Genova per noi

Genova per noi – di Nadia Peruzzi

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Genova per noi, uno spicchio di luna adagiato sul mare.

Genova per noi, la fine di un viaggio che, quando ero bambina, durava un’intera giornata. L’autostrada finiva alle Bocche di Magra  e allora su, curva dopo curva, costretti ad inerpicarci fino al Passo del Bracco. Curve a esse, strette e insidiose che non ci abbandonavano nemmeno nella discesa verso Sestri Levante. Con un camion davanti, il viaggio diventava una vera Odissea!

Genova la assaporavi prima di arrivarci, passando lungo il mare. Finalmente, lassù, te la ritrovavi davanti, attorno, sopra, sotto, dietro. Ovunque, stretta fra monti dai pendii scoscesi e il mare azzurro. Una visione.

Genova per me, le vacanze lunghe passate a casa dei parenti, cibi e profumi diversi da quelli che abitualmente la nonna cucinava a casa, a Firenze a segnare quella linea fra unità e diversità che attraversa questo paese bello, ricco e un po’ dannato!

Genova del porto, dei vicoli ,delle puttane cantate da De André, che potevi vedere lungo via Pré. Genova dei cantautori, in una stagione dalle parole bellissime che tendevano alla poesia.

Genova dalle belle colline e dai bei palazzi abitati dai benestanti di allora. I nomi, noti, li leggevo sui campanelli quando andavamo a far visita alla zia Rosetta. Faceva la portinaia nel palazzo dove abitava la famiglia Dufour, quelli delle caramelle Rossana. Appena leggevi la targhetta dorata al portone, ti sembrava di sentire lo sfrigolio di quella bella carta lucida e rossa, mista al profumo di caramella e pensavi a quel suo cuore molle un po’ liquoroso. L’acquolina in bocca era assicurata.

Genova e la sua Lanterna, i suoi abitanti e i suoi lavoratori. Gente tosta, di poche parole ma di grande animo e di capacità di lotta. Genova della Resistenza, quella in cui ebbe inizio l’insurrezione del 25 aprile e la battaglia finale contro l’oppressione nazifascista.

Genova dei ragazzi con le magliette a righe del luglio del 1960 che tennero sotto scacco per giorni le forze di polizia. Non solo contro la possibilità di far tenere il congresso del Movimento sociale, ma per rompere il clima che si era creato e il tentativo di far rientrare in gioco, a sostegno del governo, il partito neofascista.

Genova della difesa della democrazia nel buio degli anni di piombo, quando con l’assassinio di Guido Rossa fu chiaro a tutti che chi sparava non erano “compagni che sbagliavano”, ma erano assassini che andavano fermati e messi in condizione di non nuocere. Genova composta, in un giorno cupo di pioggia e di lacrime, con la forza della ragione fu un punto di svolta .Non passeranno, gridò muta allora . E non sono passati.

Genova del boom economico tradotto in edilizia sconsiderata. Case lavatrici, colline sventrate, occupazione esagerata del pochissimo suolo disponibile, gli alvei di fiumi, inesistenti per lo più, coperti per farci strade e giardini. Strisce di asfalto sotto e sopra le case e la città, l’intreccio delle autostrade a contorno che la segnano, la oltraggiano osando violare in molti punti l’intimità stessa delle abitazioni. Quasi ci si può vedere dentro: scorci di salotti, di camere da letto, di soffitti mentre corri verso Milano o Torino, o più in là verso la Francia.

E quel ponte a segnare una intera epoca e un modello!

Nato di corsa e per correre. Il mito della velocità ,dell’auto che la fa da padrona aveva bisogno dei suoi totem.

Fantastico, ardito, avveniristico. Quelle alte zampe di fenicottero a restituirci visivamente l’idea dell’assalto al cielo e a lanciare una scommessa anche rispetto alla forza di gravità. Di per sé, immagine di un salto spiccato verso il futuro. La Domenica del Corriere la celebrò con una foto a tutta pagina nel giorno della inaugurazione.

Levante e Ponente finalmente più vicine, la via verso la Francia più agevole e rapida.

Oppure no. Una storia che aveva già in sé elementi di estrema fragilità rimasti nascosti ai più.

In una mattina agostana di anticipo di festa, il sogno si è sbriciolato, accartocciandosi su sé stesso, portandosi  via  le vite di 43 persone.

Di colpo un giorno anticipatore di festa e di ferie, si è tradotto in ansia e tragedia, in orrore e incredulità.

Restano quelle zampe di fenicottero, messe a nudo dal crollo, a restituirci adesso una immagine diversa da quella del mito. Non di forza, ma di fragilità estrema: troppo alte e troppo sottili e forse troppo distanti in quel punto maledetto, come sostegno di un traffico smisurato, rispetto a quello che lo inaugurò alla fine degli anni sessanta!

Genova colpita, atterrita, dolente e affranta, arrabbiata, ma non doma.

Non a caso Superba. Consapevole della forza che riesce a tirar fuori nei momenti che contano.

Genova che non si arrende, che si riorganizza per non perdere in lavoro e struttura produttiva e in comunità sociale sia nelle zone vicine al disastro sia nel corpo grande di una città che spazia fra est e ovest come nessuna .

Genova per noi, adesso, anche un grido: “mai più” perché si faccia rapidamente luce e si imponga verità mentre si ricostruisce velocemente, ma con attenzione e bene.

Genova, come il paese! Belli e dannati allo stesso tempo. Bisognosi di cura e protezione, come un malato che fatica a riprendersi, dopo un’operazione chirurgica.

Genova ferita, Genova paradigma di un modello di sviluppo, a guardarlo con gli occhi dell’oggi, affaticato che restituisce insicurezza e timore a causa delle sue concentrazioni e dei suoi eccessi.

Genova per noi può e deve essere, nel suo dramma, anche l’occasione e il segno di una svolta! E che sia, finalmente.

Oppure la polvere si depositerà ancora e ancora e dopo la polvere, tutto ricomincerà esattamente come prima.

Il passo della Futa

Trentamilaseicentottantatre – di Rossella Gallori

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…un caldo vento estivo, un cielo così azzurro da intimorire, il calore degli amici di sempre, un cibo divorato, un bicchiere di vino in più, sorseggiato con serenità…la voglia di camminare “per far buio”.

La Futa, la Traversa, la Selva, la meta di ogni anno, per ricordare, noi quattro, che siamo stati “ragazzi insieme”…Le mie domande sceme…le loro risposte inutili…risate cercate, volute…e non son mai troppe.

Ma lì non siamo mai andati?

No, mi sembra di no!

Ci si va?

