L’Isola

L’Isola che non c’è – di Cecilia Trinci

I vecchi di Maremma la chiamavano semplicemente  “l’Isola”. Dalla mia finestra si vede bene: un drago addormentato sul pelo dell’acqua all’orizzonte, la gobba più alta con Marciana che nelle giornate limpide fa vedere i suoi tetti illuminati dal sole.  Nell’insenatura che si nasconde in mare si indovina Portoferraio e lì si immaginano i traghetti che vanno e vengono, scambiando felicità e malinconia di chi va e di chi torna. La coda del drago si perde dietro Baratti, lasciando volare l’immaginazione. Una soffice nebbiolina sale su dal mare avvolgendola di una coperta di sogni. L’Isola d’Elba, che due sere fa, a cena abbiamo evocato in più modi, in più tempi, piena di immagini, di mandorli e mimose fiorite ora è qui davanti. Chiama in lontananza, come se salisse dal bosco un canto di sirene. Ritornano le parole scambiate a cena. Marciana, Capoliveri , Porto Azzurro, le spiagge della Biodola e di Cavoli, le prime a riscaldarsi sotto il sole di primavera, e il carcere, le miniere scure, i fiori e il mare grosso, le stradine, il vento e il carattere degli isolani. Un modo strano e stralunante di stare con i piedi in terra e in mare, la testa sempre nel vento che straccia  capelli e  idee, un’incertezza che va con le vibrazioni delle corde che battono contro i pennoni  e le reti che salgono e scendono lontano da riva, mentre gli orti si coprono di verdure aride e salate.  Marinai agricoltori o agricoltori marinai….chissà, strani, imprendibili, sempre lontani. Elbani. Un po’ folli, un po’ artisti, un po’ sognatori, un po’ giocolieri sotto la luna di mare, che non è  mai dello stesso bianco di quella di terra ferma. Una luna che si tuffa nelle pieghe del mare, quando non la vede nessuno, quando è nuova e giovane e si mimetizza nel buio con le stelle. La mattina presto l’Elba la potresti toccare da qua, diventa vicina, sembra di poterla raggiungere facendo solo un passo verso il blu. E ritornano allora le parole, i ricordi di età diverse: la supplenza di ragazza, il periodo di lavoro al carcere, le vacanze con la bimba piccola e su tutto sale dal pensiero un mare limpido, una gioia infinita, una bimba che ride con i bracciolini rossi e che mangia il gelato “puffo” sul lungomare di Marina di Campo. Una carrellata di secondi, brevi parole in cui in un attimo si avvolge tutta la vita. La bella Elba mi guarda dalla finestra, sognante sul mare di maggio.

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Il barattolo

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Il barattolo – di M.Laura Tripodi e il figlio Enrico Zanieri

Stava su quello scaffale da tempo immemorabile.

L’etichetta era sbiadita e mezza accartocciata, ma si  intuiva  che un tempo doveva esserci stata la figura di due pomodori pelati.

Nello spostare altre cose Luisa fece cadere il barattolo di latta che rotolò in un angolo nascosto del garage.

Qualche tempo dopo Marco, che cercava il suo pallone, vide il barattolo, lo raccolse, lo osservò e poi si divertì a sperimentare un lancio al di là del fossato che delimitava la strada del garage.

Passò ancora qualche anno, l’etichetta non c’era quasi più e la latta si era arrugginita.

Andrea vide il barattolo e cominciò a prenderlo a calci, così, per divertimento, come fosse stato un pallone. Calcio dopo calcio il barattolo, da quella bella forma cilindrica che aveva,  divenne una cosa informe e finalmente si fermò rompendosi contro il muro di cinta di un  orto. Ne uscì un liquido marroncino che si sparse nel terreno rilasciando un odore acre, non meglio definito.

Stava per piovere.

Caterina, impegnata nel suo jogging quotidiano, si fermò di colpo. Anche il liquido aveva cessato di uscire, ma lei rimase lì, affascinata, come se si aspettasse che da un momento all’altro accadesse qualcosa.

Intanto si era formata una macchia nel terreno. Il contenuto della lattina era penetrato in profondità e il pomodoro pelato di nonsisaquando era tornato nel suo elemento naturale, finalmente libero dopo essere rimasto conservato per più di  cinquanta anni.

Anzi, guardando meglio, su quel pezzetto di etichetta rimasto Caterina intravide una scritta:

“Pomodori  Maria Laura –  Raccolti e confezionati il 18 maggio 1952.” (M.Laura)

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Accanto al barattolo rotto adesso c’è una grande pianta di pomodori. Non ha alcun cartellino perché fortunatamente è nata libera in un campo e non ha quelle indicazioni di provenienza che si trovano nei vivai.

