In che modo tornare? di Rossella G.

La mano – di Rossella Gallori

…la mano salda, grande, forte, sulla mia spalla sinistra, il pollice preme, fa quasi male, le quattro dita unite spingono, poco sopra il seno…seno stanco.

Non riesco a muovermi, non sono gambe…braccia…respiro…è impotenza, è: resta ferma!

Cerco un approccio silenzioso e loquace, riesco solo a chiedere nell’ assoluto “ silenziomio” chi sei????

Un odore di giunchiglie intenso  e dolce si spenge su di me: invasore tenace.

Ho capito chi sei, forse.

Puntuale ti ripresenti 48 ore dopo, stessa sensazione, non so se è oppressione o passione:

Sei ricordo?

Sei passato?

Sei futuro?

Sei oggi?

Domani?

Sei manogrande

so che mi vuoi fermare, cerchi di fermarmi, conosci la mia strada: stretta, polverosa, scivolosa a tratti…ed io non so più camminare.

Hai un nome, fingo di ignorarlo, sei Mano e basta…

…ti ho visto, sai, te ne sei andata portandoti via tutto, avevi una grande valigia di cuoio, una larga cinghia rossa e verde l’ attraversava.

Pezzo per pezzo, quasi tutto:

Il sole

La luna

La casa

Le cose

Gli amici scritti  quelli parlati

I libri alti, quelli schiacciati

Gli amanti, sempre uguali: uscivano per le sigarette e non tornavano, poi qualcuno che non  fumava, restava…

Ed io che li cambiano come abiti,  a volte stringevano, si scucivano, si strappavano, toppe,quante toppe.

Erano amati, non amanti, per poco o per tanto.

Ti ho vista sai “ manogrande” metter dentro anche mia figlia nella grande tasca di cuoio firmato, c’era anche il cipresso dello Stibbert che sbucava dalla chiusura dorata, quelle chiusure che non si ossidano nemmeno con il piscio di un cane…hai portato via anche il cane, che non abbaiava più, per pigrizia, non per morte, povera Flay.

Ora, ora sei tornata uomo Manogrande, nocche ossute…uomo o donna?

Non mi spaventi, conosco il tuo bagaglio, so cosa hai preso, cosa ti ho permesso di prendere, quel tutto che forse non mi serviva più. Ho troppo e non lo so?

Mi tieni ferma?

Resto ferma!

Se non so più andare, mi lascio andare, nella mia borsuccia di cencio buono ho quasi tutto:

Una gatta molto vecchia

Un plaid con sotto un marito

Gli amici,i pòchi, che so dove stanno

Quella figlia che c’ è e non c’è

Una campana che suona ore sbagliate

Una pentola sul fuoco

La valigia pesante è tutta tua, anche il nastro tipo Gucci  si sta sfilacciando!

MANO la tua

SPALLA la mia

Torni stasera?

Se sparisci ti perdono…io, io non mi perdo…..

Solo ciò che torna ti appartiene per Stefania

Solo ciò che torna ti appartiene – di Stefania Bonanni

Solo cio che torna ti appartiene. Cio che se ne va se ne doveva andare.

Nulla succede per caso, e sempre molto ho dovuto lasciar andare. Mi sento allenata e soggetta a dover lasciare andar, ed il mio impegno e’ farlo con leggerezza. Cercare ogni volta una leggerezza più chiara e più leggera, che sia nitida, che non nasconda, ma che non pesi sui pensieri di domani. Siccome nulla succede per caso, ultimamente ho lasciato andare:

– la casa dove ho vissuto, credo, gli anni più belli, quelli dei figli piccoli che crescono belli e buoni. La casa dove tutto era opera mia. Ogni chiodo, ogni disegno, ogni frego, ogni ninnolo, ogni libro, ogni giornale. Sembrava ad un certo punto ci avessi vissuto solo io. Ogni fiore, ogni pianta, era frutto delle mie ore, spese così, in serenità . Preparando le scatole per il trasloco, ho dovuto imballare così tanti libri, che ho capito subito che avrei dovuto rinunciare ad una parte. Ad un certo punto, sembrava non avessero fine, sembravano vivi, uscivano da sotto i letti, da dentro gli armadi, dai mobili. Erano i miei pensieri, le fantasie, la curiosità, le risposte cercate ed a volte trovate. Mai avrei creduto fosse così difficile, lasciarne andare una parte. Come decidere di abbandonare chi comunque mi aveva accompagnata, magari in un momento difficile. Magari in uno di quei momenti in cui altri si erano alleggeriti di me, ed io avevo trovato riparo in parole e pensieri più profondi dei miei. Spero di riuscire a fare a meno di quello che non troverò più, se lo cercassi.

