Assassino per caso (Rossella B.)

….continua tu…..

Incipit: Ticchetta calma l’acqua della tettoia e poi si addensa improvvisa in uno scroscio leggero che scivola per la viuzza avvolta dalla sera (Luca M.).La luna si nascondeva dietro le nuvole minacciose. I nostri passi incerti sulla ghiaia tradivano la paura di quel luogo spettrale (Simone). L’Assassino era nervoso (Stefano)Cercava niente e tutto. La spilla con la pietra smeraldo s’incontrò con le sue mani (Carmela).Tornò ai momenti più lontani quando lei gli aveva mostrato il lungo velo di tulle croccante, tirandolo fuori dalla cassapanca (Stefania).Uscì dal buio della stanza (Stefano). Sui rami di un albero si è impigliato un lembo di plastica che si muove al vento. I raggi della luna lo illuminano: sembra un fantasma che balla (Patrizia).

Assassino per caso – di Rossella Bonechi

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…. come ballava leggera quella sciarpa gialla che non era un suo regalo. Sì, era un assassino, ma un assassino per caso non per professione, quindi aveva ucciso spinto dalla rabbia padrona, dalla paura mille-facce, dalla sua vigliaccheria e pochezza umana.

Ora raccontare tutto a quella commissaria ragazzina in tacchi alti e rossetto era come liberarsi e più spiegava e descriveva e più si sentiva leggero, quasi giustificato.

Dopo gli rilessero il verbale da firmare e gli sembrò di ascoltare il copione di un dramma da quattro soldi, una storia già sentita e già scritta che non lo riguardava, banale nella sua assurdità.

Quando lo fecero alzare per portarlo via volle aggiungere un’ultima cosa per lui di vitale importanza e cercando lo sguardo della poliziotta le sussurrò: ” io l’amavo, mi creda, l’amavo più di me stesso”.

Paura del buio (Anna)

...continua tu….

            Incipit: Ticchetta calma l’acqua della tettoia e poi si addensa improvvisa in uno scroscio leggero che scivola per la viuzza avvolta dalla sera (Luca M.).La luna si nascondeva dietro le nuvole minacciose. I nostri passi incerti sulla ghiaia tradivano la paura di quel luogo spettrale (Simone). L’Assassino era nervoso (Stefano)Cercava niente e tutto. La spilla con la pietra smeraldo s’incontrò con le sue mani (Carmela).Tornò ai momenti più lontani quando lei gli aveva mostrato il lungo velo di tulle croccante, tirandolo fuori dalla cassapanca (Stefania).Uscì dal buio della stanza (Stefano). Sui rami di un albero si è impigliato un lembo di plastica che si muove al vento. I raggi della luna lo illuminano: sembra un fantasma che balla (Patrizia).

Filastrocca nel buio – di Anna Meli

            Quando uscimmo dal cinema la pioggia cadeva ancora leggera. Ci incamminammo per quella viuzza buia con l’intenzione di arrivare prima a casa. Poi la pioggia si infittì fino a rendere difficile il nostro andare. Solo un vecchio lampione, là in fondo, emanava una luce giallastra per niente rassicurante.

            Mia sorella scivolò sulla ghiaia: i suoi piedi si erano impigliati in una cintura da uomo abbandonata lì chissà da chi e da quanto tempo. Riuscii a sostenerla e, in quel momento, il suo foulard giallo volò via nel vento. Irrecuperabile.

            Lampi sinistri illuminavano a tratti il cielo. Uno spicchio di luna si era perso fra le nuvole. Il buio era completo e nero.

            Fortuna che riuscivamo ad illuminare i nostri passi col telefonino.

            Le nostre menti, anche se in modo diverso, erano occupate dalle notizie della TV sui femminicidi giornalieri e non riuscivamo a parlare d’altro. Proposi di cambiare argomento e di cantare a bassa voce una canzoncina – filastrocca di quando eravamo bambine, ma ciò fece soltanto aumentare la paura. Ci stringemmo l’una con l’altra proseguendo il camino.

            Eravamo abbastanza vicine a casa e allungando il passo saremmo arrivate presto. Giunte a breve distanza vedemmo filtrare luce dalla persiana e in quel momento una figura nera sgusciò dalla porta sparendo nella notte come uno spirito maligno.

            Paura è dir poco, ma entrammo, sbigottite a quella vista. La casa era a soqquadro: il vecchio baule della nonna, rovesciato in mezzo alla stanza, mostrava stoffe ricamate, centrini, cose di altri tempi insieme al suo velo da sposa ingiallito. Mancava anche la sua spilla di smeraldi ed altre cose preziose lì nascoste.

            Corsi a chiudere la porta; in quel momento un sacchetto di plastica portato dal vento volò nella notte nera. Ebbi un brivido e lanciai un urlo.

            Nello specchio dell’ingresso imbrattato col mio rossetto si poteva leggere: “tremate sorelline tornerò. L’uomo nero.”

