Color terra un po’ Giappone di Tina

Il colore della terra – di Tina Conti

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Si fa presto a dire è una macchia di terra.

Si deve indagare bene da dove provenga, come sia distribuita , che tonalità abbia.

La colorazione che osserviamo ci parla del mondo, della sua  natura e formazione.

La nostra terra ci racconta tutto del  tempo passato.

Della geografia e della storia , della nostra esistenza.

Qualcuno ha dato già alle  colorazioni caratteristiche  indicative: come  per  la terra di Siena  che   nella tabella delle colori  ha una posizione  ben determinata.

Noi possiamo vagare con gli occhi e scoprire tutte le variazioni che i nostri sensi  ci regalano.

Si può dire allora che il colore della terra non esiste, muta sempre, è diverso a seconda di dove lo guardiamo e in che momento di luce e condizione atmosferica.

Lo osserviamo.

Ritornando alla famosa macchia che si è stampata sui pantaloni bianchi mentre lavoravo in giardino.

Si può affermare che l’acqua abbia fatto un buon lavoro nel rimuoverla ma, guardando bene la si vede ancora apparire.

Come una leggera ombra ben delineata.

Era una macchia di terra oppure altro si dirà.

La magia del colore è infinita, quando denso  lo mettiamo su una superficie, lo vediamo rilucere al sole, aggiungendo acqua, si espande, corre, si schiarisce si mescola.

Cambia col calore e la luce.

La carta, la stoffa, la pietra, l’intonaco, assorbono il colore dando risultati diversi fango secco, terra nera concimata, polvere terrosa, terrina di fosso, terra argillosa, quasi sabbia.

E’ talmente forte l’attrazione dell’uomo per la terra  che

L’ha usata in tutti i modi,anche cospargendosi il corpo.

Mimetizzandosi, curandosi  per sentirsi parte di essa.

Un quasi giapponese color fuliggine in movimento di Gabriella

Color fuliggine in movimento – di Gabriella Crisafulli

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Dai tornanti che si succedevano dietro la salita si intravedeva il bianco della cima stagliarsi sull’azzurro di un cielo terso.

La spianata a cui conduceva la strada era un paesaggio lunare.

Ad un’estremità uno sperone di roccia si affacciava sul turchese della costa.

In qua e in là il terreno fumava attraverso i crateri che spaccavano il suolo.

I piedi calpestavano sassi, brecciolino, sabbia che rotolavano lungo il pendio ad ogni passo, ad ogni folata di vento.

Il color fuliggine era in continuo movimento. Scivolando risplendeva nelle sue sfaccettature ferrose e rifletteva la luce.

Accendeva migliaia di cristalli, tanti piccoli fari per viaggiare nel tempo che rimane e nello spazio tutto per noi.