E’ cresciuta senza antiparassitari né fertilizzanti. Porta solo qualche inevitabile segno dell’inquinamento ambientale al quale purtroppo non ha potuto sottrarsi.

Non c’è etichetta , ma il campo e la natura sanno quando da quel liquido penetrato nel terreno si è formata la prima piantina:  17 ottobre 1977.

Forse qualcuno fra qualche anno si chiederà come mai in quel campo ci sono così tante piante di pomodori che crescono liberamente. La cosa certa è che all’origine di tutto c’è quel barattolo “Pomodori Maria Laura – Raccolti e confezionati il 18 maggio 1952.” (Enrico)

Emozioni rosse, bianche e verdi

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Rosso  bianco verde, emozioni in diretta – di Tina Conti

Calzettoni rossi,  maglietta bianca, casacchina verde, scarpette da calcio verde/rosso,
Il campo è uno spicchio, in contemporanea giocano altri bambini ci sono altre squadre in attesa.
Qualcuno affoga nei pantaloncini troppo grandi la taglia è 6 /7 anni.
Sgambettano attenti  dietro le indicazioni dell’allenatore.
Cambiano spesso ruolo, devono giocare tutti, si spostano sul campo
Mentre  scrivo, l’allenatore mi avverte: Giulio si è spostato nel settore vicino!
Non me ne sono accorta. Mi sposto anch’io.
Bravo, bene, no!….
Giulio si mette le mani sulla testa, ha fatto un tiro alto e ha mancato la rete.
Faccio fatica a seguire il gioco, si spostano con velocità. Ma il clima è piacevole, gli allenatori sono attenti e protettivi.
Io pur avendo vissuto in una famiglia di giocatori dilettanti e preparatori atletici non conosco le regole e non amo il calcio ma, a vedere i bambini allenarsi, mi diverto e poi mi godo il teatrino che circola intorno.
Giulio con pazienza un giorno mi ha spiegato il fuorigioco  e il calcio d’angolo e credo di aver capito.
Ora GIULIO è  in    panchina, per modo di dire, perché è seduto a bordo campo pronto  a rientrare.
Ho sentito un grido: un autogol,  poi, un goal, arriva un massaggiatore, un bambino lamenta un dolore al piede, spruzzi di acqua e massaggio, è passato tutto  si rientra in gioco.
Vedo Giulio a terra, mi preoccupo, poi la giacca dell’allenatore cade  sulla  sua testa, guardo bene,  che succede?stanno giocando, mi rilasso,
Il Belmonte ha preso un sacco di goal, io però non me ne sono accorta, seguirò i commenti del  dopo partita.
Un babbo straniero consiglia il figlio dalle tribune, si sposta continuamente
“Dai M., scatta.!rientra in campo !!”
Per fortuna  la palla sbucciata  da Giulio non  va a rete.
Rientra,!  rientra,!  vedo cheha abbandonato il ruolo di difensore   Vuole andare all’attacco, Giulio sveglia! sarà la fame ma il calo è notevole.
Vorrei dare un pestone al babbo troppo invasivo, mi toglie la visuale, grida forte e mi rovina lo spettacolo, poi la partita finisce, per fortuna. Cambio casacche, si gioco l’ultima partita. Nel settore accanto.
Intervallo, tutti a  bere dalle bottigliette gialle, ci sarà acqua o the?
Sono arrivati dei nonni vicino a me, con la sorellina piccola di un mini giocatore.
La nonna lo chiama, ma Leo non risponde,  è attento al gioco.
Giulio ora è in porta, ha preso il primo goal, mi sembra stanco, però ora ha parato e  così si prende un bravo.
Sono le 12,30  spero che finiscano presto ho ospiti a pranzo, ecco il fischio, si va a casa,
In macchina  si fanno commenti:
“Le prime due partite  le abbiamo perse ma  le ultime due vinte alla grande!! sono contento, dice il giocatore. Ho fatto sette goal! ho una  fame da morire nonna”.
A tavola, infatti,  ha mangiato due piatti di pasta, spezzatino con patate, frutta e dolce.   “Dopo mi  riposo, sono molto stanco” ha concluso il  giocatore.

Il pane non si butta

 

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Pane e pane – di Rossella Galori

lo diceva spesso, come per dare una risposta ad una domanda che nessuno le faceva: per mia madre c’era un “PRIMA DELLA GUERRA” un “DURANTE LA GUERRA” un “ CON I RAGAZZI PICCOLI”  poi buttata lì, mai casuale, puntuale e pesante, almeno per me, arrivava senza tanti preamboli…”DA QUANDO SEI NATA TE”.

