Personaggi e storie – Sandra

Ispirato agli elementi:

Un biglietto di sola andata Roma-Torino

Uno scontrino di un bar di Firenze di 5,80 euro

Un fazzoletto di carta con un indirizzo e-mail

Una fede d’oro

Una carta socio dell’Accademia La Colombaria

Una foto di gruppo spezzata in quattro

Un tacco a spillo di una scarpa da donna.

Davvero fu per caso? – di Sandra Conticini

foto di Simone Bellini

DESCRIZIONE DI UN PERSONAGGIO

Carlo uomo sui 55 anni, capelli brizzolati  a spazzola, occhi verde scuro sempre sorridenti, ma con lo sguardo distratto.  Veste in modo tradizionale ma nel tempo libero usa abiti sportivi multicolori, comunque l’abbigliamento è sempre  curato ed ha sempre un buon profumo. Eh sì è molto vanesio, si piace.

E’ originario di Firenze, ma lavora in una grossa azienda farmaceutica a Roma e viaggia spesso in treno.

Non riesce ad avere amici, e questo è il suo cruccio, non è socievole e spesso è un po’ ambiguo.

STORIA

Carlo, originario di Firenze, con grande dispiacere aveva dovuto lasciare la sua città ed andare a vivere a Roma per lavorare in una grande azienda farmaceutica. Quando, con il treno, passava da Firenze, se poteva, fissava con qualche vecchio amico, prendevano un caffè insieme, ricordavano i vecchi tempi e poi ognuno andava per la sua strada.

Quel giorno sarebbe andato a Torino, con un biglietto di sola andata, perchè doveva fare dei controlli ad aziende associate e non sapeva quando sarebbe tornato.

Così decise di prendersela comoda e  fissò con Antonio per prendere un caffè da Rivoire, nel salotto di Firenze.  Mentre era in treno Antonio telefonò dicendo che non poteva andare all’appuntamento perchè aveva avuto degli imprevisti. Carlo restò un po’ interdetto, su di lui non si poteva mai fare affidamento, ma decise comunque di fare un giro nella sua città. Camminò per le strade del centro, in quell’ora del mattino ancora con poche persone, che andavano svelte  rinvoltate nei loro piumini e sciarpe perchè la giornata era bella, ma fredda. Si ritrovò in Piazza della Signoria, entrò da Rivoire, prese una cioccolata calda sempre buonissima, ma.. se la facevano pagare vaiiiii… guardò lo scontrino diverse volte, non ci voleva credere €. 7,80, meno male che non l’ho presa con la panna!!! pensò! Mentre stava uscendo vide entrare una signora ben vestita che gli ricordava Isabella, la sua compagna di banco di ragioneria. Uscì dal bar, fece un giro per la piazza, vide qualcosa tra i sanpietrini, lo raccolse e capì che era un tacco a spillo rosso e nero,  e  mentre  lo metteva in tasca ripassò quella che pensava fosse la sua compagna di scuola. Questa volta, nonostante per lui  fosse una grossa prova, la fermò e riuscì a chiederle

: – Ma lei è Isabella?

Lei tirò diritto pensando fosse un rompiscatole,  lui la rincorse dicendole che avevano studiato insieme. Le fece vedere la carta socio dell’Accademia “La Colombaria” che portava ancora nel portafoglio insieme ad una foto di gruppo strappata in quattro pezzi e riattacata con lo scotch.

Lei fu costretta a fermarsi, a guardarlo meglio e, nonostante avesse i capelli brizzolati, riconobbe il colore degli occhi verdi, sorridenti, che non aveva  dimenticato e anche lo sguardo distratto era uguale. Nonostante gli anni trascorsi era sempre lo stesso vanesio, curato nel vestire anche se sportivo e con un buon profumo che le faceva girare già la testa.

Iniziarono a parlare della loro vita che non era stata una passeggiata. Lei separata con tre figli ed un marito che spesso la picchiava, lui ora solo e non per scelta. La moglie lo aveva ormai lasciato da ben quattro anni e ripensadoci tirò fuori dalla tasca della giacca la sua fede, che aveva sempre dietro. Per ora non era riuscito a rifarsi una vita, ma sperava nel futuro.

Decisero di mangiare insieme in una trattoria vicino alla stazione,  prese il fazzoletto di carta con l’indirizzo mail del suo responsabile avvisandolo che sarebbe arrivato a Torino in tarda serata. Non poteva partire subito, avevano tante cose da ricordare e da raccontarsi.

Personaggi e storie – Simone

Ispirato agli elementi:

Un biglietto di sola andata Roma-Torino

Uno scontrino di un bar di Firenze di 5,80 euro

Un fazzoletto di carta con un indirizzo e-mail

Una fede d’oro

Una carta socio dell’Accademia La Colombaria

Una foto di gruppo spezzata in quattro

Un tacco a spillo di una scarpa da donna.

In attesa di ispirazione – di Simone Bellini

PERSONAGGIO

Io; tassista depresso in estenuante attesa della pensione ( fra due luuunghissimi anni). Dal carattere mite, pacioso, non si altera mai, buon ascoltatore, parla il meno possibile (per mancanza di argomenti), un personaggio anonimo insomma.

                                IN ATTESA DI UNA ISPIRAZIONE

Scusatemi, matite care, se non scrivo quasi più, non partecipo molto, se la mia presenza è quasi nulla nei nostri collegamenti settimanali, ma questo periodo pandemico mi ha annullato, più dell’altro, la voglia di fare, di scrivere, di disegnare, di studiare copioni, nonostante abbia tutto il tempo ed il materiale , che mi porto sempre dietro, per passare queste interminabili ore in attesa di una corsa . Sono diventato apatico e privo d’interessi, consumato dallo stress.

Non voglio risultare patetico, ma questa volta non mi viene in mente niente; nessun personaggio, nessuna stor…

-Lei è libero? Parte lei ? Presto, presto mi porti alla stazione presto ! Ma che fa? Smetta di scrivere, parta subito ! Via !.

Entra concitatamente nel taxi gettando giacca e borsone sui sedili posteriori.

– oh cazzo ! Mi si è rotto anche il tacco adesso, cazzo cazzo cazzo !

Mi scusi eh, ma oggi non me ne va bene una, guardi qua – dice mostrandomi uno scontrino che aveva nella tasca della giacca- Ma le pare possibile che per un cappuccino e una brioche si debba spendere cinque euro e ottanta ?! “ Ma lei ha consumato la colazione al tavolino esterno “, mi hanno risposto con la “puzza sotto al naso”. “ Andate a fare in mmmhmm” mi sono trattenuta a stento tappandomi la bocca, ma uscendo ho gridato un LADRIIII che mi hanno sentito nel raggio di un kilometro.

Mi scusi lo sfogo, mi vede così agitata perché stamani avevo un colloquio nella sede dell’”Accademia Colombaria” per propormi, in quanto socio, alle prossime elezioni dei membri del consiglio- Così dicendo tira fuori dalla tasca la tessera socio con la foto di gruppo del comitato dirigente.-Non mi hanno preso nemmeno in considerazione, ridevano, ridevano e ammiccavano. MALEDETTI! – dice strappando rabbiosamente in più pezzi la foto – Mi scusi devo fare una telefonata,per rilassarmi un po’, posso?-

-Prego, faccia pure. – Mentre lei si sfila la fede d’oro e la mette in tasca.

– Pronto amore, sto venendo da te, ho bisogno di coccole, non sai che giornata di merda sto passando. Stiamo in po’ insieme e poi torno a casa a Torino, ho già preso il biglietto.

Come non ci sei ? Non sei a Roma?…Dove sei? … Con chi?…Macchè lavoro,…tu mi tradisci, di’ la verità, vigliacco ! Lo capisco sai quando menti!

Ahh lo ammetti, PORCO !!!

Cooosaaa….. mi….mi vuoi lasciare ? Perchèèè?

 Io.. troppo isterica ….. IO ???

Ora vengo lì e ne parliamo !

Pronto….. Prontoooo!!!

….Ha riattaccato……mi ha riattaccato il telefono in faccia !!!

Mio Dio , adesso come faccio ! Non so stare senza di lui!- in lacrime- dovrò accontentarmi di mio marito !

Si fermi, scendo qui. – Rimestando convulsamente nel borsone:- Dov’è, dove l’ho messo?..Eppure sono sicura di aver preso il portafoglio, deve essere per forza qui. Non lo trovo. Mio Dio l’ho perso … me lo hanno rubato! Ma porca miseria ladra! Mi dispiace tanto, guardi le scrivo la mia mail su questo fazzoletto di carta, lei m’invia l’importo e gli estremi per farle il bonifico, va bene? DIO CHE GIORNATA !!!-

– Non lo dica a me; dopo quattro ore fermo al posteggio aspettando una corsa mi capita lei che mi riempie la testa di tutte le sue disgrazie ed infine non mi paga nemmeno ! Cosa dovrei dire io di questa giornata eh!! Se ne vada, vada via che devo finire di scrivere !

Personaggi e storie – Cecilia

ho accettato la mia stessa sfida….ispirandomi ai meli di Lucia….

Non portava tacchi a spillo – di Cecilia Trinci

foto di Lucia Bettoni

Personaggio: Lo sapeva che era arrivata al tempo in cui si vede il punto in cui sta per finire. L’esistenza, intendo. La quantità di filo a disposizione per cucire un buon vestito era arrivata alle ultime gugliate. Non era alta e non lo era mai stata, ma non portava tacchi a spillo, come un tempo aveva fatto senza troppa fatica, non era magra come invece era stata per diversi anni perché dimenticava di mangiare e era stata sempre in movimento. Non era elegante perché questo le era sempre importato poco e preferiva muoversi a passi lunghi e sicuri, quasi dovesse montare a cavallo e incontrare draghi da combattere dietro ogni curva della vita. Il suo corpo ricordava di essersi arrampicato sui cancelli e i suoi occhi ancora buoni di aver letto molto e incontrato molti sguardi. Sorrideva spesso anche se ora le occasioni erano scarse e muoveva mani grandi piene di anelli, che le facevano compagnia. Una borsa pesante piena di tasche le pendeva sulla spalla sinistra, sbalestrando l’equilibrio che si faceva sempre più precario.

Erano fioriti i meli.

Ogni anno quel momento aveva un valore che non si poteva decifrare e chi era con lei quando lo scopriva non capiva perché il melo dovesse avere tutta quella specialità, pur con lo splendore di quei fiori a mazzolini, sfumati in un intreccio di  bianco e di rosa,  quel rosa così rosa che punta verso il rosso. La vera verità è che si ricordava sua mamma quando annunciava “I meli!!! Sono fioriti i meli!!” e in quell’immagine era rimasta prigioniera la voce di lei.

