Vivere e sopravvivere: ci vuole talento – di Simone Bellini
Il talento ce l’abbiamo tutti: basta scoprire qual è.
Per la serie “Parole (rin)Corse” curata da Simone Bellini il suo testo “Vivere e sopravvivere: ci vuole talento” raccontata in taxi tra una corsa e l’altra:
Parole (r)inCorse
VIVERE E SOPRAVVIVERE: CI VUOLE TALENTO
di Simone Bellini
Il talento signora mia,è il talento che ognuno di noi ha più o meno nascosto e che magari ancora dobbiamo trovare, quel talento che t’ inonda la vita e ne dà il senso inseguendo la felicità, perchè è la felicità il premio più bello. Non è facile, non è semplice agguantare la felicità, ti può scivolare dalle mani anche quando l’hai raggiunta. Ti ci devi aggrappare convinto della tua forza, ti porterà lontano, facendoti scoprire modi e mondi nuovi, solo allora potrai dire; – SI, STO’ VIVENDO LA MIA VITA,… la MIA vita !
Ma se non ci credi, se non la insegui, se la lasci sfuggire dalle tue mani anche quando l’ hai raggiunta, allora la felicità perduta diventa un tormento, un rimorso logorante, continuo.
Ti rassegnerai,ti accontenterai di sopravvivere, spossato dalla delusione, perché è inutile avere talento se il problema sei tu !
Anche nella sopravvivenza ci può essere il germoglio della felicità. Nasce dalle cose semplici, apparentemente inutili, banali ma sorprendenti se li sai apprezzare, perché hanno soltanto bisogno di un sincero emozionato sorriso.
Gli occhi dolci di mia madre, grandi, da bambina. Occhi che mi accoglievano sempre con affetto ed io magari distratta dalle mille scintille della vita me ne accorgevo appena.
Gli occhi intelligenti di mia madre. Scuri con quelle luci penetranti ed intermittenti che ti trasmettevano le mille idee che prima di arrivare alla mente passano dagli occhi.
Di quella arguzia, anche se a volte distratta me ne accorgevo sempre. Forse perchè ne ero un po’ invidiosa.
Mio padre, poco espansivo mi abbracciava poco, a quei tempi non usava, anche a parole poco manifestava il suo affetto. Anche quello non usava.
Mi accorgevo di quanto mi amasse dal suo sguardo e da quel mezzo sorriso che nascondeva ma trapelava.
I suoi occhi dicevano tutto, affetto, stima, protezione.
Peccato che allora non me ne accorgessi, poi con il passare degli anni, da adulta ho capito.
Ora che non c’è più ci ripenso e capisco ancora di più.
La lucertola del mio giardino si gode il sole, chissà che pensa, immagino stia pensando che la vita è bella, che sta vivendo in un mondo giusto, fatto di odori, silenzi, fruscii della natura, calore del sole.
Ah! Questo si che è VIVERE! Vivo bene…come…un POLPO nel mare!
Poi di colpo si scuote, alza la testa e ascolta.
Eccolo è lui, Gigi il gatto!
Inizia a correre, inizia la sua corsa per SOPRAVVIVERE.
Cerca di nascondersi sotto una mattonella, non ci riesce.
Gigi corre più forte di lei. Quasi la prende, ma ce la fa a sguizzare via dai suoi artigli.
Ha il fiatone, mi verrà un infarto, pensa spaventata ma corre ancora più forte, vuole sopravvivere a tutti i costi.
Non per ritornare alla vecchia vita fatta di quiete. Ma perche si!e basta!
Trova un anfratto nel muro, ci si ficca.
Gigi arraspa, cerca di scalzarla.
Lei ansimando vede solo due grandi OCCHI gialli. Gialli e neri e ci vede l’abisso.
Ma si rallegra e si prende un po’ di PAUSA.
Pensa, perchè si pensa sempre nelle pause, che a volte basta poco per sopravvivere, anche solo una piccola crepa nel muro!
Il neo sulla fronte sarà sempre sicuramente esotico e mistico.
I capelli più lunghi, ma la lunghezza caotica fa più sexy.
