Un pianoforte suona nel buio

Stasera è una musica dolce – di Stefania Bonanni

Son qui, ad occhi chiusi, da un po’, e non mi interessa affatto sapere da quanto e per quanto. Accolgo morbida suoni che rilassano ed aiutano a camminare in spazi diversi e inaspettati. Stavolta è stata una musica dolce, di pesche sciroppate ed atmosfere di saloni dalle luci gialle, sbiadite, riposanti. L’ambiente immaginario, così distante e diverso, mi diverte. Come un the classico, ad un’ora classica di un pomeriggio classico nel salone col pianista che suona leggero nell’angolo, con signore che hanno gonne lunghe e velette, e guanti di filo che arrivano al gomito e fumano sigarette con lunghi bocchini. Come essere nel salone di un grande albergo che ha i pavimenti ricoperti di tappeti orientali, che appannano i passi dei camerieri,che arrivano a servire il the improvvisi ed inaspettati, e si allontanano ugualmente senza suoni, per non interferire con la perfezione dell’attimo, con l’indolenza ovattata e dorata di un mondo sconosciuto.

Sorprendere

Sorprendimi …

con baci che non conosco

 ogni notte stupiscimi …

e se alle volte poi cado ti prego sorreggimi,

aiutami a capire le cose del mondo

e parlami,

di più di te, io mi dò a te completamente …

Adesso andiamo nel vento e riapriamo le ali

C’è un volo molto speciale non torna domani

respiro nel tuo respiro e ti tengo le mani

qui non ci vede nessuno siam troppo vicini

 e troppo veri …

Sorprendimi … e con carezze proibite e dolcissime amami …

 e se alle volte mi chiudo ti prego capiscimi,

altro non c’è che la voglia di crescere insieme

ascoltami, io mi do a te e penso a te continuamente …

 Adesso andiamo nel vento e riapriamo le ali

 c’è un volo molto speciale non torna domani

 respiro nel tuo respiro e ti tengo le mani

qui non ci vede nessuno siam troppo vicini e troppo veri … veri ...

Dai che torniamo nel vento e riapriamo le ali

 C’è un volo molto speciale non torna domani

 respiro nel tuo respiro e ti tengo le mani

qui non ci vede nessuno siam troppo vicini e troppo veri …

Sorprendimi , sorprendimi, sorprendimi..

Poi torni vero?

Ogni martedì – di Cecilia Trinci

Parcheggio sempre un po’ lontano dal portone  e posso riscendere sul marciapiede di Via Montisoni costeggiando prima la Misericordia, poi  la cancellata del teatro, guardando in su, verso la finestrina della stanza dove abbiamo tenuto il laboratorio di scrittura i primi anni. Mi viene istintivo, ogni martedì, come per  essere sicura che tutto è come sempre, che c’è tutto ancora che mi aspetta. Il cielo dell’Antella, sopra,  sempre grande, aperto di nuvole o di azzurro, si allarga sui tetti fino al campanile, tra il fiume e le colline.  Lo sguardo poi va  al gran tubo del camino che in questo periodo fumacchia un po’ per il riscaldamento acceso e mi conferma l’idea che il teatro è vivo e caldo. Camminando, raggiungo il lato  che si affaccia sul piazzale sassoso, con la piccola porta a vetri della caldaia. Guardo e ogni martedì, nonostante tutto, mi aspetto di vedere il gran cappello scuro di Roberto, un cappello allegro, rassicurante, proprio il suo, che esce dalla macchina parcheggiata di fretta sul marciapiede, si affaccenda, saluta, risolve qualcosa,  sparisce, riappare, risale in macchina….tanto si sa, poi torna.

