Incontro alla Carrozza 10 del Teatro Comunale di Antella del 3 novembre 2022

con Cecilia Trinci

foto di Lucia Bettoni, Nadia Peruzzi e Cecilia Trinci

Le cartine tornano protagoniste.

Inventare una storia dallo stesso incipit e farsi aiutare dalle nostre cartine magiche.

“E poi c’era brutto tempo. Arrivava da un giorno all’altro, una volta passato l’autunno”
(Hemingway)

La città impazzita di colori di Rita

Circhi di colori – di Rita Angeloni



La mia e’ una citta’ grande, grandissima. Fatta di  tanti palazzi, chiese,
basiliche, piazze con famose scale che  salgono e c he scendono, con grandi
spazi e tanti uomini e animali colorati. Uomini bianchi, gialli, rossi e
scuri. Gatti verdi, viola e arancioni che vivono tra i ruderi. Giardini con
alberi rossi, laghetti arancioni e case antiche e moderne con imposte viola.

Strade come circuiti di arcobaleno, scene spettacolari, artisti abili e
spericolati, numeri emozionanti di animali piu’ o meno feroci.

Lo spettacolo comincia con un numero equestre sbalorditivo. I cavallerizzi
e le cavallerizze non montano  cavalli ma, irrompono in pista in groppa a
pezzi d’epoca. Statue grigio marrone, colonne bianche, archi di trionfo
verdi, anfiteatri gialli, grandi viali, palazzi istituzionali rossi e a suon
di frustate li fanno volteggiare, saltare, impennare con effetti magnifici,
anche il numero degli acrobati e’ una assoluta novita’.

Lo eseguono a pezzi di chitarra, di panchine colorate, di laghetti a sfera,
di giardini imbizzarriti, di lampioni involutati.

Non se ne e’ visto uno piu’ pericoloso: l’orizzonte doveva volare da un
trapezio all’altro. A venti metri di altezza, senza rete di protezione con il
suo colore giallo arancione e la sfera solare al centro, accecante sopra
decine di cupole, eleganti cornici, modanature  del barocco fiorito  di vari colori danzano su un filo  di acciaio, balletti dell’iride, sette colori sette, come gli
originari colli, sgambettano sulla pista  al suono di ritmi frenetici, si
esibiscono come pagliacci. Si prendono a bastonate. Si rovesciano secchi
d’acqua addosso. Si rotolano per terra.

Il rosso fiamma, il verde bandiera e il violaturchino saltano da una
basilica all’altra.

Dallo Stadio dei Marmi al Circo Massimo e ad un altro ancora grande tempio
attraversano domus antiche che ricordano ancora grandi fuochi.
Incredibile!! I pensieri e i ricordi di colore verde, rosso, giallo si
ricorrono e si intrecciano sulle strade, sulle case e sui  monumenti.
I ragazzi cominciano a prendere al volo manciate di terra, la modellano
come plastilina, fanno ometti gialli , rossi e tanti altri colori, case con
tetti rovesciati, auto variopinte degne dei piu’ scatenati rally su  strade
ondulate.

Spettacolo straordinario!!
Entrata nella mia casa, non riesco a staccare gli occhi dal soffitto.
Tutto l’azzurro del cielo e’ la’ sul soffitto ed e’ un azzurro
incredibilmente denso perche’ tutto il colore della mia vita e’ la’,
sull’intonaco.





Città del Nord negli occhi di Nadia

Il Nord, che torna e che va – di Nadia Peruzzi

foto di Nadia Peruzzi (e una di Lucia Bettoni)

Sono da Grande Nord ed è per questo che dopo 12 anni e alle soglie dei 70 sono di nuovo qui, fra questi panorami, a girare attorno a quelle casette di legno di tutti i colori pastello che si possano immaginare, a quei verdi di alberi e di arbusti che andrebbero conosciuti per nome uno ad uno.

E che dire dei palazzi doppi di Alesund?

Sembrano avere due vite, una sopra e una sotto e dentro l’acqua. La luce li riflette e moltiplica finestre, tende, terrazzi in un gioco incredibile di rimbalzi. Doppi i palazzi, quasi a segnare lo scarto fra il prima e l’oggi e le due me che hanno avuto la fortuna di vederli in tempi diversi.

La prima fu una corsa notturna, fra uno sbarco e un reimbarco .Era mezzanotte quando arrivammo e un quarto alle una quando la dovemmo salutare nella luce di una notte che non aveva nessuna voglia di finire.

La seconda volta, adesso, in una esplosione di luce notturna  e diurna quasi invadente, sicuramente destabilizzante per chi come noi è abituato a ricaricarsi col buio.

Poi ci sono loro . Le magiche, le mitiche. La meta vera di tutto questo viaggio 12 anni dopo.

Queste imponenti isole montagne o montagne isole o in qualunque modo le si voglia definire.

Appena cominciano ad apparire brumose e in lontananza la mente corre dissociata. Da una parte la più razionale e probabile “deriva dei continenti” che le ha abbandonate lì perché il loro viaggio lì doveva fermarsi.

Dall’altra però non può mancare il pensiero verso l’irrazionale e birichina divinità che in un giorno lontanissimo si è presa la briga e per puro divertimento di dar loro una forma, quella forma, decidendo che il loro posto doveva essere lì in quel mare. Dovevano rincorrersi per chilometri, intersecarsi in incastri improbabili a volte, darsi la mano come ballerine di fila o soldati schierati, ma da esercito pacifico e a guardia delle coste non troppo distanti. Non certo messe lì per offendere nessuno.

La natura è la sovrana. Noi ospiti che dobbiamo cercare il più possibile di non essere invadenti.

Ci sono silenzi che è un delitto violare, scenari che pretendono il rispetto dovuto anche quando vorresti scattare a raffica foto su foto.

Sei tu, senza filtri a dover guardare direttamente, in un gioco di rimandi fra te e l’infinito.

In qualche caso è un vortice di sentimenti che si accendono, in altri una frase o un titolo di un libro o una canzone a tornare alla mente e nel cuore anche solo per placare o curare emozioni così forti da far paura . Con l’infinito che si fa concreta visione, la nostra finitezza come esseri umani è la mano nodosa della strega di Biancaneve che ti ghermisce il cuore e fa saltare ogni equilibrio e ogni razionalità.

A Kabelvag, ultimo paesino visitato, di fronte ad un mare placido punteggiato di rocce e orlato in lontananza da blocchi di montagne e una linea dell’orizzonte in cui mare e cielo sono tutt’uno, a farmi compagnia c’erano i Pink Floyd con la loro “Shine on you crazy diamond”. Non solo per la canzone in sé ma per la foto  che ho in mente da più di 40 anni ormai e si trova nel retro del contenitore del disco in vinile che ho da una mezza vita.

Foto strana .Tanta acqua, tante rocce, acqua e cielo che si confondono. Un uomo è capovolto . Perpendicolare, spunta dall’acqua solo dal costume in su. Il suo doppio è riflesso in uno scenario di primordi. L’alba di una civiltà ancora più suggestiva del bestione che colpisce e fa alzare in aria quel frammento di osso in 2001 Odissea nello spazio.

Io non ero capovolta. Non ero neppure nell’acqua. Davanti a quel che stavo vedendo ero una me privata di gran parte di me. Spogliata di tutto, di una storia personale e collettiva, di tutti i miei anni. Senza fiato, riportata all’essenza, trascinata dentro gli albori di una civiltà e di un mondo. Io come in un ventre molle, materno placido come non mai, solo acqua attorno, sopra e dentro di me.