I fiori tornano sempre e non si sa come fanno a conservare la mappa esatta della loro ripetizione.

 Controllò l’indirizzo scritto a matita sul fazzoletto e scrisse la mail dal cellulare, seduta sulla panchina. Ci pensò ancora un attimo prima di cliccare invio. Ma poi…..ci voleva andare, era importante.

Il fiume scorreva davanti a lei con piccole increspature gialle.

C’era un insolito silenzio. Era quasi ora di cena, grossi corvi planavano in solitaria, un po’ sul campo in cerca di bocconi, un po’ sull’acqua in cerca di fresco, con i loro versi agri, e l’occhio di profilo che  scruta di soppiatto. Si dice “solo come un cane”, ma i cani non sono mai soli. Si dovrebbe dire “solo come un corvo”, piuttosto, che la malinconia la contagiano volando.

L’avevano chiamata. La casa editrice aveva fissato la data per il contratto e lei aveva confermato l’arrivo per domani. Ci andava da sola, in treno. Un viaggio dopo tanto tempo e tanta clausura che le aveva tolto leggerezza.

A Torino c’era stata tante volte. Ogni volta una grande bellezza. D’inverno, sotto Natale, l’aveva attraversata nella pacata eleganza di una città schiva e timida. Piccolissime luci apparivano tra alberelli scuri, spogli e pungevano il cuore, come massimo addobbo di festa consentito  in un buio severo, profumato di cioccolato amaro.

C’era stata in primavera, camminando abbracciata dalla sciarpa della  corona di monti ancora bianchi di neve, che ricordavano scolasticamente “il Po e i suoi affluenti” e Superga, macchiata ancora di morte.

C’era stata anche d’estate, quando i portici servivano a ripararsi dal sole implacabile che faceva rimpiangere il buio e la pioggia dell’inverno, la vera stagione di Torino e dei suoi fantasmi colti, nascosti nei portoni scuri con batacchi enormi.

Mise le mani nella tasca destra della giacca, come faceva sempre automaticamente. Le piaceva vestirsi un po’ maschile, quella giacca poi era di suo padre e le stava bene. Aveva sempre avuto spalle ampie fino da piccola, un broncio un po’ da bimbo quasi sempre nelle foto, una civetteria smilza, senza gingilli e fronzoli.

I bambolotti li aveva quasi sempre affogati il secondo giorno che li aveva avuti in dono. Aveva preferito i trenini e i fucili e i cappelli con visiera o i caschi di penne da indiano. Sorrideva a pensarci. Peccato che avesse imparato tardi a maneggiare archi!

Un po’ le dispiaceva lasciare l’Accademia. Era stata la sua vera passione. Un lavoro bellissimo in cerca di umanità. Anche se da tempo non era più lì, saperla nei dintorni di casa la consolava. Ma ora quel tempo era finito. Ogni dieci anni si chiudeva una porta e se ne apriva un’altra, così, in sequenza, senza strappi evidenti. Non esattamente, però, qualche strappo anche forte c’era stato. Ma ora era tutto lontano.

Il fiume si stava tingendo di rosa. I tramonti adorano l’acqua è innegabile, si moltiplicano in caleidoscopi magici anche su un fiume melmoso e cittadino. Si ricordò di certi tramonti ai “canottieri”. Sotto i ponti c’è un silenzio incredibile, impossibile da immaginare da chi sta sopra.

Sotto i ponti di Firenze c’è un mondo parallelo, fantastico. Ci pensò, ma fu solo un attimo di nostalgia.

Il biglietto per Torino lo aveva già. Era in una di quelle tante tasche della giacca di suo padre. Così aveva ancora un po’ di tempo e infilò la mano nella tasca interna. Adorava quelle tasche segrete dove si dimenticavano tracce. Le aveva sempre invidiate ai signori eleganti che toglievano da lì, con gesti sapienti, oggetti preziosi o scritture intime.

Lei ci trovò una foto. Erano facce di qualche anno prima. Diversi anni prima. Una panchina di Zagabria, tre ragazzi seduti, due in piedi, lei sul bordo con gli occhiali da sole. Neppure una foto ben fatta, un po’ sfocata, sullo sfondo i palazzi nordici con le mansarde. Era la prima volta che partecipavano a un festival internazionale per ciechi. Era ottobre ma il sole era caldo. Erano senza cappotti sotto un sole sciapo. Avevano un non so che nel sorridere……qualcuno ci vedeva, qualcuno no in quel gruppo, ma tutti avevano una vibrazione, un’ambizione, forse, ma buona, positiva, uno slancio di costruttività e di progetto. La  strappò, di getto, in quattro pezzi tutti diversi e li lanciò nel fiume. Galleggiarono per un po’, sopra la patina gialla del fiume, poi piano piano cominciarono a bagnarsi e ad affogare lentamente.

Ormai tutto quello che aveva fatto, tutto quello che ricordava era stato scritto in quel libro: “Non portava tacchi a spillo”, che la casa editrice aveva comprato.

 Si alzò, aveva il tempo per un panino riscaldato sul fornetto di un bar. Avrebbe speso quegli spiccioli e conservato lo scontrino,  così, per ricordo. Magari lo stesso bar dove alla sua bambina aveva comprato tante volte i waffel caldi  per merenda. Pensò che ai nipotini non li aveva ancora mai comprati…..

Ce li porterò, quando torno, disse piano.

Cominciava a scendere la sera. A Torino di certo era già buio.

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La storia di Vanna continua

Un maritino malandrino (storia completa)- di Vanna Bigazzi

Prima parte: “Più che altro mi dispiace per la Fede d’oro, ora cosa racconto a mia moglie, non certamente che l’ho persa, mi era strettissima al dito che per toglierla dovevo aiutarmi con l’olio o con la saponetta… Capirà subito che me ne sono liberato per nascondere che sono sposato, gelosa com’è! E chi la convince… Non avrei fatto niente del genere se non avessi notato che quella bionda mi guardava, ammiccante, pur da lontano, in quel bar a Firenze vicino alla stazione, fra l’altro caro: un cappuccino 5,80 per sedersi un attimo in quella poltroncina di finta pelle… Eppure me lo immaginavo che si sarebbe avvicinata sfoderando un bel sorriso, l’occasione fa l’uomo ladro, altrimenti, col cavolo avrei fatto quello sforzo disumano per togliermela e infilarla subito nella tasca della giacca. Accidenti, mi fa ancora male il dito… Firenze, volevo fare una piccola sosta prima di Torino, del resto Roma-Torino, è lunga e Firenze merita una sosta. Però, ripensandoci è stata una bella avventura, quando mi ricapita una ragazza a quel modo! La giacca, la giacca… Accidenti, dove l’avrò lasciata, su quella panchina alla Fortezza, faceva caldo, altrimenti non me la sarei tolta. Certo che non capivo più nulla, fissavo le sue lunghe gambe accavallate con quei tacchi a spillo… E chi poteva resisterle? A proposito nella tasca della giacca, dovrebbe esserci anche uno di quei tacchi; lei faceva la smorfiosa, alla Fortezza, mi provocava saltellando su quelle gambe da gazzella, per farmi intravedere la coscia da quello spacco galeotto della gonna… E’ stato così che il tacco si è rotto ed io l’ho raccolto promettendole di accompagnarla da un calzolaio. Meno male che in borsetta aveva delle cenerentole di riserva! Ah… Potessi ritrovare la mia giacca! Nella tasca avevo anche segnato il suo indirizzo e-mail, mi aveva detto che da un poeta, come mi ero spacciato per farmi bello, si aspettava di ricevere poesie, altro che poesie… Non mi ha lasciato neanche il numero di telefono, chi la rivede quella, devo anche rifare il biglietto per Torino, mia moglie mi aspetta: ‘Prendi un biglietto di sola andata, caro, non sappiamo se ci viene voglia di trattenerci di più in quella bella città, è come un secondo viaggio di nozze! Altro che viaggio di nozze, quando mi vedrà scamiciato, con un dito gonfio, nell’impossibilità di portarla a quella Accademia, la Colombaria, con tutto il rispetto per l’Accademia, perché anche la carta socio avevo, in quella maledetta giacca… La odio quella donna, quando si veste da villanella per unirsi al suo gruppo di Danze Popolari. Avevo in tasca anche una foto di lei con i suoi amici ballerini. Lei era venuta malissimo in quella foto, più grossa il doppio e con quel sorriso ebete sotto il cappellone di paglia, mi è preso rabbia a vederla e ho strappato quella foto, sì, l’ho strappata e i ‘reperti’, anche quelli nelle tasche della giacca… In fondo però, poco male per questo, se me la chiede, le dirò che era venuta sfocata e che il suo bel visino era del tutto irriconoscibile, un oltraggio alla sua bellezza, per questo l’ho buttata…”

Continua: Così farneticava, nella sua disperazione, il nostro Zosimo, eh si…, nome inconsueto ma assolutamente appropriato al suo temperamento. Sembrava che lo conoscessero già i suoi genitori, al momento in cui scelsero per lui questo nome; infatti Zosimo, nome di origine greca, significa “vivace”. Un uomo così malandrino non poteva sposarsi che con una donna accondiscendente e ingenua, che non si accorgesse delle sue marachelle, o per lo meno, facesse finta. Così infatti era sua moglie, credulona, in parte anche per una naturale propensione ad evitare i turbamenti che avrebbero potuto ostacolare lo stato di quiete e gaiezza nel quale normalmente viveva: senza preoccupazioni economiche, senza impegno per i figli    perché scomodi ad entrambi. Così Zosimo poteva improntare la sua vita al modello dell’eterno Peter Pan e la mogliettina su quello dell’oca giuliva che molto raramente perdeva il controllo. Ciò poteva accadere, eventualmente, in occasione delle “proprie cose” così diceva lei. In tali circostanze diventava gelosa e qualche magagna del marito poteva arrivare in superficie; per fortuna, finito il periodo, tutto tornava come prima. Zosimo, scherzando affettuosamente, le prendeva il pacifico, paffuto faccione fra le mani e sorridendo le diceva: “Bella la mia mogliettina, solo così potevano chiamarti i tuoi genitori, Ebetina: nonna Ebe e nonna Tina, che Dio l’abbia in gloria!” Lei felice rideva, facendosi un vezzo di quelle parole.