Un quasi giapponese color sacco di juta di Daniele

Colori naturali di un sacco di juta – di Daniele Violi

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Sono lontani, ma ancora vicini nei ricordi e cosi presenti davanti ai miei occhi, i sacchi di juta con i bordi arrotolati, allineati sotto tettoie di capanne di canna o di lande di lamiera, che contenenti polvere, spezie profumate ricavate da foglie radici e fusti di piante aromatiche, si sfoggiavano alla mia vista, nei mercati di Dacca e Katmandu. La Curcuma color arancione, il Curry color giallo, la Cannella, la Paprika, lo Zafferano, il Ginger, con colori diversi in questi sacchi colmi, davano a me un’idea di quanto il piacere per il contatto di fibre, colori e la materia che le piante ci forniscono e la loro generosità, mi attraeva e attrae da tempo immemore gli occhi e tutte le sensazioni di piacere che regala il contatto con il colore, con i colori, che la Natura ci offre in molteplici momenti, aspetti e dalle attività che fin dall’antichità Donne e Uomini hanno vissuto e con cui hanno misurato la propria esistenza e la sopravvivenza condividendola con le Piante, compagne di viaggio. I tanti colori che ci circondano e ci influenzano, nei mercati dell’oriente ci ricordano che la cultura dell’uomo é cresciuta con i colori della natura. A me i colori dei sacchi di spezie hanno aperto sensazioni di gioia. Il profumo che esaltava ogni spezia colorata e la storia di quel sacco colmo che mani capaci e amorevoli ne avevano reso possibile l’esistenza, per donare il piacere della conoscenza che veniva tramandata e conservata. I colori naturali, le tonalita’ che impariamo fin da piccoli; la frutt,a le piante dell’orto, i campi coltivati, il colore dei boschi, le macchie che con toni diversi ci indicano specie diverse; sono abituato a ragionare con i colori. Colori maturi, colori appariscenti, colori forti che mi appagano e mi fanno emozionare e intenerire. Il colore della sabbia naturale, con il colore che si addice e che amiamo fin da piccoli. Un colore che poi complice, si aggiunge ad un colore che abbiamo creato nel tempo, come alcuni e uno in particolare, già manomettere la sua polvere nel suo sacco mi inquieta; il suo uso e la sua importanza ci sono familiari e complice anche la sabbia. Un colore che non amo e mi disgusta. Il color grigio del cemento, che trovo innaturale e che solo la Natura sa nascondere. 

Dal quasi Giappone il color rosso falò di Rossellina

Color rosso falò di fine anno – di Rossella Bonechi

foto di Rossella Bonechi

Forse i colori sono quelli più difficili da definire: come poter ingabbiare in una parola sola il colore del mare o tutte le sfumature di un prato selvatico in fiore? La Luce stessa si è fatta trasparente per l’incapacità di mostrarci tutte insieme le emozioni dei colori.

A me è il colore rosso-fuoco che recentemente mi ha colpito.

31 dicembre, una piccola piazzetta davanti ad una piccola chiesa di un piccolo paese ai piedi del monte che si butta in mare, gente riunita intorno ad un falò, quello sì grande, sapientemente costruito a pira per durare il più possibile; l’accensione accompagnata da un applauso collettivo e poi….tutti a guardare l’ipnotico fuoco rosso che saliva sempre più su.

 Ma per qualcuno era di arancio-speranza che il Nuovo Anno fosse migliore, per altri era di blu-favilla per dare un calcio a quel che era stato ed era finito, per qualche persona era di giallo-calore nella convinzione di aver scacciato lo stare da soli.

Quanti colori in quel fuoco dal pagano sapore purificatore, quante scintille prodotte dal rosso-bruciare incaricate di portare in alto nel buio fino a sparire chissà dove pensieri, desideri, preghiere, buoni propositi.

Forse il rosso-fuoco non è nemmeno un colore ma una catarsi potente che tra la fine di un Anno e la nascita di un altro ci ha fatto sentire un po’ tutti delle piccole Fenici.

Quasi dal Giappone il verde bambino di Carmela

Colore verde bambino – di Carmela De Pilla

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Batteva forte.

Picchiava sull’asfalto, sugli alberi, sui muri e portava via con vigore ogni cosa, lo faceva con rabbia o col desiderio di purificare, di togliere le incrostazioni del tempo che avevano nascosto l’antica bellezza?

Quella pioggia aveva bagnato tutto, anche la sua anima che ora si sentiva libera, aveva lavato ogni angolo del giardino e quando il vento portò via l’ultima goccia il sole si affacciò prima timido poi prepotente e tutto sembrò più bello.

La donna camminava silenziosa per non disturbare e guardava con devozione ogni filo d’erba, controllava che tutto fosse in ordine proprio come fa la mamma col suo piccolo.

Camminava senza una traiettoria precisa, andava in qua e in là chiamata da una foglia o da quel fiore sbocciato prima del tempo poi si fermò stupita e con gli occhi di un fanciullo seguì disordinatamente quei ciuffi d’erba appena nati.

