Case: Stefania

Case intorno a una chiesa – di Stefania Bonanni

disegno e foto di Stefania Bonanni

Primo tempo: casa nr. 1. La vita sconosciuta .

Una casa piccina piccio’, senza acqua corrente e con i mattoni rossi lucidati da cinabrese ed olio di gomito, uno strano odore di cera e sugo, sempre in aria. Genitori bellissimi e giovani, due bambine con i vestitini ricamati , le ginocchia sempre sbucciate , le gote rosse di sole e corse. Una nonna che più nonna di così non sarebbe stato possibile, brontolona, saggia, sempre proverbi, detti antichi, rimedi, rosari. Fuori dall’uscio campi, fiori, prati, il fosso, il fiume a due passi. Nei prati lenzuola ad asciugare, vele bianche come pensieri, negli occhi per sempre. E bambini sempre, fuori c’erano sempre bambini. Si dormiva nel letto della nonna in tre, la nonna e le bambine. Appoggiata alla parete, sentivo battere il bambino della casa accanto, un colpo era buonanotte, due a domani, tre ho paura del buio. Un’infanzia piena di giochi, amore, famiglia e compagnia.  Ho lasciato in quella casina la convinzione che sarebbe stato così sempre, non avrebbe potuto essere che così.

Casa nr. 2: il paese e le regole.

Sempre in affitto, si andò ad abitare in una casa orizzontale, con le stanze e le finestre in fila. Una casa con l’acqua corrente e la stufa a kerosene che riscaldava tutto. Si erano lasciati i grandi catini di metallo. Il bagno si faceva nella doccia, arrivò perfino la lavatrice. Le finestre  in fila guardavano tutte l’Arno. Eravamo proprio nel centro del paese, esattamente sotto il campanile della Chiesa, con le  campane che battevano le ore, compresi ovviamente dodici colpi a mezzogiorno, dodici a mezzanotte , più i rintocchi che annunciavano la messa, il vespro, il rosario, quelli che suonavano a morto, quelli a distesa per le feste. Accanto alla porta di casa cominciava un grande scalino dove c’era sempre qualcuno a chiacchierare,  seduto su sedie portate da casa. Davanti alla porta, l’ufficio postale dove lavorava Anna ed in salita la stradina, saranno stati venti, trenta passi, che portava alla Chiesa, e che la mia nonna percorreva di corsa ogni volta che suonavano le campane. La rivedo bene, con il vestito scuro, in testa il fazzoletto da Chiesa, nero di pizzo, legato sotto il mento, le mani lungo i fianchi, strette per scongiurare un colpo di vento che alzasse la sottana, le labbra che si muovevano in silenzio per rammentare santi antichi. Aveva il suo posto in Chiesa, e quando ci sono tornata mi ha emozionato sedermi lì, quel pezzetto di panca è stato la sua casa, in quegli anni. E forse anche dopo, perché quando abbiamo cambiato casa, la nonna ha cominciato a perdersi, non trovava la strada di casa. Io ho sempre pensato che lei sia rimasta lì, nella casa sotto il campanile.

Sotto le finestre in fila, passava decine di volte al giorno il garzone del macellaio, su un motorino smarmittato che faceva un fracasso impossibile da ignorare. Guardava in su, per vedere se mi affacciavo. Mi piaceva moltissimo il macellaio, e c’erano anche molti altri “mosconi” che mi giravano intorno. Fu lì che cominciarono gli orari da rispettare, i divieti di uscire, le  domande, le chiacchiere delle donnine che sempre ti avevano vista parlare con tizio, poi con Caio. E io parlavo, e ridevo, rimasi molto male quando il babbo cominciò a chiudersi dietro la porta di casa, con le mandate. Lui lavorava di notte e sbarrava tutto appena dopo cena, mentre fuori c’erano tutti i ragazzi e le ragazze del paese, che ci chiamavano da sotto le finestre. Poi venne anche l’amore, ma non cambiò l’abitudine di passare le giornate sul piazzale della Chiesa a giocare, parlare, cantare, sognare, e sempre tutti insieme, con quel fidanzatino, e Paolo che mi guardava da lontano, e gli scherzi, ed il grande affetto tra di noi, ancora. Ho lasciato in quella casa l’estate senza ombre.

Case: Sandra

Tre case e un solo castello – di Sandra Conticini

Ricordo il dispiacere che provai quando, arrivando nella casa che dovevo lasciare, la trovai vuota. Lo sapevo che doveva succedere, ma speravo il più tardi possibile. Andai in terrazza per non farmi vedere e  iniziarono a scendermi le lacrime. Era la casa della mia infanzia e da poco, siccome la nonna ci aveva lasciati, mi ero guadagnata un letto in salotto. Un bel traguardo, perchè fino ad allora avevo dormito in camera con i miei genitori. Ricordo quando la mamma mi lavava in cucina nell’acquaio di granito sempre  con l’acqua fredda, oppure quando uscivo dalla vasca e mi rimetteva subito a letto per non farmi ghiacciare… quanto amore c’era in quei momenti! A volte ci sono ritornata e ricordo che uno dei miei giochi preferiti era scendere le scale con il sedere, siccome c’era uno scalino con un piccolo difetto, anche ora il mio occhio lo va a cercare e lo trova subito.