Ultimi istanti (Cecilia)

….continua la storia……

Incipit: Ticchetta calma l’acqua della tettoia e poi si addensa improvvisa in uno scroscio leggero che scivola per la viuzza avvolta dalla sera (Luca M.) La luna si nascondeva dietro le nuvole minacciose. I nostri passi incerti sulla ghiaia tradivano la paura di quel luogo spettrale (Simone)L’Assassino era nervoso (Stefano)Cercava niente e tutto. La spilla con la pietra smeraldo s’incontrò con le sue mani (Carmela) Tornò ai momenti più lontani quando lei gli aveva mostrato il lungo velo di tulle croccante, tirandolo fuori dalla cassapanca (Stefania) Uscì dal buio della stanza (Stefano) Sui rami di un albero si è impigliato un lembo di plastica che si muove al vento. I raggi della luna lo illuminano: sembra un fantasma che balla (Patrizia).

Troppi fantasmi – di Cecilia Trinci

Eppure di fantasmi ne aveva tanti e se li portava dentro ovunque andasse. Anche lì, in quella casa di caccia dove l’aveva portata. C’erano stati tante volte insieme, centinaia di domeniche allegre dove a quel tavolo ora intriso  di muffa avevano mangiato tagliatelle, con quei bei funghi mori che avevano sempre trovato in ogni stagione, annaffiati da quel buon vino rosso che sempre gli regalava Osvaldo. Ogni anno era più intrugliato ma Osvaldo era convinto di essere un enologo fatto e stampato. Il clima comunque era così leggero, allora, che qualsiasi vino li avrebbe dissetati e resi allegri come bambini in gita.

Quando il matrimonio saltò fu una fortuna incontrare lei, così bionda, alta, serena e dolce. Cancellò in un attimo tutto il dolore e la frustrazione di essere stato respinto. Lo ricordava bene.

La cintura era ancora legata al suo collo, ma l’aveva stretta solo per non farla scappare, non voleva che morisse da sola, magari nascondendosi nel bosco, invasa dal terrore. Lei non lo aveva mai tradito, era innegabile, neppure quando era rimasto senza lavoro e non aveva nulla da mangiare, solo qualche pasto della caritas che però aveva sempre diviso con lei. Lei lo amava. Senza rimedio, senza limiti, senza pretese. Ricordò, ora, sul momento le sue belle gambe scattanti quando giocavano a pallone proprio lì, vicino al ruscello, dove poi andavano a tuffarsi nudi tutti e due, senza vergogna. Si asciugavano poi rotolandosi sulla sabbia rada di quel piccolo rivo, a volte con il fazzoletto giallo di sua madre le asciugava il collo sottile, ma lei non voleva, preferiva asciugarsi così, al sole, senza niente tra la sua pelle e il vento. Lo scirocco di settembre riusciva a schiarire quei ciuffi biondi intensi, mentre le unghie affondavano di piacere nella sabbia. Lo sapeva di essere un assassino, un vile, un infame. Come aveva potuto spararle, mentre lei si era fidata di lui, seguendolo come sempre fin lassù, arrancando, ormai perché le forze avevano cominciato a mancarle. Eutanasia, certo. Non aveva speranza, ma questo non lo faceva sentire migliore. Si asciugò una lacrima, poi due, poi si sfinì in un pianto dirotto, mentre finiva di scavare. La depose con dolcezza sotto il terrazzo del capanno da caccia, la ricoprì. La salutò. Poi si incamminò col fucile in spalla verso il fondo valle, piangendo. Ma dopo pochi passì si affrettò a tornare indietro. Trovò solo un rossetto nella tasca del giaccone ma lo volle scrivere a lettere cubitali sul pezzo di legno che aveva posto sulla tomba. “Ciao Lola, mia migliore canina da tartufo che mai abbia avuto. Non ti dimenticherò mai. Il tuo padrone per sempre”

Incontri notturni (Stefano)

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Incipit: Ticchetta calma l’acqua della tettoia e poi si addensa improvvisa in uno scroscio leggero che scivola per la viuzza avvolta dalla sera (Luca M.) La luna si nascondeva dietro le nuvole minacciose. I nostri passi incerti sulla ghiaia tradivano la paura di quel luogo spettrale (Simone)L’Assassino era nervoso (Stefano)Cercava niente e tutto. La spilla con la pietra smeraldo s’incontrò con le sue mani (Carmela) Tornò ai momenti più lontani quando lei gli aveva mostrato il lungo velo di tulle croccante, tirandolo fuori dalla cassapanca (Stefania) Uscì dal buio della stanza (Stefano) Sui rami di un albero si è impigliato un lembo di plastica che si muove al vento. I raggi della luna lo illuminano: sembra un fantasma che balla (Patrizia).