– gli abiti. Ho scoperto, e non ne ero proprio consapevole, di avere molti abiti. Testimoni di una vita che non è più quella. Quando la vanità era prepotente ed assecondarla la via più facile. Armadi pieni di vestiti belli e firmati, che mi sono piaciuti tanto e che mi hanno fatto sentire a posto, vestita bene, nel tentativo di fermare quell’ insicurezza che ti fa sentire sempre sbagliata e fuori luogo. Una vita fa, quando camminavo dritta ed a passi veloci. Una vita da lasciare andare, insieme ai vestiti belli ed alle scarpe col tacco. Questo è un altro momento. E’ tempo di cose essenziali. Di quelle che facilitano, non di quelle che fanno sembrare. Voglio essere più minima, mi riprometto di diminuire le cose.

– invece non lascerò andare gli amici, quelli a cui voglio bene e che non mi sono parenti, per caso. Non lascerò andare chi mi ha strizzato l’ occhio mentre raccontavo di andare in ospedale, come dire : lascia stare, passerà e ci saremo.

– Non lascerò andare il sentimento, che si e’ moltiplicato, non dimezzato, ogni volta che mi ha lasciato per sempre chi mi ha reso sola, Non credo mi appartenga cio che torna indietro. O forse si. Ho sentito mani sulle spalle, quando ho alleggerito il dolore, l’ ho chiamato vita. Ho scavato dentro, e con quello che ho trovato ho riempito il fuori.

Ma non me interessa che il sentimento ritorni, mi basta averlo vissuto.

Il tempo è adesso per Luca

L’energia prorompente dei semi – di Luca Miraglia

Non ha mai potuto fermare lì i desideri da adolescente: troppe intrusioni, troppe incursioni del mondo, troppa contemporaneità di eventi. Mai il tempo e lo spazio per far sedimentare, maturare e fiorire quei semi che eppure percepiva piantati nell’anima e nella mente.

Ogni tanto un’annaffiatura qua, una potatina là, qualche volta anche una concimata, ma solo quando sentiva prossimo l’oblio di qualche seme.

Quel vivaio lo ha accompagnato per lungo tempo, ingombrante eppure archivio di memorie che, se anche a volte confure, lo tenevano legato al suo profondo; e quasi senza che se ne accorgesse, nella quotidianità quei semi si son fatti foresta, a tratti densa e oscura, a tratti aperta e luminosa.

Ora, qui, disteso in un tempo più rilassato, libero di vagare in spazi senza troppi confini ha deciso di incamminarsi lungo i sentieri dei suoi antichi desideri: certo, qualcosa è ormai rinsecchito e buono solo per far legna da ardere, qualcosa è ormai fuori portata o troppo nebuloso nella memoria perché sia ancora comprensibile, ma qualcuno di quei semi ha ancora tutta la sua prorompente energia vitale.

Ecco, allora il tempo è adesso, è sempre adesso per far fiorire un desiderio….

La danza di Lucia per lasciare andare

Lasciare andare – di Lucia Bettoni

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Lasciare andare
Queste due parole ruotano da giorni
dentro e fuori di me
Sembra una danza ritmica e forte
Suonano i tamburi
Il ritmo è incalzante e continuo :
Lascia andare
Lascia andare
Non pensare
Non trattenere
Lascia che tutto scorra
Lascia che tutto segua il suo corso

Danzo a piedi nudi e respiro

I tamburi scandiscono il tempo
Il corpo lentamente si abbandona
e si scioglie:
Aspettative
Ansie
Superfluo
Giudizio
Accumulo

Ciao a tutto

Il suono dei tamburi è meno forte
Il ritmo si fa più lento
Qualcosa comincia a fluire
Acqua che scorre
Terra morbida che accoglie nuovi semi

Emerge un desiderio liberatorio
grande come un sorriso

Non voglio più trattenere
Niente più accumulo
Niente più superfluo
Niente più la prigione delle aspettative

Sta per arrivare la primavera
Devo fare presto
Devo finire di imparare
Sto apprendendo in fretta
Non ho molto tempo
Un traguardo importante della mia vita
è molto vicino
mancano pochi giorni
come pochi giorni mancano
all’inizio della primavera

Allungo il passo
devo finire d’imparare
devo finire d’imparare a
lasciare andare

E per finire
Ciao figlio
Vivi la tua vita
Io vivo la mia
Non è facile ma possibile

Cambiare dentro è grande

Ciò che se ne va se ne doveva andare per Cecilia

Ciò che se ne va se ne doveva andare – di Cecilia Trinci

Se non torna vuol dire che voleva dimenticare la strada e tu non devi inseguire, ma fermarti e saper dire addio.

Può essere il gatto selvatico che non è più tornato a mangiare perché le tue carezze erano belle, ma impegnative e la sua libertà troppo leggera.

Può essere un amico, una donna, un’ombra nel riquadro della finestra.

Un fantasma che non vuole appesantirsi di ricordi.

Un sogno sbagliato che non vale la pena realizzare.

Un numero di telefono che non squilla più da troppo tempo.

Il silenzio delle ragnatele in una casa lontana dove il portone cigola e la finestra si oppone all’apertura.