La casa dove andai ad abitare era nuova, molto più confortevole con riscaldamento, una camera tutta mia, un bel salotto luminoso, ma per me era sconosciuta. Poi con gli anni ho fatto amicizia anche con lei e sono stata bene.

Venire via da quella casa è stata una scelta, perchè mi sposai e lì rimasero i miei genitori. Ci tornavo sempre volentieri, anche se non la sentivo più la mia casa. Poi negli ultimi anni quando i miei genitori erano molto anziani per me era diventata “la casa del grande dolore”, e quando arrivavo sarei scappata correndo.

Quando tornai nella mia casa, dopo essermi sposata,  non solo la casa e i mobili erano nuovi ma tutto il menage  era cambiato. Ero contenta, perchè l’avevamo arredata come più ci piaceva, ma dovevamo abituarci a questo nuovo stile di vita. Poi arrivò un fagottino con un fiocco rosa e ci riempì di gioia, ma le gioie nella vita non durano molto e così dopo qualche anno arrivò un grande dispiacere.

Questa casa vissuta  con grande entusiasmo, amore, novità, all’inizio è stata la casa della nostra felicità. Facevamo progetti per il futuro, sognavamo cose semplici ma per noi belle, ma purtroppo non a tutti i sogni si avverano.

Spero di poter avere qualche altro anno da vivere  tranquilla nella mia casa, che per me è il mio castello.

Con la coda dell’occhio

Con la coda dell’occhio – di Stefania Bonanni

Foto di Prawny da Pixabay

Con la coda dell’occhio trascino un pensiero improvviso.

I bagliori che non sanno più diventare sogni restano ricordi confusi, singulti, sospiri, che non sanno parole per diventare frasi. Non trame, né disegni, né intrecci. Solo rimane per sempre il foro dell’ago che ha tentato di unire la pelle strappata. Non ha fatto un disegno, né  un ricamo ruffiano che ricopre lo spacco solo perché non si veda da fuori, non si veda la carne. Ha infilato quell’ago con il filo rosso che ha rincorso di notte, quando è apparso reale, sola strada tra il cielo e la terra. L’ha cercato, come per non avere più  fame, a momenti ha creduto di stringerlo, ha pregato, poi ha aperto le mani, ed erano vuote, e l’hanno consegnata ad un’alba insonne, che non può diventare altro che un giorno ancora opaco, come d’ambra, trasparente di turbamenti e confusioni inattese ed inafferrabili.

Ed è difficile seguire il filo, che continua a bucare ed infilare, per tracciare profili di cose e persone che il sole diretto nasconde alla vista, ma possono essere rivelati da una nuvola improvvisa, nell’ombra.

Tessere come essere tessere. Ritagli, frammenti, pezzetti di vetro colorato, minuzzoli di mosaici, dettagli inosservati. Colla che non appiccica. Che forse un giorno un bagliore c’è stato, di un raggio che ha colpito proprio lì,  forse quel magico momento ha avuto testimoni, o forse no, non era fatto per essere visto da fuori. Il suo solo senso era da dentro, perché fosse mancato, quel disegno avrebbe avuto un vuoto da null’altro riempibile.

Case: Vanna

La casa del cuore di Vanna Bigazzi

Foto di David Mark da Pixabay

Il mio cuore è rimasto nella casa dove sono nata, una casa costruita prima della guerra, sulla cui facciata, per alcuni anni, sono rimaste le tracce dei bombardamenti. Sono venuta via da quella casa, quando avevo circa otto-nove anni e per me fu un vero trauma. E’ la casa in cui ho vissuto con tutta la mia famiglia al completo, poi eventi, morti, hanno modificato questo Eden. Tante volte ci sono passata davanti ma non sono potuta entrare, neanche oltre il portone d’ingresso, perché sempre chiuso. Capitò solo una volta in cui vi stavano facendo lavori di ristrutturazione in uno degli appartamenti del palazzo, per cui trovai il portone aperto. Dopo una vita potei di nuovo calpestare quel luogo. Salii subito al primo piano e capii, con sorpresa, che l’appartamento in restauro era proprio quello che avevo abitato. Anche la porta dell’appartamento era quindi aperta. Sembrava un miracolo poterci rientrare… L’emozione mi assalì, guardai dall’esterno l’andito grande dove giocavo, nell’attesa di veder entrare dalla porta d’ingresso i miei genitori che tornavano dal lavoro. In un istante ho rivissuto tutte quelle attese, ansiose, che terminavano con la loro comparsa e gli abbracci. Rimasi paralizzata e non ce la feci ad entrare per ripercorrere quei luoghi amati, sempre desiderati, così rimasi immobile, quasi timorosa di quel  magico passato.

