Caro 2023

Sono pronta – di Stefania Bonanni

In questi tempi difficili da capire, nei quali il bianco ed il nero si sono confusi in un marrone incongruo, ed i nostri pensieri continuano ad esprimere giudizi in  un bianco e nero che non somiglia più a nulla e non serve a nessuno, una delle poche certezze è che il tempo scorre come sempre, e forse come sempre, è fatto di ore sempre più brevi di giorno e più lunghe di notte.

E finisce un anno, e ne comincia uno nuovo. Un tempo l’anno nuovo era una pagina bianca, alla quale si promettevano comportamenti corretti, in cambio d’amore, allegria, serenità, salute. Ora quella pagina è quasi tutta scritta, c’è scritto d’amore, allegria, serenità, salute, è la ricchezza di questo nuovo futuro, quella vecchia, solita pagina, è tutto quello che abbiamo.

L’anno che oggi finisce ha visto tragedie causate da uomini che non impareranno mai l’umanità, ma qui, nella bolla, nella cella di sicurezza dove sconto l’ergastolo, siamo stati bene. Certo, il tempo che passa cambia i contorni ed anche i contenuti, ma lascia parole che piano sedimentano e costruiscono palazzi. Questi non sono più gli anni delle torri e delle cattedrali, sono i momenti delle decorazioni , degli affreschi, del ricordo delle ombre della notte, degli angeli che ci hanno sempre evidentemente volato con le mani sulla testa, delle parole belle che ci sono state regalate, dei momenti di tenerezza che solo i vecchi ed i bambini sanno regalare. I vecchi con la possibilità, finalmente, di dire cose un tempo sconvenienti, i  bambini con l’imparare l’amore, che li rende fragili e potentissimi. Una frase d’amore detta da un vecchio o da un bambino è un tatuaggio, non ha prezzo nella sua gratuità, è un regalo. Nel portafoglio ho un biglietto con errori d’ortografia di Ricca in prima elementare, uno di Francesca senza errori ma con calligrafia ancora incerta, uno di Paolo “alla donna più bella del mondo”, uno di Leo con una bella calligrafia in corsivo “cara nonna ti voglio tanto bene”, e nonna è spezzato no…a capo nna. Pezzi d’amore, caso mai perdessi la memoria. La Trinità che non capivo. Qui ero una moglie giovane, una mamma giovane, poi una mamma adulta, poi una nonna. Tutte stellette sul petto, medaglie della vita.

Ora si discute per caricare la lavastoviglie, ed io mi diverto a dire che se avessi saputo che sarebbe diventato “l’uomo perfetto” non l’avrei sposato, Paolino. Lui mi risponde che sono sempre la solita deficiente, che ormai non migliorerò. E si fa il chiasso, come sempre, da sempre. Poi si discute anche seriamente, come sempre. Io piango meno, lui sbatte meno porte. Non si dice più “vado via”, nessun di due. Si fa la pace sempre nella stessa antica maniera. Da quando sta con me ventiquattro ore al giorno mi leva l’aria, ma se penso a che compagnia sceglierei per vivere al Lago Ghiacciato, sceglierei sempre lui, zuccone, prepotente, innamorato.

Sono pronta, 2023.

Mani in orchestra per Carla

Mani in orchestra – di Carla Faggi

Nel mosaico delle foto delle mani delle matite ci ho visto movimento, danza, musica.

La musica è formata da più note e nasce quando ne mettiamo due insieme.

Poi altre note si organizzano e si uniscono alle prime due e se una nota più ardita si slancia verso un’altra  nasce una nuova combinazione come nel jazz. Le nostre mani sembrano un’orchestrina jazz, improvvisano, azzardano, ritmano, a volte stonano e a volte sono sublimi.

Gli strumenti sono le nostre matite. Creiamo musica contemporanea, ma visto però che molto è improvvisazione, a volte la musica diviene sinfonia, a volte suoni stonati. Ma mai quando si scrive, solo quando si prova. 

A volte c’è un assolo che ti lascia senza fiato tanto è struggente.

A volte una percussione troppo energica ti lascia senza fiato ma per il motivo opposto.

A volte siamo stanchi e non tutti i pezzi ci piacciono.

Spesso però non è così , anzi spessissimo siamo un’orchestra affiatata con tanti strumenti diversi e con un maestro d’orchestra attento paziente ed eclettico.

E allora dai, ritmo! Attacca maestro che abbiamo da improvvisare tanta e tanta musica ancora!

Le mani delle Matite

Mani attive e passive – di Cecilia Trinci

Sono io che le ho mescolate, in questa specie di carta da parati, un manifesto alla capacità di incontrarsi.

Un saluto per questo Natale, il nostro “decimo”.

Le riconosco le vostre mani, e ne penso mille altre paia che non avete conosciuto. Le mani sono sempre due, come i piedi e gli occhi e gli orecchi, perché è più difficile ascoltare che parlare, più difficile vedere che commentare.

È più difficile abbracciare che accusare.

La bocca è una, ma sta in mezzo, non a caso,  perché prima di emettere parole dovrebbe aver saputo guardare e ascoltare e solo dopo aver raccolto i pensieri avrebbe dovuto imparare e parlare.

Le riconosco le vostre mani.

Ma penso alle altre mani che mi hanno sfiorato, togliendo con un solo tocco una paura forte, o per dirmi, “tutto bene? Hai freddo?” o per dirmi “brava! Era quello che pensavo!”

Si pensa alle mani attive e io penso alle mie passive, quando hanno ricevuto, percepito, quando sono state sfiorate o strette fortemente.

Le donne pensano subito, come voi avete fatto, alle mani attive, agili, che sanno, che si agitano, che vivono e fremono, che ricamano, lavano, asciugano, costruiscono, sferruzzano, sbucciano, fasciano, stirano, spazzano, pelano, mani brave, mani esperte, mani amorose.

Io penso alle mani passive. Che vengono sfiorate, strette, cercate nel buio, mani in girotondo, mani che si intrecciano, le mani in cui un bambino si infila dicendo sei calda. Le mani strette all’improvviso quando non si può parlare.

Le mani che fanno ciao da lontano, attraverso un finestrino.

Dedico questa pagina a “TUTTE LE MATITE CHE SONO PASSATE DI QUA”. Hanno lasciato tutte una traccia, piccola o grande, un segno della loro esistenza. Non è poco in un mondo che corre e sa distruggere più che coltivare. L’essenza del nostro cammino è stato questo “imparare ad ascoltare” e scordarsi di accusare. Spesso ci è riuscito.