Primordi, regno di luce, del rosa dei tramonti che durano fino all’alba in un moto del sole che non tramonta mai .L’adrenalina fa il suo, fa fare anche cose un po’ pazze visto che il sonno se arriva se ne va anche presto e a mezzanotte o all’una e mezzo, in pigiama ti trovi a prendere la macchina fotografica per provare a catturare quei rosa sulle montagne su cui il sole riflette ancora la sua forza .

Si sua maestà il sole . Che qui non è un sole normale. Ma Sole di Mezzanotte è da scrivere in maiuscolo. Lo devi andare a cercare nelle spiagge che guardano verso il mare aperto, verso nord. Quando si ha la fortuna di una notte senza nuvole, lo spettacolo è superbo.

Resta appeso al cielo senza alcuna voglia di scendere sotto la linea dell’orizzonte e,ci sto pensando adesso, forse perché da quelle parti la voglia di farsi compagnia con la luna prende anche a lui. Insieme non li abbiamo visti in verità, non è detto che in qualche punto che non sappiamo e fuori portata non trovino il verso di stringersi la mano.

Il sole è invadente anche a tarda notte. Ma è una invadenza rassicurante e benevola. Lo si capisce quando tutto si fa grigio e senza vita in una eclisse totale quanto sia benefico per alimentare il ciclo della vita in ogni parte del globo.

In questo tutto ci sono io che ho sognato di fare questo viaggio e proprio come son riuscita a farlo. Invecchiata nel frattempo, ma pronta a riaccendermi e a non sentire stanchezza quando un orizzonte si riapre.

Altrimenti che cavolo di Sagittario sarei!

Ci sono io che nelle foto vengo uno schifo, non rido mai e faccio le facce. Io che non sono fotogenica da mai e se mi metto in posa è pure peggio. Mancano gli altri occhi quelli che sapevano guardare attraverso la macchina fotografica e le sue inquadrature fin dentro la mia anima. Mi inquadravano senza che me ne accorgessi spesso e volentieri, e trovavano il punto e l’angolazione per farmi pure un po’ bella. A volte mi sento persa a osservare in solitudine tanto splendore, senza poter condivider anche solo con un cenno e uno sguardo l’emozione che ti sopraffà fino a destabilizzarti.

Gli amici o le amiche in questi momenti perdono la loro forza di supporto e conforto. Gli occasionali compagni di viaggio si riducono a comparse.

Il senso di vuoto da fastidioso rischia di diventare incombente. Non mi basta il mio occhio. Mi mancano tremendamente gli altri .Quelli che mi hanno guardato con amore . Gli occhi del cuore che decidono l’inquadratura di te nel panorama e la foto che ne viene fuori. Occhi che anche nei silenzi riescono a parlare di interi mondi rendendo vive emozioni che tu hai aggrovigliate in un viluppo dentro di te e fatichi a far emergere.

Come si fa a imparare a lasciare andare i morti? Si può? E’ giusto?Non lo so e so che non lo imparerò, né lo voglio imparare.

Per questo tornano con prepotenza e scavano fossati di fragilità e insicurezze.

Le foto che ho fatto parlano un linguaggio gioioso di colori e luce. Eppure…

Sarà il covid certificato al ritorno, sarà la carica adrenalinica che ha fatto flop dopo giorni anche stancanti, sarà che a fatica riesco a spingere tristezza e ricordi brutti nei cassetti di fondo dove fanno meno male, sarà che ieri sarebbe stato il tuo 69esimo compleanno e questo viaggio lo avremmo fatto sicuramente insieme, sarà un po’ tutto questo a farmi sentire irrimediabilmente una barca con le vele un po’ afflosciate che attende un nuovo colpo di vento per riprendere il largo, dietro al sogno di un nuovo orizzonte. 

La città di Daniele non più visibile

La mia città invisibile – di Daniele Violi

La mia città è invisibile, la mia città che ho amato e che non mi esce dalla testa non la trovo, non la vedo più. Andavo dentro la mia città a scoprire spazi e luoghi nascosti dove la vita ha calcato i suoi passi, la vita di generazioni che hanno chiesto alla mia città di essere protetti, di essere per loro di stimolo per continuare a credere nella bellezza, la bellezza delle intelligenze. La mia città che mi ha proiettato con la sua gente e la sua cultura, le sue pietre, nell’iniziare a conoscere il mondo, le altre genti, le altre culture, le altre pietre. Si è spenta poi la fiamma che era accesa e mi riscaldava le mie emozioni che sono ora assopite da nebbia e fumo come negli inferi, salgono e si cospargono ogni volta che mi avvicino alla mia amata. La sua bellezza connotata, il desiderio di vivere e scoprire anche più volte le  parti più vissute, i vicoli e strade vecchie con i suoni i profumi, la serietà dei palazzi costruiti da mani esperte e valenti e progettati per distinguere la potenza di una città, ma sempre nella bellezza artistica dei rilievi e delle sue originalità. La forza di questa città che mi ha conquistato il cuore, ora è svanita, mi trova lontano, solo il sentimento di amare si incrocia con la mia esistenza fortunata perché vissuta con la mia amata bellezza, in un connubio che mi ha sempre stimolato, dove la materia e la creatività di uomini e donne, menti antiche e visionarie, con la natura sempre hanno convissuto. Oggi la mia città  non ha più forza, più entusiasmo per continuare ad essere felice. Si lascia andare, chiude gli occhi, non vuole vedere l’inferno che cresce attorno e dentro di Lei. Questo mi dice la mia amata città e anche io soffro di questo malessere e talvolta cerco di proteggerla standoLe vicino, ma mi accorgo che solo il ricordo delle emozioni vissute mi rimane e mi consola.

Una verità di Nadia nascosta dentro una fiaba

LA CITTA’ NELLA CITTA’  – di Nadia Peruzzi

Ci arrivò a cavallo,dopo un lungo peregrinare. Fra strade polverose, ponti, fiumi da guadare ma impetuosi e pieni di rapide,insidie notturne come quella volta che si era svegliato sotto gli occhi gialli e cocenti di un branco di lupi. L’aveva aiutato un pellegrino che dopo aver percorso per anni la via di Damasco,aveva deciso di spostarsi sulla via Francigena per provare il brivido di altri scorci,altri tramonti,altra vegetazione.

Cercava pace e tranquillità come lui, che col suo ronzino vagava per ogni dove alla ricerca di un’oasi che ancora non era riuscito a trovare.Gli mancava un posto da chiamare casa.

Aveva attraversato pianure rigogliose e deserti aspri. Si era inerpicato su montagne da cui gli era sembrato uno scherzo riuscire a toccare il cielo. Ma da quel suo vagare, non ne aveva tratto alcun beneficio. Aveva conosciuto molto del mondo attorno a lui,moltitudini festanti ed eremiti alla ricerca di sé stessi e di un senso per la vita di tutti gli altri. Si era perso fra belle ragazze dalle lunghe ciglia, pelli bianche come neve e labbra rosse come rose bagnate di rugiada mattutina. Non era stato facile staccarsene. Era riuscito a farlo comunque.

Nulla lo appagava.Aveva un ‘anima inquieta che lo spingeva a cercare senza sosta il luogo dove placare il suo disagio,la sua voglia di scappare da tutto e da tutti.