Ogni martedì mi stupisco che non ci sia. Entro. Accendo la luce, le porte e regolarmente penso che se tanto qualcosa va storto lui……..lui……lui di certo…… stasera non ci sarà. Sento freddo, sempre, ogni martedì. Poi il lavoro distrae, ma alla fine, quando le luci si spengono, le porte si chiudono con un giro di chiave, eccolo di nuovo, quel pensiero di incontrarlo nell’atrio, vederlo seduto ad aspettare qualcuno, vederlo passare di fretta con un attrezzo in mano, vederlo sorridere dentro la barba, sentire l’ironia del suo affetto brusco, oppure sapere che c’è, al di là della strada, non lontano da qui. Pronto, sempre pronto a intervenire, a esserci. Ogni martedì e ogni altra sera che entro in teatro. Ma anche ogni altro giorno, quando “quante olive quest’anno!” , oppure “con chi gioca la Fiorentina?” oppure “da dove passerà il Giro d’Italia?” oppure “c’è una finestra che non chiude bene”  oppure “ma sei ancora qui?” oppure “Diglielo a Riccardo, mi raccomando”………

Eppure lo so, …..poi torna.

Campanellini di gioia

GHIACCIO CHE SCRICCHIOLA- di Tina Conti

Aveva acceso il fuoco nel camino, le fiamme impetuose brillavano e scoppiettavano.
Non aveva voglia di uscire, si era da poco messo comodo sulla poltrona e era immerso nei pensieri, fra poco avrebbe preso il libro e si sarebbe riscaldato coprendosi con quella coperta vecchia  e consumata, ultimo lavoro della mamma .
Si era fatto buio e per le strade ormai non c’era nessuno. ma l’aveva promesso, doveva andare al magazzino a insacchettare la merce per il negozio.
Si infilò gli scarponi pesanti, si copri bene con la giacca imbottita si mise sulla  testa calva un colbacco consumato e liso che tutti gli inverni ritirava fuori dall’armadio.
Con la torcia in mano uscì in strada.
Quanta neve era caduta nella sera, leggera, soffice morbida.
In alcuni  punti era ghiacciata, scricchiolava sotto i piedi, suoni diversi a ogni passo.
Andava lento e cauto, il ghiaccio era insidioso.
Passando vicino alle case, si vedevano dalle finestre luci e famiglie in intimità.
Dentro il magazzino c’era un gelo inaspettato, doveva fare in fetta, già sentiva freddo alle mani, doveva fare una bella scorta per non dover tornare di nuovo in quel posto.
Muovendosi si riscaldò un po’, in breve tempo dentro i cesti c’era la scorta di frutta secca, fichi, mandorle, nocciole e pistacchi per la pasticceria.
E quel sacco non si ricordava cosa conteneva, lo aprì con curiosità, dentro, fra nastri e fili argentati c’erano i campanellini  che sua nipote anni addietro aveva usato per la recita d Natale a scuola.
Ricordò  i visi gioiosi dei bambini, l’atmosfera festosa, i canti, l’allegria.
Si portò dietro il sacchetto: chissà che non serva di nuovo a qualcuno pensò
intanto i campanellini suonavano ad ogni passo  rallegrando il suo andare.

Scricchiolare di idee

Sintonia mancante – di Elisabetta Brunelleschi

Scricchiola, gracchia, sfrigola e non parte.

La mano gira e rigira la manopola, ma dalla tela marroncina escono solo brontolii. Oggi la radio non vuole funzionare, saranno le valvole ossidate oppure umide?

La radio dei tempi passati: un grande  scatolone in legno chiaro, appoggiato su una mensola, davanti aveva una tela marroncina, una barra di vetro con tanti numeri e l’asticella rossa che indicava le stazioni. Ai lati campeggiavano due manopole bianche e nere, una per il volume e l’altra per la ricerca della stazione desiderata.

Stasera la mano gira e rigira la manopola, si ferma ogni tanto pensando di aver trovato la stazione giusta. Invece no! Si sentono solo fruscii e brontolii.  Non c’è sintonia. Forse dobbiamo fermarci, aspettare e guardarsi intorno.

Prima c’è stato il buio, poi la luce accecante e il silenzio. Qualche lieve rumore di tazze che sbattono e poi ancora il silenzio.

Dove andare per trovare la stazione giusta?

Sarà certamente nelle parole che si possono scrivere, leggere e ascoltare.