Cecilia

Mani per Nadia

Mani – di Nadia Peruzzi

foto di Lucia Bettoni

Mani, mani, mani.
Mani, mani, mani. Dal vetro del negozio appannato per il freddo le osservava quasi rapita. Slanciate e con smalti fluorescenti, tozze e brutte, giovani, vecchie, poche, molto poche segnate dalla fatica.
Tutte o quasi tutte curate, fin troppo.
Toccavano di tutto. Erano quasi mosse di un balletto. Era attratta dal loro movimento incessante.
Attorno ai foulards e alle pashmine, c’era un vera e propria sarabanda. Cera chi saggiava la stoffa per poi posarla subito, per l’eccesso di sintetico. Chi invece se la portava al collo per la morbidezza inaspettata, ma erano poche che lo facevano.
Non c’erano più le belle cose di un tempo, lo sapeva anche lei che pure ormai era costretta a guardare i gesti degli altri da fuori.
Stoffe morbide, lane vere e non mischiate con troppo di tutto, tessuti avvolgenti che indosso, anche se comprati nel nogozzietto sotto casa , una volta confezionati in abiti o gonne, ti facevano sentire una vera signora.
Così come stava messa adesso in un negozio del genere non l’avrebbero mai fatta entrare.
Le mani che seguiva con più attenzione erano quelle affaccendate attorno ai cappelli.
La biondina stava benissimo con quel basco rosso sulle 23, ma la grassona con quello a cloche sembrava una campana con la sua faccia come battaglio.
Era sicura che le sarebbe stato meglio un cappello a tesa larga o con una visiera molto lunga così da coprirla il più possibile.
Era brutta come il peccato e tutto sommato il cappello non era in grado di migliorare la situazione.  Provava ad usarlo come paravento o maschera, ma era evidente che lo faceva proprio per nascondersi e l’effetto era pessimo.
Perbacco, la bruttezza, si anche la bruttezza andava indossata con stile. A viso e capo scoperto.
Sbattuta in faccia agli altri con l’orgoglio dell’io sono io , prendetemi come sono,  si sarebbe senz’altro notata di meno. Dagli occhi si sarebbe almeno visto trasparire le qualità dell’anima, quelle che avrebbero fatto passare in secondo piano quella bruttezza. L’aveva osservata bene. Vedeva in lei il suo riflesso per come era diventata oggi.  I casi della vita, la morte di suo marito, la perdita del lavoro, lo sfratto l’avevano cambiata , dentro e fuori.
Lei si sentiva brutta, si vedeva brutta e cercava per questo di non riflettersi in nulla che le rimandasse la sua immagine attuale. Non l’avrebbe sopportato. Non avrebbe retto il confronto con ciò che era stata e la barbona che era diventata oggi.
Tutta la sua vita dentro una vecchia borsa per la spesa con le ruote, per alleviare la fatica, e via di strada in strada , di panchina in panchina , di angolo in angolo.
Lo sguardo tornò a posarsi sui cappelli. Come era bello il colbacco che si stava provando la signora alta con le dita piene di anelli. Faceva un freddo tale che bramava di poter sentire su di sé la morbidezza e il calore di quel cappello. Il colore non le piaceva per nulla. Ma chi se ne frega del colore quando fuori inizia a nevicare e il freddo paralizza.
Era stufa di guardare cappelli che tanto non avrebbe indossato, figurarsi se qualcuno si sarebbe scomodato a comprarne uno anche a poco prezzo per una come lei. Era invisibile per chi era dentro il negozio. Con tutta quella mercanzia esposta , chi poteva vedere quel volto che scrutava dall’esterno.  Tanto più che il suo respiro appannava il vetro così tanto da non far vedere che fuori stava iniziando a nevicare.
Lo sguardò si spostò sulle mani che stavano facendo una battaglia per accaparrarsi il paio migliore e più elegante del reparto guanti.
I classici di pelle erano quelli che andavano per la maggiore. Dato il freddo molte mani si infilavano direttamente in quelli che avevano l’interno foderato di pelliccia e andavano direttamente alla cassa con quelli indosso.
La signora col colbacco e i tanti anelli si fiondò su un paio di guanti di pizzo nero. Chissà per quale festa si stava preparando.  O erano in previsione di un incontro galante?Non l’avrebbe saputo mai, ma le piaceva lo stesso sognare sulle vite degli altri visto che i sogni sulla propria aveva smesso di farli da un bel po’ di tempo.
I più trascurati erano i mezzi guanti. Se ne stavano appesi a testa in giù in perfetta solitudine. Attorno nessuna ressa , nessun intreccio di mani per prendersi quelli dai colori più sgargianti e adatti al clima delle festività. Anche loro sembravano invisibili, messi da parte, ai margini.
Una ragazza dai capelli fiammeggianti evitò tutte le resse e si rivolse decisa proprio a quel reparto. Al collo una macchina fotografica, che forse era la ragione della ricerca.
Le sue mani scattanti sembravano dire:” provatevi a fare le foto con i guanti interi e capirete il perché di una scelta che voi non considerate per nulla”.
Ne scelse un paio neri. Quelli che piacevano anche a lei. Avevano un accenno di piccolo ricamo rosso fra il pollice e l’indice che li rendeva particolarmente carini.
Cosa avrebbe dato con quel freddo per poterseli permettere. Si sarebbe sentita bella con quei guanti.
Cacciò a forza il ricordo che stava affiorando. Una lei giovane che se li stava infilando a testa bassa e che andò a sbattere contro un armadio d’uomo che poi era diventato suo marito.
No , non doveva piangere. Le lacrime erano finite da tempo. Nemmeno quelle si poteva permettere. Erano del tutto inutili.
Ma i lucciconi vennero fuori lo stesso.
La ragazza dai capelli di fuoco alzò lo sguardo proprio in quel momento e incrociò i suoi occhi.
Se la ritrovò accanto poco dopo.  Indossava i mezzi guanti neri, e ne aveva in mano un altro paio. Per lei!
Li indossò. Si sentì una regina.
Intrecciò le sue mani inguantate con quelle della ragazza.
Ne venne fuori una forma a ventaglio da cui le arrivò un calore che la ravvivò tutta. La ringraziò con gli occhi per quel gesto gentile e generoso. Non le era facile trovare le parole giuste in quelle situazioni e lei d’altra parte di parole ne diceva sempre meno visto che difficilmente trovava chi volesse parlare con lei. La ragazza rispose con uno sguardo dolce e complice insieme. Le soffiò un piccolo bacio e se ne andò di corsa.
Ne aveva viste di mani in movimento quel pomeriggio.  Solo quelle della ragazza dai capelli rossi portò con sé mentre riprendeva la sua strada, trascinando i piedi e il borsone con le sue poche cose dentro.
Per un attimo e per qualcuno non era stata invisibile.
Questo pensiero le dette forza.
Sentì affiorare una voglia di combattere che col tempo era svanita.
Aveva perso già tutto, peggio di così non avrebbe potuto andare.
Era il caso di provare a tornare a combattere, a non accettare 
ciò che il destino aveva apparecchiato per lei. Le forme e i modi li 
avrebbe cercati e forse trovati lungo la strada. Chissà!

Con Rossella sull’eco di Annie Ernaux

Maschere o donne – di Rossella Gallori

Il quaderno aperto, la penna in mano, la certezza di ascoltare, di non scrivere, ascolto, riesco ad ascoltare, la mano quasi da sola intreccia parole, maschere che ascoltano nell’aria….mi strappano  rime sconnesse…un evento si annuncia….

Io Pierrot, tu Pulcinella.

Inciampa Colombina, in un matto Arlecchino, che cerca di afferrare il bavero di tulle della fatina.

