Emozioni di Stefania sulla scia della terza frase proposta

Prima frase: Lo sventurato era stato anche in prigione, per un certo periodo, malgrado proclamasse la propria estraneità ai fatti.
Seconda frase: Sfogliò ad una ad una le pagine, più volte fino a che trovò quello che cercava
Terza frase: La mia mamma lavava i panni nel fiume al lume della lun
a.

Mamma sotto la luce della luna – di Stefania Bonanni

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Il mondo cambia, al lume della luna. Si ribalta, spariscono le ombre, nel buio, e gli orli illuminati sembrano più vaghi, più irreali e magici, brillanti di luce propria. Solo qualcosa brilla, alla luce della luna. Non le grandi superfici, le distese di piante, magari luccicano come diamanti piccoli tremuli fili d erba bagnati di guazza, o della ben più romantica rugiada.

Brilla l’ acqua, sotto la luna, ma solo in superficie, senza profondità, come fosse un velo.

Brillano gli occhi, sotto la luce della luna, quelli che non dimenticheremo.

Quando ai bambini viene detto che le persone che muoiono diventano stelle, io credo si intenda che gli occhi dei morti diventano stelle. Quegli occhi che brillavano mentre ci guardavano, ed era amore, gioco, divertimento, serenità, protezione, proprio gioia. Gli occhi della mia mamma erano un cielo di notte, dentro di loro scorreva la vita di noi tutti, che tanto la amavamo. Dentro quel cielo c’erano bambine e nuvole, e tanta acqua. L’ acqua di quell’ Arno nostro e basta, familiare, quotidiano, e dei visi dei tanti lavandai che circondavano la nostra vita. All’ epoca la nostra era zona di gente che lavorava lavando i panni degli abitanti della città. E le donne di casa nei periodi di maggior lavoro andavano ad aiutare a sbattere i lenzuoli su quelle pietre lucide, o a mettere i panni nella cenere. La mia mamma anche per noi andava a lavare al viaio, e quando la guardavo faticare insieme alle altre, pensavo che mi dispiaceva mettesse quelle belle mani morbide nell’ acqua fredda e che faticasse chinata su quelle pietre, ma ero anche contenta facesse parte di un mondo di donne energiche e chiacchierone, e che le sue risate, mescolate al ritmo eterno dell’ acqua , formassero una melodia dolce e schioccante, come di sassolini che si lasciano andare scorrendo tra le dita. Musica di donne ed acqua, natura, fatica e figli, e panni puliti di sapone e fresco, e bambini con i grembiuli puliti, che potevano di nuovo sporcarsi di erba e di terra, ancora ed ancora.

E questo accadeva di giorno.

 Ora lo ricordo, di notte, ogni volta che ho bisogno di riportare nel cuore un’ immagine dolce, che mi fa bene. E la penso sotto una luna bambina, che illumina l’ acqua segnata dalla schiuma leggera del sapone giallo, quello che andava ripescato ad ogni minima distrazione, e si scioglieva appena in un ricamo piccolo, una piccola trina.

Ricordo la mia mamma ridere, il suo grembiule bagnato per essersi asciugata le mani fredde molte volte, e la luna che illumina l’ impronta delle sue mani.

Lucia sceglie la frase 3, fra quelle proposte, scritte in precedenza in altri contesti

Prima frase: Lo sventurato era stato anche in prigione, per un certo periodo, malgrado proclamasse la propria estraneità ai fatti.
Seconda frase: Sfogliò ad una ad una le pagine, più volte fino a che trovò quello che cercava
Terza frase: La mia mamma lavava i panni nel fiume al lume della lun
a.

Mamma e la luna – di Lucia Bettoni

Screenshot

Parlare di lei è sempre difficile
Parlare di lei mi emoziona sempre
È come mettere un dito dentro il cuore
È come sentirsi improvvisamente nudi

“La mia mamma lavava i panni nel fiume al lume della luna”

È così dolce questa immagine!
Così infinitamente semplice e bella da guardare
E io ti vedo in tutta la tua bellezza
perché tanto bella eri!
Ho dimenticato molte cose ma non il tuo sorriso
Un sorriso struggente e amaro
Una fiamma sciolta nell’universo
Il tuo sorriso è dentro di me
posso toccarlo ogni volta che ti penso

Sei laggiù, illuminata dalla luna
Con gesti morbidi accarezzi i panni
li fai scivolare nell’acqua del fiume
È una poesia
È una ninna nanna
È la pace del cuore
È la calma della vita

Ti guardo e sento il tuo sorriso
Lo stesso sorriso si dispone sulla mia bocca
Accarezzi i panni e con i tuoi gesti
mi indichi la strada:
non strizzare
non sbattere
non usare troppo sapone
Sii delicata
Basta l’acqua

La tua figura è esile
È estate
Indossi un abito semplice e leggero
Posso intravedere le tue braccia
il tuo collo, le tue gambe flessibili
Hai i capelli sciolti e questa è cosa rara
Li portavi sempre legati
Legati stretti stretti in fondo alla nuca
Così lisci che sembravano una scia luminosa
Mi piacevano i tuoi capelli raccolti
lasciavano completamente scoperto
il tuo volto e io potevo vedere bene
I tuoi occhi e il tuo sorriso

Chissà perché stasera stai lavando i panni al fiume con i capelli sciolti!
Forse vuoi nasconderti alla luna
Forse vuoi essere solo più bella
Forse stai sognando l’amore
Forse stai vivendo l’amore
Forse sei proprio te l’amore

Sei bellissima mamma

Ogni volta che ti vengo a trovare
nel luogo che adesso ti accoglie per sempre, e che già da troppo tempo è la tua casa, guardo la foto che ho scelto per te:
hai i capelli sciolti e il tuo sorriso
è quello sulla mia bocca


Scegliere fra tre frasi scritte in altri contesti. Carla sceglie la frase 2

Prima frase: Lo sventurato era stato anche in prigione, per un certo periodo, malgrado proclamasse la propria estraneità ai fatti.
Seconda frase: Sfogliò ad una ad una le pagine, più volte fino a che trovò quello che cercava
Terza frase: La mia mamma lavava i panni nel fiume al lume della lun
a.