E allora con fatica la mano gira e rigira troverà la sua giusta stazione.

Pelle di palloncino

ARCOBALENO FRA LE DITA – di Laura Galgani

Lo rigirava sotto i polpastrelli con grande incertezza. Era la prima volta che faceva esperienza di quella superficie liscia, omogenea, né fredda né calda. Non sapeva quanto fosse resistente quello strano materiale, e dosava la forza con cui lo stringeva, per paura di romperlo.

Nessuno gli aveva spiegato alcunché; mani solerti gliel’avevano porto senza parole, poggiandolo delicatamente sul suo grembo, come fosse una nuvola, una nuvola strana però, su cui poteva poggiare le mani. 

Lo fece ruzzolare più volte su e giù fra le gambe e il torace, aspettandosi che succedesse qualcosa, ma non accadeva niente. Provava curiosità, ma anche rabbia. Sì, rabbia! Voleva sapere che nome dare a quella cosa che si ritrovava sotto i polpastrelli, e che colore avesse, a che cosa servisse … il non poterlo sapere lo portava a strusciarci le dita sopra con più forza, avanti e indietro, di lato, di sotto e di sopra, a seguirne la curvatura, così omogenea, sempre uguale. Ma ecco che, ad un’estremità, qualcosa interrompeva la liscia superficie: un gonfiore turgido si ergeva misterioso. Che cos’era? Tastò meglio, era un nodo. Sì, un nodo! Allora capì. Le maestre, a scuola, gli avevano letto delle storie in cui i bambini giocavano felici coi palloncini colorati e alla fine li lasciavano volare su nel cielo, tutti insieme. Lui non ne aveva mai visti. I suoi occhi erano bui, da sempre.

I passi sulle scale, rapidi e sicuri, lo richiamarono a sé. Era suo padre, lo riconobbe dal ritmo con cui i piedi battevano sugli scalini di pietra. Entrò nella stanza e gli fece una carezza sulla testa appena gli fu dietro, scarruffandogli i capelli, senza dire niente. Questo bastò ad Enzo per sentirsi felice. Suo padre era tornato. Anche se non parlava riusciva ad esprimere con piccoli gesti tutto il suo amore. E lui in quell’istante amò la vita ancora di più: per suo padre che non parlava e per il suo palloncino fra le dita. Anche se non poteva sapere di che colore fosse, non importava: poteva immaginarlo ogni giorno di un colore nuovo. 

Stropiccìo di palloncini

Dove vanno a morire i palloncini? – di Roberta Morandi

Dove vanno a morire i palloncini?
Anni fa scrissi una poésia dopo aver visto tanti palloncini colorati fuggire dalle mani dei bambini. Dov’è andata a finire? Rimasta nella memoria di un vecchio computer e mai liberata?
Oggi, uno stropiccío plasticoso  mi ha riportato alla mente quella  immagine sepolta e ormai inusuale dei palloncini  che i bimbi, durante le feste paesane, tenevano in mano o legati al polso per non farli volare via, e se li lasciavano andare li seguivano coi nasi all’insù, un po’ perplessi un po’ smarriti e un po’ interrogativi… Cerco nella memoria quella poesia, ma non trovo nessun appiglio.  Immagino un cielo pieno di palloncini colorati, di varie forme, ma della poésia nessuna traccia.
Forse l’ho scritta anche su carta, allora sì che è perduta, considerato il mio disordine.  Già la mia memoria, come quella del mio computer, devono essere fatti della stessa pasta! Come una scatola di latta che puoi agitare e dove le cose al suo interno si mischiano senza un senso compiuto. Poi ci tamburello su e magicamente torna tutto in ordine. 
Sì il mio cervello è proprio così, prima o poi saprò dove vanno a morire i palloncini!