Ci vuoi dire qualcosa tu?

No,  sono Pinocchio ed un po’ Mangiafuoco, brucia lentamente il grillo parlante.

Salta Biancaneve dal cesto cadono mele.

Ci vuoi dire qualcosa tu?

Alla strega cade il mantello, il principe si sveglia ad occhi chiusi.

Ci vuoi dire qualcosa tu?

Zorro svolazza perde il cappello.

Ago e filo per Cappuccetto Rosso ricuce la nonna.

Lei fantasma, lui pirata

C’è un vampiro con il sangue sulle labbra.

Ci vuoi dire qualcosa tu?

fermiamo il girotondo…..

E l’ evento si annuncia….e non sono solo parole, non sono fantasie, si scopre un autore, ci si trova personaggi del libro, un libro che parla di altri, per altri:

 C’è Chi parla di sé, sembra solo cronaca, ma  è la tessera, di un puzzle solo all’ apparenza poco trasparente, non è vetro grezzo, è cristallo di anni passati, non taglia, riflette un pugno che vibra ancora.

Chi grida ancora dolore, per culle non riempite, per scarpine di lana verde acqua, riposte nell’ attesa…

Donne, che hanno scelto, subito, amato, odiato, studiato, lavorato, donne che per fortuna hanno raccontato, femmine mai di serie b, nascoste nel cuore di altre donne, che in un pomeriggio di quasi domani, han parlato di ieri, di guerra, di miseria, di buona sorte, di figli troppi, di figli pochi, amati sempre, anche senza carezze, nel silenzio totale nel non vedersi, nel non guardarsi, figli tirati su da sole, in giorni non sempre di sole…

E poi c’ era la libertà, poi la schiavitù, poi la fede politica, poi quella di Dio, poi il lavoro che è poco, poi che è troppo, la discriminazione…..l’età….il sesso….

Femmine, donne.

Riprendiamo il girotondo, senza maschere, tenendosi per mano….al centro bimbi stupendi, nati non nati, voluti,  non voluti….ci sorridono in segno di perdono…..una voce lontana, canta: tanti auguri a te….è mia madre…festeggia il compleanno dei miei fratelli mai nati… i suoi non nati, morti in una guerra chiamata vita…

Riprendiamo il girotondo….

L’8 dicembre di Stefania: un amore di compleanno

Il tuo compleanno – di Stefania Bonanni

È il tuo compleanno, un giorno per te. Ricordo la leggenda, tante volte raccontata dalla nonna. Era nel campo quando cominciarono i dolori. Raccattò la falce e piano piano camminò verso casa. Preparò le lenzuola pulite mentre il nonno con il carretto andava incontro alla levatrice, che sapeva del tempo che scadeva ed era pronta, la trovò sulla strada. Fu tutto veloce, la nonna non strillò, le contadine non strillavano, tante volte avevano visto le bestie mettere al mondo agnellini, vitellini, non era diverso. Strillavano le signore, le contadine no, non stava neanche bene.

Poi, a registrare la nascita andò il nonno dopo la festa. Sarà stato il nove, o forse il dieci. Andò il primo giorno che pioveva, e non si poteva andare nel campo. Disse che il bambino era nato nel giorno della Madonna, del resto che fosse il sette o l’otto, non cambiava nulla per nessuno. Noi ti si è sempre festeggiato l”otto. Me li ricordo, i tuoi compleanni, con festeggiamenti severi. la mamma e la nonna preparavano i cenci, che ti piacevano, o perlomeno dicevi ti piacessero. Un anno ti ho comprato un dopobarba, all’emporio, e mi sono sentita grande, una donna che compra un regalo da uomo all’Uomo di casa. La tua era una cifra da pochi fichi…..ma gli occhi…Hai sempre quegli occhi. Occhi da lanciare fulmini, ed un attimo dopo annegare nella nostalgia. Sei diventato vecchio, e mi sono sempre piaciuti gli uomini vecchi, convinta com’ero che saresti stato il più bello di tutti. Sei un vecchio bellissimo. Tanti capelli, e “di tanti capelli ci si può fidare”, bianchissimi da far pensare fossi biondo un tempo, e invece eri moro moro, con occhi di un azzurro che si vedeva da lontano. Un vecchio tutto nocche e ginocchi, con mani magre dalla pelle tesa, fragile e nervosa. Un uomo sempre colorito, con la perenne abbronzatura d’Arno, forse guardando bene hai qualche macchia, sulla pelle del viso, ma ti sta bene anche quella. Le spalle si sono un po’ curvate, gli anni e non solo gli anni, sono stati pesanti. Quando mi sono ammalata, mi ha curato e ho potuto cullarmi nei tuoi abbracci. Avevo bisogno di essere abbracciata, e di storie. E tu raccontavi, raccontavi, e non era il vino, allora. Erano storie come ponti, passerelle che attraversavano distanze e costruivano spazi nuovi, e non erano importanti né i nomi dei protagonisti, che si erano mescolati nei ricordi, né gli anni esatti. Anzi, la nebbia, il fumo, l’improbabile, aggiungeva, non toglieva, e la collocazione diventava “sempre”  e gli uomini e le donne erano “tutti gli uomini e tutte le donne”. E lo sai tu, e lo so io, che non si può fare di più, né meglio, che raccontare una bella storia. Alla fine, può essere il senso di tutto, raccontare, ricordare, una bella storia. O forse, una storia, anche brutta, anche dolorosa, anche finita male, o che non finirà, che sarà un mattoncino della nostra torre, forse inutile, ma indispensabile. Come quella di tu che mi siedi vicino, vecchio tu e vecchia io, che mi tagli a pezzetti quello che io non riesco a tagliare, a tavola. O che leggi prima di me quello che poi leggerò anch’io, e poi se ne riparla, e si cominciano discorsi che finisce l’altro, e si reagisce nello stesso modo, soprattutto al banale, con quel fastidio irritato che significa dimmi chi sei davvero, perché io non sono capace di altro che di me, e so che non è molto.

Sei magro e fumi come sempre, ma sei meno teso, dormi bene, ti appassioni allo sport, che ti diverte, come sempre. A momenti sei sereno, so che ti piacciono i nostri figli, i tuoi nipoti, ed anche tanto i figli di Ricca. Ti fanno ridere, ti scopro tenero, indifeso nel proteggerci, e tenero.

Guardarti mi provoca un sentimento denso, che mi riempie e mi risolve. Scoprirti vecchio, essere consapevole che ci sei e ci sei sempre stato e che non c’è stata un’ora, un minuto, un secondo, in cui non mi hai voluto bene, in cui sono stata sola, mi può anche bastare.

