Racconto da un incipit suggerito: Daniele

La marmellata sotto la pioggia – di Daniele Violi

Photo by RDNE Stock project on Pexels.com

Ogni martedì dovevo andare per motivi di lavoro, in Val di Chiana. Seguivo in una importante Azienda Agricola della Regione, le parcelle di sperimentazione, che riguardavano diverse varietà di Amaranthus. Avevamo ricevuto i semi, dall’Orto Botanico di Katmandu in Nepal. Ogni martedì mi sentivo di svolgere un ruolo importante; di rappresentare tanti agricoltori che nei secoli hanno cercato con le piante di dare un senso al loro lavoro accurato, per imparare a conoscere i bisogni delle piante, anche e soprattutto quelle non conosciute. L’importanza di divulgare a tutti gli studiosi, notizie importanti sulla crescita di una pianta e le sue caratteristiche biologiche e di ambientazione anche in aree diverse da quella di origine. Se non avevo avuto fortuna con le condizioni meteo, il tempo spesso mi diceva che avrei dovuto fare una bella battaglia con lui. Riuscire a poter rilevare i dati biometrici delle piante nate, in queste parcelle, chi più alte, chi più indietro nella crescita, con le condizioni di pioggia e di vento, sarebbe stato davvero un impegno duro per poter riuscire a finire il lavoro auspicato. Comunque io avevo tanto desiderio di accompagnare questa sperimentazione fino alla fine. Mi buttavo a capo fitto con serietà e conscio di tutto il mio lavoro. Un lavoro di ricerca importante ed atteso, che poi dato alle stampe, avrebbe  diffuso, fornito notizie significative per tanti addetti ai lavori. 

Pur tuttavia se il tempo non mi avesse permesso di lavorare all’aperto, avrei atteso paziente, riportando i dati schematici in bella copia, seduto ad un tavolo, in una cucina con focolare di casa di campagna. Questo avevo come rifugio e luogo di sosta nelle mie uscite lavorative, era la mia salvezza. Una cucina con focolare mi dava lo spunto di pensare ad accendere il fuoco e aspettando godot, nel caso avessi modo di poter utilizzare al meglio il mio tempo, in caso di condizioni meteo avverse. Quando il pensiero di pioggia era possibile, partivo da casa con la cesta di vimini e dentro un pentolone di marmellata da cuocere. Pioveva in Val di Chiana,? io al fuoco godevo del tempo di pioggia, accanto a spezzoni di legna di Acacia che bruciavano, e mi facevano sentire il profumo di marmellata di susine che mescolavo di tanto in tanto.

“Parole che avremmo potuto dirci o non dirci”: Carla

Per fortuna ho avuto te – di Carla Faggi

Photo by Muhammad Rayhan Haripriatna on Pexels.com

Ti ho detto tante volte che ti voglio bene e che sono stata fortunata ad avere avuto te. Tu eri schiva, quasi intimorita dalla mia schiettezza.

Ti ho detto tante volte che devo ringraziarti se sono quella che sono, devo ringraziare il tuo coraggio, la tua dignità, il tuo esserci stata sempre.

È grazie a te se ho studiato, se ho una casa, un lavoro, se ho potuto scegliere il mio compagno per amore e non per bisogno.

Se pretendo dal mondo il rispetto per le donne e mi indigno quando non lo trovo. È dalle tue lotte femministe che ho tratto insegnamento.

Ti ho detto tante volte che ero orgogliosa di te, del tuo difendere i più deboli, del tuo essere sempre dalla parte di chi ha bisogno.

Mi hai insegnato che avere coraggio è difficile ma ci da dignità.

Ti ho detto tanto tante volte ma sembrava che tu non ascoltassi, che quasi non ti facesse piacere, ma poi mi abbracciavi.

Ora non posso dirti più nulla. Manchi già da diversi anni.

Forse è un bene che tu non veda ora questo mondo così ribaltato.

I valori che mi hai insegnato oggi non contano più.

La dignità, il coraggio sono diversi da come li intendevi te.

Resta quello che mi hai dato ma forse quelli come me non hanno saputo trasmetterlo.

Racconto da un incipit noto: Luca

L’auto verde e nera – di Luca Miraglia

Come sempre, appena il tempo butta al peggio il mondo monta in auto e si inchioda solo a poche centinaia di metri del tragitto da casa al lavoro.

Peccato che per lui il lavoro fosse proprio là nella sua lucida auto verde e nera con la quale scarrozzava la varia umanità romana su e giù per le strade capitoline.

Stamattina era una di quelle giornate grigie e piovigginose e, nonostante l’ora presta, tutti se ne stavano già incolonnati sui viali verso il centro.

Lui bofonchiava inviperito: il tassametro spento, la benzina che si consuma inutilmente e in testa tutte le maledizioni possibili contro l’umanità, la città e se stesso.

Ma che gli aveva detto la testa per fare quel lavoro del cavolo: solo tempo, tempo e tempo chiuso nella sua scatola di latta in mezzo ad altre migliaia di scatolette puzzolenti.

Certo ogni tanto era anche divertente imbarcare qualcuno di quei variopinti esemplari umani che circolavano per la capitale, ma ormai da troppi anni se ne stava lì seduto al volante e ne aveva viste un po’ di tutti i colori, ed ora poco o niente l’avrebbe più sorpreso.