Ci incamminiamo verso il Cimitero Germanico, il passo si fa lento, ringrazio il caso che mi ha fatto indossare scarpe silenziose e colori poco vistosi, non avrei avuto il coraggio di sventolare vessilli modaioli in questo contesto.

È un teatro di morte a 900 mt di altezza, un piccolo paese muto. L’appennino, protegge  il paesaggio ma non incornicia il dolore…

Un dolore che non credevo di provare, io, con quei sei milioni di “gente mia”, io che non ho più voglia di stragi, io ascolto il rumore del sangue che scorre ed il silenzio delle mitragliatrici…

Ed il cibo scende in fretta ed il Chianti bevuto è solo un ricordo…avanzo da sola, gli altri mi han lasciato a riflettere tra la pietra serena il granito ed il marmo. Si  odono pianti,  o forse è solo il vento ed io mi sto calando in un’altra realtà; leggo nomi che non so pronunciare, faccio conti che non vorrei saper fare…ragazzi nati nel 28 e morti nel 44,  i più hanno 16, 18 al massimo 20 anni …per finire qui tra Firenze e Bologna, cadaveri tragicamente ordinati, due a due, forse per farli sentire meno soli, un architetto abile e pietoso li ha uniti per sempre, Franz con Peter, George con Adolf…..qualche tomba non ha nome……prendo un sasso lo bacio e lo appoggio sulla prima lapide ignota ….falciati dalla guerra in terra straniera….e non esistono più “i miei”,  “loro”,   “ gli altri”, riesco a cancellare le svastiche, vedo solo riccioli biondi, mescolati a lisci capelli color ebano, occhi azzurri mescolati a nasi non perfetti…e capisco in un banale giorno di vacanza…che la morte è una tragedia senza bandiera…

Mamme che hanno pianto figli partiti e mai tornati…salgo nella cripta, sono stanca dentro e la stupenda giornata di sole sta diventando un pomeriggio rossoarancio …pieno di contraddizioni.

Sono 30683, queste tombe senza fiori, in una pulizia germanica, perfetta e tragicamente inutile. Con un cenno del capo saluto ”il silenzio“ ci siamo fatti compagnia per quasi un’ora, questi ragazzi ed io.

Forse non abbiam fatto la pace,  resteremo nemici per sempre, io un po’ giudea e loro un po’ nazisti… ma la morte merita rispetto…ed uscendo non volto le spalle, cammino all’indietro, sperando di non cadere…ritrovo i miei amici, silenziosi ed affettuosi, come sempre…qualcuno mi porge un fazzoletto….trentamilseicentottantatre ….

Torna settembre

 

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Arriva settembre puntuale, con le sue notti scure, i colori intensi, i frutti pastosi, violacei e zuccherosi, il sole caldo e le mattinate in cui ritorna bello camminare, pensare, trovare nuovi sentieri.

Stiamo per ricominciare anche noi.

Chi volesse proseguire il cammino, che inizierà alla fine di ottobre, mi contatti prima possibile  su: lamatitaperscrivereilcielo@gmail.com

I posti sono limitati……

L’ispirazione guida di questo anno sarà IL SUONO, in tutte le sue sfumature più varie.

A presto amiche e amici

 

 

 

Vacanze fortunate

Vacanze e vicinanze – di Ivana Acciaioli

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Quest’anno per me le vacanze sono state fortunate .
Ho passato due settimane con mia figlia in periodi differenti. Io e lei viviamo in città diverse e i nostri incontri hanno scadenze per me  sempre troppo lunghe.
Ho  perfino affrontato un viaggio in aereo da sola per raggiungerla, eppure  io preferisco i piedi al suolo.
Abbiamo visitato insieme luoghi ameni e rilassanti.
Assaporato del buon cibo.
Scandito le ore in modo libero senza obblighi o costrizioni, come piace ad entrambe perché in questo siamo simili.
È stato bello condividere tutto il tempo, prendersi reciprocamente cura di noi.
Le acque termali, le spiagge, il mare,  le vie cittadine percorse di giorno o di notte, i monumenti, tutto questo poteva anche non esserci per me,  perché le vere vacanze sono le sue parole con le quali mi sveglio e mi addormento, i luoghi più belli nell’azzurro dei suoi occhi,  il profumo del suo corpo la sensazione più appagante.
Non importa se accanto a lei mi sento vecchia e a volte impacciata, se scopro i miei difetti in modo crudo, se sento che lei può darmi solo briciole della sua vita eppure così preziose, così sazianti per la mia fame materna. Neppure quando percepisco la sua impazienza nei miei confronti vorrei essere in altro luogo, ed il mio silenzio serve per inghiottire, per pensare a mia madre, a quanto mi manca e a quanto forse mancherò anche io a  lei, dopo.
Penso a mio figlio, e alle vacanze che con lui probabilmente non farò più, alla sua preziosa vicinanza, al rapporto ugualmente intenso ma diverso che ci lega e mi manca che lui non sia stato con noi come negli anni ormai lontani della loro infanzia, dei loro giochi insieme.
Quante cose perdiamo, per conquistarne altre diverse che negli anni ci accompagnano e ci rendono talvolta partecipi, talvolta spettatori.

Acqua magica

L’acqua di San Giovanni – di Tina Conti

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Quest’anno mi sono preparata in tempo, ho invitato amici e familiari ad una cena per la festa del patrono di Firenze, San Giovanni, con il  “rito dell’acquetta”, dando indicazioni vaghe  e accattivanti sui poteri di questa pozione magica tradizionale che avrei loro offerto.
Nei giorni precedenti ho scelto il catino di terracotta, cercato nei campi le varie erbe e fiori, letto storie e ricette per compiere un rito così delizioso.
Tutto era pronto e sistemato sul tavolo in giardino, ero consapevole e decisa, avevo coinvolto le bambine di casa nella ricerca  dei fiori e progettato in grande.
La sera fatidica, però, sono uscita con mio marito a passeggio per la città, in giro con glli amici, poi il gelato e  le chiacchiere, insomma abbiamo tirato tardi.
A casa stanca morta, mi sono infilata velocemente nel letto.
Ho fatto un balzo quando ad un tratto mi è venuto in mente il rituale che mi ero proposta  di fare. Che figura  avrei fatto con gli invitati il giorno dopo per sperimentare l’acqua miracolosa?
Sono uscita in giardino precipitosamente. Era buio pesto, mi ha risvegliata la brezza e il fresco della notte.
Ho osservato un cielo incantato, luminoso, magico.
Il vento di  tramontana aveva spazzato impurità e nuvole, non vi posso descrivere la luna, mi è sembrata gioiosa, grande e di una luminosità sconosciuta.
Ho aggiunto ai fiori già pronti le ultime corolle di rosa, strappate dalle piante più vicine  prese a tentoni, le   foglie di menta e melissa profumatissime, ho aggiunto acqua di pozzo fresca e dissetante e infine è fondamentale l’erba delle streghe: l’iperico.
Sentivo  alzarsi gli aromi e  inondare la notte  di un profumo inaspettato, ho immerso le mani e accomodato  le erbe, la magia aveva inizio, i miei sensi si stavano risvegliando, mi sentivo avvolta in un qualcosa di misterioso, nonostante il sonno avrei voluto non finisse mai.
La luna, la rugiada della notte avrebbero compiuto la loro parte.
Al mattino ci saremmo potuti lavare con questa acqua magica, capace di scacciare il malocchio, la malasorte, preservare dalle malattie, rendere la pelle morbida  e purificata.
Tutti sono venuti, da otto invitati siamo diventati  sedici, tutti avevano un cruccio o un malanno da sanare, chi un esame da superare, chi un desiderio nascosto da raccomandare.
La cena è state leggera e animata, sono stati aggiunti posti a tavola e sedie per tutti.
Per gli assenti sono stati riempiti barattoli  del preparato che si poteva con riservatezza usare in un angolo tranquillo e appositamente attrezzato.
La magia si è avverata, quella della vita, dell’amore di stare insieme, ascoltarsi, condividere, vivere vicini.
Grazie San Giovanni! Al prossimo!