Nadia sulla scia de L’Evento, di Annie Ernaux

Non era il tempo – di Nadia Peruzzi

Non era il momento.
Lei che rimuginava spesso su tutto e che difficilmente si scrollava di dosso ogni morte che riapriva tutte quelle precedenti. Non ci aveva mai ripensato.
Lei che anche negli amori più volte si era trovata a dirsi la sua serie di “se avessi fatto” e “se avessi detto”, se, se, se…”Ho sbagliato così tanto anche io in quel rapporto,  non andato come avrei voluto”, ” se mi fossi comportata in altro modo, forse..”
Non ci aveva mai ripensato.
Non era il tempo.
Su quello, nessun “se” successivo.
“Cosa decisa , capo ha” diceva sua nonna , che non era cinica ma un pozzo di civile e umano realismo. Quando una decisione si imponeva, non c’era da starci sopra a rimuginare più di tanto. Per una donna di fine 800, aveva sempre pensato che fosse qualcosa di grande. In effetti votò ai referendum sul divorzio e sull’aborto senza porsi problemi particolari. In lei c’era apertura e grande modernità anche su aspetti come questi non facili per una donna che veniva diritta dall’altro secolo, e per ogni donna.
La sostenne, nella scelta. Così come la sostenne la famiglia. Lei si sentiva ed era libera di scegliere in autonomia, ma allora ancor di più il sostegno corale della famiglia era indispensabile.
L’aborto era illegale e punibile per legge. La 194 era di là da venire. La decisione avrebbe coinvolto tutti, nel caso qualcosa fosse andato storto e la polizia avesse bussato a quella porta.
Era con suo marito. Ricorda la sua mano che la stringeva, ma lo stanzone dove entrarono è svanito nella nebbia. In nessun cassetto dei ricordi è stato messo. Nemmeno in uno di quelli di fondo pigiato ben bene dietro a tutti gli altri.
Puf, svanito. Sembrava una sala biblioteca riadattata. C’erano i macchinari, una infermiera. Tutto si svolse in grande rapidità .Il tempo di riprendersi e poi fuori di nuovo alla luce del sole e della legalità. Nemmeno il peso di aver varcato la soglia del proibito sentì più di tanto. Lei così ligia alle regole, quella soglia la varcò senza paura .
Era necessario. Non era il momento.
Un bambino non era da mettere nel conto. Doveva ancora laurearsi e non ce l’avrebbe fatta altrimenti.
Approccio troppo freddo e privo di sentimento? No, lei che piangeva di nulla a volte, e che si assumeva fin troppo il dolore degli altri tanto da farselo proprio, di sentimento ne aveva. Ma su questi aspetti della vita aveva sempre pensato che non ci fossero altre regole se non quelle dettate dalla propria coscienza e sensibilità,  e leggi che quella coscienza e sensibilità dovessero in ogni caso tener presente una volta che fossero scritte. Come non esiste una regola per imporci un codice di comportamento univoco rispetto al dolore per la perdita delle persone più care, o per la frequenza con cui si debba andare al cimitero a onorare morti che si vogliono ricordare da vivi , perché ancora sono vivi dentro di noi,  ci accompagnano e spesso ci sussurrano cose del passato vissuto insieme.
Era arrivata a 70 anni, aveva raccontato a qualcuno, quando era capitato il momento ma nel farlo mai le era balenato nel cuore e nella mente di ripensare a quell’evento in chiave di perdita o di mancanza. Né aveva rimuginato sul come avrebbe potuto essere, se…
Nemmeno quando si ritrovò in braccio sua figlia, e fu inondata e quasi stordita da quel profumo di neonata che è qualcosa di unico e incredibile. Un regalo di madre natura al genere umano che nessun borotalco riesce ad eguagliare.
Nemmeno allora le capitò di pensare che avrebbe potuto avere un fratello o una sorella più grande, se, se, se.
Eppure un altro figlio lo avrebbe voluto,  almeno fino ai suoi 40 anni,  età che considerava limite. Non era venuto, la natura aveva deciso altrimenti. La menopausa arrivò a 40 anni a spegnere qualsiasi volontà e poi anche il desiderio di nuova maternità.
Malgrado questo, ancora adesso, nessun rimpianto, nessun pentimento anche perché laicamente la categoria del pentimento non rientrava nel suo approccio alle questioni della vita. Un bambino non nato nei primi tempi del concepimento non riusciva a collocarlo fra le persone perdute. Lo sarebbe stato se fosse volato via, nel non essere,  dopo il parto. Allora si l’avrebbe vissuta come una assenza di cui portarsi dietro il peso con un rimpianto che avrebbe lacerato il suo cuore e la sua anima per sempre.
Ma per lei allora non era tempo.
No, non era il tempo.

Emozioni di Carmela con Annie Erneaux

L’ultimo respiro – di Carmela De Pilla

Foto di Rebekka D da Pixabay

La gracile foglia roteava nell’aria, aveva consumato il suo tempo, ma resisteva alla forza del vento e frenava la discesa per gioire degli attimi rimasti, avrebbe voluto ritornare solo per un istante nel grembo del grande albero  per sentirne ancora il profumo, il calore e la cura.

E volteggiava, volteggiava lasciandosi cullare dall’ultimo respiro poi delicatamente si adagiò sulla terra, unica custode della sua vita; un aquilone si fermò un attimo per donarle un sorriso “ È bello, giallo come il sole che mi ha dato la vita”  si disse, per un attimo si sentì sospesa poi si abbandonò tra le braccia della Grande Madre.

Ninuccia, seduta sulla fredda panchina un po’ arrugginita dal tempo aveva osservato tutto e si commosse, con prepotenza un ricordo si fece spazio nella sua mente e con gli occhi un po’ umidi si avvicinò alla foglia e la prese tra le mani.

Era bellissima, il rosso e il giallo sprigionavano ancora amore e le cinque dita erano ancora ben tese, il grande acero avrebbe voluto trattenerla, ma la lasciò andare, sapeva che doveva essere così, altri sogni sarebbero nati.

La giovane donna se la portò al petto e accompagnata dal ricordo incominciò a ondeggiare su se stessa come per alleggerire il trapasso, mentre la cullava la sentiva sempre più pesante… più pesante e come per incanto rivide il suo piccolo, anche lui era bellissimo, con le guanciotte paffutelle e due occhioni neri che baciavano il cuore.

Aveva dato tutto l’amore per quel figlio, lo aveva desiderato, lo aveva coccolato rannicchiata sotto le coperte e aveva aspettato con pazienza quei lunghi nove mesi poi la gioia di vederlo, toccarlo, abbracciarlo e per un attimo essere felice.

Durò proprio un attimo la sua gioia.

Seguì un silenzio inspiegabile, lo capì dallo sguardo della madre  che la strinse fra le braccia e le disse: – Devi farti forza Ninù, Lina ce l’ha messa tutta, ma il destino ha voluto così, è la vita, a volte capita.

È vero, succedeva a quei tempi e ben presto tutti avevano dimenticato, tutti ritornarono alla vita di sempre, ma non fu così per Ninuccia, cosa ne sapevano gli altri che non dormiva più la notte? Chi conosceva la sua solitudine, chi sapeva cosa nascondevano i suoi silenzi, chi aveva ascoltato il suo ventre e il suo cuore? Chi parlava alla sua anima per quietare i suoi tormenti? Quante volte aveva sognato di portare al seno il suo piccolo e invece si ritrovava tra le braccia un fantoccio!

