Quando io sono sovrappensiero disegno sempre frecce, belle , appuntite , più o meno lunghe..ma sempre frecce..una mancanza di fantasia che a volte mi preoccupa…
Già..le frecce..Significato? Ferire o comunicare? Sono la stessa cosa? Forse sì.
Comunicare, così, isolato, non vuol dir nulla…bisogna lasciare il segno..in altre parole “colpire”, ”impressionare”l’altro E la domanda: come sarà l’impressione che lascio? Buona o cattiva? Non è una domanda banale perché se l’impressione che penso di lasciare non è buona il risultato potrebbe essere il buio della non-comunicazione. Una cosa da cui tutti rifuggiamo.
Osservo meglio le mie frecce: sono tutte in fuori, non ce n’è una in dentro.
Quindi si “cerca” l’altro..ma la mancanza di frecce in dentro significa che io non voglio “ricevere”?
A questo punto mi fermo: sono finito in un ginepraio..e mi ci sono messo io, accidenti alla voglia di analizzare ogni cosa…
Mi viene in mente la differenza tra uomo e donna e mi pongo una domanda forse un po’ strampalata: forse una donna avrebbe fatto le frecce “in dentro”?. Mi piacerebbe saperlo, ma dovrei trovare una donna che soprappensiero facesse le frecce , come me, non altri disegnini, in altre parole una specie di “me” in formato diverso.
Non avendo sotto mano la mia controparte femminile, guardo meglio il mio scarabocchio.
E scopro che c’è anche un “sole” da cui partono raggi che (tanto per cambiare) in realtà sono “frecce”. Mi consolo, dato che il sole è anche luce e calore. La luce della conoscenza, appunto, e i raggi (le frecce)e il legame tra la sorgente della conoscenza (il sole) e chi la conoscenza la subisce e ne è “penetrato”.
Come nel detto : ”finalmente mi è entrato in testa”..cioè qualcosa “mi ha ferito”.
Alla fine cosa resta? Una serie di domande, domande, domande..e niente risposte..il circolo non si chiude..
Ma almeno una cosa rimane: la speranza. Questa sì..se si scoccano frecce, qualcuno se ne accorgerà.. Se questo accade avrò stabilito un legame , un successo dopo tanti tentativi falliti, qualcosa che può essere anche fuori dal tempo..anzi, forse io spero che sia proprio così e che il tempo sia assente da questo scarabocchio.
Cercando di tenere gli occhi chiusi, ho provato lo scarabocchio e, lo dice la parola stessa, difficilmente è un capolavoro.
Non sono solita scarabocchiare quando ascolto qualcuno che parla o legge, ma a volte lo faccio e può aiutare nella concentrazione. Mentre ascolto, la mano traccia liberamente segni o cose che possono sembrare insignificanti ma, siccome sono ricorrenti, mi viene da pensare a un qualcosa di nascosto che vuole uscire e farsi strada: forse un desiderio da realizzare.
Di solito scarabocchio fiori sconosciuti, tremolanti e delicati; altre casette fra i monti con tanti abeti, un sole raggiante fra due monti che si incontrano e cerbiatti al pascolo molto bruttini quasi irriconoscibili.
Questi disegnini mi seguono fin dalla più tenera età, come un’ossessione ed ormai ho accettato che facciano parte di me e continuo, continuo, continuo…
Pensieri senza meta che vagano nello spazio della mente e vanno oltre dove la mano, libera di giocare sulla sabbia bianca e amica lascia segni indecifrabili che corrono avanti e indietro, danzano sulle note di un canto antico lasciando dietro di sè linee curve che si rincorrono o s’ incontrano in una dolce melodia.
Guarda, si fermano e si abbracciano con tenerezza poi s’inchinano in una preghiera inconsapevoli del loro essere, è solo uno scarabocchio che per un attimo, solo per un attimo, ha regalato serenità a quella mano inesperta e impacciata che ha lasciato sulla sabbia bianca uno strano groviglio di fili che ora volano liberi in un cielo timido e rassicurante.
Disegni che sono scarabocchi per come sono fatti, scarabocchi della mia infanzia, il gatto che sembra un fagotto con i baffi, il solito fiore, ricordo dei ricami di mia madre, un cane a forma di salsiccia con orecchi e coda, la greca fatta male in paragone a quella del mio periodo scolastico, che facevo con cura e fantasia nei quaderni.