Le collane saranno più timide, immagino.
Il sorriso sarà sempre buono, forse un po’ più triste.
Gli occhi, ecco, me li immagino fragili, un po’ impauriti, occhi che vogliono darsi un senso e che vogliono darci un senso, ma che chiedono anche aiuto cercano anche da noi matite un senso per tutto quello che sta succedendo.
Occhi grandi, occhi buoni, occhi marroni, almeno io li ricordo così. Marrone, il colore che raccoglie il rosso, il giallo ed il blu. Che ricorda il calore caldo della terra, del corpo. Il profumo del caffè e la libidine del cioccolato. Occhi marroni!
Scegliere di prendersi una pausa, rinunciare a vivere perché si ha bisogno di sopravvivere.
Tutto è possibile, la scelta è soggettiva, interiore, profonda.
Ho dovuto chiedermi cos’è per me vivere. E se ammetto di sopravvivere, a volte.
Vivere è con amore, sopravvivere è in apnea.
Sopravvivo quando sospendo le emozioni e le congelo.
Quando sono così stanca che nel fare le cose non ci sono, mi muovo in maniera automatica ed eseguo dei compiti senza lasciare le impronte.
Quando succede mi viene da piangere, perché sono così lontana da me che ho paura di crollare e sparire.
Sopravvivo quando mi faccio il caffè la mattina e non mi fermo a respirare il profumo della polvere prima di richiudere il barattolo.
Sopravvivo quando esco sul mio piccolo terrazzo ad annaffiare i fiori e non mi chino ad annusare una rosa o a cercare un germoglio del gelsomino.
Sopravvivo quando pedalo per andare al lavoro e mi dimentico di alzare la testa per guardare il cielo e chiedermi se le rondini sono già arrivate.
Sopravvivo quando in ufficio l’ennesima persona della giornata mi fa una domanda alla quale ho già risposto mille volte e non ascolto il suono della sua voce né quello della mia mentre dico quel che è giusto che dica.
Sopravvivo se cucino qualcosa e non mangio con gli occhi e con il naso prima che con la bocca.
Sopravvivere, vivere sopra. Vivere sopra ciò che è senza esserci dentro.
Ho davanti a me la foto di cinque calle bianche. E’ solo un’immagine ma posso entrarci dentro e vedere che quella di sinistra si protende verso la luce, che rende il candore del bianco quasi abbagliante. Posso indovinare la profondità del suo calice e sentire sotto i polpastrelli la morbidezza della sua carne vellutata. Sfioro lo spàdice – la colonnetta centrale che sembra un piccolo obelisco – e sento fra le dita la polverina gialla che vi rimane attaccata. E’ granulosa, spessa, morbida. Non profuma. Accarezzo il bordo del calice; è sottile, si ripiega su sé stesso con eleganza per formare, verso il basso, un delicatissimo intreccio con l’estremità opposta del calice stesso. Lo stelo verde, rigido, dritto, sostiene quella coppa bianca con sicurezza e determinazione.
Abbraccio con lo sguardo i cinque fiori e li ringrazio. Li porto con me, li lascio scendere e in silenzio li respiro. Me ne nutro, li faccio cibo. Ora sono miei, fanno parte di me. Li ho vissuti.
Le mascherine di questi giorni rendono protagonisti i nostri occhi:
da Un teatro per Clara
La scintilla di oggi è sull’aver perduto, almeno in pubblico, un tipo di comunicazione completa, fatta di parole, ma anche e forse soprattutto di atteggiamenti, di sguardi, di pause, di intonazioni, di gesti.
Potevamo comunicare con tutto il corpo, con tutti i sensi, potevamo parlare, ma anche gesticolare, accarezzare, toccare, abbracciare.
Adesso le nostre facce mortificate contano solo sugli occhi.
Restano escluse, e nessuno ne parla, le categorie più deboli: i ciechi, i sordi, per esempio. Qualche buontempone ha inventato le mascherine trasparenti sulla bocca “per i sordi”, rivelando quanto le soluzioni più importanti siano generalmente affidate all’improvvisazione di chi i settori proprio non li conosce. Chi offre rimedi dimostra di non conoscere il problema, eppure si vanta di essere stato geniale! Un sordo senza gestualità, senza espressione è fuori dalla comunicazione in questa emergenza!