Rimasto con il solo portafogli e, per fortuna, con i documenti, che teneva nelle tasche dei pantaloni, Zosimo si ritrovò sul treno per Torino, maledicendo la sua distrazione. Perdeva regolarmente chiavi, ombrelli, qualche volta lasciava il cellulare a casa, correndo gravissimi rischi. Ragionava, seduto in uno scompartimento vuoto, con quale regalino poteva presentarsi a Ebetina, per metterla a tacere. Ci voleva un’ idea originale per stupirla, un oggettino pazzo, divertente, bizzarro che la catturasse a un punto tale da deconcentrarla. Ad esempio: un carica-batteria per cellulare con presa USB a forma di Unicorno, certo un gingillo che potesse trovare nei pressi della Stazione di Torino. Zosimo, aveva appunto adocchiato qualcosa nel suo ultimo viaggio di lavoro in quella città. Aveva visto anche una tazza che gira da sola latte, thè o quant’altro: si attiva con un pulsante sul manico, veramente adatta ad una pigrona come lei! Da tenere in considerazione anche quella bella felpa, fra l’altro già vista su internet, con la scritta. “Sono RITARDATA- RIA, ho incontrato un Unicorno”. L’avrebbe fatta ridere moltissimo, avrebbe stimolato il suo senso ironico, prezzo 24,99 neanche tanto in fin dei conti… Zosimo infine decise di acquistarne due fra questi oggetti: quelli che rappresentavano Unicorni. Lei collezionava Unicorni fin da bambina.

Sbrigò velocemente gli acquisti, comperò una nuova giacca simile a quella perduta, trovò da un vu comprà un anello della sua misura, quasi identico alla fede ma con una piccolissima pietra, se lo infilò girando il brillantino dalla parte del palmo, infine si diresse ansioso all’Hotel “Scopella” in via del Poveromo 33, dove lo attendeva la sua Ebetina. Era impacciato per via dei pacchetti, del piccolo bagaglio rimediato strada facendo, così, tanto per essere più credibile. Aveva anche due riviste lette in treno, che non voleva buttare. Per fortuna l’Hotel era vicino alla Stazione, entrò con disinvoltura, nei limiti del possibile, con un bel sorriso stampato in volto, si diresse alla reception: conosceva bene il segretario con il quale, in occasione dei suoi viaggi di lavoro, si intratteneva a parlare, era quasi un amico. Dopo un caloroso saluto questi lo invitò a sedersi nella hall e gli offrì un succulento aperitivo. Non poteva rifiutare, chiamò il ragazzo d’albergo e gli disse: “Per favore, porti alla stanza 28 questo piccolo bagaglio e le riviste, dica alla signora che m’attenda, il tempo di un aperitivo e sarò da lei”. Trattenne con sé i due regali per vedere di persona l’effetto sorpresa. I due amici presero a parlare e forse la cosa si protrasse qualche minuto in più di quello che Zosimo prevedeva. A un certo punto comunque, Zosimo sorridendo si alzò e si congedò dall’amico. Ascensore, primo piano, dove vi erano le camere migliori e via via lungo il corridoio, fiancheggiato dalle tante stanze. “Ah, ultima cosa, devo scartare i regali, mi presenterò a lei con uno in una mano e uno nell’altra,  rimarrà di stucco!” Così fu, arrivato alla camera 28, sempre un po’ trafelato, pensò: “Non busso, ho le mani impegnate, apro la maniglia con il gomito e la sorprendo, come piace a lei!” Detto fatto,  da  da  da  dan, con un balzo fu in camera. Un urlo fulmineo smorzò il suo sorriso dilatato, una confusione davanti ai suoi occhi: le immagini non raggiungevano correttamente il cervello, si sforzò per vedere meglio. Ebetina, discinta sul letto, era mezza aggrovigliata col ragazzo d’albergo, indossava una mise che Zosimo non conosceva: un pagliaccetto in pizzo rosso dal quale fuoriuscivano i suoi coscioni abbastanza disgustosi, evidentemente appetibili per il ragazzo. Subito il giovane si ritrasse, lasciando il corpo di lei allo scoperto. Seguì un silenzio agghiacciante, sembrava che l’eternità fosse discesa in quella stanza. Nessuno si muoveva, i tre: tre statue di sale. Non altro da dire, se non la sensazione di sbalordimento provata da Zosimo: vedeva se stesso all’interno di uno scenario metafisico, surreale: lui, un’impronta statica costellata di miriadi di  corna: quelle della felpa, quella dell’unicorno del carica-batterie, tutte quelle che  sentiva scendere dall’alto, come gocce infuocate, sulla sua testa, in un tripudio esaltante, trionfale. Un’apoteosi grandiosa che, pian piano, lo dissociava sempre più dalla realtà.  

Personaggi e storie – Patrizia

Ricominciare – di Patrizia Fusi

Foto di Q K da Pixabay

Ispirato agli elementi:

Un biglietto di sola andata Roma-Torino

Uno scontrino di un bar di Firenze di 5,80 euro

Un fazzoletto di carta con un indirizzo e-mail

Una fede d’oro

Una carta socio dell’Accademia La Colombaria

Una foto di gruppo spezzata in quattro

Un tacco a spillo di una scarpa da donna.

***

E’ una giornata luminosa e tiepida di metà settembre, prima di raggiungere Torino Maura ha deciso di fermarsi a Firenze , è legata a questa città, ha pure la carta di socio onorario dell’Accademia della Crusca.

Ha voglia di immergersi nella magia che emana per lei questa città, è raccolta, un museo a cielo aperto, con le grandi strade principali, il fascino dei vicoli stretti con i tanti tabernacoli, dietro a ognuno una storia. Alzando gli occhi vede gli stili diversi degli edifici, il fascino delle case torri, le grandi chiese, i tanti musei…. tutto parla di storia.

E’ seduta al tavolino del bar davanti al palazzo comunale dove fa bella mostra di sé la statua del “Biancone”.

Il sole la riscalda, si toglie la pesante giacca nera, è tranquilla, ha deciso di cambiare vita, ha sessantatre anni, non vuole vivere di ricordi che sente come una pesante zavorra nella mente.

Non ha niente che la trattiene a Roma, per scelta non ha voluto figli, i genitori non ci son più, l’amore è finito, è orgogliosa, selettiva, in vecchiaia è peggiorata, giudicava quasi sempre gli altri in base alla cultura, e veniva fuori nei giudizi la sua professione, forse ora si fa qualche domanda perché alcune amicizie si sono allontanate senza un apparente motivo, facendola soffrire.

Controlla quello che ha nelle tasche della giacca, sente il tintinnio della fede d’oro che batte sul tacco a spillo, altri frammenti della sua vita in questi due oggetti, si è tolta la fede perché ha chiuso con suo marito, un brindellone che con l’avanzare dell’età sì è sentito attratto dalle giovani donne…Anche lei ha avuto paura degli anni che passano sul suo fisico ed è ricorsa al chirurgo estetico.

 Il tacco a spillo lo ha portato con sé per ricordarsi che non può più indossare quel tipo di scarpa, sa bene che quando le calzava si sentiva più femminile e attraente.

Le viene fuori la foto di gruppo delle sue colleghe, Maura insegna alle superiori, nella foto c’è anche la biondina che ha fatto perdere il capo al brindellone, una rabbia le arriva allo stomaco, fa la foto in mille pezzi, si sente sollevata come aver scancellato anche questo brutto ricordo dalla mente.

Estrae il fazzoletto di carta con l’indirizzo email che un suo compagno di scuola di quando erano giovani le ha inviato. All’epoca lui era timido e bruttino, lei sapeva della cotta che lui aveva per lei, ma non le interessava, era una ragazza forte arrogante e arrivista, non lo filava per niente, voleva di più, in questo non era cambiata.

Con il suo vecchio compagno di liceo si sono rivisti a Roma ad una mostra, grande piacere di rincontrarla da parte di lui, e anche lei è stata contenta di rivederlo: lui ha ancora il solito aspetto insignificante ma ora è piacevolissimo nella conversazione, pieno di interessi. La cosa che le ha fatto battere il cuore a questo incontro è stato quando lui con spontaneità le ha fatto dei complimenti sul suo aspetto e dentro di lei è scattata una molla di desideri. Sentirsi ancora donna le ha fatto bene. Nel salutarsi Carlo le ha fatto scivolare fra le mani un fazzoletto di carta con il suo indirizzo email….

Prende il conto: euro 5,80, caro il caffè e un bicchiere d’acqua, pensa, e saluta mentalmente la città.

Mentre è seduta in treno accarezza il biglietto di solo andata Roma – Torino, ha mandato una mail a Carlo che andrà a trovare.

Maura ha deciso ricominciare a Torino, una citta per lei sconosciuta, senza pesanti ricordi, vuol sentirsi libera, non vuole più stare nei posti dove ha trascorso la grande parte della vita.

Vuole vivere qualcosa di nuovo, strade, piazze, amicizie nuove senza ricordi, con tutte le incertezze che questa scelta comporta ma anche il fascino di sentirsi libera.

Personaggi e storie – Carla

Ispirato agli elementi:

Un biglietto di sola andata Roma-Torino

Uno scontrino di un bar di Firenze di 5,80 euro

Un fazzoletto di carta con un indirizzo e-mail

Una fede d’oro

Una carta socio dell’Accademia La Colombaria

Una foto di gruppo spezzata in quattro

Un tacco a spillo di una scarpa da donna.

Volo di sola andata – di Carla Faggi

PERSONAGGIO: Rosa Alzalamira

un metro e sessanta, rotondetta, capelli biondo naturale media lunghezza, occhi celesti chiarissimi.

35 anni, professionista seria e ben pagata.

Di professione killer su commissione, cioè assassina a pagamento.

Metodica: per raggiungere il luogo di lavoro usa sempre spostarsi in treno con un biglietto di solo andata. Il rientro non lo programma ma come e quando se lo inventa sempre di volta in volta.

Tirchia fino allo spasimo odia le spese superflue, per questo conserva sempre gli scontrini o le ricevute delle spese non essenziali.

Vedova, il defunto marito sembra si sia suicidato, la fede d’oro di lui rimastagli verrà portata ad un comprooro. I ricordi passati infatti non gli interessano.

Di lui conserva solo una vecchia foto di gruppo con suoi amici anche loro misteriosamente suicidi. In un momento di rabbia l’aveva strappata ma poi aveva deciso che si meritavano il ricordo e l’aveva conservata.

Non ha relazioni sentimentali ma pratica sesso alla bisogna e quanto basta. A pagamento. Ordina la merce tramite un indirizzo e-mail che si porta sempre dietro per il terrore di dimenticarlo.

Si considera un’intellettuale, infatti il suo tempo libero molto lo passa studiando all’accademia della Colombaria di cui è socia onoraria.

Ha una forte autostima di sé, si considera quasi perfetta, l’unico suo difetto ritiene che sia la sua troppa sensibilità, infatti spesso trattiene presso di se un ricordo tangibile come un piccolo oggetto, vedi tacco a spillo di scarpa da donna, del suo ultimo lavoro, per rispetto della persona che ha dovuto sopprimere, per ricordarla più a lungo.