La sfida del traforo

Una vittoria salgariana – di Luca Di Volo

Quella tavola di compensato stava lì, muta, ma sembrava lo guardasse per sfidarlo….e a lui pareva sussurrasse: ”tanto non ci riuscirai mai…”

Il peggio era che anche lui rimandava come un’eco questo convincimento: infatti era  rimasto fermo, imbambolato di fronte al dover fare… insomma partorire qualcosa…Neanche l’orgoglio gli era d’aiuto; c’era una gara tra compagni di classeper chi avrebbe fatto il lavoro più bello, più originale..e lui sapeva che, più o meno, tutti erano più bravi …come manualità era abbastanza…..come dire..:spastico? Sì,questa forse era la parola giusta: spastico.

Per distrarsi da quel pensiero deprimente, cercando di non pensare a quella che sarebbe stata la sua sorte l’indomani, quando si sarebbe presentato a mani vuote….insomma per uscire da quella specie di oscura marea, si tuffò in una lettura che era la sua passione e il suo rifugio: quel Salgari che lui pronunciava Sàlgari e che invece, una volta adulto, avrebbe scoperto che tutti lo chiamavano Salgàri, unacosa che per lui era quasi un’offesa personale.

Insomma, il libro dei Misteri della Jungla nera fece crollare le mura e le pareti della stanza che si aprirono al sole bruciante dei Tropici, con stordenti esalazioni sevagge di liane gonfie di succhi misteriosi.

E poi la scena..: una pattuglia di Thugs.., i terribili adoratori della Dea Khalì..armati del loro micidiale “kriss”, quel kriss malese tanto dettagliatamente descritto dalla sapienza dell’autore e così affascinante nella sua sinuosa forma serpentina.

Già..il kriss..QUEL kriss..il pensiero gli rimase fisso lì..uno struggente desiderio..ah, avesse potuto averne uno..ma non ce l’aveva, chissà dove si poteva trovare…Sobbalzò..trovare no, ma forse lo poteva “fare” con le sue mani..Rimase abbagliato da questa gloriosa constatazione..stregato addiruttura…Fatto sta che, afferrata la tavola di compensato (che ora non rideva più tanto) cominciò a lavorare, si tagliò, inveì contro la lama del traforo, si intestardì..mangiò appena, ma alla fine qualcosa che assomigliava a quel pugnale tremendo venne fuori…Passò la sera a lucidarlo, plasmarlo, dipingerlo, lo ornò perfino con pezzetti di vetro a mò di gioelli..(quelli non ce li aveva davvero)…Finalmente si fermò: la sua opera era proprio bella..ma soprattutto portava con sé il profumo stordente della Jungla Salgariana ..

Quella notte dormì poco..chissà, forse la mattina dopo le sue fatiche sarebbero state premiate..o forse no…ma non aveva importanza.

Scalare la roccia

Lacrime di gelo – di Anna Meli

Scalare è faticoso ma bello; sentire lacrime di gelo scorrere sul viso e il vento che ti schiaffeggia asciugandole.Quando alzi la testa o la pieghi per trovare nuovi appigli ti sembra di sentire una musica che varia nei toni e diviene compagna della tua fatica insieme ad una grande felicità.

 In cima volgo lo sguardo in basso e si apre l’immenso.