Riordinare un cassetto di foto – di Carla Faggi

Photo by fauxels on Pexels.com

A volte ho bisogno di riordinarmi un po’, non sempre e non molto.

Per riorganizzare e chiarire meglio i miei pensieri, i programmi, le priorità in genere inizio con riordinare l’ambiente attorno a me, cioè le cose di casa.

Nel riordino sono però maniacale, mi perdo nei dettagli e poi mollo tutto perché appunto mi sono persa. Ultimamente nel tentativo di riorganizzare un cassetto ritrovo un vecchio album di fotografie. Mia madre, mio padre, da giovani, da adulti, io bambina, mio fratello, io al suo matrimonio, mia cognata. L’ho sfogliato tutto quell’album, poi l’ho risfogliato, ho osservato meglio, poi ho ricercato di nuovo in mezzo alle foto quella strana sensazione che di fronte ad alcune immagini ho avuto.

Le foto di un tempo, quando non sapevamo ancora mettersi in posa ci raccontano tanto.

Mia madre ha nelle fotografie lo sguardo abbassato, le spalle un po’ curve in atteggiamento da persona modesta, di umili origini quale lei era, eppure aveva un carattere coraggioso, battagliero, orgogliosa, femminista, avrebbe potuto farsi riprendere con lo sguardo fiero, altero da giovane donna che affrontava il mondo con cipiglio.

Le mie foto di bimba con le manine incrociate dietro e la testa bassa mi ricordano la mia innata timidezza, la mia perenne insicurezza, eppure ero anche una bambina molto intelligente, brava a scuola, ero simpatica, potevo benissimo essere ripresa in una posa birichina, sorridente, gioiosa.

Mio padre anche lui fotografato con lo sguardo abbassato, spalle ricurve come un uomo timido e molto attento a non contrastare nessuno come lui era, eppure fu anche un combattente, fece la resistenza, scampò per miracolo ad una fucilazione da parte dei tedeschi, ha sempre lottato per i diritti suoi e degli altri, perché quindi non una foto con una posa coraggiosa, affascinante, dignitosa?

Forse era l’epoca, era meno importante mostrarsi di ora, forse poca dimestichezza con le foto, o forse semplicemente erano più semplici, più vergognosi e più genuini.

Ah, a proposito, il cassetto è poi rimasto nella piena confusione che era all’inizio del mio riordino.

Scegliere fra tre frasi scritte in altri contesti, tempo fa. Sandra ha scelto la numero 2.

Prima frase: Lo sventurato era stato anche in prigione, per un certo periodo, malgrado proclamasse la propria estraneità ai fatti.
Seconda frase: Sfogliò ad una ad una le pagine, più volte fino a che trovò quello che cercava
Terza frase: La mia mamma lavava i panni nel fiume al lume della lun
a.

Sfogliò  ad una ad una le pagine più volte finché trovò quello che cercava

    Pagine antiche – di Sandra Conticini

    Era lì perché ormai quella casa non aveva più senso di esistere, anche lei, ultima rimasta, l’aveva lasciata.

    Ora si sentiva in prima linea, con le spalle nude. Che brutta sensazione era quella!

    Quanta fatica dover scegliere quello che poteva rimanere e quello che doveva buttare. Ogni oggetto che le passava per le mani le ricordava qualcosa, e cominciava a piangere perchè non sarebbe mai voluta arrivare a quei monenti.

    Tanti anni prima si ricordava di aver trovato, per caso, uno di quei quaderni un po’ ingialliti con la copertina nera e le righe rosse e di aver iniziato a leggere qualche riga, ma senza accorgersene gli fu tolto di mano, dicendo che quelle cose non erano adatte ad una bambina.

    Quel quaderno si era volatizzato e non lo aveva più visto in giro per casa. Ora lei ci sperava di ritrovarlo e poterlo leggere in santa pace.

    Lo trovò in una scatola in fondo all’armadio incartato nel giornale ormai ingiallito e legato con uno spago. A quel punto si chiese se fosse giusto che lei leggesse quello che era scritto, le sembrava di fare una cattiveria alla mamma che lo aveva tenuto segreto per tanti anni. Poi decise di aprirlo e quando capì che era il diario dettagliato della malattia del fratello della mamma iniziò a piangere per la sofferenza che trapelava da quegli scritti.

    Sembrava quasi impossibile che negli anni quaranta si potesse morire a ventiquattro anni per un’unghia incarnita!

    Invenzioni di di Tina davanti a un mazzo di rose rosse

    ROSE ROSSE – di Tina Conti

    E’ la prima volta che esco   da sola dopo  la reclusione a casa  per ristabilirmi  dall’intervento.

    L’evento era troppo importante , seguivo  solo  in parte  lo spettacolo recitato. La  benda filtrava la scena,  solo ombre  che si muovevano e personaggi poco definiti mi giungevano insieme ai rumori.

    La musica, però, quella mi è entrata nel cuore,  vibrava come non mai,  ho fatto bene ad andare, non mi capiterà più tanto facilmente.

    Ho sentito poi tutta la sacralità del teatro,  della mia passata giovinezza e passione. Tutto mi riportava alla mia vita ,  in giro per il mondo osannata , amata  cercata,  famosa. Quanti viaggi,  incontri passioni e amori,  e poi quella relazione lunga e tormentata. Quando sono scesa dal TAXI,  con prudenza mi sono avvicinata al cancellino del giardino,ho quasi inciampato in un involucro ai miei piedi. Chi ha lasciato questo pacco che quasi mi ha fatto cadere? mi sono domandata. No, si trattava di un grande mazzo di fiori. Raccolgo  tutto ed entro in casa,  tocco per prudenza tutti gli spazi per arrivare all’interruttore della luce,  un po’ di chiarore mi aiuta , .appoggio il mazzo sulla consolle e mi pungo un dito con lo spillo che trattiene un biglietto. Sarebbe stato meglio se avessero usato una spillatrice. Trovati gli occhiali frugando energicamente nella borsa sento salire una forte emozione,  ho scelto di  rimanere sola,  provvedere da me a tutto,  consolarmi e  trovare pace. Sono inquieta,  chi sarà che mi manda questi fiori? Dal profumo  sembrano rose,  che morbidezza  queste corolle,  quanta freschezza emanano,  il loro profumo è dolce e sensuale.