Zavorre. Ricordi

Ricordi. Zavorre.

Volta la pagina, lascia che vadano.

Un soffio di vento, una mano di vernice, uno strappo di carta nel per sempre

La strada si apre soltanto davanti. Il dietro, il laterale, si perdono nei campi di sale.

La costante primavera di Patrizia

Agguantare e allentare – di Patrizia Fusi

Quando ero giovane mi sentivo piena di desideri con tanta energia fisica, ho cercato di viverla con intensità, me ne rendo conto ora.

Avevo voglia di avere, di fare, tutto era da conquistare, lavoro, amicizia, amore.

Era come un’intensa estate, un’esplosione di luminosità , vitalità.

Cose materiali, vestiti, la prima bici dopo il motorino il CIAO , avevo imparato a pulire la candeletta del motore quando non mi partiva.

Nella mia prima casa avevo voglia di oggetti , ninnoli  dai più strani ricordi di parenti, souvenir di viaggi, libri, dischi, cassette.

E poi serviti di piatti, bicchieri, tazzine da caffè, “serviti buoni” per quando si aveva ospiti.

Desiderio di figli, avuti con gioia e incertezze, desiderio di essere capace verso di loro nella loro crescita.

Gli anni passano, mi sento cambiare, il fisico mi cede, la mente pure, sento la necessità di rallentare, la vita stessa me lo impone con le prove che mi ha presentato, le persone care che ti vengono a mancare.

Mi sento libera dalle responsabilità della famiglia, per i miei cari ora voglio essere solo di sostegno, loro devono decidere della propria vita.

Nell’appartamento che ora sento grande, quasi tutte le cose che mi sembravano necessarie ora le sento un peso, troppi libri , dischi, ninnoli, piatti, bicchieri, tazzine, biancheria, indumenti.

Ho lasciato andare le persone, mi sto liberando di alcuni oggetti, ma ho bisogno più di prima di rapporti con le persone.

Per poter vivere una costante primavera di amicizie.

Non è facile allentare la stretta per Carla

La primavera della querce – di Carla Faggi

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Le querce sono ancora piene di foglie, non sono ancora cadute, sono ancora lì attaccate ai loro rami impegnatissime nel tentativo di rimanerci più a lungo possibile.

Solo in primavera arrivano i germogli delle nuove foglie, sono piene di giovane vigore, hanno l’energia di una nuova vita. Ed è con la forza della passione, della fame di vita che scalzano le vecchie foglie e le spingono via.

Queste ultime forse allentano la stretta, pacificamente alcune, altre con più resistenza, comunque alla fine tutte si lasciano andare via.

È in primavera che troviamo il terreno pieno di foglie secche di quercia e non in ottobre.

Per me tutto questo fa pensare ad una metafora della vita.

I giovani spesso devono utilizzare tutta la loro forza, volontà e sicurezza nel farsi spazio in un mondo in mano agli adulti e anziani. Ci vuole tenacia e coraggio ma ci arrivano comunque con la forza del tempo.

Spesso gli anziani si fanno sostituire solo di fronte all’ineluttabile ed il più tardi possibile, non sempre pacificamente.

Perché non è facile allentare la stretta e accettare di essere sostituiti.

Ci si può allenare con la ragione, capire l’importanza di essere altro; ma con la pancia e le emozioni fino all’ultimo resistiamo.

D’altronde non sempre siamo giusti e non sempre occorre esserlo, tanto la primavera della querce arriva sempre.

Pensierino consolatorio: la foglia quando è matura e si veste di tutti i suoi colori è nel momento più ammirato della sua esistenza, come una donna che non ha bisogno di nessun ramo per essere bella, indipendente e libera.

Una storia per quattro autori e un imprevisto: Daniele, Lucia, Gabriella, Rossella, Tina

Il ghiacciaio sparito – di Daniele Violi, Lucia Bettoni, Gabriella Crisafulli, Rossella Gallori, Tina Conti

I veicoli sfrecciavano a velocità sostenuta.

Dal cavalcavia si godeva un panorama che spaziava dal verde dei monti a quello delle valli.

Sulla destra troneggiava un autogrill.

Maria mise la freccia e svoltò in direzione del parcheggio.

Francois era lì a fianco della sua auto e Maria pensò che stava per succedere qualcosa.

“Mi chiamo Maria, ho cinquantanove anni, amo i vestiti colorati e amo la vita in maniera esagerata.

I miei capelli sono così come sono: mi piacciono liberi, non ho una pettinatura. Sono il bastone del rabdomante in cerca di acqua. Prevedono eventi, pericoli, catastrofi.

Mi fermo.

Percepisco qualcosa, qualcuno …”

Un’ombra si avvicina all’auto.

Capelli sciolti più per necessità che per vezzo.

Asciugarli al vento è un rischio da correre.

Finestrini aperti.

“Ho lasciato alle spalle parole sbagliate.