Arrancare sui sassi

Sulla strada romana – di Lorenzo Salsi

Il fiato, il fiato manca. Arranco, mi trascino il mio bel peso che piano , ma molto piano sta diminuendo. Le scarpe adatte, il bosco ancora verde l’autunno tarda e forse non arriverà neppure. Ogni tanto un sasso slitta sotto il mio piede m’accorgo però che non è un sasso qualunque e che non è slittato lui ma è stato il mio piede che è scivolato, il sasso è ben fermo e infisso per terra e come lui altri , tanti altri , tantissimi…..  Poi passato il cimitero trovi la strada romana, che poi era quella etrusca e ti ritrovi nel bosco …. “buona passeggiata !” così m’aveva detto Fosco l’oste. In effetti neanche ricordavo quelle due chiacchiere fatte dopo un caffè …. Sensazione strana camminare su secoli e millenni di storia, di vite vissute, di avi, forse non miei ma di qualcuno sicuramente. Sì strano effetto che mi prende sempre a contatto con l’antico, torno bambino slaccio la fantasia mi immedesimo, cercocon l’immaginazione volti, voci, discorsi, battute….chissà come e di cosa ridevano gli etruschi (non abbiamo scoperto la loro fonetica). Continuo a camminare scendendo e guardando quei sassi che qualche schiavo o liberto, o affrancato ha messo lì più o meno 2500 / 2700 anni fa, resto senza fiato e questa volta non è il peso a fregarmi ma lo stupore, la consapevolezza di essere del mondo e nel mondo accompagnato chissà da quel che resta nell’aria da chi ci ha preceduto. Miracolo. Mi vien da pensare a tutti i meschini, balordi, stupidi, cattivi che cercano il potere, la potenza, che sopraffanno altri, che illudono, potessero essere qui con me e godere della bellezza di questo posto, della storia, della curiosità che si sprigiona camminando su questi ciottoli.
Oh certo di sicuro c’erano anche all’atto della costruzione persone così, tutto il mondo è paese, ed infingardi, traditori, vigliacchi, approfittatori e razzumaglia umana son sempre esistiti e sempre esisteranno, non c’è da illudersi. Va be’, andiamo avanti anzi torniamo indietro che ora è salita.
Vado però più leggero, rientro in paese e per tornare a casa faccio il giro lungo, saranno 30 mt in più ma passo davanti all’Arce, alle Mura Ciclopiche del periodo ellenistico che forse hanno udito le storie di Alessandro Magno (i contatti fra etruschi e greci furono intensi) e stupisco di nuovo. Mi fermo, respiro, guardo il panorama che è quasi commovente, la mente galoppa anzi rigaloppa e vado a casa certo che domani quando ripasserò da lì proverò le stesse identiche sensazioni di oggi col vantaggio che non mi verranno mai a noia. E già è ora di cena .

Vetri rotti

Ieri era Pasqua …oggi  è quasi Natale – di Stefania Bonanni

“Paolo, bisogna ci pensi tu. C’è un mare di nettezza da buttare. Li ho messi in terrazza, i sacchetti”

“Ma sei impazzita? Ci saranno dieci sacchi, ma chi l’ha fatto, tutto questo sudicio?”

“Chi l’ha fatto! Qui si mangia, si spacca l’uovo, ci si diverte, e poi al resto non ci pensa nessuno! ci saranno un paio di sacchi pieni delle carte dorate delle uova di cioccolata. Che ridere però: non c’è nulla che si possa paragonare a quegli occhietti spalancati, e a quel cazzottino che cercava di fare presto, a spaccare tutto! Certo, poi restano le carte da buttare! Poi ci sono i resti del pranzo, le bottiglie di plastica, poi da sole quelle del vino, dello spumante, poi varie carte delle confezioni dei regali. Si, però hai visto come erano tutti sereni, diventati piccini in un attimo!”

“Si si, ma alla fine se ne sono andati, e noi qui a buttare il sudicio!”

“Dai, non fare il brontolone. Cosa volevi? Che rimanessero qui? Loro se ne vanno sempre, ma è così bello vedere che sono contenti quando tornano!”

“Attenta, hai messo i sacchetti in bilico, sull’orlo delle scale!”

“Oddio, pigliali, pigliali, corri….”

Skresh, stromp, spam spam, splim (queste ultime erano le bottiglie di vetro…)

“Stefi, non ce l’ho fatta! Tutto rotto. Ed il giardino pieno di rifiuti”

Era Pasqua, ieri. Intanto siamo quasi a Natale.

Affanno di vecchi cassetti

I cassetti del vecchio cassettone – di Sandra Conticini

Ormai era vecchio, tutte le volte aprire quei cassetti era davvero una bella fatica. Era il cassettone della nonna dove, a distanza di anni, c’era ancora il suo corredo con lenzuola, federe e asciugamani ricamati a mano e con le sue cifre. In ogni cassetto c’era un sacchettino di lavanda che dava odore di fresco a tutta quella biancheria rigorosamente pulita, ma anche ingiallita dal tempo.