Il cavallo ebbe uno scarto al limitare del bosco,poi si fermò.Lui fu costretto a riprendersi dal torpore che lo aveva fatto quasi addormentare.Tornò vigile e la vide,mentre la nebbia mattutina si alzava lentamente.

In alto sulla collina,scorse mura e bastioni poderosi.Aveva la storia davanti agli occhi.Percepì,quasi come se la vedesse,tutta l’umanità che si doveva essere avvicendata nel corso dei secoli per regalare all’occhio di uno straniero una costruzione così magnifica da lasciare senza fiato.

Trovò il sentiero che si inerpicava verso l’alto. Si ritrovò circondato di magia. Giardini fioriti,giochi d’acqua,tanta acqua. Grandi vasche da poterci fare il bagno dentro,riflettevano forme architettoniche che non aveva mai visto fino a quel momento.Filari d’alberi d’arancio e di bergamotto spargevano il loro profumo inebriante.

“Sono arrivato in paradiso! Sono morto e non ho fatto in tempo ad accorgermene!”Si pizzicò forte una guancia. Era vivo,non c’era dubbio.E il panorama non cambiò.

Anzi alla sua sinistra vide emergere in tutta la sua possanza la rossa fortezza.Prendeva tutta la collina. Possente ed elegante insieme e mai in vita sua aveva pensato di poter usare insieme questi due aggettivi.

Ci aggiunse un mirabile e paradisiaca tanto più che nemmeno nel più bello dei suoi sogni gli era mai apparso nulla di simile.

Lasciò i giardini con i giochi d’acqua e si diresse verso la fortezza.

Era attraversato da emozioni così forti che non riuscì a trovare nel suo vocabolario nessun aggettivo che l’aiutasse a descrivere quel che vedeva.Attraversò un grande arco,poi un cortile e anche lì si ritrovò in un mondo di acqua,tanta acqua in vasche enormi, zampilli di fontane a formare cascatelle,rugiada che scivolava dagli alberi in una pioggerella fine fatta quasi di fili dorati.

E fiori e frutti.Tantissimi frutti.

Attraversò saloni con pavimenti e soffitti come ricami.Di fronte ad una grande fontana,circondata e quasi protetta da 12 leoni provò un senso di vertigine.Attorno,a limitare lo spazio e la vista gallerie e colonne,capitelli,stucchi con scritte in una strana grafia che non aveva nulla a che vedere con ciò che il suo aio gli aveva insegnato in gioventù.Era in una altro mondo che aveva poco a vedere col suo di prima.Dovette appoggiarsi alla fontana per riprendersi dallo sbandamento che lo aveva colto.

Attorno non c’era nessuna persona.Il sole stava spazzando via anche l’ultimo velo di nebbia,mentre ogni cosa prendeva vita con lentezza liberandosi man mano dalle languidezze della notte appena trascorsa.

L’aria cominciava a farsi calda e recava con sé nuovi aromi.Riconobbe il mirto,l’amaro del bergamotto,il profumo penetrante delle giunchiglie e dei fiori d’arancio.

Cadde  in un sonno profondo.

Si risvegliò quando un profumo di gelsomino ebbe la meglio su tutti gli altri.

Si trovò di fronte due occhi grandi e profondi.Neri con pagliuzze dorate e ardenti come solo un tizzone infuocato sa essere.

Una ragazza bellissima lo stava guardando con grande curiosità.

Vestita di mille e mille colori,tessuti preziosi e veli impalpabili. Sui capelli neri una coroncina di mughetti che la faceva sembrare un angelo.

Si convinse di essere arrivato in paradiso.

Nella sua educazione fin da bambino inferno e paradiso era stati presenti,come monito uno,e salvezza eterna l’altro.Il guaio era che era dopo la vita terrena.Lui voleva viverlo in terra,invece.

Perdendosi in quegli occhi di ragazza,capì di averlo finalmente trovato il paradiso in terra che cercava.

Fra genti che non erano uguali a quelle della sua origine,o a gran parte di quelle che aveva incontrato nei lunghi anni del suo viaggiare e che a prima vista avrebbe potuto definire anche molto strane.

Ci sta che anche la ragazza che lo stava osservando intensamente e studiando senza profferire parola considerasse lui il massimo della stranezza. Tanto più che invece di vestiti fatti di stoffa ne aveva di fatti a maglie di ferro.

Ci volle un po’ di studio da parte di entrambi,tanta volontà di comprendersi anche a gesti nei primi tempi per trovare piano piano anche un modo per comunicare fra loro.

Finalmente arrivò il giorno in cui Jasmin nominò in modo a lui comprensibile il nome di quel paradiso.

Era l’Alhambra,il castello rosso,Al-qalah al-hamra come lo chiamava la sua gente. Era a Granada,il suo sogno di bambino. Ne aveva sentito il racconto da un viandante che si era fermato una notte a dormire a casa dei suoi genitori ma che aveva perso l’orientamento durante il viaggio di ritorno tanto da non saper dire nulla della strada per raggiungerla.

Finalmente Arturo ci era arrivato. Gli ci era voluta quasi metà vita e un lungo viaggio,ma ci era arrivato da vivo a conoscere il paradiso. Era li fra quegli arabeschi,quegli strani copricapi,quelle strane scarpe rivolte all’insù e vesti coloratissime e preziose e quegli occhi neri e vivaci,ricchi di curiosità.

Carmela si innamora della sua storia

A passi lenti 1 e 2 – di Carmela De Pilla

Il tramonto estivo era il momento più bello della giornata per Franca, le piaceva incamminarsi in quella stradina un po’ sconnessa dal tempo per raggiungere il poggio della collina di S.Giuseppe.

Quante volte i suoi scarponi l’avevano accompagnata fin lassù, un tempo a passi svelti poi sempre più incerti, ma lei continuava ad andarci per assaporare in questo camminare lento il profumo del lentisco o del mirto e confondersi tra mille pensieri che danzavano con ritmo cadenzato come quello dei suoi passi, un po’sbiaditi e confusi.

Arrivata finalmente alla chiesetta con un sospiro più profondo si appoggiava alla parete quasi a sorreggerla o a essere sorretta e come fosse la prima volta si tuffava con tutti i sensi in quel paesaggio selvaggio, anarchico, senza alcun controllo, da troppo tempo libero di lasciarsi andare dove il vento e la pioggia decidevano di portarlo.

Quella terrazza orlata da grandi massi calcarei rossi per la terra che una volta li aveva rivestiti assumevano immagini di volti o corpi aggrovigliati e tutte le volte ne scopriva di nuovi, i secolari lecci con la grande chioma la proteggevano e i frutti allegri del corbezzolo la mettevano di buon umore, fatti alcuni passi oltre lo spiazzo, laggiù in fondo il cielo si confondeva con il mare e tra i due scintille di colori si rincorrevano, si eccitavano fino a dare vita a lingue di fuoco che l’avvolgevano.

 Poi lo sguardo si perdeva più in basso dove c’era il paese, il suo paese amato e odiato, lì aveva conosciuto l’inferno e raramente anche il paradiso.

Da lassù riusciva a intravedere la sua casa che aveva perso l’antica eleganza, un po’ più in là c’era quella di Antonio che da giovane l’aveva corteggiata e poi aveva sposato Elisa perché molto più bella e più ricca, intravedeva la vecchia fontana che, non più utilizzata aveva perso la sua identità e la casa dei suoi genitori rimasta lì da sola perché tutti ne cercano una confortevole e moderna.