La mamma avrebbe potuto fare molte cose nella vita, forse l’indossatrice, aveva un bel personale, la maestra, aveva studiato per farla, suonare il pianoforte, mi han detto che lo faceva più che bene; poi la vita l’ aveva voluta commessa un po’, infermiera molto ed operaia al bisogno…ecco si avrebbe potuto fare di tutto ma la psicologa no, quella proprio no. Quello che comunque le riuscì meglio fu recitare, per la gente, per i familiari, più che altro per se stessa.

Decretare che, dal 51 le cose erano andate a scatafascio, era per me un grande dolore, ho passato anni a domandarmi perché venivo considerata: peggio di una guerra, peggio delle leggi razziali…spesso anche peggio di una malattia. Con il senno di poi ho cercato di aggiustare tutto, cercando, con difficoltà, di non confondere un lungo periodo con una bimba che il babbo voleva Giordana e la mamma chiamò Rossella.

Si perché lei era lei nel bene e nel male. Sorrideva, quello lo ricordo bene, sorrideva, anche quando le difficoltà erano tante, troppe, per una donna sola con tre figli, l’ ho capito tardi, ed in ritardo le chiedo scusa.

Ci fu un momento “ STORICO” in cui il pacco  CIRIO  non arrivò più per mancanza di destinatario, quindi rifiutando il pacco per i PERSEGUITATI POLITICI e non essendoci grosse risorse finanziarie, entrò prepotentemente ed inesorabilmente in casa mia, IL PANE, tanto pane! Si annunciava dopo il 20 del mese, distratto e trionfante, le fornaie del viale Cadorna, erano amiche della mamma, spesso aggiungevano per me un bambolottino di pane al latte lucidino e profumato, che nascondevo, per poi ritrovarlo secco e ferito, tra i miei giochi, non lo mangiavo, lo consideravo un fratellino buono, da rispettare, un piccolo amico che non sapeva niente di me, l’ ideale.

Di una cosa però devo rendere atto a quella donna chiamata mamma, era piena di fantasia…cucinava da Dio ed anche con il pane devo ammetterlo ci sapeva fare, presentava tutto sempre al meglio.

Al mattino affettava il pane sottile, sottilissimo, lo  metteva sulla griglietta, aspettava che fosse tiepido, lo imburrava e zuccherava,  poi cambiava la decorazione del piatto in base alla stagione, petali di peonie, di rose, una ciliegia, un bigliettino con un buongiorno un po’ unto ma solo suo. Noi sorridevamo il  giusto, capivamo come sarebbe andata a finire PANE…PANE E PANE.

Ed infatti all’ ora di pranzo spuntavano i crostini con la pasta d’ acciughe, marca Balena, “la migliore” sottolineava trionfante,  antipasto, sottolineava, e poi era minestrone magari, con qualche pezzettino di pane..

A merenda pane e marmellata, quella dei vicini sempre e “siculamente “ di arance…e a cena caffellatte e……no dai , Vi lascio indovinare!!!

Faceva miracoli, il pane fritto così bollente e dorato, lo sformato di pane e latte dove nei casi più fortunati si  affacciava un po’  di mortadella, il fiore di pane messo su un piatto, con le mezze fette a mo’ di petalo e la salvia fritta, le palline di pane zucchero e ricotta, con lo stecchino, regalo dell’estate, un lecca lecca fragile e fresco…

 

Mi perdo stamani, e non solo nei ricordi, non ci fu mai tristezza, questo è vero, nelle sue panzanelle, nelle sue pappe al pomodoro, nel suo pane abbrustolito, nel suo elegante modo di metterlo in tavola, sempre e solo un sorriso e pane, pane….

Ricordo la sua risposta, alle domande dei miei fratelli: oh mamma ma un toast?

Lei tirando su lo sguardo, che spesso era una sfida: mica siamo americani…..

E raramente se  veniva detto: mamma, sempre pane??!!

La risposta aveva gli occhi leggermente velati: ce lo avesse avuta il nonno una fetta di pane in tasca…..laggiù!

Ed a questa risposta non ci dovevano essere repliche, questo, nei miei silenzi di bambina lo avevo capito ed ancor meglio lo capisco oggi che non ci sei più, a volte mi sembra da sempre, altre da mai…perché la vita è un po’ cosi, per un pezzo di pane si campa, ci si strozza, si sorride, si piange, si ama e si odia…ma più che altro si ricorda, come adesso che la mia fetta di pane brucia, mentre scrivo su un coso che tu avresti definito, una macchina da scrivere inutile e silenziosa, sbruciacchiato si, ma lo mangerò ugualmente, perché lo dicevi sempre  IL PANE NON SI BUTTA….poi sognando girerò lo sguardo e ti vedrò arrivare… ma dove sei stata? Ah già a comprare il pane……..