Era un mobile molto importante e difficile da spostare, con lo specchio enorme, agli occhi di una bambina. Il piano era di marmo grigio e sopra c’era la foto del matrimonio dei nonni, quella di uno zio morto giovane e un Gesù Bambino sotto una campana di vetro che, nel periodo di Natale veniva messo vicino al presepe, ma ci sfigurava, perchè era troppo grande nei confronti degli altri personaggi…

 Era molto difficile aprire e richiudere i cassetti,  molto pesanti e un po’ imbarcati dall’umidità, nonostante  la mamma e la zia passassero la cera sulle guide  per farli scorrere meglio.

Ogni tanto mi chiedo che fine abbia fatto… quasi certamente sarà stato bruciato in giardino come diverse altre cose che non avevano trovato posto nelle nostre case ma che ora ci piacerebbe avere.

Un pizzico di Beethoven

SOLO MUSICA – di Rossella Gallori

Stasera mi fermo qui, ho già la testa piena di rumori, forse l’unico che tace è il mio cervello che non vuol capire, mi fermo alla musica, al suo accarezzarmi, senza invadermi, senza domande, sento il  cuore stufo di non aver emozioni, di non mettersi più alla prova…che stupida commedia la vita, se non ci fossero pesanti tende di velluto, e morbide frange di canutiglia  dorata, poltrone di velluto cremisi…..mi domanderei : sono viva?…..ma lento il sipario si apre, siamo in scena…silenzio…

Motorino in partenza lenta

Il vecchio Iso del babbo – di Laura Casati

Il vecchio  Iso tarda a partire, gracchia, sbuffa, è lento, ma tu non ti perdi d’animo , come ingenere sai fare, hai una marcia in più perché riesci da un niente a farci trascorrere giornate serene e gioiose. Oh via, si parte veloci verso la meta, amo la velocità, come te, mi eccita, tu sei sicuro su per la via Faentina verso il tuo paese natio. Anche la Via Chiantigiana non ti dispiace, là c’è sempre qualche parente della mamma da andare a visitare e bere magari un “ vinsantino”. Così  il rumore molesto della moto che poi ha deciso di prendere il via si trasforma in un’armonia di sapori, colori, emozioni.. il gracchiare diviene rapsodia aperta ad ogni suono che si intona con il tema del giorno. Che avventura! In genere rientriamo tardi la sera, a volte facciamo delle merende abbondanti in queste piccole trattorie di campagna, altre volte rimaniamo a cena da parenti. Prima di riaccendere la moto ci chiedi: Chi di voi due è più stanca non venga davanti, potrebbe essere pericoloso se si addormenta.

Ci hai dato, babbo, la spensieratezza, la semplicità, che  sono state la tua forza.

Sgocciolare dalla gronda

Ultime gocce  – di Vanna Bigazzi

In questa “stanzetta dell’ultimo piano” mi rifugio, qualche volta, nelle giornate di pioggia: mi piace osservare, dall’ampia vetrata, le tegole luccicanti dei tetti bagnati.  Oggi è proprio la circostanza ideale: cielo grigio intenso, clima fresco, quasi freddo. Ha smessodi piovere. Le ultime gocce scorrono, a intervalli irregolari, sulle grondaie,con suono metallico:  cornice che accoglie il mio stato d’animo opaco, lento e svogliato. In questi momenti non c’è niente da decidere, c’è solo da lasciarsi andare alla nebbia: il mio pensiero è libero e inerte al medesimo tempo, una strana suggestione di spazio pervade questa prigione senza mura.

Pallina da ping pong

Ricordi e rimbalzi – di Chiara Bonechi

In fondo alla spiaggia il mare, davanti cabine e lastricato, altalene e tavoli da gioco, questa la tipologia dei tanti bagni versiliani lungo la passeggiata e il suo non faceva eccezione.