    Sento una dolcezza diffusa,  la serata è tiepida e calda, il profumo  del maggiociondolo in giardino si mescola  con questo profumo nuovo, le nuvole  camminano lente, le intravedo sbiadite dietro  la tenda, non credevo di essere ancora  romantica e fragile. Mi ero imposta di usare  tutte le energie per me stessa,  per affrontare solo i miei problemi. Ho sofferto troppo, non sono adatta a relazioni stabili e a conflitti devastanti.

    Ho capito subito che era lui, la sua calligrafia precisa e ondulante è unica.

    Per fortuna  è tanto che non lo sento e vedo. L’ultima volta per scoraggiarlo gli ho comunicato  che sarei  rimasta sei mesi in MAROCCO DA MIA SORELLA.

    Non lo sopporto più,  è così appiccicoso  e smelenso che mi irrita  anche se  non fa niente. I fiori sono belli, domani  li metto nel vaso  se non si sono seccati nella notte. Abbracciarmi prima di dormire? Senti con che cosa viene fuori! Non ci penso  nemmeno  , appena  lo sento  gli comunico che non mi vedrà più,  mi  trasferisco. Capirà così che mi deve lasciare stare.

    Certo però, così  “cecata” potrei anche  rivedere la  mia posizione.

    Lo potrei  invitare a stare insieme  2 o 3 mesi fino a quando non sarò  del tutto indipendente. Si vedrà. Ci penserò domani,  buonanotte.

    Domani è un altro giorno.

    Suggestioni di Daniele di fronte a un mazzo di rose rosse

    Rose rosse – di Daniele Violi

    Una vecchia canzone in dialetto, con il ritornello…..ti vitti alla fontana…passava su un canale radio e con altri motivi musicali dialettali si replicava durante i giorni della settimana, riscaldando il buonumore di tante persone, uomini e donne che all’ombra di una casa costruita da tempo, tra le prime del paese, nel tardo pomeriggio chiacchierando ed oziando, ascoltavano. Proveniva la musica da una radio accesa, presente in un salone che si componeva di due grandi finestroni aperti appunto, per rinfrescare tutto il locale il pomeriggio estivo, dopo che il sole aveva passato oltre le sagome di altre case prospicenti. Andavo da giovane alla fontana con un viaio che serviva anche per lavare i panni; facevamo i gavettoni tra ragazzi e ragazze, ma anche i sentimenti e la passione iniziavano a farsi largo nelle nostre vite. Ebbene è successo così…….ti vitti alla funtana….e tutti i miei muscoli e i miei pensieri hanno iniziato con un trambusto ad ardere e a togliermi il sonno con i pensieri rivolti alla dolcezza del tuo sguardo e alla tua bellezza di ragazza che mi aveva colpito. Poi la vita ci aveva inevitabilmente fatto prendere strade diverse e questa lettera era stata la prima che ti avevo scritto con paura di non ricevere una risposta, pensando che poteva essere la banalità di questo scritto, motivo di una risposta mancata. Invece no, sei stata deliziosa con la risposta che ho ricevuto e nel tempo ci siamo tante volte sentiti per telefono e al paese incontrati in piccole occasioni. Ognuno comunque aveva fatto le proprie scelte con convinzione, ma come capita nella vita si tende a guardare al passato e per me il pensiero ha spesso incontrato i momenti che il titolo…..ti vitti alla fontana… mi ricordava ancor più. Poi tanto tempo trascorso a vivere emozioni, passioni, affetti, ma dopo anni scappa il pensiero e scappa anche il desiderio di cercare un numero di telefono. Che bello risentirti. Ritrovandomi e sapendo della tua permanenza in paese, ora voglio approfittare del giorno del tuo compleanno e ti scrivo un piccolo biglietto con tanta felicità, che ti invio con un mazzo di rose rosse……”” Cara amica, dopo tanto tempo ti ritrovo! Ho composto il numero di telefono che ho ricordato a memoria, per questi anni. Hai risposto tu! Ti ho riconosciuto Hai la stessa voce. Dolce ma non zuccherosa, forte, sempre giovane!. Perché ci siamo persi nel tempo? “”

    Suggestioni di Carmela di fronte a un mazzo di rose gialle

    Un mazzo di rose gialle – di Carmela De Pilla

    Erano bellissime, i petali vellutati e turgidi facevano pensare che fossero state raccolte di recente, poco profumate è vero, ma belle! Chi poteva averle mandato un mazzo di rose gialle?

    Intravide il volto del corriere tra quel giallo pallido e incontrò i suoi occhi pieni di stupore come a voler dire “ Ma chi le manda un bouquet di rose gialle così enorme?”

    Delia lo prese e ringraziò il ragazzo co un sorriso smagliante, non immaginava chi potesse essere il mittente, uno spasimante a lei sconosciuto o il fornaio che da anni la corteggiava senza alcun successo?

    Un minuscolo biglietto spuntava tra il verde intenso delle foglie, lo prese e lo lesse muovendo appena le labbra “ Se puoi perdonami” così c’era scritto, il tratto frettoloso correva sul foglietto quasi a voler nascondere il vero sentimento che c’era dietro quella breve frase, mancava la firma, ma lei riconobbe quel tratto obliquo e un po’ grassottello, non poteva essere che lui!

    Accarezzò le rose, erano così belle che le mettevano quasi soggezione, rilesse il biglietto e rivide quei momenti, il sangue incominciò a scorrere all’impazzata e indietreggiando si accasciò sulla poltrona posta nell’ingresso sotto il grande specchio.