Sono salito sulla mia jeep e via.

Mi sono fermato per un battito di ciglia”

Maria e Francois magicamente attratti si distaccano dalla folla perché attirati entrambi dalla visione delle montagne e dall’energia che sprigionavano.

Salire sempre era il loro motto, la loro passione, il loro mistero condiviso e inaspettato che li spingeva verso il cielo.

Provavano in ciò sollievo e risposte alle loro domande: scoprire la vita e darle un senso.

Li aspettava un evento funesto: Maria lo aveva percepito.

Il ghiacciaio si era spogliato ed era sparito.

Si presentò una strada ripida e buia: il sole era calato, la pioggia batteva inesorabile.

Sopraggiunse una nebbia fitta e un grande lampo squarciò l’orizzonte con un boato.

Li colse una sensazione di smarrimento.

Davanti a loro si formò una voragine profonda e buia.

I corpi di Maria e Francois si fusero insieme, i capelli in un’unica treccia.

Rotolavano massi dalla montagna a terra.

Le loro membra ibernate per sempre nell’ultimo lembo di ghiaccio.

Una storia per quattro autori: Anna, Luca, Nadia, Sandra

Mostri sulla riva del mare – di Anna Meli, Luca Miraglia, Nadia Peruzzi, Sandra Conticini

Casa dell’Assuntina era uno dei tanti agriturismi che si trovano in maremma nel parco della Sterpaia, fra la campagna ed il mare: una cascina trasformata in piccoli appartamenti semplici e confortevoli. Niente lussi, solo una piscina sopraelevata nella quale immergersi in compagnia di qualche insetto che, venuto a rinfrescarsi, vi era annegato.

Una strada sterrata e polverosa conduceva al mare. Ai lati pascolavano stupendi bufali che osservando il tutto con occhi languidi, muovevano la testa incuranti di ciò che succedeva intorno.

Tafani noiosi cercavano cibo sulla pelle di quelli che passavano per andare alla spiaggia.

La spiaggia, il mare resi selvaggi da tronchi e pezzi di legno portati dalle tempeste si mostravano in tutta la loro naturalezza ed erano motivo di rilassante serenità.

Alla sera l’Assuntina apparecchiava per tutti sotto la pergola per una cena semplice e gustosa.

Intorno allo stesso tavolo stavano Saverio, all’apparenza chiuso e introverso, e un giovane uomo allampanato dal bel sorriso: non si conoscevano e, stanchi entrambi della giornata al sole, si scambiarono solo poche parole di convenevoli. Terminata la cena ciascuno se ne andò per suo conto a rilassarsi prima del riposo nella fresca notte maremmana.

A notte fonda, improvviso, il cuculo dispettoso dalla cima del cipresso cominciò a cantare la sua litania… senza tregua…

Saverio e il suo giovane commensale, svegliati dal canto ossessivo dell’uccello, si ritrovarono sotto la pergola a maledire il povero cuculo con epiteti di ogni genere tentando di farlo smettere.

Dopo un po’, senza ovviamente ottenere alcun risultato, il giovane desistette e si mise a sedere su una comoda sdraio, accese una sigaretta e, offrendone una a Saverio, tentò di avviare una conversazione.

Lì per lì Saverio se ne stava sulle sue, ma il conversare calmo e profondo del giovane lo fece sentire a suo agio e accolto, sentì che poteva condividere i “mostri” che avevano condizionato la sua vita e il suo carattere: l’incidente e la lunga convalescenza, la zoppia e il tic rimasti a perenne memoria, e perciò il sentirsi spesso messo ai margini anche nei gruppi di amici.

– Tu li chiami mostri – interloquì il giovane – e indiscutibilmente lo sono, e il tuo racconto mi ha riportato alla mente un luogo inquietante che ho visto da ragazzo: il parco di Bomarzo.

Già il nome mi metteva paura, anche se l’intenzione in chi lo aveva ideato, voluto e costruito era invece quella di impressionare e stupire chi si aggirava per il verde lussureggiante del bosco e i ruscelletti che lo attraversavano. Il cinema horror era ancora di là da venire ma gli scenari erano già tutti raccolti in quel luogo. Hanno cambiato l’aspetto alle rocce:

una era diventata una enorme testa di scimmia con occhi spalancati e bocca tanto grande da poter far entrare anche un orso altissimo, un’altra un elefante, un’altra ancora era diventata una balena e accanto a farle compagnia c’era una tartaruga e tanti altri animali mitologici e misteriosi che spuntavano nelle radure di quel bosco folto e pieno di luci e di tante ombre.
Una casa storta sembrava uscire direttamente dalle favole, anche da quelle più recenti, non solo dal mito. A vederla mi ricordo che mi sembrava il rifugio di Pollicino, mentre passa una notte a nascondersi dall’orco e a ritemprare le forze prima di mettersi a seminare le briciole di pane che riportavano tutti a ritrovare casa…. angosciante… –