Un cieco che non può toccare il viso delle persone per conoscerle o gli oggetti che gli stanno intorno è escluso. Anni di lavoro per l’inclusione e l’accoglienza dissipati nel nulla senza commenti!
Questa scintilla di oggi è dedicata allo sguardo: quanto possiamo dire con gli occhi, con queste due finestre che ci portiamo sul viso? quanto possono nascondere e quanto possono rivelare?
Questo 2020 bisestile se ne sta davvero approfittando, il detto “anno bisesto anno funesto” casca proprio a pennello. E’ arrivato questo virus che fino a tre mesi fa era sconosciuto e ha messo il mondo in ginocchio. Quante volte abbiamo detto: -Ci vorrebbe una pausa -, ora la pausa è arrivata, ma così nessuno se l’aspettava. E’ una pausa troppo lunga e forzata, la volevamo scegliere noi, come e quando ci piaceva. Questo è l’imprevisto che non dovrebbe mai arrivare.
Spesso avrei voluto prendere una pausa, ma non ce l’ho fatta perché la mente cammina, mi ha ricordato che non me lo potevo permettere, facendomi venire i sensi di colpa e, con grande dispiacere, ho rinunciato. Ricordo quando al lavoro raggiunsi un traguardo che mi ero prefissato, mi ero ripromessa di fare una pausa ma, in questa vita frenetica, non ho trovato il tempo per premiarmi perché pensavo già al dopo.
Più volte mi sono pentita di essermi persa dei momenti importanti, perché prendersi la pausa per guardare il cielo, un fiore, bere qualcosa insieme ad amici, ti fa riflettere, pensare e sicuramente ti lascia qualcosa di bello e stimolante.
quadro di Maria Laura Tripodi ispirato a Hopper, il pittore delle solitudini
Era appartenuta a un altro racconto, ma poi aveva deciso che il suo telaio avrebbe prodotto un tessuto diverso.
Scelse con cura un abito elegante, ben attenta che si intonasse al cappello.
Non aveva niente con sé tranne il libro, compagno inseparabile da anni e custode dei suoi segreti.
Era un libro strano: la prima metà conteneva una storia che iniziava e finiva. La seconda metà erano pagine bianche dove lei di tanto in tanto faceva svolazzare qualche pensiero.
Con passo deciso si era recata alla stazione.
Il treno sbuffava impaziente. Si diede un attimo, ma solo un attimo di tempo. Poi si avviò decisa.
La carrozza, lussuosa al limite dello sfarzo, era completamente vuota. Lei non era mai salita su un treno e pensò che quella fosse l’unica realtà esistente.
Che ne sapeva lei di panche di legno, scompartimenti affollati, odore di fumo e di sudore. Che ne sapeva lei di tradotte ferroviarie, delle storie di quelli della terza classe.
Con un grande sbuffare, in una nuvola di vapore e fumo il treno partì.
Per un po’ si fece cullare. Il verde del velluto del divano si sposava perfettamente con la sfumatura verde chiaro della carta da parati. Una bellissima intelaiatura di mogano faceva da cornice a un finestrone da cui passavano immagini a volte lente, a volte veloci.
Era sera e lei allungò una mano verso l’applique al lato del divano. Si diffuse una luce calda e riposante, un po’ stridente con il tramonto infuocato che fuori non si voleva arrendere all’oscurità.
Solo allora si accorse di aver fatto un biglietto per un posto che si trovava molto lontano, ma che non sapeva dove fosse.
Aprì il suo libro.
Rilesse per la centesima volta la storia che iniziava a pagina uno e terminava a pagina 150.
La conosceva quasi a memoria, ma tutte le volte le sembrava un po’ diversa.
Le sembrava anche di essere in viaggio da ore, ma forse non era così. A volte il tempo reale, ammesso che esista, non corrisponde affatto a quello del pensiero.
Comunque si era fatta quasi notte e il treno si era fermato.