In ogni cosa rivedeva i suoi affetti, i suoi tormenti e le sue gioie, poi ubriaca s’incamminava per la stradina, sola, con i suoi pensieri che danzavano con ritmo cadenzato come quello dei suoi passi, un po’ sbiaditi e confusi.

II

Poi quel chiodo s’impossessò dell’anima e apparvero i suoi angeli.

“Il dolore non ti fa morire, si diceva, ti schiaccia, ti lacera, ti manda nell’inferno, ma non ti porta alla morte”

Più volte era stata minacciata e soffocata da un destino crudele, aveva sempre cercato un po’ di tranquillità nelle piccole cose, ma non aveva tregua, questa volta lo stesso destino non aveva avuto nessuna pietà,  ricordava ancora quando, appena bambina le morì la madre.

 Era bella Franca, la sua pelle olivastra metteva in risalto i lineamenti delicati e una nuvola di ricci neri le incorniciava il volto illuminato da due fari screziati di verde e  blu mare, quell’aria un po’ melanconica e imbronciata era ravvivata da un bel sorriso che faceva intravedere una certa fragilità.

Da quel giorno una rabbia furiosa s’impossessò di lei fino a farla diventare scontrosa e maleducata poi la pietà e l’amore di una sorella della madre, la salvò dall’orfanotrofio e così mentre il tempo alleggeriva il suo peso incominciò a fare pace con se stessa e con Dio.

Mentre attraversava la strada il silenzio degli alberi che ascoltavano il suo grido d’aiuto sentiva la stessa rabbia, poi una voce la chiamò“ Frà, aspetta!”

Si affiancò Marietta, una donnina minuta in un fisico esile e ricurvo tanto che sembrava si spezzasse e quasi a non voler scomporre il suo dolore le chiese timidamente:- Hai saputo niente? è fuori pericolo?

La prese sotto braccio e attese.

Ci vorrebbe un miracolo e io non credo ai miracoli !

-Ma dimmi, cosa è successo veramente? In paese chiacchierano tanto e non si sa mai la verità, ……ma racconta solo se ti fa bene.

-Sento ancora lo schianto Marietta, lo scoppio mi graffia il cuore, la notte non dormo e mi rotolo fra le lenzuola alla ricerca di un perchè…io sono riuscita a scappare perché dormivo su una brandina vicino alla porta, appena fuori ho visto la casa accartocciarsi, accovacciarsi sotto i miei piedi, pochi attimi e la mia vita sgretolata, poi i gemiti dei bambini, le loro deboli voci che chiamavano la mamma, l’urlo stanziante di Annina che ripeteva il nome dei suoi figli con una voce che si allontanava sempre di più … tante macerie e un silenzio straziante mi tenevano prigioniera in una disperazione che pian piano lasciava il mio corpo e penetrava con forza nell’anima..Il destino mi ha rubato la vita quel giorno.

Mi sono tuffata tra quei massi come un cane arrabbiato scavando con le mani nude, seguivo quei lamenti, urlavo e scavavo, scavavo e urlavo, sentivo i loro volti ma non li potevo toccare, le macerie stavano preparando la loro tomba.

Il sangue macchiava quelle maledette pietre e affamata di speranza scavavo poi due mani possenti mi hanno bloccata, due braccia forti mi hanno abbracciata e ho pianto.

Era il cuore che parlava, un cuore che era lì, lì per spezzarsi del tutto, ogni tanto si fermavano e si guardavano negli occhi inumiditi da tanto strazio, Marietta si sentiva in colpa, avrebbe voluto rubarle un po’ del suo dolore poi la tirò a sé e le donò il suo affetto.

Gabriella si è innamorata di una storia

2  –  Il vagone della vedova Begbick – di Gabriella Crisafulli

Le parole piovono pesanti.

Formano una cappa.

Chi ascolta fugge: mettono paura.

Riavvolgo il filo.

Dove, come, quando si è persa Zazà?

Chiudo gli occhi.

Tiro a caso.

La stanza è illuminata dal sole che tramonta dietro il Baradello.

Come ogni sera i quattro sono inginocchiati a recitare il rosario.

In italiano.

Ma la pratica devota in onore della Madonna è un po’ lunga. Cento Ave Maria divise in dieci decine intercalate dalla recita del Padre Nostro e del Gloria. A ogni decina il commento degli avvenimenti gaudiosi, dolorosi e gloriosi della vita di Cristo e di Maria.

Riflettendoci dopo più di mezzo secolo viene da pensare che per una bambina di cinque anni molto vivace, come viene raccontato in famiglia, quel tempo noioso che si prolungava nella correttezza del contegno dovuto, non era un comportamento naturale.

È successo lì che i binari si sono separati?

È stato lì che una verga di ferro ha continuato a crescere lungo il binario di una ortodossia convinta mentre l’altra rimaneva congelata?

È stato lì che la fedeltà e l’osservanza erano rientrate d’ufficio nella cornice di un grande amore filiale?

Era innamorata, sì era innamorata di quel latte continuo di parole dolenti riversate su di lei: lo sentiva come un privilegio.

Era lei la figlia a cui si dicevano certe cose, non l’altra.

Era lei l’amica.

È cresciuta così sul binario di un viaggio a scartamento ridotto che l’aveva esclusa dal traffico della realtà.

L’altro binario non era stato proprio preso in considerazione e se ne era andato a far danni sotto copertura.

Aveva recitato la parte che era stata scritta e di cui era complice senza rendersi conto che, nell’andare del tempo, nello spazio vuoto prodotto dalle rotaie zoppe, si era creato uno scompenso.

Era per questo che la chiamavano Pappagallo?

Era un esecutore quasi perfetto di una strada già segnata?

Quando rivedeva il film alla rovescia, se non fosse stato per la perdita, c’era da sbellicarsi dalle risate.

Eppure c’erano dei segnali che avrebbero dovuto allarmare ma intorno a lei erano tutti molto impegnati.

Invisibilità dell’evidente.

Per il giorno di San Gennaro e tant’altre festività

Sempre appresso con canti e suoni

Bancarelle e processione

Anno dopo anno

C’era la claque di Pignataro che suonava trionfale

Col maestro sul piedistallo

Che ti stava a inebriare

Chi se ne può dimenticare?

Pur essendo tutto sotto i suoi occhi, non si era accorta di niente, non aveva capito, non aveva preso in considerazione quelle dissonanze che, in mezzo a tanta allegria, la rendevano triste.

Provava a risalire a dove la mente si era ingarbugliata, dove aveva confuso ragione e sentimento, dove erano confluite le acque di amore e odio mescolandosi.

Così aveva setacciato sia nodi personali sia quelli ereditati.

Si era soffermata sugli intrecci perversi di un una ragnatela fragile e pericolosa, popolata di aracnidi in agguato.

Era andata a zonzo nella sua Halloween privata alla conquista della felicità perduta.

Aveva vagato a zig zag nel vuoto generatore di malinconia.

Si era messa alla ricerca di una strada per il viaggio di ritorno.

Così era salita sulla Carrozza 10 – Il Vagone della vedova Begbick.

Nella sala delle sbornie, in quel vagone damigiana, era in buona compagnia. Poteva concedersi ubriacature di parole che le davano tutto quello di cui aveva bisogno, come se bevesse il buon latte della mamma.

Qualcuno c’era, qualcuno non si vedeva, due gatti si erano persi in tangenziale.

Qualcuno era su nel cielo o giù all’inferno tenendosi il cappello ma sempre presente.