Incontri nella notte – di Stefano Maurri

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L’assassino si trovò a camminare sul selciato umido delle strade di Soho e alla fioca luce di un lampione intravide una splendida ragazza mora che invitava il pubblico e si aggiustava un foulard giallo. Entrò nel night “Orange Bar”, con l’insegna arancione e si sedette defilato, con una pinta di birra a un tavolino. La ballerina quasi subito uscì dal palcoscenico nella saletta con una trentina di avventori facendo roteare i copricapezzoli argentati del suo piccolo seno. Completò il suo numero in poco più di tre minuti e ripose in una piccola valigia le poche attrezzature. Poi si dileguò dietro le quinte. Si vestì in fretta, tolse il trucco sciupato e stese solo un velo di rossetto rosato. In poco tempo fu fuori dove al vento oscillava una lampada e un pezzo di plastica bianco come un fantasma. Tutto sembrava già visto. Lui si tolse la cintura dei jeans e l’arrotolò intorno alla mano destra. Ma appena uscì lo vide, con il suo impermeabile e il bavero alzato. Non ebbe dubbi, si avvicinò con fare da adescatrice e gli sussurrò appena sfiorandogli l’orecchio attento: “Vuole una caramella cattiva di eucalipto? ho visto che in sala tossiva molto!”

Incontri d’amore (Daniele)

Continua una storia da un incipit

Incipit: Ticchetta calma l’acqua della tettoia e poi si addensa improvvisa in uno scroscio leggero che scivola per la viuzza avvolta dalla sera (Luca M.) La luna si nascondeva dietro le nuvole minacciose. I nostri passi incerti sulla ghiaia tradivano la paura di quel luogo spettrale (Simone)L’Assassino era nervoso (Stefano)Cercava niente e tutto. La spilla con la pietra smeraldo s’incontrò con le sue mani (Carmela) Tornò ai momenti più lontani quando lei gli aveva mostrato il lungo velo di tulle croccante, tirandolo fuori dalla cassapanca (Stefania) Uscì dal buio della stanza (Stefano) Sui rami di un albero si è impigliato un lembo di plastica che si muove al vento. I raggi della luna lo illuminano: sembra un fantasma che balla (Patrizia).

Da utilizzare per proseguire: un foulard giallo, una cintura di pelle, un rossetto

Dimenticare un Assassino – di Daniele Violi

………..Nella vallata, appena visibile per qualche luce accesa nelle case sparse e con la luna splendente che nasceva, apparve all’improvviso, dietro il colle con il monastero in cima, il fumo di una locomotiva a vapore che scorrendo illuminava tutta la valle, tramite le carrozze passeggeri illuminate che seguivano, e come d’incanto pareva tutto come un presepe visto dall’alto. Si poteva immaginare tante vite che scorrevano insieme e tutto ciò distraeva dal pensiero dell’assassino, assassino che nel buio aveva raccolto la spilla verde.

Lei nel silenzio del crepuscolo tipico autunnale, calpestava le prime foglie cadute, lungo il sentiero che sovrastava un bellissimo panorama; seguiva il suo compagno che con passo lento cercava un’andatura che potesse pian piano rendere a Lei la possibilità di affiancarsi e così prenderla per mano e avere il piacere di poter iniziare un canto, una canzone, che come un tarlo lo stuzzicava, anche per dimenticare il racconto lugubre e pauroso che avevano insieme ascoltato dal racconto di un vecchio raccoglitore di olive. Ad un certo punto la fibbia dei suoi pantaloni si ruppe, così rallento’ del tutto il passo, si fermò e chiese a Lei se poteva dargli quel foulard che talvolta usava come sciarpa per copricapo.Tolse la cintura e inseri’ nei passanti il foulard. 

Questa sosta che rese possibile la loro vicinanza, fece scattare una scintilla d’amore e all’improvviso un bacio aspettato da entrambi, scocco’ e riscocco’ tra le loro labbra. Si abbracciarono e sentirono che tutto lo scenario magnifico che attorno vibrava, li aveva allontanati del tutto da pensieri oscuri e che avevano capito che oltre le vicissitudini negative e sofferte si apre sempre davanti uno spettacolo della natura che ci dona dolcezza in bocca. 

Riprendendo il cammino sentirono un piccolo rumore causato da qualcosa scalciato dai loro passi. Si accorsero che il contenitore di metallo del rossetto era uscito dallo zainetto di Lei. Lei lo raccolse e con gioco si diresse verso la bocca di Lui, gli ridette un bacio schioccante e poi con maestria gli passò il rossetto sulle sue labbra, dicendo lui che poteva così, fino alla stazione, pensare e fantasticare a racconti amorosi e goliardici che le avrebbe poi raccontato.

Il rossetto di Fantasmina (Lucia)

….continua tu…..

IncipitTicchetta calma l’acqua della tettoia e poi si addensa improvvisa in uno scroscio leggero che scivola per la viuzza avvolta dalla sera (Luca M.) La luna si nascondeva dietro le nuvole minacciose. I nostri passi incerti sulla ghiaia tradivano la paura di quel luogo spettrale (Simone)L’Assassino era nervoso (Stefano)Cercava niente e tutto. La spilla con la pietra smeraldo s’incontrò con le sue mani (Carmela) Tornò ai momenti più lontani quando lei gli aveva mostrato il lungo velo di tulle croccante, tirandolo fuori dalla cassapanca (Stefania) Uscì dal buio della stanza (Stefano) Sui rami di un albero si è impigliato un lembo di plastica che si muove al vento. I raggi della luna lo illuminano: sembra un fantasma che balla (Patrizia).

