Il gusto e le emozioni: Nadia

L’acquerello – di Nadia Peruzzi

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L’Acquerello. Se chiudo gli occhi lo vedo ancora il bicchiere mezzo pieno di un liquido che era e non era, ma che alla mia età di allora aveva il gusto del proibito. Si sapeva che era il vino dei bambini, e che il vino vero spillava prima. Quello era un tornar sopra alle vinacce con un po’ di acqua e una spremitura finale, tanto per fare e non buttar via nulla. Solo dettagli: che ci importava delle lavorazioni? L’importante era sapere che veniva dall’uva, a noi bastava. Il bicchiere era su un tavolo di legno che quasi riempiva la stanza. Quel liquido viola pallido versato senza esagerazioni, sembrava aspettarmi ogni volta che andavamo a trovare Armido, nella grande casa di contadini poco fuori il paese. Era il mio tutto. Non c’erano dolci, erano il lusso della domenica, quelli. Qualche volta un po’ di pane con l’olio nuovo quello un po’ pizzichino che mi piace ancora tantissimo. Delle chiacchiere che sentivo attorno captavo frammenti. Rumori di fondo accompagnavano quello che per me era un vero rito. Se ci penso, torno a quella stanza avvolta dall’ombra. Al primo sorso colpiva la sensazione di fresco, di leggero. Era un liquido sincero nella sua semplicità, un po’ acidulo, fermo e tanto tanto buono. Andava giù come fosse acqua e non dava alla testa e cosa più importante non aveva il sapore sciapo del vino annacquato. Aveva la sua personalità senza dover fare compromessi. Lo centellinavo, sorso a sorso, anche perché sapevo che non ce ne sarebbe stato un altro bicchiere. Quello era e quello sarebbe stato. Aveva un che di magico quel rito, per questo cercavo di farlo durare il più a lungo possibile. Sorsi piccoli, e tanta paziente attesa fra l’uno e l’altro che accendeva ogni volta il piacere di ciò che sarebbe arrivato dopo. Mentre lo bevevo era come sentirsi prendere per mano per avviarsi sulla strada dei grandi. Ogni tanto guardavo verso la nonna. Lei mi sorrideva. Ci capivamo anche a distanza.  Mi sentivo importante con quel bicchiere in mano. E lei sembrava che sentisse quel mio “ ci sono anche io, e mi preparo ad entrare nel regno dei grandi. Intanto mi lecco i baffi con questo vinello da bambini, ma poi..”. Poi astemia fino a 25 anni. A quanto pare nella partita fra acquerello e vino era il primo che aveva avuto successo. Sapeva di nonna, di semplicità, di atmosfere quasi da favola. In quella penombra, nella grande stanza, le fiabe italiane di Calvino che stavo leggendo, prendevano vita. La moglie di Armido era tutto meno che “gobba, zoppa e collo torto”. Era piccola, chiacchierina e tutta pepe. In quelle fiabe ci sarebbe stata benissimo.

Il gusto: emozioni di Luca

Il burro del buongiorno – di Luca Miraglia

Il nuovo giorno scricchiola giù dalla soffitta mentre il profumo del caffè scivola leggero su per le scale rugose di nodi e schegge.

Da sotto il piumino si sente il battere ritmico nel mastello: è già l’ora del burro fresco e spumoso dalla prima panna di giornata.

In un attimo sotto il palato il senso morbido delle erbe di montagna misto al gusto grasso del latte fresco. Su tutto si aggiunge la calda fragranza del pane appena sfornato e steso sulla tavola a freddarsi il giusto.

E allora giù a precipizio, con il corpo ancora mezzo addormentato ma con i sensi già vigili, per farsi abbracciare dall’amorevole cura dei gesti saggi e antichi che stanno apparecchiando l’alba: una ciotola di caffè “furbo”, due grandi fette di pane scuro ancora tiepido e burro appena montato in riccioli che paiono batuffoli di luce.

Buongiorno mondo!!

Incontro del 12 marzo 2026: il cibo e la scrittura

“Ogni spezia ha un suo giorno speciale. Quello della curcuma è la domenica, quando la luce gocciola burrosa nei barattoli di latta che se ne imbevono fino a splendere, quando si pregano i nove pianeti perchè ci concedano amore e buona sorte. La curcuma, chiamata anche halud, giallo, il colore dell’alba e dello squillo delle conchiglie suonate sul far del giorno […]. Sì, sussurro, dondolando al ritmo delle parole. Sì. Sei la curcuma, scudo ai dolori del cuore, unguento per la morte, speranza di rinascita”, scrive Chitra Banerjee Divakarumi nel suo La maga delle spezie.

Chocolat di Joanne Harris:

“Nei sogni mi rimpinzo di cioccolatini, mi rotolo nella cioccolata, e la loro consistenza non è friabile, ma morbida come carne, come migliaia di labbra sul mio corpo, che mi divorano a piccoli morsi palpitanti. Morire a causa della loro tenera ingordigia mi sembra il culmine di tutte le tentazioni che abbia conosciuto”. 

Ma anche alchemico:

 “C’è una sorta di alchimia nella trasformazione della cioccolata di base in questa pirite di ferro, la magia di un profano che anche mia madre avrebbe apprezzato…se non fosse per il calore dei fornelli, le pentole di rame, il vapore che si innalza dalla copertura che si scioglie. Gli aromi di cioccolata, di vaniglia, del rame scaldato e della cannella che si uniscono danno alla testa, sono molto invitanti”.