Rossella colorava, pennellata dopo pennellata, la tela con una città che sapeva di pane e sirene. Non era una città per tutti, era per quelli che sanno vedere e annusare fra rotoli di papiro che si aprono e fanno vedere meraviglie come le cosce polverose del cavallo della statua di San Giorgio in via Guasti numero 10.

Stefania raccoglieva pazientemente i pezzi di vetro perché Gabriella non si facesse male.

Patrizia, accorata, rispecchiava: Specchio, specchio delle mie brame chi è la più triste del reame?

È lei, Patrizia, che spinge a ripartire: adesso basta.

Aveva dormito abbastanza.

Non è più il tempo della soda e del whisky che scivolavano a go go, non è più il tempo del bere spensierato mentre nuvole di fumo si inanellano sulla testa, non è più il tempo di quelle ciucche che aprivano scenari esplosivi.

È l’ora dei viaggi che spalancano sipari inaspettati: si colpisce la palla con la stecca e sul tappeto verde è tutto un rotolare e scontrarsi di bocce che schioccano le loro idee prima di fiondarsi nella buca.

Lei non si chiudeva più in un autismo autolesionista perché c’era chi raccoglieva la palla e la rilanciava.

Così si era avventurata nella città nascosta, quella che era stata il nucleo della sua felicità.

Doveva solo riportarla alla luce per farla crescere e trasportare nelle città visibili.

Doveva cercare il nocciolo, tirarlo fuori, averne cura, farlo lievitare.

Ma questa era un’altra puntata.

Carla ha accettato di innamorarsi di un’idea

Aurora è anche altro – di Carla Faggi

Foto di Robert Kozak da Pixabay

Aurora è anche un’isola, una di quelle dove non esistono traghetti perchè quando si parte siamo già arrivati. Ci sono le colline ma senza le salite, le strade infatti sono tutte in piano ma ci portano sia sulla cima dei monti che alla spiaggia, spiagge sabbiose ma con l’acqua del mare sempre limpida come sugli scogli.

È una città che ama i suoi cittadini. Un giorno di metà ottobre scorso si era ingrigita, intristita, gli alberi non fiorivano, la Chiesetta non aveva colore, il cielo era senza stelle. Aurora stava perdendo una persona cara, una donna coraggiosa che aveva reso possibile l’impossibile, pur immobilizzata in un letto aveva seguito e guidato i suoi figli nella crescita, continuato le sue letture ed i suoi scritti, coltivato le sue amicizie. La città sapeva che i suoi abitanti sarebbero stati tristi di questa perdita, così come i figli, il marito, gli amici e gli amici degli amici. Per questo aveva spento i suoi colori e si era raccolta con loro.  Così come si era vestita di trasparenza quando la nostra amica aveva lasciato il dolore e la pesantezza della vita. Anche la città era diventata luce e leggerezza. Aveva accolto in sé la nostra amica che era diventata mondo.

In Aurora ci spostiamo continuamente pur restando sempre al centro di noi, possiamo visitarla tutta perchè sono le emozioni che ci fanno viaggiare e guidano i nostri occhi. La parte della città più bella è quella dove stiamo assieme alle persone a noi care e dove siamo felici, diventa così il viaggio più bello da ricordare, con fiori del nostro colore preferito, alberi accoglienti, mare luminoso, monumenti simpatici, libri da leggere, amici da incontrare, amori da vivere.

Non aver voglia di andarsene, questo è quanto scritto sul cartello d’ingresso alla città, infatti è un posto dove viaggiare è voler rimanere sempre qui.

La città che cura di Rossella B.

La città che cura – di Rossella Bonechi

La mia Città Invisibile vorrei che non fosse invisibile affatto, vorrei che la si potesse scorgere da ogni punto da ogni strada da ogni curva.

Dovrebbe essere la Città dove ognuno può fermarsi a sospendere il proprio tempo: per riposare, per ristorarsi, per riprendere fiato e sorridere. Si troverebbe accoglienza ovunque, sotto l’ombra di un gelso gigante, nel salotto buono della nonna che sta preparando il migliaccio, nella piazzetta che contiene un gran numero di chiacchiere e ricordi condivisi. Avrebbe spazi per lunghe passeggiate o piccoli rifugi nelle sue mura dove sentirsi protetti e al sicuro.

Vorrei che fosse sempre inondata della luce del mattino, quella che promette ogni volta una nuova giornata da scartare, ma siccome Sole e Luna se ne infischiano dei miei desideri, la Notte scenderebbe e la Città Visibile si accenderebbe di lumi e lucette, come un piccolo Presepe, in modo da farsi comunque vedere anche da chi si è perso nel buio. Allora ci sarebbe posto per i sussurri degli innamorati, per piccoli bilanci giornalieri, per una ninna nanna cantata in lontananza. Una piccola grande Città che popola un sogno, una Città che Cura

Un abbraccio di Stefania, un saluto mentre il treno parte

Il Vagone della vedova Begbick – di Stefania Bonanni

Non sono critiche, non è un racconto, non una storia, meno che mai poesia. Potrebbe essere un abbraccio, una mano che saluta mentre il treno parte.

Belle città, begli alberi, bei personaggi, bella la calma senza la quale non si vede nulla, emozionante il mondo di Carmela, via Guasti che ora conosciamo anche noi, Firenze di chi cammina alla base, e non alla vetta dei monumenti. Belli i colori ed i comignoli, belli gli alberi che hanno accolto morti alla deriva. Una riflessione piccola ed un po’ scontata: è lo stesso mondo, per tutti, è lo stesso meraviglioso mondo di vita e lavoro per abbellirlo, renderlo piacevole per gli esseri che ospita, renderlo scrigno per continuare a sognare, dove si incagliano i frammenti di vetro tagliente che cascano dai ricordi di Gabriella., dove una pianta di capperi tenace seguita ad essere un ‘oasi, dove n muretto ricorda il vecchio nodoso che ti chiamava morina. È il momento, questo preciso momento, nel quale i sogni diventano ricordi, e siamo a Fillide ( da Calvino Le città invisibili), o in qualunque altro mondo faccia sognare, ancora e per sempre, perché si ricomponga lo specchio di Gabriella, e non tagli più. Si vedranno per sempre i segni delle fratture, ma le mille figure sfaccettate ed ogni volta diverse che rimanda uno specchio rotto ed aggiustato sono di nuovo sogno, nuove creature in parte partorite da chi si guarda, in parte dallo specchio. E non c’è migliore accoglienza di quella che può dare un vagone fermo. Che è come dire un mare asciutto,  o toccare il cielo con un dito mentre siamo in un abisso. Un vagone che avrà molto vagato, che avrà sentito le storie di chissà quanti uomini e donne che la casa l’avevano lasciata tra gli oleandri ed il mare, e ricominciavano , o che salutavano amori lasciati in stazione, e che magari avevano scritto “ciao” sui vetri umidi, un attimo prima che il saluto sparisse, in corsa tra le goccioline che il vagone piangeva, unico testimone di un dolore. Non sapeva, il vagone, che gli amori che rimangono eterni nel cuore e brillanti come diamanti, perfetti, sono quelli che non si vivono. Che è lo stesso dolce sentimento, misto di merende con il pane, il vino e lo zucchero, e mamma Franca che ti aspettava sull’uscio, che non ci sono più, ma che scaldano per sempre, come quei gradini della chiesa, delle chiese, come le case che furono, come le cose antiche, che non devono essere rimpianto, perché noi c’eravamo, personaggi del quadro, e se ci piaceva di più di quello che ci circonda adesso, forse avremmo potuto comportarci in un altro modo, qualche volta perlomeno. Perdoniamoci, abbiamo fatto quello che abbiamo potuto.