Da utilizzare per proseguire: un foulard giallo, una cintura di pelle, un rossetto

Fantasmina – di Lucia Bettoni

foto e disegno di Lucia Bettoni

L’assassino fu assassinato subito
Immediatamente
perché in questa storia gli assassini sono ingombranti e faticosi da guardare
Più leggeri sono i fantasmi
Sorrido
per la prima volta i fantasmi sono più simpatici degli umani
Appaiono e scompaiono
Fanno capolino tra i rami e le foglie con le loro vesti bianche
Una fantastica fantasmina vestita di tulle croccante voleva essere bella alla luce della luna
Teneva nascosto sotto la veste, come un tesoro, un rossetto rosso fiamma avvolto in una lunga sciarpa gialla
La luna rendeva chiaro quel luogo spettrale
Fantasmina incedeva orgogliosa e sicura con il sorriso sulle labbra rosse
Si udì un rumore di foglie calpestate:
scricchiolavano nel buio mentre si avvicinavano i passi di una figura misteriosa
Chi poteva passeggiare nella notte nel bosco dei fantasmi felici?
Apparve lui
e di lui vi dirò solo questo:
abito elegante e cintura di cuoio
un contrasto accattivante che incuriosì tutte quelle anime svolazzanti
Bello e fiero si avvicinò a fantasmina che nel guardarlo si trasformò in un solido corpo di donna e che donna!
Il buio?
Nessun problema
I passi della coppia erano agili e decisi “vogliamo  uscire da questo bosco?” disse lei
“come vuoi tu” rispose lui
“posso vedere con il buio o con la luce se tu mi dai la mano”

Incontro del 7 novembre 2024

Da un incipit tratto da storie intrecciate

foto di Cecilia Trinci e Rossella Gallori

Serata di parole intrecciate.

Partendo da un incipit ottenuto da una serie di frasi scelte dalle storie dell’incontro precedente (del 31 ottobre) ognuno sceglie come proseguire.

Incipit: Ticchetta calma l’acqua della tettoia e poi si addensa improvvisa in uno scroscio leggero che scivola per la viuzza avvolta dalla sera (Luca M.)

La luna si nascondeva dietro le nuvole minacciose. I nostri passi incerti sulla ghiaia tradivano la paura di quel luogo spettrale (Simone)

L’Assassino era nervoso (Stefano)

Cercava niente e tutto. La spilla con la pietra smeraldo s’incontrò con le sue mani (Carmela)

Tornò ai momenti più lontani quando lei gli aveva mostrato il lungo velo di tulle croccante, tirandolo fuori dalla cassapanca (Stefania)

Uscì dal buio della stanza (Stefano)

Sui rami di un albero si è impigliato un lembo di plastica che si muove al vento. I raggi della luna lo illuminano: sembra un fantasma che balla (Patrizia).

Da utilizzare per proseguire: un foulard giallo, una cintura di pelle, un rossetto

Le storie si sviluppano magicamente diverse, se pur lasciando prevalere il concetto di VIOLENZA (“assassino”) e di DONNA (“rossetto”). Le ripubblicheremo il prossimo 25 novembre