Chiazze di un “ verde bambino” schizzavano birichine qua e là nel prato invecchiato dal freddo, quei fili così fragili e delicati nascondevano una forza quasi sfacciata, avevano voglia di esplorare il mondo, di affacciarsi a quella terrazza dove l’azzurro del  cielo si appoggiava sul seno delle dolci colline.

Quei fili d’erba delicati e ancora innocenti erano felici di avviarsi verso l’avventura del vivere.

Quasi giapponese il colore dei sogni di Sandra

Color verde sogno – di Sandra Conticini

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Cirilla era quella bambina che in paese  chiamavano ”la sognatrice matta”. Tutte le mattine si alzava e passava la giornata per strada a raccontare i suoi sogni, che poi erano sempre gli stessi.

Purtroppo non era stata troppo fortunata perchè  parlava  male, così  non riusciva ad avere amicizie,  la beffeggiavano e si rivolgevano a lei come fosse una strega, ma per fortuna non capiva.

 La giornata iniziava sempre dicendo la stessa frase:- Stanotte il mio sogno era bellissimo!!!.

C’era un giorno che raccontava di aver sognato un tacchino verde smeraldo che le correva dietro, oppure del principe verde pagliuzza di grano, spesso parlava di aver mangiato una schiacciata verde carota con mortadella verde rubino.

Chi cercava  di convincerla che i suoi sogni non potevano essere così colorati perchè sono in bianco e nero lei con molta tranquillità rispondeva: – Io sono sicura che i miei sogni sono tutti colorati di verde perchè è il colore della natura che mi  rilassa mi aiuta a vivere. I vostri sogni neri venati di bianco sono il colore della tristezza e non  riuscirei a tirare avanti in pace, allegria e con tanta speranza.

Quasi giapponese: il color fantapasticcio di Anna

IL COLORE DEI SOGNI – di Anna Meli

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            Dicono che durante il sonno sogniamo molto e solo alcuna volte ricordiamo storie e immagini che ci sembrano reali. Nel ricordare rivediamo scene, cose e personaggi con i quali abbiamo interagito, riviviamo sensazioni che ci fanno soffrire o gioire.        

            Mi capita che svegliandomi prima della fine di un sogno di volere che esso continui perché mi piace e mi sforzo di riprendere sonno per arrivare alla conclusione. E’ una cosa impossibile perché al sogno subentra la mia fantasia che viaggia su una linea parallela e falsa cancellando quello che sarebbe stato il vero finale.

            I sogni sono incomprensibili nei loro intrecci, i nostri pensieri possono fornire loro una indicazione o un desiderio nascosto ma poi tutto si risolve senza una logica.

            Spesso mi capita di svegliarmi col desiderio di crogiolarmi in essi e strizzo gli occhi per non farli andar via. Vedo allora i colori che mi ricordano gli acquerelli con i quali pasticciavo da bambina: giallo, rosa, azzurro, verde intenso, qualche pennellata di grigio, poi una pennellata andante di bianco ed ecco formarsi un unico colore con mille differenti sfumature. E’ il colore dei miei sogni: color fantapasticcio.

Il gusto cromatico orientale è con noi: color oro del Giappone di Luca

Color oro del Giappone – di Luca Miraglia

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E’ pesante, traforato, con tanti buchi e tanti tappi.

Assomiglia ad una campana magra magra, lunga lunga e ricurva a mo’ di busto umano.

Non si sa bene da che parte incontrarlo…. lo chiamano ottone ma solo a guardarlo si capisce che è molto altro, forse proprio qualcos’altro.

Non lo percuoti, non lo pizzichi, non servono altri marchingegni per dargli un senso.

Basta un soffio, quasi un soffio di biblica memoria, e la vita gli scorre dentro, esitando in un canto fatto non di parole ma di suoni dai toni umani… e il senso lo ritrovi nel ritmo del respiro che si fa voce dell’anima attraverso la sua anima d’ottone… oro del giappone

Quasi Giappone a colori: il color sabbia arroventata di Carla

Color sabbia arroventata – di Carla Faggi

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Amo il mare,il caldo, l’estate e i suoi colori.