STORIA

È arrivata con un volo di sola andata, ama rimanere ancora sul posto a lavoro compiuto per godersi un po’ le reazioni, con solo un trolley portaspesa perchè è tutto quello che le serve.

Ora si rilassa Rosa Alzalamira sorseggiando un caldo caffè americano e si gode alla televisione il successo del suo ultimo lavoro. Pensa a se stessa, alle soddisfazioni che ultimamente si è concessa.

Il marito morto in maniera sospetta archiviato come un suicidio. Sorride e pensa: è stato un capolavoro,uno sparo alla tempia, il muro tutto schizzato di effluvi sanguigni, il volto spappolato e distribuito dappertutto.

Poi la morte degli amici di lui, anche loro misteriosamente suicidi. Tanti capolavori: chi col veleno spasimando per ore ed ore con coniati di vomito e bava alla bocca, altri con lame affilate che affondano nelle carni con tanto di sangue a flotti.

Qualche poliziotto sospettoso e poi anche loro archiviati come suicidi.

E già cara Aghata Cristie a volte l’allievo supera il maestro!

Un’occhiata ancora alla televisione, ripensa al suo ultimo lavoro compiuto poche ore prima e di cui tutto il mondo sta parlando:

Entrata nel grattacelo, arriva al sesto piano, sistema il trolley vicino alla finestra più adatta e dal trolley prende il suo gioiello più prezioso, l’unico che ama e che rispetta : il suo fucile di precisione, un Mauser, leggero con mirino telescopico, perfetto come tutto quello che è tedesco.

La raggiunge Oswald, lui posiziona il suo 91 di fabbricazione italiana.

Sciocco uomo, pensa, è stato comunque un ottimo amante, ne avevo bisogno, il sesso mi fa sempre bene prima di un lavoro.

Un po’ di attesa, poi arriva il corteo presidenziale, sono quasi le 12,30 di venerdì 22 novembre 1963 la limousine Lincoln è sotto mira, lei spara il primo colpo quello mortale alla testa, poi si alza, prende il suo fucile e se ne va. Oswald spara gli altri tre colpi.

È stato un bel lavoro e abbiamo già il colpevole, pensa mentre si alza e paga lo scontrino, odia le spese superflue però quando ci vuole ci vuole e un bel bicchierone di caldo caffè se lo meritava!

Si avvia con il suo troller verso l’aeroporto, vuole allontanarsi da Dallas anche se sa che nessuno la noterà, è solo una biondina slavata piccola e grassoccina.

Pensa al suo ritorno, vuole riposarsi un po’ prima di accettare un nuovo lavoro e dedicarsi alla sua passione, lo studio sull’anatomia nervosa dei colombi considerati evoluzione del colomboiceto sanguinatium dell’era cretacea. Sa che è considerata una delle migliori ricercatrici dell’accademia della Colombaria. Dall’altronde “fatti non fummo per viver come bruti ma per seguir virtude e canoscenza”.

Nessuno la notò e si avviò alla partenza.

Personaggi e storie – Stefania

Ispirato agli elementi:

Un biglietto di sola andata Roma-Torino

Uno scontrino di un bar di Firenze di 5,80 euro

Un fazzoletto di carta con un indirizzo e-mail

Una fede d’oro

Una carta socio dell’Accademia La Colombaria

Una foto di gruppo spezzata in quattro

Un tacco a spillo di una scarpa da donna.

Una scritta sul finestrino del treno – di Stefania Bonanni

Foto di ThePixelman da Pixabay

Personaggio: Salire su quel treno, biglietto sola andata Roma Torino, fu come entrare in una macchina del tempo. Lei era di nuovo seduta accanto alla sua mamma, così vicina al suo fianco che le sarebbe piaciuto infilarsi sotto la sua gonna larga, respirare ed esserne nascosta e protetta. Di nuovo i piedi non toccavano terra,  si appoggiavano al grande cesto di paglia con i manici che lasciava vedere un pezzo di salame dalla buccia scura e un sacco fatto con la tovaglia a quadri bianchi e rossi della tavola di tutti i giorni. Copriva un grosso pane tagliato a fette spesse  per i bambini, per il viaggio. Non era granché,  il contenuto della borsa, ma l’ordine era di toccarla sempre con i piedi, in modo da accorgersi subito se avessero tentato di portarla via. Altre valigie e pacchi erano toccati dai suoi fratelli,  quelli con i vestiti e le lenzuola ricamate, preziosi, erano stati messi in modo da appoggiarsi sia contro le caviglie della mamma, che contro quelle del babbo. Potrebbe dire che i pensieri non li ricorda, erano quelli di una bimba stanca e stranita  ma sarebbe una bugia. Non ha dimenticato un secondo, di quelle ore. Ormai sa che non dimentichera’.

Storia: Sapeva di essere al sicuro, amata e protetta,  non aveva paura e le novità la incuriosivano, ma ricordava la sensazione dolorosa di uno strappo che le nasceva dentro, come se si ramificasse il cuore, come se il nuovo ramo andasse da un’altra parte, lontano dalle radici. Una strana nuvola la inghiotti’, densa e umida. Come è strano ricordare anche le sensazioni. Vede di nuovo quello che vide: piangevano i finestrini del treno, lacrimavano piccole perle che diventavano schizzi. Lasciavano piccole tracce, e lei scrisse CIAO, con il dito indice incerto della prima elementare. Chissà se qualcuno l’ha mai letto, il suo saluto. Chissà se c’è un posto dove vanno a finire le parole segrete scritte sui vetri, perché sono parole d’amore  la cerimonia di un istante  che ha bisogno di un nome qualunque, per essere.

Arrivarono a Torino, e ricominciarono daccapo. Trovarono una casa, ritrovarono parenti che parlavano lingue conosciute e musicali, lavori nuovi  cibi da imparare. Avevano lasciato una casa nella quale pioveva, e per fortuna c’era sempre il sole, e un pezzo di terra che ricambiava la fatica con patate e cipolle, e neanche in grande quantità. Lei non dimentica il suo babbo che rientrava quando il sole se ne stava andando, portandosi addosso l’odore di quelle zolle dure che diventavano polvere e gli disegnavano sul viso, sul collo, sulle braccia  rughe profonde e marroni. Sembrava fatto di terra, color terracotta . A Torino trovò lavoro in fabbrica, tra le lamiere di una catena di montaggio. Sempre al chiuso, sempre teso per non perdere i ritmi della catena. In poco tempo cambiò colore  diventò grigio come quelle lamiere. Si ammalo’ presto. Non tornarono più al paese, eppure lo aveva promesso, e lei ci aveva creduto che sarebbero tornati, avrebbero riparato il tetto con i soldi della fabbrica….  sarebbero andati al mare . Sarebbero stati a casa.

Non fu così.  La città inghiottiva gli anni e le persone. Il freddo formava strati di ghiaccio che rendevano solide le lacrime ed il sangue, e muravano la rabbia in fondo ai pensieri. Si doveva raschiare con le unghie, mordere   per trovare il tenero che faceva male  e lo strato tenero era sempre più sottile, sempre più nascosto . Lei, piccola, anonima, scura, fece un lavoro enorme. Studiò con una determinazione violenta, e arrivò in alto,  a far parte di un mondo di pensatori che pensavano cose che non le piacevano, che le sembrarono estranei per sempre. E decise, ad un certo punto decise che avrebbe distrutto quel mondo fasullo, che barattare la vita delle persone con frigoriferi e lavatrici non si poteva.

Entrò in un altro mondo. Fu facilitata dal suo aspetto. Lei poteva sembrare un ragazzino, o una donna. Era questione di dettagli  e mai rimaneva impressa nei ricordi della gente. Non c’era nulla, in lei, che destasse attenzione.

Conobbe persone come lei, in un sottotetto che chiamavano “la colombaria”. E nel gruppo si chiamavano “colombi”. Chi li vide pensò fossero studenti che si incontravano per preparare esami. Diventarono parecchi, e ci fu bisogno di un ritrovo più nascosto. A firmare il contratto d’affitto di una cascina in disuso andarono lei ed un certo Mario  e per l’occasione si erano entrambi messi all’anulare una fede d’oro. Dissero di essere sposati da poco, appena arrivati dal Sud. Il gruppo si dette presto degli obiettivi, ed i primi furono i quattro ritratti in una foto che li vedeva sorridere, tutti e quattro indossavano la toga. La foto fu strappata in quattro pezzi. Un pezzetto fu per lei.

Venne uno da fuori, una specie di esperto, che insegnò a nascondersi, a non lasciate tracce, a non farsi notare, a sparire, a sparare.  Fu stabilito anche l’abbigliamento di ognuno. Per lei pensarono ad un giaccone da uomo, buono per tutte le stagioni, ampio e pieno di tasche, che sarebbe stato l’unico contenitore di tutte le sue cose. Avrebbe dovuto metterci dentro qualunque appunto, scontrino, biglietto di cui si fosse dovuta servire.

Mise in tasca anche quel tacco che le si era rotto correndo, quell’unica volta che si era messa un paio di scarpe da donna. Mise in tasca la fede d’oro, e lo scontrino ricordo dell’ultima volta in cui era stata serena, l’unica prima di quei tristi ultimi tempi. Si erano fermati a Firenze, un panino ed un bicchiere di vino in centro: 5 euro e 80. Non lo aveva più visto, lui. L’aveva trattato male e lasciato da solo, senza spiegazioni che non poteva dare. 

Aveva in tasca anche quel fazzoletto di carta dove era scritto di rosso un inutile indirizzo email. Lì si potevano scrivere bozze, che solo con una password era possibile leggere. Impossibile rintracciare chi scrive perché non invia, ed anche chi legge,  se non si conosce la password. 

Lo vide scendere di macchina, il soggetto ritratto nel suo ritaglio di foto. Lei si infilo’ nel portone appena lui apri’ con il telecomando, come d’abitudine. Sparo’ due colpi precisi, col silenziatore.  Quando faceva una cosa  la faceva bene. Si allontano’ rasentando il muro. Lascio’  il giaccone su una panchina. Guardo’ indietro, allontanandosi. Le sembro’  di vedersi morta su quella panchina.

Prese un treno al volo, il primo che fermo’ in stazione. Scese a Firenze, prese un altro treno per Roma. Finalmente, prese un treno che arrivo’ al mare. E fu a casa.