La città di Rossella G. in Via Guasti numero 10

La città con le porte – di Rossella Gallori

…si arrivava in piazza, quasi subito, percorrendo una piccola salita, grigia ma non triste…

…si entrava dalla “ porta grande” le mura se pur datate non davano cenno di cedimento…

… il sole entrava ed usciva giocando con i colori della piazzetta, piccola per esser grande, grande quel tanto da contenere, facce, musi, santi, bestemmiatori, ubriachi, sobri in un vocìo così forte, da render mercato quel fazzoletto di paese …

…conobbi tutto li, all’ incrocio del corso buio, fu li che imparai a scrivere, così così, a non leggere comunque mai a voce alta e sempre senza punteggiatura…

…ricordo bene, la statua di San Giorgio e quel cavallo dalle cosce grasse, così polveroso da far starnutire ad ogni folata di vento…alle matite che ruzzolavano nascondendosi…

…tirava vento, da Firenze nord, un vento che sapeva di pane e sirene, di gelato e treno…

…spesso, mi perdevo, in quel paesello senza nome, annusando peonie giganti, ci affogavo  il viso muovendo lentamente le ciglia tra i petali…

Il giardino era per tutti, io ci stavo sola, seduta in disparte, presente alle voci, ai rumori pesanti di quei fantasmi maschi non grandi, che inventavano storie paurose, tra gli alberi di pesco, nani di tronco, ma stracarichi di frutta bella…

… poi ripercorrevo, la strada fatta asciugando la bocca sporca con la manica del “grembio” …

Nessuno parlava un toscano sfacciato, tutti i vivi ed i morti, facevano finta di esser qualcosa di meglio…

 Era una “ piccola citta” con il lago salato, il cinema, lo zucchero filato, la biblioteca, il banco dei pegni e quello delle frittelle, c’ era un’ alba ed un tramonto, un ombrellone, tanto gelsomino, la fermata dell’8 del 20, da un lato anche il “ tramme”  una chiesa vicina una in salita, ponti, fiumi, cigni cattivini, con gli occhi senza bianco, foglie per le strade….bambini felici, un magico negozio di fiori, dove, io, i fiori non li ho mai visti…..già ma c’era la fatina con la “lisca” …..

Io abitavo dentro le mura, a volte mi schiacciavano, spesso le saltavo a piè pari….fuggivo per tornare, se non proprio al sicuro, almeno al coperto….

Il paese lentamente si spopolava, sono venuta via prima che fosse allagato dalle mie lacrime…..

Casa mia al numero 10 ….una città che non esiste più…..la mia città, la mia vita interrotta…..

Incontro alla Carrozza 10 del 27 ottobre 2022 – “Innamorarsi e approfondire” l’obiettivo di questo anno

foto di Lucia Bettoni e Cecilia Trinci e la cotognata di Rossella Bonechi e Daniele Violi

E’ venuto il momento di crescere. Aumentiamo il grado di INNAMORAMENTO del nostro fare e cerchiamo di APPROFONDIRE i temi che ci appassionano.

Questo l’obiettivo e il sottofondo di questo annuale cammino, ieri addolcito dall’ospitalità della Carrozza 10 del Teatro Comunale di Antella e dalla cotognata di Rossella Bonechi e Daniele Violi.

Lo zig zag per Zazà di Gabriella

La Matta – di Gabriella Crisafulli

Apro il quaderno.

Cadono a terra lame di vetro.

Sono quelle che si conficcano qua e là lungo una vita da fachiro.

Cadono a terra parole.

Sono quelle che hanno costellato un lutto eterno dapprima riflesso e poi in prima persona.

Cadono a terra percorsi a zig zag tra me e me alla scoperta della Matta che serviva nei diversi giochi sul tavolo.

Facevo appena in tempo a capire le convenzioni fra giocatori, che le regole cambiavano.

Cadono a terra le giravolte sul campo per barare con agio mantenendo la faccia.

Mi sono persa nel labirinto che è dentro di me.

Cadono a terra i tentativi di trovare Zazà.

È stata una grande festa con tanta folla per la via che si inchinava a Vossignoria.

C’era la banda che suonava e il maestro sul piedistallo che faceva deliziare.

Ma adesso, dove sta Zazà?

Si è smarrita in un bailamme di cui non riusciva a trovare il capo o è morta?

Nel momento culminante di una vita “travolgente” in mezzo a tanta gente è sparita Zazà.

Come posso fare per trovarla?

Ho bisogno di lei.

Come sempre c’è un gran via vai, un andare in qua e il là, ma mi sfugge Zazà.

Son caduti a terra il mazzolino da sposa, il glicine in fiore, il muretto di Bellosguardo e gli ospedali.

Dai, forza, torna Zazà: c’è da cominciare una nuova vita.

Inferno e Paradiso nelle immagini di Carmela

A passi lenti – di Carmela De Pilla

foto di Carmela De Pilla

Il tramonto estivo era il momento più bello della giornata per Franca, le piaceva incamminarsi in quella stradina un po’ sconnessa dal tempo per raggiungere il poggio della collina di S.Giuseppe.

Quante volte i suoi scarponi l’avevano accompagnata fin lassù, un tempo a passi svelti poi sempre più incerti, ma lei continuava ad andarci per assaporare in questo camminare lento il profumo del lentisco o del mirto e confondersi tra mille pensieri che danzavano con ritmo cadenzato come quello dei suoi passi, un po’sbiaditi e confusi.

Arrivata finalmente alla chiesetta con un sospiro più profondo si appoggiava alla parete quasi a sorreggerla o a essere sorretta e come fosse la prima volta si tuffava con tutti i sensi in quel paesaggio selvaggio, anarchico, senza alcun controllo, da troppo tempo libero di lasciarsi andare dove il vento e la pioggia decidevano di portarlo.

Quella terrazza orlata da grandi massi calcarei rossi per la terra che una volta li aveva rivestiti assumevano immagini di volti o corpi aggrovigliati e tutte le volte ne scopriva di nuovi, i secolari lecci con la grande chioma la proteggevano e i frutti allegri del corbezzolo la mettevano di buon umore, fatti alcuni passi oltre lo spiazzo, laggiù in fondo il cielo si confondeva con il mare e tra i due scintille di colori si rincorrevano, si eccitavano fino a dare vita a lingue di fuoco che l’avvolgevano.

 Poi lo sguardo si perdeva più in basso dove c’era il paese, il suo paese amato e odiato, lì aveva conosciuto l’inferno e raramente anche il paradiso.

Da lassù riusciva a intravedere la sua casa che aveva perso l’antica eleganza, un po’ più in là c’era quella di Antonio che da giovane l’aveva corteggiata e poi aveva sposato Elisa perché molto più bella e più ricca, intravedeva la vecchia fontana che, non più utilizzata aveva perso la sua identità e la casa dei suoi genitori rimasta lì da sola perché tutti ne cercano una confortevole e moderna.

In ogni cosa rivedeva i suoi affetti, i suoi tormenti e le sue gioie, poi ubriaca s’incamminava per la stradina, sola, con i suoi pensieri che danzavano con ritmo cadenzato come quello dei suoi passi, un po’ sbiaditi e confusi.