A domani

A DOMANI… – di Rossella Gallori

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Intraprendo anche oggi, il mio piccolo viaggio, senza soldi, senza bagaglio, le chiavi di casa in una tasca, il cellulare nell’ altra…chissà magari squilla, magari qualcuno mi da il buongiorno, mi chiede dove sono…mi domanda “perché così presto?” …magari hanno bisogno di me…ne sarei felice!

Esco di casa poco dopo l’ alba, sola ma non triste, mi son costruita un mondo mio, in questi 2 km e mezzo…ho ripreso a camminare , dopo mesi, so che è un traguardo, anche se non lo voglio ammettere, io non cambio, galleggio non nuoto.

Le finestre della caserma di Rovezzano sono semiaperte, forse lo sono state tutta la notte, non han paura dei ladri, i carabinieri o forse si, ma sanno fingere bene.

Giro a destra via Della Nave, Elio mi saluta, sta annaffiando, un piccolo paradiso, Adriana sta facendo il caffè,  la stradella profuma di “ buongiorno”

Salgo in casa delle mie ragazze, loro sono in America, io…io fingo di esserci, camicia di jeans pantaloni corti sfilacciati, inadeguati per età, fisico e luogo… ma a pochi metri da casa, io sono già un’ altra. Le gatte, mie nipoti di pelliccia, chiedono acqua, cibo ed attenzione…posso farlo, posso fare quasi tutto quando sono serena, quando…

Poi scappo,  ho troppi appuntamenti, non posso mancare.

Attraverso il lungarno, che in quel punto sembra una autostrada, fuori dalle strisce, mi vedranno, spero!!!

Ho con me il sacchettino del pane secco, bocconcini piccoli per le mie amiche golose,  passo la staccionata che ogni giorno mi sembra meno ostile….e loro sono li, sembrano riconoscere la mia voce, COCCHE CI SONO! LA PAPPA, LA PAPPA….ed inizio a gettare i morsi di cibo, loro volano nell’ acqua ed in un attimo sono li, piccole ma non fragili, ordinate, non litigiose, così diverse da me, ma così famigliari ad i miei occhi, qualche lancio è troppo corto e finisce sul greto…ho sbagliato ma nessuno è deluso nessuno mi accusa, mi fanno credere di aver bisogno di me ed invece, sono io che ho necessità del loro volermi bene  BUONGIORNO PAPERELLE …

Ed inizio il mio percorso, facile, dritto, vivo, pieno di saluti, sorrisi, cosce  da urlo, celluliti da sballo, Ed io faccio parte di quel teatrino che daRovezzano  mi porta al Girone…

Mi affianca un tizio, felice di superarmi, in viso non l’ ho mai visto, non ne ho il tempo, leggo sempre la scritta sulla schiena Zeussssss  noto solo che ha un bel culo( per usare un francesismo) …

Arriva lenta e rimbalzante la badante rumena, viene dal Girone ho scoperto che si chiama Aurora, e che è libera dalle 7 alle nove, mi dice ciao Rosela …ho perso la speranza  di essere chiamata ROSSELLA, ma non mi arrabbio, sorrido e saluto…ho fretta…

C è il signore con il levriero color aubergine , con tanto di “ RACCATTALANCIAPALLA dal lungo manico, per non piegarsi, per non sgualcirsi, come sono uguali cane e padrone …agili, veloci, freddi..

Da lontano vedo lui, capelli lunghi biondi  decolorati….dal sole dell’ Anchetta…mi dice “ ciaooooo” e vola via quanti sforzi per dimostrare qualche mese in meno…..penso….

Mi  fermo guardo i moscerini, piccole nuvole di polvere viva, aspetto che passi  il treno…non mi piace stare sotto di lui…

Ascolto l’ inno di Mameli, stranamente mi piace, anche se devo riconoscere che si poteva trovar di meglio, la caserma è alle mie spalle, ma non così lontana, Da non sentire il suo saluto, che faccio solo mio!

Qualcuno sui sassi manovra un telecomando, un piccolo motoscafo, galleggia rumoroso sull’ acqua, il pilota è un ragazzo grande, gioca e non si vergogna in questa fetta di paese tra Firenze e Fiesole…

Eccolo si e lui ….arriva il cane con due zampe, ha ruote stupende e colorate al posto degli arti è un capo branco gli altri quattro  due passi indietro, se lui si ferma, tutti fermi , se abbaia , tutti lo imitano…chiedo al padrone cosa ne è stato delle sue zampe, un incidente, domando ancora, come fa ad essere così vitale….SA DI ESSERE UNICO, SPECIALE!  Semplice no, penso io e mi ripropongo di far due chiacchere con lui, sicuramente potrà aiutare il mio vivere….

Due atlete vere han gia fatto 2 volte la mi strada son donne di Carrara sembran di marmo, sode, ben abbigliate, nemmeno  sudate…piene di ausili moderni, dico io, per controllare battiti, velocità, meteo, e chissà cos altro,  gioventù….io l’ ho sprecata lavorando…..

Mi scappa pipì, ignoro il segnale, mi siedo nel giardino segreto quello dopo il giardino ufficiale del Girone….ecco arriva il solito signore trampellante, mi spiega che dopo  LA BIRINTITE non ha più equilibrio dondola ma non cade, anzi ogni tanto sbircia nello scollo del costume…cavolo non mi son rimessa la camicia!!!

