me la sento dentro, come quando c’è stata per davvero. E non lo posso dire, se non a voi che mi capite, perché la risposta è ovvia, e magari accompagnata dalla testa che si scuote. Invece per me è un momento fisico, e detesto le mattine nelle quali capita di alzarsi in fretta. Aspetto, aspetto…ma c’è davvero di meglio che aspettare l’amore?

Poi, saranno una decina di giorni, nel chiaroscuro della serranda semichiusa (o semiaperta?) vedo nettissima una persona seduta in fondo al letto. Stropiccio gli occhi, mi butto giù , mi tiro in su di nuovo, e ….accetto la situazione, e guardo. Non devo sforzarmi di indovinare, quel profilo severo e quella schiena dritta li conosco bene. La treccia di capelli che gira intorno alla testa, perfino il vestito ricordo. È la mia nonna, e mi piglia una gratitudine liquida che mi arriva dappertutto, una specie di consapevolezza di aver fortuna , di riuscire a vedere. Allora la studio, non si parla, potrebbe sparire tutto, bisogna accontentarsi. È uguale a sempre, le mancano gli occhiali. Forse si impara a vedere con qualcos’altro. Invece quella schiena dritta mi fa capire che porta sempre il busto con le stecche di balena, e questo francamente mi turba: non passano i dolori? 

Sulla scia di Guccini con Patrizia

Emozioni – di Patrizia Fusi

Pomeriggio trascorso nel vagone, con persone molto diverse tra loro ma con un obbiettivo comune che ci lega a Cecilia che è quello di farci esprimere scrivendo, io trovo delle difficolta nel farlo, ma questi incontri mi rendono viva.

Questa volta abbiamo ascoltato una canzone di Francesco Guccini, molto bella, ho trovato che scrive in maniera magistrale, con parole forti, piene di poesia e colme di significati, tutti noi in alcuni tratti ci siamo ritrovati.

Mentre la riascolto, mi scorrono nella mente spicchi della mia lunga vita, immagini del territorio, cieli azzurri, profumi, venti leggeri e accarezzanti, il quotidiano, passioni politiche, amori, amicizie, dolori, stati d’animo.

Questo ci ha fatto parlare e confrontarci fra noi, c’è chi ha scritto pensieri interessanti è stato un pomeriggio per me colmo d’emozioni e tenerezza e dolcezza per i cioccolatini di Silvana.

Tina si innamora della sua città

Si spengono i suoni del giorno – di Tina Conti

acquerello di Tina Conti

Le luci brillano nella piccola piazza,  brusio di parole,  le ultime del giorno,  si affrettano ragazzi dopo le corse nel parco,  chiude il chiosco  dei pasti veloci e soleggiati, quelli che in casa non si cucinano mai. Sorretto da un figlio  rientra a casa il nonno. Lentamente si spengono i suoni del giorno. Scende sulle  panchine. Il fresco e l’umido, una guazza leggera fa chiudere portoni e finestre. Autunno in ritardo consola i cuori. Mangeremo castagne bruciate sul fuoco,  indosseremo maglioni. Scaldati dal sole,  angoli riparati aiuteranno operai a discorrere con le briciole  di pane  di mezzogiorno sulle tute colorate. Giorni corti,  mattini freddi,  ore godute ai tiepidi soli. Pensieri,  tempo di pensieri. Ricordi,  l’autunno è  il tempo calmo senza la frenesia del fare,  del correre,  ma quanti acciacchi scopriamo ogni giorno,  la spalla,  il ginocchio,  la gamba, il collo,  caldo, massaggi,  consigli e pazienza con l’anno nuovo vi aiuterà la scienza.