Case: Cecilia

Le case che parlano – di Cecilia Trinci

Il nome della strada era insolito “Via sotto la Fortezza” e infatti era una strada interna, senza sfondo, sotto la fortezza di Poggibonsi. Di là e di qua poche villette unifamiliari, i proprietari si fermavano a chiacchierare davanti ai cancelli, i bambini giocavano in strada. Da quella casa, di cui non ricordo il numero, dal retro del giardino che la circondava, si saliva a piedi lungo una fila di orti e si raggiungeva uno stradello sterrato che portava direttamente alla Fortezza medicea. Lungo il percorso, oasi di piante spontanee, arbusti e alberelli. Dopo pranzo la nostra giratina ci portava lassù,   a raccogliere le ghiande per giocare e a nasconderci nei capannini naturali dentro certe siepi grassotte a basso fusto. Eravamo regine o cacciatori o animali fantastici, secondo le giornate. Quando con noi veniva anche il suo migliore amico, Fabio, allora io guardavo e basta e i protagonisti delle storie erano solo loro due, che camminavano avanti, per mano, a piccoli passi. Il mondo che ci portava alla Fortezza era tutta fantasia. Ho lasciato lì le finte principesse e anche il corpo di un gatto anziano seppellito sotto un leccio. Aveva vissuto libero con noi gli ultimi suoi anni,  dopo che lo avevo ereditato da mia nonna. Appena ci vedeva seduti, ci correva incontro a ciucciarci con vera passione il lobo degli orecchi.  Era grato, libero e felice. E’ la casa che sogno spesso, quando sogno case. Si infila nel sonno con qualche particolare secondario, le grandi finestre sul giardino, le porte a vetri, il lungo corridoio, il salotto largo con il divano di pelle e le librerie immense, si ricompone intera dopo, da sveglia, quando cerco di ricordarla. Ho lasciato i mobili, quasi tutti. Ho lasciato anni faticosi, importanti. Ci ho lasciato l’asilo e le prime tre classi elementari di mia figlia e molti dei suoi giocattoli belli. Ci ho lasciato un divorzio.

La precedente, la prima da “grande”, era una casa moderna, piccola e simpatica, con stanze striminzite e nuove, di fronte ad un passaggio a livello sulla Pisa-Firenze che batteva 28 sbatacchiate di campanello quando abbassava le sbarre e che ci faceva addormentare a orario fisso, nell’intervallo tra le 22,10 e le 23,07. Ci ho lasciato la libertà, la piacevolezza della pianura, con certe passeggiate in bicicletta da sola in cui ho scoperto il rumore dei ruscelli e il profumo della prima erba. Ci ho lasciato la meraviglia del rimanere incinta, le parole incrociate con il mio exmarito nell’intervallo del pranzo, una gatta siamese  che non ci ha voluto.  Ci ho lasciato anche una orribile testimonianza, un piccolo corpo sconosciuto distrutto dal treno mentre attraversava in bicicletta, il brivido mai dimenticato delle urla di chi lo ha riconosciuto.

Ce ne sono state tante altre, in campagna, in città, in paesi di provincia dove la comunità è più presente e curiosa. Le marmellate, le conserve, la raccolta delle castagne in campagna, i tramonti e i silenzi e certe rincorse di monti al mattino, in lontananza. La fretta, gli impegni, gli incontri, le scale e gli ascensori, i vicini buoni e cattivi…ogni casa un periodo, un carattere, un modo di vivere globale e sempre un gatto con noi, giovane o vecchio, maschio o femmina, trovato o ereditato.

Ma l’unica che mi dà vibrazioni ancora vive quando la rivedo da fuori, è la casa di Via Aretina, dove ho soggiornato più che abitato, ma è che è stata la casa della rinascita, dell’unico giardino goduto, un tavolo e due sedie al tramonto riparati dal glicine, in una città inavvertita, al di là dei muri. La casa  in cui tornare a sognare. L’unica che ho maneggiato, percepito e perfino modificato….una casa in cui si sarebbe potuto giocare. Dove poi ha abitato mia figlia, crescendo con una piccola gatta raccolta da un cassonetto.

Oggi ci sono fiori stranieri alla finestra.

foto di Rossella Gallori

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Case: Anna

TRE CASE – di Anna Meli

foto di Anna Meli

            Sono passata da quella casa in cui sono nata poco tempo fa. Le persiane verdi della finestra di camera erano chiuse. Mi sono rivista fra le braccia di mia madre mentre mi accudiva e coccolava.

            Le persiane accostate come in preghiera facevano entrare una luce chiara e troppo forte per i miei occhi di pulcino nato da pochi mesi: quella sensazione è rimasta dentro me, forse era il momento in cui incominciavo a mettere radici là.

            Ho vissuto fino a circa sette anni in quella casa, poi essendo troppo piccola per cinque persone, ci siamo trasferiti in una un po’ più grande. Ho lasciato nella prima casa l’immagine degli anni più belli e spensierati insieme a cose che, per ovvi motivi, non potevamo portare nella nuova.

            Ricordo in particolare una stufa rossa, alta (la chiamavamo la stufa con le gambe lunghe), là sotto nelle fredde sere d’inverno, quando ardeva di un fuoco scoppiettante, vi si rifugiava ronfando il gatto Nanni.