Riparto salutandolo, con un arrivederci frettoloso, inizia a far caldo, e poi non ho ancora incontrato tutti….

C è la Ginger con la sua padrona, lo spasimante della padrona della Ginger….

Incontro LEI  che mi parla dei suoi LUI…sembrano sempre lo stesso, ma son diversi, confonde colori con amori, dipingendo sentimenti in bianco e nero con un Arno che l’ affianca, e non la bagna, spesso prendiamo un caffè  insieme….poi lei a S.Andrea io per la mia strada, fatta di podisti, campeggiatori abusivi, pescatori di pesci grossissimi ed orribili, che mi auguro, nessuno mangi….farfalle  bianche che mi sembrano piccoli fiori, fiori rosa delicati che mi sembrano grandi farfalle….

Son quasi 30 giorni che faccio lo stesso percorso alla stessa ora o quasi, penso alle mie amiche al mare, in montagna, in città stupende…io no, io sono qua nel mio stretto mondo…..Ripassa la badante rumena “ VAI KASA TU ANZIANA FA MULTO CALDU”  questa volta rido non sorrido, rimetto la camicia, solo per decenza, lascio l ‘Arno,  non son più a casa mia, due ragazzi mi salutano, non li riconosco, forse amici di mia figlia, abitanti di quel mondo Virgin, affollato e banale…ma così giovane e lontano da me.

A DOMANI …PAPERELLE, saluto e trovo nella tasca dei pantaloni due morsini di pane, che un pesciaccio siluro acchiappa al volo, spaventando me e  le mie assistite….a domani giuro …e riprendo la strada di casa….sono più tranquilla , stanchina, come tutti i VIAGGIATORI… a domani..

La migrazione delle farfalle

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La migrazione di farfalle cavolaie – di Cecilia Trinci

Sciami di piccole farfalle bianche volano sul mare blu, a piccoli gruppi o solitarie, a pelo d’acqua, risalendo le piccole onde di brezza o rimanendo subito sopra la calma piatta di tutta quell’acqua. Sembra che abbiano una meta precisa in mente e vanno avanti strimpellando le alucce con una vitalità inimmaginabile, guardando un punto invisibile davanti a sé, contro il blu del cielo di agosto.

Ogni tanto accade. In stagioni particolarmente favorevoli, quando le farfalle sono troppo numerose. Guardo quei soffi bianchi sul blu e, girandomi, vedo farfalle ovunque…un mare di cavolaie sulla spiaggia tra i bambini e più su, tra i cespugli verdi delle dune come una piccola neve estiva, magica e inattesa. Volano a migliaia, senza fermarsi mai, tutte nella stessa direzione, a sud. Tutto è pieno di farfalle, di questo volo leggero, bianco, silenzioso, saltellante che chiama a seguirlo senza fare domande….dove si va? Via, lontano….nei sogni….seguite le farfalle! Le bianche cavolaie che mio babbo ci faceva vedere tra i fiori, insegnandoci a distinguerle tra le altre tutte colorate. Piccole e indifese, modeste e tranquille le cavolaie attraversano il mare….seguendo un istinto. O un sogno leggero?

Giugno e il concerto degli uccelli

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Giugno e il concerto – di Cecilia Trinci

Mi sveglia giugno già presto e appena apro gli occhi il concerto, chissà da quanto già iniziato, continua. Uccelli che corrono davanti alla finestra in giostre impazzite, stridendo,  cinguettando, gorgheggiano in mille suoni canzoni di vento, ingoiando nel becco la luce di primavera che precipita a diritto nell’estate. Colori mai visti, penne che vibrano, virate miracolose ma soprattutto canto. Un concerto di note leggere, vibrate,  acute e sottili si sta celebrando al di là della finestra, tra cielo e terra, tra fiori e mare, attraverso l’aria del mattino. Cantano la felicità di essere vivi, di esserci, di volare. Cantano scendendo in picchiata verso i nidi o sui rami di alberi antichi, con acuti che sembrano dire &guardami, ascoltami, seguimi&. Cantano da fermi sulle punte di rami leggeri che neppure si piegano, becco al cielo e zampette aggrappate, concentrati in linguaggi ancestrali per dirsi messaggi misteriosi. Cantano sui fili dei panni osservando la vita intorno. Cantano sui tetti per dimenticare vertigini e paure, piccoli uccelli dai mille colori o merli grassocci,  colombi argentati, fringuelli, cinciarelle e colibri, mentre passano ghiandaie,  cornacchie e tortorine. A distanza sfrecciano i rondoni che danno colore al concerto, come fossero ottoni in una sinfonia, mentre trillano merli da ogni dove, come flauti traversi tra i violini. Fringuelli e cincie danno il via alle viole e il contrabbasso dei colombi segue l’andatura.

Giugno suona la felicità.  Un mese speciale,  a metà dell’anno, a metà di tutto tra la freschezza della primavera e il calore dell’estate. Notti dolci e giorni intensi, cascate di fiori e sole arrosto, temporali e tristezza, gioia e ricchezza.

Sono nata a giugno, il sesto mese dell’anno. Il sei.

Giugno e la scuola che finisce

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Acqua, acquerello e vino – di Tina Conti

Stamani non ho voce in capitolo, mi manovrano spudoratamente, girellano per casa,si sono vestite e rivestite più volte, contestano la colazione, riempiono gli zaini di scuola di giochi, vogliono fare a modo loro.

Io non ho voglia di discutere, semplifico, Nora esce arruffata, si fa un codino per strada che si disfa subito, TEA vuole le trecce. I suoi capelli fini e radi permettono solo due codini striminzitii, alla fine si accontenta di una passatina.

Finalmente si esce. Nonna si va a piedi oggi vero?

Bene, è presto si può fare.!

Carretto doppio sgangherato di 15a mano, cane con guinzaglio al seguito , (non lo possiamo lasciare a casa altrimenti scappa dalla recinzione fasulla e ce lo ritroviamo alle calcagna senza controllo) )nipotine contente un p’o arruffate e con la bocca appiccicosa.

Per la strada si sentono i galli cantare, le rondini che ci atterrano quasi sulla testa e poi ai bordi  strada tanti fiori di tutti i colori che ci mettono  allegria.

Ci mettiamo a cantare, io le stupisco sempre con il mio vasto repertorio frutto del lavoro nella scuola e della mia passione per il canto, ma non perdo questa occasione per giocare con la voce  con queste due furbacchione.

Prendiamo i fiori: io voglio quelli di la’ ..no, ora non si riattraversa, ci si  accontenta

Prendiamo questi!, sono quelli col cappuccio, guardate ci salutano: buongiorno signore, via il cappuccio., e via a ridere sono i fiori di cipolla selvatica o di aglio.che ancora sono coperti da una pellicola a cono, basta una strappatina e il cappuccio salta.