    Come tanti fotogrammi di un  vecchio film rivide la scena, lui era lì a un palmo dal naso, con gli occhi fuori dalle orbite, il volto cianotico trasformato dalla rabbia e le mani che gesticolavano freneticamente.

    Il motivo apparentemente banale nascondeva una gelosia taciuta da chissà quanto tempo, continuava a farfugliare parole senza senso, così pensava lei e invece il senso lo trovò tra quei suoni alterati e confusi – Hai preso tutto te!! Mi hai rubato tutto!! La simpatia di papà, la bellezza di mamma e a me cosa è rimasto? Briciole, solo briciole!-

    Uscì dalla stanza col volto infuocato e il cuore straziato e Delia rimase stordita da quella gelosia così assurda.

    -Vorrei perdonarti, ma non ci riesco caro Francesco, mi hai fatto troppo male e ti voglio troppo  bene per lasciar scorrere e per dimenticare, ti penso ogni sera sai e non riesco a perderti perché il cordone che ci unisce non si è spezzato del tutto, forse un giorno ti perdonerò, ma non ora, non ancora- così pensava Delia mentre con un fil di voce sussurrava “ Ti voglio bene Francesco.”

    Suggestioni di Luca davanti a un mazzo di rose rosa

    Mazzo di rose rosa – di Luca Miraglia

    Lulù camminava nervosamente su e giù per quella viuzza del centro.

    Proprio lì sull’angolo aveva ritrovato la vecchia bottega del fioraio che che frequentava tanti anni fa.

    Non aveva resistito e si era fatta confezionare un grande mazzo di rose: rosa quasi diafane e cristalline, dal profumo intenso.

    Ora però lo stringeva in mano a testa in giù, facendolo dondolare ad ogni passo, quasi fosse un pendolo che misura la sua ansia.

    Sull’onda dell’emozione aveva anche dedicato quel bellissimo mazzo a Ines, sua antica compagna di strada, provando ad immaginare un nuovo incontro, un nuovo contatto che riaccendesse i fasti di un tempo…

    Ma improvvisa l’emozione era scoppiata come bolla di sapone: “perchè sono proprio qui, lungo questa viuzza e con queste rose in mano?”

    Lulù rialzò lo sguardo e i suoi incrociarono quelli caldi, accoglienti e riconosciuti della figlia.

    “Vieni mamma, torniamo a casa e mettiamo le tue bellissime rose nel loro vaso vicino alla finestra, così nonna Ines le potrà vedere da lassù….”

    Suggestioni di Stefania davanti a un mazzo di rose rosse

    Mazzo di rose – di Stefania Bonanni

    Per Laura era un periodo faticoso.

    Le capitava di ripensare alle cose che le accadevano, anche a quelle più usuali, cercando di capire che effetto aveva avuto lei su quei fatti. Se succedevano perché li aveva prodotti, o in qualche modo causati, o se doveva subirne gli effetti e basta.

    Anche quel mazzo di rose rosse, con quello strano biglietto…Era stata lei, facendo quella telefonata, a mettere in moto tutto, o era già nella mente di lui il pensiero di lei, che non vedeva né sentiva da tanto tempo ? Aveva fantasticato su questo: possibile fosse stato un pensiero simultaneo? Che ancora si pensassero nello stesso pensiero? Che, come nuvole, i pensieri si incontrassero e producessero cambi di tempo, di umore, di luce?

    Il biglietto poi era stato un po’ strano. Anche lei ricordava quell’ amore romantico, ma mai e poi mai avevano parlato di dormire insieme, tantomeno abbracciati. Si, perché a letto insieme c’ erano stati, ma non avevano certo dormito. Ne’, del resto, quell’ intimità era cosa indimenticabile.

    Era stato amore, quello si, un amoretto romantico, e quindi il mazzo di rose ci stava.

    Si erano poi rivisti dopo tanto tempo ed era stato emozionante.Ma né il luogo, né gli argomenti di conversazione furono da ricordare.

    Si ritrovarono in uno studio medico, e fu bello si riconoscessero anche prima che fossero chiamati dalla segretaria del dottore. Lei entro’ per seconda, lui l’aspetto’ e la invito’ al bar per un caffe’. Dopo la cistifellea di lui, l’ appendicite di lei, la dermatite, il parassita intestinale tenacissimo….lei vide avvicinarsi un autobus, si alzo’ in fretta, chiese scusa, e corse alla fermata. Aveva avuto paura di arrivare ad emorroidi, o ad altri disturbi ancora più intimi.

    Poi, di nuovo silenzio. Finché lei non trovo’ quel numero su quella vecchia agenda e lo chiamo’, senza poi parlare. La voce di lui le sembrò cosi’ poco interessante, che lasciò perdere.

    Però magari lui riconobbe il numero, questo lei penso’ quando arrivarono le rose con il biglietto.

    E ripenso’ al tempo passato. E di nuovo penso’ che forse era stata lei l’artefice della sua solitudine. Se bastava una telefonata muta per riallacciare un rapporto, allora erano le cose che non aveva osato, ad essere state determinanti. Era colpa sua. Ma guarda un po’! L’ avessi fatta anni fa, quella telefonata muta!

    Avrei avuto amore, compagnia, una vita bella ed affettuosa.

    Poi….., un colpo di vento gira il biglietto pendente dalle rose:

    Per Daniela.

    Suggestioni di Carla davanti a un mazzo di rose rosse

    Rose rosse e riciclo – di Carla Faggi

    Rosa rientrando da una conferenza sull’economia circolare si ferma a trovare la sua amica fioraia, donna simpatica e piacevole, spesso le racconta tante storie, le spiega i fiori, dietro ogni fiore, dice, c’é un significato profondo che cambia con il cambiare delle sfumature del colore, guai a sbagliare a regalare un fiore,è il fiore stesso che se ne risente.

    Mentre parla e racconta, Rosa osserva i fiori e cerca di capirne il significato.

    Entra una giovane donna, chiede un mazzo di rose rosse, numero dispari dice, e mentre l’amica le sceglie Rosa le osserva e quasi gli mette un nome ad ognuna perché così diverse l’una dall’altra e così particolari.