            La vecchia casa si trovava al piano terreno a poca distanza dalla prima situata al secondo piano e questo mi creava un certo disagio. Uscire non era per niente comodo: dovevo scendere le scale, attraversare la strada per potermi ritrovare con i miei amici a giocare e soprattutto dovevo chiedere il permesso alla mamma.

            Ho impiegato del tempo per abituarmi alla nuova casa e l’ho apprezzata in particolare per la vista di quel panorama sulla città di Firenze nelle sere in cui al tramonto il sole tingeva il cielo di rosso. A volte certe immagini ci consolano di altre perdute.

            La terza casa che poi è quella in cui abito la fece costruire mio padre negli anni sessanta. E’ quella nella quale ho passato la maggior parte della mia vita. Cinque stanze grandi, un piccolo giardino, una veranda e…lo scorrere degli eventi. Dopo circa un anno, mio padre abbastanza giovane, è venuto improvvisamente a mancare lasciandoci sbigottiti in un dolore che sembrava non finire mai; ma la vita continua ed ha il sopravvento su tutto.

            Questa casa mi ha visto giovane donna sposata, ha visto crescere i miei figli in una famiglia serena e poi sola nuovamente sconfitta da un destino avverso. Unica gioia: i miei nipoti che spessissimo sono con me e mi contagiano con i loro sorrisi, la loro voglia di vivere, i loro scherzi. Mi adorano e ciò mi fa bene. Amo quest’ultima casa più delle altre perché la considero lo scrigno che contiene le mie gioie, le mie lotte, le mie lacrime, i miei dubbi e me le fa sentire parte di me.

Case: Carla

La casa dell’oggi – di Carla Faggi

Io non ho mai lasciato nessuna casa.

Ho portato via le mie cose dalla casa dei miei genitori per andare a vivere da sola, non lasciando ma iniziando un’avventura nuova. Non avevo rimpianti o nostalgia perché comunque ci andavo sempre e con più soddisfazione di prima, perché sceglievo di andarci e lo sceglievo spessissimo.

Volevo bene a quella casa, non l’ho lasciata mai, è sempre stata lì ad aspettarmi e ancora mi aspetta.

La mia casa da sola l’ho vissuta da single, poi con il mio primo marito, poi di nuovo da single. È stata la casa della trasgressione, della giovinezza, della libertà.

Poi decisi di ristrutturarla e mi sarei dovuta trasferire da qualche parte per un periodo. Fu allora che conobbi Marco e andai a vivere da lui.

Non decisi, non lasciai ma semplicemente andai, senza sapere per quanto.

Lui chiuse il cancello ed io sono ancora qui nella nostra casa da quasi trent’anni.

Questa è la casa dell’oggi, della famiglia mia, di io e lui.

Però nei sogni , quelli veri della notte, sono quasi sempre nella casa dei miei genitori, a volte nella mia casa da single. Magari con Marco o con persone dell’oggi ma quasi sempre nelle mie case di ieri.

I sogni non hanno tempo e permettono di vivere ieri con oggi, fanno vivere la Carla dell’oggi con le sue cose di ieri.

Mi chiedo spesso perché e chissà; a volte mi rispondo che non si smette mai di vivere nei posti dove siamo stati bene, che sia vita o sia sogno.

Case: Lucia

Le case del cuore – di Lucia Bettoni

foto di Lucia Bettoni

La casa dell’acqua

Sola in mezzo alla natura la mia casa si specchiava in un lago
La casa della sofferenza
della conoscenza, del gioco,
dell’amore mancato, della natura madre
La casa dove tutto è iniziato
La casa della mia anima
In quella casa ho lasciato una bambina

La casa del sole

Lì potevo saltare dalla finestra
e stendermi al sole sul tetto
La casa dove ho toccato il cielo
dove tutto era possibile
La casa della semplicità
Avevo lasciato tutto
Eravamo io e la vita e niente più
La casa dove ero leggera leggera
La bellezza di vivere con l’unica cosa importante: l’amore
Lì ho lasciato una ragazza

La casa della terra

Scelta, comprata, arredata, voluta
La casa dove costruire la vita
dove far crescere un figlio
dove aprire le finestre
e non vedere la fine dell’orizzonte
Un grandissimo giardino
dove le mie braccia
le mie gambe e i miei occhi
hanno trascorso ore verdi
ore fiorite, ore di speranza
Lì ho lasciato una donna

La casa di mio padre

Sono qui da due anni
Ogni giorno vi porto un pezzetto
della mia vita
Sto raccogliendo in questa casa
tutto ciò che è importante
Sto portando qui la bambina
la ragazza e la donna
perché tenendosi per mano
possano proseguire il cammino