L’estate per me è come una bella signora vestita di “celeste mare calmo” che è un azzurro-verde chiaro, con accessori in grigio-verde sbiadito cosiddetto color “mare agitato”. Porta dei capelli lunghissimi color “sabbia arroventata”.

È una donna matura, innamorata; infatti ci si innamora sempre in estate!

E di chi ci si innamora in estate?

Ma di lui! il Vento forte in pieno acquazzone!

È un bell’uomo, giovincello ma di carattere, veste con un lungo abito color “bisogno di dominare”, marrone bruciato sfumato di ocra.

Lo cambia spesso con un altro color “fidati che ti porto via con me”, un blu petrolio sbiadito.

Ma lei, l’Estate, lo ama un po’, ma poi si stanca e decide di cambiare.

Con chi? Ma con lui,il bel damerino soprannominato Sudore, che non la molla per tutto il periodo necessario, lei sa che su di lui si può sempre contare, con quel bel colore rosa polveroso con striature indaco.

Eh già! Son tutti belli i colori dell’estate!

Quasi un colore giapponese: il color karkadè di Nadia

Color karkadè – di Nadia Peruzzi

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Mi ha sempre colpito perché é un colore intenso, di un rosso profondo, che sa di vicino oriente e di Mediterraneo. Piacevole e rilassante questo “profondo rosso” ,non certo come il film di Dario Argento che mi fece così paura da costringere gli amici con cui lo avevo visto ad accompagnarmi fin dentro casa.
Il fiore da cui deriva questo nettare ,l’ibisco è da climi caldi . A Rodi ricordo siepi altissime e con fiori che erano il doppio di quelli che vediamo nei vasi da noi. Con quelle temperature, una bevanda fresca ad accompagnare la siesta e il torpore che prende nel mezzodì è indispensabile. 
Quel colore ,più che il sapore un po’ asprigno, è quello di un sogno ad occhi aperti. Che mi riporta a qualche anno fa.
Una notte placida ,con una nave che senza fretta risaliva il corso del Nilo fra Assuan e Luxor, in un caldo infernale, malgrado fossimo ad ottobre. Nessun rumore se non quello delle onde che ogni tanto schiaffeggiavano con delicatezza la chiglia.
Rivedo il tavolo attorno a cui son seduta con i miei compagni di viaggio, i bicchieri grandi in cui si rifletteva la luce e Il liquido rosso che si rompeva in una miriade di rubini giocando in mezzo ai cubetti di ghiaccio.
Appannati e ghiacciati, quasi era difficile tenerli in mano. Durò poco, la notte più calda che avessi mai sperimentato, li intiepidì rapidamente. 
Anche il colore cambió volgendo al granata.
Il Nilo ai lati della nave era buio, una lunga striscia di cui non si vedeva fine né inizio .Il cielo sopra di noi una coperta di stelle. Bastava alzare un dito per poterle toccare da tanto che sembravano vicine.
Si parlava a bassa voce ,bevendo, per non rompere quell’incantesimo di sapori, profumi, di appagamento dei sensi!

Quasi Giappone: color impasto di Patrizia

Colore impasto – di Patrizia Fusi

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Impasto, colore che riempio dei miei ricordi, in questo periodo sento la fatica del mondo che cambia in maniera negativa per me, questo mi fa  ricordare un quarto di secolo vissuto, con timore, incertezza, con gioia leggerezza della gioventù, dolori che la vita ci infligge e la fatica alcune volte del vivere.

Ricordo il modo di vivere in paese, mi sembra così strano che sia cambiato cosi tanto, di come erano le abitudini, il lavoro, la radio in quasi tutte le case, le prime televisioni che andavamo a vedere nei circoli o nei bar, di come cambiarono i consumi alimentari, tutto fu inscatolato impacchettato e imbottigliato, non si vendevano più i prodotti sfusi, ricordo quando vidi i ravioli al pomodoro in scatola e golosa come sono li comprai (una delusione )

Il muoversi, a piedi, in bici, in moto, in tutto il paese solo due macchine e noi bambini quando sentivamo il rumore della moto correvamo a vederla passare.