Saverio ascoltava rilassato il racconto, tentando anche di capire se quello strano incontro nella notte maremmana, e soprattutto quelle chiacchiere al limite della confidenza, avessero o no un qualche senso: che avevano da spartire lui in fuga dai suoi mostri e quel ragazzone cascato lì da chissà dove che tuttavia lo ascolta nel suo pigiama dalle fantasie afro…

– Vabbè… – si riaccese il giovane – S’è fatta una certa… Io provo a tornare dormire… Che ne dici se domani ce ne andiamo al mare insieme?-

Saverio, come sempre, annuì e basta dirigendosi anche lui verso la sua stanza….

sta a vedere che un cuculo dispettoso può riuscire ad addormentare mostri e svegliare una nuova amicizia….

Una storia in quattro con un imprevisto: Carla, Carmela, Patrizia, Rossellina, Stefania

Sullo sfondo del mare – di Carla Faggi, Carmela De Pilla, Patrizia Fusi, Rossella Bonechi, Stefania Bonanni

Il mare oggi è calmo, dalla terrazza della casa si vede un bellissimo panorama marino.

La macchia mediterranea costeggia le strade piccole e contorte che scendono da paesi e case isolate posizionate sul fianco della collina.

La strada che passa sotto il terrazzo porta verso il mare, lungo il suo percorso le case la seguono come fossero un treno, dipinte con colori pastello, vari fiori ai balconi, piccoli giardini verdi, negozi di souvenir, di abbigliamento, un negozio di orefice con dei gioielli bellissimi cesellati da mani esperte, l’ingresso di un albergo, un ristorante e altri negozi, davanti a tutto questo l’azzurro del mare.

Nella piazza una chiesa imponente in stile barocco dedicata alla protezione dei pescatori.

Due bar si dividono la piazza, uno più semplice, all’interno poco spazio ma con tanti tavolini fuori.

L’altro è più spazioso dentro, i suoi tavolini sono sotto un bel loggiato di pietra serena con sopra delle tovagliette in tessuto, con solerti camerieri pronti a servire i clienti.

Sul mare una sfilata di ombrelloni.

Una bella immagine, serena e colorata, che fa da sfondo alle vite degli abitanti del paese. Infatti, in una di quelle cucine, la luce entrava dalla finestra sull’acquaio e illuminava un modesto e onesto tavolo di legno di una volta e due anziani seduti uno di fronte all’altro che si scaldavano al fuoco del camino. Ripensavano ai loro trascorsi da giocatori di carte.

Dopo un lungo viaggio per arrivare in quel paesetto marino dove si diceva giocassero ancora al tressette, i due amici erano finalmente seduti in quell’immensa cucina ad aspettare l’arrivo di almeno altri due giocatori.

Ginaccio detto ‘i Boccia tra un bicchiere di vino e l’altro si era allenato tutti i giorni a giocare a tressette. Del paesaggio e della splendida cucina non gliene fregava un bel niente, lui voleva solo vincere quel campionato di carte insieme al suo amico.

Quindi tra un “porco qui e porco là” a mò di Rosario e occhiatacce al suo amico che sotto il solito cappello acciglia la fronte Gino mugugna tra se e se “Mi sa che qui unn’arriva nessuno!”

La speranza di continuare a giocare riempiva di nuovo le giornate. Nel paese sul mare, nella grande cucina, staremo bene e saremo in quattro, perlomeno in quattro, e giu , ventuno, tressette, tre per sette, ventuno, ventidue, e via…..- così pensava l’ omino col berretto, tra se e sé .

Il giorno dopo, ad una cert’ora fu chiaro: due soli siamo, e due soli resteremo. Tutti spariti: morti, redenti, cambiati. Tutti spariti. Basta. La nostra vita e’ finita. Ci resta il fiasco di’ vino, e basta.

La stazione era lontana dal paese quindi partirono con largo anticipo, non avevano bagagli, non avevano bisogno più di nulla…la destinazione non prevedeva nè vestiti nè cibo, nemmeno le carte avevano preso!
Una vita passata a giocare a tressette poi il mondo è cascato addosso a tutti e due e si sono ritrovati soli con la loro passione sgretolata.
Camminavano in silenzio e ognuno seguiva i propri pensieri annebbiati dalla decisione presa, ma allo stesso tempo leggeri perché quella era l’unica cosa da fare.
Avevano preso altre volte il treno delle 14,30 e sapevano che era sempre in perfetto orario, ancora pochi metri ed eccoli lì al binario 2 poi l’ultimo abbraccio, un abbraccio lungo una vita e uno sguardo penetrante e complice, con movimenti lenti si sdraiarono sui binari e attesero con pazienza, nel silenzio una voce fantasma annunciò:-Il treno delle 14,30 per Livorno è stato annullato per sciopero.