Scarabocchio progetto di libertà – di Daniele Violi
Anche con lo scarabocchio, il paradiso della natura e’ una casa accogliente immersa dentro lo scarabocchio.
Lo scarabocchio, eco della mia suggestione, che sempre rappresenta per me la creatività, che con un cliché tante volte ho voluto esprimere come la guida, il traguardo, il sogno. Nel mio intento di segni, la vita dentro un mio iniziale scarabocchio si forma, si prefigura come la mia poesia, segni come versi dove racconto, dove lancio messaggi alle persone lontane e vicine. Uno scarabocchio lascia il tempo che trova o si prende il compito di essere una incisione della mia creatività, perché io posso tornare spesso a verificare con lo sguardo, se sono rispettoso di questo che posso chiamare “possibile progetto”. Lo scarabocchio posso definirlo come la descrizione di un progetto, di un avvenire, di un percorso che mi salvaguardi da insidie e fallimenti. In sintesi quindi un segno, una retta, una figura sovrapposti tra loro o disposti come una magia, possono per me descrivere e rappresentare un orizzonte, una spiaggia d’approdo, dove con i piedi al posto della matita, posso calpestare e ricreare e disegnare con la sabbia stessa, le figure e i segni comunque di un nuovo, leggero e libero scarabocchio.
Parto sempre da lì, un occhio, due occhi, di conseguenza un naso, sopracciglia, una parvenza di faccia insomma, tutto molto accennato con un segno libero, attorcigliato, scomposto.
Occhi, sempre occhi !
Non so perché!
Specchio dell’anima?
Di chi, la mia ?
Bisogno di guardarmi dentro ?
Mah!!!
Poi tanto finisce che il segno s’ingarbuglia sempre più, fino a cancellare il tutto con una matassa di freghi incomprensibili, come i miei pensieri !
Al buio, liberi, la mia mano ed i miei segni, inconsapevoli eppure conosciuti. Quando li ho visti, già li conoscevo. Strano, come non ci fossero piu’ sorprese, come se sapessero da soli trasformarsi in pensieri, e forse parole. Pensieri girovaghi, intorno ad un centro fatto di radici e fronde, alzate verso il cielo, e case e campanili. Quando scarabocchio e ci vedo, spesso disegno animali con le ali, nella speranza che prima o poi riesca a fare una bella gallina.
Scarabocchiare è come sciogliersi, come recitare una poesia a memoria, è lasciar correre, senza scopo. Correre, saltare, ballare, cantare, volare, sulle righe di un quaderno a righe, e non credo mi piacerebbe scarabocchiare a quadretti: troppo stretti gli spazi, troppa imposta precisione, quadretti come celle; righe senza margini possono sembrare orizzonti sconfinati.
Non si possono delimitare gli scarabocchi. Non si può ridere piano, non si può piangere piano, né scarabocchiare in spazi definiti. Le pareti sono fatte per essere abbattute, i pensieri e le voglie, per volare.
A occhi chiusi la mano si muove libera, non segue le indicazioni impartite, con la penna non disegna quello che le viene imposto ma facendo finta di obbedire si muove autonoma.
Disegna un grande occhio e sembra voler dire al mondo che è stufa delle bugie, dell’odio, delle discriminazioni, delle guerre giuste, delle difese preventive.
Abbiamo gli occhi aperti, dice la mano, non ci prenderete in giro ancora! Ci ribelleremo!
Ora la mano disegna liberamente una spirale, un pugnale, un razzo. Ora e sempre resistenza, sembra voler dire.
Poi lo scarabocchio diventa un fiore, una foglia. Alla mano tornano in mente”mettete dei fiori nei vostri cannoni”. Ricordi di un’illusione che fu.
“Fate l’amore non la guerra”, ricorda ancora.
Poi gli occhi chiusi che avevano lasciato la mano libera si aprono e la mano che si ritrova con la penna ma ad occhi aperti pensa , ricordando una canzonetta di Bennato, che quei segni sul foglio sono solo scarabocchi.
Faccio solo scarabocchi. Non so disegnare sono rimasta ai disegni dell’infanzia e, quando sono con la testa tra le nuvole o al telefono, i miei scarabocchi sono solo geometrici. Mi capita di pensare se possono rappresentare qualcosa ma, a parte qualche triangolo insieme ad un cubo, una piramide o un insieme dia righe storte, non riesco a vedere altro. Sono molto pratica e questo mi turba un po’, vorrei essere più spensierata, ma scegliere non è facile.