Era arrivato da solo nel primo pomeriggio assolato, aveva deciso di uscire mentre i suoi ancora riposavano, un po’ presto per l’appuntamento ma la voglia di incontrare quell’amico dopo un intero anno era talmente intensa che non poteva più aspettare in casa.

L’attesa lì al bagno gli sarebbe sembrata più breve. E fu per ingannare quell’attesa che chiese al bagnino racchette e pallina e si avviò al tavolo da ping pong. Faceva frullare la pallina con abilità, a ritmi diversi e il rumore del rimbalzo riempiva il tempo dell’attesa. Ogni tanto si fermava per guardare all’ingresso, lo avrebbe voluto vedere arrivare e gli sarebbe corso incontro.

Poi uno sguardo all’orologio, era ancora presto e battendo la racchetta sulla pallina riprese il ritmo del gioco.

Una voce lo scosse, il suo nome arrivava come un suono, lui era lì e gli sorrideva.

In due si poteva finalmente giocare la partita prima di correre a tuffarsi in mare.

I cardini cigolavano

Dormiveglia del fuoco – di M. Laura Tripodi

Era stata una buona annata. Le castagne raccolte chiacchieravano fra loro stese su grandi teli, in capanna. Ora si doveva scegliere quelle piccole da mettere a seccare in cannicciaia per fare la farina. Il fuoco era stato preparato per tempo, ma la porta dopo tanti anni e tante intemperie era decisamente da risistemare.

Davino decise di farlo subito.

Lei resisteva, non voleva separarsi dai suoi cardini e cigolava, strusciava, raschiava. Finalmente dopo l’ultimo colpo secco cedette e fu distesa come un povero malato su due capre di legno. Gli attrezzi erano tutti allineati in attesa di lavorare  e un bimbetto di poco più di tre anni saltellava in cerca di qualcosa con cui giocare. Ma lì c’era solo roba pericolosa e fu allontanato bruscamente. Mentre i suoi passettini impermaliti si perdevano nel cortile di casa l’odore del fumo si spandeva intorno, come un incitamento a sbrigarsi.

Davino cominciò a lavorare e in men che non si dica la porta riprese un aspetto sano. Le donne si affrettavano a trasportare le castagneperchè il fuoco era come entrato in uno stato di dormiveglia.

Nell’aria si era perso il senso dell’aspettativa.

Tutto era tornato tranquillo: le castagne a seccare, la porta sui cardini, il calare della sera su quel profumo di  autunno inoltrato.

Sfilacciare e altri rumori

Sfilacciare e altri rumori – di Cecilia Trinci

Non si seppe mai come fosse accaduto. Probabilmente era stato un cedere, uno sfilacciarsi lento giorno per giorno, o per meglio dire un attimo dietro l’altro. E pensare che c’erano state  catene di giorni ruzzolate in  quel  progetto. Stanchezza mai. Semmai quell’euforia, quel senso di  inappagata curiosità che  portava a cercare soluzioni, risposte, sfide. Era questa droga benefica che faceva scorrere il tempo senza farsi sentire. Il tempo che non si sente è il tempo giusto, si dice. Ma ora  passava, semplicemente, con le sue lancette. Si infilavano nelle ore girando le punte, facendole sanguinare di inerzia, spremendo quello che restava di ombreggiature sui desideri. Non era solitudine, piuttosto un martellare di quella delusione  che comunque si accaniva sulla storia. Non era andata come avrebbe voluto. Agiva, certo, rispettava gli impegni come no? Usciva, tornava, preparava, scriveva. Camminava. I suoi passi lasciavano echi intorno. Tacchettava da sola per le vie e guardava solo davanti a sé per non vedere i nessuno che erano al suo fianco.  Eppure niente costruisce di più di un’amicizia concreta, che si sporca le mani nella terra, che si rotola ridendo nella vita, che nasce dal galoppare nella stessa direzione. Rumori, erano rimasti i rumori e echi scombinati che non cucivano parole . E più di tutto rimaneva la tristezza di certe cene multiple, tintinnar di bicchieri, scontri di piatti, urla, urla, urla. E silenzio dentro.