 

 

 

Un pensiero per tutte le mamme

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Da una lettera del 2008 – di Cecilia Trinci

“Quando una mamma ascolta una figlia che si insinua ovunque, con la curiosità necessaria, la capacità miracolosa, la testa e il cuore giusti per apprezzare il mondo in tutte le sue possibili forme, vive in un misto di orgoglio e di paura, di esultanza e di scaramanzia, di raggiante conquista e di infinita angoscia. Come se vedesse contemporaneamente due persone: da una parte una meraviglia della natura, una donna indomita e coraggiosa, curiosa della vita, in cui riconosce le più belle aspirazioni di se stessa giovane e dall’altra una exbambina con i codini, le pentoline tonde e il cestino dell’asilo assalito dalle formiche, tenerissima e dolce, quel tesoro da difendere da tutto e da tutti. E quella mamma si domanda: sarà felice? avrò sbagliato qualcosa? E cosa? E quella mamma, senza risposte, si sente smarrita.”

MAMMA  – di Laura Casati (2013)

Prima luce della mia vita. Primo amore, desiderato, temuto. Ripercorro col pensiero la nostra storia, le mie sensazioni  le mie emozioni, ti rivedo giovane e piena di speranze, bella con la redingote principe di Galles. Ero piccola e felice in braccio a te. Poi ombre scure si addensarono nella tua vita, nella mia vita incomprensioni litigi dolori, la testa ti scoppiava, gemevi nel letto ed io con te, avrei voluto salvarti ripescarti dal vortice che ti inghiottiva ma non potevo, non dovevo essere io….ormai la mia vita di piccola donna  aveva preso il suo corso. Sei sempre stata la mia fragile ma esigente madre, sorella ed anche figlia, in vecchiaia sei  stata la mia piccolina sempre esigente, volitiva un po’ egocentrica. Negli ultimi tempi amavi ricordare la tua gioventù, i tuoi amori, le tue delusioni, la tua vita serena trascorsa nel bel casolare di campagna dei nonni  a San Lorenzo a Colline. Ti ascoltavo e rivivevo con te quei momenti, mi rivedevo piccola e felice  come in un eden perduto.

Mani in mano – di Ivana Acciaioli

Le donne a quel tempo non stavano mai con le mani in mano.
Quando sull’imbrunire, prima di cena, si riunivano nell’aia ognuna con la propria seggiola, anche se il desiderio era quello di muovere le lingue in chiacchiere e confidenze, comunque le mani non si fermavano; chi sbucciava i fagioli, chi dipanava la matassa, chi rassettava buchi e cuciva toppe, chi intrecciava la paglia.
Io a quell’ora ,stanca delle corse e dei giochi, frignavo sempre e avrei voluto stare un po’ in braccio alla mamma, ma lei mi offriva solo i suoi piedi, disposta a dondolarmi ma non ad abbandonare le sua operosità, mani e braccia altro avevano da fare.
A volte mia sorella, più grande di me di cinque anni, mossa a compassione forse per aver patito prima di me la stessa sorte, si offriva di prendermi in braccio ma niente può  valere come il calore materno.
Quando ho visto mia madre con le mani in mano avrei  preferito che le muovesse in qualche faccenda invece lei non respirava più.

Ti verrò a prendere – di Mimma Caravaggi

“Ti verrò a prendere con le mie mani” mi disse con tutto il fervore possibile ed io pur esterrefatta pensai che sarebbe stato meglio venirmi a prendere in macchina, sarebbe stato meno faticoso di sicuro! Eppure nonostante la mia ironia, le sue parole mi colpirono molto anzi direi che mi commossero molto. Me le disse Vera, la mia mamma quando la salutai tristemente per tornarmene a Terni da mio padre e le altre sorelle. Stavo bene con lei anche se come tutte le madri era molto brontolona, mi svegliava presto la mattina perché non sopportava proprio vedermi dormire fino a tardi anche se poi al massimo restavo a letto fino alle 8. In più era caparbia, e amava fare tutto ciò che le veniva in mente senza preoccuparsi se chi la seguisse fosse in grado di fare altrettanto. Sapeva però essere molto dolce quando voleva e l’amore per me è sempre stato immenso visto che per lei io non crescevo mai, restavo sempre la “sua piccolaccia” la piccola di casa anche quando sono diventata quasi il doppio di lei! Anche per lei era molto doloroso lasciarmi andare via e per questo mi ripeteva “ricorda che se non ti trovi bene o se qualcosa va storta dimmelo ed io verrò a prenderti con le mie mani,… e anche con i  piedi!!”