Personaggi e storie – Anna

Voglia di ricominciare – di Anna Meli

Foto di Espressolia da Pixabay

Elementi:

BIGLIETTO  ROMA – TORINO

FEDE D’ORO

CARTA SOCIO ACCADEMIA LA COLOMBARIA

FAZZOLETTO CARTA CON SCRITTA E-MAIL

SCONTRINO BAR FIRENZE Euro 5,80

FOTO GRUPPO SPEZZATA IN 4 PEZZI

TACCO A SPILLO SCARPA DA DONNA

            Personaggio: Camminava lungo l’argine del fiume, serio, assente forse anche stanco. Gli occhi bassi vedevano solo l’orlo dei pantaloni e le scarpe da ginnastica sporche di fango. Il suo camminare spedito faceva pensare ad una persona in cerca di qualcosa o qualcuno.

           Storia: Era vestito in modo abbastanza comune con pantaloni di jeans, maglione a collo alto, eskimo lasciato aperto e uno zaino sulla spalla destra che ogni tanto rimetteva su, mostrando con quel gesto mani grandi e forti prive di anelli. Il suo volto magro e un po’ allungato, era incorniciato da una barba scura semi-incolta, il naso regolare, le labbra carnose e distese non tradivano emozioni, mentre gli occhi chiari azzurro-verdastri sembravano nuotare in un liquido brillante e con  riflessi di pagliuzze dorate. I capelli castani lunghi, ma non troppo, ondeggiavano morbidi al suo incedere.

            Era un tipo che non passava inosservato. Giunto al primo ponte, aveva attraversato il fiume fermandosi a guardare l’acqua che scorreva impetuosa trascinando con sé ogni sorta di detriti. Tirò fuori dalla tasca una vecchia foto della sua ex con i suoi amici e in un impeto di rabbia e delusione la fece in quattro pezzi e la gettò nel fiume seguendola con lo sguardo finché non si posò e la corrente non la portò via. Pensò: “Un fiume nasce da una piccola sorgente, scorre allegro e saltellante fra i sassi, poi si distende nel suo letto a valle e scorre placido fino al mare; basta però un temporale improvviso per stravolgere tutto”.

            Proprio così era stata la sua vita. Se ne era andato da Roma a Torino con un biglietto di sola andata per iniziare una nuova esistenza. A Roma aveva lasciato la sua ragazza e tanta amarezza.      Avrebbero dovuto sposarsi da lì a poco, ma il suo migliore amico gliela aveva portata via. A lui era rimasta nella tasca del giaccone solo la fede d’oro acquistata troppo presto e quella foto.

            A Torino aveva trovato un nuovo lavoro e nuovi amici, ma non pensava di rimanere molto, non era abituato a quel clima. Fra gli amici c’era una ragazza con la quale aveva parlato confidandogli la sua amarezza. Lei era stata particolarmente comprensiva e una sera durante un aperitivo gli aveva scritto il suo indirizzo mail su un fazzolettino di carta invitandolo a Firenze dove nel mese successivo si sarebbe trasferita in modo stabile. Per invogliarlo gli aveva parlato anche dell’Accademia la Colombaria di cui era socia mostrandogli la vecchia tessera e facendogliene dono.

            Non trascorse molto tempo; già c’era nell’aria odore di primavera, splendida stagione per una splendida città come Firenze.

            Scrisse alla ragazza ed ora era in procinto di incontrarla in quel bar al di là dal ponte. Avviandosi inciampò con un piede in qualcosa di rosso, si piegò per raccoglierlo: era il tacco a spillo di una scarpa da donna. Immediatamente si ricordò di aver letto sul giornale di una manifestazione contro la violenza sulle  donne avvenuta a Firenze; lo ripulì con un fazzolettino di carta, lo tenne un po’ fra le mani poi con un gesto meccanico lo lasciò scivolare nella tasca del giaccone. Chissà, forse gli avrebbe portato fortuna!

            Arrivando con passo lento al Bar dell’incontro aveva ordinato un sandwich e un caffè. Leggendo lo scontrino di euro 5,80 aveva esclamato “ Cara la vita a Firenze”, ma aveva sorriso.

Personaggi e storie – Rossella

Ispirato agli elementi:

Un biglietto di sola andata Roma-Torino

Uno scontrino di un bar di Firenze di 5,80 euro

Un fazzoletto di carta con un indirizzo e-mail

Una fede d’oro

Una carta socio dell’Accademia La Colombaria

Una foto di gruppo spezzata in quattro

Un tacco a spillo di una scarpa da donna.

Senza un perché (Il Personaggio) – di Rossella Gallori

Alto quel tanto che non è troppo

Un viso ossuto dalla carnagione di un oro bronzeo, frutto di un sole buono…quasi lontano.

Lo sguardo tra l’intrigante ed il poco invitante, forse causato da un astigmatismo trascurato ed i solchi sulla fronte ne davano conferma, incorniciati da fili, come anelli d’argento, nascosti da un selva nera…quasi corvina di capelli.

Le labbra imbronciate, semichiuse.

Un filo di barba un po’ voluta, un po’ cialtrona.

Mani grandi, segnate qua e la da graffi vecchi, piccoli segni bluastri sulle falangi, le unghie, solo anonime falci mangiate dalla terra.

Gambe lunghissime fasciate da jeans così consunti, da sembrare trasparenti, anche l’ immaginazione arrossiva al suo incedere lento, quasi dondolante, scandito ad ogni passo dai camperos  polverosi.

Un maschio senza ombra di dubbio.

 Dalla camicia quasi pulita, aperta fino all’indecenza, dondolavano vecchi Rayban dalle stanghette  sgangherate.

Sulle spalle larghe, una sahariana senza più ombra di colore …dalle mille tasche gonfiate da strane e non ignote forme, sembrava cadere pesantemente da un momento all’altro.

Sorrideva!! Sorrideva?…  al suo arrivo il sole per primo abbassò la guardia,  su una sensazione….di freddo…

Dopo il personaggio “ la storia” – di Rossella Gallori

…svegliarsi di colpo, credendo di essere in un letto e trovarsi su di un treno, pieno di gente, maleodorante, con un caldo asfissiante, non fu piacevole, il biglietto piegato tra le dita, recitava  traballante “andata Torino” non sapeva nemmeno lui perché avesse lasciato Roma così in fretta.

Si guardò intorno, cercando di riavviare quel suo cesto incolto di capelli, sempre meno neri,   di  assumere una postura più corretta, le sue gambe oggi gli sembravan più lunghe del solito, cercò di battere i piedi per terra, per togliere un po’ di polvere ai camperos inguardabili, tolse uno scontrino appiccicato sotto la suola “bar Consoli via aretina Firenze “ corrugò  la fronte per mettere a fuoco l’ importo, la sbronza del giorno prima aveva tolto decimi al suo già grave astigmatico, cinque euro e ottanta…lo gettò nel cestino giá colmo, urtandone il coperchio, si accorse solo allora di avere mani sporche, graffiate, l’ anulare sinistro segnato da piccoli lividi…..

Sudava   e piano piano ricordava, cercò un fazzoletto nella tasca della camicia, sembrava nuovo ed usato al tempo stesso una mail scritta in rosso in  un angolo, non era la sua scrittura…..eppure….piccoli tasselli tornavano alla sua mente…che ancora non trovava il bandolo della matassa….ricordava di essersi tolto a fatica la fede, ricordava una voce cantilenante….quella mail scritta con una matita per labbra.

La voglia di pisciare, lo distolse dal pensare, si alzò di scatto, quasi investì il controllore che tranquillo transitava nel corridoio….il cesso dove è?  Non ebbe risposta verbale, se non un cenno della mano che gli indicava di malavoglia la destra.

La toilette era così piccola da farlo sentire più alto della media, dopo aver fatto la cosa più urgente, si guardò allo specchio, notò di se il colorito giallognolo, la barba incolta, la camicia troppo aperta, e quel tacco rosso appeso ad un laccetto di cuoio al suo collo a mo’ di ciondolo…

L’ acqua gelata sul viso lo riportò  bruscamente alla realtà….aveva usato la carta socio di quella strana Accademia, trovata nel portafoglio, rubato ad un  malcapitato…per entrare in quel posto elegante…si lo ricordava bene, aveva allacciato la giacca dalle mille tasche,  sfoderato un sorriso, eluso la sorveglianza , digitato un codice maldestramente scritto dietro la card ed era entrato in un sogno dal profumo esotico, dall’ arredamento sontuoso, quello che sembrava  un hotel a 5 stelle, non era altro che un postribolo d’alto bordo….perchè non approfittarne…si guardò intorno entro nella prima camera aperta, trovò lei mezza nuda ed invitante un letto, liquori, strisce di coca…un immensa gigantografia sul soffitto riproduceva una foto spezzata in quattro, appoggiata su uno specchio enorme..…Bevve, sniffò, in un caleidoscopico kamasutra, poi, poi, non ricordava più niente…o quasi.

Un colpo forte ed una voce  stridula, lo fece sobbalzare: occupato…ma quanto ci sta…

Tirò su la lampo dei vecchi jeans ed uscì!  Ricercare lo scompartimento fu un’ impresa, ricordava di aver lasciato sulla poltrona la sahariana…una voce metallica annunciava “Torino Porta Nuova”

Alzò lo sguardo si trovò di fronte una pistola ed un distintivo : è sua questa giacca?……

Annuì, nel silenzio di un treno che si stava svuotando…

Ecco vedendo le macchie di sangue sul tessuto sbiadito aveva completato il puzzle….si arrese porgendo le mani assassine ad un modesto poliziotto sabaudo….sapeva di averla uccisa, pur non ricordandone  il perché….

Personaggi e storie – Luca

Ispirato agli elementi:

Un biglietto di sola andata Roma-Torino

Uno scontrino di un bar di Firenze di 5,80 euro

Un fazzoletto di carta con un indirizzo e-mail

Una fede d’oro

Una carta socio dell’Accademia La Colombaria

Una foto di gruppo spezzata in quattro

Un tacco a spillo di una scarpa da donna.

Paura curiosa (personaggio) – di Luca Di Volo

Foto di Reto Gerber da Pixabay

Quello che voglio descrivere è un personaggio complesso o, meglio, non è un personaggio unico..sono almeno due..e chissà quanti altri si agitano nel maelstrom profondo di questa persona. .nella fisicità che la incarna.

Eppure quello che descriverò non è uno schizofrenico…anzi..la dialettica dei due spiriti(chiamiamoli così..) che lo animano si risolve sempre in energia propulsiva.Un traguardo sempre difficile da raggiungere..ma che produce molta più energia di quella che consuma.

Ma quali sono questi due “spiriti”?!

Uno potremmo chiamarlo “paura”…paura di tutto….una paura cosmica.., c’era voluto del tempo per riconoscerla..ma lui doveva sempre  venirci a patti..

Vedremo poi come questo personaggio fosse riuscito ad esorcizzarla…anche se solo per intervalli di tempo  limitati.