Camminata a zig zag per la Firenze di Patrizia

Ricordi di Firenze – di Patrizia Fusi

La luce mattutina illumina piazza Ferrucci, mi incammino sul lungarno, guardo quello che mi circonda con attenzione, l’acqua scorre placida, alla pescaia di Santa Rosa diventa più rumorosa e vivace.

Quando arrivo alla terrazza sull’Arno, sotto di essa c’è un rientro dove è stato messa una tenda bianca, è aperta a metà, intravedo un materasso, si affaccia un uomo, si stira le braccia come a salutare il sole che invade quel rientro di cui quell’uomo ha fatto la propria abitazione, la cosa mi turba e mi commuove.

Dall’altra parte del fiume gli edifici scorrono con i miei passi, una palma indica l’esistenza di un giardino, il campanile della chiesa di Santa Croce è illuminato dal sole mattutino.

Attraverso il ponte alle Grazie, l’acqua ha ripreso a scorrere dolcemente, l’aria è fresca, odore pungente del traffico che scorre lungo la strada, odore umido che sale dal fiume della vegetazione che c’è sulla sponda, ad un tratto vedo nel mezzo dell’acqua un grosso animale marrone penso che sia un topo, un brivido di schifo percorre il corpo, ma mi rendo conto che è una nutria e la cosa mi piace di più.

Arrivo in piazza dei Giudici il sole accarezza le pietre della facciata del museo Galileo, continuo la mia camminata, giro verso piazza Della Signoria passo sotto il corridoio che collega il palazzo del comune con la galleria degli Uffizi, difronte a me la loggia dei Lanzi, in piazza piccoli rumori, tutto è un po’ addormentato, sensazione di pace, i monumenti fanno mostra della loro bellezza, la piazza è semivuota.

In via Dei Calzaioli sbircio dalle grate delle saracinesche la merce esposta nelle vetrine, i negozi sono chiusi, solo i bar sono aperti e diffondono nell’aria un dolce profumo di vainiglia e di caffè, mi fa venire voglia di fermarmi.

La facciata del Duomo è in ombra, uno spicchio del Battistero è illuminato dal sole, gli autobus gli passano accanto.

Percorro un tratto in via Martelli, il carretto che vende i libri usati a fianco della chiesa di San Giovannino dei Padri Scolopi è chiuso, difronte sul bordo di pietra serena del palazzo Medici Riccardi c’è seduto un signore anziano con barba e capelli bianchi, ha un quadro vicino a lui di un bel paesaggio, penso lo voglia vendere, non ho il coraggio di chiederglielo.

Sfioro piazza San Lorenzo con la sua bella chiesa dalla facciata austera, all’angolo di via dei Ginori mi fermo a guardare un negozio di biancheria per la casa, mi piacciono le fantasie, i cuscini colorati, la passamaneria, accanto un negozio di vestiti eleganti per signora.

All’inizio di via San Gallo si sente un buon odore di pane fresco: è il forno che è sull’angolo che lo sparge intorno, la vetrina del negozio di giocattoli e libri per bambini è sempre bello guardarla, pochi metri ancora e sono arrivata, il grande portone è aperto, l’ampio atrio mi accoglie, di fronte a me una porta aperta, di solito è sempre chiusa, stranamente stamani invece è aperta, mi colpisce un affresco che intravedo è veramente bello: è del pittore Poccetti.

Saluto il mio collega, marco il cartellino, scendo due scalini in pietra serena e mi trovo nel bellissimo chiostro di Santa Reparata, è bello un po’ maltrattato da tutti noi e anche dagli studenti.

La grande scala in pietra serena mi accoglie, inizia la mia giornata lavorativa.

Le cose grandi della piccola città di Nadia

La città  invisibile – di Nadia Peruzzi

Più che una città, un paese, un piccolo paese, anzi.

Tanto piccolo che in alcuni momenti della mia vita mi è sembrato angusto e troppo stretto.  Il visibile di oggi ha sfumato, nascosto o addirittura annullato quello di ieri.

Mette tristezza pensare che ogni cambiamento ha messo sullo sfondo o ha fatto sparire pezzi importanti per questa comunità. E non si tratta solo di edifici. Ma di vita, allegria, volti, occhi, pensieri, sentimenti e sogni.

Erano i gruppi di donne che con i loro telai si ritrovavano in primavera e estate sotto gli alberi del viale a ricamare su tela o raso i loro capolavori.  Fuori dalle case dove abitualmente lavoravano,  nascoste al mondo,  quasi a dichiarare il loro ci siamo e il ruolo importante  e doveva esser loro riconosciuto, come poi avvenne e per legge.

Era la bottega del vinaio sull’angolo di fronte al negozio del parrucchiere, dove io bambina accompagnavo mia nonna a riempire i fiaschi per casa.

Era il lattaio che veniva in fondo alle scale e tu potevi guardare negli occhi e dirgli due parole mentre lui versava il latte nel tegamino che gli porgevi.  Salire le scale  con quello in mano senza versare una goccia del suo contenuto era impresa di cui poi sentirsi fiera, come dopo una delle battaglie  campali  che leggevo nei miei libri di avventure.

Era l’elettricista più improbabile del mondo, il Nanni . Famoso per le sue battute , il suo amore per le belle donne e le sue imprese che hanno girato per anni di bocca in bocca. Quasi un’epopea .

Poi il Pini Ugo, il calzolaio che era stato condannato dal Tribunale speciale durante il fascismo e sua moglie . La Bianca.  Una coppia tutta da ridere. Si narra che una volta cercando di tagliare il pollo con coltello e forchetta quello finisse direttamente sotto il tavolo dopo un bel volo. Dati i tempi fu mangiato lo stesso, senza tema.

La panchina dove sedeva mia nonna c’è ancora. Sta lì un po’ in disparte e coperta e invasa dai tavolini del locale da aperitivi che oggi occupa la piazza.

Anche se qualcuno a volte ci si siede, non è e non può essere quella di un tempo. Altre persone, altri desideri, altri sogni. Del resto di fronte ha tutt’altra piazza.  Quella di prima  era parte della strada tanto è vero che il tram arrivava fino davanti alla chiesa.

Il cinema d’estate proprio accanto al vagone dove ci riuniamo era il nostro Cinema Paradiso, anche quando da monelli ci riunivamo in gruppo e per non pagare il biglietto ci piazzavamo dietro lo schermo anche solo per vederlo al contrario. Quante volte non ricordo , so che era bellissimo, anche per quel che di proibito che quell’operazione si portava dietro.

Il campanello dell’Enrica era un altro dei nostri raid di monelleria.  Quante volte l’abbiamo suonato, scappando subito a nasconderci,  per vederla affacciarsi alla terrazza del palazzo dove ora c’è il parrucchiere. Era una figura strana l’Enrica. Donna altissima e dal basso in alto sembrava la controfigura di Olivia di Braccio di Ferro.

L’Enrica non c’è più da tempo. E’ rimasto il terrazzino ma nessuno guarda fin lassù da quando non c’è più lei o se qualcuno lo fa lo fa con disattenzione,  così per fare.

E del cipresso grandissimo che era lì davanti vogliamo parlarne? Sparito come l’acqua del fiume che prima scorreva a vista in quel tratto trasformato ora in capolinea dell’autobus.