Tre cappelli in gioco con Daniele

Tradimento – di Daniele Violi

La signora Cappello Tina, con l’amico, Coppola Inglese, si frequentavano, vuoi al teatro, vuoi alle corse ciclistiche, al velodromo, vuoi ai party con Martini e Rossi. Erano incontri che suscitavano nel Coppola Inglese tanto interesse per la Cappello Tina, per le sue doti di teatralità quando ella nascondeva i suoi desideri intriganti, quindi un’ottima occasione da portare avanti per il signor Coppola Inglese che si appassionava tutte le volte che si incontravano. Ma in una serata di ballo, si presento’ una giovane donna cavallerizza vestita con un cappello da fantino e con il frustino di pelle. Aveva i capelli con una coda che usciva dal Cappello Fantino. Il signor Coppola Inglese, si sentì fulminato da questa visione e da quel momento dalla signora Cappello Tina, si allontanò, e iniziò a rincorrere la coda di capelli del Cappello Fantino.  

Una coppola per Daniele

Una coppola inglese – di Daniele Violi

Una coppola inglese in lana, coppola sciupa femmine di colore nero fumo di Londra. Una coppola che sulla mia testa girerebbe su una bicicletta, per una vacanza irlandese. Mi troverei a mio agio, con un inglese maccheronico che sebben studiato alle serali si esprime senza fatica, mi darebbe un tocco da lontano nelle vesti di un Sir che l’auto in panne ha costretto a spostarsi in bici. Mi sentirei amato anche dalle pecore che sentirebbero da lontano l’odore della lana di una loro simile, e sarebbero ancora più curiose vedendomi in posa fermo davanti ai loro occhi con la bici, vicino ad un recinto di pietre e sassi. La mia sagoma oltremodo composta di una giacca in fustagno, camicia di gabardina, pantaloni di velluto, infilati dentro calzettoni a quadri scozzesi, e a completare le scarpe che nonostante lucidate con ottima cera d’api e anilina, si sono ammantate di polvere e di schizzi di letame che per le strade la mia bici aveva cercato di scansare e svicolare. Una discesa mi chiedeva di indossare la coppola alla rovescia per non vederla volare. La direzione da prendere e la prevalenza in tutte le decisioni soltanto con la coppola in mano o tra le mani, aveva modo di uscire dalla mia testa. Un cappello, il cappello che come un gessetto sulla lavagna, lascia un segno sempre. A me il cappello, protegge.    

Un cappello per Carmela

I cappelli di Berta – di Carmela De Pilla

Conosciuto in paese come persona integerrima, severo con se stesso e con gli altri e rispettato da tutti aveva grandi progetti per sua figlia, fra tutte era la ragazza più bella e nelle calde sere d’estate si pavoneggiava per le vie di Signa mettendo in mostra quella naturale bellezza che faceva girare la testa.

Si distingueva per l’altezza  e il fisico slanciato e sapeva portare con disinvoltura e una certa civetteria gli abiti dell’ultima moda, il viso ovale, incorniciato da una cascata di riccioli biondi regalava un sorriso seducente, un po’ innocente e un po’ malizioso che catturava la simpatia di quei ragazzotti che le gironzolavano intorno nel tentativo di suscitare un interesse d’amorosi sensi.

La ricordo ancora quando per la festa della Beata passeggiava impettita a braccetto del babbo per le stradine dell’antico borgo, il Castello, per recarsi alla chiesa di San Giovanni Battista, con la gonna a godè verde pastello e il twin-set rosa cipria, era vanesia Berta, quel tanto che basta per renderla unica e fu lei la prima del gruppo a indossare il costume da bagno a due pezzi che sfoggiava come una grande diva in quei meravigliosi anni 50, sapendo di essere bella e corteggiata faceva di tutto per valorizzare la sua persona.

Fin da giovanissima voleva rendersi indipendente così ben presto incominciò a lavorare in una fabbrica di cappelli, una delle tante sparse in tutto il territorio delle Signe, passava ore a intrecciare la paglia e ogni volta che ne finiva uno sfilava tra i tavoli con la sua raffinata eleganza e tutte si fermavano ad ammirarla, con il primo stipendio comprò un cappello di paglia di Firenze che indossava senza alcun imbarazzo.

Diventò per lei una vera passione quella dei cappelli, nel colbacco di astrakan nero si sentiva Anna Karenina, nel cappellino in tessuto vellutato a costine blu verde era Silvana Mangano e poi c’era il suo preferito, il fascinator di feltro grigio perla con la veletta appena calata sugli occhi fatto su misura dalla modista, ogni cappello valorizzava la sua persona e metteva in risalto la sua spontanea sensualità e lei giocava a fare la diva, poi fu la volta di quello a tesa larga stile Hepburn, quello nero di paglia trinata con il fiore sgargiante e tanti altri ancora.

Ora alcuni sono lì, nelle loro scatole che ricordano il bel volto di Berta.