Uno dei pochi scarabocchi che riesco a fare è la faccia di un bambino che ride con la bocca, imparato da mia figlia quando era piccola.
La sua faccia mi mette allegria, lo faccio spesso quando scrivo qualche bigliettino perché lo considero di buon auspicio.
Mi dispiace che, oltre a non saper disegnare, non sappia neppure scarabocchiare perché credo sia un modo per scaricare le tensioni, poter sognare, ma anche un aiuto a concentrarsi.
…è sempre stato lui il mio compagno di giochi solitari, lui è Mollettino, era piccolo, gracile, quando io ero piccola e fragile, stava in quattro, forse sei centimetri di spazio, non aveva capelli, né bocca, raramente un solo braccino…senza gambe.
Compagno di scuola, di foglio, quella scuola lungalunga, largalarga, freddafredda, la maestra spiegava ed io stavo con lui, semplice e complice, la maestra spiegava e…AMEN, LA PREGHIERA, DOV’ È LA VITTORIA e QUEL MAMELI…la stufa rossa di terracotta bollente e pericolosa, lui ed io, io e lui, senza ascoltare il nulla.
Gli anni passano, poca scuola e tanti Mollettini, un po’ più grassino, un po’ più lunghino, poi a volte aveva un cuoricino sghimbescio, l’ iniziale cambiava: G …R…F cotte che non lo turbavano, passavano e tornavamo insieme, ci amavamo, lui ignorava i tradimenti…io non li ricordavo.
Poi la gioventù tosta, l’ospedale un po’ di corsa, dormo senza sonno, mi sveglio e penso: cavolo se avessi una penna…ti farei le mani, mi abbracceresti…
Anni anni, danni affanni lui è sempre più ingombrante, più largo, ingombrante, quasi più dolce a tratti, un po’ come me, ma quando lo è non si sa mai se è vero.
…e quando ho spiegato alla mia lei di vita ( mia figlia)
quale è stato il mio “ amico di penna” disegnando per la milionesima volta il mio scarabocchio amato, lei ha sgranato gli occhi color divisa della guardia di finanza e …..Ma chi è, cosa è?
Mollettino
..gli ha dato un bacino sulla testina calva e non lo ha più voluto vedere.
Siam rimasti insieme io e lui.
Poi ho sognato, che aveva la bocca, disegnandola mi sono accorta che parlava, poco e male, ma io lo capivo poi d’altronde era sottotitolato.
Gli ho raccontato che non mi piacciono le mele crude, cotte si perchè sembrano pere, ma non mi piacciono le pere, in nessun modo….ed ha capito, lui, o lei non so, perchè non so di che sesso è, ben poco mi importa, spesso diventa umano : femmina /maschio…
…come oggi, stasera è diventato grande, ha braccia, gambe, pure occhi e nasino tondo, capelli e scarpine belle belle, strane mani.
Se apro la finestra vola, poi torna, Io con lui lui con me, se scappo posso tornare, per restare o riscappare, per esserci o no, lui mi aspetta sempre, lo disegno e inizio un altro attimo…..
Sono sempre scarabocchi concentrici i miei: comincio con un ovale che poi si avvita su sé stesso rincorrendo la sua fine che è sempre una punta lanciata nel nulla. Se la mente trova spazio, perché è lei che scarabocchia non la mano, la corsa del vortice è lenta, larga, ripetuta e morbida; se i margini sono ristretti tutti è più concentrato, netto e a volte piegato a rubare il posto concesso. Poi, come a rinnegare i tornado appena fatti, il bianco rimanente lo riempio con linee dritte che sembrano fuochi d’artificio.
Il più delle volte lo scarabocchio è ignorato, il foglio appallottolato e buttato nel cestino, ma a volte rimane nel blocco degli appunti o nei fogli per la lista della spesa, così gli presto una fugace attenzione e mi fa pensare alle mie contraddizioni: anche sovrappensiero e concentrandomi su altro la parte inconscia di me mostra, appunto, tutta la mia contraddizione.
Quante volte di fronte ad un quadro di arte moderna si sente dire: “Questo è uno scarabocchio, lo saprei fare anch’io!”.
Forse, ma lui lo ha fatto prima di te.
Picasso, Pollock forse lo raggiungeresti “come tutti coloro che dormono sulla collina” (da Spoon River) e con l’immaginazione .