Ispirazione dai rumori: lo zabaione di Nadia

LO ZABAIONE – di Nadia Peruzzi


Se chiudo gli occhi sento arrivare il profumo della punta di Marsala che la nonna aggiungeva nello zabaione. Poco più di qualche goccia, ma per me bambina era come berne un bicchiere che sapeva di proibito.
Ci scambiavamo un’occhiata quando a volte gliene scappava un po’ di più. Come a dirci, su questo manterremo il segreto, altrimenti ci dicono che esageriamo come briachelle.
Le merende di quando ero bambina ,semplici semplici ,erano tutte una gran bontà.
Ricordo pane, acqua, vino e zucchero. Talvolta anche il solo pane ed acqua con una ancor più generosa copertura di zucchero che scrocchiava ad ogni morso, per alzarsi solo col respiro, in bianca nuvoletta.
Nulla a che vedere con le tristi merendine di oggi, rinchiuse in confezioni plasticose con quella linguetta antipatica che invece di aiutare rimane appiccicata al resto .Solo le forbici aiutano, ma quando esce il contenuto è già tutto ammosciato, con la cioccolata mezza sciolta e appiccicosa.
Nessuna gran fatica, nessuna attesa prolungata per arrivare al risultato, con l’acquolina in bocca che cresceva a dismisura ad ogni minuto che passava.
Lo zabaione, il re delle merende di allora, se fatto bene e con cura prevedeva tutto questo ,tanto più se non avevi uno sbattitore elettrico o una frusta.
Era la nonna che rompeva l’uovo in una ciotola e calibrava lo zucchero.
Io quella che teneva in mano il cucchiaio d’argento con le cifre. Era quello di quando mia mamma era piccola ed era un po’ come se ci fosse anche lei ad aiutarmi.
Appena la ciotola passava di mano, la manodopera era tutta a carico mio.
Mi rivedo seduta, schiena curva, testa china e occhi puntati sulla ciotola.
Partivo a razzo a ruotare il cucchiaio per montare zucchero e tuorlo. Man mano il ritmo si riduceva. Il braccio cominciava a farsi sentire. Mentre si indolenziva costringendomi a rallentare ancora, si cominciava a sentire l’aroma del tuorlo e dello zucchero che si amalgamavano insieme diventando una crema spumosa.
A volte dovevo fermarmi. Ma non c’era nessun problema.
Il tempo di allora non era quello incalzante del tutto e subito di oggi.
Era quello della fatica e di parecchio olio di gomito per puntare ad un risultato che odorava sempre più di buono.
Era il tempo della precisione dei maestri artigiani ,non quello dei brokers finanziari che urlano e scalpitano mentre vendono e comprano titoli azionari nelle borse mondiali, circondati da computer.
Lo zabaione fatto con la supervisione della nonna, prevedeva un tempo che ballava il lento, quasi rimanendo sospeso mentre pregustavo il momento in cui, finalmente il primo cucchiaio di quel giulebbe sarebbe arrivato fino alle mie labbra.
Eccolo, montato e sbiancato al punto giusto, con lo zucchero totalmente sciolto. La nonna allora prendeva il Marsala e faceva cadere quelle gocce che sembravano, sotto la luce, piccole pietre di Granata. Affondavano creando vortici mentre la crema si alzava in piccoli zampilli ambrati.
Era il momento tanto atteso. Quello del pancia mia fatti capanna.
A volte lo accompagnavo con qualche Savoiardo, altre anche solo con pezzetti del pane di allora, quello casalingo che durava anche una settimana senza seccarsi.
In tutto questo gran lavorio, nessuna delle due, nonna e nipote guardava l’orologio. A ben pensare non ricordo nemmeno se ce ne fosse uno grande, appeso alla parete.
Si andava a sveglia allora. Era piccola e quasi non ci si faceva caso malgrado il ticchettio martellante.
Poteva quindi essere passata mezz’ora o un’ora.
Il tempo non aveva tempo, allora.
Il bello del fare lo zabaione era anche questo! 

I RUMORI – La piazza del vinaio

Il ciuco e il vinaio – di Gabriella Crisafulli

In tutte le botteghe della piazza compare la stessa foto sbiadita dal tempo: un carro a due ruote, vuoto, piegato sul dietro, un ciuco che scalpita sui sassi, una donna lì vicino che tiene in collo un piccino e lo batte dolcemente in modo ritmico per ninnarlo.

Il ciuco bruca la poca erba che sbuca dal terreno.

Dalla parte opposta il vinaio si aggira fra i tavoli disposti dinanzi alla bottega: sistema le cortine per fare un po’ d’ombra.

Gli avventori seduti dinanzi a bicchieri di vino, giocano a carte.

Le monete corrono sul tavolo tra moccoli e imprecazioni, battute e risate.

In lontananza i sonagli annunciano l’arrivo della diligenza che viene dalla città.

Quando arriva si ferma all’incrocio tra la via e la piazza.

Scende solo un uomo tutto sporco di sangue.

Fa due passi e si accascia a terra.

I RUMORI – Pioggia metallica

Pioggia in trincea – di Stefania Bonanni

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Non aveva mai dimenticato, non era possibile, e quanto un rumore simile lo facesse ancora risprofondare nell’incubo gli faceva sempre male. Era il suono ritmico a farlo sempre sussultare. Fosse tintinnio o fragore, sempre lo riportava in quelle trincee, alla pioggia metallica che picchiava sui ferri, sui fucili, sui cannoni, sulle tettoie di lamiera che erano il povero riparo di giacigli di pietra.

E poi tornava ai momenti appena precedenti, quando lei aveva mostrato il lungo velo bianco di tulle croccante, tirandolo fuori dalla cassapanca. Le brillavano gli occhi, ed anche la bocca, e le promesse volavano intorno a loro come sogni.

Invece, poi, non c’era stato che gelo, paura, fango, fame, e marce , e divise.

I RUMORI – La scatola

La scatola dell’anima – di Carmela De Pilla

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La pioggia batteva sui vetri, alternava una musica prepotente a una appena sussurrata che le scorreva dentro, non faceva male anzi le dava sollievo, quel ritmo quasi rassicurante la faceva dondolare su se stessa come a voler acchiappare quella serenità che aveva cercato per troppo tempo.

Attratta da una forza interiore si alzò nel silenzio della stanza e in punta di piedi andò a prendere la scatola, la scatola dell’anima, così la chiamava. Era sempre lì, al solito posto, nascosta in un angolo buio e solitario dell’armadio, l’aprì e come fosse la prima volta rimase affascinata dalle mille cianfrusaglie sparse nel piccolo scrigno poi vi immerse le mani e una musica rassicurante l’avvolse.