Chiuse il suo libro e fu curiosa di porgere l’orecchio al vocio di vita che le giungeva ovattato da quella stazione di sosta.
Pensò che il treno aveva viaggiato fino a pagina 15O.
Riaprì il suo libro e le sembrò che i pensieri scritti con la sua elegante stilografica si fossero sbiaditi.
Non si sforzò di decifrarli. Erano pensieri di un altro giorno, di un altro tempo.
Mentre il treno riprendeva lentamente il viaggio chiuse gli occhi e si addormentò.
…Era venuta via un po’ di corsa, da quella casa al secondo piano in via De’ Pecori, a pochi passi dal Duomo…diciotto anni erano pochi, ma lei donna lo era da sempre, un novembre ancora tiepido, la valigia di pelle piena di vestiti giusti, un paio di piccoli cappelli, i guanti di pizzo color champagne, trasparenti quel tanto da far vedere la fede lucida, nuova e “vera”…
Risalì le scale in fretta, aveva dimenticato qualcosa: il regalo della nonna…sinceramente non aveva provato nemmeno ad indovinare cosa contenesse l’ingombrante fagotto, ben incartato…quando poi lo vide, non ne capì nemmeno l’ utilità, rimase però affascinata dal suo odore, il legno d’olivo ti entra nel cuore ancor prima che nelle narici…quella piccola stella sul lato destro, incisa alla perfezione separava le sue iniziali, una G ed una C (Giulia Cassuto) così perfette in un corsivo inglese così nitido, da sembrar dipinto…
Ti servirà, ti servirà, aveva sentenziato la nonna.
Giulia aveva sentito un brivido leggero lungo la schiena quando, salutando aveva messo il piccolo telaio a tracolla…come una borsa di legno o una piccola arpa..
“Ma cosa ne faccio” pensò Giulia, stringendo tra le mani curate e delicate da pianista mancata, il marchingegno sconosciuto ….
Fuori intanto il tempo cominciò a cambiare, un vento subdolo soffiava da più parti…e alla fine strinse la mano del suo amore, abbandonò la ricca valigia, abbracciò il telaio d’olivo…e corse come meglio poteva su zeppe di camoscio bluette…tra sé pensò che sarebbe stata l’ ultima volta che le avrebbe indossate…da lì a poco se ne sarebbe andata tanta gente…potevano andarsene i suoi sandali…
Cominciò a pensare al suo telaio come ad un’ancora di salvezza..una bibbia metaforica.
Iniziò presto la sua attivitá di tessitrice, camicini ruvidosi ed azzurrini, il primo sghimbescio e prezioso, gli altri più perfetti nella forma, meno nel tessuto, la trama e l’ ordito si scontravano spesso agli incroci, fili riciclati, un po’ come la sua vita inventata giorno per giorno, filamenti rubati a scialli eleganti che sotto le bombe non avevan più ragione di vivere, se non in qualcosa di più utile…
Non sempre Giulia usava il telaio per tessere, lo usava per difendersi, come un’armatura, per raccogliere un’idea…due patate per tre bocche…se trovo un uovo…….e per magia nasceva un lembo di tessuto da mangiare…e più che un incantesimo divenne un miracolo…fatto di gnocchi e lacrime, di pensare, pensare,e ripensare ancora, come tessere, tessere…..
Diventò bravissima Giulia…fiera di esser viva fuori e sopravvissuta dentro….
Gli anni passarono, aveva disfatto i camicini azzurri, tre gomitoli appoggiati sul suo eroe d’olivo, non si trovò in difficoltà nemmeno quando dopo anni ritirò fuori il telaio per fare un vestitino rosa…
Abile tessitrice, ma distratta “tintora” confezionò qualcosa di uno strano colore che col pesco aveva poco a che fare…se ne pentì per sempre..