Le loro opere hanno girato il mondo. Qualcuno è andato oltre e ha realizzato opere in cui non c’è neppure uno scarabocchio.
Una tela bianca con un puntino: quanta capacità di sintesi di un discorso aperto su cui tutti possono dire la loro.
Niente affascina di più di un ragionamento di artista. Ingrandiamo il punto e diciamo che è la terra fotografata dallo spazio: tutti noi ci stiamo dentro con le nostre paure, angosce, debolezze e gioie.
In un attimo noi siamo tutti dentro quel puntino….. (e smettiamola di romperci i coglioni l’un l’altro!)
Sono le voci degli occhi Tutti gli occhi hanno una voce Occhi annodati da voci stridule e imploranti Occhi liquidi e bagnati da voci emozionate e innamorate Occhi cattivi di voci dall’abisso VIBRANO EMERGONO GUIZZANO in questo spazio bianco È lo spazio che gli ho dato È lo spazio che gli ho concesso OCCHI VOCI Dove sono le vostre facce? Dove sono le vostre mani? Una tela si apre dentro il petto Siete tutti in fila ADESSO In fila come un rosario Ogni granello un occhio Ogni granello una voce
Il tavolo grande Lo stesso tavolo grande di sempre Intorno ad esso TUTTI È sera È il mese del ROSARIO Il fratello del nonno a capotavola È più giovane del nonno ma lui sa leggere e scrivere, il nonno no, è analfabeta LUI è il capo – rosario Tutte intorno le nostre voci Non importa cosa si recita NON IMPORTA Sono cantilene, un susseguirsi di parole sconosciute, chissà cosa vogliono dire! Il senso non ha importanza Allora perché siamo tutti lì intorno al grande tavolo? Siamo lì per sentire L’UNISONO Per sentire che insieme siamo una famiglia Una famiglia di umile bellezza
Gli scarabocchi e gli archetipi, (con marmellata di uva fragola di Daniele)
foto di Lucia Bettoni, Rossella Gallori e Cecilia Trinci
Negli scarabocchi, che non consideriamo e mai conserviamo, ci sta nascosto il nostro cuore, il modo di vedere le cose, l’agilità e la bellezza dei nostri sguardi.
Alle voci di chi mi manca non ci ho mai pensato; ha pesato di più il rimpianto di un gesto, la malinconia di una consuetudine, il vuoto inconsistente di una fisicità. Però nel ricordo c’è tutto, mi accorgo ora che le voci non possono essere disgiunte dalla persona, solo che spariscono, si scoloriscono pian piano cedendo il posto all’immagine anche sfuocandosi rispetto alle parole stesse. Mi ricordo l’omino che passava la mattina vendendo la schiacciata e la frase che urlava per la strada, ma la voce? Eppure urlava ! Mi ricordo bene l’ammonimento del nonno quando baravo a briscola, ma la voce? Sembra che la voce si perda per prima nei meandri del tempo
Voci di padroni che abbaiano ai tuoi sogni, sono ogni giorno che passa, di più in numero e con un volume sempre più alto, che ci sprofonda verso una dipendenza culturale nuova e sconosciuta, che ci può far vedere annullata la nostra, di cultura, e di padronanza delle nostre facoltà mentali che ereditiamo, formate in tante generazioni.
La dicitura, “Le voci di padroni che abbaiano ai tuoi sogni” può essere rappresentata oggi dalla tecnologia folle.
Questo il testo che potrei scrivere in grande a caratteri cubitali, come uno striscione che attaccherei volentieri davanti ad un liceo, o anche davanti ad un facoltà di informatica o di psicologia.
Siamo inconsapevolmente e consapevolmente vittime di voci di padroni che abbaiano ai nostri sogni. Le nostre sensibilità sono annullate da una tecnologia spregiudicata che è diventata da apprendista, padrona della nostra vita e per questo vorrei e desidero fortemente poter comunicare alle nuove generazioni questa frase che raccoglie tutte le motivazioni della disfatta dell’etica e della vera essenza della nostra specie umana che si stacca da terra, dove l’umanità semina e raccoglie, si appesantisce di sapere sempre piu sofisticato e vola verso i giovani e le giovani che si dovranno misurare con la propria vita. A fatica cercheranno di resistere a contaminazioni culturali conformi a una società nuova e incerta, da costruire. Voglio continuare a dire a tutti loro: Attenti e Attente a
Triste canto. . canto triste…triste canto…quelle gocciolone, picchiando sul fango avevano scritto su un immaginario pentagramma le note di quella sequenza di suoni che, da quella sera carica di pesante pioggia, non mi aveva più abbandonato.