Cercava niente e tutto, toccava con le sue mani di fata quei piccoli oggetti soffermandosi con le dita per ritrovare in ognuno l’antico ricordo, il suono del soldino di metallo sfiorava delicatamente quello del piccolo cerbiatto di vetro e insieme cantavano la canzone di un tempo lontano, ad essi si unì il suono dei sassi, dei bottoni, dei bigliettini di carta e nell’aria volarono i suoi ricordi.

La spilla con la pietra verde smeraldo s’incontrò con le mani e lei la guardò con tenerezza.

Era di sua madre.

I RUMORI – Fantasmi di plastica

Creare con i rumori – di Patrizia Fusi

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Una stanza al buio, sentire la presenza fisica dei miei compagni, cercare di rilassarmi, iniziano i rumori, dei quattro due accendono nella testa delle immagini.

L’onda che sbatte sulla spiaggia piccoli sassi  levigati dal movimento continuo,  conchiglie, pezzetti di laterizi gettati nei fiumi senza rispetto delle regole, che l’acqua ha portato al mare, formano un rumore pungete quasi stridulo, forse è il mare che  geme per i troppi morti che ci sono dentro di lui, e piange con loro.

Il fresco di una passeggiata notturna in estate, la luna piena brilla nel cielo, il suo splendore rende visibile tutto quello che mi circonda,una leggera brezza smuove  le fronde degli alberi formando un leggero suono, il piaceri del fresco della notte .

Il suono cambia diventa più acuto, su un albero si è impigliato un lembo di plastica che si muove fra i rami, i raggi della luna lo illuminano sembra un fantasma che balla .

I RUMORI – La scopa che spazza via l’acqua

RUMORI NEL SILENZIO – di Anna Meli

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            Grandi, pesanti, sonore gocce di pioggia cadono sulla tettoia del giardino: si infittiscono, scrosciano, rallentano, riprendono più forte, rallentano ancora, poi pian piano muoiono e spariscono in un fruscio leggero.

            Il pavimento della veranda è un lago di acqua. Prendo la scopa e il rumore diventa scroscio di acqua spazzata via con movimenti regolari e ritmati.

            Rientro e…sul tavolo della cucina, in attesa di essere aperto, c’è un pacco rivestito di cellofan; lo tolgo impaziente e lo comprimo riducendolo ad una palla che, una volta lasciata andare, si allarga come se volesse ribellarsi alla nuova forma ed emette suoni acuti e scricchiolanti.

            Poi il silenzio prima della sorpresa.

I RUMORI – Pioggia d’autunno

Ticchettare di pioggia – di Luca Miraglia

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Ticchetta calma l’acqua sulla tettoia e poi s’addensa improvvisa in uno scroscio leggero che scivola per la viuzza avvolta dalla sera…

E mentre la pioggia si fa più corposa e densa, ecco il calpestio di corse verso il riparo più vicino…

Ascolto l’autunno che si presenta

I RUMORI – Il mulino

Il granturco al Mulino di Montemignaio – di Daniele Violi

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Ho avvertito e percepito al buio i suoni e rumori dovuto al movimento di: 1° scatola di plastica come tamburo. 2° rumore di foglio di nylon 3° palline in contenitore. 4° caramelle in barattolo di vetro.

Nel buio mi trovo a mio agio. Nel buio i rumori accrescono la capacità di carpire dentro, tramite immaginazione ed orecchio, è una spinta forte di curiosità; come un gioco che, con me stesso metto in campo. Voglio rendere reale lo scenario è la fonte di questi rumori e suoni.

Semi di Granturco.

In un periodo annuale dopo l’estate, mi capitava una volta alla settimana di andare al Mulino ad acqua dei Fratelli Grifoni, in una frazione di Montemignaio. La mia venuta era dovuta alla possibilità di utilizzare un particolare contenitore presente tra i vagli che aveva la funzione di setacciare dopo l’operazione di trebbiatura manuale, le spighe selezionate di una varietà di Frumento, che raccoglievo nelle molteplici parcelle di terreno che costituivano le prove di sperimentazione che seguivo nella mia attività lavorativa in Val d’Arbia. Il Mulino ad acqua in piena efficienza sempre e da illo tempore aveva un vano sopra il canale di acqua, che ospitava le pietre molari movimentate dal ritrecine sottostante. La molatura in special modo dei semi di granturco, cariossidi di pezzatura più grossa rispetto ai semi di frumento, causava un rumore più acceso, che io percepivo dal locale accanto dove con attenzione cercavo di selezionare chicchi di grano con aspetto di crescita maggiore, che venivano impiegati per sviluppare una maggiore possibilità di resa e produrre spighe più forti e resistenti. Tutto il trambusto quasi come un ritmo, che veniva dal vano accanto accompagnato dal rumore dello scorrere dell’acqua sottostante, ricreava una immaginaria musica caraibica, accentuata talvolta dalla molatura di castagne secche molto più chiassosa. Tutto pareva magico e antico.