L’altro “spirito”  : la curiosità…insaziabile…crudele, quasi..doveva capire..decifrare..andare alle fonti ..che spesso erano anche deludenti e lo lasciavano ancora più incerto.

La conseguenza  di questo conflitto..semplificando molto, era che la vita di questo personaggio era costituita   da misteri, bivi infiniti che il tempo gli presentava…e per tutti..per tutti bisognava scegliere..attingendo all’energia che scaturiva dalla  feroce dialettica interna..

La paura  cercava  di sbarrare la strada alla curiosità…due forze uguali ed opposte…ma lui non poteva rimanere fermo..

All’esterno ben poco traspariva di questi conflitti..

Era considerato un uomo di aspetto forse più che gradevole..qualcuno diceva anche che fosse un bell’uomo..distinto, colto, raffinato..

Lui non si vedeva così…però si vestiva sempre in modo elegante..forse era un modo per rassicurarsi sull’effetto che faceva sulle persone, visto che i suoi occhi interiori non gli davano conferme..

Comunque era un narcisista..di questo si rendeva conto.

Nei rapporti con l’altro sesso, aveva la profonda convinzione che le donne fossero davvero il sale della vita…

Non fraintendiamo..lui non era assolutamente gay…anzi li detestava..per un momento aveva avuto il sospetto di esserlo anche lui…ma gli era passata subito…confermata dai fatti..

Gli piacevano tutte…e non era solo questione di sesso..

Gli piaceva il “femminile”..quel modo di muoversi..di ruotare con grazia la testa….il modo di ragionare..così profondo..solo a volte reso banale per la troppa cura dei particolari…Intendiamoci..non era un ingenuo..sapeva benissimo che c’erano donne stupide, cattive..almeno come gli uomini…però il suo pensiero dominante era questo..Forse la causa era la figura della nonna materna tanto amata, da cui era stato adorato..e soprattutto che gli aveva insegnato ad amare..

Avrebbe avuto quindi tutte le carte in regola per essere un Don Giovanni..o un Casanova strepitoso, non ci fosse stato quello scomodo spirito di paura che a volte lo bloccava sul più bello..

Si era laureato in fisica…meravigliato che nessuno vedesse i miracoli che avvenivano tutti i giorni…bastava guardare il Sole..e non riusciva a credere che in tanti i miracoli andassero a cercarli dove proprio non c’erano..

Camminava per i corridoi dell’Istituto sempre elegante…con le spalle un po’ ingobbite ma col passo sicuro..adorava quell’odore di polvere antica e quei mobili un po’ vecchiotti..che insieme all’attività ultramoderna che vi si svolgeva gli assomigliavano tanto..

Ma lui continuava ad investigare..

Paura curiosa (storia) – di Luca Di Volo

Ormai era diventato il Direttore dell’Istituto….stava invecchiando..ma era ancora un bell’uomo..almeno a detta delle sue studentesse….

Ma forse lo dicevano per ruffianeria..si sa come vanno queste cose..

Perciò non si scompose più di tanto quando gli mandarono quella giovane neo dottorata per assisterlo nelle sue ricerche.

Una biondina..mascherata da un paio di occhialoni più grandi di lei..giovane.., ma non giovanissima…Però un’aria infantile, ingenua..che lo commosse subito..

In quell’ambiente…ma aveva già deciso che lui l’avrebbe protetta.

Però già dai primi giorni aveva capito che non sarebbero stati lui e il suo staff ad essere assistiti da lei..ma che loro avrebbero aiutato lei nella ricerca…

Era appena arrivata che aveva trovato un errore nella sua ultima pubblicazione..che non faceva tornare più nulla, indicandogli anche come rimediare.E gliel’aveva detto con la sua vocina timida..che l’aveva fatta subito perdonare per l’insolenza..Comunque..gli aveva evitato una brutta figura, sostituita invece da un largo apprezzamento..

E questo non era che il principio..le sue idee, il modo di affrontare le difficoltà..erano talmente inedite ed originali che spesso, per capirle, ci voleva parecchio tempo…per scoprire poi che aveva sempre ragione lei..

Insomma, dopo appena un anno il suo contributo era stato tale da far avanzare le conoscenze di almeno un decennio, per i poveri scienziati mortali.

La fama del suo Istituto era cresciuta a tal punto che si parlava già di Nobel..per lui, non per lei..forse era ingiusto..ma a lei sembrava non importare granchè…

Ma c’era di più..molto di più…Era noto quanto a lui piacessero le donne, in generale…anche se il suo comportamente all’interno dell’Istituto era stato sempre irreprensubile..e sì che le sue dottorande gliene avevano date di occasioni di peccare..Ma lui non voleva essere ricattabile…gli era costato parecchio, inutile dirlo..ma c’era riuscito..Invece fuori..fuori era fuori..e lì non si faceva pregare..

Però un giorno…un fatale giorno…un giorno in cui l’aveva sorpresa in un’aula davanti ad una lavagna piena di simboli che lui nemmeno riconosceva..come si alzasse un velo l’aveva vista come veramente era…Una splendida donna..la sorpresa era stata abbagliante e aveva tolto la parola anche a lui…che  con le donne era stato sempre di poche parole..ma qui era rimasto muto completamente,  perso in un’adorazione sospesa in un tempo senza tempo..

Va beh…non facciamola troppo lunga…Finì per sposarla…inevitabile..

Da quel momento non guardò più le altre donne..sì..continuavano sempre a piacergli..il suo vecchio spirito non l’abbandonava

ma erano solo donne e non “la donna”..una differenza sottile ma importante..

Conobbe finalmente la felicità..o almeno quella accessibile agli esseri umani…

Passarono anni..lui ebbe il suo Nobel…e lei due…E il suo modesto Istituto faceva invidia ad Harvard, Yale, Heidelberg…immerso nella splendida cornice delle colline di Arcetri…

Ma tutto deve avere una fine.

Era tornato da un viaggio..e a casa non l’aveva trovata..ancora sereno l’aveva cercata all’Istituto..nulla…

Mentre vagava disperato nei giardini dell’Istituto, aveva colto con la coda dell’occhio una cosa che non avrebbe dovuto esserci..

Già..che ci faceva una sua vecchia giacca distesa su una panchina sotto un olivo?!

Si avvicinò, guardando da vicino vide solo una busta bianca in bella vista..

Dentro c’era una lettera, a mano..con la sua grafia nitida delicata, molto femminile…

La lettera diceva:

“Amore mio,

non preoccuparti per me..ti amo ancora e ancora…ma dovevo andarmene..Non posso dirti “dove”..perchè tu non puoi seguirmi..

Anche per me è un grande dolore..appena attenuato dalla certezza che ti rivedrò…

Ti lascio delle cose care..che ho conservato gelosamente..profumano di noi due..controlla..

C’è il mio biglietto di sola andata di quando ti venni a trovare a Torino per portarti una borsa con i documenti che avevi dimenticato per il tuo convegno..mi avevi detto che al ritorno mi avresti portato in macchina con te..sento ancora il profumo di quella primavera..

Poi lo scontrino del bar davanti allo Stadio, dove in maniera ridicola ma tenerissima mi dicesti che, insomma..sì..ti sembrava di esserti innamorato..E insieme il tuo indirizzo e-mail segreto..che mi dicesti che avevo solo io..non era vero, ma mi piacque crederci..

E la mia fede d’oro..col mio nome…conservala sempre..è magica…per mezzo di lei mi rivedrai sempre..

Ti lascio anche  la tessera..ti ricordi?!Di quando ci era presa la frenesia letteraria e c’eravamo iscritti al club della Colombaria?!Quanto abbiamo riso insieme..

C’è anche la foto in cui ero ritratta con i miei compagni nel giorno della laurea..un accesso violento di gelosia..perchè quelle maligne delle tue assistenti ti avevano sussurrato che tra me e un certo Leandro…certo che come sanno colpire le donne…

L’ultima cosa..la più divertente..ti ricordi quando, mentre correvamo per prendere l’aereo per il viaggio di nozze, mi si spezzò un tacco…e ti toccò portarmi quasi in braccio a bordo?!L’ho conservato  ….sa ancora di felicità.

E ora, amore mio, devo lasciarti..ti chiedo solo di aver fede in me…Ci ritroveremo..e mi racconterai dei tuoi successi ed io dei miei..

Sei stato il mio più grande e unico amore..quel Leandro non c’entra per nulla..

Ti bacio “alla sveltina” come piace a te..e aspetto il momento in cui ci incontrremo di nuovo”

Non c’era firma..non ce  n’era bisogno…

Prese la giacca..se la mise sulla spalla e, mentre il mondo si dissolveva come in un sogno psichedelico..ripensò alla fine della Tempesta” di Shakespeare..”Siamo fatti della stessa materia dei sogni..e intorno a noi c’è solo un infinito sonno” Lui aspetta ancora…ma è ancora felice

Personaggi e storie – Nadia

Ispirato agli elementi:

Un biglietto di sola andata Roma-Torino

Uno scontrino di un bar di Firenze di 5,80 euro

Un fazzoletto di carta con un indirizzo e-mail

Una fede d’oro

Una carta socio dell’Accademia La Colombaria

Una foto di gruppo spezzata in quattro

Un tacco a spillo di una scarpa da donna.

Vita da invisibile (personaggio)- di Nadia Peruzzi

Foto di Free-Photos da Pixabay

Il personaggio. . . prima della sua storia.
Ha attraversato la sua vita da invisibile, fino da bambino.
Per questo non ha un nome. Il suo, vero, lo ha rimosso. Ora non si sente molto dissimile dagli identikit che girano su di lui .
Un abbozzo d’uomo in bianco e nero, prosciugato di sentimenti e vita, non certo uno fatto e finito.
Uno come tanti. In realtà uno come nessuno.
Sapeva come sparire in mezzo ad una folla sfiorando le persone senza che nessuno fosse in grado di ricordarsi di lui.
Gli era venuta utile la convinzione, fattasi certezza nel corso degli anni, che i soprammobili di casa valessero molto più di quanto non valesse lui.
Il disinteresse di una madre troppo centrata su sé stessa, e troppo esigente lo aveva forgiato al negativo.
Autostima sottozero, senso di inadeguatezza perenne, incapacità di provare amore non avendolo mai sperimentato e riconosciuto negli altri verso di lui.
L’affetto materno non sapeva cosa fosse, la figura paterna bistrattata e cancellata come figura di riferimento non gli era stata di aiuto. Era cresciuto con l’idea di sua madre che aveva evirato suo padre per colpevolizzarlo di aver generato con lui un figlio totalmente indesiderato.
Insicurezza e solitudine sue compagne di vita, man mano hanno virato in rancore, odio, voglia di sangue per lavare via il disamore provato sulla sua pelle.
Ossessionato dal ticchettio dei tacchi a spillo che sua madre indossava ogni giorno,  anche per andare al lavoro all’Accademia la Colombaria, ne era diventato collezionatore ossessivo e compulsivo.
Il motore delle azioni che hanno determinato un salto di qualità e un passaggio di fase nella sua vita, un click. Un semplice e quasi impercettibile click che ha funzionato come interruttore e molla per il suo cervello malato.
Il click del sospetto era stato il primo. Lo aveva indotto a seguire sua madre trascurando il resto, anche la scuola.
Il click della ineludibile necessità di cancellarla dalla sua vita e di annientarla ne aveva fatto ciò che era diventato.
Un serial killer determinato, freddo, insensibile al dolore altrui. Uno che provava il massimo delle sue emozioni solo nel momento in cui spegneva gli occhi di donne belle e provocanti come lo era stata sua madre. Le sceglieva seguendo il ticchettio dei tacchi a spillo su cui caracollavano ignare del destino che le attendeva.