Ricordo la felicità delle donne del paese quando il comune mise il fontanello dell’acqua potabile in ogni rione, a quel tempo le abitazioni nel mio paese non avevano l’acqua in casa. In questo periodo quando vedo i bambini e i giovani mi viene di pensare come sarà cambiato il loro modo di vivere la società quando avranno la mia età di oggi, come sarà cambiato il paese, come saranno i rapporti umani, come l’intelligenza artificiale condizionerà le loro vite

Quasi giapponese: il color orabasta di Rossella

Color: ORA BASTA…tra lacrime, rabbia, silenzio e follia…VIOLA  ( semplicemente violetto di Parma) – di Rossella Gallori

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…la piccola sedia di paglia a stento conteneva me, gambette, cosciotte … bucava la stroppia un sederotto già largo e piatto prima di diventar grande, subiva “ il pungere” in silenzio.

Il fuoco disegnava  strane figure negli occhi di una bimba disattenta al tanto ed attenta al poco, le fiamme costruivano storie.

La stanza era troppo grande, veramente troppo…

Ciondolava dal soffitto un ombrello a mò di cappello, un lampadario molto assemblato, pieno di lampadine al minimo di tutto.

Odore di cibo nell’ aria, vero o finto che fosse, c’era, un po’ di castagnaccio, un po’ di sugo vero, odore di impaccio….

Pensavo con le mani affondate nelle guance e gli occhi semichiusi, il cuore batteva, batteva dipingendo un colore, ripetendolo  instancabile: viola toc…viola toc….viola toc… Cosa aspettavo? Cosa volevo, cercavo, chi mi aveva schiacciata li???

Le lacrime scendevano, un po’ blu, un po’ prugna, unendosi in un unico ruscello color fango.  Le parole mi restavano nell’ ombelico, cercando di uscire: spam, spam, spam.

Il silenzio era nel cervello, affollato d’oro glassato, un miscuglio di metalli preziosi.

La sirena dei pompieri svegliò di soprassalto i miei colori, i sogni non raggiunti, i silenzi maledetti, gli abbandoni…bruciava tutto: la sedia piccola, il lampadario grande, il castagnaccio, il sugo buono…ed io!

La porta si spalancó alla prima pompa messa in funzione…all’acqua color menta  ciucciata.

Il primo “ dirigente capo della sezione sud” scrisse brevemente al suo superiore: nessun morto, nessun ferito, stanza deserta, solo un’immensa macchia violaceo, tendente al violetto di Parma, difronte al camino, spento…….

Un colore quasi giapponese: il rosa pelle in mutazione di Stefania

Color pelle usata, in mutazione – di Stefania Bonanni

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Palmo della mano un tempo rosa, poi sempre più tendente al giallino, con tratti scuri dove la pelle penetra in linee sempre più profonde, quelle dove si leggevano la durata della vita, gli amori, le malattie, e che ora si sta attenti ad ignorare (non si sa mai)…

Palmo dove cominciano ad affiorare macchiette, ed è certo sia l’età,  che cambiano il rosa tendente al giallino in rosino sul marroncino  e poi chissà…cominceranno a somigliare all’interno di quelle zampe gialle gialle dei polli, e poi anche un po’ grigie, color abbruciacchiaticcio anche prima di essere davvero passate sul fuoco

Palmo della mano: nasce rosa e morbido, gonfio come un puntaspilli, profumatissimo, diventa rosa tendente al giallino, poi zampetta color abbruciacchiaticcio, sempre più contorta e risucchiata.

