Dalla frase di A. Munro: Nadia

Pietre nello stagno – di Nadia Peruzzi

Cercò di metterci una pietra sopra ma quella si rifiutava di fare da coperchio al passato

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Nel corso della sua vita ne aveva collezionate tante di pietre. Piccole, grandi o minuscole. Dipendeva dalle circostanze, da come si sentiva, da quello che il mondo attorno a lei le presentava come difficoltà, ostacoli, incomprensioni, insoddisfazione, o vera e propria infelicità. Su ogni pietra aveva scritto una data, per ogni momento particolarmente duro, un po’ per autolesionismo e un po’ per cura. Secondo lei averle sottocchio in quel grande contenitore di vetro era una spinta per risalire dal vortice e dai lacci che la tenevano stretta impedendole di spiccare il volo. Ci aveva provato a trovar ristoro nelle classiche chiacchiere con uno psicologo ma si era chiusa a riccio. Pagare profumatamente qualcuno che si faceva i fatti suoi non stava nelle sue corde. Le pietre erano molto meno impegnative ma le percepiva come più efficaci.  Si era sempre sentita una signora Nessuno e lo era stata nella realtà.  Veniva da una famiglia difficile. con un padre ubriacone che picchiava più spesso di quanto non parlasse, una madre che subiva, povertà da tagliare a fette.  I suoi vestiti di seconda e terza mano a scuola erano il suo biglietto da visita da paria, sfigata e perdente.  A quel tempo ancora non aveva iniziato a collezionare pietre, si era adattata a meccanismi di autodifesa e cura più spiccioli.  Il pugno sul naso di Ida dopo l’ennesima angheria era stato epico e liberatorio. Le costò un rapporto e qualche giorno di sospensione ma fu anche una scintilla nel suo mondo oscuro e depresso.  La signorina nessuno stava iniziando il suo percorso di resistenza e reazione.  Sapeva che non avrebbe potuto usarlo per sempre come metodo. Ma la sua autostima fece un salto di qualità. Con quel pugno disse prima di tutto a sé stessa “io ci sono. Farò in modo che lo teniate a mente”! Gli anni della scuola passarono velocemente e nessuno si azzardò più a bullizzarla. Era la più brava della classe e ai vestiti nessuno faceva più caso.  Si ritrovò nell’età adulta quasi senza accorgersene. Suo padre se n’era andato di casa, lei iniziò a lavorare ma dovette trasferirsi in una città diversa da quella in cui era nata.  I sassi nel contenitore erano aumentati, ma li sceglieva ormai solo per le cose importanti. Quelle che facevano male veramente. Le piccolezze, gli screzi con le amiche invidiose o invadenti, le false per natura li considerava da tempo ormai retaggi di ripicche da scuola materna. Non aveva senso scriverci sopra date per ricordarsi di quanto era successo.  Non poteva star dietro a queste scemenze. Se questo comportava perdere qualche contatto non si piangeva addosso. Voleva solo persone che la facessero star bene. Troppo breve l’attimo fuggente di una vita per perdere tempo prezioso cercando di ricucire tele che altri disfacevano puntualmente.  Ogni passo avanti nella consapevolezza di sé. del suo valore, delle sue qualità la indusse a fare un ulteriore passo.  Decise un giorno di mettere le mani nel grande barattolo in cui stavano le pietre dei ricordi. Giudicò cosa buona fare una bella pulizia. Leggendo alcune delle date che aveva scritto si rese conto che non si ricordava nemmeno a cosa si riferissero.  Segnavano solo il tempo della fase autolesionista che era stata la sua maledizione per anni.  Via tutte una dopo l’altra. Decise. Le lanciò nel piccolo stagno dietro casa i cerchi nell’acqua avevano un che di liberatorio.  Una rimase, tuttavia. Era la più grossa. Sua madre. Non la vedeva da anni ormai e non ne sentiva la mancanza. L’aveva sempre subita fino da piccola. Troppo esigente. perfezionista. mai contenta di lei. Tante troppe volte era arrivata a chiedersi se l’avesse voluta veramente. Era anaffettiva per eccellenza. mentre lei per contrasto bramava coccole. abbracci. sguardi pieni di dolcezza al posto di occhi che l’avevano fissata sempre come lame affilate quasi a colpevolizzare la sua stessa esistenza. Mentre guardava quell’unica pietra rimasta e la data che ancora si poteva leggere sentì una stretta allo stomaco. Rivisse l’ultima discussione con lei.  La ricordava in piedi in mezzo al corridoio. Non urlava, accoltellava con sistematicità usando parole cattive, piene di un risentimento assoluto. Era la lucidità di un sicario che non lasciava spazio ad una ricomposizione fra loro.  Ogni linea varcata virava dritta verso l’irrimediabile. Uscì di casa per non tornarci più. Lo fece senza sentire rimpianto o senso di colpa. Non c’era altro da fare per lei.  Seppe che sua madre era mancata poco tempo dopo essersi trasferita. Non tornò indietro nemmeno per il funerale ma non riuscì a gettare quella pietra nello stagno dove erano affogate tutte le altre. Ogni tanto ci provava, ma poi la rimetteva al suo posto nel barattolo dove giaceva da anni.  Era ancora pesante come un macigno e lo sarebbe stata per sempre.

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Autore: lamatitaperscrivereilcielo

Lamatitaperscrivereilcielo è un progetto di scrittura, legata all'anima delle persone che condividono un percorso di scoperta, di osservazione e di ricordo. Questo blog intende raccontare quanto non è facilmente visibile che abbia una relazione con l'Umanità nelle sue varie espressioni

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