    La giovane donna, in vena di confidenze, racconta che sono per il suo uomo ma che però, poverino è sposato con una donna che non ama più ma che, essendo lei gravemente malata, non può lasciare.

    A Rosa scappa di pensare che è la bugia più vecchia del mondo, ma non può certo dirlo.

    Le augura buona fortuna e va ai giardini a passeggiare.

    La sera quando rientra il marito le corre incontro sorridente: “Amore, tesoro, anima mia, unica gioia della mia vita. Queste sono per te, un mazzo di rose rosse, numero dispari, come potrei non regalare queste belle rose rosse alla mia stupenda Rosa purpurea, l’unica rosa della mia vita!”

    Eppure quelle rose le riconosce, una per una e ricorda anche i nomi che ha messo lei stessa qualche ora fa.

    La prima cosa che le viene in mente è che suo marito sicuramente sia stato pure lui alla conferenza sull’economia circolare. Parole d’ordine: condivisione, prestito, riutilizzo, riciclo!

    Suggestioni di Rossella B. davanti a un mazzo di rose rosse

    Rose rosse – di Rossella Bonechi

    Lo sapevo che non sarebbe stato facile né sbrigativo, per questo mi sono presa il giusto tempo per sbrattare finalmente la soffitta da tutto quello che ti è appartenuto ma che avevi deciso di relegare sotto l’abbaino. Ho cercato di non farmi sovrastare dai ricordi e di mantenere una pratica lucidità ed ero quasi convinta di avercela fatta fino all’incontro con il baule dei libri. Il primo impulso è stato di richiuderlo e defenestrarlo tutto intero, tanto avevo intravisto copertine scolorite e pagine giallastre. Ma l’angolo di quel biglietto verde e rosso con una bella scritta dorata aveva acceso la mia curiosità: “Balestrini, Fiorista dal 1950” e dietro qualcuno con una bella calligrafia in un corsivo elegante e rotondo aveva scritto “Caro Amore”. Mi tremava la mano mentre decidevo di continuare la lettura, come se non avessi diritto di entrare così nella tua vita che fino ad ora consideravo condivisa in toto con me. Nel libro da cui era spuntato il biglietto c’era anche una rosa rossa a cui il tempo aveva prosciugato la linfa vitale ma che ancora conservava traccia del suo colore vivo e vellutato. Era sicuramente parte di un bel mazzo e tu ne avevi conservata una a riprova dell’importanza di quell’ omaggio. Era qualcuno che reclamava la tua presenza evidentemente troppo saltuaria per il suo sentimento, era qualcuno che aveva bisogno della tua fisicità per smorzare la solitudine di notti solitarie, era qualcuno che vedeva problemi ma si aggrappava al tuo carattere un po’ scanzonato. Ti conosceva bene…..

    Quel baule non è stato solo una macchina del tempo ma anche un vortice cosmico che ha ribaltato certezze, abitudini, conoscenze scontate e ha aperto una porta che avevo solo voglia di richiudere. Frugo ancora per cercare traccia di una tua risposta? Per saperne di più? Ma il pulviscolo di quel vecchio mazzo di rose è ormai a giro, mescolato a quello di tutte le cose che ti riguardano e che io non conoscerò mai. Allora lascio tutto lì, tacito la mia curiosità e decido di tenerti con me per come ti ho conosciuto io, così come hai voluto farti conoscere da me. Di certo, però, quando scendo la scala di quella soffitta ho qualche certezza in meno ma ti voglio bene ancora di più.

    Suggestioni di Nadia davanti a un mazzo di rose rosa

    La rosa rosa – di Nadia Peruzzi


    È stato difficile mettere insieme questo mazzo di rose.
    Mi sono resa conto che il fioraio non aveva quello che cercavo. Lo sai che i fiori, le rose in particolare, parlano. Raccontano di sentimenti, belli talora brutti. C’è una intera letteratura sull’argomento.
    Tutto quello che ho visto in quel negozio non era in grado di esprimere i miei sentimenti, quelli più profondi. Tanto meno le parole che non ero riuscita a dirti e che erano un vero macigno da portare dentro.
    Ho girovagato per ore senza trovare nulla che mi andasse a genio.
    Poi le ho viste.
    Un negozio di cristalli di Murano aveva quel che faceva al caso mio.
    Attraverso la vetrina in mezzo a tanti oggetti troppo colorati, c’era una rosa rosa, che sembrava impalpabile come seta ma era fatta di cristallo.
    Ne ho ordinate tre e le ho fatte confezionare come un piccolo mazzo.
    Si sa le rose si ordinano dispari. Quel 3 ne aveva di significati!!
    Anche troppi.
    3 come gli anni che siamo stati insieme.
    3 come le amanti che sei riuscito a collezionare in quei tre anni senza che io me ne accorgessi.
    3 come i mesi di terapia con cadenza giornaliera, che ho dovuto fare per riprendermi,  dopo aver scoperto quanto falso e vigliacco sei stato con me.
    Mi son costate un piccolo capitale. Le ho prese lo stesso.
    Sono tornata alla casa dove ci incontravamo e dove tu ora vivi con un’altra, dopo avertene ripassate chissà quante!
    Tenendole in mano le ho sentite gelide come il mio cuore in quel momento.
    Si è acceso solo nell’attimo in cui ti ho visto uscire di casa, solo.
    Non ho esitato.  Le ho prese una ad una, delicatamente, e te le ho tirate in faccia, mirando bene.
    La prima sul naso, ha fatto il suo.
    La seconda diritta sul labbro inferiore. Posso solo immaginare il gran dolore.
    La terza diritta in mezzo alla fronte.  Centro perfetto. Ti sei svenuto accasciandoti accanto al portone.
    Forse ho esagerato un pochino.
    Ma la mia analista aveva detto di fare qualcosa di eclatante per buttare fuori la rabbia che mi stava logorando.
    Beh? L’ho fatto eccome.
    Dopo, sono stata benissimo.
    Nel raccontare quello che avevo fatto, alla dottoressa alla prima seduta di controllo dopo un periodo di pausa, ho parlato solo di rose rosa e di spine andate a segno . Ho omesso che fossero di cristallo.
    Ero euforica mentre raccontavo,  e per nulla pentita.
    PS ho con me l’originale di questa lettera, che ti ho lasciato perché tu potessi leggerla. Per me vale solo come piccolo ricordo dell’impresa compiuta!
    Non saprai mai chi ti ha giocato lo scherzetto. Ho approfittato del buio. D’altra parte visto che ti comportavi così per abitudine,  fra le tantissime, rintracciarmi ti sarà impossibile.  
    Ero sicura che ti saresti ripreso, eri solo svenuto si vedeva, tuttavia ho aspettato un po’ dietro un angolo fino a che non ti sei rimesso in piedi.
    Fossi morto mi sarebbe dispiaciuto. Non avresti potuto ricordarti di quanto male possa fare un piccolo mazzo di rose rosa, anche senza spine!

