LA TENDA – di Elisabetta Brunelleschi

Mi rigiro qua e la tra la pagina scritta e la pagina vuota.
E tra le tante parole trovo: rughe, paure, quadri, cornici e tende chiuse, stupende.
Ma dove, dove potrò rifugiarmi? Con quale vocabolo potrò rispondere alla pagina bianca che mi chiama? Ebbene sì, eccolo!
Facciamo che c’era una volta una tenda, rossa, gialla, stupenda; che appesa, tra le volte di un’altana, giorno e notte proteggeva dalle verità della tramontana.
Poi tutta intera, non so come e nemmeno perché, in un attimo cadde, così alla volé.
E da quel varco completamente aperto al fuori entrarono lentamente voli e colori.
Però eran tanti, troppi, che fare? Quale rimedio cercare?
Sarà il caso di chiamare un falegname, con chiodi, martello e legname?
No, i falegnami sono scomparsi dalla faccia della terra.
La tua casa resterà aperta come in estate una serra.
Tu hai paura, ti manca il riparo, ma la tenda è ormai accasciata.
Il sipario si è alzato, c’è il pubblico in sala, la recita è iniziata.
Irrompe potente la luce del sole che va a scaldare gerani e viole.
I racconti del vento sotto il tetto dell’altana, ti rammentano amori perduti, amici lontani, cuori pentiti, sguardi nascosti, frasi non dette.
Salta il pettirosso sul davanzale e vede le tue lacrime amare come il sale.
Con gli occhi arrossati lo guardi, lui resta fermo e tu per un attimo sorridi.
Ronza un moscone in mezzo a una stanza, vorresti scacciarlo, ma lui rotea, ti sfugge e insiste col suo acuto richiamo.
Non hai scampo, ti è stata assegnata una parte, quella vera, e la tu dovrai interpretare.