Ci volle molto tempo perchè ritrovasse se stessa, nessuno aveva mai capito fino in fondo il suo dolore, nemmeno suo marito che appena possibile la rimise in cinta senza chiederle nulla, ma era così, tutto rientrava nell’ordine naturale degli eventi.

Ci volle molto tempo perchè riuscisse a rivedere la luce, poi capì che doveva parlarne, doveva raccontarlo, doveva far conoscere la sua pena, solo così poteva salvarsi.

Era stata brava Ninuccia, aveva fatto tutto da sola, ma le donne sono così, quando sembrano perdute trovano sempre una forza vulcanica che le fa risorgere.

Incontro online del 1 dicembre 2022

Siamo occasionalmente tornati in video causa contagi diffusi….ma saremo ancora in Carrozza il 15 dicembre prossimo

Raccontiamo L’Evento di Annie Ernaux

Incontro importante, tutto al femminile.

Arriva potente un quadro profondo sulla DONNA, intesa come forza di resistenza, determinazione, sentimento, scelta.

L’Evento è un momento solo femminile: si tratta del racconto dell’aborto di Annie Ernaux, che lei decide di descrivere con il suo linguaggio asciutto e lucido.

Ne segue, tra noi, una riflessione sulla maternità, sulle implicazioni, sul fatto che non è un momento così facile, né sempre naturale come sembrerebbe e come urlano i luoghi comuni.

Due sono i concetti di Annie:

“Le cose mi sono accadute perché io potessi renderne conto”

“Lo scopo della mia vita è che il mio corpo, le mie sensazioni, i miei pensieri diventino scrittura………. la mia esistenza completamente dissolta nella testa e nella vita degli altri”.

Dice Sonia Bergamasco nel video di essere innamorata di questo concetto di Ernaux: “La scrittura come percorso di immersione nel profondo, feroce, senza non detto”.

Colori di Anna sulla scia del Colibrì

IL COLIBRI’ – di Anna Meli

Non so esattamente che colori avesse inventato per me madre natura  tante erano le sfumature di   giallo, di verde, di azzurro cenere che le mie ali piccole ma instancabili spandevano intorno a me.

Ero un uccello  di luce, di aria, di sole in un costante e immobile movimento.

Immergevo il lungo becco con delicatezza nel mio fiore preferito e mi nutrivo di quel dolce polline senza mai stancarmi in una continua danza sempre uguale che, oltre al nutrimento, mi donava sicurezza

Sarebbe stato sempre così.

Il tempo  sarebbe rimasto fermo, prigioniero nel frullio delle mie ali.

Resistere con Nadia sulla scia del Colibrì

Lettera – di Nadia Peruzzi

Cara Jane,
come vedi dopo tanto silenzio può capitare che ti scriva nuovamente e a distanza di poco tempo.
Ho rivisto Paolo, il tuo Paolo. È sempre il bell’uomo che era in gioventù, con qualche ruga e qualche capello bianco di troppo.
All’inizio non mi ha riconosciuta . Io, rispetto a lui, sono invecchiata davvero . Ma non è questo che lo faceva esitare nel farsi avanti . È l’ulteriore cambiamento che mi sono concessa . Capelli corti e ricci, con qualche ciocca di violetto, occhiali a specchio e sigaretta elettronica. Io che in gioventù mai ne avevo fumato neppure una.
Eravamo in treno, direzione Roma, lui salito a Bologna, io a Firenze.
Per un po’ ci siamo studiati, poi io ho rotto il ghiaccio. Abbiamo parlato del più e del meno, di cosa avessimo imbastito in tutti gli anni nei quali ci eravamo persi di vista .
Poi mi ha chiesto di te. All’improvviso! Non gli sei mai uscita di mente, lo si capiva dagli occhi mentre io raccontavo di te.
Sembra quasi strano che un amore mai vissuto come il vostro in lui possa essere rimasto sempre vivo dopo così tanto tempo.
A pensarci strano non è.
Vivo è rimasto il desiderio inappagato, quello che non ha mai dovuto fare i conti col risveglio del giorno dopo , con la noia dell’abitudine, con il tran tran che spesso si insinua in un rapporto, fino a farlo rinsecchire.
Fra voi difficile potesse succedere qualcosa. Troppo diversi da ragazzi e immagino anche adesso che siamo tutti ben oltre la metà delle nostre esistenze.
Tu tutta pepe , alla ricerca continua di mete ed obbiettivi, mai ferma. Quanti fusi orari hai cambiato in quegli anni. Lui che sembrava abbarbicato ai luoghi, pochi, dove arrivava per lavoro o per studio. Faceva il nido, ma non uno qualsiasi, come quelli delle cicogne che tornando ritrovano il loro e quasi se lo tramandano generazione dopo generazione.
Alle assemblee a scuola era quello che si sedeva sempre nella sedia più vicina alla porta, pronto a scappar via alla prima avvisaglia di casino .
Tu nel casino ti ci buttavi dentro, talvolta eri proprio tu a provocarlo.
Ricordo di quella volta che aveste una discussione forte , di quelle che lasciano il segno e non hanno il grigio del possibile compromesso.
Lo accusasti di stare in una trincea tutta sua. Da lì osservava il mondo che gli correva accanto in un turbine. Secondo te era un atteggiamento fin troppo passivo, statico, senza volontà.
Negli anni del riflusso aveva trovato il suo giaciglio preferito, gli urlasti.
Poteva vedere che tutto stava tornando sui suoi passi, scivolava all’indietro e nel tempo delle passioni fredde lui ci aveva sguazzato alla grande.
Troppa fatica il tempo delle passioni forti.
Il suo star fermo, facendosi raggiungere dagli eventi lo faceva un eroe ante litteram della resilienza, quella che va tanto di moda nel linguaggio comune ed in politica oggi e che noi abbiamo contestato e aborrito fino da quando l’abbiamo sentita per la prima volta.
Entrambe convinte che i nostri padri se avessero fatto resilienza invece di resistenza al fascismo, Mussolini sarebbe rimasto al suo posto, non avremmo mai avuto la Costituzione e tutto quanto il resto che ci ha permesso i grandi avanzamenti degli anni 60 e 70.
Chissà se vi trovaste oggi voi due.
Ancora stareste a discutere se sia più coraggioso uno che cerca in tutti i modi di cambiare, non si accontenta mai ed è sempre sul filo di una ricerca continua di qualunque cosa faccia sentire vivi e vitali. Oppure ci sia posto anche per un altro tipo di coraggio che è quello a cui Paolo ha cercato di aggrapparsi per tutta la vita.
Ricordi quanti corsi abbiamo iniziato e mai finito? Dopo la curiosità iniziale, veniva l’abitudine e il dover andare, la noia e l’abbandono.
Prima del viaggio in Iran anche un corso di Parsi ci mettemmo a fare. Non spiccicammo una sola parola, nemmeno per un banale saluto di cortesia.
Come in altri casi andammo a gesti e a gran sorrisi e il viaggio andò alla grande anche senza Parsi usando un po’ di tutte le lingue di cui avevamo collezionato termini che definivamo di mera sopravvivenza.
Lui questo vortice non lo capiva. Si sentiva scombiccherato anche solo a sentire che ci stavamo organizzando per partire e non veniva mai nemmeno a salutarci quando partivamo.
Allora ci faceva arrabbiare e non poco e glielo facevamo scontare tutto al nostro ritorno, raccontando anche avventure che non avevamo vissuto affatto.
Non ci siamo mai soffermate in verità , né a interrogarci allora su quanto quel vortice stesse prendendo campo eccessivo. Il movimento per il movimento, senza direzioni di marcia reali se non quelle che andavano per la maggiore e facevano figo.
Forse non avevamo gli strumenti, oppure tutto era così veloce che risultava complicato trovare un attimo per mettersi a riflettere e pensare. In fondo gli avvenimenti hanno travolto anche noi . Li abbiamo subiti anche se pensavamo di dominarli.
La Milano da bere, lo yuppismo, le notizie 24 ore su 24 , il villaggio globale venduto a spanne e bastava un click per raggiungere un pakistano in uno sperduto villaggio vicino a Peshawar. La trama era ben congegnata e la domanda banale ma il pakistano il computer ce l’ha e se lo può permettere? E la luce per accenderlo, nel caso, a quanti chilometri da casa sua poteva trovarla?
Eppure quanto è durata la storia del villaggio globale interconnesso.  E noi dentro veloci come schegge a comprare Ipad e smartphone e tutto il resto dell’attrezzatura.
Adesso, forse anche tu come me, ritrovando Paolo, potendolo riascoltare,  avremmo una possibilità di confronto che allora non cercammo. Forse avremmo potuto comprendere qualcosa in più di questo suo carattere spigoloso, ma saldo e per nulla rinunciatario.
Se poteste vedervi, parlarvi,  ti convinceresti che ci vuole coraggio ed energia anche a non lasciarsi travolgere dal mondo in ebollizione, anche nello stare fermi come scelse di fare lui.
Non dico che questo vi avrebbe avvicinato fino a farvi finalmente stare insieme, ma perlomeno avresti capito di quante scale di grigio può esser fatta un’esistenza.
Soprattutto avresti capito che non è affatto detto che queste scale di grigio non abbiano anche loro una loro vitale direzione di marcia che non porta per forza alla noia e all’abitudine che uccidono in genere parecchi rapporti.
Ti mando un abbraccio.
Paolo mi ha detto di salutarti. Mi ha chiesto il tuo indirizzo. Può darsi che un giorno o l’altro possa trovare il coraggio di scriverti o di venirti a cercare.