    Suggestioni di Patrizia davanti a un mazzo di rose gialle

    Rose gialle – di Patrizia Fusi

    Un amore intenso in giovane età, troppo giovani per avere un percorso comune, desideri diversi, impegni diversi.

    Il tuo perderti in un altro amore.

    Tanto dolore.

    La vita rivoluzionata, tanta fatica nell’affrontare il nuovo quotidiano, fatica nel riemergere.

    Il risveglio da questo  abbandono , il ritrovarsi come persona, riprendere autostima come donna.

    Nuove amicizie, nuovi turbamenti, vedere il mio cambiamento negli occhi degli altri.

    Torna il sereno intorno a me, ho vissuto tante cose belle e emozioni forti anche senza di te.

    Quando ti ho visto da solo e tu mi hai ricercata, mi sono resa conto non ti avevo completamente dimenticato, mi eri rimasto in un angolino del mio cuore.

    Abbiamo scelto di avere un secondo tempo da vivere insieme.

    Ci siamo regalati un mazzo di rose gialle.

    Suggestioni di Anna davanti a un mazzo di rose rosa

    PROFUMO DI ROSE ROSA – di Anna Meli

                Era una strada antica e polverosa dove passavano poche persone e mezzi per lo più legati alle necessità dei contadini che vi abitavano; un’arteria che attraversava i campi gialli di grano in estate e verdi intensi a primavera mettendo in comunicazione vari poderi. Ai lati, oltre alle erbe spontanee, in un punto preciso, addossata ad una rete rugginosa  messa lì come confine, una pianta di rose piccole e profumatissime si appoggiava in modo gentile.

                Molte persone si erano provate a coglierne qualcuna, ma gli steli coperti da una peluria spinosa li aveva convinti a lasciar perdere. Dopo tanti anni tutto si era trasformato: asfalto, muretti riparati, grandi cancelli all’ingresso delle case coloniche che erano diventate autentiche ville. Non si sentiva più l’odore del legno di ulivo bruciato, erano sparite anche le concimaie. La pianta di rose però era sempre là, appoggiata e sostenuta da un muretto. Non si era arresa e ancora regalava il suo profumo. Qualcuno forse l’aveva apprezzata e difesa.

                Mi trovavo da quelle parti in un momento particolare della vita in cui abbiamo bisogno di ritrovare, di rivivere, di ricordare e così ho ripensato a te amica di allora rimasta nel mio cuore. Quante volte abbiamo passeggiato insieme condividendo i primi segreti amorosi, le delusioni che passavano in un batter d’occhi, le risate, le discussioni, quell’amicizia che ci faceva sentire appagate e sicure!

                Poi la vita ci ha allontanato e portato a fare scelte diverse; ci siamo incontrate ancora per un po’ pian piano tutto è scivolato via. Ho qui il tuo numero di telefono…provo a chiamarti…ancora uno squillo. Sarà ancora attivo questo numero?…- Pronto?-  La tua voce è la stessa di allora, allegra e vivace. Ti ho detto dove mi trovavo invitandoti a raggiungermi. Non ci speravo ma hai accettato. Ora sei qui, cambiata? Non più di quel tanto. Ci siamo abbracciate e poi tante parole, tanti racconti e la promessa di un’amicizia rinnovata nel tempo, come il profumo di queste rose.

    Suggestioni di Rossella G. davanti a un mazzo di rose rosa

    La quasi-nonna Fioraia di Via Guasti – di Rossella Gallori

    Ora che sognava solo rose nere…..

    Quando si è troppo piccoli per scappare e troppo grandi per essere ignorati…si fugge vicino, ci si nasconde dietro un vetro grande, pulito di braccia, si cerca un posto tra i fiori, si ruba il loro profumo, sicuri che sia medicina” buona”   per cancellare la solitudine.

    ...ora che sognava solo rose nere….

    Era cresciuta li, senza quaderni per la scuola, senza trecce fatte bene, con i yeans dei fratelli e le magliette  carine , regalate, a suo dire, senza amore, con le poesie nella testa e le ginocchia sbucciate. Bastava chiudere la porta per entrare nel sogno,  un piccolo negozio di fiori, in una  strada trafficata nel rumore, dai silenziosi marciapiedi larghi che univano 2 piazze: una senza panchine, l’altra con troppe.

    Era bello o quasi vivere lì con il fischio del treno, ed il suono delle sirene, che sempre più spesso si fermavano sulla sua porta, con quella palla blu che faceva magia, nascondendo la tragedia.

    …Ora che “sogno” solo rose nere…

    Ti voglio portare un mazzo di rose  color pelle d’ angelo, con quella nebbiolina bianca che tanto ci piaceva,  con il cellophane, che non usa quasi più ed un nastro di raso vero  di un rosa elegante e poco sfacciato.  Aggiungerò un biglietto che sa di paglia nel colore e nell’ odore, ci scriverò un GRAZIE gigante, firmerò: la bambina.  Perchè io per te ero bimba e cocca….solo quello!

    Grazie: per i gelatini da trenta.