Case: Nadia

Traslochi e rinascite – di Nadia Peruzzi

Ho cambiato almeno 6 case nell’arco della mia vita. In nessuno dei traslochi a pensarci adesso, mai ho sentito prevalere il lato traumatico. Il lasciare il certo e il sicuro, il consolidato per l’incerto lo provo ad ogni viaggio che faccio, ma non l’ho provato nei cambi di abitazione. Ha prevalso sempre l’aspetto positivo che porta l’idea del cambiamento. Forse perché la maggior parte di questi traslochi sono avvenuti ad Antella e hanno segnato un miglioramento reale della condizione di vita rispetto alla casa che veniva lasciata.
Ogni casa un frammento di ricordo, più o meno consapevole.
La casa di Roma l’ho vissuta nei ricordi degli altri. Ero troppo piccola per poter ricordare qualcosa visto che ci ho abitato solo fino ai miei due anni e mezzo.
Nei racconti di nonna e dei miei genitori ho scoperto di esser riuscita a lanciare dal quinto piano uno spazzolone, mentre di ritorno da una gita fuori porta sembra abbia chiesto qualcosa da cucire mettendomi in mezzo al corridoio. Venendo a Firenze con mia nonna, ho lasciato i miei genitori li ancora per qualche tempo, visto che hanno continuato a lavorare a Roma. Mia mamma si fermava a Firenze quando era diretta vero nord per riunioni o campagne elettorali.
Se la direzione era il sud la situazione si faceva complicata .
Assenze che hanno pesato.
Delle case successive ho ricordi miei.
La prima dopo Roma, piccola. Era quella del letto condiviso con la nonna. Ricordo le sere che passavamo a sentire la radio insieme. I festival di Sanremo di allora seguiti tutti. E’ quella in cui ho fatto i conti con i primi eventi della storia contemporanea. La guerra di Algeria entrava direttamente in cucina col suo significato di rottura di equilibri e di liberazione dei popoli dal giogo coloniale.
Era anche la casa dove all’inizio l’acqua la prendevi con la mezzina alla fonte pubblica, il latte lo si prendeva scendendo le scale con un tegamino da chi lo vendeva e il bagno era sulle scale, era in comune e l’odore ne indicava la presenza anche a porta chiusa e a metri di distanza.
Poi è arrivata la casa con il grande giardino e il suo albicocco che fece i frutti una sola volta. Quella del riscaldamento con la stufa a carbone e con la prima TV. La casa delle letture paurose . E A Poe con i suoi Racconti straordinari e il Dracula di Bram Stoker li conobbi stando bene attenta a tenere le spalle contro il suo muro.
Poi quella che ha visto la conquista dei miei spazi. Quella con due bagni, una camera tutta mia, con una mia scrivania su cui studiare . La casa in cui la truppa di amici mi riportava a notte fonda. La notte di Profondo rosso chiesi che non si muovessero prima di avermi visto entrare in casa.
E ora la casa grande e luminosa nella quale mi trovo . Quella che ha ospitato fino a cinque persone e ora vede solo me ad occuparla.
E’ la casa in cui ho vissuto con mio marito e quella che ha visto Irene appena nata e l’ha vista crescere.
E’ la casa definitiva, quella di fine corsa. Quella in cui si sono cominciate a mettere insieme le assenze dolorose e destabilizzanti.
Meno male che quasi ogni giorno sono le risate dei bambini a riempire in qualche modo vuoti e assenze!.

Case: Rossella

Via Cesare Guasti 10 – di Rossella Gallori

Casa è stata solo quella, è rimasta quella, quella da dove non sono passata più, quella che devo ricordare in continuazione per non dimenticarla…

C’erano alberi…c’erano rumori forti…sirene, treni…ed una via di fuga: sempre.

C’era tutto: amore, vita, morte, pane, caffè, pianti e risate, un piano sotto, uno sopra…ululanti rosari, che sembravan bestemmie, una voce stupenda  che apriva il cuore, cassapanche che non  sigillate,  porte aperte, porte da abbattere…ricordo i tappeti, ricordo una veranda liberty piena di nulla e di disordine, c’erano stanze per tutti, con tutto…c’era un pavimento bianco e nero e bambini mai nati o nati per poco, che mia madre diceva sarebbero stati i più belli, i più intelligenti, che correvano per i lunghi corridoi anche da morti, con vestitini fuori moda, anni quaranta, gli volevo “far gambetta” ma non ne avevo il coraggio.

Mi nascondevo tra il portaombrelli a tre teste, pieno di bastoni, con e senza pomello, stavo lì, infilata dietro una poltrona Savonarola, su cui non ci si poteva sedere, ho scoperto tardi, che non era preziosa, ma rotta…rotta come ne sono uscita io a undici anni, rotta dentro, senza poter portar dietro nulla, se non un San Giorgio pesante come Cristo con croce e chiodi…ed un seggiolone impagliato e tarlato.