Il tavolo di marmo di Stefania guardando il colibrì

Il tavolo di marmo – di Stefania Bonanni

Questa, che non è una storia, cominciò su un tavolo di marmo, in cucina.

Perché non nel letto? Mai saputo. Forse perché c’era la cucina economica, davanti al tavolo. Forse era una Pasqua fredda, quell’anno. Forse perché aspettando, tutti speravano di riuscire a consumare anche il pranzo di Pasqua. 

. Comunque nacqui, primogenita dell’uomo più somigliante a Paul Newman che si fosse mai visto, e di una donna morbida e dolcissima. Vennero in tanti a vedermi, forse sbagliarono, non era Natale, non ero un maschio. Però ero bellissima, dicevano. Molti di quelli non ci sono più, alcuni di loro mi hanno sempre chiamato Pasqualina.

In quella casa si faceva tutto, sul tavolo di marmo. Si tirava la pasta, si impastavano le polpette. Si staccava un pezzo di carne dall’impasto grosso, e se ne faceva una polpettina. Si modellava la carne in piccoli pezzi. Carne, sangue, occhi, capelli, di casa.

 Nacqui, arrivai in un mondo dove non conoscevo nessuno.Questo l’ha detto Beatrice, e mi ha fatto tanto pensare. Ma il mio problema non fu la solitudine.

Nessuno si accorse che avevo una sorella. Una gemella, siamese, appiccicata addosso.

Una buccia, un guscio, e sotto, dentro, la polpa.

 Non so quale fu il momento in cui lo capii, ma da allora tutto è tornato. Questo sentirsi sempre un po’ altro, stonata, fuori posto . Io ero quella che si vedeva o quello”altra, nascosta….? O un po’ quella, un po’ quell’altra, secondo i momenti, le necessità, le convenienze?

 Da bambina no, sono stata una bambina felice. Bella, intelligente e molto amata. Somigliavo a tutti e due, m baciavano molto, mi abbracciavano sempre.Su quel tavolo di marmo facevo i compiti ed il bagno, dentro la tinozza, davanti alla cucina economica.Somigliavo a lui, e da allora continuo a cercare di somgliare a lei, la donna morbida ed accogliente che non sarò mai.

 Venne l’adolescenza, l’età difficile, il momento nel quale il corpo cambia e non ci si riconosce. Ecco, per me fu un momento magico. Il momento in cui credetti che il mio guscio bastasse. Avevo sempre occhi incollati addosso, pretendenti fidanzati che mi seguivano come ombre, che mi cascavano ai piedi, ragazzotti che più trattavo male e più mi orbitavano attorno. Mi sentivo potente, non dovevo fare niente, ed ero lo stesso capace di fare sognare con un sorriso. Che nella stessa maniera potessi anche fare star male non mi passava neanche nella mente. Naturalmente questo periodo fu il festival del guscio, il ripieno dormiva, cresceva inconsapevole. Ero sempre più convinta non ci fosse niente, dentro. Leggevo tanto, avevo sempre libri a mezzo e fantasie negli occhi, nei pensieri. Mi piacevano più i fratelli Karamazov dei ragazzotti del paese. Piano piano ma convinsi di essere presuntuosa, che tutto questo leggere, sognare, voler conoscere grandi pensatori, significasse voler essere più di quello che ero, un guscio di paese, e che anche chi mi viveva intorno mi giudicasse così .

L’empatia di Rossella B. sulla scia del Colibrì

La differenza – di Rossella Bonechi

Nell’erba alta un fruscio improvviso, un movimento inaspettato e poi più niente. Ho visto male? I miei sensi erano stufi di sola contemplazione? No: ecco che intravedo due punte pelose che sembrano tremolare un po’. Scosto piano con le mani il sipario d’erba e appare una piccola lepre, immobile, solo il suo nasino freme e le zampe posteriori sono in tensione pronte allo scatto.

Lei si immobilizza tentando di ingannare il predatore e dargli ad intendere che non ne vale la pena. Ma chissà come trema il suo cuore, chissà se il suo istinto le sta continuando a suggerire l’immobilità o la prepara alla fuga improvvisa. Anche io trattengo il respiro, non voglio che scappi ma vorrei comunicarle le mie buone intenzioni. 

E d’un tratto lei non c’è più, è quasi volata con un salto liberatorio che mi ha lasciata impreparata, sorpresa, quasi delusa. Le deve essere costato parecchio rimanere ferma ferma in preda al terrore, come pure sarebbe stato faticoso lanciarsi in una corsa con la paura di non farcela.