    Grazie: per la farina di castagne cotta nel  “ veggio”

    Grazie: per non avermi insegnato il nome dei fiori, sapendo che non avrei mai imparato.

    Grazie: per aver profumato una infanzia, piena di odori confusi.

    Grazie: per avermi insegnato a vivere, spiegandomi tutto con le rose, come evitarne le spine….e se la vita punge, si succhia il male e si sputa più lontano…..senza farsi vedere, senza piangere.

    Grazie: per……e per……e per…..

    Ora che, ricordandoti, sogno rose screziate di un rosa più scuro, che ha il colore del nostro ridere di allora, di quella panchina  di pietra, gelata d’inverno, bollente d’ estate, con le mie gambe che dondolavano senza toccare terra…

    Busserò alla porta del paradiso, piano con le nocche arrossate, ora, come allora,  lo facevo alla tua vetrina, domanderò di te all’ angelo che aprirà la porta…e tanto somiglia al venditore di duri di menta dello Stibbert, forse è lui, ma non mi riconosce.

    La signora  EVA?

    È in giardino!

    Può darle questo da parte mia?

    …..e porgo un mazzo un po’ stropicciato, il viaggio è stato lungo….. con il biglietto fermato da un piccolo spillo dalla capocchia di perla….

    Certo!

     Annuisce l’ angelo allampanato, che forse è il gelataio di  piazza Viesseux , tanto simile al “ duraio”

    Non mi chiede se voglio entrare, sa già che direi di no….che scapperei inciampando nei ricordi brutti…poi io in paradiso che ci faccio?  Piangerei tutto il giorno, spandendo “moccio” sui cuscini di seta di Dio…pretenziosi ed immensi.

    Ti ho intravista, mentre  abbandonavo angelo e bouquet, avevi la stessa vestaglia immacolata, i riccioli biondi…gli stessi occhi color cielo pieni di bontà, non ti ho chiamata, volevo lasciare intatto il  ricordo…

    ORA CHE  SOGNO “ROSE ACQUERELLO “ RICORDANDOTI…..

    Suggestioni di Sandra davanti a un mazzo di rose rosa

    Numero di telefono – di Sandra Conticini

    Sono convinta sempre più di aver fatto bene a chiamarti. Il tuo numero di telefono mi frullava sempre per la testa, anche se non lo avevo più in rubrica, ma il coraggio di chiamarti non veniva fuori.

    La paura che non fosse più quello, mi bloccava ed invece sono stata fortunata.

    Ti ho riconosciuto subito dal “pronto” la voce non usciva, mi sono emozionata nel ricordare i nostri giochi di bambine la nostra adolescenza, le nostre scorribande di nascosto.

    Quella volta che ad appena 15 anni siamo salite in macchina con Carlo, che dopo è diventato tuo marito, ed altri suoi amici conosciuti pochi minuti prima.   Siamo andate a fare una girata nella campagna di Monte Morello.  Se lo avessero saputo i nostri genitori sarebbe stato un bel problema, ma noi eravamo brave a mantenere i nostri segreti… eh sì, ne avevamo diversi!

    Sei sempre stata una persona forte e con la tua forza riuscivi ad aiutare anche gli altri. Eri molto coinvolgente, sempre allegra e spensierarata… chissà se sei sempre così.

    Non so il motivo per cui ci siamo perse, forse perchè io ho incontrato quell’uomo che a te non piaceva e per me era molto importante in quel mio momento di fragilità.

    A poco a poco ci siamo allontanate, ma purtroppo avevi ragione tu, sapessi quante volte ti ho ricordato, perchè quando siamo innamorti non esiste la realtà.

    Quando ho visto quel mazzo di rose lucide, quasi trasparenti e luminose mi hanno fatto pensare a te sempre sorridente e trasparente, come spero tu sia ancora.

    Con questo piccolo pensiero che ti mando spero che ci potremo rivedere e riprendere un po’ della nostra bella amicizia passata.                                                                                                                                                                                                   

    Suggestioni di primavera da Stefania

    Nati a primavera – di Stefania Bonanni

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    Ha braccia lunghe e morbide, ha lasciato nodi e spigoli alle sue spalle, ha mani enormi, capaci di un incavo al centro, quando sono congiunte. Culla dolcemente.

    Non chiede il permesso, né bussa, semplicemente arriva e diventa urgente un solo sentimento: diventarne parte, stendersi, respirare i fiori, lasciarsi carezzare dalla brezzolina gentile, succhiare un filo d’erba, sfilare la margherita che era rimasta impigliata tra le dita di un piede, forse un regalo.

    I nati di primavera sono stati concepiti durante il grande caldo. Chi si amo’ non rimase stretto per scaldarsi, piuttosto per viaggiare sull’onda liquida dei fluidi del corpo, del sudore, dell’odore, dell’amore. E hanno trasmesso questo sbocciare a primavera, che un tempo era voglia prepotente ed ora ha meno forza, e forse fa anche un po’ paura.

    Verrebbe voglia di notti di stelle, di star sdraiati tra le margherita, di gente che, inaspettata, suona il campanello. Servirebbe una mano da stringere durante un film di paura, o di mangiare come sempre solo il croccante di un cono gelato, che il resto come al solito c’e’ qualcun altro che lo mangia.

    Tornano ricordi di motorini e minigonne, di primavera. Verrebbe anche voglia di guardare negli occhi quegli occhi che ci volevano bene, o anche che ci volevano e basta. E chiedere, come e’ andata? La vita, come e’ andata?

     Lo faremo, ce lo siamo promessi. Forse in inverno, davanti al fuoco.