Mancanza – di Rossella Gallori

Mia madre era  l’unica ebrea di mia conoscenza senza senso per gli affari, seguiva il cuore,  i colori, le voci, il suo istinto le dava strani consigli e le faceva decretare (spesso sbagliando) che, il signor Waldemaro Montis fosse  affidabile, ed il povero Tritarelli Tarcisio un poco di buono,  così senza conoscere né l’uno , né l’altro.

Ci imbarcammo in un lavoro a domicilio:  “Confezionare reliquie  di S. Rita “. Ci consegnarono due balle di petali di rosa benedetti che dovevamo stirare e inserirli in una bustina insieme alla medaglietta della Santa che, devo confessare, non aveva l’aria molto sveglia.

Il “forse” era l’unica cosa certa  in casa mia : forse ci riprendiamo, forse la mamma trova lavoro, forse a forza di Madonne e rose ci riprendiamo,  l’unica cosa certa  era il sorriso di mia madre ed il mio imminente addio alla scuola …..tanto….

Ma torniamo alle nostre rose, lavoravamo dopo cena io e lei, lei ed io e più che la mancanza di soldi  ricordo la mancanza d’aria , con tutti quei fiori!!!!!!!Fino a  notte fonda, mezzanotte, le una, poi la mattina a scuola dormivo ad occhi aperti…Se ne accorse, la professoressa  di lettere, un po’ spaventata dai miei temi senza senso (ma quello era routine), dagli occhi semichiusi e dal profumo intenso dei miei abiti. Quando la mamma fu convocata, non venne alla Peruzzi, mandò due righe:   Gentilissima professoressa, mia figlia sta bene, mai stata meglio, noi adoriamo i fiori  e ce ne circondiamo, distinti Saluti Giulia Cassuto vedova Gallori

Usava quel “vedova” come un valore aggiunto, una medaglia sul campo, ignorando  vo lu ta men te la disgrazia. ”Male è per chi muore“ diceva, mentre osservava qualche petalo più sciupato  togliendolo dal cestone, e già le brillavano gli occhi, ma a cosa stava pensando? Quale idea aveva in testa? So che dopo qualche giorno nacquero  nell’ordine: una torba acqua di rose, saponcini deformi e, dulcis  in fundo, un rossetto di un rosa indefinito….tra il salmone fresco e quello  avariato.

Tutto firmato GIULIA, tutto così inutile e divertente. Non riuscimmo a risolvere la nostra MANCANZA DI SOLDI ma  eravamo molto, molto profumati, a volte anche troppo.

Ti lascio andare – di Stefania Bonanni

E finalmente ho lasciato andare. La vita presenta conti salati, ma non si può decidere altro che vivere, o cominciare tutti i giorni a morire un pochino.

E l’ho lasciata andare, la mia mamma, con tutto l’amore possibile ed un’infinita gratitudine.

Così il mio 18 gennaio di rabbia rossa è diventato un giorno di miele color oro, il momento di ricordare, e raccontare, perché non si perda nient’altro, neanche un’immagine, neanche un sorriso, neanche un odore, neanche il suono della sua voce.  Perché sia celebrata la sua mancanza.

 

Festa della Mamma

Da: Maman – di Helène Delforge, Quentin Gréban

“Dammi mille baci/ E poi cento e poi mille ancora/ Bacio eschimese, naso contro naso/

Bacio farfalla, le mie ciglia sulle tue guance che ridono/ Bacio smagliante, che sbatte sul collo/ Bacio segreto, le labbra leggere sulla fronte/ Bacio d’orco per divorare il tuo pancino/ Bacio dolce, bacio teppista, bacio bacetto, sulle ginocchia….

Cosa? Ancora baci?/ Credi che ne abbia ancora?/ Forse…/ Un altro piccolo centinaio…..”

 

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Storia di Matite e di Cieli – I nostri 6 anni insieme

Una sintesi dei nostri giorni – di Cecilia Trinci e La Matita per scrivere il cielo

Storia affettuosa di come abbiamo mangiato (tanto) condiviso (molto) riso (spesso) pianto (a volte) e inventato, creato, dipinto, giocato, tirato con l’arco, camminato, scoperto, raccontato, ballato,  e di come ci siamo scambiati cappotti, cappelli, oggetti e di come abbiamo scoperto percorsi nuovi, punti di vista, spolverato ricordi, qualche volta belli o tristi o delicati o segreti…e di come abbiamo anche scritto. Tanto e bene e soprattutto con la gioia di stare insieme.

