Racconto da un incipit suggerito: Stefano

Ci sono stati momenti migliori – di Stefano Maurri

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Era uscito come tutte le mattine molto presto per recarsi al lavoro al Resort Hotel, un 5 stelle, come tutti nella zona, quando, improvvisamente un missile passò sopra di lui e si schiantò sulla sede della polizia locale. Accelerò per arrivare al suo posto di lavoro. Erano tutti impauriti, chi si radunava nella hall, chi si sdraiava pavimento. Ineffabile, un ragazzo scriveva messaggi sul cellulare: “Ciao mamma, come stai? Ti scrivo da Dubai, per ora sto bene ma è un continuo di scoppi. Ci hanno radunato nella hall e per farci passare il tempo hanno organizzato uno spettacolino dove un signore fa dei giochi di prestigio, come quando ero alle elementari. Ogni tanto interrompe per chiamare una certa GIORGIA, ma lei non risponde mai. Ha detto che lo possiamo chiamare Mago Mesto e che ha imparato da un certo Mago Merluzzino. Ora ha smesso, è riuscito a parlare con Giorgia. Ha detto che ci sono altri 70.000 italiani da queste parti…ma che ci stanno a fare?”

“Caro bambino mio, ti scrivo da Sanremo, fai pure con calma, che qui è quasi peggio: ha vinto un cantante che sembra un incrocio tra Alcapone e Il Padrino, con una canzone dal titolo “Per sempre sì” che mi sembra l’inno del Comitato al Referendum….mammamia. Ciao, speriamo arrivi un momento migliore!”

Racconto da un incipit noto: Tina

ERA USCITO DI CASA PRESTO………- di Tina Conti

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Da tempo, sentiva un disamore  per il suo lavoro, per la  ripetitività   dei gesti, e per il tedio dei discorsi della collega  sempre incentrati   sui suoi guai di salute e sul difficile rapporto con  il suo amante Antonio.

Da tanto meditava  di fare una piccola fuga, di riprovare l’ebrezza della libertà.

Essendo un tipo molto organizzato, teneva in macchina delle borse attrezzate per le  emergenze.

Borsa  per dormire fuori casa con pigiama, ciabatte, spazzolino da denti, borsa   per escursione in montagna, provvista di scarponcini, calzettoni, guanti, giacca , canocchiale e racchette  da passeggio, borsa per il mare con costume asciugamano, crema solare, cappellino e sandali.

Questo lo faceva sentire libero, libero dei suoi progetti, anche se il coraggio spesso gli mancava.

Il tempo non prometteva niente di buono, stava per rassegnarsi per una giornata  piatta e noiosa.

Mentre procedeva nel traffico disordinato e rumoroso, ricevette una telefonata.

Signor David, è arrivato il vaccino per l’Erpes che mi aveva detto voler fare, può passare in ambulatorio anche oggi, io ci sono fine alle 12

Ecco l’alibi pensò David

Invertì la direzione di marcia, andò in ambulatorio e poi chiamò  l’ufficio.

“oggi non posso venire al lavoro, ho fatto un vaccino e adesso ho una forte reazione allergica, è meglio che mi riguardi, ci vediamo domani”.

Fermò la macchina in un boschetto e  prese la borsa da montagna, il tempo non permetteva altro. Si cambiò in fretta, agganciò il coltellino svizzero all’asola dei pantaloni e con lo zaino in spalla si incamminò, sarebbe rimasto nella zona di Panzano vicino all’ambulatorio della dottoressa.

Si muoveva  cercando di  passare inosservato, lo faceva per scrupolo, lì lo conoscevano tutti, non voleva creare curiosità. Era giorno lavorativo e lui ci capitava sempre  nel fine settimana. Non seppe  però  resistere  al pensiero di un bel panino  preso alla bottega del Cecchini dove andava anche  per la merenda da  bambino. Due belle fette di pane casereccio con lardo e sottaceti, guarnito con fette di spalla di maiale. Mentre l’affettatrice scivolava liscia liscia sulla carne, si sentiva un profumino che stordiva.

Ecco pensò fra se’, questa sì che è vita. E uscì dalla bottega gongolante.

Si inoltrò  per la campagna  umida di pioggia e poco illuminata, fra la nuvole apparivano smelensi raggi di sole, ma per lui era tutto perfetto.

Le siepi di biancospino erano fiorite e deliziavano i primi insetti che ronzavano indaffarati, anche i mandorli erano in fiore e nei prati  si distendevano tappeti di anemoni e tazzette. Camminava soddisfatto osservando tutto quello che si muoveva e cambiava intorno.

Le campane della chiesetta  della  frazione di Giobbole suonarono  mezzogiorno, era l’ora della siesta, si liberò degli scarponi e dello zaino e si apparecchiò l’agognato  pranzo.

Osservava il  viavai  degli uccelli  che indaffarati  andavano al nido dentro le siepi, il ronzare degli  insetti, lo scrosciare dell’acqua nel fossetto vicino.

Una voce  di donna cantava vicino una canzone da bambini, si sentivano anche risate e gridi di bambini.

Una gonna colorata e un bel cesto di capelli rossi si intravedevano dai cespugli,

una giovane donna con un bambino raccoglievano erbe e fiori.

Il cagnolino grigio e  riccioluto si infilò nel fosso uscendo tutto grondante.

Dammi la mano  Giulio, disse la donna al bambino, se non salti farai la fine di  Dingo.. Ecco, patata,  ci sei finito proprio dentro.