                                             

I RUMORI – Il treno a vapore

La veletta sul treno a vapore – di Sandra Conticini

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Avrei sempre voluto fare un viaggio su quel treno a vapore degli anni quaranta. Che emozione doveva essere intraprendere un viaggio, tante persone di quegli anni se ne sono andate senza riuscire a vedere il paese accanto a dove abitavano, una realtà che ormai non riusciamo a capire.

Riesco ad immaginarmi con la veletta nera sul viso, un bel  tailleur nero con  gonna con lo spacco,  giacca attillata  ed il  collo e manicotti di pelliccia , calze a rete e scarpe a punta con tacco  fine.  Intanto mio marito mi porge la mano per aiutarmi a salire su, perchè il tacco delle scarpe rischia di rimanere incastrato sui gradini bucherellati  del treno e con quella gonna stretta lo spacco rischia di rompersi!

Intanto i servitori  caricano i  bauli pieni di vestiti e le cappelliere. Sì perchè ogni vestito aveva il suo cappello.

Chissà se questo tipo di vita sarebbe stato adatto a me, credo proprio di no.

I RUMORI – Tempeste e fruscii

Notte di tempesta – di Nadia Peruzzi

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Rumori: fruscio del vento,  colpi su una porta,  l’orlo di un abito di raso colpisce ritmicamente gli scalini,  semi rotolanti dentro un bastone della pioggia.


UNA DAMA,  UN CASTELLO IN UNA NOTTE DI TEMPESTA:
La notte era di quelle che annunciavano tempesta. Le fronde degli alberi attorno al castello iniziavano a fremere. Prima il vento le accarezzò piano,  poi con sempre più forza iniziò a schiaffeggiarle. I fruscii diventarono veri e propri colpi di frusta,  che coprivano ogni altro rumore attorno.
Anche la pioggia che aveva iniziato a cadere sembrò silenziosa rispetto al rumore delle fronde delle grandi magnolie,  impegnate in una danza vorticosa,  fatta di schiocchi e galoppi.
Una dama fasciata in un vestito rosso fluorescente,  saliva correndo per lo scalone principale. Il vestito col suo orlo rigido,  ad ogni colpo di vento si gonfiava e sbatteva sugli scalini con un rumore strano,  cadenzato,  sempre più simile al suono ritmico di un tamburello.
Giunta al portone ,  piccoli tocchi per farsi aprire. Ci volle un po’ prima che un vecchio maggiordomo,  evidentemente alticcio,  le aprisse.
“Finalmente al caldo “,  pensò Mara,  anche se la spiacevole sensazione di avere indosso una corazza gelida la riportava a quei dieci passi sotto la bufera che aveva dovuto fare appena scesa dal taxi e alla cascata d’acqua che non le aveva dato tregua.
L’uomo la stava guardando stranito ,  come a chiederle cosa ci facesse lì a quell’ora e con quel tempaccio.
“C’era una festa in costume”,  disse lei.
“Come,  non è stata avvisata? I padroni hanno deciso nel pomeriggio di rinviarla ad altra data. L’allerta meteo li ha convinti che era la cosa migliore da fare. Strano che non l’abbiano avvertita!”
Mentre il maggiordomo diceva questo,  nella pochette di Mara il cellulare iniziò a vibrare e ad emettere bip su bip. Le chiamate e i messaggi stavano arrivando in quel preciso momento. Strano e spiacevole come imprevisto.
“Accidenti a questi aggeggi”,  pensò Mara,  ”quando servono attivi e nelle emergenze ,  vanno in panne! E ora??”
Di tornare indietro nemmeno a parlarne. Decise di chiedere al maggiordomo di poter passare la notte al riparo. Era in condizioni a dir poco pietose.
Il vestito stava rilasciando sul tappeto dell’ingresso l’acqua incorporata e iniziava a formarsi una piccola pozzanghera.
Il maggiordomo sparì nel buio delle stanze del piano terra. Tornò poco dopo con una palandrana di flanella che doveva essere appartenuta ad uno dei trisavoli del conte.
Puzzava di naftalina mista a muffa,  ma in una situazione del genere non c’era verso di fare gli schizzinosi.
Mara,  in bagno,  si cambiò rapidamente.  Il vestito lo buttò nella doccia. Solo allora si accorse dei rivoli di colore rosso che stava rilasciando.
L’aveva pagato,  pure,  un occhio della testa.
“Chissà in quale fetido laboratorio lo avevano confezionato,  e che porcherie di colori avevano usato”,  pensò.  
Guardò di soppiatto lo specchio. Occhi da panda bastonato,  per il trucco tutto sbavato,  capelli scarmigliati e con più nodi di una rete di pescatori.
Si dette una sistemata e poi si diresse verso la biblioteca,  l’unica da cui usciva luce e un po’ di calore. Il camino era acceso. Davanti ,  il grande divano era stato adattato a letto. Su una sedia erano appoggiati un paio di pantaloni,  una camicia ,  un gilet,  una giacca in tono e un cappellino con la tesa.
Era entrata come gran dama,  per uscire,  l’indomani,  come una copia malfatta di Sir Sherlock Holmes!
Dalle parti della cucina le arrivò il russare cadenzato del maggiordomo.
“Dorme già della grossa” ,  pensò,  ” comunque la porta a chiave la chiudo lo stesso,  non si sa mai”.
Il letto era accogliente. Sotto le coperte si sentì protetta e al sicuro.
Fuori il grande sicomoro continuava a schiaffeggiare violentemente i vetri della finestra. Vento e acqua non si erano placati nemmeno per un momento,  da quando era arrivata.
Mentre cedeva al sonno,  ad accompagnarla fu il pensiero di una jungla in cui l’acqua scivolava,  creando piccole cascate,  su foglie lucide e carnose,  piene di linfa e di vita.
Il ticchettio di semi rotolanti dentro una canna di bambù fu l’ultimo rumore che sentì prima di sprofondare nel sonno.
Si ritrovò in una landa desolata e assolata,  con la terra tutta crettata e incisa dalla siccità. Uno sciamano girava e rigirava nelle sue mani con movimenti sempre più rapidi e decisi un “bastone della pioggia”da cui usciva ormai un rumore incessante e quasi fastidioso,  non il ritmo placido col quale si era addormentata.
Una farfalla dai colori sgargianti comparve accanto ad una bambina dai grandi occhi neri.
La frase che le sentì pronunciare nel sogno,  fu la prima cosa che le tornò in mente al suo risveglio.
“ Un battito d’ali di farfalla in Pakistan,  può scatenare un uragano in Messico!”
Lame di luce entravano dalle grandi finestre. Fuori c’era il sole.
Chissà in quale sperduto angolo del mondo una farfalla aveva sbattuto le sue ali,  per provocare il gran putiferio della sera precedente!!