Buon cammino a tutti!

Profumo di sigaro

cigar-1293684_960_720Profumo di sigaro – di Cecilia Trinci

Già definirlo “profumo” è  quasi irriverente. Sarà che mio nonno il suo “mezzo toscano” lo teneva spesso tra le dita senza accenderlo e così, più che altro, aveva un profumo intenso di tabacco grezzo. Spesso ero io piccina che scendevo dal tabaccaio con le monete contate per comprare quei “cinque mezzi toscani” in un cartoccio beige. Erano rotoli grassocci di foglie marroni accartocciate, tutti diversi uno dall’altro e si vedeva bene che erano fatti di foglie. Mi piaceva andare: uscivo da sola, rimanendo sempre sullo stesso marciapiede e dovevo ricordarmi quella formula che mia nonna mi ripeteva sulla porta: Cinque! Mi raccomando Cinque! e poi  all’epoca il tabacco veniva dalla Maremma, quindi per me quel fagottino si arricchiva di un sottile saporino di mare. Grandi estensioni di cespugli verde scuro, fogliosi, imponenti che ci accoglievano appena si entrava in Maremma per andare in vacanza. Dal finestrino li guardavo sempre bene bene, curiosa, pensando ai cinque mezzi toscani di mio nonno e domandandomi cosa poteva trasformare così quelle gran foglie. Mio nonno accendeva il suo toscano con un tizzone colto dalla stufa economica. Apriva lo sportellino incandescente e mentre appariva  un nido rosso di braci ammonticchiate che crepitava paurosamente, infilava dentro la bocca di fuoco uno di quei suoi ferri appesi sulla maniglia della stufa, sceglieva con cura il suo tizzone e lo faceva uscire dallo sportello, imprigionato nella lunga pinza. Lasciava aperta la bocca della stufa e intanto,  in un gesto lento, esperto e ammaliatore succhiava il toscano, mentre la brace accendeva la punta. Subito dopo riponeva la brace esausta nella stufa e richiudeva tutto.

Paura. Paura e fascino. Mio nonno era il fuoco, il domatore di quella stufa che scricchiolava e cantava tutto il giorno, rimediandoci calore e cibo. Su quella stufa si asciugavano i panni su una raggiera di ferro, si mettevano a cuocere i nostri intrugli giocattolo, e si cucinava la cena in grandi tegami col coperchio.

E si stava al calduccio   mentre la radio andava a tutto volume. Mio nonno era silenzioso, forse per quel sigaro sempre in bocca anche da spento, e io pensavo fosse perché doveva calcolare il tempo giusto per infornare legna nella stufa  o perché ascoltava il rumore del tiraggio per intervenire subito se qualcosa non andava per il verso giusto. Lui davanti alla stufa ci stava quasi nudo. Gli piaceva mandarla a tutto gas e sentire sulla pelle il bollore del fuoco che bruciava. Pensava e fumava, ascoltava e fumava e la stanza si riempiva di profumo di caldo, della legna che bruciava e del toscano che si consumava piano….. Lui era silenzioso sempre. Ma nessuno ha mai saputo come lui sentire i miei pensieri, anticipare i miei desideri, inventare storie impensabili dando soltanto pochi indizi per poi tuffarsi con me nella logica illogica della favola. Mi ha regalato sempre  libri. Il primo quando ho compiuto un anno, con  la dedica  scritta con la sua penna stilografica nera e l’andatura delle parole già un po’ incerta: “………perché ti possa ricordare sempre del tuo nonno Elio”. E io di lui mi ricordo il silenzio, il profumo, la sua pelle bianca, soffice e senza rughe, il suo sguardo sornione, la capacità di parlare senza usare parole, la sua mano dove scivolava la mia quando si usciva per giardini, per fiori, per il cinema o per le nostre segrete avventure di cui nessuno ha saputo mai…..

L’angolo della grammatica – Curiosità

Punteggiatura – I puntini di sospensione

Si chiamano “di sospensione” perché sospendono il raccontare oggettivo, la comunicazione esplicita di un concetto. Lasciano aperte le porte dell’immaginazione e questo è il loro fascino, ma proibito abusarne!  per non affaticare la lettura o per non renderla troppo “nascosta”. 

“I puntini di sospensione erano un modo tipicamente femminile di espandere il pensiero senza recintarlo nella gabbia dei punti fermi” da L’ultima riga delle favole di Massimo Gramellini

“Devono essere sempre tre e, nella maggior parte dei casi, si attaccano alla parola che li precede e sono seguiti da uno spazio, a meno che il carattere successivo non sia una parentesi di chiusura o un punto interrogativo. Quando sono in fine di frase, la frase successiva inizia con la lettera maiuscola.” 