Poi è la volta dei papaveri.

Bene, un mazzolino a testa, prendiamo anche i boccioli, lo scorso anno si facevano gli indovinelli vi ricordate?

Acqua, acquerello o vino!ne proviamo due o tre e poi ripartiamo.

E via con  le tasche piene di boccioli di papavero.

Prima si porta la TEA e poi, si fa come la scorsa settimana vero nonna.? questa è  la furbetta più grande che vuole allungare il percorso.

Oggi non oso oppormi, lasciata la piccina col suo mazzolino, riusciamo in strada.

Andiamo a prendere le uova ? propongo questa volta, cosi unisco l’utile al dilettevole.

La signora col pollaio è alla fine della stradina.

Nora suona tutti i campanelli della villetta, alla fine appare la signora che ci incarta bene le uova   Possiamo proseguire questa volta dritte a scuola.

Era giugno

Era giugno – di Rossella Gallori

Ma che giorno era?

Giugno, certo giugno, il 16, il 18? Chiamo mia cognata, santa Gabriella da Coverciano,  come la chiamava mia madre, la sua nuora preferita, quella che la rese nonna per prima, ed anche prestino.

Gabry, ma lui quando è morto? Mi vergogno ma non ricordo il giorno, eppure son passati solo tre anni, ah il 18, ci risentiamo per portagli un fiore, un sasso…

Chiudo in fretta, la mia Pupi, come la chiama mia figlia, è  donna di poche parole, fatti, concretezza, fare…sono i suoi fiori all’ occhiello, medaglie d’oro, conquistate in silenzio, senza pavoneggiarsi, mi ha aiutata con mia madre, ed è stata indispensabile con mio fratello, quanto ha fatto per quel cognato, dal carattere difficile…e quanto per me, che senza di lei mi sarei buttata sotto il primo camion ai Falciani, sotto il 32 all’Antella…o forse sotto il treno alla stazione del Campo di Marte.

Ho fatto un gran casino, per quel mio fratellino piccolo, che poi aveva 9 anni più di me, ho pianto, gridato, cercato  soluzioni probabili ed impossibili, ho bussato a tante porte, volevo rimetterlo in piedi, farlo tornare quello che era, cioè quello che io credevo fosse? Noncurante del suo intercalare di sempre” mia sorella è stu pi da…di nascita”  sono sempre stata una  Sancho  Pancia  ( ? ma come si scriveeee) in gonna, ho sempre combattuto contro mulini a vento, veri, immaginari, fantasmi dalle grandi braccia, pale che mi han fatto cadere, ma non son riuscite a schiacciarmi.

Forse era speciale o forse no, questo mio fratello, forse era stato  malconsigliato, o  forse, lui,  aveva capito tutto e viveva  incurante degli altri, un po’ guascone, un po’  coglione, tenero raramente, arrogante quasi sempre.

Ho saputo molto più di lui, in questi  3 anni da morto, che in 73 da vivo, ho conosciuto storie, zingarate, cazzate, generosità incredibili, strappi e toppe, poche “fatine” molti “gatti e volpi, mai un “grillo parlante” che lo togliesse dai guai per consigliarlo, per dargli una buona indicazione… mai.

Potevo essere io, l’aiuto per questo mio Pinocchio, so  che mi avrebbe schiacciata al muro, e forse, dico forse, si sarebbe accorto  che il mio sangue aveva il suo stesso gruppo sanguigno, avrebbe guardato i miei occhi meravigliandosi nello scoprirli dello stesso colore dei suoi. Si forse potevo fare qualcosa, ma non l’ho fatto, non l’ ho saputo fare… ed ora è tutto  inutile, da tre anni dorme, diciamo  sereno a Bagno a Ripoli… che “bello come lì, non esiste posto”

Ecco vedi, fratello mio, questa l ‘ho fatta giusta, ti ho messo dove volevi, con la sciarpa viola che si muove ad ogni alito di vento, con tanti sassi come avrebbe voluto  la mamma ed un po’ di fiori rossi, come sarebbe piaciuto al babbo!

Stasera mi perdono, non ho più voglia di piangerti, di rimuginare su i se ed i ma, che poi come dice il vecchio detto: sono il patrimonio dei bischeri.

Mi assolvo, dal vuoto di memoria,  che mi ha fatto dimenticare una data così importante e nefasta. Ma poi è cosi importante? Il 16 il 18…? era giugno, si questo lo ricordo più che bene, era pomeriggio… o proprio sera?

Devo richiamare Gabriella ….

Giugno e le lucciole

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Lucciole – di Mimma Caravaggi

Poche sere fa la sorpresa mentre uscivo in giardino con il mio cane. Non avevo acceso la luce per cui l’ho vista immediatamente: una lucciola, la prima della stagione. Ho cercato di seguirla finché e stato possibile poi è sparita. Sono stata fuori per un po’ ma non è tornata. Rientrando in casa i ricordi si sono affollati in testa ricreando quasi quel loro volo fatato. Ricordi dimenticati che tornavano a rifiorire lentamente, belli, simpatici, diversi. Giugno è il mese delle lucciole e ricordo che le vedevamo apparire durante la mietitura ed erano tante e noi bambine ci divertivamo a catturarle per vedere come facessero a fare luce. Si rimaneva affascinati da questo miracolo della natura, questo piccolo essere che di notte brillava, faceva luce. Le catturavamo e tenendo le mani a coppa cercavamo di studiarle senza che ci sfuggissero di mano. A volte le portavamo in casa e le mettevamo sotto un bicchiere ma ci rimproveravano perché non era bello imprigionare quello speciale essere vivente  soprattutto perché a breve sarebbero morte per mancanza d’aria. Cosi, un po’ dispiaciute liberavamo le povere lucciole ma pronte a rincorrerle di nuovo e a catturarle per poi rilasciarle volare libere. Le guardavamo volare via con la loro luce ad intermittenza che ci stupiva ma che ci dava tanta allegria e gioia mentre correvamo in giro per il campo urlando : “eccola l’ho presa” “anche io l’ho presa” “io ne ho prese due tutte insieme” e poi felici le rilasciavamo sentendoci gratificate per la bravura di averle prese. Oggi mi fermo ad ammirare il loro volo e quando sono in tante e mi pervade una gioia immensa vederle volare mentre si accendono  e spengono in quella loro danza magica. E’ uno spettacolo bellissimo al buio, mi hanno sempre data l’impressione che delle piccole stelle ribelli, fuggite dalla loro dimensione si fossero catapultate giù fino a terra per  fare “caciara” insieme a noi e poi stanche della loro scappatella riprendere la via del ritorno. Ed ora fino alla fine del mese, la sera mi godo questo spettacolo gratuito di Madre Natura che continua ancora oggi a stupirmi e rallegrarmi.