Colori quasi giapponesi: azzurro cielo di gennaio di Lucia

Color cielo azzurro di gennaio – di Lucia Bettoni

foto di Lucia Bettoni

La strada in salita
Lo sguardo verso l’alto

Il palcoscenico si apre

Cielo azzurro di gennaio
Unica pennellata senza incertezze
Una pennellata pura, pulita ,
senza sfumature

Mi fermo
scendo dall’auto

Sposto lo sguardo a sinistra
Cespugli di rosmarino in fiore
profumano al sole

L’azzurro li accoglie
in una primavera improbabile
ma vera

Si, oggi ho incontrato la
primavera di gennaio

Sulla salita del Bigallo
tornando a casa l’ho vista

Il cielo azzurro di gennaio
ha fermato il mio viaggio
per farsi guardare

Sono fortunata penso,
perché ancora mi fermo
su una strada in salita
a guardare il cielo

Rossellina immaginaria – da Accanto a un bicchiere di vino

Sono immaginaria – di Rossella Bonechi

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Il tavolo è tavolo    il vino è vino   il bicchiere è bicchiere   io invece sono immaginaria fino al midollo

Quindi posso essere di volta in volta quello che voglio o quello che posso, mai una cosa sola, mai un’unica cosa.

Quindi non so di che materia sono fatta, né servile come un tavolo da ballarci sopra né da riempire di sguardi altrui come un bicchiere né inebriante ma per poco come il vino.

Forse sono immaginaria perché non voglio essere definita, ho parti nascoste di me che mutano e variano a seconda del raggio di luce che le illumina.

Forse sono immaginaria perché così posso contenere tante me tenute insieme dai miei princípi e valori e mi piace pensare che quelli non siano affatto immaginari.

E quando sento di sfumare nel troppo indefinito inizio a ballare. Ballo e ballo perché la concretezza del mio corpo mi strappa giù dalle stelle.

Duello di luci – seconda suggestione di Luca da Accanto a un bicchiere di vino

Sguardo di stelle – di Luca Miraglia

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Lo sguardo butterato dalle stelle

se ne sta stralunato a rimirare

la notte ritornata ad ingaggiare

il suo duello con le luci urbane

e muovendosi lento passo a passo

scansando le luci dei lampioni cerca

nell’oscurità intensa sopra la testa

forse quello spazio che gli è negato

dal vivere ai margini o sulla soglia

dell’alienazione con una vaga

coscienza della propria condizione

e perciò è ostile ad ogni contatto

che lo distolga anche un momento

dall’intensa ricerca del suo cielo.

Il chiodo alla parete per Gabriella – da Accanto a un bicchiere di vino

Alla parete un chiodo solo – di Gabriella Crisafulli

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Alla parete un chiodo

Il quadro manca

C’è una che balla e balla

e balla ancora

come non l’ha fatto mai

come le va

Donna immaginaria

hai preso la mela

e sei fuggita:

non si fa così

perché il vino è vino

e poi sali sul tavolo

mentre la rosa si tinge di rosso

e canti tutto l’amore che c’è

Pensiero tardivo

mentre le ali spuntate

germogliano

una vecchia baldracca

La pianta di rosa di Stefania – da Accanto a un bicchiere di vino

Sotto una pianta di rose – di Stefania Bonanni

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Sotterrai l’ ombelico caduto

sotto una pianta di rose.

Nacque una rosa bianca.

Sotterrai l’ ombelico caduto

sotto una pianta di rose.

La rosa bianca crebbe altissima e dritta,

piena di bocciolo e di petali,

gonfia come una promessa, morbida come una piuma,

senza spine.

Sotterrai l’ ombelico caduto

sotto una pianta di rose.

La rosa bianca si vedeva da lontano,

più alta e più bianca.

Era nata dal roso  che conservava nella terra

l’ ombelico caduto.

L’ avevo sotterrato perché era nata una bimba, che avrebbe avuto, così,

una voce bellissima.

La rosa bianca fu colta per gioco, da un ubriaco che la porto alla moglie.

Resto sul tavolo ad appassire, e quando si ritrovò macchiata di vino, pianse.

Avrebbe saputo cantare, se fosse stata spruzzata di vino per un brindisi d amore.