Nostalgia d’Etiopia

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Le voci del mattino – di Viola De Filippo

Come non pensarvi? giungono presto, le voci del mattino,
le porta il vento, le portano le foglie
che sfiorano
la mia finestra in un saluto:
l’arabo e l’amarico si fondono nelle voci di preghiera, 
mentre più lontano,
lungo la strada grande si avviano i ragazzi,
verso la scuola,
si avviano le madri verso il mercato.

Mi muovo nell’aria ancora fresca,
fra un danzare di tende colorate,
nel familiare odore del caffè.
e mentre, lentamente salgo
verso la scuola dalle aule aperte,
mi accompagna il coro del mattino:
marcia avanti, o cara madre Ethiopia,
cantano tutti davanti alla bandiera:
bandiera nostra, giallo rosso e verde,
nostro simbolo della nostra terra amata.Brevi minuti di passi affrettati,
verso le aule, verso il nuovo giorno,
e dalle porte aperte, nelcaldo che già avanza,
per quattro lunghe ore,
parole e voci si rincorreranno:
“teacher! memher, sister, Violaye!
e i desideri, le angosce, leinquietudini
si scioglieranno nell’onda del piacere:
gioia di leggere e imparare,
e poi ripetere, cantando, one, two, three, one two three four, five
how are you? how are you?
I am fine thank you, and you!

Firenze 4 maggio 2018…

Ricordi: Via della Stufa

 

Via della Stufa – di Rossella Gallori

…eravamo tutte un po’  innamorate di via della Stufa, eppure avevamo il mondo davanti:  S. Lorenzo, le Cappelle Medicee, il palazzo Medici Riccardi, il Duomo ad un passo,Giovanni dalle Bande Nere, che ci voltava le spalle, ma c’ era .

……Ma a noi “bambine” piaceva Via della Stufa, da lì entravamo ed uscivamo da “bottega”, i fidanzatini ci aspettavano lì, la sera con i primi baci, ed i primi ”qualcosa di più “….tanto  c’ è buio” ….si diceva.

Succedeva tutto lì, anche quando venivamo brontolate dal principale, si finiva per andar a piangere in Via della Stufa, ma al numero 7, un magazzino immenso, fresco d’ estate e caldo d’inverno, ci si nascondeva dietro i sacchi di kapok e giù lacrime e certezze ”se trovo uno co’ soldi vò via“ (si parla più  fiorentino quando si piange……) poi guardando che non fossero passati più  di dieci minuti, tornavamo  a negozio, le pesanti chiavi in tasca, gli occhi rossi e le braccia piene di qualcosa che ci sarebbe servito da alibi per l’assenza!

  • Dov’eri?
  • Io….io …nel “fondo” a prendere il cordone da ripieno.
  • Ma se c’era, a forza di andarci a frignare a ‘i 7 mi si arrugginiscon gli scaffali…….(Quante cose capiva Arrigo, il buon Arrigo…..)

Mai messe un cappotto, una sciarpa, un  paio di guanti, per andare a fare le commissioni, nemmeno quando nevicava, le  calze di lana, le scarpe basse, solo   “ la vestaglia, la gabbanella, il grembiule” chiamatelo come volete , ma era la nostra divisa, mai sintetica, sempre un po’  vistosa  ….si usciva dalla porticina, quella dietro la cassa…e via, per quella stradella  che ci sembrava un viale: “Io vò da i mesticatore in Borgo la Noce”…” io da i civaiolo in via Taddea….” e giù a corsa, le più sveglie si accendevano una sigarettina, le più sveglie davvero,  avevan fissato  con il garzone del Conte Razza un bacio, una ciancicatina,  altre, quelle che potevan tenere lo stipendio per sé, andavano a provarsi una sottanina in via  dell’Ariento….poi si rivolava in via della Stufa…..Tutto iniziava e finiva lì….

….e le campane? Che incubo, ogni mezz’ora din do dan ….mi sembrava anche di più…., so solo che il venerdì Santo, quando le legavano, si benediceva il parroco, la perpetua, e anche quello lassù che morendo ci aveva regalato un po’  di silenzio !!!!

E a Giovanni (dalle bande nere)  parlava Antonio con la Nisella per mano: Un tu dici nulla? un tu canti….senza musica eh bischeraccio….e giù risate in via della Stufa.

