Il soffritto del ragù – di Rossella Bonechi

Prima arriva l’aroma del timido sedano fatto a pezzetti poi emerge un po’, ma per pochi attimi, l’odore testardo della carota a rondelle ma quando la Regina Cipolla sente l’abbraccio bollette dell’olio, non ce n’è per nessuno: lei pervade, sovrasta, domina qualsiasi angolo della cucina quando è il momento del ragù.
Quell’odore per me vuol dire casa, vuol dire gioiosa attesa di una domenica tutti insieme a litigarci il mestolo da leccare. Lo so che bisogna chiudere le altre stanze, che bisogna lasciare uno spiraglio aperto di finestra, che forse anche i capelli alla fine puzzeranno di soffritto ma dare il cambio alla nonna a girare il tegame “sennò si attacca” rimane il ricordo del mio premio più ambito: mi sentivo grande in piedi sulla seggiolina, mi sentivo utile a creare qualcosa di buono.
D’inverno i vapori della cucina appannavano i vetri e mentre ci facevo cuoricini con le dita vedevo riflesse le pentole, il bagliore del gas, il mestolo dondolante dalla cappa. Non ricordo odori sgraditi ma si sa che la memoria sceglie e fa una selezione anche dei ricordi.
La consapevolezza della difficoltà di metterci qualcosa dentro in quei tegami è arrivata certo solo crescendo ma a quel punto eravamo già in pieno boom economico: il pane bianco non era più un lusso, l’olio non si lesinava a cucchiaini e il pane bagnato con lo zucchero era ormai soppiantato dal Buondì Motta. Ma si continuava a cucinare fortunatamente come prima in casa mia e tutti, da brave forchette, non disdegnavano né la pappa al pomodoro né la panzanella.
Ora il ragù lo faccio io e brontolo se qualcuno dice di chiudere le porte perché il puzzo di soffritto entra dappertutto; mi dispiace per loro ma per me non è un odore sgradevole: è un ricordo forte, non obiettivo di testa né nobile di cuore, ma umile, modesto e povero di naso. Fare e dare da mangiare a qualcuno, che sia un affetto o no, per me è averne cura, è un accudimento profondo, è un abbraccio grande e ancestrale.