Dal ‘51 al ‘62 è stata “casa” via Cesare Guasti numero 10, sei stanze su, quattro giù, a livello di quel giardino pieno di peonie…poi è stato: giù, sempre più giù…ma sono sempre stata li, sono ancora lì…non entro più  in strani cantucci…ma riesco ad aprire le vecchie cassapanche ……

Case: Mimma

CASA – di Mimma Caravaggi

Foto di user32212 da Pixabay

I primi ricordi vanno ad una delle case di Roma: quella in Trastevere soprattutto per il luogo molto popolare e artistico. Abitavamo proprio sopra al Ristorante “Da Cencio La Parolaccia” tipico del posto dove appena ti sedevi venivi aggredito con qualche epiteto romano e così per tutto il pranzo o la cena. Alla mamma piaceva moltissimo aggirarsi per quelle viuzze popolate di ogni genere di persone da attori famosi a tanti furfanti meno famosi ! Le piaceva andare per mercatini soprattutto d’antiquariato e tornava a casa sempre con qualche oggetto o mobile di ogni specie. Noi tre figlie durante le nostre visite se c’era qualche oggetto che ci piaceva usavamo appiccicarci un biglietto con il nostro nome per reclamare la proprietà che poi, con la dovuta calma, passavamo a prendere. Per cui quando si andava a trovare mamma c’era sempre qualche biglietto appiccicato su qualcosa a significare che era stato prenotato e così la volta dopo e ancora all’infinito. Per alcune cose non c’era proprio la possibilità di portarle via poiché magari si trattava di un bel cancello in ferro battuto o un bel portone o un confessionale o una intera camera liberty. Ci si appropriava di tutto ciò che ci piaceva vuotando la casa e permettendo alla mamma di ricomprare oggetti. Era la sua gioia e la nostra.

Un’altra delle case di Roma che ricordo con affetto è quella in via Angelo Brunetti nel centro un po’ più raffinato di Roma. All’epoca vivevo in casa con la mamma e mi piaceva molto perché avevo la possibilità di vedere personaggi del mondo della televisione e del cinema molto spesso poiché eravamo a due passi da Piazza del Popolo dove la domenica mattina nelle due chiese gemelle dicevano la messa per gli artisti i quali appena terminata si sedevano nei due bar dirimpetto per un aperitivo. I primi tempi ero molto eccitata nell’incontrare questi personaggi famosi poi pian pino con l’abitudine non ci facevo più caso, ma ricordo con simpatia una : la mia vicina di appartamento che si chiamava Tina Pica ed era stata protagonista di un film con la Lollobrigida diretto da De Sica. Per chi può ricordarla dal film alla realtà non cambiava nulla lei era proprio così buffa e simpatica.

Prima di queste due case avevo abitato in Vicolo delle Orsoline sul retro del Conservatorio di Santa Cecilia a due passi da via Condotti e Piazza di Spagna. Sempre in pieno centro dove ho lasciato un po’ del mio cuore. Ma la casa che ricordo con più rimpianto è quella di Pescara dove insieme alla mia sorella maggiore Tilla abbiamo vissuto per diversi anni dove ci siamo godute in libertà spiaggia e mare di cui conservo molti bei ricordi nonostante le ristrettezze. Quante altre case ho cambiato nella mia vita e quanti posti diversi : Montegabbione dove sono nata, Termoli, Pescara, Roma poi Firenze e anche qui ho traslocato diverse volte fino a trovare il casolare dove vivo attualmente da 31 anni ma dal quale dovrò di nuovo traslocare. Una vita senza pace ne’ casa!!!

Case: Luca

Case – di Luca Di Volo

Io potrei definirmi un professionista del trasloco..Ne ho fatti tanti …talmente tanti che se un pezzetto di me fosse rimasto in ogni casa che ho abitato ora non mi rimarrebbe più nulla…

A volte mi chiedo se non sia proprio così..

Tornando seri, è nota la profonda realtà dell’interazione “persona-casa”, o “persona -ambiente” ( che poi è lo stesso..)

In effetti , più che per la “casa” vera e propria, cioè il limite definito dai muri che la racchiudono, per me la durezza infinita dei traslochi si incentra nell’abbandono di un ambiente..di un contorno di persone, compagni, abitudini che ci erano diventate care e che ci toccava veder allontanarsi come una morte, in prospettiva.

Al terzo trasloco so di essermi trascinato verso la nuova casa piangendo..un passo dopo l’altro..e non me ne vergogno

La prima casa, quella dove sono nato, è il profumo di un albero di “Pazienza”, il sole a primavera sulla terrazza prima di andare a scuola ..la gioia incontenibile quando il Sabato Santo si scioglievano le campane e come un volo di rondini si stendeva sulla città…E questo già avrebbe bisogno di un romanzo tutto per sé..

La seconda (casa) è dove ho trovato e lasciato l’amore..ero cresciuto e lì avevo provato i primi turbamenti..E’ stata forse quella dove ho lasciato il pezzo più importante..: il Liceo..la pallacanestro..e anche, perché no..il biliardo e tanto poco studio..

Poi c’è stato uno strappo..una cesura profonda..e rivedo la mia casa di Genova..lì dove l’anima si è dannata e salvata con una resurrezione quasi miracolosa….

E anche qui il pianto per l’inevitabile abbandono..

Su quel terrazzo c’è mio figlio piccolo ..il lavoro..e tanto altro..

Se è vero che i muri assorbono i sentimenti, quella casa ne conserva tanti quando nei sogni mi visita ..anche se so perfettamente di essere sempre IO.

Case: Gabriella

Le case senza perché – di Gabriella Crisafulli

Ho fatto di tutto nella vita per togliermi di torno.

Ho cominciato lì nel folto degli aranceti in via Crocifisso Pietratagliata a Palermo.