Ebbe il suo momento di gran notorietà nel 1936 quando una grande alluvione fece sì che alcune cappelle del cimitero si svuotassero delle bare che trasportate dalla corrente andarono a schiantarsi proprio contro quel cipresso. Qualunque cosa fosse rimasto al loro interno sparpagliato nella campagna tutto attorno e fino a Ponte a Niccheri .  Di questo fatto ricordo il racconto di mia nonna che ne fece qualcosa di magico più che di macabro e non rimase in me nessuna paura , né raccapriccio . Del resto la nonna Rina era una donna pratica, non cinica.  La sua conclusione “tanto,  più che morti!” , ancora mi risuona nelle orecchie e trovo che abbia una sua bella dose di ragionevolezza.

La mia città invisibile l’hanno popolata persone, gli edifici hanno e hanno avuto valore proprio perché erano e sono stati il prodotto e la caratteristica di una comunità che si è evoluta ed è cambiata nel corso del tempo.

Uno zig zag fra passato e presente senza le persone in carne ed ossa mi sarebbe sembrato vuoto e triste.  

La fretta nella città di Anna

CITTÀ INVISIBILE – di Anna Meli

Lilliano – foto di Cecilia Trinci

            Non esiste più la città, è svanita, si è persa nella fretta di esistere. Le vie, le case, i palazzi, i giardini, le fermate degli autobus, la gente, le voci, i rumori; tutto passa e corre via velocemente per perdersi nel vuoto.

            Il vuoto di un inferno nel quale trovare un piccolo spazio di fuoco, di calore fatto di rapporti umani, di semplicità, di calma-lentezza con le quali rendere un volto ad una città o ad un paese.     Poter camminare per quella strada fatta mille volte, riscoprire momenti dimenticati che riescono ancora a scaldarti il cuore, come quel portone sempre aperto dove ti rifugiavi sorpresa dalla pioggia; e non eri da sola. Ora è sempre chiuso sembra invisibile.

            Passeggiare in città alzando gli occhi al cielo e ritrovarsi a guardare quella finestra in Piazza SS Annunziata che rimane sempre aperta per volontà di un fantasma che lì vuol continuare ad attendere qualcuno.

            Essere affascinati dal mistero e riprendersi il proprio tempo per uscire dall’inferno della fretta che isola e distrugge le città rendendole invisibili.

I comignoli delle città di Tina

DALLE CITTA INVISIBILI – di Tina Conti

Lilliano – foto di Cecilia Trinci

Quante città ho scoperto nella mia via?

Tante e diverse, che mi hanno affascinato, incuriosito e rivelato i loro   angoli magici, nascosti, diversi.

Quando sono in un luogo, non mi stanco mai di andare in giro e incantarmi nelle cose belle che vedo,  poi ritornando nella mia bella città   penso che non la lascerei mai, me ne  innamoro  sempre più

 C’è’ sempre qualcosa che non conosco e che mi piace osservare.

 Ultimamente, sono i  comignoli dei palazzi ad attrarmi.

Ovunque vada, alzo sempre gli occhi al cielo per ammirare i tetti e i comignoli , che  moltitudine di manufatti si vedono, quanto ingegno per trovare funzionalità  in quelle forme rotonde, rettangolari.

Coperte di mattoni, intonacate, con cappucci di metallo.

C’ è  stato prima il tempo dei portoni, quanti ne ho fotografati e anche disegnati; bombati, intagliati di legno, con le borchie, dipinti con dei chiavistelli che erano esempi   di alta gioielleria.

 Quanta maestria e furbizia per trovare le soluzioni  pratiche e funzionali per la difesa della dimora.

Certo, i portoni sono lo specchio di chi ci abitava, il biglietto da visita.

Anche i materiali da costruzione son diventati il mio appassionato curiosare, i colori di una citta’ sono dati anche dalla pietra con  cui è’ stata costruita. Spesso sono pietre trovate vicino,  altre volte vengono da molto lontano. La luce che al tramonto illumina la Valletta a Malta rivela sfumature calde e ambrate con riflessi dorati dati dalla bella pietra con cui é’ costruita.  La sera, le ombre traverse scoprono   rugosità  e intagli restituendo   un aspetto intimo e romantico.

Appare cosi’   lo spirito del luogo, la sua unicità.

Da cosa è dato ? Dal silenzio, dal movimento, dal profumo, dal colore?

Spesso mi capita di “andare per naso” i luoghi  li  anticipo anche con il naso  ,in un paese di montagna durante una passeggiata dopo cena, abbiamo vagato per molto tempo in cerca di quel forno che  stordiva per il suo profumo. Le stagioni poi, danno un sapore sempre diverso ai luoghi, lasciandoci impressioni forti.

Passare vicino al bucato appena steso, vicino al portone di una chiesa, a un laboratorio di essenze, un vinaio, è entrare nell’anima di un luogo.

Scappare,  scappare, scappare, quando il bello  è troppo la gente  è troppa, gli stimoli mi sormontano mi allontano.

Tollero di vedere dall’alto tutta quella bellezza, ferma, quieta, illuminata dalla luce del sole al tramonto.

La visione placa il cuore e la mente fa accomodare in un angolo protetto    tutte   le cose ricevute.

Allora, l’inferno è lontano?   No, no, è sempre in agguato.!

Firenze a zigzag: Gavinana di Sandra

La città a zigzag – di Sandra Conticini

Non mi vedrei mai in una città diversa da Firenze anzi, diversa dal mio rione: Gavinana. I ricordi mi si affollano nella mente, i giochi fatti da bambina per la strada: campana, nascondino, le belle statuine, oppure scappare in bicicletta per andare alla casa degli spiriti, che poi è diventato un bel complesso residenziale. Com’era bello trascorrere intere estati così senza centri estivi, pochi compiti da fare,  e tanta libertà per noi bambini. Ogni volta che passo da quella strada guardo i campanelli, ma ormai le persone che ci brontolavano per la confusione non ci sono più perchè molti erano anziani altri hanno cambiato proprio zona. Passando sotto le  finestre  ricordo la signora che mi mandava a comprare le sigarette sciolte, o l’altra che, dovendo lavorare, mi faceva comprare il pane, ed ero contenta di fare queste commissioni  perchè spesso mi davano qualche caramella o, addirittura, i soldi per comprare il gelato.

Poi mi sono spostata di poco, perchè la città è cresciuta. Tante costruzioni nuove, ma io laggiù nella nuova città mi sentivo straniera, non conoscevo nessuno. Le mie amicizie erano rimaste nella città vecchia e mi sentivo emarginata, anche se andavo sempre. Poi mi sono ambientata ma il mio cuore è rimasto là.

Lo zig-zag della vita di Vanna

L’accettazione non passiva – di Vanna Bigazzi

Spesso, come pensano tante persone, riconosco che il vero inferno sia quello che stiamo provando nella nostra vita: un luogo di prova con troppi ostacoli da superare. Con l’andare degli anni impariamo a starci dentro ma non e` facile, l’adattamento e` sacrificio e dobbiamo imparare veramente a fare uno zig-zag fra le situazioni da mantenere e quelle da evitare. Dobbiamo diventare degli equilibristi, molto attenti a non fare passi falsi e trattenersi invece in quelle posizioni che ci fanno sentire piu` stabili. Un gioco con rischi, anche con pause, un gioco che richiede molta elasticita` mentale e che pian piano dobbiamo imparare ad eseguire e ad accettare. L’accettazione non passiva e` l’unica chiave che ci permette di vivere al meglio, integrando le difficolta`, le nostre parti ombra che, una volta comprese ed accolte, potranno darci consapevolezza e stabilita`.