“La musica che ascoltiamo è ciò che siamo”

SARA – di Rossella Gallori

La prima volta che l’ho vista era dietro il bancone di un bar, un bar piccolo sulla spiaggia; serviva caffè a gente   assonnata ed affamata di sole, in un maggio caldo ed umido, un locale colorato dentro e fuori…un po’ Cuba, un po’ Miami e molto, molto Marina di Cecina.

Aveva, Sara,  su di sé una boutique di parole, si intrecciavano sulle   braccia nomi, tralci di fiori, piccoli animali, cuori, di alcuni tatuaggi si vedeva solo l’ inizio, sembravano piccoli ruscelli, che finivano la loro corsa tra i seni, un canyon giovane e sfacciato.

Quando mi girò le spalle rimasi ancor più colpita…un volto dai capelli arruffati mi guardava dalla sua spalla sinistra, una frase sul lato destro. Se l’era scritta addosso quel suo angelo custode, orpello inutile nei mesi invernali, protetto dalla lana e dal ritmo lento del suo respiro. Esposto nei mesi caldi a facce sconcertate, appena nascosto, volutamente mal celato,  da sottili spalline di raso.

D’altronde per Sara, quella musica era stata la sua vita, una carezza per l’anima, quella chitarra un regalo semplice e sontuoso al tempo stesso… un bacio piovuto dal cielo, un modo per essere viva, sfrontata nella sua timidezza. Sì Sara era così, la osservavo mentre bevevo un caffè troppo alto ed addentavo un cornetto pieno di marmellata di pesche…più affettuosa che curiosa, più benevola che critica…strano avevo ancora voglia di essere giovane, viva, di fare mattina sulla spiaggia, di tatuarmi qualcosa o qualcuno sulla pelle e nel  cuore, di bere un kuba libre, di far scorrere rum nelle vene, di camminare a piedi scalzi, di indossare un nulla pieno di colori,di fumare roba buona, di ascoltare musica rock, fino a non sentire più il rumore del mio respiro stanco.

In quel piccolo bar sulla spiaggia, guardando i tatuaggi di Sara avevo sentito il desiderio di tornare indietro e di rivivere tutto, con più  grinta, di riprendermi ciò che era sempre stato mio ed avevo perso per strada…con quella musica e quella frase…

LA MUSICA CHE ASCOLTIAMO È CIÓ CHE SIAMO.

 

 

Mi manca….

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Mi manca….- di Claudio Giovani

Mi manca la mia cameretta. Cameretta…4metri x4 x 4 di altezza tanto piccola non era. Mi manca la luce bianca riflessa che la riempiva, specialmente nelle mattine in questo periodo degli ultimi giorni di scuola era una luce molto fredda, chiara. Mi mancano le sue finestre alte divise in tre parti. Ricordo i mangianastri divenuti poi walkman e poi stereo con lettore cd. Quando usciva l’ultimo album dei miei cantanti, Marco Masini,Paolo Vallesi,Celine Dion andavo sempre a sedere sul bordo del letto alla testata, inserivo la cassetta tremando dalla fretta e premevo play. Ricordo il primissimo ascolto era sempre piu vivido degli altri, forse perchè il nastro era vergine. Ricordo un anno ricevetti un walkman superaccessoriatissimo per un compleanno, nero, con il minialtroparlante incorporato, stop play, ff, rw, tasto pausa e tasto rec. Una figata che niente altro sarebbe stato al suo pari.
Mi manca la strada sterrata che da qualche parte sulla Futa si immette nel bosco e dopo qualche curva inizia a scendere fino al torrente Gora. Li si apre un piazzale immenso a prato, è il campo della casa di mia zia dove ci ho passato estati fino a grande. Poco più sotto il torrente fresco con il suo ponticino e una micro pescaia dove passavo le ore a sentire il fruscio del vento fra i cipressi e latifoglie varie e il rumore dell’acqua che scorreva regolare incessante.
Mi manca la mia casa, il mio quartiere, la mia vita di allora e quella che ero convinto avrei avuto. Ricordo il giorno che l’ho lasciata per sempre. Ricordo il sole caldo che batteva sul viso mentre la macchina andava veloce sul raccordo autostradale del ponte a ema, le case che in poco tempo sparivano. Guidava mio zio, cercava di dire cose simpatiche e io piangevo in silenzio nascondendomi dietro gli occhiali.da sole. Nulla sarebbe stato piu come prima. Nulla sarebbe stato piu come programmato in tanti anni di sospiri in quella camera. Per 10 lunghi anni non sarebbe piu venuta a buttarmi giu dal letto alle 9 di mattina la mia amica Claudia. Oggi ho ripercorso tante tappe di quell’epoca costringendomi a ricordare a rivivere a riprovare le sensazioni di allora, delle cose che accadevano. Non lo so perché avevo smesso di pensarci a quei tempi ma adesso non voglio dimenticarli una seconda volta. I giri in via Gian Paolo Orsini, le domeniche mattina in chiesa, i pomeriggi all’albereta, mia cugina Sonia che voleva stare con me da piccola e io invece volevo stare dalle mie cugine Laura e Ilaria. Però se poi non c’era la cercavo. Mi sentivo importante forte nel sapere e dire ai miei compagni che anche io come loro avevo pezzi di famiglia nelle stesse strade. Potevo scorgere un pezzettino di facciata della sua casa dalla mia finestra. Ricordo che da via Coluccio per me era un viaggio passare il ponte e arrivare in via Quintino Sella dove potevo sfogarmi devastando la vita di nonna zii e cugine. Ricordo che la libertá che non avevo nemmeno con la condizionale per quanto la contestassi la sentivo confortante. Il mare aperto è bello: tre anni 18,19 e 20 anni poi anche ciao. Da quando sono stato portato via da quei luoghi mi sono perso. Un po’ Oz un po’ paese delle meraviglie ma insomma devo tornare a casa perché ho un destino da seguire, una vita da vivere e tante cose da fare. Ringrazio per aver vissuto questa giornata.