Sandra innamorata della sua città ce ne regala un’altra

Senza un angolo buio – di Sandra Conticini

Bella Ruzzi questa città ben illuminata, con tanti  lampioni, senza un angolo buio e le persone, anche di sera, possono camminare  tranquillamente senza tenere la borsa stretta ed aver paura dei passi che sentono intorno. Di giorno nelle strade ci sono poche macchine, tante persone che ridono e scherzano felici di andare a lavorare perchè la sera torneranno nella loro famiglia e, mentre mangiano tutti insieme, anche i bambini, potranno  parlare di quello che hanno fatto durante il giorno e condividere i loro pensieri. I ragazzi vengono lasciati liberi, perchè non si è mai sentito dire che qualcuno abbia fatto del male a qualcuno di loro, così possono giocare a giochi semplici, stare all’aria aperta, confrontarsi e raramente, parte qualche moderata lite, ma poi, alla fine più amici di prima.  Mi ricorda un po’ la mia infanzia quando giocavo con i miei coetanei nella strada, a palla,campana, nascondino, le belle statuine, oppure scappavo in bicicletta. Ogni volta che passo da quella strada guardo i campanelli, ma ormai le persone che ci brontolavano per la confusione non ci sono più perchè molti erano anziani, altri hanno cambiato  zona, altri proprio città. Comunque le ricordo tutte: ognuno con i propri orari e le proprie abitudini. Passando sotto le  finestre  penso alla signora che stava sempre alla finestra e non usciva di casa. La mattina faceva due chiacchere con me, che ero bambina, poi mi mandava a comprare le sigarette sciolte, o l’altra che, dovendo lavorare, mi faceva comprare il pane, ed ero contenta di fare queste commissioni  perchè spesso mi davano qualche caramella o, addirittura, i soldi per comprare il gelato.

Quando mi sono spostata di poco,  il mio cuore è rimasto in quella strada che profuma di semplicità e della mia infanzia.

Comunque c’era anche tanta umanità, c’era la vicina che faceva la puntura, un’altra che  portava la polenta fritta o il dolcino fatto con le sue mani, se mancava qualcosa all’ultimo momento qualcuno che lo prestava lo trovavi sicuramente.

Purtroppo i tempi sono cambiati ed ognuno vive chiuso in casa e spesso non conosci neppure la famiglia che sta nel tuo stesso pianerottolo.

Gabriella innamorata della sua città ci regala la terza parte

3 – La città invisibile – di Gabriella Crisafulli

Era stata costruita su quattro livelli collegati fra loro.

Dopo la devastante alluvione poco a poco era stata resa vivibile.

Ne erano stati ripuliti fossi, condutture, giardini, ne erano stati risanati lastricati e mura.

Era stata resa abitabile e resistente.

Al primo livello c’era la parte storica, un fiume che scorreva dal passato.

Nel secondo si trovava lo spazio rinnovato, fatto dalle successive trasformazioni che ostentavano i segni di una rinascita.

Il terzo livello si era strutturato vivendola. Ogni angolo con la sua funzione, ogni angolo con la sua caratteristica, con i posti del cuore e quelli che scatenano emozioni e poesia.

Sul quarto si era generata l’energia propulsiva partorita dai sogni degli abitanti che faceva di quella città qualcosa di nuovo.

Poi vennero gli anni dei cambiamenti, della fatica, della resilienza, della trasformazione, delle scoperte, del dubbio, della paura.

E la città era cambiata.

Da molti anni si vociferava che fosse impraticabile.

Da molti anni nessuno entrava più al di là delle sue mura.

Vagavano al suo interno fantasmi che portavano sulle spalle dubbi e segreti indicibili.

“Principessa Lo-u-Ling
Ava dolce e serena che regnavi
Nel tuo cupo silenzio in gioia pura
E sfidasti inflessibile e sicura
L’aspro dominio, oggi rivivi in me!

Pure nel tempo che ciascun ricorda
Fu sgomento e terrore e rombo d’armi!
Il regno vinto! Il regno vinto…

E Lo-u-Ling, la mia ava, trascinata
Da un uomo come te, come te, straniero
Là nella notte atroce
Dove si spense la sua fresca voce!”

O Prìncipi, che a lunghe carovane
d’ogni parte del mondo
qui venite a gettar la vostra sorte,
io vendico su voi, quella purezza,
quel grido e quella morte! …


Mai nessun m’avrà!…
L’orror di chi l’uccise
vivo nel cuor mi sta!
No, no! Mai nessun m’avrà!
Ah, rinasce in me l’orgoglio
di tanta purità!


Straniero! Non tentar la fortuna!
Gli enigmi sono tre, la morte è una!

Zafferana Etnea che ritorna attraverso Turandot.

Stop, stop, stop.

Non rivive un bel nulla.

Adesso basta.

C’è una nuova città che si intravede.

Muoviti.

Cammina.

Senti lo swing nell’aria che soffia?

Sola me ne vo per la città

passo tra la folla che non sa

che non vede il mio dolore

cercando te, sognando te, felicità.

Ogni spazio guardo ma non c’è

ogni voce ascolto ma non è lei

Dimmi, dimmi dove sei perduta gioia

da rinnovar.

Tento e provo a cancellar

ma il dolore tende a riaffiorar

però io cerco un nome nuovo

un nome dal sapore di felicità.