Ma non ci sono riuscita e sono rimasta lì, il terzo incomodo.

Poi c’è stata una casa affollata di zii, amici, fidanzati, vicini, nonni, … viva e trafficata.

Nessuno aveva tempo per me ma era una casa popolata di persone a cui volevo bene.

Anche lì ho fatto in modo di andare all’ospedale sperimentando la possibilità di mantenermi in equilibrio su un piano poggiato fra due sedie e facendomi mordere l’occhio sinistro da un cane.

Non menziono le forcine infilate nella presa della luce e il rasoio di papà passato sulla pelle del viso perché ebbero risultati meno appariscenti.

Approdo ai due stanzoni della Caserma De Cristoforis di Como dove proseguo nelle mie imprese con esito ospedaliero buttandomi giù dall’alto di un muro del campo delle esercitazioni e dall’acquaio dove ero stata messa per essere lavata.

Lì ho conosciuto lo smarrimento di non sapere chi, il dove, il come, il perché.

Come mai eravamo finiti in quel posto? Per quale ragione stavamo tutti male? E perché papà e mamma la notte prima stavano accanto a mia sorella e poi la legavano al letto?

Non avevo il coraggio di chiedere.  

La bambola ricevuta in regalo per Natale continuava a farsi la pipì addosso e venne fatta sparire.

Poi fu il momento di via Alciato

La mamma quella volta si nascose dietro la porta d’ingresso per acciuffarmi meglio e darmele di santa ragione con il mestolo di legno perché in cortile mi ero permessa di rivolgere la parola alla figlia di un maresciallo, l’unico bambino presente, malgrado la proibizione ricevuta.

Si recitava il rosario in ginocchio finché il sole tramontava dietro il Baradello.

La notte quando mi svegliavo toccavo le pareti a tentoni e con la mente ricapitolavo le case dove fin lì ero stata per orientarmi e trovare il bagno.

Spesso mi smarrivo.

Nel corridoio la stufa di ferro era rossa, rossa da far paura.

Avevo sei anni e un futuro davanti.

Incontro virtuale – 20 aprile 2021

con Cecilia Trinci

Intenso, appassionante incontro ispirato all’idea di Andrea Bajani (“Il libro delle case”). Quasi tutti presenti, in vista di un ritorno possibile a riunioni all’aperto, previsti per il mese di maggio.

Che cosa abbiamo lasciato nelle case dove abbiamo vissuto? Spunti scritti in diretta e condivisi, umani, tenerissimi, che gettano un lampo di luce su ciò che siamo stati …..su ciò che siamo.

Grazie a tutti.

Tessuto di Carmela: IL LINO

Candido lino – di Carmela De Pilla

Foto di StockSnap da Pixabay

Quando l’ombra della notte cala riaffiorano i ricordi, all’inizio un po’ confusi poi sempre più nitidi e nella grande sfera di cristallo appaiono figure un po’ velate da un tempo troppo lontano, ma solide e potenti come quelle sculture che resistono al trascorrere dei secoli senza mai perdere la loro antica bellezza.

Era una ragazzina quando Grazia andò per la prima volta dalle suore a scuola di ricamo, così timida e impacciata venne travolta dalla decisione della madre, era il tempo in cui la vita, soprattutto quella delle bambine veniva decisa con autorità dagli adulti e lei si lasciò trascinare senza opporre alcuna resistenza.

All’inizio si dedicò al ricamo malvolentieri  poi sempre con più piacere tanto da diventare la più brava del gruppo “ Hai un mestiere tra le mani, se continui così farai il corredo a tutte le ragazze del paese” diceva Suor Adelina e fu proprio così, se ne appassionò così tanto che in breve  dall’imparaticcio passò a ricamare le tovaglie.

 Non era molto alta Grazia, la sua figura minuta e snella la faceva sembrare ancora più giovane, aveva un volto che incantava, i lunghi capelli neri li teneva spesso raccolti in una coda di cavallo perché, come diceva sua madre, era disdicevole portarli sciolti, col tempo aveva perso un po’della sua timidezza e  ancora sedicenne si fece notare per la sua bravura e incominciò a ricamare non solo per i parenti, ma anche per le donne del paese.

Aveva proprio ragione Suor Adelina, ben presto le mamme si misero in lista per farsi fare il corredo per le figlie ancora bambine, chilometri di candido lino correvano tra le mani esperte e preziose di Grazia, l’avvolgevano quasi a proteggerla da un mondo inafferrabile e a volte incomprensibile.

Stavo delle ore a guardarla mentre con grande destrezza tagliava  quei lunghi teli di lino, solo bianchi che svolazzavano nella piccola stanza dove ricamava, conosceva a menadito la trama e l’ordito di ogni tessuto e con le sue mani leggere lo tastava, lo stropicciava, ne sentiva lo spessore e capiva immediatamente quale fosse il ricamo più adatto.

Mi incantavo a vedere quelle mani che danzavano su quei teli immensi che lei teneva raccolti in una grande federa per non sporcarli e mentre sfilava, contava i fili, tagliava, infilava l’ago o ricamava il suo sorriso spiccava tra quella nuvola bianca che metteva ancora più in evidenza la sua carnagione olivastra.

