LA RUGA CHE HO PIANTO, LA VOCE: LA MIA E LA TUA – di Nadia Peruzzi

Ho pianto quando te ne sei andato. Molto anche prima, quando la sentenza non lasciava più speranze. Un pianto dirotto ma silenzioso, trattenuto a pesare sul cuore. Quando si ha una figlia piccola ti devi nascondere per lasciarti andare. Hai paura di aggiungere dolore al dolore di chi ti è rimasto accanto. Non c’era tempo di seguire le rughe che erano appena agli inizi, e erano una ragnatela sul viso che si bagnava di lacrime, ma di fronte agli altri non ne doveva rimanere traccia. La vita doveva andare avanti. Costretta ad assumere due ruoli difficili da tenere insieme, perché quello che sapeva tessere tutte le tele della ricomposizione, anche di qualche litigio, eri tu. Quanta invidia, e quanta rabbia, si proprio rabbia, quando spesso per strada o nei viaggi che abbiamo continuato a fare in due, incontravamo quei terzetti che si tenevano per mano e scherzavano e ridevano con in mezzo un piccoletto che teneva la mano di tutti e due. Il tempo guarisce le ferite, dicono. Ma non è vero. Quando meno te lo aspetti basta un ricordo anche piccolo a riaccendere, anche accanto a immagini belle di noi il dolore acuto dell’assenza. Come era la tua voce? Come era la mia allora? Ricordo tanto del bello che abbiamo fatto insieme, ma quelle non le ritrovo. Ho le foto che mi riportano a quei momenti e a te come eri. Ma parlano per immagini. I suoni, le voci si sono spezzati e svaniti, come la tua vita interrotta troppo presto.