Sola me ne vo di qua e di là

a cercare una nuova realtà

che diventi il mio castello

la mia dimora

la mia città

Dai e dai ci era arrivata al suo castello, alla sua dimora, alla sua città.

Era fatta di rifiuti, un vero e proprio mondo, un immenso giacimento di grande valore a costo zero.

Resti della sua e di altre vite, frammenti di altre storie che testimoniavano tanti diversi passati: in alcuni casi vere e proprie reliquie.

Erano il materiale attraverso il quale dare sfogo alla sua creatività.

Erano brutte cose da buttare sulle quali poteva lavorare per renderle interessanti se non proprio belle.

Gli scarti erano un qualcosa ricco di un potenziale divertimento che riempiva di umorismo la sua vita bruciata dall’ansia.

Proprio lei, emarginata e rifiutata dalla società per età e per idee, lei che era inutile alla collettività, aveva trovato nei rifiuti una mole di materiale a cui dare un nuovo valore e una nuova vita.  

E chissà, forse, quegli scarti potevano diventare lo specchio attraverso il quale prendere coscienza di sé.

Le Città di Lucia dentro il Mercato

Cominciamo dal mercato- di Lucia Bettoni

foto di Lucia Bettoni

Dove’ il mercato?
Andiamo al mercato?
Cominciamo dal mercato

Il mercato è la mia città
Tutte le città hanno un mercato e tutte al mercato diventano la mia città

A Parigi la metà del mio tempo la passai al mercato delle Pulci
Era lì che la vita mi regalava doni a piene mani
Mi tengo stretto questo nitido ricordo e mi posso vedere giovane, felice e
innamorata passare in mezzo ad una umanità che offriva di tutto
L’aria era fresca ma non era freddo, le persone sembravano leggere
Comprammo due impermeabili militari neri, uno per uno e i nostri primi mezzi guanti
Sull’ impermeabile appuntai una grande spilla di strass luminosi
Ero tutta vestita di nero ma la mia spilla brillava come il mio volto di bambina sposa
Era il mio viaggio di nozze

Tutti i mercati della mia vita premono ed escono dal mio petto a caso e senza tempo, senza alcun ordine cronologico

Bruxelles, umida e fredda ha un mercato pieno di fiori come se tutti i fiori si fossero messi d’accordo per dare una mano agli umani per sopravvivere al grigio
Le orchidee sono le più generose e non c’è finestra che non ne abbia una
Fiori e patatine fritte; ti siedi, guardi i fiori e mangi patatine dal cartoccio sperando che tuo figlio sia felice anche in una città grigia

Budapest, dov’è il tuo mercato splendida e affascinante città?
Davanti a me un mercato triste, poche cose sui banchi, venditori infreddoliti e senza sorrisi, non c’era niente da comprare, sembrava un camposanto
Stavo per andarmene quando il mio sguardo si posò su di un orologio che sembrava un enorme diamante
Sono forse più di venti anni che mi guarda ogni volta che vado a dormire

Istambul, io e Maria Pia ,libere e ingenue camminavamo tra una folla umana al Gran Bazar, merci di ogni tipo alla destra e alla sinistra dei nostri occhi
Una strada senza fine e il canto dei muezzin
Comprai una giacca di montone, erano gli anni settanta e la mia era l’unica giacca di montone color verde chiaro che si poteva vedere in giro
Con il caldo del mese d’agosto salii sull’aereo con la giacca indosso e per valigia una borsa di paglia

Amsterdam, scendemmo dal treno e fummo investiti da un forte vento e dalla pioggia, indossammo le nostre cappe e diventammo subito due gabbiani arancioni
Il vento ci apriva le ali e volammo tra strade e canali scansando biciclette e riparandoci sotto i portoni
Non dimenticherò mai Amsterdam vestita da gabbiano
Al mercato dei fiori avrei voluto comprare una casetta per gli uccelli

A mezzogiorno salutai i bambini e le mie colleghe di corsa
A metà pomeriggio eravamo a Fez
Il nostro riad era dentro la Medina, un labirinto -mercato che nessuna parola e nessuna descrizione può essere sufficiente per descrivere quel mondo straordinario e  inimmaginabile dove mi trovai catapultata dopo solo poche ore di viaggio
Impossibile non perdersi in quel mondo fatto di piccole strade intrecciate dove se incontri un asino è difficile passare
I miei occhi impazziti atterrati improvvisamente in un altro pianeta: tintori,sarti, tessitori,ceramisti,artigiani e merci di ogni tipo ,Inferno e Paradiso ad ogni mio passo
Pelli ad asciugare al sole, uomini seminudi dentro piccole vasche circolari di tutti i colori, odori a volte nauseabondi a volte sublimi
In una piazza circolare battevano con i loro strumenti gli artigiani del rame con un ritmo regolare e perfetto: era il cuore di Fez