    Suggestioni di Lucia da un mazzo di rose rosa

    Rosa dal passato – di Lucia Bettoni

    Ogni giorno per più di trent’anni
    Ogni giorno insieme
    Quante volte abbiamo aspettato il treno per andare al lavoro
    Quanti piccoli viaggi, quante parole, pensieri, quanti sogni!
    Così simili, così diverse
    A volte qualcuno ci ha chiesto se eravamo sorelle: lo stesso naso pronunciato con una piccola gobba!
    Passavano i giorni e le nostre vite di giovani donne.
    Matrimoni, separazioni, dolori ,nuovi amori, viaggi, nascite e lavoro
    Si, perché noi eravamo amiche, colleghe e vicine di casa
    Per due volte ho trovato una casa per te:
    la casa dove ti sei sposata e poi la casa dove hai vissuto da sola
    Diverse, uguali
    Rigida, altera, bella, chiusa, irreprensibile, ombrosa, sempre corretta come ti piaceva ripetere troppo spesso
    Ed io piccola farfalla triste, svolazzante, creativa e fortunata ai tuoi occhi
    Quanti viaggi in auto all’alba mentre le stagioni si susseguivano: autunno, inverno, primavera …
    Alle otto e trenta in classe
    I bambini ci aspettavano, non si poteva arrivare in ritardo
    E i turni di pomeriggio quando in inverno il buio ci coglieva per strada con la pioggia e il freddo, a volte bloccate per la neve
    Sempre insieme
    Io e te
    Sei la persona con la quale ho passato più tempo nella mia vita
    Ci sono state anche le liti ,le incomprensioni ,le gelosie  …
    Si, eravamo come sorelle
    Poi un giorno più niente
    Hai chiuso la porta
    Hai chiuso la finestra
    Hai chiuso e tappato ogni piccolo spiraglio di luce
    Hai chiuso con tutti
    Hai chiuso con il mondo
    Tutti fuori dalla tua vita
    Incredibile, ma tu hai fatto questo
    Hai chiuso il mondo fuori dalla tua porta e ti sei barricata in casa
    Lì fuori sono rimasta anche io
    Io come tutti
    “Come tutti io” questo è stato duro, doloroso, inaccettabile
    Questa la realtà
    Sei sparita
    Più doloroso di una morte è stato
    È passato un anno: niente
    Due anni: niente
    Tre anni: il telefono sempre libero e nessuna risposta
    Nessuna risposta per nessuno
    Nessuna risposta per me
    Poi squilla il telefono
    È il mio compleanno
    Ciao Lucia sono io
    Ti voglio bene

    Suggestioni di Nadia davanti a una finestra dipinta

    Suggestioni davanti a una finestra – di Nadia Peruzzi

    Si svegliò all’improvviso e si trovò in una stanza che non riconobbe. Le ci volle un po’ per capire che era la sua.
    Un incubo? O una realtà parallela quella che stava vivendo?
    Era confusa.
    La luce che le dava sempre gran forza faceva fatica ad entrare dalla finestra.  I vetri erano incrostati , anche se non sembravano sporchi.
    In alcuni punti riusciva ad individuare nuvole e sprazzi di cielo di un blu intenso, da altri riusciva a percepire il movimento di chi passava nella strada.
    Era il qui e ora che prendeva corpo. Il torpore del sonno la stava abbandonando e cominciò a vederci altro in quei rettangoli che sembravano quadri , in un quadro grande abbastanza da contenerli tutti.
    Nel primo in alto vedeva correre una bambina. Un vestitino col corpetto a nido d’ape , di un cotone leggero e con fiorellini di un colore sul fiordaliso intenso! Era una vortice di vitalità quella bambina. Correva a perdifiato . Prima dietro ad un pallone, poi saltava sull’altalena che pendeva dal ramo del vecchio noce , poi via ad inseguire Tigre, il suo gatto che si stancava presto e si nascondeva per non farsi trovare.
    La visione della mamma che arrivava con la merenda le diede un tuffo al cuore.
    Nel rettangolo accanto, vide apparire una cartella con libri e quaderni. Qualcuno, era lei, faceva colazione al tavolo di legno scuro che occupava gran parte della cucina. Al secondo colpo di clacson del pulmino che veniva a prenderla, via di corsa , perché sapeva che il terzo era quello del saluto e lei sarebbe stata costretta a rimanere a casa, brontolata da tutti.
    Che bel periodo era stato quello della scuola. Aveva trovato lì alcune delle amiche che l’avevano accompagnata per tutta la vita.
    Il terzo rettangolo in basso le fece battere forte il cuore. Vide Nino.  Lo vide nei suoi 18 anni, quando se n’era innamorata. Nino, che non c’era più da tempo. Nino, che le mancava da morire. Nino, di cui ricordava tutto e quel tutto erano ancora stilettate di nostalgia, miste a dolore.  Quell’amore l’aveva travolta . Non era mai venuto meno durante gli anni in cui erano stati insieme.  Amanti, amici, confidenti, complici.
    Erano tutto, l’uno per l’altro. Poi una malattia terribile glielo aveva portato via, quando ancora il tratto di vita da percorrere insieme avrebbe potuto essere ancora lungo .
    Il quarto rettangolo del vetro era quello più confuso , meno nitido.
    Molte erano le immagini che si rincorrevano, ma le sembrava che fossero sempre più sbiadite.
    Vedeva un po’ suo padre Luigi.  Possente e con quei baffetti rigorosamente all’insù. Rivide i suoi nonni e la grande casa col glicine che ne copriva la facciata, quando era stagione. Ci aveva trascorso tanti giorni felici.
    Le apparve sua madre, bella come non l’aveva vista mai. Era luminosa e allegra, come sempre.
    Allungò la mano per toccarla e fu avvolta dal calore della sua.
    Fu l’ultima cosa che sentì e le dette la forza di abbandonarsi per affrontare il suo viaggio.

    A proposito di finestra l’immagine di un cipresso per Patrizia

    Cipresso di Patrizia Fusi

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    Albero del paesaggio toscano, mi piace il suo profumo di resina.

    Ricordo d’infanzia di quando giocavamo sotto di essi, adoperando le gallozzole come cibo nei coccini ricavati da scatolette vuote di tonno e simmenthal, pomeriggi semplici e sereni fra bambini.

    Ricordo la bellezza del viale alberato nella maremma di Castagneto Carducci.

    Cipressi posizionati intorno ad alcuni cimiteri, sembra che,  con la loro forma allungata che svetta verso il celo, siano in preghiera.