Vita da invisibile – di Nadia Peruzzi

Davanti al ristorante la Piada di Galla Placidia c’era il mondo.
Curiosi, giornalisti, volanti della polizia. Tutto nella norma, si disse, comprendendo che ormai non c’era più nulla da fare.
Aveva fatto l’errore madornale, quello che non si dovrebbe fare mai.
La maledetta giacca dimenticata all’attaccapanni quando se n’era andato appena mezz’ora prima.  Un pessimo segno !
Era bastata quella piccola svista per far crollare tutta la ragnatela di coperture, depistaggi, inganni con cui di solito si proteggeva.
Si avvicinò al gruppo dei curiosi per poter sbirciare dentro il locale. Si sentiva tranquillo tutto sommato . Il suo identikit non era ancora arrivato in città di provincia come quella. Era all’attenzione della polizia nelle grandi città dove metteva in atto i suoi delitti.
Fece appena in tempo a vedere i carabinieri che repertavano il tacco a spillo e la tessera di socio dell’Accademia La Colombaria e il brilluccichio della fede d’oro su cui erano incisi i nomi di sua madre e suo padre, mentre veniva riposta in uno di quei sacchettini trasparenti da passare a chi si occupava di DNA.
La consapevolezza arrivò in un lampo. Era finito! Era finita!.
Sapeva di esser giunto al capolinea . Qualunque carica di adrenalina era svanita. Lo aveva percepito nel momento stesso in cui al terrore che traspariva dagli occhi della sua ultima vittima non era seguita nessuna reazione da parte sua.
Né compiacimento, né appagamento, tanto meno piacere sadico. Solo indifferenza, disinteresse, freddezza.
Il corpo martoriato, ancora tiepido sotto di lui non gli era sembrato che una bambola di pezza su cui esercitare tecniche di offesa sperimentate e affinate nel corso degli anni. La furia che lo aveva accompagnato fino ad allora la scoprì spenta, come se l’interruttore si fosse girato su off senza che lui se ne fosse reso conto.
Imperturbabile compì il gesto abituale di toglierle le scarpe, metterle vicine al corpo dopo aver staccato ad una il tacco a spillo che era il suo trofeo, fino da quando aveva ucciso sua madre in un vicolo a due passi da La Colombaria.
Lei ci lavorava come segretaria . Lui aveva cominciato a seguirla furtivamente,  condizionato oltre ogni misura dal ticchettio fastidioso dei tacchi a spillo che indossava ogni giorno per andare a lavoro e dopo che aveva saputo il nomignolo che aveva scelto di darsi . Era d’obbligo alla Colombaria trovarsene uno. Lei aveva deciso per “Cinciallegra”. Lui lo aveva trovato fuori luogo e di cattivo gusto e aveva cominciato a esserne ossessionato.
Era solo un ragazzino quando aveva sentito il primo click nella sua testa. Il click del sospetto. Osservava suo padre sempre più triste, lei sempre più insofferente, spregiudicata, arrogante, talora perfida.
Era fredda anche con lui. Nessun gesto di affetto madre figlio, solo sgridate, offese. Lo trattava male quasi ogni giorno per la sua mancanza di sicurezza, per la sua inettitudine, per la sua scontrosità.
“L’esatta copia di quell’idiota di tuo padre. Incapaci, senza palle, noiosi. Il peggio del peggio e siete capitati tutti e due a me!”
Una volta che l’idiota era passato a miglior vita le cose erano pure peggiorate.
In una delle sue scorribande da investigatore la vide uscire dal lavoro accanto ad un bellone palestrato. Stavano appiccicati in maniera oscena e ridevano sguaiatamente. Il tic tic dei tacchi a spillo sull’asfalto lacerava le orecchie e riduceva l’anima a brandelli.
Non gli ci volle molto per passare dal click del sospetto a quello della certezza e dell’atto estremo tanto più giustificato, secondo lui,  da come aveva trattato suo padre e da come continuava a trascurarlo e umiliarlo,  per portarsi a letto ragazzi poco più grandi di lui.
Con lucidità mise a punto il piano. Con freddezza preparò il tutto studiando tempi e modi possibili. Con determinazione e assenza di pentimento in una fredda sera di autunno affondò un coltello per dieci volte nel cuore di sua madre.
Spegnere quel cuore arido e privo di amore per lui, lo ripagò delle angherie subite in tutti quegli anni.
La scossa che provò mentre staccava il tacco a spillo dalla scarpa sinistra lo destabilizzò dandogli la certezza che il viaggio era solo all’inizio. Altre donne ci sarebbero state. Non da amare, visto che aveva maturato una impotenza di sentimenti decisamente più forte di quella che si manifestava ogni volta che aveva provato a fare i conti con una donna che gli piaceva.
Altre donne da uccidere, per placare la sua sete di sangue, la sua voglia di rivalsa la sua eterna sete di vendetta rispetto alla immonda Cinciallegra che aveva avuto per madre.
Pian piano aveva affinato i modi del suo agire. Non si fermava mai troppo tempo in una città. Solo quello necessario per scovare una preda, colpirla sparendo dalla visuale di chi cercava le sue tracce.
Dai giornali man mano aveva scoperto di esser diventato un caso nazionale.
La polizia del paese era in allerta. Fu creata una squadra speciale per braccarlo.  E una volta che diventò chiaro che non si trattava di casi sporadici e di atti scollegati fra loro ma che si svolgevano secondo una trama organizzata da una mente estremamente lucida, pericolosa e molto molto malata a dirigerla fu chiamato il noto cacciatore di serial killer, l’ispettore Dado Derrick.
Fu fin da subito uno scontro di intelligenze.  Il gioco diventò quello che il gatto abitualmente fa con il topo.
Ogni volta dopo averlo braccato, Dado Derrick aveva accorciato i tempi nei quali era arrivato ai suoi covi. Una delle ultime volte si erano incrociati appena fuori del portone principale del palazzo in cui si trovava il suo appartamento.
Lo sentiva incombere. Sapeva che mancava poco al momento in cui sarebbe riuscito ad anticiparlo e a coglierlo in flagrante.
L’errore, la giacca dimenticata malamente in quel ristorante nascevano da questa consapevolezza che aveva iniziato a minare la fredda determinazione con cui agiva di solito. Del resto ormai si sentiva stanco, svuotato e c’erano momenti in cui sperava di trovarselo al primo angolo di strada sotto casa sua per farla finita davvero.
Quella sera decise. Mentre si stava liberando dei guanti che usava e degli abiti lordati dal sangue della sua ultima vittima.
Si sentì stranamente pacificato quando prese la penna e iniziò a scrivere la sua confessione.
La lettera era indirizzata all’ispettore Dado Derrick.
Con carattere fermo enumerò tutti i delitti commessi. Senza esitazione descrisse le ragioni, i sentimenti perversi che lo avevano accompagnato nel suo percorso di morte.
All’errore madornale commesso attribuì il significato di una catarsi. Era in cerca di una purificazione anche se fuori tempo massimo e probabilmente del tutto immeritata.
Perché non ci fosse alcun dubbio ricostruì con precisione tutto quanto era successo il giorno prima.
Era partito da Roma per Torino la mattina alle prime luci dell’alba. Sola andata, visto che per depistare la polizia di Torino si era diretto poi verso Ravenna.
L’email scritta in fretta e furia sul fazzoletto di carta era quella della ragazza che abitava alle Molinette in via dei Cipressi n 23, e che ora giaceva in un lago di sangue con 10 pugnalate al cuore.
Chiudeva il cerchio delle ultime quattro vittime. I quattro pezzi della foto che si trovavano nella giacca erano altrettanti squarci di una macabra verità.
L’aveva scattata lui quella foto solo qualche mese prima. A Firenze. Il gruppo delle amiche si era rivolto proprio a lui per immortalarle in Piazza della Signoria.
Per ricordare il momento dell’incontro aveva deciso di conservare lo scontrino del bar al cui tavolo si era seduto proprio per tenerle d’occhio e farsele amiche.
Mentre scattava la foto, era scattato pure il suo click e la voglia disumana di spegnere uno ad uno quei sorrisi. Tanto più che quelle facevano le turiste caracollando impunemente su improbabili scarpe con i tacchi a spillo, oltretutto leopardate.
La foto che le ragazze gli avevano mandato era stata strappata man mano che ne uccideva una. Adesso i pezzi erano quattro. Missione compiuta.
Infine le cose a cui teneva di più.
La tessera di socio dell’Accademia la Colombaria, regalo di sua madre per il suo decimo compleanno. Unico nel suo genere come regalo e unico davvero perché dopo quello non ne aveva mai più ricevuto un altro da lei.
Uno dei tanti motivi, scrisse, per cui l’aveva uccisa.
La fede nuziale d’oro con incisi i nomi dei suoi genitori, unico frammento di una normalità agognata, di una voglia di famiglia e di calore di affetti mai sperimentati in tutta la sua vita.
Infine, il maledetto tacco a spillo. Il feticcio che strappava alle scarpe delle sue vittime. Il tic tic tic che le scarpe di sua madre facevano nel corridoio e sulle scale oltre la porta di casa mentre usciva, era stato all’origine di tutto. Una lama penetrata nel suo cervello giorno dopo giorno, anno dopo anno fino a diventare ossessione e voglia di annientamento.
Terminò la sua lettera consegnandosi al più intelligente degli investigatori che si erano messi alle sue costole .  Fu l’unica gratificazione che concesse al suo ego malato prima di avvicinare la pistola alla tempia.