Un viaggio da sola e una piccola ed essenziale stanzetta nel centro di Catania
Spesso sono io a cercare i mercati ma a volte sono loro a cercare me
Fera ‘o Luni, il più vecchio mercato di Catania era lì appena dietro l’angolo
Ogni giorno prima dei miei giri per la città, attraversavo il mercato lentamente a occhi quasi chiusi
Fera ‘o Luni è un mercato da ascoltare
Qui puoi sentire veramente la voce di Catania; se ascolti bene ti parla di tutto, ti sbatte in faccia la sua miseria e la sua forza
È un mercato per tutti, e’ il mercato di tutti

Incantata dalla città di Catania, dopo tre mesi sempre da sola volli conoscere Palermo
Una città piena di bellezze,alcuni dei suoi tesori sono tra le cose più belle che abbia visto nella mia vita
Come descrivere i suoi mercati?
I mercati di Palermo sono sangue e arte, ordine e calore, musica, grida e disperazione
Ballaro’,la Vucciria e il mercato del pesce così vicino alla cattedrale o forse è proprio il mercato del pesce la vera cattedrale di Palermo
I graffiti sui muri della Vucciria sono opere d’arte incredibili accompagnate spesso da frasi acute, sottili e pungenti
I mercati di Palermo sono dei veri monumenti alla vita situati tutti proprio nel cuore della città
Lì è possibile percepire che le culture di tanti popoli si  sono incontrate per convivere insieme in un luogo multietnico e suggestivo in mezzo a un tripudio di colori, voci e odori

E poi e poi …

Tabriz, con il secondo mercato coperto più grande del mondo e la Boqueria a Barcellona dove la frutta è esposta come se un artista vi avesse passato la vita a creare le più belle e colorate composizioni
E Sofia con il piccolo mercato ricoperto di neve dove brillavano sui banchi bellissime icone dorate

E ancora e ancora…

La mia vita si snoda mostrandomi le sue meraviglie assopite

L’ultimo mercato pochi giorni fa a Vienna
È stato uno di quei casi dove il mercato è venuto a cercarmi, era lì a cinquanta metri dal mio albergo
In mezzo a bancarelle di frutta e spezie erano allineati una grande quantità di piccoli ristoranti, tanti tavolini l’uno accanto all’altro accoglievano in una atmosfera vivace ma tranquilla una moltitudine di persone gioiosamente unite dal cibo e dalle chiacchiere

Tanto tempo fa vendevo sogni sull’aia di casa in piccole boccettine di acqua colorata a passanti immaginari
Oggi compro sogni e conoscenza nelle mie città mercato

Continuerò questo viaggio finché le mie gambe e le mie forze me lo permetteranno orgogliosa e felice di aver camminato tra i mercati del mondo e di continuare ad averne voglia

Incipit e cartine di Gabriella

E poi c’era brutto tempo – di Gabriella Crisafulli

E poi c’era brutto tempo.

Arrivava da un giorno all’altro una volta passato l’Autunno e non teneva conto che era vestita ancora con abiti estivi. Indossava un abito elegante con un tocco sgargiante e tanti fronzoli. Niente ombrello.

La pioggia era inclemente. I capelli freschi di parrucchiere pendevano gocciolanti come i volant del vestito e le piume che lo decoravano. Tutto era molle lungo il suo corpo mentre il trucco si scioglieva e le rigava il viso.

Si era vestita elegante per l’occasione. Non le capitava spesso di uscire la sera e di andare nei migliori hotel e ristoranti della sua città. Le succedeva da quarant’anni ogni volta che veniva quel ragazzo con la moglie a trascorrere un paio di settimane a Firenze. Era l’occasione per fare un tuffo in mondi altri che turbinavano in centro ma del cui giro non faceva parte. Quando arrivavano J. e Y. però, veniva catapultata da loro in luoghi mirabolanti con panorami mozzafiato e ristoranti dove tutto sapeva di fantascienza.

Di solito se la godeva alla grande.

Quel giorno la pioggia le stava guastando la festa.