Amava ricamare sul lino sottile, quasi trasparente perché il ricamo risaltasse ancora di più, ma nello stesso tempo fosse parte integrante del tessuto come la schiuma del mare, era diventata abilissima nel  “pizzo rinascimento” di cui realizzava perfino i disegni “Una bella sposa deve avere nel suo corredo almeno un lenzuolo con un ricamo che sia solo suo”.

Era il tempo in cui le cose belle venivano apprezzate da tutti, anche dalle persone più semplici.

Tessuto di Sandra: IL RASO

Il raso da principesse – di Sandra Conticini

Anche se non ricordo di aver avuto niente, il raso è un tessuto che mi piace molto. Forse con la sua lucentezza rende brillante ogni colore, ogni vestito, ogni  camicetta e  le persone che lo indossano sono più luminose  e sensuali.

Quando ero piccola ricordo che la mamma lo lavorava spesso, perchè bordava vestaglie o cuciva camicie da notte bellissime che, oltre al raso, avevano pizzi e ricami.

Nella mia testa di bambina non capivo perchè  a casa non arrivasse mai la principessa a provarsi questi bellissimi vestiti, perchè mi sembrava impossibile che si potesse andare a dormire con quella biancheria così raffinata.

Certo venivano signore benestanti  profumate, ingioiellate e ben vestite, ma della principessa nemmeno l’ombra.

Quando buttava via  pezzetti di raso, li prendevo li accarezzavo ma mi facevano venire i brividi, perchè era liscio e lucido, ma comunque mi impegnavo per fare un vestito importante per la bambola.

Per diversi anni questo tessuto così pregiato è stato dimenticato, fino a quando non è arrivato sul mercato il raso cinese,  comunque è tutta un’altra stoffa, che tutti possono acquistare e viene usato per occasioni importanti, ma anche per tutti i giorni.     

Tessuto di Laura: LA SETA

Setabianca – di Laura Galgani


Setabianca è il raggio di luna che nel buio della notte accarezza una lacrima sul mio viso.
Setabianca è la veste preziosa di ogni dea che ci ha precedute.
Setabianca è fruscío dell’abito più sensuale che abbia mai immaginato.
Setabianca è la carezza del petalo di rosa che sfioro al mattino.
Setabianca è il riflesso del sole che cala sul mare di sera.
Setabianca è il tuo occhio mentre ti guardo dopo l’amore.
Setabianca è la mia mano mentre colora il drappo steso al telaio.
Setabianca è il desiderio di dipingere il bianco dopo i colori.
Setabianca è lo spirito in cerca di Dio.
Setabianca è ciò che avvolgerà il mio corpo dopo la morte.
Seta, specchio, sete della mia anima che anela l’infinito.

Tessuto di Gigliola: IL LINO

In cammino col lino – di Gigliola Franceschini

Foto di DWilliam da Pixabay

Non solo un  tessuto, piuttosto un compagno di strada nel corso di tutta la vita. Ricco di ricordi, di avvenimenti, di emozioni, il lino fino dai primi anni. Nelle calde notti estive  mamma tirava fuori dal baule  dove teneva riposto il suo corredo, i freschi lenzuoli di lino, gli unici che si potevano sopportare  quando l’afa diventava eccessiva. Belli e ricamati a mano , usati con parsimonia come si fa con tutte le cose importanti, ricoprivano il lettone matrimoniale che acquistava una sua regalita’ . E gli asciugamani con le frange e le cifre ricamate in rilievo , anche questi venivano usati quando c’era in casa qualche persona di riguardo , soprattutto il medico di famiglia. E il lino azzurro polvere del primo abito estivo elegante, per un’occasione importante per cui bisognava  presentarsi bene. L’ esame orale della maturita’, tutte le ragazze messe a nuovo e i ragazzi rigorosamente con la giacca. Capii che potevo sentirmi a mio agio in quell’abbigliamento insolito, quando il bellone della classe  si degno’ di farmi i complimenti. Era il massimo. E ancora il lino delle tende del salotto che riunisce il ricordo di due persone care, un’amica che aveva regalato la stoffa e una mamma che le aveva riempite di ciuffi di margherite colorate, ricamate per un figlio che stava creando la sua famiglia e la sua casa. Ancora in lino la tovaglia per l’altare di una cappellina nascosta tra i castagni secolari in un paese di montagna, custode di un amore perso troppo presto. Poi le tovaglie di lino damascato che non potevano mancare  nel corredo delle ragazze di quei tempi lontani. Tovaglie enormi per tanti commensali, regali nella loro semplicita’, senza ricami ma luminose come sono i lini di Fiandra.  E sara’ di lino anche il caftano programmato per la prossima estate, molto colorato e festoso. Non sara’ importante se non mi stara’  bene per l’eta’ e per la mia fisicita’ , sara’ una pennellata rosa  nel grigiore della quotidianita’ che viviamo. Essenziale che mi porti un soffio di allegria  e mi faccia stare bene.