Perché ci vuole la stessa energia sia a muoversi a vuoto che a rimanere saldamente fermi. Il risultato cambia solo se si sa guardare anche con il cuore, solo  se si mette in moto l’empatia e la gentile curiosità, così da scoprire cosa cela l’altro dietro la scelta tra il Masso e il Vortice; potremmo accorgerci che alla fine forse non c’è differenza tra noi e la lepre.

Sulla scia del Colibrì una storia in una storia di Gabriella

Colibrì 2 e Colibrì 1 – di Gabriella Crisafulli

Era fortunata, era molto fortunata.

Doveva assolutamente riconoscerlo.

Stava male ma se lo poteva concedere.

Era libera di vivere le sue paturnie senza doverne rendere conto ad alcuno.

Aveva quel grande spazio a sua disposizione che era la rappresentazione plastica di ciò che aveva passato e che stava attraversando.

Era capace pure di mascherare all’esterno quel che provava con impeccabili recite che attingevano alle sue interpretazioni passate.

Cosa poteva desiderare di più?

È vero, aveva un problema: c’era quell’animalino che le dava fastidio perché le ricordava che non era ancora finita. Dopo tanti anni che si era data da fare per essere splendida splendente, tenace resistente, non era ancora finita e cominciava a domandarsi se sarebbe mai servito a qualcosa il lavoro di scavo che la impegnava giorno dopo giorno.

Tutti le ripetevano di buttare via tutto il ciarpame che la circondava ma fortunatamente non l’aveva fatto e dalla montagna di roba vecchia era venuto fuori quel reperto significativo: la inchiodava ad una storia che ciclicamente si ripresentava e lei poteva solo prenderne atto. Tutte le energie profuse per anni nel tentativo di una trasformazione, di un cambiamento non erano bastate: lei si trovava punto e a capo davanti ad uno specchio che le rimandava l’immagine di un mostro con cui doveva convivere.

Il colibrì le ricordava con fastidio che fin da un mese dopo la nascita aveva dovuto considerarsi come un adulto. Si era adattata e aveva imparato a battere le ali sessanta volte al minuto per rimanere assolutamente ferma, per non incorrere nelle ire di chi la circondava. Dopo settanta e più anni era ancora lì, immobile in “sur place”.

Le sue amiche le chiedevano come mai era sempre stanca: forse le era toccato in dote dalla vita un continuo consumo di energie, sempre avanti e indietro fra un compromesso e un altro con il risultato di risultare ambigua e deludente. Si era sempre barcamenata ma adesso la scialuppa era malconcia e non sapeva quale direzione prendere.

L’aveva fregata l’imprinting: le rammentava che non era Konrad Lorenz.

Per evadere a tutto ciò aveva incominciato a scrivere una storia sul dio Serpente che distruggeva mondo terreno e mondo divino per la rabbia di non essere stato preso in considerazione dagli uomini e dagli dei.

Aveva cercato di convogliare su qualcosa di diverso dalla sofferenza tutto il dolore che provava e la invadeva come melma.

Non sapeva ancora se sarebbe riuscita.

Sapeva solo che era fortunata, era molto fortunata.

Il suo mondo era popolato da altro, oltre ai rifiuti.

C’era chi le offriva un viaggio negli Stati Uniti e chi gliene proponeva uno ad Instanbul.

C’era chi ascoltava le sue geremiadi e chi rifiutava un caffè salvo poi pregarla di assaggiare i suoi dolcini.

C’era chi le suggeriva di indossare il rosso e chi le offriva un posto sul suo banco al mercato.

C’era chi le inviava almeno una canzone al giorno e chi le stava vicina nella sua fatica.

C’era il nipote che dall’Australia si rivolgeva a lei per ricostruire l’albero genealogico della famiglia.

D’altro canto Elena di Vacchereccia glielo aveva detto: “I parenti sono come le scarpe: più stretti sono, più male fanno.”

Colibrì 1

Nel fitto della foresta, al riparo dagli sguardi umani, molti e molti anni fa viveva il dio Huitzilopochtli con la consorte Kwakwaka’wakw. Aveva scelto quel posto perché era il luogo della felicità assoluta. Il cielo, la terra, le acque, gli animali, le piante, i colori, tutto era lussureggiante. Per rendere quel territorio ancora più ricco di vera gioia perenne il dio aveva creato i colibrì che dipingevano i giorni e illuminavano le notti con la loro danza perpetua.

Gli uccelli avevano la possibilità solo di sostare brevemente di tanto in tanto fra i capelli di Kwakwaka’wakw. Nella sua grande chioma proliferavano fiori di ayahuasca: generavano un nettare carico dell’acido lisergico che dava loro la vitalità per non stare mai fermi.

Nella capigliatura della dea i colibrì costruivano i nidi dove depositavano le uova che Kwakwaka’wakw covava con amore. Chiedeva ai colibrì, in cambio dell’ospitalità, le piume del manto fatte da un misto di turchese, lapislazzuli e ametista, per adornare le vesti e la chioma.

Erano gli uccelli più piccoli del creato, i più belli, i più leggiadri ma anche i più guerrieri che il loro becco a forma di spada combattevano per proteggere dai nemici. Il loro movimento continuo sosteneva ideali di forza, resistenza, perseveranza e dominanza sui nemici. Per questo motivo Huitzilopochtli li aveva mandati anche in mezzo agli uomini a cui donavano pure fertilità e abbondanza, allegria e resistenza, cura e aiuto, acqua e fuoco.

Il re Tizoc era grato agli dei di quel dono e venerava il colibrì a tal punto da immortalarlo nella Pampa di Ingenio con un enorme disegno visibile solo dall’alto.

In onore di dei così generosi, il sovrano sacrificava i giovani della propria stirpe e uomini e donne delle città vicine, bottino di conquista, immolandoli vivi sull’ara votiva.

Folle straboccanti si riunivano per vedere come le vittime venivano trucidate.

Durante il rito alcuni sacerdoti suonavano i sacri tamburi generando vibrazioni profonde che procuravano esaltazione mentre altri soffiavano nelle conchiglie scandendo un ritmo incalzante. Tutto intorno venivano alimentati incensari sulle cui braci sacre bruciavano le foglie di ayahuasca producendo il fumo che diffondeva esalazioni allucinogene.

La moltitudine si lasciava andare alle danze mentre il sangue colava dall’ara votiva giù giù lungo il piano inclinato della piramide fino alla gente che se ne bagnava i piedi ballando nella polvere.

La danza cerimoniale, all’inizio, si sviluppava in cerchi concentrici generando un movimento cosmico e poi si estendeva in una catena umana, in un serpente infinito.

Una volta però, all’inizio della fine di quei giorni, il ballo ossessivo generò nel suo snodarsi un vero serpente, un rettile gigantesco e mostruoso che divorò la gente e nel contorcersi si fece prima arco e poi freccia lanciandosi nel territorio degli dei. 

Era Quetzacoalt, il dio serpente, che era stato mandato nel mondo sotterraneo perché la sua orrida figura spaventava Kwakwaka’wakw di cui era innamorato.

Quella volta, i balli ossessivi nel corso dei quali si inneggiava al re Tizoc, avevano creato una fenditura nel terreno e Quetzacoalt ne aveva approfittato per venire fuori dal sottosuolo: voleva dare sfogo alla sua rabbia, alla sua gelosia, alla sua violenza.