Quando si arrivava, un po’  prima dell’ inizio del lavoro,  ci si sedeva sui gradini degli usci (portoni) a cianare, chi si cotonava i capelli, chi si faceva il rigo agli occhi, chi metteva a posto le calze, per mostrar qualcosa che all’epoca valeva la pena….poi all‘improvviso un getto d’acqua dal civico 3 nero e la Drovandi che urlava: oh ciabattone, che la smettete di bociare !!!!!!!!

Via della Stufa non ci ha mai tradite, noi nemmeno. Corta, poco illuminata, male odorante spesso….ma era lì e ci aspettava  a braccia aperte sempre, con le sue case belle, nascoste da ingressi angusti, Orvieto che ci dava le lenzuola a rate per il corredo, Boris con i suoi commessi belli e un po’ maiali, quello che vendeva le radioline, nuove spesso, rubate a volte….ed i primi stranieri: hallo hallo……!!!!

Allo icché, diceva Silvio, l ‘ortolano, con la sua gamba di legno, che lo annunciava su un marciapiede che non c’era…..

Tutti lì, in quei pochi metri. Ogni tanto passava i Traballesi, l’avvocato, con la contessa …moglie incombente più  che altro per la differenza d’altezza….noi di Palazzo della Stufa, i  Lotteringhi….si conoscevano bene gli inservienti, il cuoco la governante, la guardarobiera ….per la coppia solo un cenno di saluto, e nei casi più fortunati rispondevano pure.

…E tutto procedeva così, alle spalle di Giovanni, col piccione di turno su i capo …ci girava le spalle, eravamo plebe…..

Ma sotto il vecchio Medici, c ‘era la fontana e la sete io me la levavo li , la sera quando tornavo a casa, con lo stipendio nel reggiseno….e una voce sconosciuta che urlava: un ti piegare….ti si vede i culo….

Via della Stufa, eravamo noi, con un tabernacolo dove pregare, ed una pietra in cui inciampare, con qualche signora diventata prostituta, e qualche trottola diventata signora, con qualcuno che pisciava al muro, e qualcun altro che dormiva per terra con il fiasco accanto….ogni tanto calava un cestino pieno di nulla che risaliva con due carote, du baccelli e la bottiglia del latte di vetro, che per puro miracolo, non ho visto mai cadere…..a volte volava ģiu l’immondizia….ma faceva tanto MERCATO……

Volevamo crescere….non avevamo paura di invecchiare, ed avevamo tutti  la strana certezza di esser nati lì…..IN VIA DELLA STUFA…..la via che ci aveva  adottati, ma che non fu mai matrigna.

Odore di paura

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Odore di paura – di Stefania Bonanni

È un odore appiccicoso ed invadente. A volte si sente già quando ancora non è possibile, quando siamo ancora lontani. Entra dal naso ed invade subito il cervello, la pelle, il cuore. Si impossessa di tutto, immediatamente, e non esiste altro. È dispotico, prepotente, assoluto.E’ un odore grigio, verde marcio, marrone, anche se proviene da un posto bianco.

È odore di paura, di paura di soffrire. Paura per chi è ricoverato, paura per chi va a trovare una persona malata. Paura di trovarla disperata, sofferente, di non riconoscerla, perché in ospedale i malati sono tutti parenti, si somigliano tutti. Senza i loro vestiti, senza colori, con i capelli ritti dallo stare molto sdraiati, senza il loro odore, senza quel profumo che era solo loro, che veniva da un sapone rosa usato per tutta la vita, o che era un profumo francese, per chi aveva usato solo quello, da sempre. In ospedale viene tutto mangiato da un odore indimenticabile, se si è provato.

È l’odore della vita che resiste, accanto a quella che se ne va, misto a quella che nasce. È l’odore delle ore passate con lo stomaco stretto da una morsa d’acciaio davanti alle porte delle sale operatorie, quando la tensione sembra una camicia di forza, e purtroppo a volte non sparisce, diventa anzi certezza di sofferenza. È l’odore di quelle ore notturne, quando non era necessario venire, ma a casa era peggio, era meglio vedere, stare dentro all’odore, vedere se era possibile proteggere, aiutare, tenere la mano.

È l’odore delle medicine, dei disinfettanti, dei detersivi, dello sporco, dei bisogni non trattenuti, dei vecchi malati, delle minestrine di dado solidificate dentro i contenitori di plastica, delle mele cotte messe da parte per mangiare a merenda e diventate acide.

È l’odore dei nomi scritti col pennarello grosso nello spazio sopra il letto, nomi sbavati, sbagliati, sostituiti da altri, in un moto perpetuo nel quale non si conosce il destino dei nomi cancellati.