Quando arrivò erano tutti ad aspettarla sprofondati nelle poltrone davanti all’aperitivo.

Si rifugiò nella toilette per rimediare ai danni della pioggia e, con l’aiuto di un’assistente e di parecchi scottex, si rimise a posto il più possibile.

Raggiunse gli altri nel salone e, fra una chiacchiera e l’altra, venne fuori la proposta: un viaggio negli Stati Uniti per loro quattro, spesati di tutto punto, da fare nel periodo estivo.

Non era preparata a tanto e si aggrappò al bicchiere dell’aperitivo analcolico mentre il mondo le girava intorno come se si fosse scolata due o tre Martini.

Viaggio, permanenza, musei, teatri e crociera, tutto organizzato da J. che di lì a qualche mese avrebbe concordato l’organizzazione con loro.

Come al solito, però, la vita era troppa con lei perché l’invito aveva stuzzicato nei suoi desideri nascosti.

Nei giorni successivi ascoltava i loro progetti di approfittare dell’occasione per viaggiare in lungo e in largo per gli States domandandosi con quali risorse era possibile far fronte a tutto questo.

La vita di chi amava aveva fretta di esistere e nella commedia che l’aspettava doveva inventarsi una parte se non voleva rimanere nella paura che l’attanagliava.

Non possedeva la sfera di cristallo che le pronosticava il futuro, poteva solo ridere a crepapelle su come una grande occasione si trasformasse ancora una volta in un fumo che avvolgeva i mesi a venire.   

Incipit con cartine di Silvana

Diario del 1 e 2 novembre – di Silvana Castaldi

Le immagini che ho pescato mi rimandano al 1 e al 2 novembre. La prima ricorda la raccolta dagli alberi.

La seconda immagine conferma la data del 2 novembre che è  quasi sicuramente il volto di una persona nota piena di bellezza giovanile, una di quelle facce che vengono messe a ricordo di un defunto.

La storia che ho tanta voglia di scrivere sta tra il diario e il testamento.

Parole con cui vorrei essere ricordata e che vorrei fossero lette per me.

La raccolta delle olive è stata festa di sorrellanza. Mia sorella ha pochissimi olivi e chiedere un aiuto agli amici comporta delle spese di assicurazione inail invece i parenti entro il terzo grado (evidentemente non gliene frega niente a nessuno) sono esenti, quindi ci ha chiamati ad aiutarla il primo novembre

Ho ospite una nipote messicana e quando sono tornata casa il 2 novembre ho trovato un’altana per los dias de los muertos

Un tavolo con le candele accese dedicate a una persona cara che non c’è più. Le candele accese servono a illuminare in un cammino che sia un passaggio gioioso in una nuova tappa di vita da accettare e non da temere. C’erano poi:

Un pizzico di sale e il sale è protezione,

 un bicchiere di acqua per dissetare nel cammino

oggetti e cibi che il defunto amava

Mi è stato garantito che al mio momento avrò anch’io la mia altana e sto cercando quali cibi e oggetti vorrei: di sicuro un caffè e un libro, anche più di uno e certe foto che mi piacciono molto.

E tra queste cose che vorrei c’è anche come vorrei essere ricordata.

Incipit con cartine di Rita

Madama Butterfly – di Rita Angeloni

Storia di un infelice amore che si conclude con il suicidio di Cio Cio San, giapponesina quindicenne che dopo il matrimonio prende il nome di Madama Butterfly.

 Piccola   geisha che si innamora sinceramente del  tenente americano Pinkerton e lo sposa con il rito tradizionale  della sua terra che prevede che lo sposo possa ripudiare in seguito, la sposa senza tanti problemi.

Dopo un breve periodo di felice amore, Pinkerton parte per l’America promettendo a Cio Cio San che sarebbe tornato  a primavera ma, in America sposa Katti.

La dolce giapponesina  aspetta con fiducia il suo grande amore. Sogna il suo ritorno, scruta il mare con ansia, in attesa che la nave arrivi ma, lui si fa attendere.

Immaginando la scena mi sembra di sentire la musica pucciniana e  lei che canta “ tornera’  tornera’ e mi amera’.

Povera giapponesina , lui tornera’ ma, per portarle via il figliolo che vuol far crescere in America.

Allontanata anche dalla sua famiglia non le rimane altra strada di quella di tornare a fare la geisha.

Disperata, dopo aver bendato il figlio, si suicida con il pugnale cerimoniale donatole dal padre.

Povera Madama Butterfly, mi commuovo e piango per lei.