Era l’ora della resa dei conti e non se la fece scappare. Voleva punire il sovrano perché non gli aveva dedicato sacrifici umani, voleva dominare il mondo dell’abbondanza e voleva che Kwakwaka’wakw fosse sua.

Ma il dio serpente, però, non sapeva che rabbia, gelosia e violenza, nel momento stesso in cui mettevano piede nel luogo della felicità assoluta, ne cancellavano l’esistenza insieme a lui ed a tutti gli uomini che veneravano Huitzilopochtli e Kwakwaka’wakw.

Di tutta quella magnificenza dopo tanti secoli rimane una radura nella foresta che, vista dall’alto, disegna un colibrì e migliaia migliaia di microscopici uccelli colorati diffusi in tutta la foresta.

Con il movimento delle ali simboleggiano l’infinito, l’eternità e invitano gli uomini a lasciar andare il passato per fare spazio ad un nuovo ciclo di vita.

Il Colibrì di Cecilia

Siamo tutti colibrì – di Cecilia Trinci

Un uccellino in frenata libera, che vola all’indietro, in retromarcia. Sarebbe più naturale, più facile dispiegare le ali e andare, come va va, verso le aperture e i destini infiniti, giocando con il vento.

Resistere. Rimanere è segno di grande forza e di potente volontà. La forza dei “padri fondatori”, dei difensori delle famiglie, dei procreatori di nuove genie. Degli scienziati, degli ecologisti, dei naturalisti.

Ci sono i passi degli scarponi e i salti delle scarpette. Chi vola e chi resta.

Ci vuole forza per rimanere. Per trovare la bellezza nei passi già fatti.

Ci vuole forza per rimanere.

Rimanere amici,

Rimanere sposati,

Rimanere accanto.

Ci vuole forza per difendere le mura della città, gli affetti conosciuti, le idee di libertà, le case dei fantasmi.

Per difendere la terra dai cambiamenti e dai capricci di morte.

Ci vuole forza per onorare la propria idea, rimanere in un posto…. il proprio posto sulla terra.

Rimanere nonostante.

Nonostante chi si volta, chi si perde, chi non vede, chi dimentica, chi offende, chi calpesta, chi ride, chi piange, chi parla parla, chi stride, chi canta, chi muore, chi cade, chi inciampa, chi si fa male sui sassi del viale, chi….chi ….e cosa….

Rimanere, da un latino ri-manere, stare comunque, esserci.

Con Silvana volando con Il Colibrì

Pensieri liberi – di Silvana Castaldi

Dopo il nostro incontro di giovedì scorso su Sandro Veronesi, nei giorni successivi, per una di quelle combinazioni che mi sembrano piccoli “miracoli”, ecco che nella vetrina del mio libraio appare la seconda edizione de Il Colibrì che volevo cercare in biblioteca … e così lo compro, vedo che da questo romanzo è stato tratto un film e trovo che ci si riferisce a un libro su De André scritto da Dori Ghezzi in collaborazione con due linguisti. Leggo dunque la lettera che ha letto Cecilia per intero, sottolineo col lapis le tante frasi accattivanti

Sempre nei giorni seguenti e durante le mie ricerche  sulla EMMENALGIA mi arriva un post di mia sorella che si interroga sul concetto di EMPATIA … secondo Platone (un bel libro di Andrea Pinotti, Edizioni Laterza, che non si troverebbe più)…

“Mettiti nei miei panni!”. Quante volte ce lo siamo sentito dire; quante volte noi stessi lo abbiamo preteso dagli altri. Quante volte ci è sembrato di riuscirci; quante volte abbiamo dovuto riconoscere che non ce la si fa. ‘Empatia’ è una parola per questo sforzo, per questo desiderio, per questo bisogno. Una parola che dà nome a un problema: Come faccio a sentire quel che senti tu? Come posso immedesimarmi, io che non sono te, nei tuoi vissuti, nella tua vita? È possibile che io vi riesca, e che mi apra così all’altro, che a sua volta si apre a me? O sono invece destinato a rimanere rinchiuso in me stesso come in una bolla impermeabile? Questo libro racconta la storia, complessa e affascinante, di una questione che ricorre in campi disciplinari differenti: dalla filosofia alla psicologia e alla psicoanalisi, dall’antropologia alla storiografia, dall’estetica all’etica, dagli studi culturali e di genere alle neuroscienze. Andrea Pinotti, con un linguaggio accessibile al lettore non specialista, stila una mappa esaustiva dei territori del sapere in cui è implicato il problema della relazione con l’altro da sé. Relazione che non riguarda solo gli esseri umani ma anche il mondo degli animali e delle cose: che non sono mai cose e basta, ma hanno un carattere, un’anima propria, che entra in consonanza o dissonanza con noi. Stare dunque insieme con gli altri e con le cose: questo libro non ci insegna come dobbiamo farlo, ma ci aiuta a comprendere come lo facciamo.

Infine, per vie traverse, arriva dalle mie corrispondenze anche casuali il ricordo di alcuni versi di Pascoli: C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico … Felice te che al vento non vedesti cader che  gli aquiloni… finivano con “adagio per non farti male” e così lascio scorrere i pensieri …. a conclusione di questo ragionare su due o tre pagine proposte per un qualche misterioso motivo che non conosco ma che così bene si intreccia col divagare della mia mente …

La forza dell’immobilità di Carmela sulla scia del colibrì

Senza muoversi mai – di Carmela De Pilla

Non si era mai chiesta cosa avrebbe fatto nella vita, si lasciava trasportare dalle onde in uno spazio straniero o amico, si era trovata vecchia senza avere il tempo di contare il tempo e ora, indiscussa protagonista di tutta la  famiglia se ne stava ancora lì, nella stessa casa che l’aveva vista bambina.

 Quando si sposò fece di tutto per rimanere aggrappata a quelle mura, lì aveva visto nascere e crescere i due figli, aveva ricamato giorno e notte in quella piccola stanza buia consumando gli occhi, aveva litigato, amato e aveva conosciuto la morte negli occhi del marito.

Tutto veniva deciso tra la cucina e la stanza adiacente che assomigliava a un soggiorno soltanto perchè c’era un divano, era lei che con la sua placida tranquillità muoveva i fili delle marionette, a volte spinta da necessità a volte dal suo piacimento.

Una donnina si direbbe, esile e piuttosto bassa, ma con una forza neghi occhi che la faceva resistere ai venti più impetuosi, sicura nel prendere decisioni, ma altrettanto fragile, quando si trovava nella solitudine della sua casa aveva paura perfino della sua stessa ombra  e ritardava fino a notte inoltrata il momento di andare a dormire perchè, diceva, dormire è come morire.

Mai andava a fare visita a qualcuno eppure tutti passavano ore con lei, mai raccontava i fatti suoi, ma lei sapeva tutto di tutti, non credo che sia mai uscita dal suo paese, è rimasta sempre lì tra la cucina e quella stanza adiacente, ma la sua storia è stata un sussulto continuo in un mondo gonfio di tanta vita.