I RUMORI – Le galline e la sposa

Le galline di Loretta e… altre storie – di Lucia Bettoni

foto e disegno di Lucia Bettoni

Quante galline sull’aia di Loretta!
Tutte intorno a lei che getta i semi sulle pietre
Eccole tutte a beccare grassocce e felici
I semi di Loretta sono deliziosi: granturco giallo come il sole scivola dalle sue mani di giovane contadina
Coco cococo cococooo… è una festa
Le campane suonano
Ecco gli sposi
Lei un tailleur semplice
I capelli raccolti e un mazzolino di fiori in mano
Lui con il completo nuovo, il primo della sua vita
Intorno agli sposi tutti lanciano riso bianco al cielo e tra i capelli
Granturco, riso, semi
Semi per una festa di vita
Un matrimonio festa di vita
Tutti insieme in corteo
Gli sposi davanti
Una luce straordinaria nei loro occhi

I RUMORI – Le dita sul legno

Nel lettone con babbo – di Carla Faggi

Photo by Max Vakhtbovycn on Pexels.com

Le dita di mio padre che battevano nel legno del grande lettone mentre mi raccontava una storia.

C’era una volta un canino che correva nel bosco totloc totloc , coorrevaa coorrevaa totoclocchite tototlocchite.

Ma Lampo il nostro cane non corre così forte, dicevo io.

È un canino giovane che nel bosco rincorre gli scoiattoli tititick tititick fanno gli scoiattoli!

Ma il lupo c’èeee?

Si che c’è! Sta bussando proprio ora alla porta tock tock.

Ho paura, ho paura babbo!

E lui mi abbracciava per rassicurarmi.

Poi arrivano altri suoni, questi sono della battitura del grano.

Io nell’aia nella calura di Luglio incantata da un enorme macchinone che faceva strunf strunf e tanta polvere.

Le corse con gli altri bambini e mia zia che mi rincorreva con lo zabaione nel bicchiere dove ancora sbatteva il cucchiaino clinck clinck!

I RUMORI – Il ballo dei semi

La bottega delle tre sorelle – di Rossella Bonechi

C’era una volta una bottega che ora non c’è più……ma i suoi suoni odori e colori fanno parte dei miei ricordi. Tre sorelle “simbiotiche” vivevano della vendita di semi, legumi e cereali che disponevano in bella vista in sacchi di juta che ora farebbero rabbrividire i NAS. Il momento mio preferito era quando li preparavano: il riso che scendeva a cascatella nel contenitore, i fagioli che a seconda del tipo e quindi della grossezza cadevano tintinnando nei vasi di alluminio e i ceci che gettati nel sacco facevano un rumore deciso ma ovattato, quasi a vergognarsene. Ma il suono più goloso era quello delle caramelle balsamiche che le sorelle versavano nei vasi di vetro allineati sul banco; come di cristallo sonante, il rumore variava a seconda della velocità: se si aveva fretta erano schioppettate, se si parlava facendolo era un tip tap insistente e continuo.

A volte ci penso alle Sorelle e ai loro suoni che ricordo molto meglio dei loro volti.