Siediti che ti  vuoto gli stivali dall’acqua e  ti tolgo i calzini.

Hoì signore, anche lei in cerca di erbe?

No no, io sono a passeggiare, che belli che siete ,  siete di Panzano?

Si da poco,  ma noi  veniamo da  lontano, ci  siamo innamorati di  questo posto  e ci siamo stabiliti  da  un anno. Oggi raccolgo erbe per fare  i ravioli.

Mi faccia vedere se riconosco  qualcosa, io andavo a raccoglierle con la mia mamma, che divertimento,  io tenevo il paniere e se incontravo gli amici scappavo  per i campi. A giocare. Che bei ricordi, risento i profumi e l’aria sul viso e nelle narici, mi sembra che il tempo non sia mai passato.

Mentre facevano queste osservazioni, due moto da cros sfrecciarono  rumorose.

Il bambino  corse dalla mamma  spaventato  portando in mano un piccolo ranocchio trovato nel prato,  mentre risalivano sulla viottola il cielo diventò  minaccioso e scuro.

Arrivederci signora benvenuta a Panzano, sicuramente ci rincontreremo io vengo quassù sempre il fine settimana, ciao  anche a te, trattalo bene quel ranocchio , io penso però che sia  un bel rospo lo sai vero quanto sono utili questi piccoli animali?

“Perdo la cornice delle tende/ la verità struggente che non ho detto”: Elisabetta

LA TENDA – di Elisabetta Brunelleschi

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Mi rigiro qua e la tra la pagina scritta e la pagina vuota.

E tra le tante parole trovo: rughe, paure, quadri, cornici e tende chiuse, stupende.

Ma dove, dove potrò rifugiarmi? Con quale vocabolo potrò rispondere alla pagina bianca che mi chiama? Ebbene sì, eccolo!

Facciamo che c’era una volta una tenda, rossa, gialla, stupenda; che appesa, tra le volte di un’altana, giorno e notte proteggeva dalle verità della tramontana.

Poi tutta intera, non so come e nemmeno perché, in un attimo cadde, così alla volé.

E da quel varco completamente aperto al fuori entrarono lentamente voli e colori.

Però eran tanti, troppi, che fare? Quale rimedio cercare?

Sarà il caso di chiamare un falegname, con chiodi, martello e legname?

No, i falegnami sono scomparsi dalla faccia della terra.

La tua casa resterà aperta come in estate una serra.

Tu hai paura, ti manca il riparo, ma la tenda è ormai accasciata.

Il sipario si è alzato, c’è il pubblico in sala, la recita è iniziata.

Irrompe potente la luce del sole che va a scaldare gerani e viole.

I racconti del vento sotto il tetto dell’altana, ti rammentano amori perduti, amici lontani, cuori pentiti, sguardi nascosti, frasi non dette.

Salta il pettirosso sul davanzale e vede le tue lacrime amare come il sale.

Con gli occhi arrossati lo guardi, lui resta fermo e tu per un attimo sorridi.

Ronza un moscone in mezzo a una stanza, vorresti scacciarlo, ma lui rotea, ti sfugge e insiste col suo acuto richiamo.

Non hai scampo, ti è stata assegnata una parte, quella vera, e la tu dovrai interpretare.

“Perdo ogni giorno la stupidità di avere paura”: Rossella G.

Perdo ogni giorno la stupidità di avere paura – di Rossella Gallori

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…la scatola era bleu di un bleu notte triste, color notte buia, il nastro glacè l’abbracciava, non benissimo, mal sigillata se pur annodata stretta, COME  poteva un nastro così incerto, tra l’oro e l’argento, sotterrare le mie paure?

Come?!

L’ altra scatola era rosa, un rosa Schiapparelli vistoso ed un po’ cretino, un cordoncino verde mela la chiudeva, tenendo in ostaggio la mia stupidità, ma COME poteva tenere a bada la mia insensatezza una cosina di topo di pochi millimetri?

COME!?

Le avevo riposte in un vecchio comò dall’ apparenza solida, cupo ed ingombrante, né antico, né moderno, amorfo.

 Decisi poi, di non aprire più il cassetto, la chiave era andata persa o forse non c’ era mai stata, COME poteva quindi restare chiuso?

COME!?

È se ho paura…

Se non mi so difendere…

Se mi dimenticano, tra i rifiuti…

…e se non piove ed io mi bagno

…e se fa caldo ed ho freddo

…se mi scotto al frigo e mi gelo al fuoco.

Ed oggi, che è meno ieri, fingo sia un giorno nuovo scoprendo che sono io la chiave, il passepartout di ogni chiusura.

Ritrovo la scatola, il disordine l’affoga  è  ancora lì, solo una, sciogliere i vecchi nodi è sempre difficile, ci vogliono dita giovani, unghie forti senza anni.

COME?

Strappo il coperchio,trovo le mie paure, le mie stupidità.

Come potevo perderle? Ignorarle ancora?

Convivono adesso, hanno fatto amicizia, si vogliono bene si rispettano, unite in una piccola scatola foderata di realtà, si abbracciano per farsi coraggio in uno scrigno color glicine, una delicato nastro di tulle avorio carico di porporina le cinge senza soffocarle.

Ci sono io con loro, io contenuto, io contenitore.

Una me stupida e paurosa custodita in un delicato contenitore lilla che non trova il coraggio di diventar viola……