Intanto qualche metro avanti… di nuovo fermi…

E allora gli veniva da pensare a quando, non più giovanissimo rimpatriato senza risorse, si ritrovò a fare il tassista abusivo intorno ai ministeri appena ricostituiti, e a quando un benevolo parlamentare della sua terra d’origine lo aiutò a legalizzare il suo lavoro con una scintillante licenza: una manna dal cielo in quegli anni difficili.

Ma oggi sempre più stanco, con i figli ormai cresciuti e un certo agio piccolo piccolo, perché starsene ancora là in mezzo?

“Oggi é il giorno!” quasi urlò solitario dentro l’auto.

Svoltò bruscamente senza freccia, scavalcando l’aiuola rinsecchita che separava le carreggiate, e invertì fulmineo il senso di marcia.

Nè verso il centro né verso casa.

Semplicemente verso un altrove possibile di tranquilla serenità.

Non si sa se quel taxi verde e nero sia stato veramente in qualche luogo o lungo qualche strada, ma sicuramente lo conduceva un grande sorriso.

Racconto da incipit suggerito: Rossella B.

Risveglio grigio – di Rossella Bonechi

Photo by Victor Freitas on Pexels.com

È inutile che alzi le tapparelle per vedere che tempo fa: ho sentito benissimo che piove a scroscio. Un altro grigio inizio di giornata. Ciabatto in cucina e mentre aspetto l’Amico Caffè spalanco comunque la finestra per un po’ d’aria nuova. Come? Un po’ di Sole? Possibile che in camera ci sia il temporale e in cucina la Primavera?? Il caffè chiama ma non importa, entro in camera, spalanco i vetri e tiro su il rotolante: piove davvero ! Ma solo davanti alla mia finestra? Voci concitate, richiami, qualche urlo e l’acqua si ferma. Ora sono completamente sveglia e da sopra mi avvisano che è stato rotto un tubo che qualcuno … che per fare … che dispiace … che ripago … e che “pampine” di prima mattina ! Richiudo, non voglio sapere altro, anche perché rischio di far tardi al lavoro. A parte che non avrei alcuna voglia di andare oggi. Oggi ? È da un po’ che quel luogo mi è sempre più estraneo, come estranei sono questi volti alla fermata, come estranea sta diventando questa città che quasi non riconosco più. Forse tutto e tutti loro sono gli stessi di sempre ed io non mi sono adeguata, non mi sono saputa adattare a questo continuo cambiamento. 

Ci penso anche mentre scendo le scale e guardo forse con troppa insistenza quelli che invece le stanno salendo per raggiungere i loro uffici luminosi dove hanno piazzato sulle finestre delle asfittiche piantine che annaffiano ogni morte di papa con il porta matite per avere un ambiente “green”.

Sono arrivata nel mio ufficio: un attaccapanni, scrivania, schedario, una finestra orizzontale in alto e due poltroncine girevoli che un tempo erano state blu elettrico. Qui dentro si riflette tutto il mio scontento, la mia insoddisfazione, la delusione di una corsa iniziata con un bello scatto e poi portata avanti al rallentatore. Sbatto i cassetti per fare un po’ di rumore e li lascio aperti a farmi compagnia. Svolgerò i miei compiti diligentemente come ho sempre fatto, poi chiuderò tutto, risalirò le scale e il tram mi riporterà a casa. 

Spero che avranno accomodato il tubo perché da domani mattina la casa sarà chiusa e non risponderà nessuno. Ho intenzione di cercare scale da salire, luce che mi inondi, verde per davvero e sorrisi che demoliscano ogni estraneità.

“Perdo ogni giorno la stupidità di avere paura”: Lucia

La stupidità di avere paura – di Lucia Bettoni

Photo by Eugene Golovesov on Pexels.com

Ho raggiunto il luogo dove sono
Bagnata di lacrime e sorrisi
Mani al cielo e gambe stanche
Ho attraversato vigne e boschi sono caduta in prati di ortica
Ho dipinto il dolore e l’amore
Notti a cercare un sogno per dormire e la forza di mille margherite per alzarmi
Con il cuore gonfio
brandelli di paura si staccano dalla mia pelle lasciandomi il corpo e il cuore nudo
Abbandono a ogni nuovo passo quella stupida paura
Oggi posso dirti ti amo mille volte e sarà ogni volta diverso e sarà ogni volta il mio respiro libero
Essenza pura di una parola che è una e mille
Ti amo
Una parola distesa sulla mano

Incontro del 5 marzo 2026: due modi di raccontare

A scelta:

A.Continuare l’incipit di un racconto: “Era uscito di casa molto presto, come ogni mattina. La giornata era grigia e preannunciava pioggia.

Il suo primo pensiero era rivolto al traffico snervante che avrebbe trovato, alle code, a tutto quel tempo sprecato chiuso nella sua piccola auto.

 Ma più che altro pensava al fatto che non avesse voglia di raggiungere il suo luogo di lavoro, lo stesso che lo vedeva inchiodato lì da troppi anni, che non gli regalava nessuno stimolo…..”

Oppure:

B. Scegliere un verso tra:

1 Ogni giorno perdo tutto/perdo il quadro di chi ride e vive

2. perdo la cornice delle tende/ la verità struggente che non ho detto

3. perdo ogni giorno la stupidità di avere paura

4. perdo ogni giorno la pelle nuova, la ruga che ho sorriso

5 perdo ogni giorno la ruga che ho pianto/ la voce la mia e la tua

6 perdo parole che avremmo potuto dirci/ non dirci/ dire meglio

I versi sono tratti da una bellissima poesia di Beatrice Zerbini , tratta da “In comode rate”