Ma andiamo per ordine. La strada che mi aveva portato da quel momento a dove mi trovavo ora, non era stata né facile né breve. Le ricerche, l’inchiesta, infine l’assoluzione, non perché “non colpevole”, solo perché mancava l’”habeas corpus”. . in parole povere “insufficienza di prove”; ed io ero stato l’ultimo a vedere viva la “presunta” vittima. Fui congedato col retropensiero: per ora se l’è cavata. . ma lo teniamo d’occhio…abbastanza minaccioso per finire di convincermi a cercare un po’ di pace nell’”altro” universo. Proprio dove mi trovavo ora.
E, per un povero terrestre, l’universo più lontano ma accessibile non poteva che essere nell’altro emisfero. Già…mio padre aveva un lontano cugino che aveva messo in piedi un’azienda vinicola in Sud Africa. Fu a lui che si rivolse per un impiego, anche temporaneo, in cui farmi smaltire quel momento difficile. Il cugino fu oltremodo cortese e comprensivo, ottenni l’impiego e mi trasferii nel Transvaal. . più lontano di così…
Non vorrei che qualcuno pensasse a me come se fossi diventato il grande buana bianco o una specie di Dio bum bum, cosa tanto cara a certe trame alla Indiana Jones. No, le mie mansioni erano solo di sorvegliare la manutenzione di certi recinti, sempre insidiati dalla fauna locale, ripristinarli quando occorreva, e dare una mano un po’ qua, un po’ là, tanto per rendermi utile e giustificare la mia presenza in quel posto.
Come si vede, niente di straordinario, tranne una cosa che non mancò di sorprendere me per primo. Cercherò di spiegare: sarà utile al lettore e soprattutto a me.
L’avrò detto mille volte ma lo ripeto ancora: il mio desiderio era, letteralmente, rifugiarmi in un altro universo, senza minimamente sapere cosa questo significasse su un piano concreto o concettuale. Una fuga, non ci voleva Freud a spiegarlo, l’episodio di quella notte era probabilmente stato la miccia che aveva fatto deflagrare una spinta fino ad allora ben celata.
Avevo stabilito rapporti molto cordiali con gli indigeni del posto, ma questo non rende bene l’idea c’era tra noi una specie di sotterranea complicità, un “capire” insieme (non so dirlo meglio di così) molto insolito e certamente anomalo tra un europeo allevato secondo la scuola Aristotelica, e i discendenti di un ramo della cultura Zulu, che io non conoscevo nemmeno per sentito dire.
Così, una notte, mi trovai, insieme ad altri, ad ascoltare la voce dello sciamano che evocava, a quanto avevo capito gli spiriti della Terra e degli antenati. Nel suono ipnotico di quella voce ritrovavo per vie misteriose quel triste canto che accompagnava i momenti della mia vita.
Achernar azzurroviola, Canopo, bianca accecante, i due occhi blu delle Nubi di Magellano, il terribile fulgore del centro della Galassia, il Sagittario…Quel firmamento allietava e consolava, anche con la sua principesca bellezza, la mia certezza di essere veramente in quell’altro universo cui tanto agognavo. .
Finita la cerimonia, che era una cosa seria, almeno per chi pensava in quel modo, non la solita farsa a beneficio dei turisti, finita la cerimonia lo sciamano, col suo seguito, venne verso di me. Ebbi l’occasione così di vederlo bene: era un bell’uomo, alto, ben proporzionato. . il viso sprizzava intelligenza sottolineato da una barbetta appuntita che ricordava, a me europeo, certi visi Etruschi raffigurati nelle tombe. Lo sguardo poi, profondo e mobile dimostrava di aver visto molte cose di questo mondo…e forse di quell’altro, mi venne da pensare…
Si fermò a poca distanza e mi toccò la fronte. . io ero immobile quasi folgorato dalla stranezza della situazione. . un tocco leggero, quasi tenero, ma le parole non furono altrettanto tenere: ”Straniero-parlava Inglese, meno male. . -Straniero, sappiamo che fuggi, che neppure qui ti senti a casa …ed è vero, più vero di quel che credi…. ”Detto così, semplicemente, si voltò e sparì nel buio.