L’amicizia di tre cappelli con le parole di Patrizia

Amicizia- di Patrizia Fusi

In piccolo cappellino Cencio Setto è in giro per Roma, si sente strano, ripensa a come si sentiva sullo scaffale del negozio, dove nessuno lo aveva scelto, lo guardavano, lo toccavano e lo rimettevano sempre  al suo posto, facendo dei commenti che lo ferivano.

Ha deciso di uscire, di approfittare della chiusura del negozio per la pausa pranzo.

Mentre cammina lungo Tevere il sole lo riscalda, l’aria lo accarezza, si sta rilassando.

 In lontananza vede venire verso di sé  due sue conoscenze, la coppola inglese Ugo, il cappello grigio a falda larga Tina, che stanno parlando.

Anche loro lo vedono si fermano, sono contenti di averlo incontrato, gli domandano cosa ha fatto in questo periodo, Cencio Setto racconta le difficoltà di non avere un aspetto invitante.

Racconta di essere stato scelto da una signora che non era abituata ad adoperare i cappelli, lo aveva scelto solo perché le aveva fatto pena, ma dopo ci aveva ripensato e lo aveva rimesso nello scaffale. Lui si era sentito mortificato.

Ma poi ha reagito e ha scelto di fregarsene del parere di lei e dei clienti del negozio ed è venuto a godersi la città.

 Un giorno potrà trovare chi lo apprezzerà per la sua semplicità.

Tina e Ugo si fermano a parlare con Cappellino, gli raccontano le loro avventure.

Formano un terzetto di amici.

Un cappello utile per Patrizia

Il cappello di feltro verde – di Patrizia Fusi

Mi sembra utile mi  proteggerebbe dal freddo e di un bel colore verde di panno morbido promette di essere caldo, è quello che ritengo più adatto a me , non ho avuto l’abitudine di indossare il cappello, non era usanza fra la cerchia di amici e conoscenti adoperare questo accessorio, solo alcuni uomini lo facevano.

Quando mi volevo proteggere dal freddo adoperavo i foulard ,ora sopperisco con il cappuccio del piumino .  Ho scelto il cappello di feltro verde, pensando che mi avrebbe tenuto la testa al caldo, ho visto il piccolo fiore laterale e mi è piaciuto.

Una storia con tre cappelli: Incontro improbabile di Sandra

I tre cappelli – di Sandra Conticini

In quel periodo aveva bisogno di stare sola con i suoi pensieri ed aveva deciso di fare una camminata all’aria aperta in posti che aveva sentito nominare, ma a lei sconosciuti. Infatti, arrivata ad un incrocio, fu quasi sicura di aver sbagliato strada. Chiese informazioni all’unico essere vivente che c’era in quel momento… un bambino con  pantaloni e  maglietta strappata, un cappellino blu con la tesa sporco e stropicciato con fili di paglia ed erbe secche, che faceva sventolare al vento come fosse una bandiera. Il bambino non seppe risponderle così  proseguì per quel sentiero, ma aveva il presentimento che non fosse quello giusto.

In lontananza intanto vide una macchina ferma, ed accanto una figura maschile  dall’aria sospetta, ma molto elegante, con la coppola inglese color grigio topo un bel vestito  grigio con camicia e cravatta.  La giovane ragazza tra sé e sè pensò cosa ci poteva fare quell’uomo in quel posto solitario e puzzolente di cacche di pecore. Lui le andò incontro e quando fu vicina le chiese se per caso conoscesse un’officina per la  macchina. Visto che anche lei si era persa si avviarono insieme nella speranza di trovare qualcuno che potesse aiutarli. Camminarono un bel po’ finchè si  trovarono in un paese fantasma, diroccato e senza ombra di vita, ma per fortuna prendevano i cellulari.

Iniziò a chiamare degli amici per farsi venire a prendere,  uno arrivò, lei salì in macchina ed andò via.

Il cappello fucsia di Sandra

Cappello per ballare – di Sandra Conticini

Quel colore le piaceva era uno dei suoi preferiti e quel giorno, sembrava un caso, si era messa la giacca dello stesso colore.

Sperava che nessuno lo prendesse da quel tavolo pieno di cappelli di ogni colore e di ogni foggia.

Sinceramente non aveva l’abitudine di portarne  perchè il cappello le faceva caldo alla testa e  si vergognava. Le sembrava di essere una donna aristocratica e soprattutto aveva paura del giudizio degli altri. Quel giorno fu diverso,  si mise il cappello in testa ed iniziò a giocare.

Prese la sua gonna nera, una camicia di seta a fiori,  un bel paio di calze di tulle  fucsia, stivali neri con un po’ di tacco e la mantella fucsia.

Quel cappello dello stesso colore  lo sentiva proprio suo, ed uscì per strada saltellando e ballando. Quell’indumento le aveva messo allegria e la faceva sentire leggera come una libellula.

Decise: da quel momento avrebbe usato più spesso il cappello, per lei era una buona cura scacciapensieri!