L’Isola

L’Isola che non c’è – di Cecilia Trinci

I vecchi di Maremma la chiamavano semplicemente  “l’Isola”. Dalla mia finestra si vede bene: un drago addormentato sul pelo dell’acqua all’orizzonte, la gobba più alta con Marciana che nelle giornate limpide fa vedere i suoi tetti illuminati dal sole.  Nell’insenatura che si nasconde in mare si indovina Portoferraio e lì si immaginano i traghetti che vanno e vengono, scambiando felicità e malinconia di chi va e di chi torna. La coda del drago si perde dietro Baratti, lasciando volare l’immaginazione. Una soffice nebbiolina sale su dal mare avvolgendola di una coperta di sogni. L’Isola d’Elba, che due sere fa, a cena abbiamo evocato in più modi, in più tempi, piena di immagini, di mandorli e mimose fiorite ora è qui davanti. Chiama in lontananza, come se salisse dal bosco un canto di sirene. Ritornano le parole scambiate a cena. Marciana, Capoliveri , Porto Azzurro, le spiagge della Biodola e di Cavoli, le prime a riscaldarsi sotto il sole di primavera, e il carcere, le miniere scure, i fiori e il mare grosso, le stradine, il vento e il carattere degli isolani. Un modo strano e stralunante di stare con i piedi in terra e in mare, la testa sempre nel vento che straccia  capelli e  idee, un’incertezza che va con le vibrazioni delle corde che battono contro i pennoni  e le reti che salgono e scendono lontano da riva, mentre gli orti si coprono di verdure aride e salate.  Marinai agricoltori o agricoltori marinai….chissà, strani, imprendibili, sempre lontani. Elbani. Un po’ folli, un po’ artisti, un po’ sognatori, un po’ giocolieri sotto la luna di mare, che non è  mai dello stesso bianco di quella di terra ferma. Una luna che si tuffa nelle pieghe del mare, quando non la vede nessuno, quando è nuova e giovane e si mimetizza nel buio con le stelle. La mattina presto l’Elba la potresti toccare da qua, diventa vicina, sembra di poterla raggiungere facendo solo un passo verso il blu. E ritornano allora le parole, i ricordi di età diverse: la supplenza di ragazza, il periodo di lavoro al carcere, le vacanze con la bimba piccola e su tutto sale dal pensiero un mare limpido, una gioia infinita, una bimba che ride con i bracciolini rossi e che mangia il gelato “puffo” sul lungomare di Marina di Campo. Una carrellata di secondi, brevi parole in cui in un attimo si avvolge tutta la vita. La bella Elba mi guarda dalla finestra, sognante sul mare di maggio.

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Il barattolo

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Il barattolo – di M.Laura Tripodi e il figlio Enrico Zanieri

Stava su quello scaffale da tempo immemorabile.

L’etichetta era sbiadita e mezza accartocciata, ma si  intuiva  che un tempo doveva esserci stata la figura di due pomodori pelati.

Nello spostare altre cose Luisa fece cadere il barattolo di latta che rotolò in un angolo nascosto del garage.

Qualche tempo dopo Marco, che cercava il suo pallone, vide il barattolo, lo raccolse, lo osservò e poi si divertì a sperimentare un lancio al di là del fossato che delimitava la strada del garage.

Passò ancora qualche anno, l’etichetta non c’era quasi più e la latta si era arrugginita.

Andrea vide il barattolo e cominciò a prenderlo a calci, così, per divertimento, come fosse stato un pallone. Calcio dopo calcio il barattolo, da quella bella forma cilindrica che aveva,  divenne una cosa informe e finalmente si fermò rompendosi contro il muro di cinta di un  orto. Ne uscì un liquido marroncino che si sparse nel terreno rilasciando un odore acre, non meglio definito.

Stava per piovere.

Caterina, impegnata nel suo jogging quotidiano, si fermò di colpo. Anche il liquido aveva cessato di uscire, ma lei rimase lì, affascinata, come se si aspettasse che da un momento all’altro accadesse qualcosa.

Intanto si era formata una macchia nel terreno. Il contenuto della lattina era penetrato in profondità e il pomodoro pelato di nonsisaquando era tornato nel suo elemento naturale, finalmente libero dopo essere rimasto conservato per più di  cinquanta anni.

Anzi, guardando meglio, su quel pezzetto di etichetta rimasto Caterina intravide una scritta:

“Pomodori  Maria Laura –  Raccolti e confezionati il 18 maggio 1952.” (M.Laura)

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Accanto al barattolo rotto adesso c’è una grande pianta di pomodori. Non ha alcun cartellino perché fortunatamente è nata libera in un campo e non ha quelle indicazioni di provenienza che si trovano nei vivai.

E’ cresciuta senza antiparassitari né fertilizzanti. Porta solo qualche inevitabile segno dell’inquinamento ambientale al quale purtroppo non ha potuto sottrarsi.

Non c’è etichetta , ma il campo e la natura sanno quando da quel liquido penetrato nel terreno si è formata la prima piantina:  17 ottobre 1977.

Forse qualcuno fra qualche anno si chiederà come mai in quel campo ci sono così tante piante di pomodori che crescono liberamente. La cosa certa è che all’origine di tutto c’è quel barattolo “Pomodori Maria Laura – Raccolti e confezionati il 18 maggio 1952.” (Enrico)

Emozioni rosse, bianche e verdi

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Rosso  bianco verde, emozioni in diretta – di Tina Conti

Calzettoni rossi,  maglietta bianca, casacchina verde, scarpette da calcio verde/rosso,
Il campo è uno spicchio, in contemporanea giocano altri bambini ci sono altre squadre in attesa.
Qualcuno affoga nei pantaloncini troppo grandi la taglia è 6 /7 anni.
Sgambettano attenti  dietro le indicazioni dell’allenatore.
Cambiano spesso ruolo, devono giocare tutti, si spostano sul campo
Mentre  scrivo, l’allenatore mi avverte: Giulio si è spostato nel settore vicino!
Non me ne sono accorta. Mi sposto anch’io.
Bravo, bene, no!….
Giulio si mette le mani sulla testa, ha fatto un tiro alto e ha mancato la rete.
Faccio fatica a seguire il gioco, si spostano con velocità. Ma il clima è piacevole, gli allenatori sono attenti e protettivi.
Io pur avendo vissuto in una famiglia di giocatori dilettanti e preparatori atletici non conosco le regole e non amo il calcio ma, a vedere i bambini allenarsi, mi diverto e poi mi godo il teatrino che circola intorno.
Giulio con pazienza un giorno mi ha spiegato il fuorigioco  e il calcio d’angolo e credo di aver capito.
Ora GIULIO è  in    panchina, per modo di dire, perché è seduto a bordo campo pronto  a rientrare.
Ho sentito un grido: un autogol,  poi, un goal, arriva un massaggiatore, un bambino lamenta un dolore al piede, spruzzi di acqua e massaggio, è passato tutto  si rientra in gioco.
Vedo Giulio a terra, mi preoccupo, poi la giacca dell’allenatore cade  sulla  sua testa, guardo bene,  che succede?stanno giocando, mi rilasso,
Il Belmonte ha preso un sacco di goal, io però non me ne sono accorta, seguirò i commenti del  dopo partita.
Un babbo straniero consiglia il figlio dalle tribune, si sposta continuamente
“Dai M., scatta.!rientra in campo !!”
Per fortuna  la palla sbucciata  da Giulio non  va a rete.
Rientra,!  rientra,!  vedo cheha abbandonato il ruolo di difensore   Vuole andare all’attacco, Giulio sveglia! sarà la fame ma il calo è notevole.
Vorrei dare un pestone al babbo troppo invasivo, mi toglie la visuale, grida forte e mi rovina lo spettacolo, poi la partita finisce, per fortuna. Cambio casacche, si gioco l’ultima partita. Nel settore accanto.
Intervallo, tutti a  bere dalle bottigliette gialle, ci sarà acqua o the?
Sono arrivati dei nonni vicino a me, con la sorellina piccola di un mini giocatore.
La nonna lo chiama, ma Leo non risponde,  è attento al gioco.
Giulio ora è in porta, ha preso il primo goal, mi sembra stanco, però ora ha parato e  così si prende un bravo.
Sono le 12,30  spero che finiscano presto ho ospiti a pranzo, ecco il fischio, si va a casa,
In macchina  si fanno commenti:
“Le prime due partite  le abbiamo perse ma  le ultime due vinte alla grande!! sono contento, dice il giocatore. Ho fatto sette goal! ho una  fame da morire nonna”.
A tavola, infatti,  ha mangiato due piatti di pasta, spezzatino con patate, frutta e dolce.   “Dopo mi  riposo, sono molto stanco” ha concluso il  giocatore.