Strano a dirsi, ma quel discorso da profeta biblico non mi aveva granchè commosso. In fondo non ci voleva molto a capire che io mi sentivo fuori posto ovunque andassi…ci voleva altro che uno sciamano per me …anche se. . affascinante, questo lo dovevo ammettere.
Era ora di ritornare al bungalow, mi rialzai avviandomi verso il fuori strada .
A metà cammino, un lampo di luce nel mezzo dei cespugli della savana, mi colpì. Incuriosito mi avvicinai: c’era un oggetto attaccato ai rami spinosi. Al buio lo presi, quando l’ebbi in mano vidi cos’era. Una sciarpa gialla, gialla gialla come…non come, era la stessa. Ne ero sicuro. Faceva quasi parte di me…. .
Alzai gli occhi a quel cielo così straniero…e mi venne da pensare se tra tutte quelle nebulose, quelle stelle, quelle galassie, ci fosse qualcosa che mi desse una spiegazione.
Uno strano pensiero, ardito e superbo. . La verità l’avrei saputa…ma solo molto molto tempo dopo.
Si avvicina il tempo di Natale, lo si può notare guardando fuori, non è buio, è solo nebbia. Una nebbia fitta, umida, che attenua i rumori esalta il silenzio e copre di mistero ogni cosa.
Lo so, è strano ma a me piace camminare, immergermi in quella fredda bambagia, sentirmi abbracciata e tendere l’orecchio per ascoltare ogni lieve movimento, dall’incedere dei miei passi allo stroncarsi di un ramo secco. E poi mi sembra di sentire voci, tante voci lontane e confuse che riempiono un nulla che fu presenza e si trasformano in ricordi.
Volti e persone riemergono dal passato e mi fanno compagnia nel mio andare solitario: una in particolare e risento la sua voce forte piacevolmente ironica e gentile che mi parla e mi consola. Un soffio di vento mi accarezza il viso, sento un brivido. Mi abbraccio e non sono sola.
La tua vociona squillante si riconosceva da lontano, un po’ come la mia. Incuteva paura e rispetto, ma non per me che ti conoscevo così bene.
– Sandra sono i’ babbo – dicevi quando mi chiamavi al telefono, ma con il tuo tono forte e chiaro potevo sentirti anche da un’altra stanza.
Me la ricordo benissimo e, ancora oggi, ogni tanto mi sembra di sentirla e ti sento vicino. Mi da sempre sicurezza e felicità, perchè insieme a lei, mi arrivano tanti bei ricordi di bambina. Ti ricordi quando mi portavi al giardino di Boboli e si correva giù per la discesa, oppure la domenica mattina mi portavi a visitare le Cappelle Medicee o gli Uffizi e mi illustravi le tombe o gli autori dei quadri, sempre con il tuo tono alto e chiaro. E’ la voce della mia infanzia, che mi ha insegnato a stare al mondo, che mi ha aiutato a capire il bene ed il male, è la voce delle mie radici, ed ora, non può che mancarmi insieme alla tua presenza.
Sono nata e cresciuta in un Comune della provincia di Firenze, in un paesino ai margini di quel Comune.
Non mi piaceva vivere lì, non mi piacevano le persone che si interessavano di tutti e che, secondo me sparlavano di tutti.
Non amavo che parlassimo un pessimo fiorentino, quasi pratese, non amavo il perbenismo che condizionava obbligatoriamente tutte le mie azioni.
Non sopportavo il circolo del Prete proprio di fronte a casa mia, non sopportavo che mia madre lavorasse e quindi non poteva prepararmi la merenda; che non mi facesse la zuppa inglese come la mamma della mia amica.
Non amavo la mia maestra che faceva preferenze ed era molto ossequiosa verso la figlia della signora con due cognomi.
Sono tanti i “non amavo” nei ricordi delle mie emozioni di allora.
Ora che sono grande, molto grande un mio desiderio è tornare a vivere là, in quello splendido paesino sotto Monte Morello dove si conoscono e mi conoscono tutti. Dove la strada diventa una piazza di incontri e commenti. Dove ancora ci si occupa e ci si prende cura di tutti. Dove al circolo del Prete, proprio di fronte a casa dei miei ci si ritrova ancora nel pomeriggio a fare due chiacchiere.
Dove purtroppo non c’è più la maestra unica ma una chat di genitori e tanti insegnanti.
Dove c’è il sole e invece nei miei ricordi di bambina c’era la nebbia.