Nota:

L’Accademia toscana di scienze e lettere “La Colombaria” è un’istituzione culturale di Firenze, originariamente ospitata nella “torre colombaria” del Palazzo Pazzi a Firenze. Fu fondata nel 1735 da Giovanni Girolamo de’ Pazzi, studioso che si circondò di persone colte, dedite allo studio dell’antichità, della storia, appassionate di filologia e anche di scienze. Dopo la guerra e la quasi totale distruzione del suo patrimonio l’Accademia si è trasferita e il suo indirizzo attuale è via Sant’Egidio 23, nel complesso delle Oblate (bda Wikipedia)

Personaggi e storie – Lucia

Ispirato agli elementi:

Un biglietto di sola andata Roma-Torino

Uno scontrino di un bar di Firenze di 5,80 euro

Un fazzoletto di carta con un indirizzo e-mail

Una fede d’oro

Una carta socio dell’Accademia La Colombaria

Una foto di gruppo spezzata in quattro

Un tacco a spillo di una scarpa da donna

Stella – di Lucia Bettoni

foto e disegni di Lucia Bettoni

Era bella , era volante, era un sorriso
si chiamava Stella
Un vestito rosso a palloni bianchi
vita stretta e gonna a ruota
Stella era la luce
la bellezza pura

Stella volante – di Lucia Bettoni


Era bella, era volante, era un sorriso
si chiamava Stella
Un vestito rosso a palloni bianchi
vita stretta e gonna a ruota
scarpe rosse e tacco a spillo
Stella non portava la fede, non ne aveva bisogno, la vita era la sua fede, le sue labbra il desiderio, le sue gambe la giostra con la quale galoppare
Con un sorriso tra i suoi più grandi aveva fatto in quattro pezzi una vecchia foto, erano volti pesanti, non voleva più quella zavorra
Stella voleva essere leggera per tuffarsi a strapiombo dalle vette e nuotare in fondo al mare, volteggiare tra le nuvole e correre impazzita nei campi di papaveri
Stella era la luce, era la bellezza pura
Accarezzava il mondo senza lasciarsi prendere, stringeva mani e guardava negli occhi
Non aveva memoria perché tutto era presente, il futuro la sua sorpresa più bella
Un giorno di sole Stella incontrò un’anima bella che insieme a due fiori di campo le diede un fazzoletto di carta con un indirizzo email
Stella sventolò nell’aria fresca del mattino il suo fazzoletto di carta e sventolando scrisse a lui, anima bella, la più struggente poesia d’amore: voglio vivere con te perché vivo con te da sempre e sempre con te vivrò
Dammi la mano amore ho un biglietto per Torino in tasca da tanto tempo e un’altro l’ho appena comprato per te
Seguimi amore, andiamo al parco del Valentino, lì c’è un castello che ci aspetta e se il castello è troppo stretto andremo a Venaria a volteggiare nel giardino delle rose e se anche Venaria è troppo stretta le montagne sono vicine, andremo sulle montagne in un rifugio caldo dove il fuoco scoppietta sempre
Basteranno € 5.80 per comprare uno strudel che ti porterò in camera amore mio e sarà il più dolce e il più profumato, sarà uno solo perché lo mangeremo insieme
Ho perso un tacco disse Stella, non è importante rispose lui , noi possiamo volare 

Personaggi e storie – Vanna

Ispirato agli elementi:

Un biglietto di sola andata Roma-Torino

Uno scontrino di un bar di Firenze di 5,80 euro

Un fazzoletto di carta con un indirizzo e-mail

Una fede d’oro

Una carta socio dell’Accademia La Colombaria

Una foto di gruppo spezzata in quattro

Un tacco a spillo di una scarpa da donna

Un maritino malandrino – di Vanna Bigazzi

“Più che altro mi dispiace per la Fede d’oro, ora cosa racconto a mia moglie, non certamente che l’ho persa, mi era strettissima al dito che per toglierla dovevo aiutarmi con l’olio o con la saponetta… Capirà subito che me ne sono liberato per nascondere che sono sposato, gelosa com’è! E chi la convince… Non avrei fatto niente del genere se non avessi notato che quella bionda mi guardava, ammiccante, pur da lontano, in quel bar a Firenze vicino alla stazione, fra l’altro caro: un cappuccino 5,80 per sedersi un attimo in quella poltroncina di finta pelle… Eppure me lo immaginavo che si sarebbe avvicinata sfoderando un bel sorriso, l’occasione fa l’uomo ladro, altrimenti, col cavolo avrei fatto quello sforzo disumano per togliermela e infilarla subito nella tasca della giacca. Accidenti, mi fa ancora male il dito… Firenze, volevo fare una piccola sosta prima di Torino, del resto Roma-Torino, è lunga e Firenze merita una sosta. Però, ripensandoci è stata una bella avventura, quando mi ricapita una ragazza a quel modo! La giacca, la giacca… Accidenti, dove l’avrò lasciata, su quella panchina alla Fortezza, faceva caldo, altrimenti non me la sarei tolta. Certo che non capivo più nulla, fissavo le sue lunghe gambe accavallate con quei tacchi a spillo… E chi poteva resisterle? A proposito nella tasca della giacca, dovrebbe esserci anche uno di quei tacchi; lei faceva la smorfiosa, alla Fortezza, mi provocava saltellando su quelle gambe da gazzella, per farmi intravedere la coscia da quello spacco galeotto della gonna… E’ stato così che il tacco si è rotto ed io l’ho raccolto promettendole di accompagnarla da un calzolaio. Meno male che in borsetta aveva delle cenerentole di riserva! Ah… Potessi ritrovare la mia giacca! Nella tasca avevo anche segnato il suo indirizzo e-mail, mi aveva detto che da un poeta, come mi ero spacciato per farmi bello, si aspettava di ricevere poesie, altro che poesie… Non mi ha lasciato neanche il numero di telefono, chi la rivede quella, devo anche rifare il biglietto per Torino, mia moglie mi aspetta: ‘Prendi un biglietto di sola andata, caro, non sappiamo se ci viene voglia di trattenerci di più in quella bella città, è come un secondo viaggio di nozze! Altro che viaggio di nozze, quando mi vedrà scamiciato, con un dito gonfio, nell’impossibilità di portarla a quella Accademia, la Colombaria, con tutto il rispetto per l’Accademia, perché anche la carta socio avevo, in quella maledetta giacca… La odio quella donna, quando si veste da villanella per unirsi al suo gruppo di Danze Popolari. Avevo in tasca anche una foto di lei con i suoi amici ballerini. Lei era venuta malissimo in quella foto, più grossa il doppio e con quel sorriso ebete sotto il cappellone di paglia, mi è preso rabbia a vederla e ho strappato quella foto, sì, l’ho strappata e i ‘reperti’, anche quelli nelle tasche della giacca… In fondo però, poco male per questo, se me la chiede, le dirò che era venuta sfocata e che il suo bel visino era del tutto irriconoscibile, un oltraggio alla sua bellezza, per questo l’ho buttata…”

Pippo

Pippo detto Pippone – di Cecilia Trinci

Sembrano enigmatici, sfuggenti, a volte passano da distratti innamorati di se stessi. Ma lui senza di te si annoia e si sente anche perduto se il distacco si fa lungo. Non piangerà uggiolando come fa un cane, ma di certo spierà la luce che cala sulla tua assenza e ti verrà incontro distrattamente  quando torni, come dicendo “ah sei qui…..stavo in pensiero!”

Ma chi vive con un gatto impara a leggere i suoi pensieri, qualche volta  a prevenirli. Si leggono le increspature delle loro espressioni che sembrano  sempre uguali. Se arriccia il musetto in un certo punto, vicino alla bocca, se guarda con occhi lontani, leggermente piegati alla tristezza, se cammina poco poco più lentamente, si percepisce che qualcosa non va per il verso giusto. Sembra dorma tutto il giorno eppure quando davvero lo fa si vede la differenza. Perché non è vero che sparisce nella sua poltrona e non ti vede. Ha una sua vitalità notturna, lo senti zampettare  mentre dormi, sai che va in salotto a guardare gli uccelli notturni dalla porta finestra, lo senti che si sprimaccia le unghie sul divano quando sa che non dirai niente, lo senti scivolare guardingo sul parquet e tornare nella sua poltrona. Tu dormi eppure sai che lui c’è, vive con te. Lo senti che raspa la lettiera alla stessa ora, e allora puoi rigirarti nel letto e tornare a dormire ancora un po’. Più tardi viene a svegliarti, senti le sue fusa sul viso, lo accarezzi  e le seta purissima della sua pelliccia ti rassicura, è come una carezza gentile reciproca. Ti alzi e il primo pensiero è la sua colazione. Non la pretende ma se l’aspetta. Bocconcini diversi, mi raccomando, perché la noia è la peggior nemica a tavola, anche di un gatto. Sai quando devi cambiare gusto, non c’è bisogno che lui ti guardi deluso voltandosi verso di te dal bordo della ciotola.   Poi giratina in terrazza, per pulirsi i baffi nell’acqua fresca e nelle punte verdi dell’erba gatta. Sonnellino, ma vigile per uno spezza digiuno prima di mezzogiorno e un po’ di sole prima che sia troppo caldo. Ti guarda, dal bordo della poltrona, vedi i suoi orecchi vigili e dritti, la sua facciona tonda che si chiede cosa stai facendo, se lo fai nello stesso modo o stai tramando qualcosa, senti i suoi enormi occhi su di te, giudicano ma ti vogliono bene. Lo guardi e lui sa che lo adori. Poi una mattina non ti viene a svegliare, resta  a dormire oltre l’orario, non fa colazione, non ha la solita fame. Oddio ecco il panico, perché lo sai che  oggi non è lui. Allora sei tu che lo spii e lui si spaventa del tuo spavento, si isola, va sotto il letto, non vuole sentire che hai paura. Ecco allora accesa la catena del terrore. Aspetti, lo guardi, lui mangia dalla tua mano ma non dalla ciotola. Lo sai che invecchia, più velocemente di te, sai che vi lascerete prima o poi. Non vale lo stupido “è solo un gatto”, perché la sua pelliccia trasuda delle tue carezze, nei suoi occhi ci sei tu con i tuoi pensieri, e lui c’è sempre stato quando avevi paura di morire o eri stanca o forse anche solo un po’ felice, quando eri sul divano a pensare o forse solo a guardare la tv, c’era, e veniva ad appoggiarsi a te, pesandoti sul collo e facendoti calduccio proprio dove avevi bisogno di carezze. Sentendoti vicina accende i motori delle fusa e le vibrazioni insieme al suo velluto sono meglio di qualsiasi impensata consolazione. Perché le sue zampette sono state tanti giorni accanto a te seduta. Perché si è sempre messo in disparte quando c’erano i bambini in giro per poi tornare, accanto a te, appena usciti.

Perché è lui che mi accarezza sempre, più di quanto abbia mai saputo fare io.