I tre cappelli nelle parole di Carla

Tina e l’ascensore – di Carla Faggi

Appena in tempo e la porta dell’ascensore si chiude.

Tina si guarda attorno, accanto a lei uno splendido uomo in cappotto e coppola, e poi un ragazzetto tutto cappello e chewing gum.

Sotto la coppola due occhi neri e profondi, “sanno di uomo, sanno di maschio, sanno di…meglio non immaginare,” pensa Tina, “ se non ci fosse quel mocciosetto che non sta fermo un minuto e rumina come un forsennato, prenderei Occhioni Neri e via la coppola, via il cappotto, via tutto, lo sbatterei alla parete e lo…ma no che penso, sciocca che sono… e poi potrebbe essere sposato, o strabico perché non mi toglie gli occhi di dosso, mi guarda la bocca, il seno…e questo ragazzino tutto cappello e chewing gum sempre di mezzo!”.

L’ascensore si è fermato, la porta si apre. Arrivati al piano.

Il tenebroso coppolato esce, guarda Tina per un’ultima volta, un giovane uomo lo aspetta. Uno sguardo d’intesa fra loro, un bacio, il ragazzino tutto cappello per la mano. E se ne vanno tutt’e tre.

Storia di un colore di cappello per Carla

Davanti allo specchio – di Carla Faggi

Davanti allo specchio, giovane bimba con la convinzione di essere già adulta. Cappottino rosa, scarpine di vernice blu con gli occhini. Per andare a scuola bisogna essere a posto, quindi scegliamoci il cappello.

Quello rosa di lana…eh no! Sembro una caramella!

Questo con il pon pon a righe…mnh sembro piccina!

E quello con il copriorecchi? Ma per la madonnina, sembro quello stupido di mio cugino!

Uffà! Mi sa che se la mamma non se ne accorge non mi metto niente, ne prendo uno a caso per uscire di casa e poi lo nascondo nella cartella!

Davanti allo specchio, giovane ragazza ormai adulta. Cappotto nero con il bavero in pelliccia di volpe argentata.

Il primo cappello a borsalino, nero su nero, molto elegante…forse troppo, non voglio passare da snob!

Meglio provare l’altro, rosso come le scarpe e la borsa. Però…forse è troppo vistoso, l’eleganza deve essere sobria!

Questo color panna sembra perfetto, molto originale, simile a quello delle hostess, fa molto donna di classe ma che osa.

Mnh, ma sono sicura? Cazzo! No! È un colore che non mi dona affatto!

Farò così: niente cappello, i miei lunghi capelli neri devono essere protagonisti!

Davanti allo specchio, non più giovane donna ormai molto adulta.

Piumino bello consistente da sembrare una palla, però molto caldo. Nero così ci si abbina tutto.

Stivali fino al ginocchio almeno se piove siamo a posto.

Ed ora un bel cappello, perché un po’ di colore ci vuole.

Quello con la tesa alta marrone, no, no! Sembro una zita cosiddetta zia zitella!

Quello giallo a papalina, mamma mia sembro pazza!

Mettiamo quello celeste che anche i vecchini li riveste.

Mah! Non metterei nulla.

E la cervicale? Ok, vada per quello rosso, non delude mai, è di lana e copre bene!

I tre cappelli di Stefania

Tina ed il suo cappello -di Stefania Bonanni

L’ appuntamento era alle 17, nella hall dell’ hotel Excelsior. Lei era stata contattata dal solito centralino, che le diceva dove ed a che ora e qualcosa su come si doveva mostrare.

Questa volta incontrava un inglese, un signore d’età, raffinato e classico, lo hanno descritto.

Lei doveva essere =fine=. Indosso un castigato tubino nero, buono sempre per sembrare di classe, un cappottino grigio, ed il cappello da signora, grigio per l’ appunto, in tinta. Quel cappello a volte lo indossava al rovescio, arancione,con vestiti corti ed appariscenti, ma questo non era il caso. Era come lei, il cappello, al bisogno mostrava facce diverse, di sé. Era capace, lei, di fingersi volgare o signorile, per questo era molto cercata, andava bene per tutte le stagioni, come gli ombrelli, come certi cappelli.

Però si stava stufando. Per esempio, il tipo di stasera, inglese, di sicuro sarebbe stato noioso, e la stentata conversazione, fiacca. Gli inglesi in particolare, già dall’ intonazione, mettono sonno. Sarà dura.

Entrando in albergo, si sorprende vedendo che le persone in attesa sono due: Eh no!La sentiranno all’ Agenzia! Tariffa doppia!

Sempre tra sé e sé: Come sono buffi! Quello anziano ha una coppola abbinata ai calzettoni. Coppola blu, calzettoni a quadri gialli e blu. (Elegante……).Quello più giovane ha guance rosso/Chianti, flosce come il suo cappello con la visiera, calcato fin sugli occhi piccoli e pregustanti delizie.

Si presentano: Carlo ed il figlio Harry.

Deve essere un’ inaugurazione!