Ma andò avanti con quel telaio sempre a portata di mano e di cervello, sorriso sempre, rossetto pure, a volte strappava il filo con rabbia, macchie color sangue su cenci rimediati e utili, utili sempre…anche se spesso si dimostravano fragili. Sapeva rammendare, però, “La Giulia” lo faceva così bene, che non si sentì mai da meno, anzi spesso qualcosa di più, e credetemi fu sempre la sua salvezza…
Perché vivere e sopravvivere sono la “ trama” di un libro da scrivere anche se nessuno avrà voglia di leggerlo, di un tessuto da “armare” perchè regga alle intemperie, di un film da vedere anche in un cinemino di periferia…di un incubo, che solo mani esperte riescono a trasformare in bellissimo film d’ amore: LA VITA..
Lei correva su un prato verde, quei prati incredibili di maggio quando la luce sembra irrealtà e sbatte violenta contro le cose abbracciandole, possedendole. Lei correva e non sembrava avesse un’età definita e definibile: i capelli stavano indietro, guardavano dietro le spalle e seguivano i movimenti del corpo teso nella velocità; osservavano le colline, dietro, e i fiori che esplodevano, dietro, e la strada percorsa con sopra le orme di quella corsa irrazionale. Dietro. Davanti c’era il pianoro con l’enorme ciliegio fiorito, e la staccionata di legni intrecciati, per trattenere un cavallo castano, giovane, con i capelli biondi, che si muoveva sinuoso, come una fronda di fiori nel vento. Il cavallo tratteneva a stento le quattro zampe nervose, trottava solo, qua e là, spostandosi appena. Aspettava. Non so se aspettava un segnale o un odore nascosto, o un refolo di vento che gli desse il via verso le praterie al di là del bosco.
Lei intanto non smetteva di correre. Voleva raggiungere il cavallo leggero sull’erba. Ma improvvisamente mentre alzava la testa, non ci fu più niente e nessuno lungo la staccionata di legni intrecciati. Il bosco aveva inghiottito il cavallo con i suoi capelli biondi e le caviglie nervose. Rallentò, lei, mentre cercava con gli occhi lontano. Cercava il cavallo, ma anche i fiori del ciliegio pieni di insetti. Anche il ciliegio era sparito, dentro un’improvvisa nuvola di nebbia che, bianca, opaca, inghiottì improvvisa l’intero pianoro. Si voltò, allora, cercando il sentiero di andata e la casa in fondo, là dietro il gazebo, da dove era partita. Ma dietro, la nuvola bianca aveva mangiato il punto di partenza, silenziosamente, senza avvisare. Si trovò immersa anche lei in quella nebbia bagnata che inumidiva il vestito leggero e le ossa stanche subito sotto. Ebbe solo il tempo di rabbrividire. Le lacrime sbattevano secche sotto le palpebre stupefatte e rimasero ferme, in attesa. Tutto era bianco e silenzioso, ma non come la neve che spesso cadeva lì, piuttosto come una mano di calce polverosa, quella che si stende per cancellare, pulendo il passato dalle macchie di vita.
Pensò, lei, brevemente, a chi era scomparso nella nuvola di calce. Pensò se fosse possibile respirare, lì sotto, se anche lei avrebbe continuato o no a respirare, se tutto stava per finire, se fosse morta senza essersene accorta e fosse già in una specie di Purgatorio senza nome. Si mosse, lei, lentamente, cercando una via nel bianco opaco, verso casa, verso il dietro, verso il giorno prima. Trovò un viottolo stretto, in salita e si inerpicò. Non sapeva se l’affanno era per la salita che piano piano cresceva o per l’ansia che piano piano anche lei cresceva. Salì lentamente e il bianco compatto si fece piano piano più lieve, più diradato, come quando la nebbia saliva dalla valle e piano piano si scioglieva in gocce umide. Piano piano, allora, accadde di nuovo e si ritrovò sulla cima di un poggio…..il sole sorgeva da dietro una piccola piega di terra sconosciuta. Non era mai stata lì e si sentì sola. Un rumore leggero dietro le fronde di un ciliegio sfiorito la fece sussultare. E vide, dietro l’albero che cominciava a metter piccole foglie verdi, un cavallo giovane con i capelli biondi che scalpitava, che voleva saltare la staccionata di legni intrecciati forse per raggiungerla……..e che da lontano la riconobbe.