Il pane non si butta

 

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Pane e pane – di Rossella Galori

lo diceva spesso, come per dare una risposta ad una domanda che nessuno le faceva: per mia madre c’era un “PRIMA DELLA GUERRA” un “DURANTE LA GUERRA” un “ CON I RAGAZZI PICCOLI”  poi buttata lì, mai casuale, puntuale e pesante, almeno per me, arrivava senza tanti preamboli…”DA QUANDO SEI NATA TE”.

La mamma avrebbe potuto fare molte cose nella vita, forse l’indossatrice, aveva un bel personale, la maestra, aveva studiato per farla, suonare il pianoforte, mi han detto che lo faceva più che bene; poi la vita l’ aveva voluta commessa un po’, infermiera molto ed operaia al bisogno…ecco si avrebbe potuto fare di tutto ma la psicologa no, quella proprio no. Quello che comunque le riuscì meglio fu recitare, per la gente, per i familiari, più che altro per se stessa.

Decretare che, dal 51 le cose erano andate a scatafascio, era per me un grande dolore, ho passato anni a domandarmi perché venivo considerata: peggio di una guerra, peggio delle leggi razziali…spesso anche peggio di una malattia. Con il senno di poi ho cercato di aggiustare tutto, cercando, con difficoltà, di non confondere un lungo periodo con una bimba che il babbo voleva Giordana e la mamma chiamò Rossella.

Si perché lei era lei nel bene e nel male. Sorrideva, quello lo ricordo bene, sorrideva, anche quando le difficoltà erano tante, troppe, per una donna sola con tre figli, l’ ho capito tardi, ed in ritardo le chiedo scusa.

Ci fu un momento “ STORICO” in cui il pacco  CIRIO  non arrivò più per mancanza di destinatario, quindi rifiutando il pacco per i PERSEGUITATI POLITICI e non essendoci grosse risorse finanziarie, entrò prepotentemente ed inesorabilmente in casa mia, IL PANE, tanto pane! Si annunciava dopo il 20 del mese, distratto e trionfante, le fornaie del viale Cadorna, erano amiche della mamma, spesso aggiungevano per me un bambolottino di pane al latte lucidino e profumato, che nascondevo, per poi ritrovarlo secco e ferito, tra i miei giochi, non lo mangiavo, lo consideravo un fratellino buono, da rispettare, un piccolo amico che non sapeva niente di me, l’ ideale.

Di una cosa però devo rendere atto a quella donna chiamata mamma, era piena di fantasia…cucinava da Dio ed anche con il pane devo ammetterlo ci sapeva fare, presentava tutto sempre al meglio.

Al mattino affettava il pane sottile, sottilissimo, lo  metteva sulla griglietta, aspettava che fosse tiepido, lo imburrava e zuccherava,  poi cambiava la decorazione del piatto in base alla stagione, petali di peonie, di rose, una ciliegia, un bigliettino con un buongiorno un po’ unto ma solo suo. Noi sorridevamo il  giusto, capivamo come sarebbe andata a finire PANE…PANE E PANE.

Ed infatti all’ ora di pranzo spuntavano i crostini con la pasta d’ acciughe, marca Balena, “la migliore” sottolineava trionfante,  antipasto, sottolineava, e poi era minestrone magari, con qualche pezzettino di pane..

A merenda pane e marmellata, quella dei vicini sempre e “siculamente “ di arance…e a cena caffellatte e……no dai , Vi lascio indovinare!!!

Faceva miracoli, il pane fritto così bollente e dorato, lo sformato di pane e latte dove nei casi più fortunati si  affacciava un po’  di mortadella, il fiore di pane messo su un piatto, con le mezze fette a mo’ di petalo e la salvia fritta, le palline di pane zucchero e ricotta, con lo stecchino, regalo dell’estate, un lecca lecca fragile e fresco…

 

Mi perdo stamani, e non solo nei ricordi, non ci fu mai tristezza, questo è vero, nelle sue panzanelle, nelle sue pappe al pomodoro, nel suo pane abbrustolito, nel suo elegante modo di metterlo in tavola, sempre e solo un sorriso e pane, pane….

Ricordo la sua risposta, alle domande dei miei fratelli: oh mamma ma un toast?

Lei tirando su lo sguardo, che spesso era una sfida: mica siamo americani…..

E raramente se  veniva detto: mamma, sempre pane??!!

La risposta aveva gli occhi leggermente velati: ce lo avesse avuta il nonno una fetta di pane in tasca…..laggiù!

Ed a questa risposta non ci dovevano essere repliche, questo, nei miei silenzi di bambina lo avevo capito ed ancor meglio lo capisco oggi che non ci sei più, a volte mi sembra da sempre, altre da mai…perché la vita è un po’ cosi, per un pezzo di pane si campa, ci si strozza, si sorride, si piange, si ama e si odia…ma più che altro si ricorda, come adesso che la mia fetta di pane brucia, mentre scrivo su un coso che tu avresti definito, una macchina da scrivere inutile e silenziosa, sbruciacchiato si, ma lo mangerò ugualmente, perché lo dicevi sempre  IL PANE NON SI BUTTA….poi sognando girerò lo sguardo e ti vedrò arrivare… ma dove sei stata? Ah già a comprare il pane……..