Fiori e sapori – di Elisabetta Brunelleschi

Sapori, sapori, sapori … e volo lontano, molto lontano.
Dalla fine dell’inverno sino a primavera inoltrata non c’era erba o fiore del giardino che la bambina non avesse assaggiato.
Adorava il sapore fresco ed aspro dei gambi del trifoglio.
Dei gerani a edera assaggiava talvolta le foglie, ma non erano tra le sue proferite, avevano un gusto troppo intenso e pastoso.
I fiori viola delle mammole, che già a febbraio spuntavano vicino alla ceppa dell’olivo, avevano un sapore morbido e leggero. E mentre li masticava, insieme al sapore, si diffondeva nella bocca anche il loro delicato profumo.
A fine aprile il pergolato si copriva di roselline gialle, emanavano un tenue profumo ed attiravano numerosi insetti. Ne coglieva due o tre e le assaggiava. Ma i numerosi petali le si appiccicavano sulla lingua e sul palato perciò, dopo averne gustato il saporino dolciastro, finiva per sputacchiarli.
Verso maggio sui i rami sinuosi del gelsomino apparivano tanti imbutini bianchi con cinque petali a stella, dal profumo intenso e inebriante. Ma quelli lei quei fiori non li mangiava, con due dita li staccava e ne succhiava il nettare, un goccino umidiccio, quasi inconsistente, dal sapore dolcissimo. Era quel ciucciare una gara con gli insetti che al crepuscolo ronzavano intorno alla siepe e con la leggerezza di una ballerina infilavano dentro i fiori una lunga, finissima proboscide. Per pochi secondi restavano come sospesi, sbattendo velocissimi le ali, poi ripartivano sazi del dolce bottino. E così di fiore in fiore sino al calare del buio. Dove passavano loro il nettare scompariva e la bambina il giorno dopo rimaneva delusa, nei suoi assaggi mancava la dolcezza! Doveva staccare più e più imbutini prima di ritrovarne uno che ancora custodiva il goccino di nettare.
Primavere ormai lontane, quando i profumi dei tanti fiori si mescolavano all’aria tiepida della sera. Venti gelidi cancellavano il caldo del meriggio e l’azzurro si vestiva a tratti di bianco o di grigio.